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DIVISE DALLA STORIA O CREATE IN LABORATORIO: GLI ACCORPAMENTI (IM)POSSIBILI DELLE PROVINCE

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

VIAGGIO TRA SERBATOIO DI POLTRONE CHE NESSUNO E’ MAI RIUSCITO AD ELIMINARE…ENTI A TESTATA MULTIPLA E CITTA’ RIVALI COSTRETTE A IMMAGINARSI RIUNITE PER SOPRAVVIVERE AI TAGLI DEL GOVERNO

L’hanno combinata davvero grossa, a Fermo. Anche lì volevano la Provincia e ne hanno ammazzate due.
È una banalissima questione di numeri. Con 175.047 abitanti, 860 chilometri quadrati e 40 Comuni, Fermo non rispetta nemmeno uno dei tre parametri (minimo 350 mila abitanti, minimo 3 mila chilometri quadrati, minimo 50 Comuni) che gli potrebbero garantire la sopravvivenza, secondo il progetto del ministro Filippo Patroni Griffi.
Il bello è che anche Ascoli Piceno adesso è nei guai: divisa praticamente a metà  per consentire la nascita di Fermo, è destinata a dissolversi.
A meno che i fermani, due anni dopo aver brindato alla nuova Provincia, non vogliano tornare indietro.
In caso contrario, c’è sempre Macerata…
E Lodi? Ci aveva messo qualche secolo per affrancarsi da Milano.
Nel 1992, alla fine della Prima repubblica era riuscita ai lodigiani una impresa che nemmeno ai tempi del Barbarossa era stata possibile.
Poi, dopo soltanto vent’anni di «indipendenza», la più cocente delle delusioni.
La Provincia di Lodi dovrà  mestamente sparire. Tornando assieme a Milano.
Corsi e ricorsi vichiani…
Per non parlare di Rimini. Anche sulla romagnola s’era assaporato, in quel 1992, il miele dell’«indipendenza».
L’indipendenza da Forlì, obbligata a una doppia concessione: mollare 27 Comuni a Rimini e allargare la denominazione provinciale a Cesena.
Ma ora si dovrà  fare marcia indietro. In una nuova grande Provincia romagnola che comprenda anche Ravenna? Chissà ?
Certo è che neppure il referendum con il quale sette Comuni dell’alta Valmarecchia già  appartenenti alla Provincia di Pesaro Urbino fra cui San Leo – dove Cagliostro trascorse gli ultimi anni di vita in prigionia e una mano sconosciuta non fa mai mancare un fiore fresco nella rocca in sua memoria e ogni agosto ospita un imponente raduno di massoni – hanno decretato tre anni fa l’annessione a Rimini l’hanno potuta salvare. Ma tant’è.
Comunque vada, un risultato la proposta di Patroni Griffi certamente la otterrà : quello di segnare una nuova era nella guerra dei campanili provinciali.
In Emilia potrà  rinascere una sola Provincia sui territori di Parma e Piacenza, come ai tempi dei Papi Farnese.
E in Toscana, dove teoricamente potrebbe sopravvivere una sola delle Province esistenti, quella di Firenze, che ne sarà  di Arezzo?
Fiorentini e aretini si guardano in cagnesco dalla battaglia di Anghiari di sei secoli fa. Cruciale per i destini della Toscana e la supremazia di Firenze, fu poco più di una rissa da stadio, se dobbiamo credere a ciò che scrisse Niccolò Machiavelli: «Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò».
Pare certo che morirono più cavalli che cristiani, ma a Sansepolcro, ne potete stare certi, c’è qualcuno che ancora gli girano.
Come siamo pronti a giurare che a Siena c’è chi non si rassegna al fatto che buona parte dei famosi «paschi» da cui ha preso il nome la grande e oggi ferita banca cittadina, il Monte dei paschi, siano finiti sotto giurisdizione grossetana. Rimpiangendo i fasti di quando i borghi maremmani erano cinti dalle mura senesi.
Al tempo stesso, chissà  quanti livornesi stanno ripassando in vista di un possibile matrimonio con Pisa la lista dei proverbi, cominciando dal più famoso: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio».
Per tornare a epoche più recenti, da quando c’è l’Italia unita non c’è politico che non abbia fatto propaganda promettendo la Provincia.
Non è trascorsa praticamente legislatura che non venisse proposta l’istituzione della Provincia di Melfi, rivendicando una vocazione storica della città  lucana.
«Onorevoli senatori, già  nel 1866 Melfi e il suo circondario…».
Nel 1866 il brigante Carmine Crocco, prozio dell’attore Michele Placido (che ne va fierissimo) che cinque anni prima aveva occupato e tenuto in pugno Melfi, era già  in carcere, dove sarebbe morto nel 1905.
Dopo Melfi fu la volta di Nola, «importantissimo nodo di transito e centro di confluenza e riferimento, già  dall’antichità …».
Quindi Aversa, Sibari, Sala Consilina, al Sud. Busto Arsizio, Pinerolo, Bassano del Grappa, al Nord.
E Civitavecchia, nel Centro.
Il massimo, però, erano le Province a testata multipla.
Per esempio, quella della Venezia orientale: con due capoluoghi come Portogruaro e San Donà  di Piave. O quella del Basso Lazio, capitali Cassino, Formia e Sora. Oppure l’Arcipelago Toscano.
Ma il top è la proposta di creare la Provincia Ufita-Baronia-Calore-Alta Irpinia partorita da Lello di Gioia, nato a San Marco La Catola, nel foggiano, che allargò così gli orizzonti di chi ignorava l’Ufita: «Trattasi di un fiume lungo chilometri 49 che, nato dal monte Formicolo, affluisce nel fiume Calore Irpino che scorre fra l’Irpinia e il Sannio…».
Dai e dai, alla fine le Province a testata multipla hanno superato il muro della diffidenza.
Ecco allora Verbano-Cusio-Ossola. Ed ecco dunque Barletta-Andria-Trani, la mitica Bat. Dieci comuni in tutto, tre dei quali capoluoghi di Provincia.
Gli altri sette, perchè no?
Nel 1861, all’Unità  d’Italia, c’erano 59 Province.
La loro estensione era misurata più o meno sul tempo necessario ad attraversarle completamente: una giornata di cavallo.
Nonostante il declino degli equini per il trasporto umano, nel 1947 erano diventate 91. Mica poche, ma non c’erano le Regioni, che per quanto previste dalla Costituzione, sarebbero nate soltanto nel 1970.
Dovevano sopravvivere giusto il tempo per passare il testimone a quegli enti, poi però nessuno ha avuto il coraggio di impartirgli l’estrema unzione, e sono rimaste spesso come formidabile serbatoio di poltrone, posti di sottogoverno e soldi.
Quanti? Secondo il Sole 24 Ore , nel 2008 costavano 17 miliardi di euro, con un aumento di ben il 70% rispetto al 2000.
Non limitandosi alla semplice sopravvivenza, si sono moltiplicate con rapidità  sconcertante.
Nel 1974 erano diventate 95. Nel 1992, 103.
Nel 2001, poi, ci ha pensato la Regione autonoma della Sardegna, raddoppiando in un sol colpo le sue Province, da 4 a 8.
E nel 2004 la stessa maggioranza guidata da Berlusconi, che ha vinto quattro anni dopo le elezioni promettendo di abolirle, ha completato l’opera portando il totale a 109 (Trento e Bolzano comprese).
Con risultati esilaranti.
La Provincia di Fermo, ancora: una specie di scissione dell’atomo che ha avuto come effetto la crescita improvvida dei consiglieri provinciali; dai 30 di Ascoli Piceno ai 24+24=48 delle due nuove entità  spezzettate.
Costo supplementare dell’operazione un paio di milioncini, per gradire.
Quindi la Provincia di Monza e della Brianza, che ha fatto vacillare per un attimo il record negativo di estensione territoriale che apparteneva a Trieste: 212 chilometri quadrati.
Con i suoi 363 chilometri quadrati copre la superficie di un quadrato di 19 chilometri di lato.
Ma la Provincia italiana più cementificata (dice l’Istat che oltre metà  del territorio non è più naturale) si salverà  perchè oltre a essere popolosissima (840 mila abitanti) ha 55 Comuni. C’è anche Arcore, residenza del Cavaliere…

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL PIANO CHE DIMEZZA LE PROVINCE: IN EMILIA NE SALTEREBBERO 7 SU 9, IN SICILIA 5 SU 9, DIMEZZATE IN PIEMONTE

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

IN TOSCANA SAREBBE AL SICURO SOLO FIRENZE… TAGLI IN BASE AGLI ABITANTI, ALL’ESTENSIONE E AI COMUNI COMPRESI… NE RESTREBBERO 54, MA GLI ACCORPAMENTI POTREBBERO SALIRE

Che cosa potrà  inventare Mario Cardinali se davvero il primo «spaventoso» effetto del decreto legge che ha in mente il ministro Filippo Patroni Griffi sarà  l’accorpamento della Provincia di Pisa con quella di Livorno?
Una simile eventualità  terrà  sulle spine lui e tutti gli altri livornesi.
Ma ne siamo certi: per il fondatore del mensile satirico il Vernacoliere , autore di titoli folgoranti come «Primi spaventosi effetti delle radiazioni – È nato un pisano furbo», pubblicati nel maggio 1986, subito dopo la catastrofe atomica di Chernobyl, sarà  una sfida estrema.
Niente affatto fantascientifica.
Perchè la prossima puntata della saga infinita delle Province potrebbe davvero proporre questa e altre situazioni simili.
Come ci si è arrivati?
Ricapitoliamo quanto accaduto a partire dal 2008, quando questi enti sembravano diventati il nemico pubblico numero uno tanto della destra quanto della sinistra.
«Aboliremo le Province, è nel nostro programma», sentenziò Silvio Berlusconi il 10 aprile del 2008, a «Porta a porta», alla vigilia delle elezioni che l’avrebbero riportato a Palazzo Chigi.
Il suo avversario Walter Veltroni l’aveva già  anticipato: «Cominceremo da subito, abolendo le Province nelle aree metropolitane».
Archiviato il voto, s’innescò la marcia indietro.
«Vorrei abolire le Province per risparmiare ma la Lega non è d’accordo», disse il Cavaliere l’11 dicembre 2008.
E il 22 aprile 2010 alzò bandiera bianca: «Abbiamo fatto un calcolo e abolendo le Province si risparmiano solo 200 milioni. Troppo poco per iniziare una manovra che scontenterebbe i cittadini. Però non concederemo più nessuna nuova Provincia».
Consci della fragilità  di certe promesse, alcuni politici si erano invece già  attrezzati per allargare le frontiere del mondo provinciale.
Esempi? Se il leghista Davide Caparini chiedeva l’istituzione della nuova Provincia della Valcamonica (capoluogo Breno, 5.014 abitanti), il suo collega di partito proponeva di creare in Trentino-Alto Adige una terza Provincia autonoma: la Ladinia.
Ironia della sorte, il relativo disegno di legge vedeva la luce poche settimane prima che il ministro del Carroccio Roberto Calderoli fosse costretto a presentare una proposta per ridurre le Province. La famosa lettera della Banca centrale europea recapitata il 5 agosto 2011 al governo italiano parlava chiaro: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o fondere alcuni strati amministrativi intermedi, come le Province».
E pure la Lega si dovette piegare.
Ma per finta: il taglio svanì in poche ore come neve al sole di Ferragosto.
Poi è arrivato Mario Monti, e nel decreto salva Italia è comparsa una disposizione all’apparenza categorica.
Il trasferimento a Comuni e Regioni delle funzioni attribuite alle Province, relegate a organi non più elettivi con un numero limitato di consiglieri scelti dalle amministrazioni comunali.
All’inizio questa tagliola doveva scattare automaticamente entro aprile 2012.
Poi è successo il finimondo. Mentre il presidente berlusconiano della Provincia di Latina Armando Cusani ringhiava «noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», il segretario di Rifondazione comunista dava man forte ai rivoltosi con queste parole: «Vi appoggiamo perchè la vostra è una battaglia di democrazia».
Così nella versione definitiva del salva Italia è spuntato un comma che prevede una legge dello Stato, da emanarsi entro dicembre prossimo, per rendere operativa la riforma.
Un modo per prendere tempo e rimandare la resa dei conti. Organizzando la resistenza.
Scontato, dunque, che quella legge prevista dal salva Italia stia incontrando serie difficoltà  in Parlamento, dove è stata sollevata perfino la solita questione della «copertura finanziaria».
E fosse soltanto quello il problema.
Il pericolo più grande a quanto pare viene dalla Corte costituzionale, che il 6 novembre esaminerà  i ricorsi prontamente presentati contro il decreto di dicembre.
Se li dovesse accogliere, come dicono molti esperti, la riforma di Monti salterebbe e le Province resterebbero in vita esattamente come oggi.
Ecco perciò che accanto al piano A, avviato sul binario morto, è spuntato un piano B.
Da attuarsi forse con decreto legge, in parallelo alla revisione della spesa, che potrebbe contenere anche una micidiale pillola avvelenata per tutti gli enti locali.
Ossia il divieto alla costituzione di nuovi enti o società  per funzioni che può svolgere direttamente l’amministrazione.
Per evitare rischi di ricorsi alla Consulta il piano B prevede che le Province mantengano tre funzioni quali strade, ambiente e gestione delle aree vaste.
Le giunte saranno comunque azzerate e i consigli, non più elettivi, ridotti all’osso come previsto dal decreto salva Italia.
Il numero degli enti verrebbe però tagliato, utilizzando criteri in parte simili a quelli della proposta abortita di Calderoli.
Sopravviveranno soltanto le Province in gradi di soddisfare almeno due dei seguenti tre requisiti: superficie di almeno 3.000 chilometri quadrati, popolazione superiore a 350 mila abitanti e oltre 50 Comuni presenti nel territorio.
Dalle attuali 107 (tolte la Valle d’Aosta e le Province autonome di Trento e Bolzano) si passerebbe a 54.
Meno di quelle (59) esistenti nel 1861.
In realtà , attenendosi scrupolosamente ai parametri, il loro numero dovrebbe addirittura scendere a 50. Si è tuttavia stabilito di salvare i capoluoghi di Regione che pur non hanno i requisiti, come Venezia, Ancona, Trieste e Campobasso.
Dieci Province, inoltre, dovrebbero scomparire in un secondo momento se e quando verranno finalmente istituite, com’è previsto fin dal 1990, le città  metropolitane.
Nell’elenco, oltre alla stessa Venezia, troviamo Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria.
Ma non significa che di questi enti definiti da Berlusconi il 5 marzo del 2008 (naturalmente prima dei vari ripensamenti) «inutili e fonti di costo per i cittadini» ne rimarrà  appena una quarantina. Con i criteri di cui sopra, in Toscana scomparirebbero tutte le Province tranne Firenze. Idem in Liguria, con l’eccezione di Genova.
Nell’Emilia-Romagna, sette su nove. In Sicilia, cinque su nove. In Piemonte, la metà  esatta.
E qui comincerà  il gioco degli accorpamenti. Siena e Grosseto accetteranno la coabitazione? Pisa e Livorno, così vicine, saranno disposte a mettere da parte antiche rivalità ? Prato si rassegnerà  a rientrare a Firenze oppure preferirà  Pistoia? Modena e Reggio-Emilia continueranno a essere separate dall’aceto balsamico? E come reagiranno i lodigiani davanti alla prospettiva di essere riuniti ai milanesi?
Tanto basta per dare le dimensioni delle complicazioni che potrebbe portare con sè un’operazione del genere.
Nè rassicura il fatto che l’agguerrita Unione delle Province guidata da Giuseppe Castiglione potrebbe perfino essere d’accordo con lo schema di massima.
Senza poi considerare variabili di altro genere, ma tutt’altro che trascurabili. Ricordate com’è evaporata la scorsa estate la proposta calderoliana?
In partenza dovevano finire sotto la tagliola tutte le Province con meno di 300 mila anime: 37. Ma a patto, fu chiarito, che avessero anche un’estensione inferiore a 3 mila chilometri quadrati: e si scese a 29.
Poi, rivendicando l’autonomia, insorse il governatore del Friuli-Venezia Giulia Renzo Tondo: eccoci a 27.
Quindi i siciliani contestarono l’ipotesi di sopprimere Enna e Caltanissetta (25). Infine protestò il presidente sardo Ugo Cappellacci (22).
E il presidente della provincia di Isernia, Luigi Mazzullo, avanzò il sospetto che a Roma avevano preso l’insolazione (21).
Poche ore dopo, l’annuncio: abbiamo scherzato. Sicuri che non si possa ripetere?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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MANCATI PAGAMENTI TRA IMPRESE: IN CINQUE MESI SONO CRESCIUTI DEL 47%

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

ALLA BASE IL CROLLO DEI CONSUMI, LA SRETTA AI PRESTITI BNACARI E I CREDITI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE… I DATI ELABORATI DA UNIMPRESA SU 130.000 AZIENDE

E’ allarme rosso sui mancati pagamenti fra le imprese: nei primi 5 mesi del 2012 sono cresciuti del 47%.
Le aziende non incassano più e le fatture da pagare restano nel cassetto.
Lo rivela un’indagine di Unimpresa che individua tre motivi in particolare: il crollo dei consumi, la stretta ai prestiti bancari e i crediti della Pubblica amministrazione congelati.
L’indagine è stata condotta incrociando i dati delle 130.000 associate di Unimpresa, raccolti nelle 60 sedi sul territorio nazionale, con le informazioni estrapolate da alcune basi dati pubbliche e provate.
Dallo studio emerge un quadro sostanzialmente omogeneo in tutta la Penisola, con una crescita della percentuale di mancati pagamenti leggermente più alta al Mezzogiorno (49,4%) rispetto al Centro-Nord (45,3%).
Quanto ai settori economici, in cima alla “classifica” c’è l’edilizia, poi il commercio, l’artigianato, la piccola industria e l’agricoltura.
La spirale negativa, si legge nella nota di Unimpresa, si fonda su tre ragioni principali, che hanno portato, tra altro, il Paese in recessione.
La crisi ha anzitutto fatto crollare i consumi, modificando i comportamenti delle famiglie che ricorrono alla spesa low cost ormai in maniera sistematica per arrivare alla fine del mese: nel carrello della spesa finiscono solo le offerte speciali e i prodotti scontati, con il risultato di un crollo del fatturato che parte dal piccolo commercio e dalla grande distribuzione e arriva a investire l’intera filiera produttiva, trasporti inclusi.
La seconda ragione sta nella crisi di liquidità  innescata dalla stretta al credito da parte delle banche.
Il terzo fattore che contribuisce a bloccare i pagamenti fra le imprese è il congelamento dei crediti che le stesse imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione: una montagna di 70 miliardi di euro non erosa dalle recenti manovre del Governo, ambiziose ma di difficile attuazione.
Secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, “siamo sempre più vicini al baratro: dobbiamo constatare giorno dopo giorno che si stanno avverando tutte le nostre previsioni”.
“E mentre il Paese affonda prendiamo atto che al Governo interessano di più le faccende internazionali. E’ chiaro che la svolta passa anche per una ricetta unica dell’Unione europea, ma nel nostro Paese esistono malattie particolari che richiederebbero medicine ad hoc. E si tratta di misure urgenti, senza le quali – afferma – alle fine di quest’anno potremmo fare i conti con un quadro devastante. A nostro giudizio il ciclo economico può ripartire anche ricorrendo a importanti investimenti pubblici, da rilanciare in tempi rapidissimi”, conclude Longobardi.

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IL RITORNO DI BERLUSCONI AGITA IL PDL

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

A CHIANCIANO AL CONVEGNO PDL SI DISCUTE SULLA POSSIBILITA’ CHE IL CAVALIERE PARTECIPI ALLE PRIMARIE DI PARTITO… LA SITUAZIONE DIVENTEREBBE IMBARAZZANTE PER ALFANO

Le rinnovate ambizioni politiche di Silvio Berlusconi agitano il confronto interno al Pdl.
Una sua candidatura alle primarie di partito non è affatto esclusa, ma a dirlo potrà  essere solo il Cavaliere, avverte il segretario Angelino Alfano quasi a voler frenare l’entusiasmo con cui i giornali della destra, da Libero a Il Giornale, stanno spingendo il Cavaliere a riprendere il centro della scena.
Dopo aver sottolineato che in certa stampa esiste “un eccesso di zelo”, Alfano sottolinea che “quando e se” Berlusconi dovesse candidarsi, “lo dirà  lui soltanto e lo dirà  con chiarezza”.
“Noi – precisa – abbiamo scelto la strada delle primarie e ciò che conta e ciò che è bello lo scelgono i cittadini e non i giornalisti. Noi vogliamo fare in modo che ci sia una grande gara delle idee e tra le idee per scegliere il candidato alla premiership. Poi pensiamo che per vincere ci voglia una coalizione e lavoreremo per costruire un’ampia coalizione ancora in grado di non regalare questo nostro meraviglioso Paese alla sinistra, che non ha un programma di governo capace di tirarci fuori dalle secche della crisi”
“Penso che Berlusconi – dice ancora il segretario – sia un leader in campo che non è mai uscito dal campo, perchè la sua presenza e la sua forza politica sono sempre espresse: fino a novembre al governo e da novembre con l contributo e il sostegno a questo governo”.
Sostegno che andrà  avanti anche nelle prossime settimane in quanto l’ipotesi di elezioni ad ottobre sono secondo Alfano solo “un transfert psicologico di Bersani che scarica sul Popolo delle Libertà  le dichiarazioni pubbliche del suo responsabile dell’economia (Fassina, ndr)”.
“Noi abbiamo detto con chiarezza – prosegue – che non abbiamo mai dato una scadenza a questo governo e che lo stiamo sostenendo”.
La possibilità  di un ritorno di Silvio Berlusconi ha comunque segnato il confronto in corso a Muovititalia, l’iniziativa promossa a Chianciano dalla “Fondazione della libertà ” insieme all’associazione culturale Meridiana.
Se Berlusconi decidesse di candidarsi premier, mette in guardia l’ex ministro Altero Matteoli parlando al meeting, nessuno potrebbe dirgli di no.
“Nessuno ha mai messo in dubbio, a partire da Alfano, che il nostro leader è Berlusconi – sottolineato l’ex esponente di An – quindi se Berlusconi decidesse di ricandidarsi non ci sarebbe nessuno nel partito che gli potrebbe dire di no, E questa diatriba tra Berlusconi e Alfano è alimentata solo dai giornali. Alfano non ha nessuna voglia di mettersi in contrapposizione a Berlusconi”.
Matteoli boccia però l’ipotesi delle liste civiche da affiancare al Pdl. “Nascerebbe un altro partito? Io ho dato vita insieme ad altri al Pdl, non sono pentito, non sono contento di come funziona e dobbiamo farlo funzionare meglio. Ma per tutto il resto non è possibile pensare di poter fare lo spezzatino, ci renderebbe ridicoli e ci porterebbe sicuramente alla sconfitta”, commenta l’ex ministro.

(da “La Repubblica”)

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SCHAUBLE E IL DOSSIER DI BERLINO: “SE CROLLA L’EURO L’ECONOMIA TEDESCA CADRA’ DEL 10%”

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALLO «SPIEGEL», IL MINISTRO DELLE FINANZE TEDESCO: NO ALLA DISINTEGRAZIONE, CI SARANNO 5 MILIONI DI DISOCCUPATI, A RISCHIO ANCHE VIAGGIARE”

È un vero incubo il futuro economico della Germania, e con lei di tutta l’eurozona, se la moneta unica dovesse crollare.
A tracciare i dettagli di questo scenario pauroso è uno studio dei tecnici del ministero delle Finanze tedesco, il gigantesco palazzo della Wilhelmstrasse, già  quartier generale di Hermann Gà¶ring e dell’amministrazione militare sovietica, dove ora regna Wolfgang Schà¤uble, uno dei protagonisti dell’europeismo tedesco.
Il rapporto è stato rivelato, nei punti fondamentali, dal settimanale «Der Spiegel», che ha citato un funzionario del ministero, secondo il quale «di fronte a queste prospettive, anche un salvataggio dell’euro a caro prezzo appare come il minore dei mali».
L’articolo dello «Spiegel», intitolato «Uno sguardo sull’abisso », è corredato da una serie di dati che confermano indicazioni «molto tetre» per tutti i Paesi dell’eurozona.
In un grafico, una freccia nera indica l’aumento della disoccupazione nel primo dei due anni successivi alla eventuale fine della moneta unica, mentre una freccia rossa indica la contrazione dell’economia.
E molti di questi valori percentuali, nei vari Stati, superano la doppia cifra, in particolare per quanto riguarda le nazioni più esposte, come per esempio l’Italia, dove il tasso di disoccupazione salirebbe al 12,3 per cento.
Ma anche la locomotiva tedesca, e questo è il vero punto critico dello studio degli uomini di Schà¤uble, verrebbe pesantemente danneggiata.
L’economia della Germania subirebbe una caduta del 9,2 per cento mentre il numero dei disoccupati salirebbe al 9,3 per cento.
I senza lavoro supererebbero i 5 milioni, una cifra quasi doppia rispetto a quella attuale Il ministero della Finanze tedesco non ha smentito nè confermato le rivelazioni dello «Spiegel », secondo cui il documento è stato tenuto fino a oggi riservato nel timore che i costi delle iniziative per salvare l’euro uscissero fuori da ogni controllo.
«Non prenderemo parte a speculazioni su presunti rapporti segreti», ha detto una portavoce. Ma a fianco dell’articolo del settimanale di Amburgo, in una lunga intervista, è lo stesso Schà¤uble ad avvertire che una disintegrazione «sarebbe assurda» e che l’unione monetaria, non solo non è stato assolutamente un errore, come gli era stato chiesto, ma è stata la «logica conseguenza» dell’integrazione comunitaria.
Il ministro, esponente di punta del partito cristiano democratico che fu di Helmut Kohl, avverte inoltre che una rottura della zona euro rimetterebbe in questione conquiste che sono ormai entrate nel patrimonio acquisito di tutti i cittadini, come il mercato unico e la libera circolazione.
Le rivelazioni sui calcoli che si sono fatti a Berlino sulle conseguenze di un collasso della moneta unica arrivano proprio in una settimana decisiva per il futuro europeo, con il vertice dei Ventisette che sarà  chiamato il 28 e 29 giugno a trovare delle ricette in grado di contribuire a superare la crisi.
In realtà , la linea cauta di Angela Merkel–convinta della necessità  di non distaccarsi da un rigido controllo delle discipline di bilancio, contraria alla condivisione dei debiti con i Paesi meno virtuosi dell’eurozona, indisponibile a provvedimenti per stimolare la crescita che si traducano in nuove spese–è sempre partita dalla premessa, almeno a parole, di un impegno prioritario per la difesa della moneta unica. «La fine dell’euro – è stata una delle frasi più frequenti della cancelliera – sarebbe la fine dell’Europa».
Intanto, sempre questa settimana, alla vigilia del summit di Bruxelles, Schà¤uble presenterà  la nuova legge finanziaria che prevede nel 2013 il pareggio di bilancio.
Questo dato era stato anticipato da alcuni istituti di ricerca, che avevano avvertito però nello stesso tempo delle pesanti conseguenze per i conti pubblici tedeschi di una escalation della crisi europea. In tutti i casi, insomma, la Germania non può dormire sonni tranquilli.

Paolo Lepri

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SFRATTI AUMENTATI DEL 64% IN SOLI CINQUE ANNI

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

I DATI DEL MINISTERO: AUMENTANO GLI INQUILINI CHE NON RIESCONO A PAGARE L’AFFITTO, ROMA E TORINO CITTA’ CAPOFILA… LA DIFFICOLTA’ AD ONORARE IL CANONE RIGUARDA L’87% DEI CASI: “RIPRISTINARE UN FONDO SOCIALE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’”

Tra gli effetti della crisi economica che affligge il nostro Paese c’è anche un forte aumento degli sfratti. Un fenomeno che nel 2011 ha interessato quasi 56.000 famiglie.
Il dato, ancora provvisorio, fornito dal ministero dell’Interno, rileva che nel quinquennio 2006-2011 i provvedimenti giudiziari sono aumentati del 64%.
Solo l’anno scorso gli sfratti sono stati 63.846, quasi il doppio rispetto al 2006, quando furono 33.893.
Secondo una ricerca pubblicata dall’Unione degli inquilini, delle quasi 64.000 nuove sentenze di sfratto 56.000 erano motivate da morosità  e 124.000 riguardavano richieste di esecuzione forzata.
Solo 832 i provvedimenti emessi per necessità  del locatore e 7.471 quelli per finita locazione . Gli sfratti eseguiti sono stati 28.641.
Secondo lo studio, nel 2011 i procedimenti per morosità  hanno rappresentato l’87% del totale, contro l’85% dell’anno precedente.
Roma prima in classifica.
È la capitale a contare il maggior numero di sfratti. Secondo i dati del ministero dell’Interno, l’anno scorso sono state emesse 4.678 nuove sentenze. I
procedimenti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 2.343. Seguono Torino (2.523 sfratti), Napoli (1.557 in città  e 1.255 nel resto della provincia) e infine Milano (1.115 nel capoluogo ma ben 3.244 nell’hinterland e provincia).
“Il dato degli sfratti – commenta l’Unione inquilini – è ancora in aumento su tutto il territorio nazionale e crescono di oltre l’11% le richieste di esecuzione forzosa con l’ufficiale giudiziario”.
Una situazione che potrebbe peggiorare: senza iniziative adeguate di contrasto, l’associazione calcola 250.000 nuovi sfratti nei prossimi tre anni, di cui 225.000 per “morosità  incolpevole”, cioè per l’impossibilità  a pagare il canone d’affitto.
“Serve – chiede l’Unione inquilini – una sospensione immediata dell’esecuzione di tutti gli sfratti, compresa la morosità  incolpevole, e uno stanziamento straordinario per ripristinare un fondo sociale per gli affitti adeguato alle esigenze delle famiglie in difficoltà . Senza tralasciare la necessità  di un piano straordinario per gli alloggi popolari, utilizzando con priorità  il patrimonio pubblico e le aree pubbliche”.

(da “La Repubblica”)

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NAPOLI, SE UN IMPRENDITORE VENETO E UN TEDESCO RICATTANO IL COMUNE SUI RIFIUTI

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

AVREBBERO INTIMATO ALL’AMMINISTRAZIONE DI ACQUISTARE CAMION A PREZZO MAGGIORATO IN CAMBIO DELL’EROGAZIONE DEL SERVIZIO DI RACCOLTA PER UN ALTRO MESE, ALTRIMENTI LA CITTA’ SAREBBE STATA SOMMERSA DALLA SPAZZATURA

Due imprenditori al telefono. Il veneto: “Noi facciamo come commedia”. Il tedesco risponde: “Sì, sì”. Ancora il veneto: “Senza i miei camion loro (il Comune di Napoli, ndr) sono finiti”. Concordano la strategia il veneto Stefano Gavioli, proprietario di una holding che fa affari in mezza Italia sui rifiuti, e l’omologo tedesco Adolf Lutz della ditta Smith.
La vittima è il Comune di Napoli (all’epoca sindaco Rosa Russo Iervolino) e l’Asìa, la municipalizzata partenopea che si occupa di raccogliere il pattume.
Secondo la Procura di Napoli si tratta di una tentata estorsione aggravata per i quali i due imprenditori sono indagati.
Hanno intimato, a fine 2010, al Comune di acquistare camion a prezzo maggiorato in cambio dell’erogazione del servizio di raccolta per un altro mese, altrimenti la città  sarebbe stata sommersa dalla spazzatura visto che le ditte entranti non erano ancora pronte.
Mezzi vecchi venduti ad un prezzo di quattro milioni e mezzo, ma valevano un terzo.
Un gioco semplice con la complicità  dell’ex avvocato di Gavioli, Giancarlo Tonetto (finito in manette).
Mentre gli altri personaggi della ‘cricca’ sono Vincenzo D’Albero, sindacalista, anche lui arrestato, che aveva il compito, in caso di bisogno, di aizzare i lavoratori contro Asìa per costringerla ad accettare i diktat di Enerambiente con la collaborazione della factotum di Gavioli, Pina Totaro, anche lei in manette.
L’imprenditore tedesco funge da esca, fingendo l’interesse all’acquisizione degli automezzi per convincere i vertici dell’azienda ad accettare.
Va a Napoli e partecipa, in Comune alla presenza dei vertici Asìa e dell’allora vicesindaco Sabatino Santangelo, alla commedia con un contratto di acquisto falso.
La partita tra Asia ed Enerambiente finirà  tra contenziosi e cause legali.
L’inchiesta riguarda il fallimento pilotato di Enerambiente, la società  che ha gestito dal 2005 al 2010 la raccolta dei rifiuti in una parte della città  di Napoli.
Indagine che ha portato in carcere il re del sacchetto Stefano Gavioli, il veneto che sul pattume campano ha fatto soldi costruendo un sistema corruttivo nei confronti dei funzionari Asia, ancora da identificare, ed estorsivo nei confronti delle cooperative che faceva lavorare in subappalto in cambio di soldi e assunzioni clientelari.
Emergono sempre nuovi tasselli in una inchiesta, partita più di un anno fa dai danneggiamenti di alcuni camion per la raccolta e che ha scoperto un mondo di colletti bianchi del nord artefici di quello che i pm chiamano “un piano criminale perfetto” mentre “la città  moriva sotto i rifiuti”. Indagine complessa, coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo ( pm Teresi, De Simone, Sepe e Santulli), condotta dalla Digos, agli ordini di Filippo Bonfiglio e dal nucleo di polizia tributaria della guardia di Finanza guidata dal comandante Nicola Altiero e dal gruppo tutela della spesa pubblica del tenente colonnello Massimo Gallo.
Al termine delle indagini sono finiti in 9 in manette, 7 ai domiciliari (tra cui tre banchieri del banco di credito cooperativo del credito veneziano), altri 4 indagati.
Alla fine del 2010 Enerambiente deve lasciare Napoli dopo aver ricevuto una interdittiva antimafia per i rapporti di Stefano Gavioli con Angelo Zito, soggetto ritenuto riciclatore dei soldi dei boss Graviano.
Sul punto l’ex amministratore di Enerambiente Giovanni Faggiano, che vanta al telefono il suo passato nei servizi segreti, già  in carcere per corruzione e tentata estorsione, ha raccontato nel gennaio scorso ai pm: “Circa i conti all’estero di Gavioli non ne so nulla.
Anzi posso dire che andava spesso in Lussemburgo con Bellamio (il commercialista veneto, anche lui arrestato, ex amministratore del calcio Napoli, ndr) da Angelo Zito con buste di soldi”.
Prima di lasciare Napoli, i vertici di Enerambiente, in combutta con l’imprenditore tedesco, e il sindacalista D’Albero provano a spolpare quel che resta di Asia.
Nelle carte dell’inchiesta, proprio sulla municipalizzata, spunta anche un rapporto ravvicinato tra il sindacalista Vincenzo D’Albero, arrestato per associazione a delinquere e una sfilza di reati, e Carlo Lupoli, attuale direttore delle risorse umane di Asia, non indagato.
Lo stesso D’Albero che presentava ai vertici Enerambiente le liste con i nomi da assumere, che accettava pagamenti in nero per assecondare le malefatte della proprietà  e che al telefono, mostrando il suo controllo sugli operai, a seconda dei suoi interessi riferiva: “Gli autisti o rientrano o gli faccio male”.
I pm sul rapporto con Lupoli scrivono che dalle telefonate emerge: “Una una forte influenza esercitata dal sindacalista sul funzionario Asia, al limite di una inversione di quella che dovrebbe essere la rispettiva ‘forza relazionale’”.
Più avanti chiosano: “Appare difficilmente comprensibile un’atteggiamento così tanto arrendevole in capo a un soggetto che ha il compito di gestire il personale di una grande società  come Asia”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ALLE REGIONALI SICILIANE ESORDIO DELLA LISTA ZAMPARINI

Giugno 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL PATRON DEL PALERMO CALCIO LANCIA LE SUE LISTE CIVICHE IN VISTA DELLE ELEZIONI… IN POLE COME CANDIDATO ALLA PRESIDENZA IL SINDACO DI RAGUSA DIPASQUALE

Il patron del Palermo Calcio Maurizio Zamparini lancia le sue liste civiche in vista delle elezioni regionali e in pole come candidato alla Presidenza c’è il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale.
Al Teatro Politeama, l’imprenditore friulano ha convocato tutti i protagonisti di questa sua iniziativa, che ha messo insieme varie esperienze in giro per la Sicilia, dal movimento dei Forconi a quello del sindaco di Ragusa.
Strizza l’occhio a destra, ma cerca sponde anche verso il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
In prima fila, non a caso, ci sono tra gli altri alcuni esponenti del movimento dei Forconi, il candidato sindaco del Pdl e dell’Udc Massimo Costa, e anche il sindaco Orlando.
“Sta nascendo in Europa e in tutto il mondo un pensiero globale di rinnovamento, il nostro movimento per la gente vorrebbe creare una socialità  nuova e una nuova economia   –   dice Zamparini   –   per farlo, in Sicilia ho incontrato Dipasquale e insieme abbiamo dato avvio al movimento nell’Isola”.
“Turismo, agricoltura e energia sono questi i tre capisaldi su cui punteremo in Sicilia   –   aggiunge Zamparini   –   . Il sogno che vorremmo realizzare è creare una nuova economia al servizio della gente, per la quale stiamo lavorando insieme ai sindaci dell’Isola, è una cosa nella quale credo. Nello Statuto di questa regione c’è un punto che rappresenta una grande fortuna: si può battere moneta”.
Un possibile candidato a governatore è proprio il sindaco di Ragusa: “Viviamo un forte disagio, un disagio economico e politico, la gente si è disaffezionata ai partiti   –   dice Dipasquale   –   con Zamparini cercheremo di far convogliare tutti i movimenti nati negli ultimi mesi in nome proprio dell’antipolitica in una confederazione, per presentarci già  alle prossime elezioni regionali con un programma, una lista e un presidente. Non ci saranno deputati uscenti, vogliamo liste nuove fatte da amministratori e da gente della società  civile. Se sarò candidato alle Regionali? Sì se ci sarà  dietro un progetto concreto”.
In platea, come detto, anche Orlando: “Sono stato invitato e in qualità  di sindaco sono intervenuto, ma sono fortemente impegnato a sostegno del mio partito, che si chiama Palermo   –   dice   –   il mio miglior augurio per la Sicilia è che il nuovo governatore abbia anch’esso un solo partito, la Sicilia. Allo stesso modo estendo l’augurio all’Italia. I partiti si sono dimostrati inadeguati a rappresentare gli elettori. Anche l’Idv: alle scorse amministrative ha avuto l’11 a primo turno e io il 48 per cento”.

Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica“)

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LUSI: ECCO LE LETTERE DI RUTELLI SUI SOLDI DELLA MARGHERITA

Giugno 25th, 2012 Riccardo Fucile

LE INDAGINI SULL’EX TESORIERE: SPUNTA UN APPUNTO CON LE INDICAZIONI PER LA GESTIONE DI 1,5 MILIONI DI EURO… POSSIBILI NUOVI INTERROGATORI PER RUTELLI E BIANCO

Ha sempre sostenuto di non essersi occupato della gestione finanziaria del partito «perchè a questo avevamo delegato il tesoriere».
E invece sarebbero proprio i documenti consegnati due giorni fa da Luigi Lusi ai magistrati romani a smentire la tesi di Francesco Rutelli.
Tra le carte depositate durante l’interrogatorio che si è svolto sabato pomeriggio nel carcere di Rebibbia ci sono infatti due lettere, una a mano e una al computer, scritte proprio da Rutelli.
Ed entrambe riguardano la destinazione dei rimborsi elettorali ottenuti dalla Margherita dopo lo scioglimento e la fusione con i Ds nel Partito democratico avvenuta nel 2007. Non solo.
Altri appunti si riferiscono alle somme versate a diversi esponenti del partito, in particolare Enzo Bianco e Matteo Renzi.
«E le indicazioni – ha sostenuto Lusi – arrivavano dal segretario con il quale avevo un confronto costante, anche se spesso riuscivamo a parlarci per non più di dieci minuti». Subito dopo ribadisce che «lui era perfettamente a conoscenza degli investimenti immobiliari, tanto da suggerirmi la creazione di una società  estera».
Versione smentita da Rutelli che su questo ha già  depositato una querela.
Il confronto a distanza dunque non è terminato, anzi, promette scintille.
Perchè da questa mattina cominceranno le verifiche affidate alla Guardia di Finanza e al termine è possibile che Rutelli, ma anche Enzo Bianco e altri leader del partito vengano nuovamente interrogati dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal suo sostituto Stefano Pesci, i titolari dell’indagine avviata nel dicembre dello scorso anno su alcune operazioni bancarie sospette che hanno consentito di scoprire un ammanco di oltre 25 milioni.
Soldi che Lusi è accusato di aver rubato insieme alla moglie, ad altri familiari e a due commercialisti.
Nell’appunto scritto a mano, che Lusi colloca nel 2009 ma senza poter specificare la data precisa, Rutelli parlerebbe della destinazione di un milione e mezzo di euro, di cui almeno 600 mila per la sua corrente.
Soldi che il tesoriere avrebbe dovuto gestire.
Poi rimprovererebbe Lusi per aver restituito al Parlamento europeo alcuni fondi destinati al Pd di Bruxelles di cui il senatore amministrava le finanze.
Anche nell’altra lettera, scritta al computer e datata 10 novembre 2009 si parla di denaro, ma su quale sia l’uso che ne deve essere fatto bisognerà  adesso effettuare alcuni accertamenti perchè, come sottolineano gli inquirenti, «si tratta di comunicazioni molto sintetiche e non esplicite, dunque si dovrà  capire dove sono effettivamente finite le somme».
Molto più dettagliate sono le mail che Lusi spediva a Rutelli, anch’esse consegnate durante l’interrogatorio di fronte al giudice Simonetta D’Alessandro che ha ordinato l’arresto del tesoriere e ha ottenuto il via libera all’esecuzione dall’aula di Palazzo Madama con un voto che non ha precedenti visto che mai prima d’ora era stata autorizzata la cattura di un senatore.
In tutto agli atti sono state allegate una decina di pagine nelle quali il tesoriere fa presente che i «soldi saranno destinati a singole persone» e questo, ha affermato rispondendo alle domande del giudice, «dopo aver preso la decisione di spartire il denaro dei rimborsi per evitare che dopo la fusione finissero nelle casse del Pd».
In particolare c’è una mail nella quale Lusi avrebbe proposto di far confluire i fondi sui conti di «associazioni e fondazioni» cosa che effettivamente è poi avvenuta, almeno in parte.
Ed è proprio quando affronta l’argomento relativo a questa presunta spartizione che Lusi cita Bianco e Renzi.
Secondo il tesoriere la scelta di spartirsi i finanziamenti tra le correnti dei rutelliani e dei popolari risale al 2007.
Un mese fa, durante la sua audizione di fronte alla Giunta del Senato, aveva sostenuto che anche gli investimenti immobiliari rientravano in questa politica di divisione e che lui era di fatto il «fiduciario» dell’operazione.
Ieri ha aggiunto nuovi dettagli, e anche su questo bisognerà  adesso cercare eventuali riscontri. Perchè Lusi sostiene che quegli acquisti di appartamenti e ville furono «fatti per conto dei rutelliani e decisi ben prima dello scioglimento della Margherita».
La tesi – che è accusato di aver rubato circa 25 milioni di euro al partito una parte dei quali utilizzati proprio per comprare lussuose proprietà  al centro di Roma e in campagna, ma anche per ristrutturare appartamenti che già  possedeva in Abruzzo – è che «fu Rutelli ad autorizzare quegli acquisiti consigliandomi anche di utilizzare una società  estera, visto che mia moglie è canadese».
L’interessato ha smentito parlando di «bufale pronunciate da un ladro», ma ora Lusi aggiunge un nuovo dettaglio: «Accadde prima del 2007», dunque quando la Margherita era ancora un partito autonomo e Rutelli era vicepresidente del Consiglio con il governo guidato a Romano Prodi.
L’ennesima bordata in una guerra che appare senza fine.

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)

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