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LA CARICA DEI 96 INDAGATI: IL RECORD E’ DEL PDL CON 56 ESPONENTI SOTTO INCHIESTA

Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile

ECCO I PARLAMENTARI USCENTI CHE RECLAMANO ANCORA UN SEGGIO

Alla prova del voto la legge sulle liste pulite si rivela per quello che molti commentatori avevano paventato che potesse essere, un clamoroso flop.
Nonostante ben tre ministeri di peso – Interno con Cancellieri, Giustizia con Severino, Funzione pubblica con Patroni Griffi – si siano impegnati per mesi, il risultato ora è sotto gli occhi di tutti. In vista della chiusura sui candidati, quella legge si rivela non sufficiente per garantire effettivamente “liste pulite”.
Il divieto di candidarsi per i soli condannati in via definitiva con una pena minima di due anni per reati gravi non ferma la grande massa dei nomi più discussi, tutti coloro che hanno processi in corso per reati gravi, dall’associazione mafiosa o camorristica alla corruzione, al finanziamento illecito alla frode.
Una carica di 95 parlamentari uscenti, tutti con condanne ancora non passate in giudicato o ancora indagati, irromperà  nella gara per palazzo Madama e per Montecitorio.
La parte del leone la farà  ancora il Pdl che, con Silvio Berlusconi alla testa, guida la classifica dei politici italiani nei guai con la giustizia.
Dopo il Cavaliere, che rischia nel 2013 una condanna definitiva a 4 anni per il caso Mediaset e una nuova sentenza negativa per la vicenda Ruby, ecco i personaggi più noti del suo entourage. In testa Denis Verdini che addirittura sta materialmente selezionando i candidati, nonostante abbia tre inchieste con cui fare i conti.
Il Pdl potrebbe rilanciare ex onorevoli ed ex senatori che hanno riempito le cronache giudiziarie, da Aldo Branchera Salvatore Sciascia, da Alfonso Papaad Altero Matteoli.
Ma il vero caso delle prossime elezioni, visto dal cotè dei palazzi di giustizia, rischia di essere quello del gruppo Grande Sud del ex deputato Pdl Gianfranco Miccichè.
La sua futura lista, collaterale a quella di Berlusconi, potrebbe raccogliere alcuni degli inquisiti e già  condannati più chiacchierati e quindi più scomodi per l’ex premier.
Il nome più noto in prima battuta è quello di Marcello Dell’Utri, l’ex manager di Publitalia, senatore uscente, che rischia una pesante condanna per concorso in associazione mafiosa. Grazie all’esclusione dalla legge sull’incandidabilità  di chi ha patteggiato una pena, per lui non conta il verdetto definitivo a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale che risale al ’99.
Ma sono i processi di Palermo i più imbarazzanti, soprattutto quello sul concorso in 416bis che lo ha visto subire una pena di 9 anni in primo grado poi ridotta a 7, fermata dalla Cassazione per un annullamento e il rinvio a un nuovo appello.
Accanto a Dell’Utri potrebbe correre Nicola Cosentino, salvato dall’arresto grazie al no della Camera nonostante un’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. A
ltri due inquisiti noti come Clemente Mastella e l’ex Idv Americo Porfidia potrebbe trovare un posto con Miccichè.
Esiste ovviamente un caso Lega, soprattutto dopo la nuova inchiesta esplosa per la gestione dei fondi al Senato, che vede coinvolti l’ex ministro Calderoli e il capogruppo Bricolo.
Dibattito anche nell’Udc per il segretario Cesa per via di una condanna per corruzione annullata per incompatibilità  del gip.
Ma è nel Pd che, giusto domani nella direzione del partito, si porrà  il problema di che fare non solo di chi, parlamentare uscente, conta una condanna, ma di chi ha vinto le primarie di fine dicembre e ha un nome che figura in qualche inchiesta.
A porre il problema è stato l’ex pm di Venezia Felice Casson, adesso il Pd è chiamato a confrontare la posizione dei singoli aspiranti con il suo codice etico.
A far discutere le vicende giudiziarie degli ex parlamentari Giovanni Lolli, aquilano, imputato per favoreggiamento, Nicodemo Oliverio, di Crotone, imputato per bancarotta fraudolenta, Vladimiro Crisafulli, ennese, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio.
Tutti e tre hanno vinto le primarie.
Ad essi si aggiungono altri vincitori i cui nomi sono però finiti nelle cronache giudiziarie.
Si tratta di Bruna Brembilla, milanese, citata in un’indagine sulla ‘ndrangheta; Andrea Rigoni, di Massa, condannato a 8 mesi per abuso edilizio, ma prescritto; Ludovico Vico, di Taranto, intercettato nell’inchiesta sull’Ilva mentre progetta di attaccare l’ex presidente di Legambiente Della Seta una volta arrivato in Parlamento; Antonio Papania, di Alcamo, che ha patteggiato una pena di due mesi per abuso di ufficio nel 2002.
Nel Pd l’aria che si respira è questa: coinvolgimenti non significativi, condanne lievi.
Rischia soprattutto Vico, l’unico che non ha vinto direttamente le primarie.

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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ALITALIA BALUARDO DEL TURISMO, L’ULTIMA BUFALA DI BERLUSCONI: TRATTE INTERNAZIONALI GIA’ IN MANI STRANIERE

Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile

SLOGAN COME NEL 2008, MA I FATTI LO SMENTISCONO

Chi porta i turisti berlinesi a Roma? Alitalia? Errore.
Klm o Air France che sulla tratta Roma-Berlino operano per conto della “compagnia di bandiera”.
E i russi?
Il 50% circa dei voli tra Mosca e Roma venduti dalla società  di Roberto Colaninno e soci li fa Aeroflot.
Va ancora peggio se si va più a est, con la tratta Pechino-Roma che Alitalia ha affidato ai partner francesi e olandesi.
E il film è lo stesso se si guarda all’India, ma anche a sud, dove per andare   da Abu Dhabi a Roma si può comprare il biglietto da Alitalia, ma si deve viaggiare con il partner Etihad o, peggio ancora, con Klm via Amsterdam.
Non va meglio all’interno dei confini nazionali, dove da una parte sono appena stati ridotti (“temporaneamente”) i collegamenti con Bari e Brindisi, dall’altra Pisa e Ancona stanno facendo da apripista per il subappalto ai rumeni di Carpatair, che puntano a gestire il 10% della flotta della “compagnia di bandiera”.
Eppure secondo Silvio Berlusconi, il turismo italiano è appeso proprio all’italianità  dell’Alitalia in queste settimana alla resa dei conti con oltre 600mila euro di perdite quotidiane, debiti che hanno superato quota 700 milioni e una cassa ridotta a 300 milioni, che rendono sempre più concreta la necessità  di una ricapitalizzazione proprio alla vigilia della scadenza, per i soci entrati nel 2008, del divieto di vendere le loro azioni che fino ad oggi aveva bloccato Air France al 25% del capitale della compagnia.
Difficile, del resto, rinunciare, al fortunato slogan elettorale che nel 2008 aveva contribuito a riportare il leader del Pdl a Palazzo Chigi dopo la caduta di Romano Prodi. Già , perchè quella di Air France che ci vuole portare via Alitalia per deviare sui castelli della Loira le orde di cinesi, russi e indiani diretti a Roma non è un’uscita nuova per Berlusconi.
”E’ una follia rinunciare alla compagnia di bandiera. Si tratta di un disastro, ad esempio, nel settore del turismo che si dice crescerà  del 50% rispetto ad ora, grazie anche ai nuovi ricchi di Paesi come Cina, India e Russia che desiderano visitare l’ Europa. E se si affidano ad Air France per un viaggio di 7 giorni   pensate che ce li scarichino qui nelle nostre città  dell’arte o li portino ai castelli della Loira?”, aveva per esempio dichiarato il 31 marzo 2008.
Mancavano 12 giorni alle elezioni e il salvataggio della compagnia di bandiera era di stringente attualità , per il contribuente, per 18mila dipendenti del gruppo, per i creditori, ma anche per l’elettorato leghista molto sensibile alle sorti dello scalo lombardo di Malpensa.
Nel tira e molla elettorale e sindacale, il risultato era stato la fuga di Air France con   la sua offerta di acquisto da 1,7 miliardi di euro che includeva l’accollo per i francesi dei debiti della compagnia, ma anche circa 1.600 esuberi.
E, a seguire, l’operazione dei capitani coraggiosi del “sistema”guidati da Roberto Colaninno e finanziati dalla Banca Intesa di Corrado Passera che per rilevare il succo rimasto della compagnia ormai fallita, avevano messo sul piatto circa 600 milioni in meno dei francesi, senza farsi carico dei debiti della compagnia di bandiera e senza passare per una gara pubblica.
A cascata, quindi, ai contribuenti è toccato pagare un conto complessivo stimato in una somma compresa tra 3 e 4 miliardi di euro, a 7mila dipendenti è toccata la cassa integrazione e i consumatori hanno dovuto fare i conti con gli effetti sulla concorrenza dell’inserimento nell’operazione Fenice della Air One di Carlo Toto.
Quanto al flop turistico, oltre all’analisi delle tratte di Alitalia, c’è da ricordare che fino all’affermarsi dell’Alta Velocità  buona parte del fatturato la compagnia lo faceva piuttosto portando i turisti da Milano a Roma e ritorno, senza contare il peso sui margini internazionali del segmento business.
“Invece di argomentare sulla eventuale acquisizione da parte di Air France potrebbe fare un atto concreto ed imprenditoriale: dichiari di voler partecipare egli stesso alla ricapitalizzazione di Alitalia”, ha replicato a Berlusconi il presidente dell’Avia (Assistenti di volo associati) Antonio Divietri.
“Se Berlusconi acquisisse una rilevante quota di Alitalia dimostrerebbe di credere e dare seguito a quello che dice, rispetto alla necessità  di avere un trasporto aereo italiano per aiutare il rilancio del nostro Paese”, ha aggiunto ricordando che “l’inadeguatezza del progetto capitani coraggiosi era evidente sin da principio ed i fatti lo hanno in breve dimostrato. Politiche commerciali erratiche ed erronee hanno generato conti in profondo rosso già  in periodi ante crisi ed oggi i nodi vengono al pettine: in assenza di immediata ricapitalizzazione Alitalia fallisce. Gioverebbe una inchiesta che portasse alla luce quegli enti o persone fisiche che hanno tratto vantaggio in questa vicenda, noi conosciamo chi ha perso: cittadini e lavoratori”.
In effetti già  cinque anni fa Berlusconi, che con la cavalcata della bandiera del turismo italiano da salvare si era guadagnato un nuovo posto al sole a Palazzo Chigi, come imprenditore, si era ben guardato dal partecipare all’affare, nonostante il 21 marzo del 2008 avesse ventilato ai microfoni di Sky Tg24la possibilità  di un ingresso dei suoi figli nella partita (”ne ho parlato solo fuggevolmente con i miei figli, ma li conosco e so che sono fatti in una certa maniera e non si tirerebbero indietro se qualcuno chiedesse loro di unirsi ad un esercito di imprenditori anche perchè non ci sarebbe nessun conflitto di interessi perchè sarebbe solo un intervento ad adiuvandum”).
Quanto ai 21 “patrioti” del 2008, tramontata (o mai nata) come sembra l’ipotesi di un nuovo salvataggio di Stato targato Ferrovie dello Stato, starebbero studiano l’aggregazione delle loro quote azionarie per rafforzare il fronte italiano.
Un’operazione che potrebbe essere gestita o da un fondo azionario o da un’azionista italiano del settore dei trasporti come il gruppo Benetton, già  socio di Alitalia che per di più ha appena incassato il contratto di programma per Aeroporti di Roma con il relativo aumento delle tariffe.
Non si può escludere a priori neanche un ruolo futuro per il fondo F2i di Vito Gamberale tanto attivo sul settore e legato a doppio filo sia con lo Stato via Cassa Depositi e Prestiti, sia con Intesa, che oltre ad essere azionista e creditore di Alitalia è anche tra gli sponsor del fondo dell’ex amministratore delegato di Autostrade.
Sull’affare Alitalia, in ogni caso, l’ultima parola spetterà  al futuro primo ministro.
Sulla base del decreto legge 21 del 15 marzo 2012 (convertito in legge l’11 maggio 2012) il governo di Mario Monti ha infatti attribuito “al Presidente del Consiglio dei Ministri il compito di individuare le reti e gli impianti, i beni e i rapporti di rilevanza strategica per il settore dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni e un potere di veto avverso qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata a una società  che detiene uno o più degli attivi individuati”.

Costanza Iotti e Gaia Scacciavillani
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PROBLEMI A SINISTRA: SULLE LISTE IL PSI MINACCIA DI SFILARSI, RECUPERATA LA CONCIA

Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile

IMPASSE PER BERSANI IN SICILIA E FRIULI, AL SENATO PATTO CON GLI ARANCIONI

Con ottimi sondaggi sul tavolo, il Pd studia l’offensiva per il Senato.
È il tallone d’Achille che Bersani non può sottovalutare, e su cui in queste ore si sta discutendo, in un intreccio tra scelta di candidati forti (Piero Grasso; Maria Chiara Carrozza; Guglielmo Epifani), accordi, e “casi” irrisolti.
Come la trattativa con i socialisti di Riccardo Nencini.
Il segretario del Psi è arrivato a Roma sabato, per chiedere il rispetto degli accordi su numero e “peso” dei candidati nelle liste. Partita ancora aperta.
Tanto che Nencini dichiara di essere pronto a non candidarsi personalmente, e di preparare delle liste del Psi autonome per il Senato in Lazio, Campania e Basilicata.
Sarebbe un danno per il Pd, dove qualcuno immagina persino “accordi tecnici” di non belligeranza con il Movimento Arancione di Ingroia-De Magistris per evitare competizioni a sinistra, ad esempio in Sicilia e in Veneto.
Ottenere la maggioranza al Senato per Bersani è dare scacco a Monti e alle mire centriste sulla premiership.
Il puzzle delle liste democratiche si compone con difficoltà , a 48 ore dal via libero definitivo in Direzione domani. Il Friuli e la Sicilia sono ancora in pieno caos.
Debora Serracchiani, segretaria democratica friulana, ingaggia un braccio di ferro e interrompe le trattative: «Quattro paracadutati da Roma sono troppi».
Ci si aggiorna a oggi.
In Piemonte, Mariella Enoc ringrazia ma rinuncia.
All’ex presidente di Confindustria piemontese, manager della sanità , cattolica, era stato offerto il primo posto in lista davanti a Cesare Damiano o nella circoscrizione 2. Un modo per equilibrare il “gauchista” Damiano. Niente da fare.
Ignazio Marino sarà  capolista piemontese al Senato, nonostante lui preferisse il Lazio.
Incassa però la candidatura in un posto sicuro di Paola Concia, deputata uscente della corrente mariniana, leader lesbo-gay.
In tarda serata si riaprono le speranze per Stefano Ceccanti e per il renziano Roberto Reggi.
In Toscana potrebbero essere due donne capolista: al Senato (Maria Chiara Carrozza) e alla Camera (Michela Marzano, seguita da Andrea Manciulli).
La Sicilia è in alto mare; oggi il segretario Giuseppe Lupo dovrebbe tornare a Roma, i siciliani non vogliono più di sei nomi nazionali. Beppe Fioroni, dato per possibile capolista in Sicilia orientale (oltre che secondo in Lazio 2), stamani ribadirà  nell’incontro con Migliavacca che è ben contento così.
Matteo Renzi ha fatto avere al tavolo delle candidature la sua lista dei 17, sicuri sarebbero Simona Bonafè (in Lombardia); Francesco Bonifazi, Ivan Scalfarotto, Luca Lotti, Laura Cantini, Nadia Ginetti, Maria Elena Boschi, Paolo Gentiloni, Lino Paganelli, Ermete Realacci, Cristina Alicata, Alessandra Tresalli (consigliere di Carbonia), Michele Ansaldi (ex portavoce di Rutelli). Si è fatto anche il nome del giornalista Beppe Severgnini. Inoltre.
Appello del regista Scola e di Sergio Zavoli per recuperare Vincenzo Vita, esperto di media. Enzo Bianco, l’ex ministro dell’Interno che non si candida ma potrebbe essere in corsa per fare il sindaco di Catania, replica ai montiani del Pd e alle tentazioni di saltare il fosso: «Il profilo democratico-liberale nel Pd dovrà  essere di indubbia rilevanza».
Ma la lealtà  a Bersani pure.

Giovanna Casadio

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