Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL BALZELLO VIENE FATTO PAGARE AI PRIMI SEI NELLA LISTA AL SENATO E AI PRIMI NOVE ALLA CAMERA… LA LEGA SI FIDA TANTO DEI SUOI CHE LI OBBLIGA A FIRMARE DAVANTI AL NOTAIO
Un gettone d’ingresso per diventare parlamentare. 
È quello che chiedono il Pd e il Pdl ai loro candidati. E più precisamente ai primi sei nella lista al Senato e i primi nove della Camera.
Quasi fosse un balzello, un pegno da pagare perchè tanto quei soldi, a spese dei contribuenti, rientreranno attraverso lo stipendio.
La differenza della pratica bipartisan sta solo nelle cifre: il Pd chiede 35mila euro, il Pdl 25mila.
Ma la differenza è anche nel metodo di pagamento: i berluscones pretendono che la somma sia cash e assolutamente anticipata, nel partito di Bersani c’è invece la possibilità di rateizzare la cifra.
Più alta, ma pagata nei mesi di mandato attraverso una detrazione dallo stipendio di deputato a favore del partito.
Non ne fanno uno scandalo gli aspiranti onorevoli che lo chiamano “contributo alla campagna elettorale”.
“Ciascuno di noi versa la stessa cifra, poi ovviamente se non vieni eletto ti viene restituito fino all’ultimo centesimo”, chiarisce il Carlo Giovanardi, che alle prossime politiche corre per il Senato, dietro a Silvio Berlusconi e ad Anna Maria Bernini.
Un gigante del partito, mai messo in discussione e che ha precisato che per fare il parlamentare occorre soprattutto “esperienza”.
Giovanardi, che nell’ultimo governo Berlusconi è stato sottosegretario, è deputato dal 1992. La bellezza di 21 anni.
E un seggio sicuro anche alle prossime elezioni.
Nonostante le posizioni omofobe più volte espresse, sino alla negazione dell’Olocausto per i gay pronunciata proprio nella Giornata della memoria.
“Paga solo chi si trova in cima alla lista e che quindi ha buone chance di essere eletto, sicuramente non quelli in seconda fascia”, spiega Filippo Berselli, senatore e coordinatore del Pdl in Emilia Romagna, entrato in Parlamento la prima volta 30 anni fa con l’Msi.
Berselli, a sorpresa, non sarà candidato.
Ma lui l’ha presa con filosofia, e difende il partito e il gettone d’ingresso .
“Non vuol dire pagarsi il posto – spiega — ma fare un investimento, che, se si tiene conto degli stipendi da parlamentari, non è poi così elevato. In fondo, prima del Porcellum, quando c’era ancora il sistema con le preferenze, ognuno per guadagnarsi i voti doveva tirare fuori i soldi per spot, cartoline, santini, cartelloni e manifesti, andando a sborsare molto di più. Per questo oggi pagano tutti con il sorriso sulle labbra”.
E se non dispongono subito di quella cifra?
“Se la fanno prestare. Ne troveranno a bizzeffe di finanziatori. La pratica è stata introdotta nel 2006, non ci sono mai stati problemi”.
Berselli ironizza, ma nel suo partito, un altro escluso illustre, Fabio Garagnani, non ha preso bene la mancata candidatura : “Io avevo già pagato i 25mila euro e non mi hanno messo in lista”. Garagnani, perchè non sollevasse un caso, dopo tre giorni è stato rimborsato fino all’ultimo centesimo.
Uu sistema diventato ormai una tradizione.
“Diamo una mano al partito dai tempi del Pci — racconta Andrea De Maria, candidato alla Camera dopo aver sbancato alle parlamentarie di Bologna con oltre 10mila preferenze — Qui in Emilia Romagna la somma richiesta è 35mila euro, da versare nei cinque anni di legislatura con un prelievo dalle indennità da parlamentari. Non c’è niente di male”.
Nel partitone potrebbe essere concesso uno strappo alla regola ai candidati più giovani e con meno disponibilità .
Probabile che Bersani conceda loro uno sconto. “Quello che mi chiederanno verserò, sono le regole e le rispetto” dice convinto Enzo Lattuca, classe 1988, enfant prodige del Pd alle prossime elezioni.
“Al limite chiederò un prestito un banca. Non credo incontrerò difficoltà ”.
Contributi a rate anche nella Lega Nord.
Secondo quanto raccontato alla Procura di Forlì dalla ex-segretaria di Umberto Bossi Nadia Dagrada, dal 2000 il Consiglio federale del Carroccio obbliga i candidati a pagarsi il seggio in Parlamento, facendo firmare un’impegnativa davanti al notaio. L’accordo prevede 2000 euro al mese alla prima elezione, e 2400 euro alla seconda, da versare nei 60 mesi di legislatura.
Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IN EMILIA CORRE PER FLI LA NIPOTE DEL DUCE: “FU UN GRANDE STATISTA”
È lontana dalla eleggibilità ma ha scelto di correre lo stesso anche Edda Negri Mussolini.
Sua madre, Anna Maria, è stata l’ultima figlia del Duce.
“Un cognome pesante” spiega, che ha scelto di utilizzare solo di recente, a fianco a quello del padre, “per sottolineare l’onestà di mio nonno. Noi non abbiamo mai mangiato grazie alla politica, solo con i suoi lavori da giornalista”.
Già sindaco in una lista civica a Gemmano, in provincia di Rimini, Edda Negri Mussolini ha aderito sin da subito a Fli, nonostante l’abiura del fascismo da parte di Fini.
“Su alcune cose sono d’accordo, su altre meno – distingue lei – mio nonno ha fatto degli sbagli, come le leggi razziali, ma è stato un grande capo di Stato. Grazie a lui abbiamo avuto l’architettura fascista, le leggi sociali a difesa dei lavoratori e delle donne e le bonifiche”.
Anche la nipote di Mussolini boccia Berlusconi: “Pure mio nonno è stato processato, ma non per aver rubato”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE INTORNO AI 9 PUNTI IL DISTACCO TRA CDS E CDX… MONTI AL 15%: IL 40% DEI CONSENSI DA EX ELETTORI PDL, IL 18% PROVENGONO DA EX PD
Metà dei consensi potenziali della lista Monti arriva dai «delusi» del centrodestra 
Le intenzioni di voto degli italiani non hanno subito, negli ultimi giorni, modificazioni di particolare rilievo.
È vero che diversi sondaggi mostrano, peraltro in misura differente, variazioni nel seguito di questo o quel partito.
Ma si tratta di scarti di entità relativamente modesta, che non sembrano sin qui intaccare l’assetto complessivo che è andato progressivamente delineandosi dall’inizio di gennaio ad oggi.
Che vede il sostanziale mantenimento del considerevole vantaggio acquisito dal centrosinistra, oggi attestato complessivamente attorno al 37%.
In realtà , la distanza si è un pò attenuata negli ultimi tempi, anche a causa di un lieve arretramento del Pd.
In questo momento, il partito di Bersani oscilla tra il 30 e il 31% (anche se alcuni istituti lo collocano sotto questa soglia e se i sondaggi – compreso quello qui presentato – sono stati effettuati prima della vicenda Monte dei Paschi di Siena, che potrebbe forse ledere ulteriormente il consenso per il Pd), avendo goduto in passato di un seguito giunto fino al 33%.
Un altro motivo per cui il divario del centrosinistra sul centrodestra si è eroso rispetto agli inizi del mese è il recupero messo in atto nelle prime settimane di gennaio da Berlusconi con le sue presenze televisive.
Un trend che, tuttavia, sembra essersi arrestato già dopo l’apparizione da Santoro, dato che negli ultimi tempi i consensi per il Pdl sono rimasti stabili.
Oggi il partito del Cavaliere si colloca tra il 18 e il 19% (ma alcuni istituti lo stimano al 17%).
Nell’insieme, il centrodestra ottiene circa il 27% dei consensi, con una distanza di 9-10 punti dal centrosinistra (secondo alcuni istituti di sondaggio 7-8%), mentre la lista di Monti si attesta oggi attorno al 14-15%, senza registrare anch’essa particolari mutamenti in confronto a qualche settimana fa.
Ma da dove vengono questi voti?
Quanti elettori che avevano optato per un partito nel 2008 confermano oggi la loro scelta?
E da quali forze politiche provengono i consensi ottenuti sin qui da Monti?
Come era facile immaginare, il partito che riscontra una minore fedeltà tra gli elettori è il Pdl.
Per molti mesi, specie nella seconda metà del 2012, esso ha visto infatti un forte decremento di consensi, che ha provocato anche la violenta crisi interna che ha attraversato il partito.
Ancora oggi è una minoranza, seppure cospicua (40%), degli elettori per il Pdl nel 2008 a riconfermare la fiducia.
Molti (21% dell’elettorato del 2008) sono tutt’ora rifugiati nell’indecisione e nell’astensione e quasi un decimo sceglie il Movimento 5 Stelle.
E il supporto giunto al Pdl da ex elettori per altri partiti ha solo parzialmente attenuato questa forte erosione.
Anche l’altra componente del centrodestra, la Lega, vede un flusso di una parte consistente (21%) del suo elettorato di cinque anni fa verso l’astensione o l’indecisione (e poco più del 7% dirigersi verso il M5S), benchè la maggioranza (56%) resti fedele. È da rilevare anche l’esistenza di un contenuto (6%), ma significativo, rivolo di voti dalla Lega a La Destra.
Assai più alto è invece il tasso di fedeltà rilevato per il Pd (68%), che vede comunque anch’esso una più modesta deriva verso il M5S e l’astensione o indecisione, a fronte, anche in questo caso, di un afflusso da parte di ex elettori di altri partiti.
Nel loro insieme, questi flussi in uscita avvantaggiano, accanto alla pattuglia formata da chi è tutt’ora indeciso o tentato dall’astensione, i soggetti politici nuovi che affrontano queste consultazioni: il Movimento 5 Stelle e la Lista Monti.
Entrambi attraggono consensi che una volta erano sia del centrodestra, sia del centrosinistra.
In particolare, quasi metà (40%) dei votanti attuali per il Professore proviene dal Pdl e il 18% dal Pd.
Mentre al M5S giungono anche molti consensi da chi in passato si era astenuto: costoro formano oggi quasi un quarto dell’elettorato di Grillo.
L’esito finale delle consultazioni dipenderà dunque dalle scelte degli indecisi, che spesso formano la loro scelta all’ultimo momento.
Qui sono presenti elettori di tutti gli schieramenti, con una netta maggioranza, tuttavia, di ex votanti per il centrodestra.
Che sono, con tutta evidenza, l’oggetto delle speranze di recupero del Cavaliere.
Ma anche – lo si è visto negli ultimi giorni – uno degli obiettivi principali della campagna del presidente Monti.
Renato Mannehimer
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
UN ONOREVOLE SU CINQUE AVRA’ MENO DI 35 ANNI ALLA CAMERA E 50 AL SENATO…CENTINAIA GLI ESORDIENTI, IN TESTA GRILLINI E VENDOLIANI… NEL PDL CONFERMATO L’80%
Come sarà il prossimo Parlamento? A questa domanda si dovrebbe rispondere che lo sapremo soltanto tra un mese, dopo il voto, ma non è così.
La legge elettorale con cui saremo chiamati alle urne anche questa volta permette ai cittadini di scegliere soltanto un simbolo ma non i deputati e i senatori che li rappresenteranno.
I parlamentari, come noto, li hanno già scelti i partiti – con delle differenze non di poco conto dove ci sono state le primarie – e molti di loro sanno già quante possibilità hanno di conquistare un seggio.
Ogni forza politica ha compilato le sue liste distinguendo tra gli eletti sicuri, i possibili e quelli improbabili basandosi sui sondaggi.
La Stampa, insieme alla Fondazione Hume e a Luca Ricolfi, ha seguito lo stesso percorso per simulare la composizione del prossimo Parlamento.
Abbiamo preso come riferimento il sondaggio Piepoli pubblicato ieri (che indicava quanti possibili seggi ogni partito può conquistare in ogni collegio e in ogni regione alla Camera e al Senato) e incrociandolo con le liste elettorali abbiamo ottenuto dei risultati molto interessanti e in parte sorprendenti.
Il prossimo Parlamento sarà molto più rosa e giovane dei precedenti, portandoci al livello dei Paesi europei più avanzati, e il tasso di ricambio degli eletti, ovvero l’ingresso di volti nuovi, non è mai stato così alto.
Naturalmente non tutte le forze politiche si sono comportate allo stesso modo,
Le previsioni indicano che nei futuri emicicli siederanno deputati con un’età media di 46 anni, a fronte dei 54 della scorsa legislatura, e senatori di 50 anni, contro i 57 di quelli uscenti.
Un rinnovamento che con una donna su tre rafforza la «quota rosa» in Parlamento, finora rappresentato solo da un 21% di deputate e 19% di senatrici.
Per quanto riguarda gli schieramenti politici, il Movimento 5 Stelle vede candidati i più giovani, con un’età media di 42 anni, davanti alla Lega Nord (47), il raggruppamento Lista Monti, Udc, Fli, Sinistra ecologia e libertà e Partito Democratico con 48 anni; a seguire, Popolo della Libertà con un’età media di 49 e Rivoluzione Civile Ingroia con 50. Mentre il maggior numero di donne, pari al 46,3% del totale, sarà nelle file del Pd, seguito da Sel con il 43,7 per cento.
Ultimo «5 Stelle» con solo il 17,3% di presenze femminili.
Tra le curiosità , è una donna — Anna Granato, 20 anni — anche la più giovane candidata al Parlamento, nelle file del Pdl in Campania. E nella stessa regione figura il candidato più anziano — Sergio Zavoli, 89 anni — che corre per il Pd al Senato.
Mario Calabresi
(da “la Stampa“)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI BUTTARSI A CAPOFITTO SULL’AREA DEL NON VOTO… IL NUOVO CONTRATTO CON GLI ITALIANI: “SE FALLISCO MI RITIRO”
Altro che rettore della Bocconi, Mario Monti è un «professorino » capace solo di guardare
l’economia «dal buco della serratura della sua aula».
Silvio Berlusconi prosegue nella campagna di demolizione della figura del premier e stavolta sceglie di colpirlo negli affetti, prendendo di mira i trascorsi accademici di cui il presidente del Consiglio è sempre andato fiero.
Con il cosiddetto «centrino» di Monti il Cavaliere non vuole avere nulla a che fare, nè considera possibile collaborare con «personaggi come Fini e Casini».
Il giorno dopo l’avvio ufficiale della campagna elettorale, Berlusconi torna ad occupare la tv.
Il lieve malore di due giorni fa e gli antibiotici alterano la voce dell’ex premier al Tg1. Il repertorio è quello solito.
Monti non è giudicato neanche in grado di investire un’eventuale vincita di «cinquanta mila euro al Totocalcio», mentre Pierluigi Bersani è ridotto al rango di «politico di mestiere».
A Nichi Vendola, invece, Berlusconi augura un viaggio di solo andata in terra di «comunismo ortodosso: mi piacerebbe mandarlo nel paradiso comunista della Corea».
Ma è con Monti che è ormai conflitto aperto.
Berlusconi non ha gradito le avances rivolte dal premier a un Pdl deberlusconizzato, l’ha considerato un affronto personale.
Ma in privato ha anche sottolineato l’atteggiamento ondivago dell’ala moderata del Pdl: «Volevano diventare montiani, oggi sembrano più berlusconiani di me…
«.Il Cavaliere è costretto ad alzare i toni, sa che i sondaggi sono inchiodati ormai da giorni e non accennano a migliorare. Nelle prime settimane di campagna ha recuperato un po’ di terreno, ma nessun istituto demoscopico segnala un nuovo sprint. Il 20% è considerato già un traguardo difficile da superare, così gli ha spiegato la sondaggista di fiducia.
Eppure l’ex premier continua a sperare: «Abbiamo recuperato 10 punti in meno di un mese». Ora la mission diventa buttarsi a capofitto sull’area del non voto, perchè «quasi il 50% sono elettori che nel 2008 ci avevano dato il loro voto».
A Palazzo Grazioli le tentano tutte pur di accompagnare lo sforzo del leader. Accettano qualsiasi intervista, si propongono a moltissime trasmissioni.
La prossima settimana, ad esempio, Berlusconi sarà ospite di Bianca Berlinguer durante il Tg3 e si offrirà agli ascoltatori del programma radiofonico “Un giorno da pecora”.
Gli ambasciatori berlusconiani stanno anche ragionando con Ballarò e Lucia Annunziata in vista di una possibile incursione del Capo.
Il vero nodo resta invece la sfida con i leader delle altre coalizioni.
«Noi accettiamo tutto – spiega Paolo Bonaiuti – mentre da quanto so Bersani non vuole il confronto a due».
Una cosa è il forcing mediatico, altra la volontà di girare l’Italia per tenere comizi nei palazzetti.
La promessa di venti incontri pubblici nelle venti Regioni resterà solo una promessa. Berlusconi si concentrerà soprattutto sulle cinque circoscrizioni senatoriali in bilico, a partire dalla Lombardia.
E proprio in un palasport di Milano si chiuderà la campagna elettorale.
Il tour si concentrerà comunque nella settimana di Sanremo, dal 12 al 16 febbraio, quando l’audience sarà monopolizzata soprattutto dal festival.
Per tirare la faticosa volata elettorale Berlusconi intende far fruttare al meglio anche il nuovo “Contratto con gli italiani”.
Scartata l’ipotesi di tornare negli studi di Bruno Vespa – avrebbe il sapore del ritorno all’antico – si sta ora valutando la location migliore.
Sarà comunque un evento pubblico, cucito su misura.
E non è detto che sia in uno studio televisivo.
Nel testo è prevista anche una clausola finale, con la quale Berlusconi prometterà che, in caso di fallimento, si ritirerà dalla scena pubblica.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
SPARITI 150.000 EURO IN UN GIRO DI FATTURE FALSE
Fatture false pagate su conti esteri e capitali fatti rientrare in Italia in contanti.
Passa attraverso una triangolazione con gli Stati Uniti la tangente da 600 mila euro che sarebbe stata pagata per la fornitura di 45 filobus della Breda Menarini al Comune di Roma.
Soldi che secondo Edoardo D’Incà Levis, il mediatore incaricato di accantonare la provvista «in nero» poi diventato testimone chiave dell’inchiesta, sarebbero finiti «alla segreteria di Alemanno».
Sono gli atti processuali depositati dopo il suo arresto a ricostruire il percorso del denaro.
Rivelando un particolare che non appare affatto superfluo e sul quale sono stati disposti nuovi accertamenti: dal conto finale sono spariti almeno 150 mila euro. D’Incà Levis aveva infatti messo da parte 600 mila euro, ma poi gli fu detto che servivano altri fondi «per la politica» e la cifra effettivamente fatturata è pari a 850 mila euro, dai quali bisogna togliere la sua «provvigione» di 100 mila euro.
Chi ha preso la differenza?
La domanda sarà girata a Riccardo Mancini, fedelissimo del sindaco di Roma che giovedì scorso si è dimesso da amministratore delegato di Ente Eur e viene indicato come uno dei destinatari della «mazzetta».
E a Roberto Ceraudo, l’amministratore delegato di Breda finito in carcere la scorsa settimana proprio perchè accusato di aver fatto da «collettore» per la tangente.
In una cassetta di sicurezza a lui intestata aperta presso il Banco di Napoli sono state trovate banconote fascettate che potrebbero far parte del «tesoretto» nascosto.
E proprio su questo il pubblico ministero Paolo Ielo, titolare dell’indagine, ha già ordinato ulteriori verifiche.
Consulenze negli Stati Uniti
Siamo nel luglio 2008. Nelle stanze del Campidoglio si parla evidentemente dell’acquisto dei filobus, ma non c’è nulla di ufficiale.
Eppure i manager sono già allertati.
Due relazioni della Guardia di Finanza allegate agli atti documentano come «gli accordi contrattuali relativi al rapporto di consulenza sono stati formalizzati in Italia addirittura prima dell’emanazione del bando da parte di “Roma Metropolitane”».
Gli investigatori hanno rintracciato alcune mail spedite da Ceraudo a D’Incà Levis «nelle quali si parla esplicitamente di un’attività definita “Lobby Rome”».
I due decidono di far ricorso ad un sistema semplice e consolidato: utilizzare una società estera «per procacciare fatture per operazioni inesistenti finalizzate alla costituzione della provvista da utilizzare per attività illecite connesse all’appalto». Viene scelta la «Systematic Enterprise LLC». In un «addendum» ai contratti già siglati, sottoscritto il 16 settembre 2008, viene fissata anche la percentuale, pari al 2,69 per cento».
Per l’accusa le date sono fondamentali.
L’appalto viene infatti assegnato al consorzio di imprese di cui entrerà a far parte Breda, soltanto due mesi dopo, esattamente il 20 novembre 2008, eppure tutto è già stato predisposto.
Le cinque fatture contraffatte
Nell’ordinanza di arresto di D’Incà Levis è ricostruito il percorso dei soldi.
Il 5 marzo 2009 la «Systematic Enterprise LLC» emette la prima fattura da 264.153 euro a Breda che però non la contabilizza.
Lo stesso procedimento viene utilizzato il 3 luglio dello stesso anno per un importo di 226.967 euro e il 24 settembre successivo per un cifra pari a 358.600 euro.
Tutti i soldi vengono bonificati su un conto aperto presso una filiale Barclays Bank di Londra.
Il «nero» è dunque accantonato, ma evidentemente ancora non basta.
Nel novembre e nel dicembre 2011 vengono infatti emesse altre due fatture per un totale di 356.497 che però non risultano ancora pagate.
È che potrebbero rappresentare il veicolo per accantonare un’ulteriore «mazzetta» da utilizzare in futuro.
Di certo c’è che i primi 750 mila euro sono già stati distribuiti, come ha raccontato nel suo verbale di interrogatorio dell’8 gennaio scorso proprio il mediatore.
Da Londra li ha spostati su un conto in Svizzera «e poi li ho consegnati in tre tranche a Ceraudo.
Le prime due volte ho dato disposizioni alla banca di consegnare i soldi a una persona che mi aveva indicato un amico che ha provveduto a farli arrivare a Ceraudo.
La terza parte l’ho bonificata su un conto BSI SA Lugano che mi aveva indicato lo stesso Ceraudo». E proprio Ceraudo «nel corso di una conversazione avvenuta via Skype, fece riferimento alla “segreteria di Alemanno” come destinataria delle risorse finanziarie».
Le banconote nel forziere
La richiesta di rogatoria per controllare la movimentazione dei conti esteri è già partita ma, come anticipa il suo legale Alessandro Diddi, «il signor D’Incà Levis – che si trova attualmente in libertà – ha già fornito documentazione inconfutabile e altra ne consegnerà nei prossimi giorni proprio per mettere a tacere tutte le illazioni riguardanti possibili strumentalizzazioni politiche».
Una risposta diretta ad Alemanno che aveva parlato di «falsità a fini elettorali».
E in attesa delle nuove carte, la Finanza è al lavoro per scoprire l’origine dei contanti trovati nella cassetta di sicurezza di Ceraudo.
I soldi sono stati trovati durante una perquisizione effettuata il primo ottobre scorso. Si tratta di 397 banconote del valore di 500 euro ciascuna per un totale di 198.500 euro avvolte in una busta bianca cautelata con elastici.
Sono in corso specifici approfondimenti volti a ricostruire la tracciabilità delle banconote, essendo già emerso che le stesse – da un preliminare esame dei numeri di matricola – risultano essere in parte consecutive e tutte provenienti dall’estero essendo state immesse sul mercato dalle banche centrali di Austria e Germania».
E tanto basta per verificare se possano essere il provento di altri affari illeciti.
Fiorenza Sarzanini
(da “il “Corriere della Sera“)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DELLA PROCURA PUNTA SUI FONDI CHIESTI ALLE BANCHE PER ANTON VENETA
A inizio settembre 2011, travolta dalla crisi del debito sovrano, Mps appare una banca in
affanno: sempre meno liquidità , sempre più perdite causate dall’impazzimento dello spread e difficoltà crescenti a gestire la massa enorme di Btp in pancia.
È in quei giorni che i consiglieri di amministrazione prendono coscienza che devono intervenire.
Ma per farlo, prima devono capire che cosa succede davvero nei portafogli della banca, più di quanto non sapessero (o avrebbero dovuto sapere) fino a quel momento. E a poco a poco capiscono che «non è più consentito compensare eventuali inefficienze… con i rischi finanziari», come disse il 24 novembre 2011 il presidente Giuseppe Mussari riassumendo un ragionamento del consigliere Frederic De Courtois, numero uno della francese Axa, socio al 3,7 per cento.
I verbali del consiglio da settembre a dicembre 2011 – quando come segnale per il mercato il direttore generale Antonio Vigni lascerà la banca in anticipo rispetto all’aprile 2012 (quando lasciò Mussari) – mostrano le preoccupazioni per l’impossibilità di gestire un meccanismo intricatissimo di prestiti e titoli dati a garanzia degli stessi finanziamenti, nel quale il Montepaschi sembra avvitarsi.
E poi c’è il timore per il monito dell’Authority europea (Eba), che a fine 2011 impone una ricapitalizzazione da 3 miliardi per coprire le perdite legate alle svalutazioni dei Btp in portafoglio.
Dei derivati «Alexandria», «Santorini», «Nota Italia» e delle altre operazioni oggi sotto la lente della procura di Siena ufficialmente non c’è menzione nei verbali di quel periodo.
Ma dalle domande si intuisce il sospetto dei consiglieri che qualcosa non girasse nel verso giusto.
«Quanti Btp abbiamo in portafoglio?», chiede secco Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente e azionista con il 4%, al consiglio dell’8 settembre.
Di lì a poco tempo Caltagirone venderà tutte le azioni e lascerà il board.
Il capo del risk management Giovanni Conti, con accanto il direttore finanza Gianluca Baldassarri, spiega che reperire la liquidità diventa sempre più difficile, anche per la «necessità di integrazioni di collaterale in relazione ai pronti contro termine effettuati dalla banca, che hanno come sottostante titoli governativi italiani».
Insomma, si annaspava.
E risponde a Caltagirone: 28 miliardi di titoli governativi, 21,6 dei quali dello Stato italiano, il 40% dei quali «si concentra su scadenza lunghe».
Caltagirone contesta: Il portafoglio è «marcatamente sbilanciato» sia per Paese sia per le scadenze «prolungate».
Baldassarri cerca di difendersi: se avessimo comprato altri Paesi «equipollenti» all’Italia ci saremmo trovati nella stessa situazione; se avessimo comprato Bund tedeschi saremmo stati più protetti, ma i guadagni sarebbero stati «nulli o addirittura negativi».
Insomma, bisogna rischiare.
«La situazione non è ulteriormente sostenibile», è la reazione di Caltagirone, «sia come rischiosità che come conseguenze di conto economico, si devono prendere opportuni provvedimenti per alleggerire queste posizioni».
Mussari prova a rabbonirlo: definisce «ragionevole» la posizione di Caltagirone e propone di non rinnovare i bond che vanno a scadenza o di venderli se il valore si allineasse «a quello facciale».
Caltagirone insiste: ma quanti ne abbiamo, di bond, rispetto alle altre banche?
«Più o meno siamo simili agli altri istituti come percentuale dell’attivo», risponde Baldassarri, ma «Mps ha scadenze medie più protratte nel tempo».
Poi sul tema chiede tempo per poterlo approfondire.
Anche Turiddo Campaini (Unicoop Firenze) storce il naso: «La situazione attuale è il risultato di comportamenti troppo oscillanti in ricerca estrema di risultato economico», invece «c’è bisogno di procedere con maggiore linearità e minore concentrazione del rischio».
A metterci una pezza ci prova Lorenzo Gorgoni (soci pugliesi), chiedendo di non vendere in forte perdita: «L’unica possibilità è aspettare e vedere se ritorna un po’ di sereno».
A quel punto interviene Vigni a cercare di mettere ordine: la tensione nella liquidità dipende «non tanto e non solo dal portafoglio titoli» quanto dall’insieme di raccolta e impieghi, che sono stati fortemente ridotti: «La banca ha superato anche le giornate più critiche in maniera serena».
Il 24 novembre sono ancora liquidità e investimenti al centro del dibattito.
De Courtois torna sul punto: «La dimensione e la composizione del portafoglio hanno un impatto negativo sulla percezione del mercato riguardo alla Banca, con riflessi sul corso del titolo. Serve un’esposizione analitica titolo per titolo».
Per il 16 dicembre il dossier è pronto ma di fatto inutilizzabile: la documentazione «è stata messa a disposizione dei consiglieri solo da poco tempo», attacca Alfredo Monaci (oppositore dell’ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi e ora candidato alla Camera per la lista Scelta Civica di Mario Monti).
Si rinvia a un successivo consiglio.
Ma pochi giorni dopo Vigni si dimetterà .
E il nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola avvierà un’altra revisione, più incisiva, ora al vaglio degli inquirenti.
Proprio sulla liquidità si concentrano le indagini della procura e del nucleo valutario della Guardia di Finanza: una liquidità che sarebbe stata difficile da reperire fin dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta, in particolare per rimborsare Abn Amro dei 7,9 miliardi di prestiti interbancari concessi alla banca padovana.
Le operazioni di finanziamento sono sotto esame per verificare se siano state esposte correttamente alla Banca d’Italia.
E se per caso qualcuno, nei vari passaggi tortuosi, non vi abbia fatto qualche «cresta».
Fabrizio Massaro
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL MAGISTRATO MILANESE, FAMOSO PER INCHIESTE SU TERRORISMO E MAFIA: “IL COMPORTAMENTO DI GRASSO? INAPPUNTABILE”
Ingroia? «Prima doveva finire il processo». Grasso? «Inappuntabile». Toghe in politica? «Sì, ma disciplinare il dopo». «E regole pure per gli avvocati».
Parla così Armando Spataro, pm famoso per le sue inchieste su terrorismo e mafia a Milano.
Si è mai sentito un «salvatore del mondo»?
«Sarebbe ridicolo sentirsi salvatori anche solo del proprio condominio. Qualsiasi indagine, indipendentemente dal suo rilievo, va portata avanti con determinazione, ma sempre avendo coscienza dei limiti e degli scopi del nostro lavoro».
Vede suoi colleghi che si sentono investiti di una missione?
«Diciamo che vedo eccessi di retorica spesso determinati da un’errata visione del ruolo del magistrato. Non siamo i moralizzatori del sistema. Il compito dei pm è cercare con ostinazione le prove delle responsabilità degli indagati per specifici reati. Se le troviamo, sarà un giudice a valutarne la sufficienza ai fini di una condanna. Diversamente, il nostro compito è finito».
Ormai spunta un’inchiesta al giorno sul nesso perverso politica-corruzione. Alla fin fine il ruolo di salvifica supplenza della magistratura non ci starebbe?
«È una vecchia questione, a mio avviso mal posta. Non è l’inerzia di certa politica la ragione del nostro agire: lo è solo l’obbligatorietà dell’azione penale. È la Costituzione a prevedere, a garanzia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, che ogni notizia di reato obbliga il pm a indagare ».
Berlusconi non è premier e le toghe si dilaniano sull’ingresso in politica. Uno di voi può candidarsi?
«È un diritto incoercibile, come per qualunque cittadino. Non c’è alcun limite nella Costituzione. È vero piuttosto che in certe situazioni si può parlare di inopportunità , ma ciò vale anche per altre funzioni pubbliche come quelle di prefetto o questore».
Serve una legge per mettere paletti rigidi?
«Al di là delle norme già esistenti, penso che andrebbe disciplinata per legge la fase successiva alla fine dell’impegno politico. Il tema è delicato, ma si può forse convenire sulla necessità di una legge che consenta al magistrato, reduce “dall’essersi schierato” politicamente, di essere destinato a funzioni pubbliche differenti ma dello stesso rilievo di quelle prima esercitate».
Il Pg Ciani è stato durissimo sul rapporto pm mediaticamente sovraesposto e successiva candidatura. C’è l’aveva con Ingroia. Come giudica il suo ingresso in politica?
«Sarebbe inaccettabile che un magistrato prepari il suo futuro politico attraverso una preordinata esposizione mediatica mentre ancora esercita il suo lavoro. Non intendo giudicare le scelte di Ingroia, se non per dire, come cittadino, che avrei preferito vederlo prima portare a termine il delicato processo in cui era impegnato».
Meglio Grasso che ha dato l’addio alla toga?
«Lui ha deciso di mettere la sua esperienza a disposizione della politica e ha coerentemente lasciato la magistratura. Non vedo proprio che rimprovero possa essergli mosso».
Non è che tra di voi alligna una malcelata gelosia per la visibilità mediatica di Ingroia?
«Gelosie e invidie allignano in qualsiasi corpo sociale. Spero proprio, specie in questo caso, che non ne sia afflitta la magistratura, anche se, nel bene e nel male, noi non siamo altro che lo specchio del Paese».
Non servirebbero regole più stringenti pure per gli avvocati? Che vietino di fare leggi sulle cause che uno sta trattando, tipo Ghedini o Longo su Berlusconi?
«In effetti, il problema si pone anche per alcune professioni private. Per quanto riguarda gli avvocati non mi pare accettabile lo spettacolo della “navetta” di alcuni professionisti tra aule di giustizia e Parlamento fino alla approvazione di leggi o risoluzioni a sostegno delle proprie tesi difensive. Avvenne già nel 2001 con la legge sulle rogatorie. Giusto pensare anche alla sospensione dell’esercizio di certe professioni private finchè dura il mandato parlamentare ».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
DUE NUOVE IPOTESI DI REATO PER MUSSARI: FALSO IN BILANCIO E TURBATIVA DI NERCATO…AGLI ATTI ANCHE OTTO BONIFICI
Chi sta vicino a Mussari confida che l’ex presidente della Montepaschi di Siena ed ex 
presidente dell Abi “divora” ogni riga dei giornali che parlano dell’inchiesta sull’acquisto di Antonveneta (che complessivamente è costata tra controvalore e debiti 17 miliardi di euro), dei “derivati” e su tante altre operazioni che ora dopo ora, sono sempre di più sotto i riflettori dei magistrati della Procura di Siena e del valutario della Guardia di Finanza.
All’accusa sinora mossa all’ex numero uno della banca più antica del mondo – “ostacolo alla vigilanza” – stanno per aggiungersi anche quelle di “falso in bilancio e turbativa di mercato”.
Chi indaga insomma avanza l’ipotesi che Giuseppe Mussari abbia ripetutamente truccato i conti della banca senese e, con spericolate operazioni di maquillage finanziario accuratamente mascherate, abbia indotto i risparmiatori a credere che la solidità dell’istituto di credito fosse diversa da quella reale.
Accuse particolarmente gravi, che potrebbero segnare una decisa accelerazione dell’intera vicenda giudiziaria che sta radiografando in particolare gli ultimi 5 anni della sua attività e che potrebbero nascondere altri scomodi segreti.
E il “segreto” che gli investigatori vorrebbero scoprire dietro l’ufficialità dei conti della banca è puntato soprattutto sull’acquisto dell’Antonveneta che è costata ben 17 miliardi.
Segreti che potrebbero essere “svelati” dal personal computer di Mussari sequestrato dagli inquirenti, dal quale sarebbero state cancellate email che i tecnici informatici incaricati dalla Procura stanno tentando di recuperare e che potrebbero nascondere molte sorprese.
Agli atti dell’inchiesta dei pm di Siena Antonino Nastasi, Giuseppe Grosso e Aldo Natalini, sono finiti anche otto bonifici partiti dal Montepaschi ed effettuati nel periodo compreso tra il 30 maggio del 2008 ed il 30 aprile del 2009.
Il primo bonifico, di 9 miliardi e 267 milioni, corrisponde all’acquisto vero e proprio ed è diretto ad Amsterdam, alla Abn Amro (gruppo Santander, che ha venduto Antonveneta).
Con gli altri sette Mps si accolla i debiti: cinque vanno direttamente al Banco Santander per un totale di circa 5,1 miliardi di euro.
Altri due bonifici sono invece diretti alla Abbey National Treasury Service di Londra (collegata al Banco Santander) per un totale di oltre 2,6 miliardi.
Perchè questi ultimi due seguono un percorso obliquo?
Nell’interrogatorio del giugno scorso, gli investigatori fanno questa domanda a Mussari e l’ex presidente della banca senese si esibisce in una serie di risposte del tipo “non so, non ricordo”.
L’improvvisa perdita di memoria insospettisce ulteriormente la procura, inducendola a sequestrare il suo pc e a cercare nella memoria tracce di quella improvvisamente perduta dal presidente.
L’operazione di ricerca riguarda anche l’abitazione di Mussari e quella di Gabriello Mancini, presidente della Fondazione.
Ebbene, setacciando il computer di Mussari, gli inquirenti scoprono che sono state cancellate tutte le email inviate e ricevute nel periodo compreso tra giugno e ottobre del 2007, periodo coincidente con la trattativa per l’acquisto della Antonveneta.
Gli stessi investigatori si imbattono infine in un forte afflusso di capitali “scudati” da Londra.
E a questo punto i sospetti si infittiscono ancora di più.
Insomma l’inchiesta si sta allargando.
E proprio ieri la procura ha acquisito anche le sette ore di registrazione dell’assemblea Mps di venerdì perchè vogliono verificare se dagli interventi dei soci possano venire fuori notizie interessanti per l’indagine.
(da “La Repubblica”)
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