Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL RISULTATO DEL MONITORAGGIO IN 27 PAESI: IN ITALIA OLTRE 800 GIORNI PER LE CAUSE CIVILI, FANNO PEGGIO SOLO CIPRO E MALTA
“Giù le mani” dai magistrati. E’ il monito rivolto alla politica italiana dal vice presidente della Commissione e commissario Ue alla giustizia, Viviane Reding, presentando a Bruxelles i risultati di un monitoraggio sulla giustizia pubblicato oggi, per la prima volta, dalla Commissione Europea, che pone l’Italia agli ultimi posti della graduatoria.
“Se vogliamo avere un sistema giudiziario indipendente – ha detto la Reding, rispondendo a una domanda sullo scontro fra politica e magistratura in Italia – lasciate lavorare i giudici in modo indipendente”.
“L’Italia e il governo Monti – ha sottolineato la Reding – sono consapevoli che il problema dell’efficienza del sistema della giustizia civile e amministrativa ha un impatto molto negativo sugli investimenti”.
Il commissario ha quindi spiegato che nell’ultimo anno ha “lavorato in stretto contatto con le autorità per riformare il sistema e renderlo più efficiente, affinchè i casi amministrativi trovino risposte più rapide e gli investitori abbiano certezza legale”.
Ma il lavoro “deve continuare”.
Tra le pieghe del rapporto Ue sulla giustizia, strumento per individuare obiettivi strategici per il funzionamento del sistema giudiziario nei 27 paesi membri, emerge che In Italia occorrono in media più di 800 giorni per risolvere i procedimenti giudiziari che riguardano cause civili e commerciali.
Nella classifica della lentezza delle cause civili e commerciali, l’Italia è terzultima in Europa, processi piu” lunghi si registrano solo a Cipro e Malta.
“L’attrattiva di un paese per essere un luogo dove investire e fare business è senza dubbio rafforzata dall’avere un sistema giudiziario indipendente ed efficiente – spiega il vice presidente della Commissione e commissario Ue alla giustizia, Viviane Reding -. E’ per questo che le riforme giudiziarie nazionali sono diventate una componente strutturale importante della strategia economica dell’Europa. La nuova ‘Classifica della giustizia europea’ avrà la funzione di un sistema di preallarme e aiuterà l’Ue e gli stati membri nei nostri sforzi per raggiungere una giustizia più efficace al servizio dei nostri cittadini e degli affari”.
Il vice presidente degli Affari economici e monetari, Olli Rhen, ha affermato: “Una giustizia efficiente, indipendente e di alta qualità è essenziale per un ambiente che favorisce il business. Questa nuova iniziativa della Ue aiuterà gli stati membri a rafforzare i loro sistemi legali e i loro sforzi per stimolare investimenti e creazione di posti di lavoro”
(da “La Repubblica“)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL COMICO SBEFFEGGIA CRIMI E VIENE INSULTATO SU TWITTER: “SU DI LORO DIVIETO DI SATIRA”
Fiorello, dalla sua «edicola» (con cui è tornato su Twitter), ha postato martedì un video in cui
prendeva amenamente in giro il capogruppo del M5S, facendolo parlare con spiccato accento siciliano e ammettere che no, non dormiva, ma era «in collegamento telepatico con Casaleggio».
Insomma una delle tante gag del comico.
GLI INSULTI E LA REPLICA –
Solo che questa volta, invece di limitarsi a ridere, qualcuno, anzi molti, non prendono bene lo sberleffo. E iniziano a insultarlo via twitter.
A uno che gli scrive «ti scagli con chi cerca di cambiare l’Italia. Sei un poveraccio», Fiorello risponde: ««Ah, già , dimenticavo! Il divieto di satira sul M5s (brutta o bella che sia)».
Per poi aggiungere, in un cinguettio seguente: «Qualcuno mi spieghi perchè si può scherzare su tutto (Papa compreso) ma non su Crimi».
BENEVOLO CON IL MOVIMENTO-
Crimi che pure gli «piace e gli sta simpatico», come dice ancora dopo.
In effetti Fiorello, se si esclude una polemica con Grillo quando questi aveva detto che «i partiti erano peggio della mafia», è sempre stato piuttosto benevolo con il «movimento», mai preso troppo di mira.
Lo stupore è dunque lecito.
Matteo Cruccu
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
SARA’ TRASLATA AL CIMITERO DI RIMINI… LA VEDOVA: “NON POSSO LASCIARLO NELLE MANI DEL NEMICO”
«Con grande amarezza rispettiamo il diritto dei familiari di portare via il corpo di Vincenzo Muccioli dal cimitero di San Patrignano».
C’è più che delusione tra i responsabili della Comunità¡ di San Patrignano (Rimini) per la decisione di Maria Antonietta Cappelli – vedova del fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti – di lasciare la struttura e portare via con sè anche le spoglie del marito. Mercoledì i resti del fondatore saranno rimossi dal cimitero di Ospedaletto di Coriano per essere trasportati al quello di Rimini.
LA DECISIONE E LA POLEMICA –
Il trasferimento della tomba dal cimitero comunale adiacente la comunità di San Patrignano è stato richiesto e fortemente voluto, appunto, dalla vedova.
L’annuncio che la salma di Vincenzo Muccioli sarebbe stata spostata dalla comunità per il recupero dei tossicodipendenti (che Muccioli fondò nel 1978e dove la sua salma riposava dal 19 settembre del 1995) è stata data tempo fa da Antonietta Cappelli con toni certo non concilianti.
«Lasciarlo lì sarebbe come lasciarlo nella mano del nemico», aveva detto tempo la vedova di Muccioli.
Un chiaro segno di «disapprovazione» nei confronti dell’attuale gestione di Letizia e Gian Marco Moratti.
La decisione avviene infatti nell’ambito di una polemica sorta da tempo tra la famiglia Muccioli e la famiglia Moratti, che è tra i principali finanziatori del progetto.
Non a caso oltre un anno e mezzo fa Andrea Muccioli, figlio del fondatore, ha dato le sue dimissioni da tutti gli incarichi nella comunità , parlando poi sul suo profilo Facebook di «ricatto» e di «complotto».
Una tesi di fatto respinta al mittente dai gestori attuali.
LA RISPOSTA DELLA COMUNITA’ –
«Lo spirito e gli ideali che Vincenzo ci ha insegnato e che sono le fondamenta di San Patrignano, Comunità di vita contro l’emarginazione, sono e saranno sempre con noi» si legge nella nota dei responsabili della Comunità in risposta alla decisione di spostare la salma di Muccioli.
«Non corrisponde al vero che Letizia e Gianmarco Moratti sono a capo della Comunità , in quanto la stessa è condotta collegialmente dal gruppo dei responsabili, come Vincenzo avrebbe voluto, gli stessi in cui i suoi insegnamenti sopravvivono e si tramandano» si legge ancora nel comunicato.
«Chiediamo rispetto per tutti i fondatori ancora presenti a San Patrignano, tra i quali Letizia e Gianmarco Moratti, che con Vincenzo, animati da infinito amore – concludono i responsabili – hanno reso possibile il compimento di questa grande opera».
IL CIMITERO DEL SANPA –
Nel cimitero di Coriano, accessibile sia da una strada esterna sia da un cancello interno alla comunità , oltre a Muccioli riposano i resti di 15 ragazzi ospiti della comunità morti, tra il 1985 e il 1994, per varie patologie e per i quali i familiari hanno deciso una sepoltura a Sanpa.
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA PRETENDE CHE I CINQUESTELLE VENGANO RICEVUTI, POI SOMMERGE DI VOLGARITA’ GLI INTERLOCUTORI… CHISSA’ DOVE HA VISSUTO PER DECENNI PRIMA DI SCOPRIRE LA SUA MISSION
I Cinque Stelle sono usciti dall’incontro di Bersani da poche ore. E lui, il leader del M5S, riprende a
gridare la sua rabbia dal suo blog contro il leader del Pd e gli altri politici di professione. Bersani, Berlusconi, D’Alema, Cicchitto, Monti.
Tutti definiti «padri puttanieri» della politica.
Tutti schiaffeggiati con nuovi insulti e tutti avvisati. «Vi cacceremo».
I FIGLI DI NN NON HANNO NULLA DA PERDERE
Grillo nella sua invettiva tira in ballo lo scontro generazionale.
«Le nuove generazioni sono senza padri, sono figlie di NN, dal latino “Nomen nescio: nome non conosco”.
Sulle loro carte di identità , sui loro documenti di lavoro, nei libretti universitari alla voce “figlio di” risulta la sigla NN, figlio di nessuno, figlio della colpa, figlio di padre ignoto, figlio di vecchi puttanieri che si sono giocati ogni possibile lascito testamentario indebitando gli eredi», scrive Grillo sul blog.
Che tira dritto, senza freni: «I Padri Puttanieri (sono) quelli che hanno sulle spalle la più grande rapina ai danni delle giovani generazioni. Questi padri che chiagnono e fottono sono i Bersani, i D’Alema, i Berlusconi, i Cicchitto, i Monti che ci prendono allegramente per il culo ogni giorno con i loro appelli quotidiani per la governabilità ». Le loro colpe?
«Hanno governato a turno per vent’anni, hanno curato i loro interessi, smembrato il tessuto industriale, tagliato lo Stato sociale, distrutto l’innovazione e la ricerca».
Poi, in chiusura, la minaccia.
«I figli di NN vi manderanno a casa, in un modo o nell’altro, il tempo è dalla loro parte. Hanno ricevuto da voi solo promesse e sberleffi, non hanno nulla da perdere, non hanno un lavoro, nè una casa, non avranno mai una pensione e non possono neppure immaginare di farsi una famiglia. Vi restituiranno tutto con gli interessi».
Commento del ns. direttore
Che Grillo continui a sproloquiare ogni giorno è affar suo e di chi intende dar credito a un accattone della politica senza ideologia e senza patria.
Che esistano “politici” senza dignità incapaci, di fronte ai quotidiani insulti sfornati dalla sua lussuosa villa di Sant’Ilario dove notoriamente non ospita senzatetto e figli abbandonati, di stampargli due schiaffi in faccia come lo vedono per strada, è sintomo del decadimento dei valori etici della stessa politica italiana.
La fortuna di Grillo sta proprio nel tramonto delle ideologie dove la critica alla casta è permessa al popolino, come il “mugugno” a Genova: uno sfogatoio fine a se stesso.
Non c’è più un modello di sviluppo o di società da contrapporre a un altro, un sistema di valori in alternativa a un altro, la lotta per l’affermazione di principi etici contro la decadenza del sistema economico e finanziario, la libertà di informazione contro un regime.
Non a caso Grillo in quegli anni era in tutt’altre faccende affaccendato, diciamo “a fare soldi”, sfruttando quel sistema che ora in età senile ha scoperto solo a parole di voler combattere.
Ma non tutti coloro che hanno fatto politica si sono arricchiti, c’è chi lo ha fatto per valori ideali, a destra come a sinistra: e a costoro Grillo eviti di dare lezioni o di accomunarli ai padri puttanieri della repubblica.
Anche perchè tra loro ci sono stati ottimi padri che non hanno avuto figli tossici come qualcun altro.
Ci sono stati politici che col dissenso si confrontavano senza espellere nessuno, che non avevano lo scopo di far tornare Berlusconi al potere o di glorificare guru da operetta e spacciare cognati per autisti, che non volevano cacciare gli immigrati o che facevano finta di dimenticare nei programmi la lotta all’evasione fiscale.
Ridurre la politica solo a un problema di riduzione dei costi della Casta è tipico di chi non ha proprie idee in economia, in politica estera, in politica interna.
Non c’era bisogno di Grillo per scoprire il mercimonio di poltrone che gravita intorno ai partiti, sono decenni che tante persone perbene lo denunciano.
Se si hanno idee e soluzioni ci si assume responsabilità , se non si hanno si speculi pure sulla demagogia finchè il bluff non sarà evidente a tutti.
Ma a quel punto non basteranno gli ordini da caserma per mantenere unite le truppe o gli insulti agli avversari per far dimenticare il proprio vuoto ideologico.
L’Italia ha bisogno di un governo stabile, competente e che abbia credibilità internazionale, non di sostituire un pagliaccio con un altro clown.
Come si dice a Genova, “abbiamo già dato”.
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
CHE POVERA PATRIA QUELLA CHE SE LA PRENDE CON BATTIATO, REO DI AVER DETTO QUELLO CHE MILIONI DI ITALIANI PENSANO
Patatrà c.
È scoppiato un pandemonio sulle parole di Franco Battiato, il cantautore siciliano, ora assessore alla sua Regione, accusato di aver detto al parlamento europeo che le “troie che si trovano in parlamento farebbero qualsiasi cosa” per servire il potere.
Le donne se la sono presa, la presidente della Camera Laura Boldrini è intervenuta, è successo un casino.
Ma senza motivo.
Primo: perchè Battiato – come ha precisato – non aveva nessuna voglia di offendere le donne.
E infatti se si ascolta il suo intervento, senza i tagli e cuci furbetti dei giornali che cercano la notizia choc, si vede che il discorso era un tantino diverso e più sottile.
Battiato parla di persone che non si piegano ai padroni, che non sono serve e li contrappone alle “troie” che siedono in parlamento e si prostituiscono, ovviamente la prostituzione è qui intesa in senso intellettuale e politica e si riferisce a tutti, uomini e donne.
È un’affermazione dura, sì.
Ma non tanto diversa da quella che il Maestro fa in una delle sue canzoni più celebri, Povera Patria, tirata dalla giacca da destra da sinistra e dal centro (mi ricordo che quando Battiato finalmente accettò l’invito a cantare in una festa di Alleanza Nazionale le persone di sinistra si sentirono come derubate).
In quello straordinario pezzo – e qui siamo al secondo punto – Battiato dice le stesse cose che oggi hanno scatenato l’ira di Dio, solo che allora si prese solo applausi, oggi sono tutti pronti a fischiare.
“Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni”, cantava Franco Battiato.
E poi: “Nel fango affonda lo stivale dei maiali”
Maiali, dice. Ossia l’equivalente maschile di troie.
Allora non ci fu nessuna levata di scudi. Anzi.
Povera Patria venne criticata per la sua durezza, ma tutti riconobbero (e ancora riconoscono) che è una delle perle della musica leggera italiana.
Anche per le verità che contiene.
Non si capisce allora perchè agitarsi tanto adesso.
Franco Battiato non ha cambiato nemmeno di un soffio la sua posizione.
È rimasto nel suo “centro di gravità permanente”, per citare un altro suo pezzo storico, senza “cambiare idea sulle cose e sulla gente”.
Perchè tanto accanimento?
Nicola Mirenzi
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
“VUOLE DECIDERE TUTTO SENZA ASCOLTARCI”… E IN ASSEMBLEA ARRIVA ANCHE LA RICHIESTA DI DIMISSIONI
Quando Roberta Lombardi ha preso la parola in aula, lunedì pomeriggio alla Camera, i suoi compagni
di partito hanno cominciato ad agitarsi sui banchi.
«Non può essere», «Sta leggendo il suo discorso», «Non ha preso in considerazione quello che abbiamo preparato in Rete».
Di banco in banco, di voce in voce, il malumore contro la capogruppo è diventato un principio di rivolta.
Erano talmente furibondi, i deputati 5 stelle, per il fatto che la loro portavoce non avesse letto l’intervento che avevano concordato insieme, ma quello che aveva preparato il suo «ministaff », che hanno indetto una riunione urgente dopo l’assemblea.
Sono rimasti a Montecitorio fino alle dieci e mezza di sera, a chiedere conto di quel che era accaduto.
«Vi rendete conto? — chiede un deputato — Dovevamo parlare di Cipro, della crisi economica peggiore di tutti i tempi, e lei si è presentata con l’equivalente di una brutta tesi di laurea triennale. E poi chi l’ha scritta? I suoi aiutanti? E noi dovremmo farci dettare la linea politica da qualcuno che neanche conosciamo?».
Il gruppo della Camera aveva potuto leggere l’intervento alle quattro del pomeriggio, e aveva deciso di emendarlo: «Abbiamo chiesto alle persone che ci aiutano attraverso la Rete, avevamo preparato un discorso decisamente migliore, ma lei è andata dritta per la sua strada. Non se l’è sentita di cambiare».
A sera, davanti a quello che è un vero e proprio processo, Roberta Lombardi cerca di spiegare: «Non avevo capito che volevate cambiassi tutto. È tardi, con tutte le cose che ci sono da fare, vi sembra una priorità ? ».
Si è sentita rispondere che sì, è una priorità concordare gli interventi.
Anche ieri è andata così: Alessandro Di Battista era incaricato di prendere la parola in aula sui marò. Ha preparato il discorso insieme agli altri deputati del Movimento candidati a far parte della commissione Esteri.
Lo ha aperto ai miglioramenti della Rete e dei suoi colleghi.
Poi lo ha letto, ed è stato premiato dagli applausi, oltre che dai successivi complimenti della presidente della Camera Laura Boldrini.
Roberta Lombardi ha agito diversamente, e per questo — racconta chi c’era — durante la riunione Adriano Zaccagnini si è alzato in piedi e ha chiesto le sue dimissioni. Qualcuno era d’accordo, ma si è deciso di soprassedere, anche se i malumori interni restano, e sono profondi.
«Non è capace di lavorare in gruppo. Non sa gestire le persone».
Dal Senato, qualcuno la accusa anche di non essere abbastanza preparata: «Basta vedere il discorso sui debiti della pubblica amministrazione, i commenti al video che ha fatto la stanno massacrando».
Nelle immagini postate sul blog di Grillo, Lombardi spiega come la commissione speciale per i debiti con la PA sia una «porcata di fine legislatura», perchè parte dei soldi verranno restituiti alle banche e non direttamente alle imprese.
Chi la critica spiega come sia un meccanismo obbligato, visto che si tratta di debiti che le imprese hanno già contratto con le banche, e si chiede perchè il Movimento voglia bloccare l’unica cosa positiva che la legislatura può fare da subito.
Ma i 5 stelle chiedono che partano le commissioni permanenti, criticano l’istituzione di quella speciale.
Non aiuta un tweet di Pietro Ichino: «M5S non è monolitico: sull’articolo 18 dello Statuto la capogruppo alla Camera la pensa sostanzialmente come me».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL CENTROSINISTRA PUO’ CONTARE SU 122 VOTI CERTI… LA VARIABILE DEGLI AUTONOMISTI DI GAL
Le dimissioni annunciate del ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ora rischiano di scompaginare i piani del Pd che, venuta meno la «stampella» del M5S, punta a una «pax berlusconiana» e a una non belligeranza della Lega per superare la difficile prova della fiducia a Palazzo Madama.
Lo schema di gioco, nelle intenzioni del presidente incaricato Pier Luigi Bersani, è ricollegabile a quello della «non sfiducia» già sperimentata nella sua forma più eclatante nel 1976 dal monocolore Andreotti: quel governo, infatti, prese il via solo perchè i parlamentari di Pci, Psi, Pri, Psdi e Sinistra indipendente si astennero alla Camera mentre al Senato (dove l’astensione vale per un voto contrario) uscirono in parte dall’aula però garantendo il numero legale.
Nel ’76, i no ad Andreotti arrivarono soprattutto dal Msi.
Tuttavia, oggi a Pier Luigi Bersani serve una «maggioranza certificata» in tutte e due le Camere per poter rispettare le condizioni imposte dal Quirinale: «E questo – puntualizza il costituzionalista Francesco Clementi – vuol dire che il presidente incaricato deve avere i voti necessari in entrata, cioè prima di presentarsi davanti al Parlamento».
Detto questo, lo scossone inferto dal responsabile della Farnesina al governo Monti (in carica per gli affari correnti) fa sembrare ancora più contorto il labirinto di contatti non ufficiali, anche con il centrodestra, che nelle intenzioni dei colonnelli di Bersani dovrebbero portare il centrosinistra a quota 159 voti.
Cioè, appena sopra la soglia minima per ottenere la fiducia.
Tra gli scenari possibili, infatti, ce ne è solo uno in cui non è prevista la regia di Silvio Berlusconi: Pd, Sel e l’alleato Sà¼dtiroler Volkspartei possono infatti contare su 122 senatori (il 123° è il presidente Pietro Grasso che, per prassi, non vota) che sommati ai 54 grillini (presto verrà sostituita la dimissionaria Giovanna Mangili) assicurerebbero al centrosinistra un maggioranza autonoma.
Ma questa, come confermato ieri sera dal voto dei gruppi parlamentari dei grillini, è un’ipotesi della irrealtà .
Per cui gli ufficiali di collegamento di Bersani coordinati dal capogruppo Luigi Zanda – ieri pomeriggio sono stati inviati al Senato pure Dario Franceschini e Gianclaudio Bressa – stanno lavorando per rosicchiare quei 37 voti che separano il presidente incaricato dalla «maggioranza certificata» anche al Senato.
Per riuscire nell’impresa, Bersani deve innanzitutto ottenere l’appoggio dei 21 centristi e l’innesto di almeno un’altra ventina di voti.
Che potrebbero arrivare dai banchi della Lega (16 senatori) e da una metà di quello strano gruppo (10 senatori) composto da fedelissimi di Renato Schifani, e dunque di Berlusconi, da un paio di leghisti, siciliani che fanno capo (rispettivamente) a Lombardo e a Miccichè.
Sono loro i parlamentari schierati dal Cavaliere e da Maroni con la sigla Grandi autonomie e libertà : «Noi ci muoviamo solo se Berlusconi ce lo chiede, anzi a me lo deve chiedere tre volte…», dice il socialista craxiano Lucio Barani che non stima Bersani («Mi ricorda un salumiere…») e dice di avere parecchi «conti in sospeso con i comunisti».
Anche Luigi Compagna, repubblicano e pidiellino doc, conferma che «votare la fiducia a Bersani non sta nè in cielo nè in terra se non si muove il Cavaliere».
Il capogruppo del Gal, Mario Ferrara è un fedelissimo di Schifani e lo stesso discorso vale per la senatrice Laura Bianconi.
E il leghista targato Gal Jonny Crosio prende le distanze: «Io sono maroniano praticante, leghista ortodosso, e mi muovo in sintonia con la Lega. Per me non si pone il problema di cosa chiederà di votare Miccichè».
Per cui, fatte tutte le sottrazioni, senza il placet di Berlusconi e di Maroni, dal Gal potrebbero arrivare a Bersani giusto 3 o 4 voti: quelli dei «siciliani» Antonio Scavone, Giuseppe Compagnone, Giovanni Mauro e Giovanni Bilardi (eletto in Calabria).
In ogni caso, precisa il leader del Grande Sud, Gianfranco Miccichè, «Bersani deve avere il coraggio di proporre al centro destra un governo di pacificazione….»
L’ultimo, residuale scenario chiama in causa anche quell’aliquota di grillini che ha già votato per Grasso contro gli ordini dei vertici del M5S: «Ai grillini chiedo pragmaticamente di votare la fiducia al governo Bersani», ha detto Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso dalla mafia insieme a 5 agenti di scorta nel ’92, che vanta un discreto ascendente sugli eletti del M5S in Sicilia.
I senatori grillini «dissidenti», tuttavia, possono essere 5 o 10 ma da soli non sono sufficienti. Per questo, in questo secondo schema, Bersani dovrebbe ottenere la «non sfiducia» anche da settori della Lega e da quelli dei gruppi fiancheggiatori del Pdl.
E c’è da giurarci che, pure in questo caso, Berlusconi avrebbe da dire l’ultima parola su come devono votare i «suoi» senatori.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
“PER LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA IL NOME SPETTA A NOI”
Lo spiraglio si apre appena. Pidiellini e leghisti lo lasciano intravedere a Bersani nell’ora scarsa di
confronto, il più delicato.
Uscita dall’aula in cambio di garanzie su Quirinale, riforme e salvaguardia di Berlusconi: niente conflitto di interessi, niente ineleggibilità .
Ma rientrati al partito, Alfano, Schifani e Brunetta si sentono ripetere dal loro leader in collegamento in viva voce da Arcore che «sulla presidenza della Repubblica questa volta non si cede, il nome deve essere nostro, non ne accetteremo uno loro condiviso».
Quella sul Colle è la principale ma non unica condizione dettata dal segretario Pdl e dal leader del Carroccio Maroni al premier incaricato.
Nella sala del Cavaliere, Bersani ha messo sul tavolo la disponibilità a un «pieno coinvolgimento sulle riforme».
Tutti insieme al tavolo della Convenzione, sorta di assemblea costituente. Con riconoscimento della presidenza allo stesso Pdl. Angelino Alfano candidato naturale alla guida.
Ma per lui, certo, nessuna vicepresidenza del Consiglio, come suggeriva Berlusconi.
Il governo di «minoranza» sarebbe formato da nomi indicati e scelti da Pd, Sel e montiani.
Convenzione che dovrebbe occuparsi della riforma complessiva dello Stato, non solo della legge elettorale.
Con l’introduzione del presidenzialismo in testa alla carta delle priorità del centrodestra. E poi legge elettorale, fosse pure un ritorno al Mattarellum, o a una qualche forma di ritorno alle preferenze, comunque un sistema che seghi le gambe a Grillo e al suo M5s.
Una qualche disponibilità a consentire la nascita di questo esecutivo dai numeri condizionati Alfano e Maroni l’avrebbero data.
Un governo che si occupi di «rilancio dell’economia, riapertura del rubinetto del credito alle imprese, una correzione sull’Imu e uno stop all’aumento dell’Imu», è la lista della «spesa» targata Pdl. Terreno sul quale i democratici sono pronti al confronto.
Quello sul quale un governo Bersani così nato – pena la sfiducia – non dovrà avventurarsi, è quello minato del conflitto di interessi, di una restrizione delle maglie sulla ineleggibilità e incompatibilità , con l’obiettivo di mettere in fuorigioco il Cavaliere.
Che farebbero deputati e senatori di centrodestra, dunque?
Uscirebbero dall’aula al momento della fiducia o deciderebbe per il «non voto» (l’astensione al Senato equivale a voto contrario, dunque sfiducia). Alfano con Bersani è stato assai schietto: «Non poniamo veti e condizioni. Tu puoi fare il governo che vuoi, con tutti gli otto punti che ritieni. Noi non pretendiamo nostri ministri, li sceglierai tu» è stata la premessa.
«Ma vogliamo indicare noi il presidente della Repubblica. Magari un nome che vada bene a voi, ma non accetteremo una rosa di nomi avanzata da voi, all’interno della quale scegliere. Se non accettate, per noi l’alternativa è il voto».
È la linea dura dettata da Arcore.
Anche Roberto Maroni, uscito dall’incontro e riferendo ai suoi deputati, è stato possibilista: «L’accordo penso che si possa fare. Oggi lo darei al 50 per cento. Noi vogliamo un governo a guida politica e Bersani capisce la mia lingua». Ma la strada resta in salita. Berlusconiani e leghisti si son dati con Bersani 48 ore di tempo, adesso ormai ridotte quasi a 24. Prima che il premier incaricato torni al Colle. Il Pd attende aperture e segni concreti di disponibilità dal Pdl. Berlusconi da Arcore ha invitato fino a sera i suoi a tenere il punto, a restare in trincea, a non cedere.
Vuole comunque tenere alta la tensione da campagna elettorale, con l’ultimo sondaggio che ancora ieri avrebbe dato il centrodestra oltre il 30 per cento.
Non a caso il Cavaliere è già alle prese con la pianificazione della nuova manifestazione di piazza il 13 aprile a Bari.
«Uscire o meno dall’aula a me non interessa, sono tecnicismi romani» è stato il suo commento telefonico in una giornata per il resto abbastanza concitata, sul piano personale e familiare.
Una riunione con i suoi avvocati civilisti per cercare di trovare una nuova intesa in termini economici con l’ex moglie Veronica Lario ed evitare così il giudizio d’appello di Milano nella causa di separazione non consensuale.
Altre tensioni invece maturano a Roma, al gruppo della Camera. Ieri mattina ha fatto la sua comparsa nei locali del Pdl a Montecitorio Renato Farina, ex deputato ora ingaggiato dal nuovo capogruppo Renato Brunetta per curare i rapporti con la stampa. Stanza e segretaria (e lauto compenso da consulente) per lui, nonostante la sospensione dall’Ordine dei giornalisti dopo lo scandalo che lo ha svelato quale informatore dei Servizi col codice “Betulla”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
SPIRAGLI PER L’INTESA, BERLUSCONI STUDIA L’USCITA DALL’AULA
Fra numeri, date, scadenze e quorum che stanno in bella vista sulla scrivania del premier incaricato, Pierluigi Bersani tira fuori il succo dell’accordo in extremis che serve ad avviare il suo esecutivo.
Domani torna al Quirinale: o ha in mano l’intesa o getta la spugna. «Non parlatemi di governissimi – dice ad Alfano e Maroni quando vengono ricevuti nella sala di Montecitorio –. È una formula che per me significa una sola cosa: pretendere l’impossibile per non fare il possibile».
Parliamo invece, spiega il leader democratico, della Convenzione per le riforme istituzionali. La chiama «Costituente », senza tanti giri di parole.
«In quella sede tutte le forze politiche devono avere una responsabilità . Io e il governo ci mettiamo al servizio di questa grande operazione di cambiamento. Si lascia inalterata la prima parte della Costituzione e si modica la seconda. Con il contributo di tutti».
Questa è la proposta. Che in concreto, il giorno dell’eventuale voto di fiducia a Bersani, si realizzerebbe con l’uscita dall’aula di Pdl e Lega al Senato.
La soglia della maggioranza si abbassa, il governo ottiene i voti necessari.
E il miracolo si compie.
Il segretario del Pdl e il governatore lombardo ascoltano. Bersani ha appena cominciato il suo ragionamento. «Un mio fallimento è possibile, l’ho messo nel conto. Ma levatevi dalla testa che se si arriva a un secondo giro, il Pd porta di nuovo la croce. A questo, non ci stiamo. Posso consentire la nascita di un altro esecutivo, ma subito dopo, ve lo dico chiaro, noi prendiamo le distanze. Ci mettiamo alla finestra e al primo provvedimento che non piace al Pd, stacchiamo la spina. Se si torna a votare, il mio partito un piano B ce l’ha. E voi?».
Bersani sa che esiste un solco tra la Lega e Berlusconi.
«Il Cavaliere punta sparato alle elezioni, ma Roberto si è già messo di traverso.
Non vuole tornare alle urne e spinge da giorni per consentire la partenza del governo». Infatti Maroni fa pressioni su Alfano perchè il Pdl accetti l’offerta di Bersani: la presidenza della Convenzione a un uomo del centrodestra, il nuovo capo dello Stato che non sia ostile al Cavaliere, la grande occasione di partecipare alla costruzione della Terza repubblica con un occhio attento al federalismo (questo dal suo punto di vista).
Con il Carroccio, il Pd ha messo giù le basi della legge costituzionale che darebbe vita alla “Costituente”.
Una legge che affida al Parlamento la decisione finale sul testo della nuova Carta, senza emendamenti: o si approva o si respinge.
Un percorso non breve, ma con qualche certezza sull’esito finale.
Da qui si parte.
Ventiquattro ore di tempo per riuscire, dopo la giornata in cui le carte sono state scoperte.
«Il governo avrebbe la sua autonomia – spiega Bersani –. Lavorerebbe sugli 8 punti e voi dovreste consentire la sua nascita, con le forme parlamentari possibili. Ci vuole fantasia. Ma le larghe intese non esistono. L’abbiamo già visto con Monti, questo film. Con il Pdl e la Lega non possiamo stare insieme. Niente inciuci. Riforme e Palazzo Chigi sono due binari diversi. Così rimangono».
Il punto chiave, il terzo binario, è il nuovo inquilino del Quirinale, poche storie. Bersani detta la linea: «Se nasce un governissimo, il Pd si sente disimpegnato, questo è evidente. E faremo valere le logiche dei numeri nell’elezione del presidente della Repubblica. Ci muoviamo su un nome nostro, i numeri dicono che possiamo farlo da soli. O quasi».
L’avvertimento deve arrivare forte a Berlusconi.
C’è una rosa del Pd, con Franco Marini in testa, che può essere condivisa dal Pdl.
Ce n’è un’altra che cercherebbe consensi e sostegno da altre parti, tagliando fuori il centrodestra.
«Però non si può discuterne adesso o fare degli scambi. Detto questo, sui temi istituzionali si discute, nessuno vuole escludere il Pdl. E la scelta del presidente della Repubblica sta in questo campo».
L’apertura a tutto campo sulla Convenzione verrà offerta oggi anche al Movimento 5stelle.
Ma è dal centrodestra che Bersani si attende, questo pomeriggio, un pronunciamento pubblico, un sì alle riforme istituzionali condivise. Sarebbe il viatico con cui strappare a Giorgio Napolitano il mandato pieno.
«Domani salgo al Colle e porto quello che posso portare – spiega ancora il segretario del Pd –. Se non ci sono le condizioni, al capo dello Stato dirò che non è il caso di andare in aula. Ma se il quadro cambia nelle prossime ore, allora il governo nasce». Un governo alle sue condizioni, certo.
«Il coinvolgimento politico del Pd finisce con il mio incarico. Ci si inventa qualcos’altro? In quel caso teniamo le mani libere. Su questo punto sto fermo, non cedo. Questo è il mio inizio e la mia fine per quello che riguarda un progetto che sia politico».
Un ultimatum rivolto al centrodestra ma anche a una parte dei democratici.
«Dentro le larghe intese – dice ancora il segretario – io e il Pd non ci staremo mai. Non farò fare al mio partito la fine del Pasok, dei socialisti greci».
Sono i toni e le parole di chi sta giocando la partita della vita.
E che coinvolge tutti secondo Nichi Vendola. «Il Paese sta esplodendo, la disperazione è ovunque. Se questo governo non nasce, tra un mese dovremo girare con i giubbotti antiproiettile».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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