Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO HA GRAZIATO SENZA RICHIESTA IL COLONNELLO USA” SPARA GASPARRI… L’AVVOCATO DEL MILITARE LO SMENTISCE: “DICE UNA CAZZATA, L’HO PRESENTATA IO”
Mancava giusto il complotto tra un ex comunista e la Cia.
Scartate tutte le strade al Pdl restano solo le bufale.
Mentre fa ballare il governo sull’Imu e si finge rassegnato il pregiudicato di Arcore cerca ancora una strada per costringere Napolitano a concedergli la grazia.
Dopo averle battute tutte per tirare in mezzo il Presidente della Repubblica non gli resta che giocare di fantasia.
Se ne incarica di buon’ora Maurizio Gasparri, ma con un tentativo così maldestro da essere smentito nel giro di poche ore, sia dal Quirinale che dal misterioso oggetto delle sue farneticazioni, l’avvocato milanese Cesare Bulgheroni, che gli rifila pure un assai poco onorevole: “Quella grazia? L’ho chiesta io e Gasparri, con rispetto parlando, sta dicendo una cazzata”.
Un passo indietro.
E’ mattino presto quando il vicepresidente del Pdl passa alle agenzie l’ennesimo attacco frontale al Colle volto a rimuovere l’ostacolo della richiesta della grazia, ancora non pervenuta.
Napolitano era stato lapidario in proposito, stampando il concetto in una nota del 13 agosto, ribadendo una volta per tutte che è l’interessato a doversene fare carico.
Ma Berlusconi non si dà pace.
“Questi magistrati — ha confidato a un fedelissimo — mi vogliono far fuori e il capo dello Stato non può restare con le mani in mano. È grazie a me se sta al Quirinale, l’abbiamo voluto noi, e non può tutelare solo una parte politica”.
La grazia? “Io non ho fatto niente, sono innocente, perchè dovrei chiedere la grazia? È Napolitano che deve trovare il modo di riparare a un’ingiustizia, a un evidente errore, a una persecuzione che può essere negata soltanto da chi è in malafede”.
Ma l’ostacolo resta e Gasparri si incarica di aggirarlo andando a ravanare ovunque pur di trovare un qualche appiglio che dimostri il contrario, che la richiesta non è affatto necessaria, che Napolitano può concedere l’atto di clemenza motu proprio e anzi, in vero, l’ha già fatto.
Per dimostrarlo lavora di ingegno e tira fuori dal cilindro un parallelo che per qualche ora prende corpo: la grazia concessa ad aprile al colonnello della Nato Joseph Romano, l’unico militare americano (gli altri erano della Cia) condannato per il sequestro Abu Omar.
“Tutto dipende da Napolitano”, improvvisa il vicepresidente Pdl Maurizio Gasparri in un’intervista a QN.
“Il signor presidente della Repubblica — dice — nei mesi scorsi ha dato la grazia a un agente della Cia (in realtà un colonnello, comandante della base di Aviano, ndr) coinvolto nel caso Abu Omar. Ora dice che se Berlusconi vuole la grazia deve chiederla, ma perchè a lui chi l’ha chiesta: la Cia? Lo dica, Napolitano, dica chiaramente su quali basi formali ha deciso quella grazia e ci faccia vedere le carte”.
Il punto per i berluscones sembra segnato.
Napolitano, questo il ragionamento, piegò l’istituto della clemenza — che è motivato esclusivamente da finalità umanitarie — a finalità politiche.
Anche allora lo fece contro il parere espresso dalla Procura, anche allora a seguito di una sentenza di condanna del Tribunale di Milano.
Quante coincidenze, ragiona il falco del centrodestra: e allora perchè non farlo oggi per Silvio, che pure gli ha permesso di mettere in piedi due governi (Monti e Letta) e risalire al Colle?
Ed ecco che, trovata la quadra, Gasparri butta lì una quarta “coincidenza”, a completare il poker da calare presto sul tavolo del Quirinale (Alfano ci andrà a giorni). Ecco, dice Gasparri, in quel caso Napolitano si è sporcato le mani per concedere una grazia “politica” mentre ora per Berlusconi si tira indietro e non si presta.
E allora avanti, per Dio, chi ha presentato quella richiesta di grazia? Chi è stato?
Il mistero si scioglie presto con una semplice telefonata e non Washington ma a Milano.
Ebbene, ecco la risposta: la grazia al colonnello Jospeh Romano non l’ha chiesta un fantomatico agente della Cia ma il suo legale, Cesare Bulgheroni, come vuole la legge che regola la materia.
Che a ilfattoquotidiano.it, per altro, mostra sconcerto per un “caso” smaccatamente costruito a tavolino e sul nulla: “Certo che è stata presentata una formale richiesta al Presidente della Repubblica, l’ho presentata io perchè ne ero titolato in qualità di legale, Gasparri scusi il termine ha detto una c…ta”, ha detto al Fattoquotidiano.it. Del resto chi fosse l’istante della domanda lo poteva apprendere senza troppi incomodi anche dalla nota ufficiale del Quirinale del 5 aprile scorso (scarica il comunicato) che annunciava il decreto di concessione, al secondo capoverso appena. Ma a un Pdl ormai disperato e pronto a tutto, con poche cartucce buone da sparare, fa molto più comodo accreditare il sospetto di un atto unilaterale, che prima contestava al Presidente della Repubblica e ora gli chiede di ripetere per salvare il “caro leader”, approfittando del fatto che istruttorie e decreti in materia di clemenza sono coperti dalla privacy.
Nessun mistero, nessun parallelo.
Solo una bufala d’agosto che si scioglie con una telefonata dietro casa.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
LOMBARDIA DECLASSATA, MARONI DICE CHE E’ COLPA DI MONTI, MA IL RAPPORTO UE E’ RIFERITO AL 2010, QUANDO GOVERNAVANO BERLUSCONI E LA LEGA
Comunque la pensi Roberto Maroni, con il declassamento della Lombardia nella classifica europea sulla
competitività il governo Monti non c’entra.
“Colpa dei tecnici che hanno penalizzato il Nord a suon di tasse”, aveva commentato il governatore due giorni fa.
Ma i dati analizzati dal Rapporto Ue sulle regioni si fermano al 2010, quando Berlusconi sedeva a Palazzo Chigi e al Pirellone regnava la decennale alleanza tra Pdl e Lega.
E ad essere bocciata è innanzitutto la qualità della governance, giudicata in base al livello di corruzione percepita dai cittadini e all’efficienza delle istituzioni.
“Chi è al governo della Regione da anni non dovrebbe sorprendersi”, ribatte oggi Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi di Milano, che rilancia: “Finiamola con la stucchevole retorica del Nord”.
La Lombardia passa in soli tre anni dal 95° al 128° posto nella classifica Ue sulla competitività delle regioni europee?
Nessuna esitazione: per il presidente Roberto Maroni la colpa è del governo dei tecnici guidato da Mario Monti.
“Una politica basata soltanto sul rigore e sull’aumento della pressione fiscale, che ha danneggiato il sistema produttivo della Regione”.
Ma le accuse del governatore non reggono il confronto con i dati.
Basta sfogliare il ‘Regional Competitiveness Index 2013′ per rendersi conto che si tratta di uno studio che analizza dati raccolti fino al 2010, quando Berlusconi era premier e al Pirellone imperava il Celeste Roberto Formigoni, da anni al comando della Lombardia grazie alla solida alleanza tra il Cavaliere e la Lega Nord.
Anni che lo stesso Maroni continua a definire “di eccellenze e di buon governo”.
Ma il primo dei cinque indici che compongono il RCI 2013 riguarda proprio la qualità della governance, che attraverso un’indagine condotta tra il 2002 e il 2009 misura il livello di corruzione percepito dagli abitanti, la democraticità delle istituzioni, la loro efficienza e il grado di trasparenza dei media.
Il posizionamento della Lombardia? Pessimo.
Delle 262 aree regionali in cui il Rapporto 2013 divide l’Europa, la regione guidata da Maroni è al 200° posto per “qualità istituzionale”.
Ennesima fotografia di un decennio in cui all’ombra del matrimonio tra Lega e Pdl si consumavano i grandi scandali della sanità lombarda.
Un sistema spartitorio che vedeva coinvolte le forze di maggioranza e che di lì a poco sarebbe stato travolto dalle inchieste sulle cliniche Maugeri e San Raffaele, dall’arresto del faccendiere Pierangelo Daccò e dalle indagini per corruzione che hanno costretto lo stesso Formigoni a dimettersi.
Anni in cui la Lombardia ha scalato ben altre classifiche: quelle dei consigli regionali con il maggior numero di indagati.
Un record raggiunto anche grazie ai disinvolti rimborsi dei consiglieri leghisti. “Nessuno si può sorprendere di fronte alla classifica europea e al risultato della Lombardia”, commenta Berta.
“Il nostro sistema di sviluppo economico è sbagliato”, attacca il docente ai microfoni di Radio Popolare, e rilancia: “Chi amministra la Lombardia dovrebbe smetterla con la stucchevole retorica del Nord, e farebbe bene a concentrarsi sulle priorità che studi come quello alla base del RCI 2013 indicano ormai da anni”.
E ancora: “Abbiamo smesso di produrre conoscenza, quella che serve all’innovazione e quindi alla produzione. Per questo perdiamo la sfida dello sviluppo, che altri Paesi dimostrano di invece di saper raccogliere”.
E conclude: “Indici come quello sulla qualità delle istituzioni, la salute, l’educazione, segnano il deterioramento di un’area prima ancora del dato macroeconomico, anzi, ne sono la causa”.
Franz Baraggino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
“LA RESPONSABILITA’ VIENE PRIMA DI TUTTO, QUESTO GOVERNO STA RISOLLEVANDO IL PAESE”…”BERLUSCONI VUOLE FARLO CADERE? OGNI PARLAMENTARE DECIDE PER SE'”
Il transfugo per definizione, il più celebre dei peones, anzi il «Re dei Peones», per autodefinizione, è Domenico Scilipoti, ex Idv e oggi senatore del Pdl (nella precedente legislatura eletto con l’Idv da cui usciì per salvare il governo Berlusconi entrando nel gruppo dei Responsabili).
Bene, tenetevi forte: ora potrebbe essere lui uno dei possibili transfughi per salvare l’esecutivo di Enrico Letta se rimanesse senza i voti del Pdl.
Perchè, dice, «il governo deve andare avanti, per il prestigio del Paese».
E ricorda a tutti l’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Senatore la crisi di governo sembra inevitabile.
«Io presuppongo di no. Non posso negare che il momento è difficilissimo, ma suppongo che la responsabilità sia messa da tutti al primo posto».
Lei è lo specialista, il leader dei “responsabili”.
«Sì, ma la responsabilità è di tutti e io penso che, alla fine, si riuscirà a trovare un punto di equilibrio, senza privilegiare interessi di bottega».
Il punto di equilibrio sarebbe salvare Berlusconi?
«Guardi, non sta a me dirlo. Il punto di equilibrio dipende dai partiti, dai segretari che io so essere saggi e in cui io confido. Loro hanno responsabilità più grandi della mia: io sono un semplice senatore e farò il mio».
Quindi, se il Pdl va dritto, lei toglie la fiducia a Letta o no?
«Io non parlerei di togliere la fiducia. La sua è una domanda ancora lontana: io, le ho detto, spero nella responsabilità ».
Allora potrebbe essere uno dei senatori disponibili a far nascere un Letta bis?
«Perchè mi debbo porre questa domanda? Lavoriamo per far più forte l’Italia. Poi si vedrà . Confido nella saggezza dei segretari e dei leader».
Ha notizia, invece, di suoi colleghi che ci stanno già pensando?
«Ma guardi, io non ci sto ancora pensando e non so se qualcuno dei colleghi ci sta pensando già . Poi certo, se esiste come esiste un governo Letta con alleati tra loro diversi è giusto che ognuno faccia sentire le proprie ragioni. Ma tra la naturale dialettica e far cadere un governo c’è di mezzo il mare, come si dice dalle mie parti».
Il governo insomma non deve cadere?
«Oggi, tutto sommato, il governo c’è. Io non lo condivido in pieno ma complessivamente sta risollevando il Paese, sta dando prestigio internazionale. Ognuno lavori per creare le condizioni per andare avanti».
Niente elezioni anticipate?
«Senza riforma elettorale e senza grandi riforme, andare al voto non cambierebbe niente, e si confermerebbe un’incertezza forse anche maggiore. Serve invece la Politica con P maiuscola. Per questo, se si dovessero presentare le circostanza che dice lei, ogni parlamentare ha a disposizione l’articolo 67 per fare buon uso del proprio mandato: essere responsabili non vuol dire solo avere la possibilità di scegliere, ma anche assumersi le responsabilità che derivano dalle scelte».
Sta mandando un messaggio?
«Spero che il signore ci illumini tutti».
Luca Sappino
(da “l’Espresso“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
QUELLI ALLINEATI CON GRILLO E CASALEGGIO SONO PER LE ELEZIONI SUBITO, GLI ALTRI VOGLIONO PRIMA CAMBIARE IL PORCELLUM
La divisione è quella di sempre: gli ortodossi di qui, i dialoganti di là . Falchi e colombe, insomma. 
Ma con l’estate, la possibile crisi di governo e la possibilità di andare a nuove e elezioni, ora nel Movimento Cinque Stelle le contraddizioni esplodono molto più visibili che in passato.
L’oggetto della disputa, questa volta, è il tema della legge elettorale. Perchè sulla necessità di cambiare il Porcellum tutti i grillini sono pienamente d’accordo: ma sul come arrivarci, lì la spaccatura c’è tutta.
Attraverso il suo blog, Grillo nei giorni scorsi ha impresso la virata: meglio andare a votare con il Porcellum, a cambiarlo ci penseremo dopo (quando avremo vinto le elezioni, of course).
Peccato però che da mesi i gruppi parlamentari del M5S stavano già provando ad andare oltre all’attuale legge elettorale tentando il dialogo con le altre forze politiche e, contemporaneamente, lavorando ad un bozza in senso proporzionale da presentare ai primi di settembre.
Appena emanata la ‘sentenza’, subito i falchi si sono accodati.
I nomi sono quelli di sempre: il capogruppo alla Camera Riccardo Nuti, il vero custode dell’ortodossia; quello al Senato, Nicola Morra.
E via via tutti gli altri più vicini ai due fondatori, da Vito Crimi a Roberta Lombardi. A volte con cambi di versione abbastanza repentini, da un «siamo disposti a molto pur di cambiare il Porcellum» il giorno prima a un «votare con il Porcellum?, Per noi nessun problema» il giorno dopo.
Il nuovo dogma è questo: Pd e Pdl vogliono fregarci con il ‘Superporcellum’, e allora meglio il male minore, la legge elettorale attuale.
Ma allo stesso tempo ci sono deputati e senatori che ancora oggi credono sia possibile evitare di tornare al voto con il Porcellum.
Per due motivi semplici, poi: perchè il M5S e lo stesso Grillo lo hanno sempre avversato dicendone peste e corna e quindi sarebbe poco coerente tenerselo; e perchè con ogni probabilità il giorno dopo il voto con questa legge la situazione rimarrebbe immutata, con tre poli contrapposti e con uno dei tre (il M5S) che di allearsi per un governo non ci pensa nemmeno.
Nelle fila dei ‘possibilisti’ ci sono quelli che – e non è un caso – venivano definiti ‘dissidenti’.
I siciliani Tommaso Currò e Francesco Campanella, il friulano Lorenzo Battista, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti (il quale, tra le altre cose, non ha mai rinnegato la sua amicizia con l’ex delfino di Beppe, Giovanni Favia).
Le voci fuori dal coro a Grillo, si sa, non piacciono molto.
«C’è forse qualche anima bella che crede di poter cambiare la legge elettorale con chi non ha mosso un dito in otto anni e che vorrebbe una Repubblica presidenziale con il Parlamento ridotto a uno stuoino?», chiede ”l’ex’ comico.
Sì, le ‘anime belle’ ci sono anche nel suo movimento, e la domanda retorica ha quasi il sapore di un avvertimento.
Certo è che la nuova strategia della coppia Grillo-Casaleggio consiste nel radicalizzare al massimo lo scontro con i due partiti maggiori, così da ripresentarsi al voto come unica e credibile alternativa alle larghe intese.
E se si vuole realizzare questo disegno, margini per cambiare il Porcellum insieme agli altri non ce ne sono.
In mezzo, nel frattempo, ci sono i pontieri.
Come il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, uno dei grillini più esposti mediaticamente, molto vicino allo ‘staff’ ma allo stesso tempo considerato un animale politico capace di mettere insieme le due spinte.
«Grillo ha ragione, la sua analisi è giusta, ma i gruppi parlamentari continueranno a lavorare per presentare una nostra proposta di legge elettorale», spiega.
Sarà il cremonese Danilo Toninelli a illustrare ai propri colleghi del M5S la bozza. Anche lui incarna la posizione mediana in questa vicenda, quella che cerca di non fare torti a nessuna della parti in causa: «La maggioranza sta studiando una nuova legge con l’obiettivo di marginalizzarci. Per questo siamo pronti ad andare a votare anche con questa schifosissima legge. Però stiamo lavorando ad una proposta di legge innovativa, al solo fine di fare del bene del Paese».
Una proposta di legge che nelle intenzioni di Grillo non dovrebbe arrivare neppure al voto, visto che chiede di sciogliere il Parlamento immediatamente, «è finito il tempo delle mele».
Matteo Pucciarelli
(da “L’Espresso”)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
ASFALTO SULLE CHIANCHE, IL SINDACO SI GIUSTIFICA: “ABBIAMO RICOPERTO LE BUCHE”
Colate di asfalto davanti al Duomo romanico di Molfetta.
Questa mattina sono stati eseguiti dei lavori per sistemare la pavimentazione della zona antistante la chiesa del XII secolo.
Chianche e cemento — di un colore molto più chiaro — presentavano qualche buca.
E così per mettere in sicurezza l’area sono stati disposti i lavori i cui effetti sono quanto meno discutibili.
Soltanto pochi giorni fa il neo sindaca Paola Natalicchio aveva «liberato» piazza Duomo dal parcheggio selvaggio con una ordinanza, realizzando specifici parcheggi per i residenti del centro storico.
L’iniziativa è stata apprezzata da più parti: decine le fotografie pubblicate su Facebook per celebrare l’evento.
Adesso, invece, a distanza di pochi giorni le immagini più pubblicate dai molfettesi ritraggono le scempio appena realizzato.
Ma la Natalicchio su Facebook difende l’obrobriosa macchia di asfalto. «Stiamo ri-asfaltando – scrive sul social network – solo le parti già asfaltate di piazza Duomo e banchina San Domenico. Nemmeno un centimetro delle basole esistenti è stato ricoperto, mentre sono state coperte le buche pericolose e dissestate che erano presenti nelle due aree».
Per verificare l’esistenza delle chianche al di sotto dello strato di asfalto basterà un semplice saggio, ma la bruttura rimane.
L’asfalto nero contrasta con le bianche pietre del Duomo romanico.
Alla Soprintendenza l’ultima parola.
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
NUOVI CONTRATTI DI LAVORO ANCHE SE TRA POCHI MESI L’ENTE CHIUDE I BATTENTI
Può un ente pubblico destinato a morire tra quattro mesi programmare nuove assunzioni?
Certo che può, hanno risposto dalla Provincia di Napoli, che non si rassegna a essere cancellata dall’imminente istituzione delle Città Metropolitane.
E così in pieno agosto, mentre i controlli si allentano, gli uffici si svuotano e le opposizioni vanno al mare, un presidente facente funzioni e non eletto dai cittadini, il pidiellino Antonio Pentangelo erede del più noto Luigi ‘a Purpetta’ Cesaro, ha riunito un manipolo di assessori per celebrare quella che il costituzionalista Massimo Villone ha definito “una seduta spiritica per richiamare un ente che fu”.
In due giunte tra il 5 e l’8 agosto Pentangelo&C. hanno verificato che la Provincia soffre una carenza di personale — ‘soli’ 32 dirigenti e 1303 dipendenti contro un fabbisogno in pianta organica di 47 dirigenti e 1977 dipendenti — e di conseguenza hanno stabilito che c’è urgente bisogno di reclutare 34 nuove unità , volendo, tra settembre e marzo dell’anno prossimo: 5 dirigenti (2 a tempo indeterminato e 3 a tempo determinato), 5 impiegati attraverso la mobilità interna, 6 rappresentanti delle categorie protette e 20 istruttori di vigilanza per i quali si doveva attingere da un concorso bandito un paio di anni fa e poi sospeso sotto la scure dei tagli del governo.
Singolare operazione, svelata dal cronista de Il Mattino Livio Coppola.
Fa a cazzotti col buon senso, visto che la Provincia di Napoli cesserà di vivere con la nascita delle Città Metropolitane, in calendario il 1 gennaio 2014.
Non combacia col decreto legge di fine luglio che ha ribadito il divieto di procedere ad assunzioni a tempo indeterminato, divieto peraltro ricordato dalla giunta Pentangelo nel corpo della delibera.
E allora perchè ipotizzare nuove assunzioni, anche se all’apparenza solo sulla carta?
“Fin quando esisteremo andremo avanti — replica Pentangelo — le Province hanno un ruolo ben preciso che deve essere esercitato per il bene della collettività . Non possiamo considerare questi enti finiti, perchè non esiste alcun atto formale che parla in tal senso. Anzi recentemente un decreto legge in materia è stato definito dalla Consulta anticostituzionale . Allo stato esiste solo un disegno di legge di un governo dal futuro assai incerto e noi come Provincia di Napoli dobbiamo continuare a svolgere le nostre funzioni sul territorio”.
In parole povere, chi l’ha detto che le province verranno sciolte davvero? Meglio tenersi pronti a sorprese e ripensamenti. E tenere calda la macchina dei concorsi e dei contratti. Sarà .
Ma da tempo la politica di destra e di sinistra promette e annuncia l’abrogazione delle province, sostanzialmente superflue, progressivamente svuotate di risorse e competenze, utilizzate come panchina per politici a fine carriera o amministratori rimasti a spasso e in attesa di un incarico migliore.
E i principali testimonial dell’inutilità delle province sono proprio molti dei loro (ex) presidenti: nell’ottobre dell’anno scorso si dimisero in tanti per puntare a uno scranno in Parlamento.
Passò il messaggio che è meglio fare il peone a Roma che il capo di una provincia. Tra i fuggitivi anche Luigi Cesaro, per il quale fu varata una complicata procedura di ‘decadenza’ in modo da consentire alla giunta e al consiglio provinciale di Napoli di rimanere in carica fino al 2014 con un facente funzioni, Pentangelo.
Che pochi mesi fa si è candidato senza successo a sindaco di Castellammare di Stabia (Napoli). Ulteriore dimostrazione che il primo pensiero di chi guida la Provincia è quello di riuscire a fare altro.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
ARRIVA IL “SOCCORSO ROSSO” AL COMPAGNO SILVIO: VIOLANTE APRE AL RICORSO ALLA CONSULTA CONTRO LA LEGGE SEVERINO APPROVATA DA PDL E PD…. GASPARRI PARAGONA SILVIO “ALL’UFFICIALE DELLA CIA CHE RAPI’ ABU OMAR” PER INVOCARE LA GRAZIA
Due giorni dopo il “supervertice” di Arcore, il Pdl rimette sul tavolo tutte le possibili “soluzioni politiche” al caso Berlusconi.
La grazia (Gasparri), la commutazione della pena (Cicchitto), mentre sul ricorso alla Corte costituzionale contro la legge Severino trova una sponda a sinistra in Luciano Violante, uno dei “saggi” di Napolitano in quota centrosinistra.
Violante segue a ruota un altro saggio di centrosinistra, Valerio Onida, che nei giorni scorsi si è detto favorevole ad attendere i chiarimenti della Consulta.
Anche se il segretario democratico Epifani ribadisce l’intezione di votare sì alla decadenza senza “cedere a ricatti”.
Intervistato dal Corriere della Sera, Violante spiega: “Noi siamo legalitari e la legalità comprende il diritto di difesa che va pienamente garantito, in questo come in qualsiasi altro caso”.
Secondo l’ex magistrato ed ex presidente della Camera, “Berlusconi deve spiegare alla Giunta perchè a suo avviso la legge Severino non si applica. E i membri della Giunta hanno il dovere di ascoltare e valutare la sua difesa”.
Poi, se l’organo del Senato “ritenesse che ci fossero i presupposti, potrebbe sollevare l’eccezione davanti alla Corte. Ma questa — precisa — non sarebbe una dilazione: sarebbe l’applicazione della Costituzione”.
Ben venga anche il possibile ricorso del Pdl alla Corte europea: “La Corte di Lussemburgo potrebbe essere interpellata perchè dica se in base alla normativa europea, applicabile anche in Italia, la legge Severino dà luogo a pena, non retroattiva, o a un semplice effetto sulla condanna”.
Dal Pdl arriva l’immediato apprezzamento di Maria Stella Gelmini: l”intervista del Presidente Violante “rappresenta una prima autorevole apertura al dibattito sulla decisione della Giunta; dibattito che i falchi del Pd avevano fin qui respinto come una perdita di tempo”.
Torna in auge anche la grazia per il Cavaliere, che in un primo tempo aveva suscitato forti perplessità .
Un atto di clemanza del presidente della Repubblica nei confronti di un condannato che non ha neppure iniziato a espiare la pena nè ha mostrato alcun segno di resipiscenza somiglierebbe troppo a “un quarto grado di giudizio” adotatto per cancellare il verdetto della magistratura.
Ora il Pdl sarebbe intenzionato a tornare all’attacco, scatenando ogni possibile pressione su Napolitano. “Il signor presidente della Repubblica nei mesi scorsi ha dato la grazia a un agente della Cia coinvolto nel caso Abu Omar”, afferma Maurizio Gasparri in un’intervista al Qn.
Il riferimento è in realtà al militare Usa Joseph Romano (non della Cia), condannato in Italia per il sequestro dell’imam Abu Omar a Milano in un’operazione di extraordinary rendition e beneficiato dalla clemenza presidenziale.
Perchè, argomenta Gasparri, “se c’era una ragion di Stato per graziare un agente della Cia, vorrei che Napolitano chiarisse per quale motivo la ragion di Stato non c’è per graziare l’uomo cui si deve la nascita di un governo che lui stesso dice essere di salvezza nazionale”.
Un’ulteriore appiglio è evocato da Fabrizio Cicchitto, e anche questa deve passare per una decisione del Quirinale. ”Se il Capo dello Stato intervenisse con un atto di grazia quale la commutazione della pena, allora l’obiettivo della pacificazione verrebbe recuperato”, argomenta il deputato su La Stampa.
Come nel caso di Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale che si è visto trasformare da Napolitano una condanna a 16 mesi di carcere in una sanzione di 15mila euro che gli ha evitato la cella.
Ma l’opzione privilegiata, anche per Cicchitto, resta quello del ricorso alla Consulta contro la legge Severino.
Se nessuno di questi scenari dovesse realizzarsi, avvertono i colonnelli berlusconiani, a farne le spese sarebbe il governo Letta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
E ARRIVA IL CONTRORDINE: “BASTA DICHIARAZIONI CHE POSSONO NUOCERE ALLA COESIONE INTERNA”…L’ANNUNCIATA CADUTA DEL GOVERNO METTE KO A PIAZZA AFFARI I TITOLI MEDIASET E MEDIOLANUM
Falchi e pitonesse costano a Silvio Berlusconi 150 milioni in quattro ore. 
L’aria di crisi di governo, alimentata dalle dichiarazioni di fuoco dei pasdaran del Pdl, ha messo ko oggi in Borsa i titoli della galassia Fininvest: Mediaset, crollata già in apertura degli scambi, è stata sospesa per eccesso di ribasso e dopo la riammissione è arrivata a perdere fino al 7%.
Male anche Mediolanum, in flessione quasi del 3%.
Come dire che in quattro ore di contrattazioni il portafoglio (virtuale) delle partecipazioni dell’ex presidente del Consiglio in Borsa ha visto andare in fumo circa 150 milioni del suo valore.
E’ la conferma in cifre di come le fortune delle aziende del Biscione, in una sorta di corto circuito politico finanziario, siano legate in questo periodo a filo doppio a quelle del governo Letta.
L’esecutivo di larghe intese ha funzionato finora meglio di un Gerovital per la scuderia azionaria di Arcore.
Dal voto di febbraio fino a venerdì scorso il patrimonio di Berlusconi a Piazza Affari era lievitato dell’80% regalando al Cavaliere un guadagno di 1,4 miliardi.
Con Mediaset che in meno di sei mesi è riuscita a raddoppiare il prezzo delle sue azioni.
Una corsa solitaria visto che nello stesso periodo l’indice della Borsa italiana è cresciuto del 10% circa, mentre i titoli media nel Vecchio Continente hanno messo assieme un modesto +12%.
Non a caso tutti i big di casa Fininvest – da Fedele Confalonieri a Ennio Doris (“il governo Letta è l’unica soluzione per l’Italia”, ha detto di recente) fino ai figli Marina e Piersilvio – hanno passato gli ultimi giorni a cercare di convincere il socio di controllo (e padre) a non staccare la spina all’esecutivo.
Si vedrà nei prossimi giorni se risuciranno davvero a disinnescare i falchi del centrodestra.
Di sicuro già oggi, visti i primi bollettini in arrivo da Piazza Affari, Berlusconi è dovuto uscire allo scoperto per provare a far abbassare i toni agli incendiari del suo schieramento.
In fondo, al di là di tutte le considerazioni politiche, il Cavaliere – spesso più sensibile ai problemi di casa e tasche sue che a quelli del Paese – ha 1,4 miliardi di buone ragioni per non far finire nel caos la politica tricolore.
Ettore Livini
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO DI GRILLO E’ EVITARE L’ALLEANZA ELETTORALE PDL-LEGA, IN MODO DA RENDERE SUPERABILE IL CENTRODESTRA….LA LEGA RITORNEREBBE IN GIOCO COME POSSIBILE ALLEATO DEI CINQUESTELLE NEL DOPO-ELEZIONI, IN CASO DI VITTORIA DEI GRILLINI
Il tam tam comincia a rullare sabato pomeriggio: c’è un accordo tra Lega e Cinque Stelle.
Grillini e padani si sono parlati. Poco più tardi, Roberto Calderoli – l’uomo della trattativa, a dar retta alle voci leghiste – ruggisce via agenzia: «Grillo vuole andare al voto, noi vogliamo andare al voto, Berlusconi sembra essere favorevole a un ritorno alle urne. Perchè quindi non si torna subito a elezioni?».
Ed è l’indizio numero uno.
In serata, alla Berghem fest di Alzano lombardo, l’ex ministro aggiunge una seconda traccia: «Oggi ho fatto un po’ di ricognizioni. E ho raggiunto una convinzione. Fuori il Pdl, il governo non ha più i numeri. Ma soprattutto non ci sono neppure i numeri per governi alternativi. Neppure con la compravendita in corso di parlamentari».
In realtà , nella Lega, la convinzione che il gruppo del Pdl voterà come un sol uomo è assai meno radicata: «Qualche sorpresa ci sarà …», profetizza un dirigente.
Ma che cosa trasforma le considerazioni generali di Calderoli in «convinzione»?
Secondo selezionati esponenti leghisti, Calderoli ha in primo luogo parlato con Berlusconi. Traendone la convinzione che il capo di Forza Italia ha ormai rotto gli indugi, e si è deciso a staccare la spina all’esecutivo.
Ma soprattutto, l’ex ministro alla Semplificazione avrebbe parlato con Beppe Grillo. Raggiungendo un accordo imprevedibile: l’impegno da parte della Lega a non allearsi con il Pdl (o Forza Italia) in vista di elezioni che il dirigente leghista già citato pensa «potrebbero arrivare già alla fine di novembre».
A rafforzare la sensazione di un cambio di passo, anche le battute di Umberto Bossi, domenica sera ad Arcisate.
C’è spazio per una nuova alleanza con il Pdl? «Bisogna vedere… niente è automatico».
Ma se si dovesse andare presto ad elezioni, la Lega «dovrebbe andare da sola».
Per i grillini, la non alleanza tra leghisti e forzisti sarebbe, sulla carta, un colpo d’oro.
Perchè il ritorno alle urne con il Porcellum potrebbe davvero rendere il Movimento di Beppe Grillo competitivo per il governo.
E anche qui, nelle pubbliche considerazioni di Calderoli, si coglie l’eco della nuova passione per il Porcellum da parte degli stellati.
Ed è il terzo indizio: «Io sarò anche il padre del Porcellum – ha detto -. Ma le mamme sono veramente tante…».
Di qui, il consiglio a Silvio Berlusconi: «Se fossi in lui non chiederei mai la grazia a nessuno, men che meno a Napolitano. E non chiederei i domiciliari nè l’affidamento ai servizi sociali».
Ma perchè la Lega dovrebbe collaborare a riportare gli italiani alle urne se i sondaggi per il Carroccio annunciano batoste?
A rispondere è il solito dirigente: «Non è che smaniamo per il voto. Semplicemente, non avremmo i numeri per opporci. E allora, che facciamo? Quelli che dall’opposizione non vogliono votare quando al voto ci si andrà comunque? Naaa…».
Del resto, dal palco bergamasco, Calderoli ammette: «È chiaro che la Lega è interessata solo marginalmente alle prossime elezioni. E dunque, ce la potremmo giocare con il Pdl, con il Pd, anche con Grillo. Con chi ci dà l’autonomia della Padania, facciamo l’alleanza. Altrimenti, l’unica strada è tornare al ’96».
L’anno in cui la Lega annunciò la secessione.
Poi, si torna alle questioni interne: «Quando vedo le divisioni nel movimento, m’incazzo. Volevamo fare la rivoluzione, ma è bastato che ci buttassero addosso uno scandalo ed è andato tutto all’aria».
Però, ammette Calderoli, «non possiamo negare che abbiamo qualche problema in Veneto. Troppe espulsioni».
Quanto a Flavio Tosi, «deve pensare al movimento, deve pensare più al Veneto che a Roma e al resto del Paese. Le primarie per Roma e l’Italia le lasci ad altri, perchè non servono a niente. Non dobbiamo dividerci, altrimenti ci fottono».
(da “il Corriere della Sera”)
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