Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
CHE RISPETTO PER GLI ITALIANI: E QUESTO E’ UN MINISTRO… LA FRASE DURANTE LA CONFERENZA STAMPA SEGUITA ALL’INCONTRO TRA GOVERNO E REGIONI
A Palazzo Chigi è il giorno delle Regioni, che hanno incontrato questa mattina il governo per discutere
dei tagli previsti dalla legge di stabilità che solo nel 2015 peseranno agli enti regionali per 4 miliardi.
Al termine scendono in sala stampa per la conferenza Graziano Delrio (sottosegretario alla Pcm) e il presidente della Conferenza delle Regioni e presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino.
Chiamparino chiede (pensando di non essere a microfoni aperti) al sottosegretario alle Presidenza del Consiglio: “Comincio io?”,
“Beh comincio io con banalità , abbia pazienza” risponde Delrio che aggiunge:”Poi se vuoi continuare tu a me non me ne frega un cazzo“.
Il tutto davanti a giornalisti italiani e a rappresentanti della stampa estera.
Linguaggio a parte, poco consono a un ministro della Repubblica, emerge anche un sostanziale menefreghismo su come siano tagliati o destinati i soldi dei contribuenti.
Una scena pietosa.
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
FINALMENTE UN “PARTITO DELLA NAZIONE”. LA GERMANIA
Ma che pretende da Renzi la Ragioneria dello Stato? Che trovasse le coperture per la manovra?
E quando, se nell’ultimo mese è stato in tv per 77 ore (Violata la par condicio: bisognava dare spazio anche al centrosinistra).
Quando, se da premier e segretario del Pd doveva lanciare il cronoprogramma, emanare le slide, promulgare gli hashtag, stabilire le linee guida, approvare gli slogan, promettere le unioni gay (“Le faremo un minuto dopo aver approvato la legge elettorale e la riforma della Costituzione”.
O completato la Salerno-Reggio Calabria, scegliete voi), invitare a pranzo Oprah Winfrey (per poi scoprire che non c’è gusto a dare del tu a un giornalista in una lingua dove non esiste il “Lei”), pensare alla scenografia della Leopolda? (Boschi: “Ricorderà un garage”. Perchè i numerosi invitati non sanno dove parcheggiare il suv).
Trovare le coperture è compito della vecchia politica, quella che preferiva dare ai ricchi o ai poveri invece che promettere a entrambi.
Quella che si divideva in vetusti partiti portatori d’interessi di parte: gli operai o le grandi imprese, le scuole pubbliche o quelle private.
Questi steccati appartengono al passato, quando la sinistra credeva al tale che voleva realizzare il socialismo in un solo paese.
Non era quella la soluzione! La soluzione è realizzare il bipolarismo in un solo partito. Un partito nel quale ci sia spazio per Gennaro Migliore e Angelino Alfano (che allo scopo ammette: “Dobbiamo cambiare nome alla nostra formazione”. “Nuovo Centro Destra” potrebbe servire a Renzi), un partito che piaccia a Baricco e a Barbara D’Urso: “Con Matteo mi è venuto spontaneo darci del tu!”. Hanno un amico in comune.
Barbara ha anche fatto a Renzi una proposta: “Matteo, quando smetti di fare il premier, facciamo un programma insieme?”. Mancava: “Il mio capo vuole sdebitarsi con te!”.
Un partito che pretenda di stare con i lavoratori precarizzando il lavoro, come ci ha chiesto di fare Angela Merkel, e con le famiglie tagliando i servizi: il Governo ha ridotto le tasse. Tagliando i trasferimenti agli enti locali. Che aumenteranno le tasse. Ma Renzi è soddisfatto, perchè su Twitter entra solo la prima parte della frase). Finalmente, “Un partito della nazione”. La Germania.
Francesca Fornario
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PER EVITARE IL VOTO SEGRETO SU UNA MOZIONE LA MAGGIORANZA RIFILA AL PARLAMENTO UN TESTO CON FINTE SOTTOSCRIZIONI DEI CAPIGRUPPO
Quello che è accaduto ieri mattina a Palazzo Madama non sarà ricordato per i 37 minuti di Matteo
Renzi, un vago discorso su economia e ambiente, senza neppure replicare ai senatori prima di partire per il Consiglio europeo di oggi a Bruxelles.
Ma perchè il Senato ha sancito che si possono proporre e votare e poi serenamente approvare risoluzioni falsificate perchè falsificate sono le firme in calce.
Così Renzi, già pronto per il secondo giro alla Camera e per una colazione di lavoro al Quirinale, se n’è potuto andare presto, agevolato da una “finta” votazione che ha raccolto 152 sì, ben sotto la soglia di sopravvivenza per il governo.
E chissà se ha ringraziato i cinque senatori coinvolti, che poi sono i cinque capigruppo di maggioranza, Luigi Zanda (Pd), Maurizio Sacconi (Ncd), Karl Zeller (Svp), Lucio Romano (Pi) e Gianluca Susta (Sc).
Mercoledi 15 ottobre, appena saputo dell’intervento di Renzi al Senato, negli uffici di Palazzo Madama è arrivato un testo stringato con gli autografi fasulli di Zanda & C.
I capigruppo avevano fretta e dunque non si sono presi la briga di utilizzare la penna (neanche uno su cinque), perchè dovevano blindare la visita di Renzi in un’aula sempre pericolante, anticipare i colleghi pronti a imboscate e pure il regolamento: la risoluzione è stata consegnata senza che fossero in programma il dibattito e la conseguente votazione. Si tratta di lungimiranza, almeno.
Ripescando gli autografi sempre di Zanda & C. all’ordine del giorno per lo slittamento del pareggio di bilancio al 2017 — passato la scorsa settimana grazie a Luis Orellana, ex Cinque Stelle, e ai dissidenti dem — ieri il Fatto ha dimostrato che le firme per la risoluzione pro Renzi sono palesemente farlocche.
Mentre il presidente di turno Linda Lanzillotta (Sc) stava per ordinare la votazione elettronica sul documento di Zanda&C, il leghista Roberto Calderoli è intervenuto sventolando il foglio apocrifo: “Non possiamo esprimerci, l’assemblea non può dire sì o no su questa evidente violazione. Qui ci sono firme false. Non ho capito se mi sta dicendo che la partenità di queste firme è stata accertata o procederà in seguito”.
Lanzillotta, un po’ in imbarazzo: “La Presidenza presume l’autenticità fino a prova contraria. Non possiamo fare una perizia calligrafica, questa è la prassi. I diretti interessati non hanno contestato”.
Calderoli ha invitato i cinque capigruppo a spiegare: silenzio.
Non è servito a nulla lo spettacolo offerto da Salvatore Di Maggio (Pi), applaudito da mezzo emiciclo: “Truccati sono i regolamenti parlamentari che animano la nostra discussione; truccate sono le riforme che sono al di là dal realizzarsi e che vengono sempre annunciate; truccati, anzi, truccatissimi sono i conti del nostro Stato! Ma che alla fine fossero truccate anche le carte che noi guardiamo in quest’aula vuol dire, e lo segnalo alla sua presidenza, che se lei dovesse avallare questo comportamento, truccate possono essere domani le carte nei tribunali, nelle prefetture, nelle caserme”.
Allora, impassibile, Lanzillotta ha letto la risoluzione: “Il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio relative alla riunione dei capi di Stato e di governo del 23 e 24 ottobre a Bruxelles, le approva”.
Calderoli non s’arrende: “La questione non è più oggetto di questa sede”.
La speranza dei leghisti è che la diatriba sia risolta dai magistrati. Con una precisazione di cinque secondi cinque, il ministro Maria Elena Boschi, che ha parlato in sostituzione di Renzi, ha accolto la mozione trappola di Calderoli (213 sì), pronto a proporre lo scrutinio segreto se il governo l’avesse bocciata.
Che cosa conteneva la proposta di Calderoli? Lo racconta stupito lo stesso leghista: “La paura di cadere al Senato è talmente forte che i colleghi, senza neanche accorgersene, hanno votato la mia proposta, di forte marca leghista, che ribadisce l’estradizione: a casa mia significa respingimento e rimpatrio dei clandestini”.
Al resto del lavoro, ci hanno pensato Zanda&C.
E anche questa pratica è risolta. Tace Zanda, tace Sacconi e il biellese Susta dice che non vuole dire nulla. Il centrista Romano , contattato al telefono, prova a fornire una versione convincente: “Vi è chiara la vicenda, no?”. In che senso? “Io posso soltanto aggiungere che mi riconosco in quella firma”.
Insomma, chi ha plagiato Romano quantomeno s’è impegnato, è stato bravo.
Oppure ha chiesto il permesso al titolare dell’autografo.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
EVITATO L’EUROSHOCK CHE AVREBBE MESSO L’ITALIA ALL’ANGOLO, MA LA MANOVRA VA RIVISTA
È intervenuta anche Angela Merkel per bloccare la sortita di Josè Manuel Barroso contro l’Italia.
Il presidente della Commissione Ue — a otto giorni dalla sua uscita di scena dopo dieci anni senza guizzi a Bruxelles — voleva lo scalpo italiano per rilanciare la sua carriera politica in Portogallo.
Ma la levata di scudi dei colleghi, del suo successore, Jean Claude Juncker, e di diverse Cancellerie sembra averlo stoppato.
E così la lettera con i rilievi alla Legge di Stabilità è stata riscritta, ragion per cui nella tarda serata di ieri si prevedeva che sarebbe arrivata a Roma nella notte o oggi di buon mattino, con diverse ore di ritardo rispetto alla scadenza prevista.
Il testo originario della missiva sull’Italia non lasciava vie d’uscita a Roma, avrebbe portato automaticamente a una bocciatura il 29 ottobre, data in cui la Commissione deciderà quali Leggi di Stabilità dei governi di Eurolandia affondare e quali salvare.
Le correzioni ingiunte erano insostenibili: non solo la richiesta di chiarimenti sulle coperture della manovra da 36 miliardi, ma anche il diktat a tagliare di otto miliardi il deficit strutturale (0,5%) nel 2015.
E dulcis in fundo il rifiuto di riconoscere all’Italia le circostanze eccezionali (recessione, deflazione e riforme) previste dal Patto e dunque il no allo slittamento del pareggio di bilancio al 2017.
Il che avrebbe portato alla richiesta di azzerare il deficit strutturale l’anno prossimo, con un intervento da decine di miliardi in grado di mandare al tappeto l’economia italiana e l’intera area euro.
La rivolta è scattata l’altro ieri, quando lo stesso staff del commissario agli Affari economici, il finlandese Katainen considerato un falco vicino alla Merkel, riconosceva che una simile richiesta avrebbe potuto causare «uno shock sistemico» a tutta l’eurozona.
La stessa Cancelliera sarebbe intervenuta per stoppare Barroso.
Così come Juncker, che dopo la fiducia ottenuta ieri dall’Europarlamento il 1 novembre prenderà il timone della Commissione.
E infine il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, che insisteva di non mandare la lettera a Roma per evitare che monopolizzasse l’attenzione del summit europeo che si apre questa sera a Bruxelles.
L’ipotesi che dunque circolava ieri mattina era di non mandare proprio l’early warning all’Italia per la violazione delle regole europee (restiamo sotto il 3% del deficit, ma non correggiamo abbastanza la sua rotta facendo lievitare ancora il debito).
Ma non mettere nero su bianco i dubbi sulla manovra avrebbe precluso a Bruxelles la possibilità di bocciare il testo mercoledì prossimo, un aiuto forse eccessivo a Roma.
Così nel pomeriggio di ieri è arrivato il compromesso: mandare la lettera, ma alleggerita.
Così il testo è stato limato fino all’ultimo, anche con una videoconferenza tra Roma e Bruxelles e una serie di telefonate tra Padoan e Katainen, che firmerà di proprio pugno la missiva (sono altri quattro i governi che la riceveranno a mo’ di cartellino giallo).
A Roma nella tarda serata si dicevano fiduciosi che la lettera non avrebbe contenuto diktat insostenibili, pur chiedendo chiarimenti sulle coperture oltre a spiegazioni sulla previsione di crescita dello 0,6% il prossimo anno e sul perchè Roma nel 2015 taglierà il deficit strutturale solo dello 0,1% e non dello 0,5 richiesto a tutti.
Intanto i governi nel mirino studiano le vie d’uscita per evitare la bocciatura.
Se la Francia sembra avere già raggiunto un accordo, l’Italia nonostante la lettera spera di evitare la bocciatura tra una settimana e negoziare direttamente con Juncker.
«Mi sembra improbabile — spiegava il sottosegretario Gozi — che l’Italia possa essere in una situazione di grave inadempienza».
E questo risponderà il governo a Bruxelles, cioè che le circostanze eccezionali ci mettono in regola.
Ma già si mette in conto di dover usare parte dei 3,4 miliardi lasciati come riserva nella manovra per tagliare il deficit dello 0,25-0,35%. Non di più.
E ieri circolava un’ipotesi che alla fine potrebbe togliere le castagne dal fuoco per tutti: mantenere la richiesta di un taglio del deficit dello 0,5% ma poi smussarla con una serie di clausole tecniche legate al modo in cui si conteggia il co-finanziamento dei fondi Ue e contando i fattori positivi per la crescita nella manovra.
Il che di fatto porterebbe ad un aggiustamento effettivo dello 0,25% che permetterebbe all’Italia di chiudere la partita con un paio di miliardi, come messo in conto dal governo.
Ma tutto è ancora da vedere.
Alberto D’Argenio
(da La Repubblica”)
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
DAL CASO FIUMICINO ALL’ALLUVIONE DI GENOVA, FINO ALLA MORTE DI PANTANI
Una bambina tenuta fuori da una scuola di Fiumicino da un cordone sanitario di madri invasate. 
La sua colpa: essere appena tornata dall’Uganda, dove il padre presta servizio come carabiniere.
Giova ricordare che l’Uganda non è tra le nazioni africane piagate dal virus di Ebola, che i controlli a cui la piccola si è sottoposta per precauzione hanno dato esito negativo e che la bambina non solo non ha la febbre ma neanche un accenno di raffreddore?
Naturalmente no, perchè questi sono fatti.
Mentre alle mamme di Fiumicino interessano le suggestioni.
Si trovano in ottima compagnia: basti pensare ai politici di Genova che negano qualsiasi collegamento fra la cementificazione del territorio e le alluvioni, ai commentatori sdraiati che spacciano la prescrizione di un potente per assoluzione piena, ai tifosi del povero Pantani che si abbeverano a ipotesi suggestive di omicidio sorvolando sul particolare che la porta della camera in cui il campione è morto era chiusa dall’interno.
I fatti non contano più. Qualcuno li ignora. Qualcun altro li degrada a semplici opinioni.
E il giudizio emotivo, che è quasi sempre un pregiudizio, regna incontrastato. L’assenza di gerarchie della Rete, per altri versi benedetta, contribuisce a un livellamento surreale in cui la notizia dell’Ansa e quella di un ipotetico comitato per la difesa dello gnu sdentato vengono messe sullo stesso piano e considerate egualmente credibili o incredibili.
In questo mondo di ignoranti informatissimi si dubita di tutto e al tempo stesso si crede a tutto.
Finendo per non capirci più niente.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
MICHEL ZEHAF-BIBEAU E’ L’ATTENTATORE UCCISO IN PARLAMENTO… ERA CONSIDERATO UN “VIAGGIATORE A RISCHIO” E PER QUESTO GLI AVEVANO RITIRATO IL PASSAPORTO
Un attacco al cuore dello Stato, forse di matrice jihadista. come mai accaduto in Canada.
Ad essere presa di mira la sede del Parlamento federale, ad Ottawa, al cui interno sono stati esplosi diversi colpi d’arma da fuoco. Mentre all’esterno, davanti al National War Memorial, un soldato di guardia è stato colpito ed ucciso.
“Un attacco spregevole”, ha tuonato il premier Stephen Harper.
Nessuno parla ancora ufficialmente di terrorismo. Ma più passano le ore più si rafforza l’ipotesi che ad entrare in azione non sia stato un ‘lupo solitario’, come era sembrato all’inizio, ma forse un vero e proprio commando composto almeno da due-tre uomini.
Uno di questi, quello che avrebbe sparato al militare ucciso, sarebbe a sua volta morto in seguito allo scontro con la polizia.
Il suo nome era Michael Zehaf-Bibeau, cittadino canadese di 32 anni convertito all’Islam e già noto ai Servizi segreti.
Quella che dovrebbe essere una sua foto è stata postata sull’account Twitter ‘Islamic State’, lo stesso seguito da Martin Couture-Rouleau, il giovane canadese fanatico dell’Islam che ha ucciso un altro soldato canadese travolgendolo con l’auto.
Secondo le prime ricostruzioni Zehaf-Bibeau, capelli lunghi e neri, era armato con un fucile da caccia, vestito in abiti civili e con una kefiah che gli copriva la parte inferiore del volto.
Proprio come appare in quella che dovrebbe essere la sua immagine postata su Twitter.
Era italo-canadese, invece, il soldato ucciso, Nathan Cirillo. E a otto ore dalle sparatorie per tutta Ottawa è ancora caccia all’uomo per scovare i possibili complici in fuga di Zahef-Bibeau.
Il clima in città , soprattutto nell’area di Downtown, è surreale, con uomini della polizia e delle forze speciali che fermano ogni auto in uscita dal centro e controllano a tappeto ogni abitazione sospetta.
Tutta l’area in cui sorge il Parlamento è in stato di assedio. Le scuole, gli uffici e le ambasciate presenti – tra cui quella americana e quella italiana – sono state messi in ‘lockdown’: nessuno può entrare od uscire. E tutti vengono invitati dalle autorità a stare alla larga da porte, tetti e finestre.
All’interno dell’edificio principale del Parlamento si sono vissuti momenti di vero e proprio terrore, come mostrano le immagini diffuse sui media e sui social network, con parlamentari, impiegati e visitatori in fuga nella hall principale in cui si sentono echeggiare gli spari.
Il tutto mentre l’aula era riunita e in una delle stanze era in corso una riunione di maggioranza. Zahef-Bibeau è stato quindi freddato da un ex poliziotto delle Giubbe Rosse e responsabile della sicurezza prima che potesse entrare nelle stanze in cui erano in corso i lavori del Parlamento.
Il premier Harper, a capo del partito conservatore, e i leader degli altri due principali partiti canadesi (il democratico Thomas Mulclair e il liberale Justin Trudeau) sono stati immediatamente evacuati.
Mentre fonti della polizia hanno parlato anche di spari provenienti dal tetto dell’edificio, sul quale avrebbero potuto esserci alcuni componenti del commando.
Ma nessuna di queste informazioni è stata confermata ufficialmente.
In breve tempo, mentre la situazione attorno agli edifici del Parlamento appariva ancora poco chiara e caotica, è scattata la massima allerta a livello nazionale, ma anche in seno al Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America (Norad): “Abbiamo preso tutte le misure adeguate per essere pronti a rispondere velocemente a qualsiasi emergenza”, ha confermato il portavoce dell’organizzazione.
E anche negli Stati Uniti l’Fbi ha alzato il livello di allerta, mentre il presidente Barack Obama, appena informato dei fatti, si è intrattenuto telefonicamente col premier canadese. In particolare, a Washington sarebbero state rafforzate le misure di sicurezza attorno all’ambasciata canadese e attorno al cimitero monumentale di Arlington, dove sono sepolti i reduci di tutte le guerre.
Il Canada intanto si interroga su quella che appare come una vera e propria escalation terroristica legata alla decisione del governo canadese di partecipare alla campagna militare contro l’Isis in Iraq e in Siria.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL PERICOLO DELLA “LEGIONE STRANIERA” E LA SINDROME DELL’IMITAZIONE
L’alleato più fedele degli Stati Uniti, il Canada, vive una giornata di terrore che rilancia l’incubo del
“nemico in casa”.
La capitale Ottawa in stato d’assedio per il tiro a segno di Michael Zehaf-Bibeau, canadese convertito all’Islam. Il Parlamento bersagliato da raffiche di spari, una fortezza assaltata.
Tutto il Nord America si riscopre di colpo vulnerabile. In centinaia di milioni, dal Canada agli Stati Uniti, seguono la cronaca minuto per minuto come un incubo che si ripete, le prove generali di un nuovo 11 settembre.
L’angoscia è accentuata dalle immagini dei parlamentari canadesi che fuggono all’impazzata; mentre altri sono costretti a rinchiudersi negli uffici del Congresso, luci spente e tapparelle abbassate per non diventare bersagli di un tiro a segno.
Il comunicato sul “premier Harper evacuato in un luogo sicuro, con i capi dell’opposizione”, riporta alla memoria proprio quel che accade l’11 settembre con George W. Bush, il presidente “scomparso e nascosto” a lungo.
Washington soffre per la capitale gemella, quel che accade a Ottawa sembra un sinistro presagio di minacce che incombono anche sugli Stati Uniti.
Nelle reazioni a caldo, sono gli americani i primi a puntare l’indice verso la pista islamica.
Prima ancora che giunga la conferma ufficiale del Canada, l’Fbi sospetta un jihadista, e ne trae le conseguenze immediate anche sul territorio Usa: il Pentagono mette in stato di massima allerta l’intero comando aereo nordamericano (Norad), controlli speciali scattano alle frontiere e attorno alle sedi diplomatiche a Washington.
Gli americani hanno visto giusto subito, grazie a un accumulo di indizi, coincidenze, segnali inquietanti.
Anzitutto c’è il precedente di 48 ore prima, quando un recente convertito all’Islam ha investito due soldati canadesi, uccidendone uno. C’è il fatto che proprio ieri sera il premier Stephen Harper doveva presiedere una cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria a Malala Yousafzai, l’adolescente pachistana invisa ai talebani, che ha ricevuto il Nobel della pace per la sua difesa del diritto all’istruzione per le donne.
C’è il ruolo canadese nella coalizione anti-Stato islamico. C’è infine il fatto che numerosi cittadini canadesi di origine islamica hanno raggiunto i ranghi dei jihadisti in Siria e in Iraq: una legione straniera dalla quale possono emergere terroristi di ritorno, pronti a colpire in Occidente.
Anche le modalità dell’attacco evocano analogie, parallelismi tutt’altro che rassicuranti.
L’assalto armato a un Parlamento è una scenografia che fece le prove generali in India, a New Delhi, appena due mesi dopo l’11 settembre 2001.
E, sempre in India, la strage di Mumbai (26 novembre 2008) avvenne come una scorribanda da un obiettivo all’altro: come ieri a Ottawa gli attacchi sono avvenuti prima in un monumento ai caduti, poi nella sede dell’assemblea legislativa.
La dimensione dell’attacco a Ottawa è molto più piccola, il bilancio delle vittime modesto, ma l’effetto-panico è enorme.
Conferma i timori che da mesi l’intelligence Usa sta mettendo a fuoco. Dopo le decapitazioni di ostaggi occidentali da parte dello Stato islamico, avvisano gli esperti dell’anti-terrorismo, la tappa successiva nell’escalation può portare l’attacco in casa delle potenze occidentali.
La logica è identica a quella delle decapitazioni: il “castigo” contro coloro che intervengono a contrastare il progetto del Grande Califfato. Si sa che nelle zone della Siria e dell’Iraq controllate dai jihadisti, si confrontano due anime e due strategie: coloro che privilegiano un progetto di conquista locale, di espansione in Medio Oriente; e le fazioni che vogliono continuare l’opera di Osama Bin Laden colpendo l’Occidente in casa sua.
La pericolosità della “legione straniera” è stata sottolineata con la decisione di Washington di introdurre nuovi controlli mirati negli aeroporti, in vista di esplosivi “invisibili” alle attuali tecnologie.
Una delle ragioni che convinsero Obama a dare il via libera ai bombardamenti sulla Siria, fu proprio la prospettiva di un andirivieni di jihadisti con passaporti americani, canadesi o inglesi, liberi di portare l’attacco dove vogliono.
Ieri sera il profilo di Zehaf-Bibeau sembrava piuttosto quello del “lupo solitario”, un ex tossicodipendente convertito all’Islam, non necessariamente il membro di una cellula organizzata.
Ma c’è anche questo effetto “copycat”, la sindrome dell’imitazione, tra i pericoli reali nelle frange estreme delle comunità islamiche.
E l’Occidente è costretto comunque a fare i conti con tutte le proprie insicurezze.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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