Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“FORSE E’ STATO UN EQUIVOCO: PENSAVAMO VOLESSERO OCCUPARE LA STAZIONI TERMINI”…. E FORSE SAREBBERO BASTATO CHIEDERGLIELO
“Forse è stato un equivoco perchè piazza Indipendenza si presta all’equivoco, essendo troppo vicina alla stazione Termini e nello stesso tempo snodo per incamminarsi verso il ministero per lo Sviluppo economico. Forse il nervosismo di alcuni lavoratori delusi dallo scarno comunicato dell’amabasciata tedesca è stato interpretato come un tentativo di voler puntare all’occupazione della stazione Termini”.
È questa la versione del Viminale sulla carica dei poliziotti contro gli operai Ast di Terni che ha scatenato l’indignazione dei sindacati.
Le parole sono riportate dal quotidiano La Stampa e potrebbero anticipare la spiegazione che il ministro Angelino Alfano dovrà fornire oggi alle 18.30 in Parlamento.
Già nella serata di mercoledì, poche ore dopo le manganellate, Alfano aveva ammesso: “È stata una brutta giornata per tutti”.
La Questura nelle stesse pre aveva giustificato la “carica di alleggerimento” spiegando che gli operai volevano dirigersi verso Termini, probabilmente con l’intenzione di bloccare il traffico ferroviario.
Una ipotesi che gli operai e i delegati sindacali presenti alla manifestazione avevano subito rispedito al mittente: mai era balenata l’idea di occupare i binari, hanno ripetuto.
Così questa mattina anche il sottosegretario all’Interno, Filippo Bubbico (Pd), ripete che probabilmente gli agenti in piazza Indipendenza hanno preso fischi per fiaschi: “Probabilmente si sarà generato qualche equivoco rispetto alla volontà che i lavoratori avevano manifestato di voler raggiungere il ministero dello sviluppo economico”, ha detto a Radio24 smentendo che ci fosse un ordine preciso del Viminale: “La mia impressione è che non si sia trattato di una carica delle forze dell’ordine, come si è potuto osservare nella giornata di ieri, non c’era un ordine in tal senso”.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
CIVATI: “LE SPARANO GROSSE PER FARSI APPREZZARE DAL CAPO”…IL POLITOLOGO AMADORI: “IL CERCHIO MAGICO DI RENZI CERCA PRETESTI PER ANDARE AL VOTO”
C’erano una volta Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Elio Vito: i colonnelli del Pdl. 
Erano un commando di polemisti scelti, zelanti e dalla contumelia facile, pronti a scagliarsi contro l’avversario di turno ad un solo cenno di Silvio Berlusconi.
Anche Matteo Renzi ha i suoi pretoriani: “Camusso è stata eletta con tessere false”, ha sparato l’europarlamentare Pd Pina Picierno nell’acme della polemica tra i partito e la Cgil.
Ma tra l’ex Cav e l’ex sindaco è la differenza di stile che salta all’occhio: se nell’era del suo dominio sulla politica italiana l’ex premier era il primo a sferrare raffiche di veleno contro l’avversario di turno (nel 99% dei casi i giudici “comunisti” e la sinistra all’opposizione, nel restante 1% contro Gianfranco Fini), oggi Renzi adotta la strategia opposta: tiene per sè la polemica politically correct fatta di dichiarazioni ortodosse e manda le retrovie (o meglio, il cerchio magico) a colpire duro sui fianchi con argomentazioni più o meno offensive l’avversario.
Che nell’epoca delle grandi coalizioni e non è quasi mai il centrodestra, ma chi si trova alla sinistra del Pd.
La lite Picierno-Camusso è solo l’ultima puntata. I ferri sono corti da tempo, ma la tensione tra Pd e Cgil è deflagrata nel fine settimana.
“Il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più”, scandiva il premier il 26 ottobre dal palco della Leopolda ribadendo la necessità di superare l’articolo 18, concetto estraneo ai valori della sinistra tradizionale, in un linguaggio rispettoso delle regole dello scontro politico.
Giusto il giorno prima, però, uno dei suoi colonnelli aveva aperto il fuoco: mentre la Camusso portava in piazza a Roma lavoratori, studenti, pensionati e parte del Pd contro il governo, Davide Serra attaccava il diritto di sciopero proponendone la limitazione: “Dovrebbe essere molto regolato, prima che tutti lo facciano random”.
Il finanziere amico del premier affondava poi sulla piazza: “Se vogliono aumentare i disoccupati, facciano lo sciopero generale”.
Veloce come un destro-sinistro di stampo pugilistico, è arrivata quindi la bordata della Picierno: “Sono rimasta molto turbata dalle parole di Camusso che dice che Renzi è al governo per i poteri forti. Potrei ricordare che la Camusso è eletta con tessere false o che la piazza è stata riempita con pullman pagati, ma non lo farò”, ha sibilato l’europarlamentare davanti alle telecamere di Agorà , su Rai Tre.
Come una Santanchè qualsiasi.
Le pensa il premier, ma le dicono i suoi fedelissimi?
A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, diceva qualcuno. Anche il tono e le argomentazioni sono comuni, sempre a cavallo tra la battuta di spirito, la provocazione e la dichiarazione di stampo populistico.
La categoria “Vecchi contro giovani” propria dell’oratoria renziana è una delle più utilizzate. L’ha risfoderata lunedì Maria Elena Boschi per rispondere alle critiche mosse alla manifestazione della Leopolda da Rosy Bindi (“Non c’è nulla di più imbarazzante della contro-manifestazione della Leopolda”, aveva detto l’ex presidente del Pd contrapponendo la kermesse renziana alla piazza della Cgil): “L’onorevole Bindi ha un seggio in Parlamento dal 1989 — ha proseguito — e non è giusto che provi tanto astio verso ragazzi di 25 anni che vengono alla Leopolda senza che nessuno gli paghi il treno o il pranzo”, diceva con il consueto sorriso il ministro per le Riforme durante Quinta Colonna su Rete 4, suggerendo maliziosamente che i vecchi vertici della sinistra (Cgil compresa) sia solita pagare per riempire le piazze e affollare i cortei.
“E’ un gioco al rialzo a chi risulta politicamente più scorretto — commenta Pippo Civati — anche Renzi alla Leopolda ha tirato fuori battute al limite della volgarità . Apostrofare la manifestazione della Cgil dicendo che ‘i lavoratori protestano in piazza mentre alla Leopolda si produce lavoro’ è offensivo per chi lavora davvero”.
E le dinamiche riproposte sono sempre le stesse: “Quelli sui panini e i pullman pagati sono commenti che sento fare dalla destra da quando da ragazzo andavo alle prime manifestazioni di piazza. Il primo a farli era Berlusconi, che dal ’94 in poi ha sempre mosso all’opposizone le stesse critiche che oggi Renzi muove a chi non la pensa come lui: ‘le resistenze arrivano dalla sinistra che non vuole cambiare le cose’ o ‘non ci faremo fermare da questi conservatori’”.
Come spiega l’esponente della minoranza Pd la recrudescenza dei toni di questi giorni? “Accade che Renzi dice: ‘Picchiate duro, che io non vi dico nulla’, così tutti le sparano grosse per farsi apprezzare dal capo”.
I renziani hanno una faretra capiente e intingono spesso la punta delle frecce nella sempreverde polemica contro l’attaccamento alla poltrona.
E i bersagli sono facili: i campioni della vecchia nomenclatura percepiti dal popolo della sinistra come il principale ostacolo al rinnovamento della sinistra stessa e membri di una classe dirigente causa dei problemi del Paese.
L’ultima a scoccare strali contro il “vecchio” è stata un’altra renziana di ferro, Debora Serracchiani. “Renzi si sforza, ma i risultati sono insoddisfacenti”, aveva sentenziato con il consueto tono cattedratico Massimo D’Alema commentando alla Festa dell’Unità di Bologna l’operato del governo.
Era il 2 settembre, il premier restava in silenzio e la risposta al veleno arrivava due giorni per bocca del vicesegretario Pd: “Quando uno ha fatto politica al livello in cui l’ha fatta D’Alema forse si aspetta che il momento della pensione non arrivi mai — insinuava Serracchiani in un’intervista al Corriere della Sera il 4 settembre — “i tempi delle sue accuse” lascerebbero pensare che D’Alema si sia risentito per la mancata candidatura ad Alto Rappresentante, “ma io voglio credere che no, che non sia così”. L’attacco di D’Alema aveva lasciato il segno e il 5 settembre il governatore del Friuli rincarava la dose, invitando i membri della vecchia guardia a mettersi a disposizione del partito “senza che per questo debbano avere una poltrona su cui sedersi”.
Quasi un complimento, al confronto con l’attacco frontale sferrato dalla Picierno. “Questo scontro tra governo e sindacati — spiega Alessandro Amadori, direttore di Coesis Research— rientra nel processo di smantellamento dei corpi intermedi su cui Matteo Renzi basa la propria azione politica. La forma scelta nel caso della Picierno è greve e rientra nella consuetudine tutta italiana di gettare fango sull’avversario. Una battaglia nuova, quindi, condotta in questo caso con una strategia vecchia, con modalità da Prima Repubblica“.
All’orizzonte l’obiettivo è chiaro: “Non ci vedo un ordine di scuderia — continua l’analista politico — ma lo scopo è chiaro: Renzi sa che ora ha l’opportunità per andare al voto, con Grillo che si è indebolito e il centrodestra incapace di articolare un’offerta politica convincente: il premier ha capito che si trova davanti ad una window opportunity e che se si andasse alle urne oggi il Pd potrebbe prendere più del 41%, potrebbe puntare anche al 45%. L’entourage di Renzi avverte che questa possibilità è nell’aria e si muove: prendere a bersaglio la Cgil è il pretesto per far saltare il banco e andare a votare“.
Marco Pasciuti
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Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“IL MATTINO” DI NAPOLI RICORDA CHE E’ MOROSA DELLA QUOTA DOVUTA PER LA CANDIDATURA… E HA FATTO ENTRARE NEL PD UN EX SOCIALISTA ESPULSO DAL PSI PER NON AVER PAGATO PURE LUI
Il con dut tore – diretta Rai tre, ultimi secondi della tra smis sione Agorà – le stava facendo la gra zia di pro vare a fer marla. Ma niente.
Pina Picierno euro de pu tata del Pd e ultras ren ziana, ha voluto dirlo, «potrei dire ma non vor rei dire», insomma l’ha detto: «Camusso ha vinto il con gresso della Cgil con tes sere, diciamo, false e la piazza (inten deva natu ral mente quella del sin da cato, sabato scorso) è stata riem pita con pull man pagati».
Titoli di coda, e ini zio di una gior nata com pli cata per il Pd.
Camusso non ha pra ti ca mente repli cato.
Era finita sotto attacco per aver detto in un’intervista a Repub blica — titolo: «Renzi è a palazzo Chigi per volere dei poteri forti» – che «il governo copia le pro po ste delle grandi imprese».
Quando ha sen tito le parole di Picierno aveva già saputo dei man ga nelli della poli zia sugli ope rai. «Si parli di que sto e non delle scioc chezze», ha detto.
A repli care ci ha pen sato l’ufficio stampa della Cgil, facendo il verso alle pre te ri zione dell’eurorenziana: «Potremmo dire che non ha argo menti di merito e poco rispetto per le cen ti naia di migliaia di per sone che hanno dato vita alla straor di na ria mani fe sta zione. Potremmo, ad esem pio, par lare delle pri ma rie in Cam pa nia. Potremmo dire tutto que sto e altro ancora ma, come si usa adesso, non lo faremo».
Al ver tice del Pd il pro blema di rime diare allo sci vo lone dell’ex gio vane demi tiana. Un po’ il bis dell’uscita anti scio pero del finan ziere David Serra, ele mo si niere della Leo polda, non dei pullman Cgil.
Il vice segre ta rio Gue rini inter viene lesto: «Picierno non voleva offen dere, può
capi tare nel corso di dibat titi accesi di dire parole ecces sive».
E a Picierno capita di ecce dere in tv, mal grado si pre sen tasse un tempo come «autrice di testi tele vi sivi». È famosa per aver detto una volta che con 80 euro si può fare la spesa per due set ti mane. Poi spiegò, cor resse. Anche ieri ha dovuto farlo.
Nel frat tempo Gue rini assi cu rava: «Noi abbiamo grande rispetto per un impor tante realtà sin da cale come la Cgil e per le per sone che mani fe stano in piazza le loro opi nioni. Chie diamo uguale rispetto per il per corso demo cra tico degli orga ni smi del nostro par tito».
E il pre si dente del par tito Mat teo Orfini si destreg giava nel più clas sico dei «ma anche»: «Susanna Camusso ha detto cose sba gliate, ma anche Pina Picierno ha dato una rispo sta sba gliata e rozza, la piazza va ascol tata e rispet tata».
Discorso dal quale in serata non si disco stava troppo Pier Luigi Ber sani, pure cri tico con il governo che «ha acceso una mic cia al giorno» e «con si dera il sin da cato un ferro vec chio».
Ma, aggiunge l’ex segre ta rio, anche lui in tv: «Non sono d’accordo con Camusso sui poteri forti, Renzi è lì per chè lo ha voluto il par la mento».
Assai più duro Pippo Civati, secondo il quale «era più facile quando le cose che ha detto Pi cierno le diceva la destra».
E anche Gianni Cuperlo resta sul lapi da rio: «Il sin da cato si rispetta».
Giu ditta Pini, depu tata dell’area dei gio vani tur chi di Orfini, sostiene che «Camusso ha detto una cavo lata che si poteva tranquilla mente evi tare» ma aggiunge che «per sua for tuna le è arri vata in soc corso Picierno che l’ha fatta sem brare una fine poli to loga». Alla fine Ber sani si rivela quasi il più prudente: «Qual cosa si sta incri nando, ma alla scis sione nean che a pen sarci. A noi tocca tirarlo fuori dai guai, Renzi. Mat teo con me può stare tranquillo».
Ma nel frat tempo ecco Picierno ten tare di sal vare il sal va bile. «Non era mia inten zione lan ciare accuse», dice.
E assi cura di «rispet tare il sin da cato e il popolo della piazza», aggiun gendo però che «altret tanto rispetto chiedo nei con fronti di chi pensa che la sini stra sia cam bia mento e riforme».
Tra que sti si col loca lei, è chiaro. Lei subito bat tez zata su twit ter come «la San tan chè del Pd» e che il Mat tino rac con tava ieri depu tata niente affatto modello, ma morosa: dovrebbe al par tito cam pano quasi l’intera somma che si era impe gnata a ver sare al momento della can di da tura, e per que sto avrebbe chie sto una rateiz za zione.
La Cam pa nia, del resto, non è esat ta mente la regione dalla quale si pos sano dare grandi lezioni di tes se ra mento tra spa rente, per chi ricorda che delle iscri zioni sospette al Pd si era inte res sata per sino l’antimafia.
Sem pre a pro po sito di soldi, è stata pro prio Picierno a por tare recen te mente in dote al Pd cam pano l’ex con si gliere regionale socia li sta Gen naro Oli viero, espulso dal Psi per non aver sal dato le quote.
Rivolta tra i com pa gni di Caserta.
Domenico Cirillo
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Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“HO INCONTRATO GLI OPERAI IN OSPEDALE E TUTTI ME LO HANNO CONFERMATO”
“È gravissimo quello che è accaduto ieri a Roma”. Alla richiesta di un commento sulle frasi di Pina
Picierno, il segretario generale della Cgil propone di cambiare discorso. Lei stessa è corsa al Policlinico Umberto I per accertarsi della salute dei militanti Fiom picchiati.
Poi ha parlato con Maurizio Landini e ha telefonato al ministro dell’Interno, Angelino Alfano.
Cosa ha detto al ministro Alfano?
Che quello che è avvenuto è gravissimo e chiediamo al governo di risponderne. Gli ho detto che occorre molta attenzione perchè in una situazione così difficile non si sa dove si va a finire.
Avvertite una situazione pesante?
Ho incontrato personalmente i lavoratori dimessi, tutti e due raccontano la stessa cosa: c’è stato un ordine esplicito. Stupisce sempre, del resto, che queste cose possano avvenire per caso. Ci deve essere un ordine. Ma le manifestazione pacifiche non possono essere trattate in questo modo.Non voglio fare dietrologia però abbiamo chiesto di convocare il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in modo da rendere esplicita una direttiva su quale deve essere il comportamento delle forze dell’ordine. Quello che è accaduto oggi non deve più verificarsi.
Quanto accaduto potrà anticipare il vostro sciopero generale?
Fino all’8 novembre ci sono mobilitazioni già decise. Continuiamo a pensare che bisogna articolare e allargare le iniziative, dare voce ai territori. Saremo sottoposti a numerose tensioni, a probabili voti di fiducia, non abbiamo in mente una lotta di breve periodo.
La richiesta Cgil è ancora quella di modificare la legge delega o spostate il tiro sulla legge di Stabilità ?
La priorità è che si crei lavoro, buon lavoro. Nella legge delega non c’è nulla sul superamento delle tante forme della precarietà . Lo Statuto dei lavoratori va esteso non ridimensionato. Legge delega, legge di Stabilità e riforma della Pubblica amministrazione sono tre cose che vanno insieme, una cosa non derubrica l’altra. In ogni caso, noi non diciamo solo dei “no”. Abbiamo idee, proposte: l’estensione dei diritti, la riduzione della precarietà , la qualità della pubblica amministrazione.
Pensate sia possibile un confronto con l governo o ci avete messo una pietra sopra?
Per stile una pietra sopra non ce la mettiamo mai. Una strada per confrontarsi è la più idonea ma non ne vediamo in questo momento le premesse. Abbiamo proposte e restiamo disponibili al confronto. Non ci chiudiamo in un fortino.
C’è una Cgil sotto assedio?
No. La fase attuale è piuttosto caratterizzata da una grandissima questione sociale. Per correttezza, va detto che la situazione non è tutta figlia di questo governo ma di una lunga stagione di crisi che ha lasciato moltissimi nodi irrisolti. Capisco che ci sia del nervosismo in giro. L’isolamento non ci riguarda a meno che non si voglia intendere una separazione dei temi del lavoro dalle priorità del Paese.
Cosa risponde a Pina Picierno?
Il mio sentimento prevalente è di parlare delle cose concrete e delle cose da fare. Non mi interessa rispondere al protagonismo di qualcuno. Ovviamente, ci riserviamo di valutare gli elementi di diffamazione ma non è questo il punto.
Immaginava che sarebbe stata il segretario dello scontro tra la Cgil e il partito a cui è iscritta?
Devo dire che quando sono stata eletta la preoccupazione era come affrontare una crisi così lunga. Ma forse abbiamo sottovalutato che una crisi così avrebbe cambiato non solo i rapporti sociali ma anche i rapporti sul piano politico. Ciò che invece non è mutata è la forte vocazione di autonomia della Cgil.
Non sentite il problema del rinnovamento, anche generazionale, della Cgil?
La Cgil non è mai un mondo omogeneo. Sabato scorso è stato evidente che siamo più compositi e più giovani di quello che è riconosciuto. Che poi anche noi abbiamo un problema di accelerazione del rinnovamento non c’è dubbio. Ma questa discussione l’abbiamo aperta prima del “cinegiornale dell’era Renzi”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA POLIZIA MANGANELLA GLI OPERAI DELLA THYSSEN DI TERNI CHE VOLEVANO ANDARE AL MINISTERO
“È incredibile quello che è successo, non ha nessuna ragione. Hanno picchiato i lavoratori solo perchè avevano chiesto di fare un corteo pacifico fino al ministero. Ma la risposta è stata la carica”. Maurizio Landini si sfoga con i suoi subito dopo aver assistito, da segretario generale della Fiom, a una delle giornate più cupe della sua vicenda sindacale. I 500 operai delle acciaierie Thyssen di Terni erano venuti a Roma per chiamare in causa il governo tedesco e hanno organizzato un presidio davanti all’ambasciata di Germania, in piazza Indipendenza.
Ma si sono trovati sotto una carica improvvisa della polizia, violenta e precisa, tanto da spedire all’ospedale quattro militanti della Fiom tra cui due dirigenti nazionali. Uno di loro, Gianni Venturi, è caduto in terra ed è stato manganellato anche in quella posizione.
I colpi raggiungono in pieno lo stesso Maurizio Landini, a stento protetto da Fabio Palmieri, che lo accompagna da anni.
Non era mai avvenuto che un segretario generale del sindacato fosse colpito dai manganelli.
La reazione di Landini è rabbiosa: “Dica una parola la Presidenza del Consiglio, anzichè fare slogan del cazzo, dica una parola di quello che sta succedendo. Che si vergognino. Devono chiedere scusa ai lavoratori. Noi paghiamo le tasse anche per loro. Questo Paese esiste perchè c’è gente che lavora. Dovrebbero chiedere scusa alla gente. Altro che palle, Leopolde e cazzate varie”.
E ancora: “In un Paese di ladri, di gente che evade, di corruzione, se la vengono a prendere con gli unici onesti?! Ma dove cazzo siamo messi?! Basta, eh”.
Un fiume in piena che si arresta solo a sera quando il ministro Alfano, dopo una giornata di telefonate, dichiarazioni e consultazioni, decide di ricevere i leader sindacali presenti in piazza. Ad Alfano Landini chiede “le scuse” che però non arrivano. I sindacati presenti chiedono alla Questura di Roma di “smentire” il comunicato mattutino “perchè che noi volessimo andare alla stazione Termini” dice Landini “è una bugia e voi lo sapete”.
Anche la Fiom chiede la “ricerca dei responsabili”. Il capo della polizia, Alessandro Pansa, cita un filmato Sky che mostrerebbe le provocazioni degli operai mentre Alfano chiude dicendosi che si darà da fare per impedire giornate come questa.
Ma le scuse non arrivano anche se, come dice Landini, “sarebbero state molto utili per Terni”.
La manifestazione era cominciata al mattino quando dieci pullman avevano scaricato a Roma circa 500 operai diretti all’ambasciata tedesca di piazza Indipendenza, dietro la stazione Termini.
Le acciaierie di Terni, infatti, sono tedesche e finora il governo di Angela Merkel non ha mostrato alcun interesse per i tagli da 100 milioni di euro e da 550 esuberi.
La delegazione viene ricevuta dal portavoce dell’ambasciatore. Ma l’incontro produce solo un comunicato stampa beffardo: “Il giorno 29 ottobre un presidio di lavoratori ha manifestato per contestare il piano industriale della Thyssen. La delegazione è stata ricevuta da un rappresentante dell’ambasciata a cui è stata illustrata la ragione della protesta”.
La presa in giro è così plateale che la reazione è istintiva. Ai fischi fa seguito la voglia di spostarsi al ministero dello Sviluppo economico. “Non abbiamo fatto in tempo a chiedere il permesso” spiega un militante della Fiom che si trovava in prima linea, “che è partita la carica della polizia”.
La Questura dirà che è stata solo un’azione di “contenimento” e che i manifestanti avevano l’intenzione di dirigersi alla stazione Termini. “Non ci abbiamo nemmeno lontanamente pensato” replica la Fiom.
Le botte arrivano dirette. Gianni Venturi, pacifico dirigente della Fiom, finisce a terra e perde i sensi. Chi lo segnala agli agenti di polizia finisce manganellato.
Lo stesso Landini cerca di calmare gli animi, ma i colpi arrivano anche a lui. Rosario Rappa, un altro dirigente nazionale della Fiom, si ritroverà , insieme ad altri due giovani con la testa spaccata.
Al termine della giornata anche la polizia denuncia quattro feriti, tra cui un funzionario. Dopo i manganelli, il corteo si ricompone.
Landini, furioso, telefona alla ministra Federica Guidi annunciando l’arrivo della delegazione.
Una nuova telefonata di Landini, stavolta a Graziano Delrio, indurrà il governo a spedire il sottosegretario Filippo Bubbico al tavolo presso il ministero. La delegazione sindacale torna in strada con le risposte ottenute: una verifica su quanto avvenuto in piazza; l’impegno della ministra Guidi “per cambiare il piano industriale Ast”; il pagamento degli stipendi, da oggi, se sarà consentito agli impiegati amministrativi di entrare nello stabilimento.
“Non è cambiato nulla” commentano sottovoce e delusi, gli operai presenti. Ma l’invito è di chiudere qui la manifestazione e di tornare a casa.
La ministra Guidi, in serata, si dice fiduciosa in un accordo e riconvoca per questa mattina le parti. Gli operai di Terni, intanto, hanno già fatto 80 ore di sciopero ma per il momento hanno deciso di non mollare.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
UNA CONSULENZA AL SUO STUDIO QUANDO ERA MINISTRO DEL TESORO
Se dovesse avere ragione l’inchiesta, sarebbe un raro caso di corruzione ministeriale la supposta
tangente da 2,4 milioni di euro che, nel marzo 2009, il tributarista Giulio Tremonti, nelle sue funzioni di allora ministro dell’Economia nel quarto governo Berlusconi, avrebbe incassato da Finmeccanica (controllata dal Tesoro) in cambio dell’ammorbidimento della propria iniziale contrarietà al controverso e stratosferico acquisto per 3,4 miliardi di euro nel luglio 2008 della società statunitense «Drs» fornitrice del Pentagono.
Una tangente che sarebbe stata veicolata dietro lo schermo di una parcella professionale liquidata da Finmeccanica, a saldo di una apparente consulenza sui profili fiscali appunto dell’acquisizione dell’americana «Drs», allo studio tributaristico «Vitali Romagnoli Piccardi & Associati», dal quale il fondatore Tremonti era formalmente uscito essendo divenuto ministro e di cui oggi è di nuovo socio.
Indagine della Procura di Milano
È quanto prospetta la Procura di Milano nell’indagare, per l’ipotesi di reato di corruzione, l’ex ministro Tremonti; uno dei suoi soci commercialisti di studio, Enrico Vitali; l’ex presidente di Finmeccanica (dal 2002 al 2011 con buonuscita di 5,5 milioni) Pierfrancesco Guarguaglini, prosciolto nel 2013 dopo essere stato indagato a Roma nel 2011 per false fatturazioni, reindagato a Roma per false fatturazioni nell’indagine sui bus, e nel marzo scorso anche a Napoli in una indagine sul sistema di tracciamento dei rifiuti «Sistri» nella quale il gip ha respinto la richiesta di arrestarlo; e Alessandro Pansa, l’ex direttore finanziario di Finmeccanica uscito 6 mesi fa con «un’indennità compensativa» di 5,4 milioni dopo che per la presidenza gli è stato preferito l’ex ad di Fs Mauro Moretti.
La natura ministeriale dell’asserita corruzione produrrà ora un effetto procedurale obbligato: la trasmissione degli atti, entro 15 giorni e senza intanto svolgere alcun atto di indagine, al Tribunale dei ministri di Milano, competente sull’istruttoria entro 90 giorni e composto in questo momento dal presidente di sezione civile del Tribunale di Como, Paolo Negri Della Torre, dal capo dei gip di Monza, Alfredo De Lillo, e dal giudice del lavoro di Milano, Stefano Tarantola.
Nuovi elementi in mano ai pm
Da subito, però, Tremonti-Vitali-Guarguaglini-Pansa potranno presentare memorie o chiedere di essere ascoltati, anche per capire di quali nuovi elementi dispongano i pm milanesi Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi per determinarsi a indagarli ora, visto che ciò non era accaduto quando nel 2010 l’arrestato ex consulente di Finmeccanica, Lorenzo Cola (3 anni e 4 mesi poi patteggiati per un’altra vicenda), in un interrogatorio al pm romano Paolo Ielo aveva collegato il cambio di atteggiamento del ministro Tremonti (da contrario a favorevole) proprio alla parcella liquidata da Finmeccanica allo studio dei soci del ministro.
Tremonti in aprile ha patteggiato a Roma 4 mesi, convertiti in 30 mila euro di pena pecuniaria e 10 mila di multa, per finanziamento illecito legato all’affitto di una casa messagli a disposizione dal suo ex consigliere Marco Milanese.
Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
(da “il Corriere della Sera“)
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