Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL RECORD DEL GOVERNATORE, CAMBIA VERSIONE IN QUATTRO GIORNI
L’ultima volta che Luca Zaia lo ha detto pubblicamente, con enfasi, a microfoni aperti, è stato solo venerdì scorso.
“Il Veneto è l’unica Regione che non chiede tasse per un miliardo e 159 milioni di euro, che rimangono nelle tasche di famiglie ed imprese”.
E per essere didascalico ha spiegato: “L’aiuto concreto, concretissimo, che la Regione Veneto ha dato e sta dando alle famiglie e alle imprese venete è dato dalla mancanza delle accise regionali sulla benzina, dei ticket regionali (si pagano solo quelli imposti da Roma) e dell’addizionale regionale Irpef. Penso che sia un segnale importante di vicinanza, anche economica, in un momento di difficoltà diffusa”.
La crisi economica non è evaporata in un week end.
E’ scomparsa, invece, la promessa di non attingere risorse al portafogli dei veneti, come sta facendo, lo Stato centrale.
Zaia si è rimangiato tutto in quattro giorni. Impensabile che il 3 marzo non sapesse che il 7 successivo avrebbe dato l’annuncio, con l’ausilio di diapositive nell’aula del consiglio regionale del Veneto, che l’Irpef sarà ripristinata dal gennaio 2018.
Certo non per sadismo nei confronti dei contribuenti già tartassati, ma per poter trovare i soldi che rimettano in attività i cantieri della Pedemonatana Veneta, un’incompiuta da due miliardi e mezzo di euro, il cantiere infrastrutturale più imponente aperto in questo momento in Italia.
La Pedemontana è una superstrada controversa da 27 anni, che ha suscitato la sollevazione di comitati e cittadini che si sono visti espropriare i terreni.
Ma a favore della realizzazione dell’opera sono schierati un po’ tutti, a cominciare dagli industriali che chiedono trasporti più veloci in un Nord Est intasato di traffico. Soltanto che adesso protestano un po’ tutti contro Zaia e la sua decisione di tartassare i veneti.
Per far ripartire la Pedemontana ecco la necessità di 300 milioni di euro di stanziamento pubblico, che sarà raccolto grazie all’Irpef sui redditi superiori ai 28mila euro con aliquota crescente.
Per i redditi fra i 75mila e i 150mila euro la Regione stima una tassa media di 110 euro mensili a contribuente.
I proventi dei pedaggi saranno introitati dalla Regione anzichè dal concessionario Sis, a differenza di quanto pattuito dagli accordi iniziali.
Secondo Zaia, la Regione risparmierà 9 miliardi e mezzo di euro, visto che oltre 7 miliardi e mezzo sarebbe stata la spesa per riequilibrare (in base ad accordi capestro) la differenza degli introiti, visto il calo delle stime di traffico, fissate ora in 27mila veicoli al giorno.
E pensare che Zaia ha sempre detto: “Noi siamo coerenti, amministriamo bene. E le tasse non le abbiamo messe, anzi le abbiamo tolte”. Leggere, per credere.
Ottobre 2012: “Lo Stato ci ha tolto 200 milioni per la Sanità , ma io l’Irpef non la metto”.
Stesso anno: “Facciamo la rivolta fiscale. C’è l’Imu da pagare? Bene si decida di non pagarla, di fare l’obiezione fiscale”.
Autunno 2016: “Giù le tasse o niente ripresa economica. La tassazione inevitabilmente disincentiva gli investimenti e toglie ai giovani la voglia di intraprendere”.
2 novembre 2016: “Niente tasse per quasi 1,2 miliardi di euro. E’ la cifra più importante del bilancio della Regione, che la giunta ha approvato. Abbiamo fatto la scelta del ‘tax free’”.
3 novembre 2016: “Renzi non deve dimenticare che siamo l’unica regione ‘tax free’”. C’è solo l’imbarazzo della scelta nelle rassegne stampa o nel suo twitter.
Promesse a pioggia. Annullate di colpo dalla Pedemontana Veneta
Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
IN TOTALE RICHIESTE 56 CONDANNE PER PECULATO E TRUFFA
Due anni e due mesi per Nicole Minetti, due anni e dieci mesi per Renzo Bossi: sono alcune delle
richieste di pena proposte oggi dal pm Paolo Filippini nell’ambito del processo a Milano sui rimborsi in Regione Lombardia.
Sono state chieste 56 condanne su 57 tra consiglieri, consiglieri regionali ed ex assessori imputati in gran parte per peculato, alcuni per truffa.
L’unica richiesta di assoluzione per l’ex assessore Massimo Ponzoni.
Le pene più alte il pm le ha chieste per Stefano Galli (6 anni), ex capogruppo della Lega Nord, e per l’ex presidente del Consiglio regionale, Davide Boni (4 anni), sempre in quota alla Lega.
Al centro del processo di Milano lo scandalo delle spese “pazze” al Pirellone scoppiato alla fine del 2012.
Memorabili le richieste di rimborsi contestate a Nicole Minetti, tra cui compaiono creme e il libro Mignottocrazia di Paolo Guzzanti, ma anche quelle di Renzo Bossi. Tra il 2010 e il 2012 il figlio del Senatur avrebbe messo in conto spese videogiochi, Red Bull, gomme da masticare, cocktail come Mojito, Campari e Negroni, patatine, barrette ipocaloriche, giornali, sigarette, un I-Phone, auricolari, un computer e il libro Carta Straccia di Giampaolo Pansa.
L’inchiesta della Procura di Milano era stata chiusa il 5 marzo 2015.
Conti alla mano, secondo i pm, i soldi pubblici spesi illecitamente ammontavano a poco più di 3 milioni di euro.
Dalle analisi degli uomini della Guardia di Finanza era emerso come fossero stati rendicontati scontrini per comprare dolci in pasticceria oltre che per fare colazioni con brioche e caffè, noleggi auto e taxi, lecca lecca e gratta e vinci.
I soldi pubblici, secondo l’accusa, erano stati utilizzati anche per pagare cene a base di aragosta e sushi, merende con piadine e nutella, ostriche, ovetti Kinder, carne in macelleria, fino ai fuochi d’artificio.
Il pm Filippini ha spiegato che le attenuanti generiche vanno concesse alla maggior parte degli imputati anche in ragione della restituzione, “più o meno volontaria” o per via del procedimento aperto dalla Corte dei Conti, del denaro di cui, tramite i rimborsi illeciti, si sarebbero appropriati.
E così, le richieste di pena si aggirano tra 1 anno e 10 mesi e 2 anni e 10 mesi.
Da questo “range” escono però, oltre ai già citati, i 4 anni chiesti per Paolo Valentini Puccitelli, Angelo Giammario e Gianluca Rinaldin, i 3 anni per Massimo Guarischi, Antonella Maiolo, Gianmarco Quadrini, Marcello Raimondi, Luciana Ruffinelli, Carlo Saffiotti, Mario Sala, Pierluigi Toscani, Sante Zuffada.
Stessa pena chiesta per Corrado Paroli, operaio imbottigliatore di acqua minerale e genero di Galli al quale l’ex capogruppo non solo pagò con i soldi pubblici il banchetto di matrimonio con la figlia Laura Verdiana, ma ha fatto ottenere anche un contratto di consulenza con il Pirellone per 19 mesi per una cifra di oltre 196 mila euro.
Si tonerà in aula il prossimo 19 aprile quando parlerà l’avvocato della Regione parte civile e poi cominceranno le difese.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
PER IL DOCENTE EX VELTRONIANO INCOMPATIBILITA’ A CAUSA DELLO STUDIO DI ARCHITETTURA DI CUI E’ SOCIO… MA NON BASTAVA INFORMARSI PRIMA?
Il posto lasciato libero da Paolo Berdini lo scorso 14 febbraio sarà ancora vacante.
La nomina di Luca Montuori all’assessorato all’Urbanistica slitterà alla prossima settimana in quanto l’architetto, 51 anni, professore associato di progettazione urbanistica all’università Roma Tre, deve prima liberarsi delle quote dello studio di architettura di cui è associato per incompatibilità per conflitto d’interessi a causa dell’articolo 78 del TUEL.
Il Testo Unico degli Enti Locali infatti all’articolo 78 comma 3 dice che «i componenti la Giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato».
Montuori è cotitolare dello studio di architettura 2tr, sede in piazza Gentile da Fabriano, che l’assessore congelato fondò nel 2000 con l’amico-socio Riccardo Petrachi.
Montuori, laurea alla Sapienza nel ’93 e dottorato a Firenze sui temi del paesaggio contemporaneo, ha fondato nel 2001 lo studio 2tr_architettura, con cui ha partecipato a concorsi internazionali con premi e menzioni.
Membro del Comitato Scientifico della Casa dell’Architettura di Roma, ha svolto attività didattica e di ricerca con università e istituzioni italiane e straniere.
Nel suo curriculum anche una consulenza per lo svolgimento delle procedure concorsuali della Unità operativa 11 del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma.
Montuori può risolvere in due modi: attraverso la cessione delle sue quote oppure chiudendo lo studio privato.
E infatti ieri in una nota stampa in cui si titolava “Nessuna incompatibilità ” mentre al suo interno certificava l’incompatibilità , sosteneva: “In merito a notizie che stanno circolando in queste ore riguardo una mia presunta incompatibilità con l’incarico di assessore all’Urbanistica e Lavori Pubblici ci tengo a precisare che ho già provveduto a prendere appuntamento da un notaio per chiudere l’Associazione professionale ‘2tr Architettura’ di cui sono cofondatore. Sottolineo quindi che tale atto avverrà prima della formalizzazione del mio nuovo incarico nella Giunta capitolina”.
Montuori ha comunque ieri partecipato a un incontro con Michele Civita, assessore ai trasporti della Giunta Zingaretti, insieme a Luca Bergamo e Luca Lanzalone, per parlare dello stadio della Roma a Tor di Valle, nel frattempo finito in un’impasse giuridica apparentemente senza vie d’uscita.
E sempre a proposito del dossier stadio ieri è tornato a farsi sentire Paolo Berdini, accusato qualche giorno fa dalla Raggi in Assemblea Capitolina di non aver formalizzato la collaborazione dell’avvocato Lanzalone nel suo assessorato: “L’affermazione del sindaco Raggi secondo la quale la collaborazione dell’avvocato Lanzalone si sarebbe formalizzata mediante un accordo con il sottoscritto, collaborazione che non avrebbe poi trovato formalizzazione per via delle mie dimissioni, è completamente falsa. Non ho mai lontanamente pensato di avvalermi delle competenze dell’avvocato Lanzalone, nè — tengo a precisare — il sindaco o qualche suo fedele collaboratore mi ha mai parlato facendo cenno alla questione. Preciso anche che il primo incontro formale con l’avvocato avvenne in Campidoglio nel mese di gennaio mentre il sindaco cita, chissà perchè, una data posteriore, cioè quella del 10 febbraio”.
Nella stessa occasione Raggi ha parlato di una formalizzazione a breve della collaborazione con Lanzalone da parte del neo assessore all’Urbanistica Luca Montuori.
“La Raggi si assuma la responsabilità di atti e comportamenti che appartengono solo e unicamente a lei”, conclude l’ex assessore Berdini nel suo comunicato.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
“IL GIORNALE” RIPRENDE L’ANALISI DELL’EX COLLABORATORE PARLAMENTARE, DATI ALLA MANO
In un articolo a firma di Paolo Bracalini oggi Il Giornale torna sugli stipendi “segreti” dei grillini
sostenendo che al netto delle somme versate alle piccole imprese come da statuto «Luigi Di Maio guadagna più di 7000 euro e Alessandro Di Battista 5500.
Il Giornale cita uno studio di Lorenzo Andraghetti, ex collaboratore parlamentare del deputato Paolo Bernini ed espulso dal MoVimento 5 Stelle durante l’ennesima faida bolognese pubblicato su Lettera43:
Prendiamo l’esempio di Di Maio, rendiconti pubblici alla mano.
«Di Maio riceve entrate sul suo conto corrente per 60 mila 960 euro (stipendio netto), oltre a 99 mila 892,38 euro di rimborsi forfettari.
Le uscite documentate sono relative esclusivamente ai bonifici da lui fatti, ovvero i 25mila 122,32 euro all’anno restituiti per scelta politica dal M5s e poi la quota che il deputato usa per pagare gli assistenti, che ammonta a 44mila 280 euro annui.
Entrate meno uscite (60.960 +99.892,38 -25.122,32 -44.280) fanno 91 mila 450 euro all’anno. Cioè 7.620 al mese.
Questa è la cifra reale con la quale Di Maio (ma non solo) vive a Roma e che dovrebbe dichiarare quando va in televisione, al posto dei 3mila euro netti gridati ai quattro venti pubblicamente».
Per l’altro centravanti dell’attacco M5s, Alessandro Di Battista, a fronte di restituzioni più alte, lo stipendio è più basso di quello del collega, ma comunque più alto dei famosi 3mila euro: ovvero 5.462 euro al mese.
Mentre un altro big come Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai, il calcolo sulle entrate e uscite documentate porta Andraghetti a stimare «al netto di tutto, 6.888 euro al mese».
Sul rimborso forfettario che ricevono i parlamentari, compresi quelli del M5s, per le spese quotidiane, va tenuto conto che «treni, autobus e aerei sono gratis per i deputati», e quindi «chi inserisce nei capitoli di spesa queste voci, ci sta marciando». Così pure dichiara spese telefoniche per centinaia di euro mensili, quando è un gioco da ragazzi trovare offerte tutto compreso da 20 euro mensili: «Chi supera questa cifra è probabile quindi che stia gonfiando le spese».
Sempre Andraghetti ha pubblicato su Facebook questa tabella riepilogativa degli stipendi segreti dei grillini con i dati ricavati dal sito “tirendiconto.it” e i relativi calcoli da lui elaborati.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SONDAGGIO CONFERMA LA MARCIA INARRESTABILE DEL CANDIDATO “OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA”… AL BALLOTTAGGIO STRACCEREBBE LA PEN 65% A 35%… PER LA SOVRANISTA CI SARA’ SOLO UNA CORONA DI SPINE
In forte ascesa nei sondaggi sulle intenzioni di voto per le presidenziali francesi, Emmanuel Macron è ora in testa e ha superato per la prima volta la candidata dell’estrema destra, Marine Le Pen.
In un sondaggio di Harris Interactive per la televisione francese pubblicato oggi, il fondatore di En Marche! riceve il 26% delle intenzioni di voto, contro il 25% della presidente del Front National, che passa al secondo posto, per il primo turno delle elezioni, il 23 aprile.
Secondo il sondaggio, nel secondo turno previsto il 7 maggio, Macron, ex ministro dell’economia (che si definisce “nè di sinistra nè di destra”), vincerebbe con un ampio vantaggio le elezioni presidenziali, con il 65% dei voti contro il 35% di Le Pen.
Il candidato della destra, Franà§ois Fillon – la cui campagna elettorale è risultata fortemente ‘appesantita’ dal Penelopegate, lo scandalo per gli impieghi fittizi alla moglie e ai figli – rimane relegato al terzo posto, con il 20% delle intenzioni di voto.
Va sottolineato che se Fillon si fosse ritirato a favore a Juppè, sarebbe arrivato lui al ballottaggio con Macron, relegando la sovranista Le Pen a una medaglia di legno.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
FALLITA LA SPENDING ALATA, QUANTO COSTA L’AIR FORCE RENZI
Voli di Stato. Spesso per ragioni non istituzionali. 
In un’inchiesta il quotidiano la Repubblica rivela una sorta di classifica dei viaggi dei ministri a bordo degli aerei blu. Con una leggera riduzione nel passaggio dal governo di Matteo Renzi a quello guidato da Paolo Gentiloni.
Su e giù per i cieli di mezzo mondo, lungo itinerari che quasi una volta su due lo portano nella sua Sicilia. Tutto con i voli di Stato.
Ad Angelino Alfano spetta di diritto il titolo di frequent flyer istituzionale: è in cima alla classifica dei ministri che si servono dell’ “aereo blu”.
Da agosto a oggi il ministro degli Esteri si è imbarcato 68 volte sugli aerei messi a disposizione dalla presidenza del Consiglio. Nessuno come lui: il premier Gentiloni, fino al 12 dicembre (quando ha assunto l’attuale carica e, in base alle norme, non deve più far registrare l’utilizzo dei voli di Stato), si ferma a 43, la ministra della Difesa Roberta Pinotti a 31.
Al quarto posto il ministro Claudio De Vincenti, titolare della Coesione Territoriale, che si è spostato venti volte da un punto all’altro dello Stivale.
Poi il Guardasigilli Andrea Orlando (12), il titolare dello Sviluppo Economico Carlo Calenda (11) e il ministro dell’Interno Marco Minniti, che dalla nomina di metà dicembre a oggi ha preso 10 volte il volo di Stato.
La flotta è sempre tra le nuvole. In media, dalla scorsa estate, più di un decollo al giorno. Anche se con il governo Gentiloni la media si è abbassata: da 1,25 a 0,75 voli ogni 24 ore.
Non sempre si tratta di voli istituzionali, ma spesso anche di viaggi di ritorno nella propria residenza lontana da Roma.
Sette dei dieci voli di Minniti, ad esempio, sono stati effettuati da e per Reggio Calabria. Mentre Genova è in cima alle destinazioni raggiunte da Pinotti.
Ma Alfano batte tutti: per 27 volte su 68 ha utilizzato l’ “aereo blu” per tornare nell’isola del cuore.
In otto occasioni ciò è accaduto in periodi che, a leggere agenzie, giornali e siti web, non comprendono impegni pubblici. Puntate a casa in tempo di vacanza, come quella fra il 22 e il 24 agosto, ritagliata fra il Meeting di Rimini e la visita ai terremotati di Arquata, o fra il 26 e il 30 dello stesso mese.
Oppure, ancora, quella fra il 30 settembre e il 1° ottobre, arrivo a Trapani e ripartenza da Catania e il 1° novem-bre, festività di Ognissanti (Roma- Catania).
Il ministro dell’Interno è di nuovo in Sicilia nei primi giorni dell’anno, fra il 2 e il 4 gennaio (Roma-Catania e ritorno) e a cavallo dell’Epifania (Roma-Trapani e Palermo-Roma).
Alfano sbarca a Trapani e rientra nella capitale da Palermo anche nella domenica del referendum istituzionale e nei giorni della crisi di governo: il 7 dicembre scappa a Trapani dopo la direzione Ncd e fa ritorno a Roma il 10 per le consultazioni al Quirinale.
Sono una destinazione frequente, gli aeroporti dell’Isola, anche per impegni che non sono istituzionali ma politici.
In un altro articolo, sempre pubblicato su Repubblica, si spiega come sia fallita anche la spending review sui jet messi in vendita e poi invece passati alla flotta vip degli 007.
Nell’agosto 2013 il premier Enrico Letta ha annunciato: “Abbiamo deciso di vendere tre dei dieci aerei di Stato, contiamo di ottenere un risparmio di circa 50 milioni”. Intento meritorio, quanto vano: nessuno li ha voluti comprare.
Da allora un Airbus 319 da 50 posti resta parcheggiato. È stato già offerto sul mercato due volte ed è stata appena bandita una nuova asta: si parte da 16,8 milioni.
Non pochi per un bimotore con 17 anni sulle spalle, che però è stato revisionato nel 2010.
Altrettanto ardua la vendita di due eleganti trimotori Dassault Falcon 900, il bestseller dei jet d’affari.
Forse un po’ vecchiotti, risalgono al 1999, ma in ottime condizioni. Un anno fa, al secondo tentativo, il prezzo è stato abbassato a 7 milioni e 200 mila. Senza che nessuno si facesse avanti.
E allora? Stando a quello che ha ricostruito Repubblica, la coppia di Falchi ha cambiato comunque proprietario. È stata ceduta a un’azienda privata: la Cai, ossia Compagnia Aeronautica Italiana, che tutti conoscono come società ombra dei nostri 007.
Sono le ali delle missioni più segrete, una squadriglia che ha attraversato le trame nazionali nella massima discrezione: il più famoso dei loro jet era immatricolato I-FICV, sigla letta come “Fatevi i cavoli vostri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
BUZZI MINACCIA DI RIAPRIRE IL CALDERONE DI MAFIA CAPITALE
Parla Salvatore Buzzi. E dice che farà i nomi di tutti i politici coinvolti in Mafia Capitale. “Tutti i finanziamenti alla politica indicati in chiaro”, come racconta il Messaggero, con “il libro nero delle tangenti ricostruito centesimo per centesimo”, parola del suo avvocato.
In tutto sette udienze per raccontare la sua “verità “. Quella a cui, secondo quanto lui stesso afferma, la Procura di Roma non ha voluto credere nel corso di cinque interrogatori svolti nel corso delle indagini. Salvatore Buzzi, il gran cerimoniere delle coop all’ombra del Colosseo, ha preso la parola in videoconferenza dal carcere di Tolmezzo, per essere interrogato nell’ambito del maxiprocesso a Mafia Capitale.
Una deposizione monstre che durerà circa una settimana.
“Sono qui per difendermi – ha esordito -. In passato ho reso cinque interrogatori in Procura ma non sono mai stato creduto. Vedremo di dimostrare qui che quello che dicevo era vero”.
Buzzi nel corso dell’interrogatorio dovrà rispondere sui 35 capi di imputazione contestati dalla Procura di Roma. In questa prima tranche di confronto con i giudici, Buzzi ha offerto una sorta di sguardo di insieme della sua vicenda professionale e penale.
Spazio alle risposte anche sul rapporto con Massimo Carminati, ritenuto dagli inquirenti a capo dell’organizzazione mafiosa che puntava a controllare gli appalti all’ombra del Campidoglio. “Non rinnego l’amicizia con Carminati ma lui nelle mie cooperative non contava nulla, nulla”, dice.
E ancora: “Massimo Carminati l’ho conosciuto in carcere dopo il mio arresto per omicidio volontario. Nel corso della detenzione ho avuto contatti con ambienti neo fascisti anche se io ero dichiaratamente di sinistra, anzi finì li proprio per questo. Non ho mai avuto problemi con loro, mi trovai benissimo e in quel periodo ho conosciuto anche Gianni Alemanno che però apparteneva all’area missina”.
Con l’ex Nar, Buzzi si è rincontrato “nel 2012 quando entrò nelle coop. La sua presenza incideva in modo del tutto relativo nel fatturato delle cooperative”, sottolineando che il volume del fatturato degli appalti in cui è stato coinvolto anche Carminati è del 3.3% rispetto a quelli complessivamente gestita dalla galassia delle coop Buzzi.
Nel corso dell’interrogatorio Buzzi ha raccontato della sua esperienza nelle cooperative sociali. “Eravamo un sistema perfetto – ha aggiunto – che funzionava benissimo, non come quello descritto da queste ricostruzioni fantasiose”.
“Nel 1986, quando sono uscito dal carcere – ha raccontato nel processo a ‘Mafia Capitale’ – abbiamo creato la prima cooperativa sociale con il coinvolgimento di otto soci, tutti reduci da pene detentive pesanti. Usufruimmo dei primi fondi assegnati con somma urgenza dalla Provincia e al momento degli arresti del 2 dicembre 2014 eravamo in 2200, tra dipendenti diretti e indiretti, cioe’ appartenenti alle cooperative legate alla ’29 giugno’.
Il nostro fatturato è cresciuto tra il 1998 e il 2000 e poi, in maniera esponenziale, grazie all’emergenza Nord Africa e alloggiativa, tra il 2008 e il 2012. Io al mese arrivavo a prendere seimila euro di stipendio, quattro volte la paga di un operaio, perchè eravamo di sinistra e ci piaceva fare cose di sinistra”.
“Eravamo il fiore all’occhiello di Legacoop – è il ricordo di Buzzi – e crescevamo tanto velocemente che a un certo punto andammo in Legacoop a chiedere se andava tutto bene, e loro ci dissero: ‘siete perfetti'”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
FLAX RAX, UN MEGA SCONTO PER ATTIRARE PAPERONI STRANIERI, INTERCETTANDO I DELUSI DALLA BREXIT
Emiri, imprenditori facoltosi, calciatori, cantanti. 
Per il fisco sono high net worth individual, cioè persone con un patrimonio netto alto, mentre nel linguaggio comune, più semplicemente, sono chiamati Paperoni.
Abituati fino ad oggi a vederli soprattutto all’estero, potrebbero presto scegliere l’Italia, portando con sè la loro ricchezza diretta e non.
Chi ci spera per primo è il governo italiano che con l’entrata in vigore della flat tax punta a raccogliere almeno una parte di quel deflusso finanziario provocato dalla Brexit che modificherà gli equilibri della grande ricchezza in Europa.
Condizioni di grande vantaggio per i vip stranieri che decideranno di trasferire la residenza fiscale in Italia: 100mila euro e si è a posto con il Fisco, benefici per ben 15 anni ed estesi anche ai familiari.
Il capo segreteria del Mef, Fabrizio Pagani, l’ha detto chiaramente: la flat tax è “la chiave per rendere il Paese attrattivo” e intercettare “parte del flusso che necessariamente lascerà Londra”.
E l’ex premier Matteo Renzi non a caso ha citato “lo sceicco che vuole abitare a Capri” come esempio di un’operazione nata per “portare capitali stranieri” in Italia.
Il governo italiano punta, quindi, a fare concorrenza a Londra. Operazione City.
E una Capitale pronta a diventare la sede dei Paperoni stranieri già c’è ed è Milano. Si guarda “non tanto a Roma, ma a Milano che abbiamo lanciato come possibile hub finanziario europeo, ha spiegato Pagani.
La Brexit si avvicina e per i Paperoni stranieri è sempre più urgente trovare una nuova casa dove godere di normative fiscali agevolate.
Persone facoltose che si sono sempre tenute lontane dall’Italia, preferendole Paesi, come la Gran Bretagna, dove la ricchezza è tassata in misura minore, e che ora finiscono nel mirino dell’esecutivo italiano, pronto ad accoglierli con condizioni di grande vantaggio.
Una norma destinata sicuramente a far discutere e che ha già suscitato qualche malumore.
L’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, non la vede di buon occhio. “Il problema che ci si dovrebbe porre è fare pagare le tasse in base alle legge e non dare incentivi”, ha dichiarato all’Adnkronos.
Visco ha bollato la flat tax come “un’altra delle stravaganze di Renzi” che “pensa di fare concorrenza agli inglesi sul loro terreno dopo la Brexit”. “Ma la concorrenza fiscale a tutti i costi – ha sottolineato l’ex ministro – crea solo un mondo di diseguaglianze”.
Come funziona la tassa fissa per attrarre i Paperoni stranieri in Italia
La flat tax è operativa da oggi dopo la pubblicazione delle istruzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Possono aderire alla flat tax i contribuenti stranieri ad alto reddito che attualmente pagano a almeno nove anni le tasse in Paesi stranieri. Basterà versare una tassa fissa da 100mila euro l’anno, in un’unica soluzione, per essere a posto con il Fisco italiano, secondo quanto prevede la norma introdotta dal governo con l’ultima legge di bilancio.
I benefici sono validi per 15 anni e non sono solo personali. Chi ha famiglie numerose e guadagni con tanti zeri, infatti, potrà estendere questi benefici anche ai familiari, pagando un gettone al fisco di soli 25mila euro.
La norma non si applica a chi in questi anni si è trasferito dall’Italia all’estero.
I requisiti dei vip stranieri per aderire al forfai
Il versamento dell’imposta sostitutiva va effettuato in un’unica soluzione, per ciascun periodo di imposta di efficacia del regime, entro la data del versamento del saldo delle imposte sui redditi, cioè entro novembre di ogni anno.
L’opzione deve essere esercitata entro i termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, quindi entro il 30 settembre. La domanda può essere presentata anche se non sono ancora decorsi i termini per radicare la residenza fiscale in Italia e anche nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate non abbia risposto ancora all’istanza di interpello. Per i Paperoni basterà barrare l’apposita casella nella dichiarazione dei redditi.
Oltre ai dati anagrafici vanno indicati lo status di non residente in Italia per un tempo almeno pari a nove periodi di imposta nel corso dei dieci precedenti, l’inizio di validità dell’opzione, l’ultima residenza fiscale e gli Stati o i territori esteri per i quali intende esercitare la facoltà di non avvalersi dell’applicazione dell’imposta sostitutiva.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
I 50.000 EURO DELLA CONSIP DESTINATI ALLA FONDAZIONE DI QUAGLIARELLO E POI FINITI A FINANZIARE IL GIORNALE DI BELPIETRO
Dopo una settimana di graticola per l’inchiesta Consip, scatta la guerra tra le fondazioni, gli organismi che dopo l’abolizione del finanziamento pubblico sono lo strumento usato dai partiti per raccogliere fondi.
Messi alla berlina per il finanziamento alla Fondazione renziana Open da parte dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, arrestato nell’inchiesta, Matteo Renzi e i suoi contrattaccano prendendo di mira Gaetano Quagliariello e la sua fondazione Magna Charta.
Il tema diventa oggetto di un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro dell’Economia presentata dal deputato Pd Michele Anzaldi.
Sarà discussa in aula in un question time che si annuncia infuocato sulla vicenda Consip.
Da quanto emerso dall’inchiesta, anche la fondazione Magna Charta ha intascato soldi da Romeo. E Quagliariello partecipa alla guerra delle mozioni anti-renziane al Senato, firmando quella che chiede al governo di azzerare i vertici della Consip. Insomma, è guerra.
“Dall’inchiesta Consip — si legge nel testo dell’interrogazione – è emerso che l’imprenditore Alfredo Romeo avrebbe versato 50 mila euro alla fondazione Magna Carta del Senatore Gaetano Quagliariello”.
E “tale finanziamento sarebbe stato destinato a una operazione editoriale relativa alla nascita del quotidiano ‘La Verità ‘”, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro.
“La fondazione Magna Carta risulterebbe, dunque, essere socia della società che edita il quotidiano”, continua Anzaldi.
Il punto è che “le fondazioni legate a partiti o movimenti politici non hanno una effettiva regolamentazione normativa a parte gli articoli del codice civile” ed è “necessario rivedere il quadro normativo”.
Ma “emerge un problema di trasparenza: una fondazione che riceve fondi da privati, può accedere e accede anche a fondi pubblici, partecipa a una operazione editoriale con un giornale che viene venduto in edicola e che crea un ritorno”, recita l’interrogazione. “Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, già tempo fa aveva lanciato l’allarme sulla necessità di una maggiore trasparenza relativamente alle fondazioni. In parlamento giacciono numerose proposte di legge per disciplinare le fondazioni politiche”.
La conclusione: “Ritengo per questo importante chiarire se l’operazione di finanziamento de ‘La Verità ‘ sia avvenuta nel rispetto della normativa vigente, se questo tipo di finanziamento rientri nella normalità e se si tratti di una pratica diffusa”, conclude Anzaldi.
L’inchiesta Consip è fatta di “sillogismi sovietici”, trova Alberto Bianchi, presidente della Fondazione Open e consulente di Consip.
“Funziona in tal guisa — spiega Bianchi in un’intervista al Foglio – tu sei nominato da Renzi in Open e Marroni da Renzi in Consip/tu sei nominato legale di Consip da Marroni/ergo tu fai gli interessi del nominante (Renzi) in Open e Consip. Anzi, in Consip anche quando ti occupi di Open, e viceversa. Gli interrogatori degli oppositori al regime sovietico si svolgevano secondo analoghi sillogismi, la conclusione sta già tutta nelle premesse, le prove invece stanno a zero”.
Ma ora sul campo c’è anche la guerra tra le fondazioni.
(da “Huffingtonpost”)
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