Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
NON E’ VERO CHE IL GOVERNO SI E’ ADEGUATO ALLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Nei giorni scorsi abbiamo parlato dell’ormai famigerato emendamento al Milleproroghe sulle
periferie proposto dal governo e votato in Senato dal Partito Democratico e da Forza Italia i cui amministratori, insieme a quelli dei 5 Stelle, dal giorno dopo sono scesi sul piede di guerra.
Oggi Marco Palombi sul Fatto Quotidiano ci racconta che la motivazione data dal governo nei panni della viceministra all’Economia senza deleghe Laura Castelli — “il governo si è adeguato alla sentenza della Corte Costituzionale” — era una balla.
L’emendamento “incriminato”è una legittima operazione politica della Lega e della maggioranza, peraltro inizialmente avallata dal Pd, che ha almeno un paio di motivi: uno, volendo, più nobile; l’altro meno. Il bando delle periferie, infatti, è una classica operazione “alla Renzi”: una sorta di “bonus sindaci” affidato direttamente da Palazzo Chigi per gentile concessione dell’ex sovrano. Le scelte sono state un po’così: riqualificare le periferie è una bella cosa, ma forse — con tutto il rispetto per i problemi di Viterbo, Cuneo e Biella — ci si poteva concentrare sulle grandi aree urbane degradate (la sola Ostia ha 100mila abitanti) e circoscrivere meglio i campi d’intervento (a scorrere i progetti si passa dalle riqualificazioni di immobili alle piste ciclabili, dal “welfare urbano”al social food).
Anche la ripartizione dei fondi lascia qualche perplessità : la Toscana, per non fare che un esempio, è destinataria del 15% circa dei fondi (300 milioni) con meno del 7% della popolazione e senza avere una metropoli sul suo territorio. Si può certo, dunque, sostenere che i progetti vanno rivisti, ma l’uso che si èpoi scelto di fare dei soldi denuncia l’intento “p ol it ic o”: i Comuni virtuosi infatti, quelli che hanno consistenti avanzi di cassa da spendere, si trovano soprattutto al Nord, bacino di riferimento della Lega; i 96 capofila dei progetti bloccati sono invece in gran parte a guida centrosinistra.
Perchè la Castelli ha detto una balla?
Motivazione debole. Ha buon gioco, nello smontarla, il deputato del Pd Luigi Marattin: “Si tratta di una semplice questione procedurale e non di sostanza. Che non giustifica certo tenere bloccati per due anni i Comuni che sono ad un passo dalla gara per l’affidamento dei lavori”. Di fatto si poteva portare la cosa in conferenza e cavarsela con una settimana: questo tipo di intervento non è imposto dalla sentenza della Consulta.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
DA 950 ETTARI COLTIVATI A 5.000
La coltivazione della cannabis in Italia potrebbe generare un giro d’affari da 1,4 miliardi e garantire almeno 10mila posti di lavoro.
Nel Belpaese siamo passati dai 950 ettari coltivati nel 2013 ai 5mila di oggi, spiega Coldiretti, che fa sapere che la Lombardia è la prima regione con 152 ettari e le aziende attive in totale sono circa un migliaio.
«Coltivare un ettaro — ha calcolato Cia-Agricoltori Italiani — costa all’agricoltore circa 600-700 euro. In un sistema ottimale il fatturato prodotto da un ettaro a canapa è di 4 mila euro, da cui però bisogna togliere spese logistiche e di trasformazione per poco meno del 50%. Quanto ai ritorni, oggi la paglia per fibra destinata al settore tessile, viene pagata agli agricoltori 15 euro al quintale, mentre sul fronte alimentare la farina per fare pasta e pane è quotata tra i 4 e i 5 euro al chilo e l’olio a circa 50 euro al litro».
Ma in Italia, spiega oggi Il Messaggero, nonostante la decisione dell’Unione Europea di consentire la coltivazione della canapa sin dal 2016 — mancano ancora alcuni passaggi normativi, fermo restando il limite di THC (la molecola psicoattiva) al di sotto dello 0,2%.
Il tema più delicato riguarda le infiorescenze che non è ancora chiaro come possano essere utilizzate. «Il Parlamento chiede Diana Pallini di Confagricoltura deve anche trovare le soluzioni sulla questione della cannabis per uso medicale». Tanto più urgente denuncia Confagricoltura visto che a fine luglio il Ministero della salute ha deciso di incrementare del 50% l’import dall’Olanda (+ 250 kg, in aggiunta ai 450 kg già concordati sia per il 2018 che per il 2019).
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
LA CITTADINANZA DI YASSINE RACHIK, VINCITORE DEL BRONZO NELLA MARATONA, OTTENUTA TRE ANNI FA GRAZIE A UNA PETIZIONE ONLINE
Il medagliere italiano agli europei di atletica si arricchisce ogni giorno anche grazie a loro, a
quella generazione di italiani dalle origini in continenti vicini e lontani.
Hanno coltivato per anni il desiderio di vestire i colori della nazionale, hanno intrapreso il cammino impervio per l’ottenimento della cittadinanza ed oggi sono lì, sui gradini del podio a stringere tra le mani la nostra bandiera.
Storie di successi sportivi, storie di vita come quella di Yeman Crippa, nato in Etiopia ed adottato insieme a 7 fratelli. Ci sono loro e ce ne sono tanti altri, ancora più giovani, oggi sconosciuti e alle prese con gli allenamenti e la burocrazia.
Un po’ come è successo a Yassine Rachik che proprio oggi ha conquistato la medaglia di bronzo, la quarta per l’Italia, nella maratona maschile.
Yassine è cittadino italiano dal 2015, da tempo aveva intrapreso l’iter per l’ottenimento della cittadinanza, ma grazie all’interessamento dal deputato Pd Khalid Chaouki e ad un forte sostegno popolare tradottosi in 21mila firme di una petizione su change.org, i tempi si sono velocizzati e Yassine ha ottenuto la cittadinanza.
“Oggi sono italiano a tutti gli effetti e potrò correre per la nazionale, rappresentare l’Italia all’estero” commentò nel 2015. Una firma arrivata al fotofinish, alla vigilia degli europei under 23 di Tallin dove portò a casa il bronzo nei 10mila metri.
Da allora Yassine è diventato uno dei portavoce della campagna per lo ius soli e un esempio per tutti i numerosi atleti che sognano di vestire il tricolore e rappresentare l’Italia nelle competizioni internazionali. Se nella precedente legislatura lo ius soli appariva e scompariva dall’agenda, oggi di quella riforma non c’è traccia nel dibattito politico.
Yassine viene da una lunga corriera tra allievi e juniores partecipando a gare di diverse lunghezze e vincendo una trentina di titoli. In un primo momento era riuscito ad ottenere lo status di “italiano equiparato”: un forma di tesseramento degli atleti stranieri residenti in Italia promossa dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera. Uno status provvisorio che si acquisisce sino all’ottenimento della cittadinanza italiana, ma che non è sufficiente per poter partecipare alle categorie superiori.
Poi nel 2015 la firma di Sergio Mattarella, la cittadinanza e i colori della nazionale. Yassine è in Italia dal 2004 da quando aveva solo 11 anni, vive nella provincia di Bergamo a Castelli Calepio con la famiglia, oggi corre distanze più lunghe rispetto a quando era più giovane e c’è da credere che dopo questo risultato non mollerà di un metro la sua gara più importante, quella che l’ha visto protagonista per l’ottenimento della cittadinanza italiana. La correrà per tutti gli altri.
“Ci credevamo, era veramente un sogno. Nonostante il caldo siamo riusciti a dare il massimo, in una gara uomo contro uomo, e a portare questa doppia medaglia che per me vale davvero tanto” ha commentato Yassine Rachik dopo il bronzo vinto nella maratona agli Europei di atletica di Berlino e il successo dell’Italia nella classifica a squadre maschile.
“Ho fatto una gara molto coraggiosa, cercando di spingere fino alla fine. Mi sono allenato moltissimo, soprattutto nell’ultimo periodo. Peccato per l’assenza di Daniele Meucci, ma ho dimostrato che basta crederci e non arrendersi”, ha aggiunto.
Quello sulle strade di Berlino è il secondo risultato più importante con la maglia azzurra di Yassine, dopo quello agli Europei under23 del 2015 nei 10000 metri.
E dire che quando ancora viveva in Marocco preferiva il Karate. Yassine oggi ha anche migliorato il suo record sulla lunghezza della maratona tagliando il traguardo in 2 ore 12’09”. Ottimo quinto posto per Eyob Faniel, 25enne poliziotto originario di Asmara in Eritrea che vive a Bassano del Grappa.
Il bronzo di Yassine Rachik è la quarta medaglia dell’Italia agli Europei dopo di bronzo di Yeman Crippa sui 10.000, Yohanes Chiappinelli sui 3000 siepi e di Antonella Palmisano nella 20 km di marcia
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
IL VIDEOSPOT DOVE INSIEME ALLA ISOARDI FA DA TESTIMONIAL ALL’AZIENDA DI CATERING DI LESINA… SARA’ UNO DEI NUOVI COMPITI ISTITUZIONALI DI UN MINISTRO DEGLI INTERNI?
Daniele Colaianni deve essere molto felice: la sua Azzurra Pescheria è infatti sulla bocca di tutti dopo che il ministro degli Esterni Matteo Salvini ha deciso di usare il suo catering per una giornata di pesce a Lesina, nella Tenuta Borgo Isola, insieme a Elisa Isoardi.
E per ringraziarlo Salvini ha avuto anche la bella idea di girare con lui un videospot.
Con l’eleganza che gli è propria e che è seconda soltanto alle sue capacità intellettuali, Salvini ha spiegato che il pranzo è stato “commovente”, alla fine di un “sontuoso percorso gastronomico”.
La Isoardi, che in effetti è una professionista e si vede, ha invece partecipato a un video didattico per l’apertura dei ricci che ha svolto con il suo talento indiscusso.
Purtroppo, a proposito di pubblicità , c’è da osservare che il video non è piaciuto a tutti: il titolare ha anche notato che qualcuno si è arrabbiato per la confidenza con il ministro degli Esterni e gli ha inviato “minacce, offese, false recensioni”.
In effetti nei commenti al video ci sono molti che non sembrano aver apprezzato granchè la scenetta di Salvini testimonial di una pescheria e annuncia intenzioni di boicottaggio accusando il titolare dell’azienda di aver usato troppa “confidenza” nei confronti del ministro degli Esterni:
Ma per fortuna c’è chi orgogliosamente difende il povero ministro che “non bada all’etica ma ad aiutare una pescheria” (?)
Insomma, Salvini ha un futuro da testimonial assicurato. Non appena mollerà la noiosissima politica e tutte le seccature ad essa connesse il posto lo ha già trovato.
Al limite c’e’ sempre da pulire il pesce per i clienti più esigenti.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
LA SOLITA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA DI SALVINI PER FAR DIMENTICARE CHE IN TRE MESI DI GOVERNO NON HA CONCLUSO UNA MAZZA
“Un’idea romantica”. Il ministero della Difesa boccia l’idea di Matteo Salvini di reintrodurre la
leva obbligatoria, avanzata durante un comizio a Lesina in Puglia.
“I nostri militari sono e debbono essere dei professionisti”, dicono fonti della Difesa, interpellati dall’Ansa.
“Un’idea non più al passo con i tempi” aveva detto la ministra della Difesa Elisabetta Trenta il 9 agosto in un’intervista al Tg5.
Dalla Difesa viene anche fatto rilevare, scrive l’Agi, che anche il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, in un’intervista al Mattino di Padova in occasione di un evento a Vittorio Veneto nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra aveva parlato di forze armate italiane diventate professioniste e che “si sono rivelate fra le migliori del mondo. Io ero presente quando la leva è stata sospesa non perchè non fossero bravi i militari di leva, ma perchè non potevano più essere impiegati in operazioni complesse e a rischio, visto che la possibilità di essere impiegati in operazioni deriva anche dall’addestramento e dalla capacità di operare in ambiti internazionali”.
La proposta di Salvini era stata fonte di divisioni nel centrodestra.
Berlusconi espresse subito la sua contrarietà (“non è nel programma”), anche esponenti della destra vicini alle Forze Armate, come Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni, avevano bocciato l’idea.
L’abolizione della leva obbligatoria venne proposto proprio durante il governo Berlusconi, nel 2004, (la Lega era al governo), e la nuova norma è in vigore dal 1° gennaio 2005.
Anche il Pd è contrario. “La leva obbligatoria? Ha avuto sua funzione storica ma oggi non più utile al Paese”, era la posizione dell’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. “Cambiamo le regole del gioco: commentiamo le sparate di Matteo Salvini solo quando si traducono in disegni di legge, senza abboccare alle provocazioni continue. Lo voglio vedere votare per la leva obbligatoria: noi saremo contro, come la maggioranza del Paese”, scrive ora su Twitter il leader Leu, Pietro Grasso, aggiungendo l’hashtag #mattefacceTarzan.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
ESTREMA DESTRA IN CONFUSIONE IDEOLOGICA: DALL’ALTERNATIVA AL SISTEMA A GUARDIE BIANCHE DEI BOTTEGAI
Pettorina rossa d’ordinanza e caccia ai venditori abusivi. È l’ultima campagna dei militanti di Casapound, che oggi hanno improvvisato un blitz sulla spiaggia di Ostia per allontanare gli ambulanti abusivi dal litorale romano.
Guidata dal consigliere municipale Luca Marsella, una ventina di militanti si è scagliata contro un venditore di cocco tra gli sguardi attoniti dei bagnanti.
Il tutto ripreso e pubblicato in un video su Facebook.
“Qui non è cambiato nulla nonostante i proclami del governo e abbiamo voluto riportare la legalità . Noi siamo dalla parte dei commercianti italiani tartassati da tasse e multe”
“La destra xenofoba a ogni stagione ripropone le sue pagliacciate”, è la replica di Stefano Pedica del Pd. “Capisco che Casapound sia in cerca di visibilità , ma la battaglia per la legalità non si fa tallonando per qualche minuto un venditore di cocco sulla spiaggia. Si fa con una seria azione politica e non con qualche spot a uso e consumo del popolo dei social”.
“Un atto di violenza che, in un Paese civile, non può assolutamente essere tollerato in alcun modo”, scrive in una nota Marco Possanzini, segretario di Sinistra Italiana nel X Municipio – “Casapound, che non ha alcuna autorità per fare ciò che ha fatto, non può sostituirsi alle istituzioni con ronde che diventano una vera e propria caccia all’abusivo”.
“Fa sorridere l’accanimento di CasaPound contro gli “abusivi” sulla spiaggia mentre non spendono mezza parola contro la criminalità mafiosa che ad Ostia è fortemente radicata oppure contro gli abusi fatti da italianissimi imprenditori sul mare di Roma così come stendono un velo pietoso sull’occupazione, quella si abusiva e illecita, fatta da CasaPound nel palazzo di Via Napoleone III a Roma”.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
CAPORALATO E SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE IN AFRICA
Si chiama Risparmio netto rettificato (Rnr) ed è la misura scelta dalla Banca mondiale per
misurare con oggettività l’economia.
Un indice preferito a sorpassati indicatori come il Pil perchè considera anche l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili e l’inquinamento.
Il principio è semplice: affinchè un’economia possa dirsi sostenibile, l’Rnr deve crescere o rimanere quantomeno costante.
Ecco perchè quest’indice è la chiave per leggere l’ultima relazione della Banca mondiale, intitolata Evoluzione della ricchezza delle Nazioni 2018, che racconta le grandi malattie del pianeta di cui vediamo solo piccoli sintomi. Li chiamiamo “migranti”.
Parliamo di malattie croniche: dal 1990 al 2015, l’Africa subsahariana ha perso più o meno 100 miliardi di Rnr l’anno e “l’esaurimento delle risorse naturali è certamente uno dei fattori determinanti”.
È la prova, l’ennesima, che le “politiche di sviluppo” per l’Africa, concessione delle risorse per attrarre investimenti stranieri, sono state un controproducente fallimento. Perchè il denaro occidentale arriva — meno, molto meno di quello che dovrebbe — ma mai a beneficio di popolazioni che scavano nella povertà .
Qualche esempio: nel 2014 Anil Agarwal, presidente dell’azienda mineraria britannica Vedanta, ha ammesso — ridendo — di aver acquistato, attraverso la divisione Kcm, la maggiore miniera di rame dello Zambia con un’offerta farlocca da 400 milioni di dollari, nella realtà pari ad appena 25 milioni ma redatta con “bei documenti, professionali”.
Un “investimento” con cui la Kcm ha generato profitti tra 500 milioni e un miliardo l’anno.
Per non farsi mancare niente, sempre nel 2014 l’azienda ha avviato una ristrutturazione interna da 1.500 esuberi di lavoratori locali, poi sospesa dopo la minaccia dello Zambia di revocare le licenze minerarie.
Nessun vantaggio per la popolazione nemmeno in Nigeria, che ha venduto il più grande giacimento petrolifero d’Africa per 1,3 miliardi di dollari all’italiana Eni e a Shell.
A effettuare la vendita, però, non lo Stato nigeriano ma la Malabu Oil&Gas, una società segretamente di proprietà dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete, che aveva acquistato il giacimento per appena 20 milioni nel ’98.
Un’acquisizione per cui è in corso a Milano un macchinoso processo per corruzione internazionale.
Il mal d’Africa che tormenta l’Occidente, quella fame onnivora di risorse e di uomini, non riguarda però solo multinazionali troppo grandi da immaginare ma anche la piccola imprenditoria italiana “brava gente”.
L’indice per misurarlo, in questo caso, è molto più alla nostra portata: tra i 3 e i 4 euro, la paga media per un’ora di lavoro sotto il sole tagliente nei campi del Bel paese. Il caporalato, quella vergogna avida di cui ci ricordiamo solo quando i furgoncini carichi di schiavi si ribaltano, esiste da anni ed esiste ogni giorno. E può essere anche peggiore di così.
Secondo il quarto rapporto Agromafie e Caporalato della Flai-Cgil, il salario può scendere anche a 1 euro l’ora, a cui vanno sottratti 5 euro di trasporto per arrivare al campo, 3 euro per un pasto e 1,5 euro per una bottiglietta d’acqua da pagare direttamente al caporale che spesso, nel caso di stranieri, è un capo-etnia.
Un business che vale quasi 5 miliardi di euro e che mette a rischio circa 400 mila lavoratori, oltre a 220 mila stranieri in nero.
In mezzo, tra le depredazioni e la schiavitù con cui l’Occidente affoga prima l’Africa e poi la sua gente, la macchina dell’accoglienza, che troppo spesso accoglie gli interessi di un’Italia approfittatrice.
Se il sistema Sprar è considerato un’eccellenza da molti addetti ai lavori, ombre si sollevano sui Cas, i Centri di accoglienza straordinaria che avrebbero dovuto estinguersi ma che invece fioriscono: dei 173mila 783 migranti accolti in Italia (dati agosto 2017), il 91,04% è ospite di Cas, come mette nero su bianco la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza della scorsa legislatura.
La gestione dei Cas spetta ai privati a seguito di appositi bandi o, nei casi di emergenza — ed è spesso emergenza — attraverso affidamenti diretti.
Il commento migliore è nelle parole dell’ex deputato Paolo Beni, relatore del documento: “È lecito dire che la criminalità organizzata in alcuni casi ci abbia messo mano. I controlli ci sono ma non abbastanza, ed è per questo che nel tempo sono venute alla luce varie situazioni irregolari”.
Per esempio, limitandoci alle situazioni recentissime, i cinque arresti a Benevento dello scorso 21 giugno tra cui un dipendente del ministero della Giustizia e un carabiniere, i sei in manette a Latina il 26 giugno, l’arresto di un ex deputato regionale dell’Udc e di altre tre persone a Trapani il 5 luglio.
Il problema, però, non è solo nel margine grigio di illegalità ma nella qualità stessa di questa accoglienza, la chiave di volta su cui pesano i futuri problemi di integrazione e sicurezza: “Basta dare un’occhiata — continua Beni — al numero di strutture turistiche o paraturistiche, come esercizi commerciali riconvertiti, che oggi si sono date all’accoglienza: fiutano la convenienza dell’affare ma non sono enti che hanno esperienza a livello umanitario e solidale”. Il risultato ha spesso la forma di ghetti, da cui fuggire a qualunque costo per arrangiarsi in qualsiasi modo.
Sfruttamento vorace delle risorse, caporalato e schiavitù, accoglienza senza scrupoli nè integrazione: siamo la fame da cui li costringiamo a fuggire e siamo l’illegalità in cui li costringiamo a rifugiarsi.
E poi siamo l’ipocrisia: 173mila 783 migranti da gestire, per un Paese che è 7° potenza al mondo e 59° nella classifica per percentuale di popolazione immigrata (fonte Wikipedia), non dovrebbero essere un problema e invece sono un’”emergenza”. E allora delle due l’una: o siamo fortemente incapaci o non è un’emergenza. Se proprio vogliamo trovarne una, allora dovremmo guardare al di sotto del Mediterraneo. E spaventati vergognarci.
(da Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO L’ARTICOLO DE “LA STAMPA” IL PRESIDENTE DELLA STRUTTURA MINACCIA LA GIORNALISTA … SCARPE ROTTE, MAGLIETTE RIMEDIATE DALLA SPAZZATURA, POCO CIBO
Urlavano: «We are desperate, we are desperate». Siamo disperati. Indossavano scarpe rotte, magliette rimediate dalla spazzatura, più che rabbiosi sembravano esausti, stremati.
In un inglese stentato, hanno provato a farsi capire, a chiedere aiuto.
Dimenticate Lampedusa: Prince, Zakaria, Bernard e gli altri tre immigrati, che l’altra mattina si sono presentati davanti agli uffici della prefettura di via Piacenza, sono sei degli oltre millecinquecento richiedenti asilo inseriti nei centri di accoglienza attivati in 63 Comuni della provincia di Alessandria, 32 gestori e oltre duecento strutture fra cui molti appartamenti, sparsi un po’ dappertutto.
Uno schema morbido di accoglienza diffusa, disegnato dall’ex prefetto Romilda Tafuri (dopo sei anni in Piemonte, è alla guida della prefettura di Cagliari). Un sistema che finora ha permesso di «assorbire» senza traumi un fenomeno in crescita. Nel 2016 i richiedenti asilo erano 1102, oggi sono 1536.
Sono aumentati, ma il saldo è quasi impercettibile perchè il modello applicato qui funziona. «Per favorire il processo di integrazione – spiegano dalla prefettura, dove da pochi giorni nell’ufficio della Tafuri siede Antonio Apruzzese -, i migranti sono ospitati in strutture di piccole o medie dimensioni, da appartamenti a comunità da 10-40 posti, e una sola struttura con un centinaio di ospiti».
L’altra mattina, questi sei ragazzi sono arrivati da Masio a cercare lo Stato qui nel capoluogo.
L’hanno già fatto in passato, almeno altre sei volte dicono, vengono sempre a piedi o in bicicletta, se va bene al ritorno rimediano un passaggio.
Diciotto chilometri sotto il sole padano sono una passeggiata per chi è scappato da Senegal, Nigeria, Mali.
Hanno modi educati, ma risoluti. Vogliono spiegare che dopo quella fuga tormentata dall’Africa, l’approdo in Sicilia e l’arrivo nel ricco Nord, l’accoglienza italiana se la immaginavano diversa. Non il grand hotel certo, ma nemmeno la fame. Il frigorifero spesso vuoto, niente da mettersi addosso, poco da mangiare.
Ai funzionari hanno raccontato di essere ospiti dell’associazione La Casa di Elisa.
E riferito di pranzi e cene che saltano, di una dispensa spesso vuota e di cure che mancano, insieme ai soldi del loro «pocket money». Pochi spiccioli, 2 euro e 50 al giorno dei 35 che incassa la struttura per ognuno di loro, ma a cui hanno diritto e che non sempre ricevono.
Dall’inizio dell’estate, pare che la situazione sia cambiata, in peggio.
I responsabili della struttura preferiscono non fornirne altre versioni. Poi, Giorgio Isidoris, presidente dell’associazione La Casa di Elisa – ospita 11 persone a Masio, 10 a Conzano e 12 a San Germano di Casale -, contatta la giornalista che ha firmato il servizio su La Stampa e la minaccia: «Ti sei messa in un vespaio, ora diventa una cosa tra te e me».
Un chiaro atteggiamento intimidatorio, ribadito in una seconda telefonata e riportato nel verbale di una denuncia presentata ai carabinieri.
Non è la prima: Isidoris è stato citato, in questura, anche dagli ospiti di Masio. Loro, i ragazzi, continuano ad aver paura. Riferiscono di prevaricazioni e dispotici tentativi di fermarli quando provano a dire basta, come l’altra mattina, e cercare qualcuno che li ascolti.
Negli ultimi mesi, l’associazione ha subìto sanzioni per inadempienze nel servizio o la mancata frequentazione ai corsi di alfabetizzazione da parte dei ragazzi delle comunità di Masio e Casale.
Cose che succedono e che forse poco hanno a che fare con il clima che si respira là dentro.
Alcune «penali» hanno riguardato le condizioni dello stabile, altre probabilmente sono in arrivo.
(da “La Stampa”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
BLOCCO DEI FONDI A RIACE PER I PROGETTI DI INTEGRAZIONE… TIPICO STRUMENTO DEI RAZZISTI PER POI DIRE CHE NON SI VOGLIONO INTEGRARE
“Sindaco, caro fratello”. Inizia così la lettera che il sindaco di Ginevra Remi Pagani ha inviato al
sindaco di Riace Mimmo Lucano che in questi giorni sta protestando con il ministero dell’Interno e con la prefettura di Reggio Calabria per il blocco dei finanziamenti destinati ai progetti di accoglienza dei migranti.
Dalla città svizzera — uno dei comuni dove si registra la qualità della vita più elevata al mondo — al piccolo paesino della Locride, dove il sindaco è costretto allo sciopero della fame per non fare morire il suo territorio e per inseguire quell’utopia che, in un paese civile, dovrebbe essere la normalità .
Una lettera che Remi Pagani scrive in francese su carta del Comune di Ginevra.
Frasi con le quali il primo cittadino elvetico punta il dito contro la deriva che sta prendendo l’Italia sul tema dell’accoglienza dei migranti: “Vorrei esprimere — dice il sindaco svizzero — la mia solidarietà alla tua protesta contro le politiche disumane delle autorità centrali italiane, frutto della lunga battaglia che stai conducendo con e per i tanti migranti che hanno vissuto a Riace per anni. Uomini e donne che decidono di risiedere nella tua comunità , anche se non hanno ricevuto assistenza finanziaria per due anni”.
Una premessa che vede il sindaco di Ginevra al fianco di molti altri sindaci che già si sono schierati dalla parte di Mimmo Lucano e del “modello Riace”.
“Vorrei qui associarmi — continua infatti Pagani — agli sforzi del sindaco di Barcellona, la signora Ada Colau, dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, al presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, a Padre Alex Zanotelli e al sindacalista dei lavoratori agricoli Aboubakar Soumahoro (Usb)”.
Il sindaco di Ginevra non lo nomina mai ma è chiaro il riferimento al ministro dell’Interno Matteo Salvini (che nelle settimane scorse ha definito Lucano “uno zero”) e a tutti quelli che, in questi anni, si sono scagliati contro Riace.
Rivolgendosi sempre a Mimmo Lucano, infatti, Pagani ricorda che “alcuni vogliono chiudere una pagina di storia scritta con inchiostro di solidarietà , ma tu sei un esempio virtuoso di questa solidarietà che difendi oggi a rischio della tua salute. È imperativo ripristinare questo modello di accoglienza e integrazione famoso in tutto il mondo, la cui città di Riace è l’esempio vibrante”.
“È una bellissima lettera. — è il commento del sindaco Lucano — Non posso che essere contento delle parole del sindaco di Ginevra. Lo sono ancora di più perchè non lo conosco personalmente ma apprezzo tanto la solidarietà che ci esprime in questo periodo. Non ho parole”.
“Nonostante il processo di disumanizzazione che è in atto da tempo, — conclude il sindaco della Locride — in maniera spontanea Riace è entrata in un’altra dimensione. E allora non è solo schierarsi con la nostra comunità . Riace diventa una metafora di un modo diverso di vedere il mondo”.
(da agenzie)
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