Destra di Popolo.net

IL GUARDIAN: “LA MAGGIORANZA DEGLI INGLESI ORA VUOLE RESTARE IN EUROPA”

Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile

DUE SONDAGGI RIVELANO CHE IL VENTO E’ GIRATO: 341 COLLEGI ELETTORALI CONTRO 288 DIREBBERO ADDIO ALLA BREXIT

I britannici oggi non voterebbero più Leave, cioè non avrebbero alcuna intenzione di abbandonare l’Unione Europea. Niente Brexit, niente colloqui tra Londra e Bruxelles per trovare un compromesso per salutare l’Ue.
A dirlo è il Guardian che ha analizzato le tendenze di voto odierne dei cittadini britannici per capire come si rifletterebbe all’interno di Westminster, il Parlamento dove siedono i rappresentanti dei 632 collegi elettorali in cui è diviso il Regno.
Oggi, in 341 di questi, la maggioranza sarebbe per il Remain; a votare contro rimarrebbero in 288, favorevoli cioè alla Brexit. Il 23 giugno 2016, al referendum decisivo, erano rispettivamente 229 e 403.
Ciò significa che 112 collegi elettorali hanno modificato il proprio orientamento. E adesso anche la componente più isolazionista, quella degli inglesi (nordirlandesi e scozzesi sono sempre stati per non abbandonare Bruxelles), guarda da questa parte della Manica con un pizzico di nostalgia.
Sono stati presi in considerazione due sondaggi del sito YouGov sulle intenzioni di voto di oltre 15 mila persone, ascoltate prima e dopo l’annuncio dell’accordo sulla Brexit reso pubblico dalla premier britannica Theresa May lo scorso 6 luglio.
I risultati di queste rilevazioni sono poi stati incrociati con i dati dell’Office for National Statistics, l’istituto di statistica del Regno Unito, e con quelli ricavati dal censimento nazionale.
Quanto emerge è sorprendente: l’opinione della maggioranza degli abitanti d’Oltremanica si è diametralmente ribaltata e oggi, se si tornasse alle urne, vincerebbe il partito di chi sogna di rimanere nell’Unione
“L’analisi — si legge sul Guardian — suggerisce che il cambiamento sia stato guidato dai dubbi degli elettori laburisti che avevano votato per il Leave”. Sarebbero quindi i sostenitori del partito progressista, quello di centrosinistra per capirci, ad aver cambiato idea.
“La tendenza è più marcata nel nord dell’Inghilterra e nel Galles” — scrive il quotidiano britannico, secondo cui questa tendenza “accrescerà  ulteriormente la pressione su Jeremy Corbyn per ammorbidire l’opposizione del partito a riconsiderare la partenza della Gran Bretagna”.
Il leader dei laburisti, la cui posizione è stata storicamente antieuropeista, si potrebbe cioè trovare di fronte alla necessità  di sostenere un nuovo referendum.
Nel 2016 Scozia e Irlanda del Nord erano stati i due Paesi del Regno Unito a schierarsi nettamente a favore del Remain, con percentuali del 62% e del 55,8%.
A far pendere l’ago della bilancia verso la risicata vittoria del Leave (alla fine trionfò con il 51,9%) erano però state le schede di Inghilterra e Galles, dove il 53,4% e il 52,5% degli elettori avevano optato per la separazione da Bruxelles.
Due anni più tardi la geografia del voto svelata dal nuovo studio offre una panoramica molto diversa: dei 112 seggi che hanno cambiato opinione, 97 sono inglesi, e 14 (sui 40 complessivi) sono gallesi.
Cardiff, insomma, ha decisamente cambiato opinione e gli abitanti di questo piccolo Stato da tre milioni di abitanti oggi voterebbero in maggioranza per rimanere nell’Unione Europea.
Merito del voto degli elettori più giovani e di quelli dei cittadini di origine straniera, spiega il Guardian.
Ma curiosamente il collegio elettorale che vedrebbe il passaggio più radicale da favorevoli alla Brexit a contrari non è in Galles: si trova invece proprio nel cuore dell’Inghilterra. È quello di Liverpool Walton, dove il 14,3% dei suoi elettori avrebbe cambiato idea, al grido di “Remain, remain”.

(da Globalist)

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PRIMA GLI (EVASORI) ITALIANI: UNA CASA VACANZA SU DUE AFFITTATA IN NERO

Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile

HOTEL FANTASMA A TAORMINA, OSPEDALE-POLLAIO A SASSARI: E’ IL BEL PAESE CHE VUOLE INSEGNARE ETICA AL MONDO

Una casa vacanza su due è stata affittata in maniera irregolare. E’ quanto emerge dai controlli effettuati dalla Guardia di Finanza sui proprietari di seconde e terze case nelle località  balneari, di montagna e nelle città  d’arte nell’ambito degli interventi predisposti in occasione dell’estate.
Su 895 controlli effettuati 539 sono irregolari e, di questi, 450 sono risultati affitti in nero. Le regioni dove si sono registrati i casi più numerosi sono Puglia, Toscana e Lazio.
Nell’ambito dei controlli, i finanzieri hanno scoperto dei veri e propri hotel fantasma a Taormina: si tratta di Bed & Breakfast che erano completamente sconosciuti al fisco o appartamenti affittati in nero. I soggetti che li gestivano hanno omesso di dichiarare al fisco oltre 130 mila euro.
A Sassari, invece, la Gdf ha scoperto un ‘ospizio-pollaio’: una struttura per anziani del tutto abusiva, sprovvista delle autorizzazioni amministrative, nella quale gli ospiti erano stipati in uno spazio nettamente inferiore a quanto previsto dalla legge. Nella struttura lavoravano anche due collaboratrici in nero.
Da metà  giugno ad oggi, inoltre, la Gdf ha individuato 2.187 venditori abusivi: soggetti che non hanno mai richiesto la licenza, che non hanno mai comunicato al fisco l’inizio dell’attività  o che non hanno mai installato i registratori di cassa.
Tra le persone individuate anche delle guide turistiche e dei venditori di acqua di dubbia provenienza e conservata in bottigliette senza sigillo, che operavano abusivamente nei pressi del Colosseo.
Tra i “sorvegliati speciali”, il Colosseo, uno dei siti con la maggiore concentrazione turistica al mondo: qui i “baschi verdi” hanno sorpreso numerose guide turistiche, sprovviste di qualsiasi titolo e autorizzazione.

(da agenzie)

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NORVEGIA, IL MINISTRO RAZZISTA S’INNAMORA DI UNA RIFUGIATA IRANIANA

Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile

SANDERS ERA CONTRO “LA MESCOLANZA DELLE RAZZE”, POI HA CONOSCIUTO LEI, EX MISS IRAN, SCAPPATA DAL SUO PAESE

Era xenofobo, voleva tutti gli immigrati fuori dal suo paese, poi tra i volti dai tratti orientali ha scorto quello di Bahareh Letnes, una giovane iraniana rifugiata in Norvegia, nonchè ex Miss Iran, e si è follemente innamorato.
Così, contro ogni previsione, contro ogni convinzione, il ministro della pesca norvegese Per Sandberg si è scoperto all’improvviso un po’ più tollerante. Almeno nei confronti di quella che è oggi la sua fidanzata.
Lunghi capelli corvini, sguardo profondo, Bahareh arrivò per la prima volta nel paese scandinavo quando aveva 16 anni. Per tre volte richiese l’asilo politico e per tre volte le venne rifiutato, così dovette rientrare in Iran.
Fino a quando è fuggita per l’ultima volta, quella buona, ed è riuscita ad ottenere lo status di rifugiato nel 2008 anche grazie alla perseveranza della mamma adottiva. In Iran il padre biologico aveva già  combinato un matrimonio forzato.
Nonostante la lontananza, il legame con la terra natìa è stato sempre molto forte: la giovane ha anche rappresentato più volte l’Iran in vari concorsi di bellezza, tra cui Miss Iran 2013, Miss Globe Iran 2014 e Miss Grand International Iran dello stesso anno.
Tra un concorso e l’altro i due si incontrano e scocca la scintilla. Il dardo di Cupido colpice alla faccia delle origini o della religione e Sandberg, dopo un matrimonio patriottico e tre figli, si ‘mescola’.
Proprio lui che, nel 2003, affermò che “razze, religioni e culture diverse non devono mescolarsi” se si vuole avere “una società  armoniosa in Novergia”.
Esponente del Partito del progresso, Sandberg è conosciuto come uno degli oppositori più feroci dell’immigrazione in Norvegia. Nel 1997 è stato persino condannato per aggressione nei confronti di un richiedente asilo.
Con Bahareh però è differente e per lei farebbe tutto, anche difenderla e difendersi da tutte le accuse dell’opposizione.
Così ha fatto dopo che la sua amata ha aperto una ditta di import-export di salmone norvegese e caviale iraniano o qando sono andati in vacanza insieme in Iran.
Lei, essendo una rifugiata, non sarebbe potuta rientrare nel proprio paese, ma i due sono andati tranquillamente, con tanto di foto ricordo posate sui social. Le accuse dell’opposizione, e anche di qualche suo collega di partito, questa volta sono state di aver legittimato un governo repressivo.
Ma non solo: sempre in Iran Sandberg ha portato il cellulare di lavoro. Per l’opposizione non ha rispettato le norme sulla sicurezza esponendo la Norvegia allo spionaggio degli ayatollah.
Da quando sono rientrati da Teheran i media locali non li hanno mollati un secondo e tutti ricordano, nero su bianco, la lista delle affermazioni xenofobe e patriottiche del passato.   Nel 2002 propose il divieto di immigrazione dai paesi al di fuori dell’area Schengen.
L’anno successivo ha anche proposto dei chip elettronici da impiantare nei richiedenti asilo per impedire loro di fuggire mentre la loro richiesta viene elaborata. Nel 2007, invece, al politico americano Al Gore dichiarò di essere “un fondamentalista cattolico”. Quando c’è l’amore di mezzo però tutto diventa un po’ più relativo.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ASSOCIAZIONE “AFFOGATORI” LIBIA-EUROPA NON VUOLE SALVARE I 147 PROFUGHI DELL’AQUARIUS, MENTRE I TUNISINI SBARCANO A TORRE SALSA E SI BEFFANO DEI CONTROLLI

Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile

MA SE ARRIVANO AL LARGO DELLA COSTA E COMINCIANO LE MALATTIE A BORDO, VOGLIAMO VEDERE GLI EROI TONINELLI E SALVINI RISCHIARE L’INCRIMINAZIONE PER CONCORSO IN OMICIDIO COLPOSO

Erano in mare da due giorni, con pochissimo cibo e poca acqua, ma non hanno voluto essere salvati.
Piuttosto che salire a bordo di una nave umanitaria, senza sapere dove e quando essere sbarcati, hanno preferito correre il rischio e continuare a navigare verso Lampedusa.
E infatti ancora una volta l’Italia nega l’attracco all’Aquarius.
I fatti: nove uomini e due ragazzini individuati dalla Aquarius cosi’ hanno risposto ai soccorritori.”No grazie, andiamo a Lampedusa”. Da bordo hanno distribuito i salvagente che non avevano, dato acqua e cibo, verificato che non ci fossero emergenze mediche e li hanno lasciati andare.
Evidentemente in Tunisia sanno che raggiungere Lampedusa garantisce meglio la possibilità  di proseguire il viaggio che non salire a bordo di una Ong.
Il barchino che ha rifiutato il soccorso era quello che il centro di coordinamento libico ieri pomeriggio aveva indicato alla Aquarius, chiedendone l’intervento.
E dopo aver ordinato alla nave di chiedere ad un altro paese l’indicazione del porto dove sbarcare i 141 migranti, già  presi a bordo venerdì. Quando è stato individuato il terzo barchino era già  in zona Sar maltese.
La Aquarius adesso prosegue il suo viaggio verso nord in attesa che qualche paese europeo, dopo l’appello rivolto ieri, offra un porto di sbarco.
Malta ha già  detto no, Roma non ha neanche risposto, ma il ministro Salvini aveva già  ribadito che per la Aquarius i porti italiani sono chiusi. Poco più di un mese l’Aquarius sbarcò a Valencia con 106 migranti.
Intanto stamattina venti tunisini sono stati bloccati dai carabinieri a Torre Salsa, Siculiana (Ag). Sbarcati all’alba, hanno cercato, dopo aver abbandonato l’imbarcazione, di allontanarsi e disperdersi sulla terraferma. L’imbarcazione è stata sequestrata.
Ma intanto hanno raggiunto l’Italia.

(da agenzie)

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HAFTAR: “LA PRESENZA DELL’AMBASCIATORE ITALIANO A TRIPOLI NON E’ PIU’ GRADITA”

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

MENTRE L’AQUARIUS CON A BORDO 141 PROFUGHI SALVATI DAL NAUFRAGIO ATTENDE CHE UN GOVERNO “CIVILE” APRA I SUOI PORTI, IL GENERALE HAFTAR RIDICOLIZZA IL GOVERNO ITALIANO CHE SI VANTAVA DI AMICIZIA CON I   LIBICI… LA LIBIA SMENTISCE SALVINI: “I NOSTRI PORTI NON SONO SICURI”

Matteo Salvini ha giurato e assicurato: quelli libici sono porti sicuri. La vicenda in corso lo smentisce clamorosamente.
Vietato soccorrere.
Racconta ad HuffPost Claudia Lodesani, presidente di Medici senza frontiere Italia: “Fermo restando che il primo dovere indicato anche dal diritto del mare, oltre che dalle nostre coscienze, è quello di salvare vite umane in pericolo, stavolta abbiamo seguito tutte le regole indicate: l’Aquarius ha avvertito la Guardia Costiera libica del salvataggio in corso, su questo abbiamo le registrazioni che sono on line sul nostro sito, e la risposta che abbiamo avuto, dopo vari tentativi andati a vuoto nel silenzio più assoluto, è stata: spiacenti, non abbiamo un porto sicuro verso cui indirizzarvi, fareste meglio a navigare verso Nord, direzione Malta o Italia”.
“Sia chiaro: la nostra red line — aggiunge la presidente di Msf Italia — non ci avrebbe permesso di portare i 141 migranti da noi salvati a Tripoli. Non solo perchè non è un porto sicuro ma perchè avrebbe significato far finire quelle persone in veri e propri lager”.
SOS Mediterranèe ha messo in fila — sul blog costantemente aggiornato con la posizione della nave – la successione dei contatti intercorsi con la Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento di Tripoli.
Dopo aver richiesto e ricevuto il numero delle persone soccorse — donne, uomini e bambini — nonchè età , nazionalità  e “vulnerabilità ” — il JRCC di Tripoli, già  alle 19.29 del 10 agosto chiede all’Aquarius di contattare un altro Centro di coordinamento per l’assegnazione di un “porto sicuro” come richiede la legge.
Porto che non può trovarsi nella stessa Libia: “Nessuna operazione europea e nessuna nave europea effettua sbarchi in Libia, perchè non lo consideriamo un Paese sicuro”, aveva sottolineato a metà  luglio la portavoce della Commissione Europea per le Migrazioni Natasha Bertaud.
L’estate della vergogna si arricchisce così di un altro capitolo. Dopo aver salvato 141 migranti al largo della Libia con la nave Aquarius, SOS Mediterranèe e Medici senza Frontiere lanciano l’allarme: “Le persone soccorse hanno dichiarato di aver incrociato cinque diverse navi che non hanno offerto loro assistenza, prima di incontrare l’Aquarius. Le navi potrebbero non essere disposte a rispondere a coloro che sono in difficoltà  a causa dell’alto rischio di rimanere bloccate e vedersi negare un porto sicuro”.
Più del 70% delle persone salvate proviene dalla Somalia e dall’Eritrea. Le condizioni di salute delle persone soccorse sono stabili al momento, ma molte sono estremamente deboli e denutrite.
Molte persone riferiscono di essere state detenute in condizioni disumane in Libia. Le persone sono state salvate in due distinte operazioni. Nella mattinata ha salvato 25 persone trovate alla deriva su una piccola barca di legno senza motore a bordo, rimaste in mare per quasi 35 ore. Più tardi, nel corso della stessa giornata, ha avvistato una seconda barca di legno sovraffollata con 116 persone a bordo, compresi 67 minori non accompagnati.
Oltre la metà  delle 141 persone salvate dalla nave della Ong ha meno di 18 anni. “Essendo l’unica nave Ong di ricerca e salvataggio nella zona, siamo molto preoccupati che possano esserci altre imbarcazioni in difficoltà  che hanno bisogno di aiuto”, rimarca ancora Lodesani.
“Basandoci sulle passate esperienze — aggiunge la presidente di Msf Italia – abbiamo portato sulla nave più viveri e medicinali — abbiamo qualche giorno in più di autonomia, ma il tempo non è infinito”.
I porti libici non sono “sicuri”, soprattutto perchè è sempre meno sicura la posizione italiana in Libia.
L’HuffPost lo ha scritto ripetutamente nelle scorse settimane: Roma, per la sua posizione pro-Serraj, è entrata nel mirino dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar.
La crisi è stata formalizzata ieri, quando Haftar, ha dichiarato che la presenza dell’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, “non è più gradita per la maggioranza dei libici”.
“Le dichiarazioni dell’ambasciatore italiano vanno contro la sovranità  libica e il principio di titolarità  nazionale del processo politico”, ha spiegato Haftar, che può godere del sostegno esplicito dell’Egitto e di quello, “sotterraneo” ma non meno importante, della Francia.
“Noi riteniamo che l’ambasciatore italiano non è più gradito dalla maggioranza dei libici”, ha sottolineato Haftar in un’intervista con il quotidiano libico online Al Marsad, (l’Osservatorio).
“L’ambasciatore italiano, come qualsiasi altro funzionario straniero, non ha il diritto di intervenire in questa materia, che appartiene solo ai libici”, ha spiegato il generale nel corso dell’intervista.
“Le sue osservazioni sono una chiara provocazione per il popolo libico e una palese interferenza nei suoi affari interni, e i libici hanno dimostrato la loro contrarietà  a queste affermazioni in varie piazze”, ha continuato il generale.
Haftar sostiene che l’Italia deve “cambiare radicalmente la sua politica estera nei confronti della Libia”. L’ex ufficiale di Gheddafi, poi oppositore del Colonello, fa riferimento ad una conferenza che il governo italiano vuole indire in autunno a Roma, con il sostegno degli Usa, per cercare di far tenere le elezioni quando il Paese sarà  pronto.
Il generale, sentendosi la vittoria in tasca grazie al sostegno acquisito anche da parte di importanti tribù della Tripolitania oltre che della milizia di Misurata, è deciso ad “opporsi” e ad “ostacolare” qualsiasi slittamento del voto previsto, con il beneplacito francese, a dicembre.
Per ricucire con Haftar il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha annunciato il 5 agosto durante la visita al Cairo, che si recherà  presto in Cirenaica per incontrare il generale.
Ma quella del capo della diplomazia italiana è una corsa contro il tempo in un percorso che dire accidentato è indulgere all’ottimismo. I porti libici sono insicuri, come ha ammesso la Guardia Costiera fedele al governo di Tripoli, perchè quelli più importanti, a cominciare da quello di Zuara, da dove partono le carrette del mare sulla rotta mediterranea, destinazione Italia, sono controllate da milizie e tribù fedeli o alleate di Haftar.
Se vuole varare la politica dei “porti sicuri” Roma deve passare per un accordo con il generalissimo della Cirenaica. La Farnesina lo sa bene, e non nasconde le sue preoccupazioni.
Senza una intesa con il “fronte di Bengasi”, ogni ulteriore nostro sostegno a “quelli di Tripoli” così come lo sconfinamento di navi italiane nelle acque territoriali libiche, anche se in funzione di contrasto agli scafisti, verrebbe visto da Haftar e dal governo di Tobruk come una dichiarazione di guerra.
Altro che “porti sicuri” in Libia. Per l’Italia sono off limits.

(da “Huffingtonpost”)

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TRIA BLOCCA L’ASSUNZIONE PROGRAMMATA DI 8.000 POLIZIOTTI, MANCANO LE COPERTURE

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

I SINDACATI; “BASTA PROCLAMI, CONTANO I FATTI E LA SICUREZZA REALE, NON QUELLA PERCEPITA”

Sindacati in allarme per la notizia, oggi sui giornali, secondo cui il ministro dell’economia e finanze, Giovanni Tria si sarebbe rifiutato di apporre il proprio visto sul recente decreto del ministro per la Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, che autorizza 8.000 assunzioni nel comparto delle Forze di polizia e dei Vigili del fuoco.
Un rifiuto dovuto alla insufficiente copertura finanziaria per un importo di circa dieci milioni di euro già  nel primo anno.
A chiamare direttamente in causa il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono i sindacati.
La Silp Cgil ricorda come il piano pluriennale straordinario per assumere 8 mila nuovi operatori delle forze dell’ordine “costituiva un fatto positivo nonostante le assunzioni necessarie al ripianamento degli organici, fossero di gran lunga inferiori dati i numerosi pensionamenti ed un’età  media che aveva già  raggiunto tra le divise i 50 anni anagrafici”.
Il ‘niet’ del ministro Tria a controfirmare il provvedimento, per il segretario del Silp   Daniele Tissone, è “un bruttissimo segnale per gli operatori che, sempre più anziani (i più anziani d’Europa) devono fronteggiare aumentati carichi di lavoro essendo sempre di meno nonchè per i cittadini che avranno sempre meno forze dell’ordine sul territorio con un negativo impatto sulla prevenzione e sul controllo del territorio sempre più affievolitosi nei centri urbani e nelle periferie sempre più a corto di personale, in particolare giovane.”
Per Tissone “i molti proclami del nuovo esecutivo, che finora proclami restano, devono smettere di guardare alla sicurezza percepita entrando nel merito delle questioni vere legate alla sicurezza reale, ma per fare ciò servono investimenti veri in personale, mezzi e tecnologie perchè il crimine, sempre più organizzato e transnazionale, non lo si combatte con qualche militare davanti alle stazioni ferroviarie ma, bensì, dotando di uomini e mezzi commissariati di Polizia e stazioni dei Carabinieri oltre che a mirate politiche di intelligence”.
Secondo Tissone “il nuovo esecutivo, che sta facendo i conti con le esigenze di bilancio, ha davanti una sola possibilità  per reperire risorse per la sicurezza che è quella di mettere in atto reali politiche di contrasto all’evasione fiscale, alla corruzione e al contrasto del crimine organizzato. Solamente attraverso tali interventi si può consentire un recupero di risorse sul versante della sicurezza reale ma, per farlo, bisogna abbandonare i proclami e passare ai fatti”.

(da agenzie)

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UCCISO A COLPI DI PISTOLA IN SPIAGGIA SOTTO GLI OCCHI DEI BAGNANTI: MA SALVINI NON AVEVA GARANTITO “SPIAGGE SICURE”?

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

SUL LIDO DI NICOTERA REGOLAMENTO DI CONTI PER IL TRAFFICO DELLA DROGA

È stato ucciso nei pressi del lido collegato a un campeggio, Francesco Timpano, l’uomo assassinato nel pomeriggio a Nicotera.
In spiaggia c’erano turisti e bagnanti che potrebbero avere assistito al delitto. La vittima aveva dei precedenti per reati in materia di droga.
Gli investigatori dei carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia, tra le piste che stanno seguendo per fare luce sul delitto, non escludono un possibile collegamento con un fatto di sangue avvenuto lo scorso maggio tra Nicotera e Limbadi.
Francesco Timpano, infatti, era il fratello di Pantaleone, una delle tre persone ferite in quella circostanza da Francesco Olivieri, il trentaduenne che, in un raid omicida, uccise due persone: Giuseppina Mollese, di 80 anni, e Michele Valerioti, di 67. Olivieri, in precedenza, si era anche recato nella frazione Caroni di Limbadi dove aveva esploso alcuni colpi di fucile all’indirizzo dell’auto di un altro fratello di Timpano, Vincenzo.
L’autore di quella sparatoria si costituì dopo tre giorni di latitanza e per motivare quanto aveva fatto spiegò che aveva da sempre in animo di farla pagare alle persone che riteneva essere coinvolte nell’omicidio di un suo fratello.

(da “Huffingtonpost“)

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LA DENUNCIA DI KESSLER: “IO, MAGISTRATO ANTI-FRODE, SACRIFICATO IN UN’OPERAZIONE DI “PULIZIA” POLITICA”

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DELL’AGENZIA DOGANE E MONOPOLI: “PER DI MAIO SONO UN TROMBATO DELLA POLITICA? NON SA DI COSA PARLA”… “HO GUIDATO L’UFFICIO EUROPEO CHE HA PERSEGUITO ILLECITI COMMESSI DA PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA E LEADER COME LA LE PEN, TRUFFE PER MILIARDI”

Con una storia professionale come la sua, Giovanni Kessler tutto si sarebbe aspettato tranne un benservito come quello che gli ha riservato Luigi Di Maio: «Quando ho sentito che mi definiva un trombato della politica, tra me e me ho pensato: ma il ministro sa di cosa parla? Sa di chi parla? Non mi lamento dell’avvicendamento che rientra tra gli eventi possibili, ma quella definizione sembra rispondere al bisogno di fabbricarsi delle ragioni, di urlare anzichè spiegare. Una vicenda deludente e anche un po’ preoccupante…».
La sera dell’8 agosto Giovanni Kessler è stato rimosso dall’incarico di Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, incarico al quale era arrivato a conclusione di un lungo percorso nel quale la politica è entrata, ma in modo marginale.
Sessantadue anni, nato a Trento ma sempre in giro per il mondo per effetto di un’attività  da magistrato e da manager pubblico, italiano ed europeo, che lo ha visto trasferirsi volontariamente a Caltanissetta come pm antimafia e successivamente diventare vice-capo della missione Osce in Kosovo, Alto Commissario per la lotta alla contraffazione, Direttore generale dell’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode e dall’ottobre 2017 Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli su nomina del governo Gentiloni. Una storia professionale e politica, quella di Kessler, interessante perchè aiuta a capire vizi e virtù delle nomine politiche.
Ci sono degli incarichi nei quali a decidere è la politica, nel bene e nel male. Di Maio è l’ultimo di una lunga sequenza…  
«Di Maio fa il Di Maio, ma il suo modo di commentare l’avvicendamento è deludente. Un vicepresidente del Consiglio dovrebbe conoscere la storia delle persone. Definirmi un ex deputato è riduttivo, mentre definirmi trombato della politica semplicemente non è vero».
Nel 2010 lei assume l’incarico di direttore generale dell’Ufficio europeo anti-frode: la politica in che modo pesò?  
«Neanche un po’. In Italia al governo c’era Silvio Berlusconi, che come primo atto aveva deciso la cancellazione dell’Alto Commissariato per la lotta alla contraffazione da me guidato e dove ero stato nominato dal governo precedente. A Bruxelles era stato indetto un concorso internazionale per l’Ufficio anti-frode e al quale potevano partecipare magistrati, giuristi, dirigenti delle Polizie dei 28 Paesi. Il concorso durò 9 mesi: alla fine restammo in sei. Fummo sottoposti a panel, colloqui, audizioni, valutazioni delle società  specializzate e a tre distinte valutazioni da parte della Commissione, del Consiglio, del Parlamento europeo. Il tutto in una lingua che non è la tua. Ok?».
Ok, ma come finì?  
«L’unico ritenuto idoneo da tutte e tre le istituzioni fu il sottoscritto. Divenni direttore e per anni abbiamo lavorato sodo».
Avete pestato i piedi a qualcuno?  
«Abbiamo fatto il nostro dovere di cane da guardia delle istituzioni europee. L’Ufficio antifrode è un organismo investigativo indipendente, composto da 500 persone di 28 Paesi, che indaga sui casi di corruzione, di illeciti di tutti i membri delle istituzioni europee. La truffa di Marine La Pen l’abbiamo scoperta noi, abbiamo fatto dimettere un commissario maltese, il presidente della Repubblica ceca è sotto accusa nel suo Paese per un rapporto che abbiamo mandato noi. Per non parlare dell’Ungheria. O della truffa scoperta alle dogane inglesi, dove avevano chiuso gli occhi su merce cinese. Dopo un’indagine di due anni abbiamo calcolato 9 miliardi di dazi evasi in 4 anni. La Commissione li ha richiesti al governo inglese».
In un organismo del genere, quale è il ruolo del direttore?  
«Per 7 anni è il sottoscritto che ha deciso di aprire e chiudere centinaia di indagini, spesso recuperando i fondi illecitamente accumulati».
Poi le è tornato in Italia ed è il governo di centro-sinistra che la nomina alle Agenzia Dogane e Monopoli. Sempre politica è…
«Stava scadendo il terzo mandato del mio predecessore (che era stato confermato da governi di diverso orientamento), ho mandato il mio curriculum e una lettera di interessamento. Non era previsto un concorso, era una nomina politica, il ministro Padoan mi ha voluto incontrare. Sono stato indicato dal Consiglio dei ministri, non dagli amici».
Avrà  pesato il suo passato da parlamentare dell’Ulivo?
«Immagino che abbia pesato il mio curriculum. Naturalmente ho le mie idee, amo la politica e la legalità . Per una legislatura sono stato deputato, eletto come indipendente nelle liste dell’Ulivo. Nel 2006, con Porcellum non sono stato ricandidato. Nel 2010 ero presidente del Consiglio provinciale di Trento, eletto nelle liste Pd, ma ho lasciato io. prima della scadenza, per andare a Bruxelles. Trombato, non direi…».
Prima di essere stato rimosso, ha imbastito riforme che possono avere dato fastidio all’attuale governo?  
«Non credo. Nel 2012 Monti decise la fusione tra strutture distinte e parallele come Dogane e Monopoli. Un matrimonio “combinato” e non consumato che noi stavamo completando. E abbiamo investito sul ruolo securitario delle dogane, dalle quali passano troppe cose diverse dalle merci».
Nello spoil system del nuovo governo sembra prevalere una vocazione da piazza pulita, che non distingue meritevoli e non. Lei è stato con l’Osce in Kosovo: si sente vittima di un’operazione di pulizia etnico-politica?  
«La legge non obbligava a mandarmi via. Ma aver compreso nello spoil system le Agenzie, soggetti per definizione indipendenti dalla politica, è un doppio errore. Induce i prescelti a privilegiare conformismo, opportunismo, inerzia. E favorisce operazione da “pulizia” politica».

(da “La Stampa”)

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COS’E’ LO SPREAD: LA CASALINGA DI POMIGLIANO E I SUOI DUE FRATELLI

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

PER COMPRENDERE LA QUESTIONE IN TERMINI SEMPLICI

Come la galassia novax è popolata di individui che rifiutano 500 anni di progresso scientifico, la galassia noeuro è popolata di somari a digiuno di qualsiasi cultura economica e refrattari alla logica elementare.
Da qui deriva l’epiteto “somarista” con cui vengono sbeffeggiati i guru del ritorno alla minkio-lira (il cui fuoco sacro ultimamante è stato spento con l’irrorazione di lucrose cadreghe).
Il somarismo nel mondo animale si misura attraverso i decibel dei ragli. Nel mondo politico romano con i punti di spread tra i tassi di interesse sui titoli pubblici italiani e quelli degli altri paesi, in particolare quelli dell’area euro, specie la Germania.
Da quando il somarismo è diventato ideologia di governo, lo spread ha cominciato a salire inesorabilmente.
Ora è posizionato ad un passo dal livello di guardia che rende il debito pubblico di un paese insostenibile e spalanca la porta alla bancarotta sovrana.
Inutile dire che per le vittime dell’analfabetismo di ritorno lo spread è un complotto dei mercati internazionali, della finanza ebraica, del Bilderberg e delle multinazionali. Ma per chi, non attirato dai ragli, volesse comprendere la questione in termini semplici, prendiamo un’ipotetica casalinga di Pomigliano e immaginiamo che a un certo punto erediti 10mila euro da un lontano zio.
La casalinga ha due fratelli. Saputo del lascito entrambi le telefonano per chiedere un prestito. Il primo è un affermato dentista con una clientela consolidata e fedele. Avrebbe bisogno di comprare delle nuove attrezzature mediche. Tuttavia gli mancano momentaneamente i liquidi perchè ha acquistato un immobile dove intende trasferire lo studio, dopo aver intrapreso costosi lavori di ristrutturazione che sfortunatamente si sono protratti più del previsto.
L’altro fratello è fuoricorso da 11 anni in Scienze della Comunicazione, con precedenti per spaccio di droga, vive alla giornata ubriacandosi con gli amici punkabestia e non ha fissa dimora. Chiede un prestito perchè giura di voler affitare un appartamento, riprendere a studiare, disintossicarsi dalla droga, curarsi la cirrosi epatica e mettere su famiglia. –
Queste promesse da 10 anni si susseguono con cadenza più o meno semestrale e hanno una durata variabile tra i 5 minuti e i due giorni (quando coincidono con il Carnevale).
La casalinga, che ha un cuore d’oro, invece di godersi una vacanza a Mauritius, decide di condividere la sua fortuna con entrambi i fratelli.
Ad ognuno presterà  per un anno un parte dell’eredità  ricevuta, ma ad un tasso di interesse che rifletta il sacrificio ed il rischio a cui si sottopone. Ai fratelli spiega “Teng o core d’oro, ma cca niscun è fess”.
Ora, se la casalinga investisse i soldi in uno strumento abbastanza sicuro, ad esempio i bund del governo tedesco, otterrebbe l’1% (semplifico approssimando per eccesso). Domanda al lettore: a quale tasso di interesse la casalinga dovrebbe prestare ai due fratelli? Allo stesso tasso dei bund? A un tasso uguale per entrambi i fratelli? A tassi diversi? E quanto diversi?
Inoltre: come dovrebbe dividere i 10mila euro? 5mila euro ad ognuno? Una percentuale maggiore al dentista? Una percentuale maggiore al fuoricorso?
Ecco dalle risposte a questi marzulliani interrogativi il lettore forgerà  la propria nozione sullo spread in un mercato in cui operano tante casalinghe di Pomigliano e tanti debitori con caratteristiche disomogenee. Molto più disomogenee di quelle dei due fratelli.
Ma è così…se ti regalassi 10000€ preferiresti investirli in titoli tedeschi o italiani se entrambi dessero lo stesso tasso di interesse?In questo l’Europa non c’entra nulla. Sarebbe uguale con sovranità  monetaria.
Chi presta soldi vuole essere ripagato. Di più dai più rischiosi.

(da “NextQuotidiano”)

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