Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONI: “DEVE FARE UNA DOSE MASSICCIA DI CORTISONE E MALGRADO LA POSSIBILITA’ DI ESENZIONE LA QUANTITA’ E’ TROPPO ELEVATA PER GAREGGIARE”
“Ho parlato oggi con Alfio Giomi (il presidente della Fidal, ndr) che mi ha detto che la partecipazione di Daisy Osakue agli Europei di atletica è fortemente a rischio”: lo ha detto il presidente del Coni Giovanni Malagò durante i lavori della Giunta.
“Lei – ha spiegato il numero uno del Coni – deve fare una dose massiccia di cortisone e malgrado ci sia la possibilità dell’esenzione la quantità è troppo elevata. Quello che è successo è un fatto estremamente grave”.
Daisy Osakue ha sostenuto proprio oggi una visita oculistica di controllo per la valutazione dei danni riportati.
Il settore sanitario Fidal ha poi comunicato: “L’atleta, visitata in data odierna dallo Specialista Oculista della Asl ‘Città di Torino’, presenta abrasione ed edema retinico importante all’occhio sinistro post traumatico, trattata dallo Specialista con terapia antibiotica e corticosteroidea per via locale e sistemica. Venerdì 3 agosto l’atleta eseguirà un controllo oculistico alI’istituto di Medicina e Scienza dello Sport, al fine di valutare se le condizioni cliniche e la terapia in atto siano compatibili con la partecipazione agli Europei di Berlino”.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
UNA RISPOSTA AI TANTI CAZZARI CHE NON HANNO ANCORA CAPITO CHE DESTRA E’ LEGALITA’
Non capisco perchè denunciare il razzismo debba essere «di sinistra». 
Non capisco perchè per essere di destra si debba negare che in Italia il razzismo esista. Penso che si possa essere di destra e denunciare il razzismo; come ha fatto ad esempio il presidente del Veneto Luca Zaia.
Se uno spara dal balcone a una bimba rom di tredici mesi, è difficile negare che abbia commesso un gesto di razzismo, e diciamo pure di odiosa vigliaccheria.
Se spara a un operaio nero che lavora su un’impalcatura, anche.
Il razzismo va condannato, e basta; non può essere negato.
Non c’è contraddizione tra arrestare gli immigrati che commettono reati e stigmatizzare i gesti di razzismo.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
“NON POSSONO ACCADERE EPISODI DI OMOFOBIA DENTRO IL PALAZZO DELLA REGIONE LIGURIA”
La Procura chiede di processare con l’accusa di diffamazione Giovanni De Paoli, il consigliere regionale della Lega che due anni fa era finito al centro di una bufera politica per una frase omofoba.
In seguito alla querela presentata dall’Agedo (Associazione genitori parenti e amici di persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender), il pubblico ministero Patrizia Petruzziello ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’esponente leghista, ed è stata fissata l’udienza preliminare.
«Se avessi un figlio gay lo brucerei in un forno» è la frase che, secondo due rappresentanti dell’Agedo che erano in Regione il 10 febbraio 2016, il consigliere avrebbe pronunciato in un corridoio, dopo un’audizione in commissione del coordinamento Liguria Rainbow. De Paoli, invece, ha sempre smentito e sostenuto di aver pronunciato quella frase in negativo: «Se avessi un figlio gay non lo brucerei in un forno».
La vicenda aveva provocato all’epoca una clamorosa bagarre politica che ha avuto anche risvolti giudiziari, e adesso il giudice dovrà decidere se De Paoli deve essere rinviato a giudizio, e quindi processato, oppure no.
«Un primo passo è stato fatto: quello che a noi importa come persone della comunità lgbt è il rispetto delle nostre vite, rispetto che in primo luogo deve venire dalle istituzioni» commenta Ilaria Gibelli, l’avvocato genovese impegnata nella difesa dei diritti delle persone lgbt che, in questa causa, rappresenta Agedo assieme alla collega di Roma Valentina Ciaramella.
«Non possono accadere episodi di omofobia dentro i palazzi della Regione, episodi che – aggiunge Gibelli – rischiano di delegittimare altre persone anche fuori».
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
RAPPORTO SVIMEZ: “IL MERIDIONE RISCHIA DI ESPLODERE”… SERVIZI PUBBLICI E SANITARI AI MINIMI… E’ QUESTA L’EMERGENZA VERA DELL’ITALIA, ALTRO CHE LE BALLE DEL GOVERNO
Bisogna essere giovani, ricchi e sani per vivere al Sud. 
Un’iperbole che descrive bene cosa ci sarà dentro il Rapporto Svimez 2018.
Eh sì perchè nonostante la crescita del Pil nel 2017 sia stata in linea con quella italiana, recuperando le tante posizioni perse nel corso della lunga crisi economica, le sue arretratezze sono sempre lì e rischiano di esplodere se lo Stato non decide di intervenire con forti investimenti pubblici in quell’altra metà d’Italia, dove ormai sta mutando anche la conformazione storica.
Nel 2017 ci sono stati più morti che nati, i giovani se ne vanno e iniziano a scappare anche gli stranieri.
In 16 anni hanno lasciato il Sud 1 milione e 883mila residenti, la metà giovani ed è la Sicilia la regione dove l’emorragia è dirompente.
Un Rapporto Svimez fatto più di ombre che luci.
Certo, lentamente e con piccoli sforzi, per lo più frutto di investimenti privati, il Sud tra il 2015 e il 2017 ha fatto passi avanti, recuperando parzialmente il patrimonio economico e sociale andato disperso dalla crisi economica.
Il dato della crescita del Pil nel 2017 è lì a dimostrarlo (+1,4%), ma è stata una ripresa trainata dal Nord, come sempre d’altra parte, e che rischia di naufragare.
Cosa è mancato? Gli investimenti pubblici.
E su questo punto i ricercatori Svimez sono fermi. Tanto che se qualcosa non cambia c’è il rischio di una marcia indietro repentina. “Con la frenata seppur ancora lieve dell’economia le prospettive per il Sud peggiorano – dichiara Adriano Giannola, presidente Svimez -. Per ora tutto tiene, ma i dati che iniziano a circolare sul rallentamento della crescita preoccupano, anche perchè il Mezzogiorno continua a portarsi dietro tutte le sue arretratezze”.
Insomma “il recupero che c’è stato negli ultimi due anni rischia di saltare nella ‘stagione dell’incertezza’, come definisce la Svimez gli anni che stiamo vivendo. Un rischio che per il Mezzogiorno potrebbe tradursi in una “grande frenata”. Tanto che nel 2019, prevede l’Istituto “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”.
“Certo il Mezzogiorno non è tutto uguale – chiarisce Giannola – ci sono regioni che hanno fatto meglio, come Campania e Calabria, ma ce ne sono altre, la Sicilia, che sta andando particolarmente male. E se gli investimenti privati sono ripresi nel 2017 (+3,9%) superando anche quelli del Centro Nord anche se di pochissimo, gli investimenti fissi lordi sembrano essersi fermati, mentre la spesa pubblica s’è dimenticata del Mezzogiorno (tra il 2008 e il 2017 è scesa del 7,1% al Sud, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese)”.
E non parla da presidente Svimez, ci tiene a precisarlo Giannola, quando gli si chiede se la reintroduzione dei voucher potrebbe aiutare il Sud.
“Li vedo con un certo sospetto – spiega – perchè i voucher possono andare bene in una situazione fisiologica, dove l’economia tira, ma al Sud e anche in altre parti d’Italia, la situazione è patologica e questi strumenti non faranno che aggravarla. Non è cambianto le modalità contrattuali che si crea lavoro. Lo sostengo da sempre”.
A leggere il Rapporto sembra quasi che il Sud sia il laboratorio di quanto sta emergendo nell’economia. Sale l’occupazione, ma solo quella precaria.
In tutto il Mezzogiorno nel 2017 la crescita dei posti di lavoro è stata determinata quasi esclusivamente dai contratti a termine (+61mila, pari a +7,5%), mentre quelli a tempo indeterminato sono sostanzialmente stalibili con un misero +0,2%.
Negli anni degli sgravi contributivi erano saliti al 2,5%, ma finiti i vantaggi gli imprenditori non hanno rinnovato i contratti. Il futuro per i giovani è poi ancora più buio, tant’è che molti se ne vanno e la forza lavoro è ormai anziana. Il problema del lavoro che non c’è è ormai diventato endemico, favorendo l’esclusione di una quota crescente di cittadini dal mercato.
E’ raddoppiato tra il 2010 e il 2018 il numero di famiglie dove tutti cercano un lavoro. E’ salito il numero di quelle senza alcun occupato e anche chi una occupazione ce l’ha non è detto se la passi bene. E’ nel Sud che si tocca con mano il fenomeno dei working poor, occupati ma poveri, perchè le retribuzioni sono da fame. Non solo. Il part time non è una scelta volontaria nel Mezzogiorno, ma per lo più è imposto dalle imprese. Sono le periferie il terreno dove tutto questo si consuma.
Un disagio economico che fa tutt’uno col disagio sociale.
Gli italiani del Sud sono persone a cittadinanza “limitata”. I diritti fondamentali sono carenti in termini di vivibilità locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura.
Nel comparto socio-assistenziale il ritardo riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per anziani e non autosufficienti. Ma è l’intero comparto sanitario che presenta differenze in termini di prestazioni, che sono al di sotto dello standard minimo nazionale.
E i viaggi della speranza, da Sud verso gli ospedali del Nord ne sono la conferma, soprattutto in alcuni campi di specializzazione. Giù al Sud, se qualcuno in famiglia si ammala seriamente, rischia l’impoverimento tutto il gruppo familiare. Non va meglio per l’efficienza degli uffici pubblici.
C’è un indice che riassume il divario crescente tra Nord e Sud per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. L’ha creato Svimez.
Eccone alcuni esempi. Fatto 100 il valore della regione più efficiente, il Trentino Alto Adige, la Campania si attesta a 61, la Sardegna a 60, l’Abruzzo a 53. Calabria (39), Sicilia (40), Basilicata (42) e Puglia (43) sono sotto la media.
Vivere lì costa tempo e fatica.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
MORCONE, DIRETTORE DEL CONSIGLIO ITALIANO PER I RIFUGIATI: “IL GOVERNO ITALIANO STA SCARICANDO RESPONSABILITA’ SUGLI ARMATORI PRIVATI: SE SOCCORRONO I NAUFRAGHI POI VENGONO FATTI ATTENDERE GIORNI PRIMA DI AVERE IL PERMESSO DI ATTRACCO”
Il caso del rimorchiatore Asso Ventotto che ha riportato in Libia 108 migranti denuncia “un ritorno al passato” e “se è dimostrabile un coinvolgimento del nostro Paese nel coordinamento dell’operazione, allora siamo di fronte a un caso di respingimento”.
Lo ha detto Mario Morcone, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, già capo di gabinetto del Viminale col ministro Marco Minniti, criticando le scelte del governo Lega-M5s sulle Ong e sulla chiusura dei porti.
“Nel Mediterraneo centrale – ha detto Morcone in un’intervista a Repubblica – c’è una pericolosa situazione di stallo, senza alcuna certezza per chi si trova a soccorrere dei migranti. Il caso del rimorchiatore Asso Ventotto denuncia un ritorno al passato, con gli armatori dei mercantili sempre più soli a sostenere il peso di scelte difficili, poichè se si dirigono verso l’Italia rischiano di ritardare molto l’ingresso in porto, visto le ultime mosse di questo governo, e così riportare ingenti perdite economiche, mentre se invece navigano verso la Libia rischiano di violare delle regole internazionali”.
A questa situazione – secondo Morcone – si è arrivati con “varie scelte: fermare le Ong e non solo limitarsi a obbligarle a rispettare le regole; minacciare la chiusura dei porti, mettendo in difficoltà anche navi italiane; aprire delle vertenze con vari Paesi Ue, a partire da Malta e Francia”.
“Se è dimostrabile – ha aggiunto ancora il direttore del Consiglio italiano per i rifugiati sulla vicenda dall’Asso Ventotto – un coinvolgimento del nostro Paese nel coordinamento dell’operazione, allora siamo di fronte a un caso di respingimento ai sensi della Convenzione di Ginevra, perchè la Libia non è un porto sicuro. In tal caso l’Italia rischia di pagare una procedura di infrazione. Se invece non c’è coinvolgimento dello Stato italiano, allora non c’è neppure infrazione internazionale e la responsabilità ricade solo sull’armatore della nave”.
“Il governo Gentiloni – ha concluso Morcone – ha operato un attento bilanciamento. Da un lato ha certamente impegnato le Ong in mare ad adeguarsi alle regole e ha potenziato la guardia costiera libica, dall’altro ha facilitato gli interventi e i controlli dell’Ohm e dell’Unhcr in Libia. Poi ha aperto per la prima volta canali umanitari tra Tripoli e Roma per far viaggiare in tutta sicurezza chi ha diritto alla protezione internazionale. Peccato che oggi questi canali siano stati interrotti, mentre andrebbero subito riaperti e potenziati”.
(da Globalist)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
“PER UNA MAGGIORE SICUREZZA SULLE SPIAGGE, IL MINISTRO DEGLI INTERNI HA DECISO DI PRESENTARSI IN PRIMA LINEA”
Il collettivo artistico TvBoy, qualche tempo fa salito agli onori delle cronache per il murale di
Salvini e Di Maio che si baciavano, immediatamente cancellato dalla sindaca Raggi, colpisce questa volta in Sicilia, a Giardini Naxos: l’opera, intitolata “Matteo il vu cumprà ” ironizza sulle parole di Salvini sugli ambulanti in spiaggia.
“Affinchè ci sia maggiore sicurezza sulle spiagge italiane – scrive Tvboy su Facebook – il Ministro degli Interni Matteo Salvini ha deciso di presentarsi in prima linea come rivenditore ambulante di articoli da mare”.
Il ministro dell’Interno è infatti raffigurato in sandali mentre imbraccia il tipico banco utilizzato dai venditori abusivi sulle spiagge, con tanto di teli da mare, orologi e occhiali da sole.
(da Globalist)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
SEI ARRESTI, SETTE INDAGATI DALLA PROCURA DI GENOVA…NOMI NOTI NELL’AMBIENTE NEONAZISTA
Questa mattina all’alba i carabinieri del Ros hanno eseguito sei arresti e perquisizioni a carico di altri sette indagati nell’ambito dell’indagini su un gruppo di estremisti italiani che andava che a combattere nella regione del Donbass.
L’operazione è coordinata dal procuratore capo Francesco Cozzi e Federico Manotti dalla direzione distrettuale antimafia della Procura di Genova.
Gli arresti sono stati effettuati a Milano e nelle province di Avellino e Parma per i reati di reclutamento di mercenari e di combattimento in un conflitto armato estero.
Gli arrestati sono Antonio Cataldo, Olsi Krutani e Vladmir Verbitchii. Ricercati Andrea Palmieri, Gabriele Carugati e Massimiliano Cavalleri.
Il 26 luglio Andrea Palmeri, trentottenne, storico capo ultrà della Lucchese e dichiaratamente neofascista, scrive sul suo profilo Facebook con ogni probabilità dalla Russia: «Alcuni giorni fa, amici mentre scavavano una trincea hanno trovato una gavetta di un nostro ragazzo dell’Armir, Domicolo Nicola, 90 º reggimento fanteria Salerno, numero matricola 12097».
Secondo i magistrati, oltre che l’orgoglio per i soldati presenti sul fronte orientale nella Seconda guerra mondiale, quel messaggio certifica l’attività tuttora in corso d’un gruppo di mercenari italiani impegnati nell’ultimo triennio in Ucraina al fianco delle milizie filorusse, dei quali Palmeri è il vertice o comunque uno dei reclutatori sebbene si stia adesso dedicando in prevalenza a iniziative para-diplomatiche.
Dieci di loro, originari di varie regioni e perlopiù simpatizzanti dell’estrema destra o della Lega, sono sotto inchiesta per “arruolamento o armamenti non autorizzati al servizio d’uno stato estero”, reato punito con pene tra i 4 e i 15 anni.
L’indagine nelle ultime settimane ha subito un’improvvisa accelerazione, mentre per mesi era parsa arenata. E l’addebito è lo stesso che fu mosso ai contractor appena rientrati dall’Iraq nel 2004, dopo il rapimento e la morte di Fabrizio Quattrocchi.
Il nodo cruciale è la differenza tra il ruolo del mercenario – fuorilegge in Italia, che ha ratificato nel 1995 una convenzione Onu del 1989 – e appunto quello del contractor, sulla carta un professionista privato della sicurezza, pagato per i suoi servizi senza tuttavia la partecipazione attiva ai conflitti.
Ad attualizzare i sospetti degli investigatori contribuiscono una serie di foto pubblicate in periodi più o meno recenti dai diversi combattenti, che li mostrano armi in pugno insieme ai militari foraggiati da Vladimir Putin, e i numerosi viaggi compiuti negli ultimi anni.
Il teatro d’azione, dal 2014 in avanti, è stato il Donbass, regione orientale dell’Ucraina (le città principali sono Donetsk e Lugansk) contesa fra l’esercito regolare e le formazioni che vorrebbero tornare sotto il controllo di Mosca, seguendo la sorte della Crimea.
È insomma in un contesto di guerra civile che sono, o sono stati impegnati, i miliziani partiti dal nostro Paese, e a metà aprile l’ambasciata ucraina ha denunciato la presenza d’una trentina d’italiani divenuti soldati contro Kiev: l’intervento diplomatico ha così rinvigorito il fascicolo aperto a Genova dal procuratore capo Francesco Cozzi e dal pm antiterrorismo Federico Manotti.
Perchè la Liguria? Gli accertamenti delegati ai carabinieri del Ros erano partiti dalle perquisizioni di due giovani dai variegati percorsi tra Forza Nuova, CasaPound e gruppi skinhead, autori di scritte inneggianti al nazismo nello Spezzino.
Mappando i loro contatti e le progressive ramificazioni, l’Arma si è poi imbattuta da Nord a Sud in una serie di movimenti neofascisti, circoscrivendo infine i presunti mercenari.
Oltre a Palmeri, che nel Donbass ha pure creato una onlus insieme a un’italo-russa vicina al Carroccio e in seguito candidata per Fratelli d’Italia a un’elezione municipale, tra i principali personaggi coinvolti ne figurano tre presenti almeno dal 2015 sui campi di battaglia.
Il primo è l’ex soldato Antonio Cataldo, 34 anni, originario di Nola in Campania. Ha avuto esperienze in Libia, dove fu sequestrato e liberato nel 2008, si è addestrato in Russia e ha tenuto corsi a Panama.
Nell’elenco dei pubblici ministeri compare quindi Gabriele Carugati, detto “Arcangelo”, ex addetto alla sicurezza d’un centro commerciale lombardo, figlio di Silvana Marin, per lungo tempo dirigente della Lega a Cairate (Varese): su Facebook conferma di vivere a Donetsk e alterna fotografie in mimetica a immagini di raduni a Pontida.
Tra i sospetti reclutatori sono inoltre inclusi il moldavo Vladimir Verbitchii, che ha vissuto in Emilia e usava il nome di battaglia “Parma”, e una donna d’origine russa, oltre a 4-5 figure minori.
Tutti, nell’opinione di chi indaga, hanno ricevuto un compenso per stare al fronte e sono ritenuti “pericolosi” per la dimestichezza con le armi mixata alla solidità dei rapporti internazionali. Perciò i pm hanno deciso di accelerare
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
CASO STRANO, IL SITO DELLA FILIALE ITALIANA DI BROWNELLS E’ ANCHE SPONSOR DEL COMITATO CHE HA FIRMATO IL PATTO PER SALVINI
In Italia il mercato delle armi può vantare anche la presenza di Brownells, sito della filiale
italiana del più grande rivenditore statunitense di armi e ricambi.
Il sito è anche sponsor del comitato contro la direttiva europea che ha firmato il famoso patto con Salvini.
Brownells si avvantaggerà quindi sicuramente della proposta del leghista Gianluca Vinci in commissione affari costituzionali: nessun divieto alla vendita online delle armi, no alle restrizioni e ai paletti che ci hanno lasciato in eredità il passato governo di centrosinistra.
L’occasione, racconta oggi Repubblica, è la direttiva Ue del 2017 sul controllo, l’acquisizione e la detenzione di armi: un decreto legislativo deve recepire la direttiva, ma il governo di centrosinistra con il ministro dell’Interno Marco Minniti aveva deciso di inserire alcune precauzioni per contrastare gli usi impropri e i rischi anche quando le armi sono apparentemente meno pericolose, perchè ad aria compressa ad esempio (come quella che ha colpito la bimba rom a Roma, che era stata modificata). Non era stato il solo paletto.
C’era anche quello di avvertire i conviventi del possesso di armi legalmente detenute. Via tutto. Non ce n’è bisogno. «Una direttiva europea non va circoscritta ulteriormente – ribadisce Vinci, disposto solo a fare proprie alcune osservazioni dei 5Stelle – il Pd in commissione ha fatto un gran caos».
L’opposizione è saltata sulle barricate per la proposta di Vinci, che non sembra per ora registrare il consenso del MoVimento 5 Stelle.
La direttiva europea è ancora lì. A tiro.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL BRESCIANO ERA SCOMPARSO IN TURCHIA: “L’ITALIA MI AIUTI, MI UCCIDERANNO”… IL GOVERNO HA TEMPO DI OCCUPARSI DI UN ITALIANO O DEVE PENSARE SOLO A COME RENDERSI RIDICOLO NEL MONDO?
Il Site, il sito americano che monitora il jihadismo sul web, ha pubblicato i fotogrammi di un video in cui compare Alessandro Sandrini, il bresciano scomparso in Turchia nell’ottobre del 2016, in tuta arancione e sotto la minaccia delle armi che lancia un appello per essere liberato.
Il filmato, di cui si era avuta notizia l’11 luglio scorso, è già nel fascicolo dell’inchiesta della Procura di Roma.
“Oggi è il 19 luglio 2018 – dice Sandrini – Mi danno la possibilità di comunicare per l’ultima volta. Chiedo all’Italia di aiutarmi, di chiudere questa situazione in tempi rapidi. È 2 anni che sono in carcere, non ce la faccio più. Mi hanno detto che sono stufi, che mi uccideranno se la cosa non si risolve in tempi brevi. Non vedo futuro, non so cosa pensare”.
“Due ostaggi, un italiano e un giapponese, compaiono in due video dalla Siria”, scrive la direttrice del Site Rita Katz su Twitter. “Uno mostra l’ostaggio italiano davanti a due uomini armati col volto coperto. L’altro mostra un giapponese (identificato dai media come il giornalista Jumpei Yasuda) che indossa una tuta davanti a uomini armati”, aggiunge Katz che, in un secondo tweet, dice che “non è chiaro quale gruppo sia dietro l’operazione” e che “i sequestratori sembrano volere un riscatto”.
Nel video, prosegue Katz, Sandrini afferma che “la situazione è intollerabile” e “deve essere risolta”.
(da agenzie)
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