Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
DALLE CAUSALI AL “CANNONE” SUL TEMPO DETERMINATO
Per il vicepremier Di Maio è un decreto che consente di evitare che i “giovani vengano abusati”
da quelli che chiama “prenditori”, per un fronte vastissimo invece è semplicemente un modo sbagliato per far fronte ad un problema che esiste.
Il lungo dibattito parlamentare che si è svolto sul cosiddetto decreto Dignità ha messo in luce molteplici crepe e falle, da Pd a Forza Italia a LeU si sono trovati a concordare su errori marchiani e scritture maldestre.
L’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha parlato di “decreto punitivo”; il responsabile del Pd per l’economia Marco Leonardi ha messo in luce “l’eterogenesi dei fini, dove ci sono obiettivi condivisibili affrontati con strumenti sbagliati”.
In inedita sintonia il forzista Brunetta e l’esponente di Liberi e Uguali Epifani si sono accoratamente appellati al governo perchè vengano cambiati alcuni commi dagli effetti devastanti.
Perchè è sbagliato il decreto dignità ? E quali danni potrà provocare?
Ecco i sette errori messi in luce dal dibattito.
Primo errore: i precari non stanno solo nei contratti a tempo determinato. Con l’intento di combattere l’odiosa condizione del precariato si è sparato con il cannone contro i contratti a tempo determinato. E’ vero che possono andare da pochi giorni fino a 36 mesi e che possono essere rinnovati eludendo la legge cambiando mansioni o inquadramento, ma è anche vero che i contratti a termine non sono il Far West: esistono da sempre, non sono una invenzione della deregulation globalista, rappresentano il 15 per cento del mercato (circa 3 milioni di unità ) e sono dotati di tutte le garanzie (Inps, Inail e indennità di disoccupazione). Il precariato selvaggio sta più nei voucher (il cui uso è esteso dal decreto), nelle finte partite Iva e nei cococo che non hanno previdenze. Su questi problemi non si è agito, anzi si rischia che i contratti a termine tornino ad essere cococo.
Secondo errore: il problema non è bloccare i contratti a termine ma favorire la transizione al tempo indeterminato. In realta la cifra rilevante ai fini di un sano mercato del lavoro è il coefficiente di trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Il buon lavoro che si ottiene.
Oggi in Italia il 20 per cento dei contratti determinati transita virtuosamente nel tempo indeterminato: è poco perchè la media europea è del 30 per cento.
Quindi se si vuole prosciugare il bacino del “precariato” bisogna incentivare la trasformazione e non bloccare una delle porte di ingresso nel mondo del lavoro che è costituita dal tempo determinato. Invece il decreto “spara con il cannone”, come dice Marco Leonardi, sul tempo determinato e disincentiva il tempo indeterminato, aumentando i costi per il licenziamento innalzando il numero delle mesilità per le indennità .
Terzo errore: ci voleva più prudenza e gradualità . Anche ammesso che si volesse scoraggiare il ricorso da parte delle aziende ai contratti a tempo determinato, non era questo il momento giusto. L’economia internazionale ed italiana sta ripiegando (dai dazi alla fine del denaro facile della Bce) dunque le aziende sono più prudenti, si muovono in un orizzonte previsivo più ridotto, e assumere a tempo determinato può essere una alternativa a non assumere per niente.
Quarto errore: cancella posti di lavoro.
Secondo l’Inps di Tito Boeri, sul quale sono caduti gli strali del governo gialloverde, ogni anno saranno distrutti 8.000 posti di lavoro a tempo determinato. Il calcolo è prudenziale perchè concede che sugli 80 mila contratti che superano i 24 mesi (la nuova soglia massima che oggi è di 36 mesi) solo il 10 per cento rimanga disoccupato e il restante 90 per cento o venga confermato oppure trovi un altro lavoro. Non viene calcolato il numero dei contratti sopra i 12 mesi che, con l’introduzione delle causali legate al rinnovo, non avranno una conferma. Secondo alcuni calcoli si arriverebbe almeno al doppio: una perdita di circa 20 mila posti di lavoro.
Quinto errore: i dubbi sul periodo transitorio. Dal 14 luglio, giorno in cui il decreto Di Maio è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, sono cominciati a decorrere gli effetti. Cosa significa? Significa che i contratti che man mano vengono a scedenza se hanno raggiunto i 24 mesi non possono più essere rinnovati (il tetto dei 36 mesi è stato modificato), mentre quelli che hanno superato i 12 mesi possono essere rinnovati solo a condizione che siano indicate le cosiddette causali.
Nell’incertezza molte imprese, soprattutto nell’alimentare, stanno procedendo a non rinnovare i contratti. Si parla di alcune migliaia di contratti sopra i 12 mesi che in questi giorni non vengono rinnovati. Il decreto, spostando al 31 ottobre gli effetti del provvedimento, ha solo congelato molti mancati rinnovi: il problema, sebbene ridotto, si ripresenterà a novembre.
Sesto errore: la confusione delle clausole. Le clasusole sono delle condizioni che vengono introdotte per rinnovare il contratto dopo i dodici mesi.
Nel decreto ce ne sono tre: l’azienda deve dimostrare di avere esigenze non programmate, temporanee e significative. Secondo quanto si è detto in Parlamento, da più parti politiche, la vaghezza di questi requisiti aprirà la strada ad un enorme contenzioso tanto più che sono stati elevati i tempi per ricorrere. Soprattutto, come ha sottolineato l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani, la “significatività non è misurabile”.
Inoltre, come ha detto Debora Seracchiani del Pd, in un puntuale intervento, la vicenda delle causali è già regolata dall’80 per cento dalle parti, liberamente, nei contratti di lavoro. Perchè intervenire? Ha ben osservato il Pd Stefano Lepri: “Decreto dirigista e rigidista”. Persino Brunetta ammette. “Faccio il professore di materie lavoristiche da anni e oggi in Parlamento ho imparato cose che non sapevo, spero che il ministro abbia la stessa umiltà , almeno per il bene del paese”.
Settimo errore: un favore alle agenzie che “affittano lavoro”. Sono le grandi multinazionali che Di Maio spesso pretende di combattere, ma scoraggiando il tempo determinato e allargando dal 20 al 30 per cento la possibilità per le aziende di ricorrere al lavoro in affitto, di fatto ci guadagneranno Manpower e le altre. Così come aumenterà il ricorso ai voucher o al nero.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO AL GIORNALE DEL TICINO PUBBLICO’ UNA BUFALA SMASCHERATA DA UN GIORNALE TICINESE… FALSO ANCHE IL NOME DEL GIORNALISTA CHE AVEVA FIRMATO L’ARTICOLO
Uno scoop senza precedenti pubblicato dal Giornale del Ticino che parlava della censura della polizia tedesca sugli attentati dell’ISIS in Germania con tanto di documento intestato al governo di Angela Merkel.
Poi rivelatosi invece un falso grossolano, così come falso (e inesistente) era il nome del giornalista che firmava il servizio sul giornale svizzero.
Oggi che Marcello Foa viene ufficialmente bocciato dalla commissione di Vigilanza Rai (e Lega e M5S non hanno ancora fatto sapere qualche piano B intraprendere), Silvio Buzzanca su Repubblica racconta della figuraccia del Giornale del Ticino, smascherata da Marco Narzisi di Gas, giornale online ticinese:
Foa fece sparire l’articolo dal blog e qualche giorno dopo il direttore responsabile del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia chiese scusa per avere pubblicato la notizia.
Ma il web conserva tutto e si può ancora leggere il commento di Foa al falso scoop: «Si è in presenza di un metodo per la creazione di Post Verità governative o, se preferite, di una manipolazione sistematica delle informazioni».
«Non ci abbiamo messo molto a smontare la bufala», racconta oggi Narzisi. «È bastato controllare con la Bka, la polizia criminale federale tedesca, per appurare che il documento non proveniva da loro».
Era un falso e lo si vedeva anche dai loghi riprodotti ad arte in maniera minuscola. E poi c’era il nome del giornalista, Tomas Muller, un tedesco inesistente.
E alla fine arrivò l’ammissione del direttore Pontiggia: «Il documento oggetto del servizio, che conteneva questa tesi, non ha infatti retto alle ulteriori verifiche di autenticità effettuate sulla base dei dubbi e delle obiezioni puntuali avanzate nei giorni successivi alla pubblicazione (in particolare con i rilievi tecnici da parte del sito del Gas)».
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL SUBCOMANDANTE SAVONA E I SOMARI SOVRANISTI
La quotidiana dose di biada mediatica propalata alle masse telelobotomizzate sostiene che
l’unica fonte della crescita economica sia la spesa pubblica.
A furia di propinarla a reti ed edicole unificate la gente ormai è convinta che se Babbo Stato non butta mazzi di soldi dalla slitta trainata da renne volanti, la mitica Domanda (il Sacro Graal delle farneticazioni) ristagna.
E di conseguenza le imprese non vendono, i salari non si pagano e le cavallette si diffondono.
Per capire cosa implicano in pratica queste forme di analfabetismo economico webetizzato, per produrre il miracolo della moltiplicazione del reddito e dell’occupazione basta che un qualsiasi burocrate (padano, romano o di Pomigliano a seconda della stalla televisiva) stacchi un assegno e lo recapiti ai suoi sodali stravaccati su un divano.
E d’incanto si viene teletrasportati nel Nirvana keynesiano.
Verrebbe da chiedersi come mai nonostante la mirabolante scoperta ormai oltre 80 anni fa di tale portento (che nei canili accademici si spaccia per politica economica), non si sia ancora debellata la povertà nel mondo.
Con un assegno cabriolet garantito dal Di Maio, dal Renzi, dal Putin, dall’Erdogan, dal Maduro o dal Bokassa di turno tutti i mali del mondo verrebero mondati.
In un paese caratterizzato dall’analfabetismo non solo economico, il terreno per far attecchire queste fole è stato concimato da decenni di menzogne politico sindacali, ma questa pagliaccesca fase politica il propalatore à la page di tale bufala è cotal Savona, un tempo boiardo di sottogoverno, dirigente confindustriale, banchiere e grand commis, riciclatosi come subcomandante nel governo dei descamisados giallo verdi.
Le cronache lo narrano intento a definire il punto esatto dove eserciti di nuovi occupati a libro paga statale scaveranno buche con picco e badile usando i 50 miliardi del surplus di bilancia dei pagamenti.
Poco importa che di quei miliardi siano proprietari cittadini e imprese private e il governo (a meno che non metta in atto un esproprio gigantesco) non possa toccarli. Nella mente del subcomandante sotto inchiesta per usura queste sono iniezie. Se nell’immaginario di sinistra non si interrompe un’emozione, per i nuovi veltronzi non bisogna interropere i sogni al Viagra keynesiano degli ultraottantenni.
Nel magggico mondo di Savona, un governo in cui sul TAV si litiga furiosamente, che aborrisce il consumo di suolo, che detesta gli investimenti in infrastrutture idriche (con la scusa imbecillesca dei beni comuni), che ha fatto dell’arretratezza e della decrescita la sua stella polare, sarebbe in grado di implementare un programma di opere pubbliche nuove di zecca da 50 miliardi di euro.
In un paese nella cui capitale la compagna di merende delle teste di governo non riesce a coprire le buche sulle strade nel frattempo diventate le voragini.
Esattamente come il bilancio dello Stato affidato alla mente malata dei somaristi giallo verdi.
(da “NextQuotidiano“)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
SE NON LAVORANO E’ “PACCHIA”, SE LAVORANO “TOLGONO LAVORO AGLI ITALIANI”… MA SE I COMUNI NON CHIAMANO I “PROFESSIONISTI VIVAISTI” A CUI DEVE FARE LA MARCHETTA LA LEGA, E’ PERCHE’ IL GOVERNO NON GLI DA’ SOLDI A SUFFICIENZA, SI RIVOLGANO A SALVINI
Se non lavorano è ‘pacchia’. Se lavorano tolgono lavoro agli italiani.
Accade nell’Italia penta-leghista: una lettera all’Anci Lombardia per chiedere di non far curare il verde pubblico agli “aspiranti profughi”.
A scriverla stato l’assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, Fabio Rolfi (Lega), che ha inviato la missiva al presidente dell’Associazione dei comuni lombardi Virginio Brivio.
“Devono essere i florovivaisti lombardi a curare il verde pubblico in Lombardia, non gli aspiranti profughi. E per il loro lavoro quotidiano i professionisti devono essere pagati il giusto. Occuparsi dei parchi e delle piante delle nostre città è una professione, non un passatempo”, scrive Rolfi
“Il settore florovivaistico in Lombardia – aggiunge – vale oltre 200 milioni di euro, il 9% del totale nazionale. Purtroppo il comparto sta affrontando delle difficoltà che non possono essere ignorate e che anzi gli amministratori pubblici devono aiutare a risolvere. Abbiamo professionisti di assoluto valore che si trovano a combattere in un mercato che per gli appalti pubblici prevede l’assegnazione a chi offre il prezzo migliore e non a chi garantisce un lavoro di qualità . Certo le nostre imprese e i nostri artigiani non possono competere con chi ‘lavora’ gratis e viene strumentalizzato per coprire, almeno pubblicamente, gli effetti negativi della mala gestione del problema immigrazione che ha caratterizzato gli anni scorsi”
L’assessore leghista ha quindi concluso: “Ho ricevuto segnalazioni nelle ultime settimane relative ad alcuni sindaci lombardi che invece preferiscono destinare questi lavori ai richiedenti asilo. L’accoglienza degli immigrati è già molto onerosa, non possiamo chiedere un ulteriore immotivato sacrificio agli imprenditori e ai lavoratori lombardi del settore florovivaistico”.
(da Globalist)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
PUGNI, CALCI, FINO A ROMPERGLI LA MANDIBOLA… LA VITTIMA E’ UN RAGAZZO DI COLORE ADOTTATO DA UNA FAMIGLIA DI AGRIGENTO
Calci e pugni a un ragazzo di colore adottato da una famiglia di San Giovanni Gemini, in
provincia di Agrigento.
Calci al volto anche quando era a terra, privo di sensi. E poi le urla. “Sporco negro, torna nel tuo paese. Vattene da qui. Non sei degno di stare con noi”.
La vittima si chiama Davide Mangiapane, pelle scura, nato in Italia e adottato appena nato, è stato pestato a sangue da due giovani, che sono già stati identificati e denunciati.
Uno di loro è minorenne. Davide, 23 anni professione ballerino, è ricoverato all’ospedale Civico di Palermo dove ha subito un lungo intervento nel reparto di chirurgia maxillo facciale.
Il pestaggio si è verificato a Lercara Friddi, in provincia di Palermo
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, che conducono l’indagine coordinata dalla procura dei minori e dalla procura ordinaria, il giovane sarebbe andato in un pub di Lercara Friddi. Mentre si trovava al tavolo, sarebbe stato colpito al volto dal fidanzato di una ragazza con cui aveva scambiato due chiacchiere. Un pugno che gli ha fracassato la mandibola.
L’aggressore avrebbe poi pesantemente insultato con frasi razziste il ragazzo. Il padre racconta: “Gli hanno fatto cadere il cappellino e poi lo hanno preso a calci e pugni. Lui è sotto shock. Non avrebbe mai pensato che gli sarebbe accaduta una cosa del genere”.
I concittadini del ballerino hanno realizzato uno spot in segno di solidarietà , dal titolo “Oggi anche io mi sento negro”.
(da Globalist)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
LA SOLITA MARCHETTA A FAVORE DEI COMMERCIANTI… LA PROTESTA: “SENZA AUTO CI GUADAGNANO TUTTI”
Il nuovo sindaco di centrodestra riapre il cuore del centro storico alle auto dopo 14 anni di stop.
E 3mila cittadini protestano sfilando per strada in bicicletta, sui pattini e a piedi indossando magliette gialle con la scritta “Senza auto ci guadagnano tutti”.
Succede a Udine, governata per 15 anni da giunte di centrosinistra fino a quando a metà maggio il leghista Pietro Fontanini è diventato primo cittadino battendo Vincenzo Martines, già vice di Furio Honsell e sostenuto dal Pd.
La riapertura al traffico di via Mercatovecchio, parte della zona a traffico limitato istituita all’amministrazione comunale nel 2004, è scattata in via sperimentale dalla mezzanotte di martedì e sarà in vigore fino al 31 gennaio prossimo.
La protesta in bici è stata organizzata da Federazione Italiana Amici della Bicicletta e sostenuta da Italia Nostra, Legambiente e Arci.
Fiab nelle scorse settimane ha lanciato una petizione su change.org per chiedere a Fontanini di “mantenere ed ampliare le aree pedonali del centro”, definendo la riapertura al traffico “decisione che accontenta un piccolo numero di commercianti penalizzando tutto il resto della popolazione e una serie di istanze e principi che a nostro parere meritano invece rispetto”.
Riaprire alle auto “penalizza tutta la popolazione che desidera “vivere” il centro e godere dei suoi marciapiedi, tavolini all’aperto e strade tranquille”, sottolineava la lettera aperta.
“Riaprire alle auto significa portare ovunque rumore, inquinamento chimico e acustico, rischio di incidenti. Riaprire alle auto afferma il principio che sono secondarie e sacrificabili le categorie con bisogni particolari: persone con disabilità , anziani, bambini, animali da compagnia”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO DI MAIO LO USAVA COME TESTIMONIAL IN CAMPAGNA ELETTORALE
Andrea Mura, il deputato velista, come ogni marinaio che si rispetti non lascia la nave che
“affonda”, in questo caso il Parlamento, e nonostante l’espulsione dal Movimento 5 stelle ha deciso di non dimettersi. Il velista cagliaritano si è iscritto infatti al Gruppo misto
L’affaire Mura aveva scosso già da qualche settimana la dirigenza del M5S.
Luigi Di Maio aveva preso posizione suggerendo a Mura le dimissioni, mentre Alessandro Di Battista dagli Stati Uniti consigliava all’epurato di restituire tutti gli stipendi che aveva percepito fino a ora senza aver lavorato adeguatamente.
Ai danni di Mura anche la denuncia del Codacons alla Procura di Roma in cui si chiede di procedere penalmente nei suoi confronti .
Non restituirà gli stipendi, ma anzi Mura incasserà per intero l’indennità parlamentare di circa 20mila euro al mese: non dovrà infatti nè rendicontare le spese nè girare parte dello stipendio al fondo per le imprese, così come previsto dal codice di comportamento dei pentastellati.
Il 26 luglio il blog del Movimento, in una nota, informava sul motivo dell’espulsione di Mura definendo intollerabile il suo atteggiamento “che con il 96,8% di assenze in Parlamento ha dimostrato irresponsabilità e menefreghismo, mancando così di rispetto agli italiani che hanno dato fiducia al Movimento e a tutti i suoi colleghi che non hanno mai smesso di lavorare.”
Se in un primo momento non era arrivata nessuna risposta dalla Sardegna, il 27 luglio dalla sua pagina Facebook Mura ha deciso di parlare della vicenda: “ Il Movimento ha usato la mia popolarità di sportivo e di velista internazionale per vincere la campagna elettorale uninominale contro un avversario fortissimo: l’ex governatore della Sardegna Cappellacci di Forza Italia. Il Movimento non solo non mi ha difeso ma non mi ha nemmeno consultato, scaricandomi in meno di due ore”.
E qualche giorno prima: «Sono un uomo di sport, velista professionista, per questo mi è stato chiesto di candidarmi con il Movimento. Ho sempre detto che avrei continuato questa attività una volta eletto perchè credo sia un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della tutela del mare. Sulla vicenda ci sono state varie fake news. La notizia secondo cui avrei il 97% di assenteismo è totalmente falsa e infondata: la mia presenza fino al 19 luglio è pari al 59%, basta vedere i dati ufficiali della Camera dei Deputati. Poi non è vero che sto veleggiando perchè la mia barca è ferma dal 30 settembre 2017».
A difesa del velista il deputato del partito democratico Michele Anzaldi, che su Twitter aveva definito l’espulsione “l’ennesima messa in scena del leader del M5s, come con i furbetti di Rimborsopoli e i vari casi Dessì. Secondo Anzaldi era proprio Di Maio che durante la campagna elettorale, nei suoi video, utilizzava Mura come “testimonial”.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
APPLAUSI IRONICI AI GRILLINI IN AULA: IN CAMPAGNA ELETTORALE NE AVEVANO PROGRAMMATO LA REITRODUZIONE… MA DEI DIRITTI DEI LAVORATORI NON INTERESSA NULLA QUASI A NESSUNO
Tensioni, proteste e scontri verbali in Aula durante l’esame del decreto dignità , dopo che il M5s e la maggioranza di governo hanno respinto, votando contro, l’emendamento che chiedeva il ripristino dell’articolo 18.
Ad attaccare è stato il deputato di LeU, Roberto Speranza, che ha parlato di “promesse tradite”, dato che in campagna elettorale i pentastellati avevano rivendicato la volontà di ripristinare la normativa e abolire il Jobs Act.
Al contrario, il Pd si è astenuto, con l’attacco di Debora Serracchiani: “Prendiamo atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18”.
Al termine della votazione in Aula, sono partiti gli applausi ironici dai banchi delle opposizioni, Pd e Leu su tutti.
Guglielmo Epifani, che è stato l’autore dell’emendamento che chiedeva il ripristino dell’articolo 18, ha subito parlato di “occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici”.
Secondo l’esponente di Liberi e Uguali, “la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art. 18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti — ha aggiunto Epifani — Tolto quel diritto però non sono aumentati nè i contratti nè gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. È necessario — ha concluso — tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto dl dignità non lo fa”.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
LE AFFERMAZIONI DEL MINISTRO AD AGORA’ LASCIANO IL DUBBIO, SALVO CHE NON ABBIA DIMESTICHEZZA CON LA LINGUA ITALIANA
“Prima di dire che un atto criminale fatto da questi imbecilli è un atto razziale bisogna aspettare,
senza inserirlo in un filone creare che poi alla fine, tra sei mesi, vedremo che non avrà sostanza”, ha detto stamattina durante la trasmissione radiofonica Agorà Estate su Rai 3 il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.
“Prima di tutto, come cittadino italiano ritengo che si tratti di atti criminali che devono essere puniti severamente il prima possibile”.
Il ministro ritiene che però questo è diverso “dallo strumentalizzare, mettendo un atto criminale dentro un filone razziale”. Per Toninelli “i cittadini si devono sentire sereni e sicuri di vivere a casa propria”. “I numeri dicono che non siamo di fronte ad un fenomeno di natura razziale – sottolinea – ma non voglio nè chiudere nè aprire a questo discorso. Dico che dobbiamo contestare i singoli fatti e non inserirli in filoni che poi alla fine vedremo, tra sei mesi, che non avevano sostanza”.
E qui qualcosa non va, salvo che il ministro abbia poca dimestichezza con la lingua italiana e la coniugazione dei verbi: perchè dire “filoni che poi vedremo non avevano sostanza” è già anticipare una sentenza.
Altra cosa avesse detto “filoni che nel caso specifico potrebbero rivelarsi tra sei mesi non confermati dai fatti”.
Ne dobbiamo dedurre che Toninelli o ha sbagliato a esprimersi o conosce i due giovani autori dell’atto, i loro eventuali precedenti, le loro idee politiche, le motivazioni che li hanno indotti a un atto criminale.
Poichè risulta che i due suddetti non siano ancora stati identificati dalle forze dell’ordine, nel caso Toninelli li conoscesse, come potrebbe trasparire dalla sua anticipata sentenza, farebbe bene a fornire le loro generalità alla Questura di Torino per gli atti del caso.
In caso contrario farebbe bene a ripassarsi le coniugazioni dei verbi o a tacere.
Nella seconda ipotesi ci guadagnerebbe.
Ps Il fatto che esistano altri tre precedenti dove le vittime del lancio sono stati cittadini di razza ariana non vuole dire nulla, stante il concetto giuridico di “atto di emulazione”. Ovvero due altri imbecilli potrebbero essersi sentiti in dovere di spiaccicare un uovo in faccia a pochi centimetri dal viso di una ragazza italiana il cui colore della pelle NON possono NON AVER VISTO.
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