Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
100.000 UTENTI PER VEICOLARE LA FALSA TESI DELL’INVASIONE
I dati che hanno evidenziato i troll russi abbiamo rilanciato a ripetizioni post in favore di Lega e M5s ma, in misura maggiore, in favore della destra reazionaria e xenofoba non devono meravigliare.
Poi si scopre che uno dei cavalli di battaglia del ministro di Polizia, ossia chiudiamo i porti, viene da lontano…
Già nei mesi scorsi, a seguito di un’inchiesta del Pais che ha avuto conferme, era emerso che i profili di una serie di attivisti particolarmermente attivi sui social per puntare l’indice contro l’immigrazione e le Ong e che avevano un contatto diretto con il sito Sputnik, un sito di proprietà del governo russo che opera in diverse lingue tra cui l’italiano.
Il meccanismo di interferenza russa ha concentrato i suoi sforzi in una campagna di disinformazione soprattutto sui temi dell’immigrazione con lo scopo di far crescere l’ultradestra in Italia.
La cosa più interessante è che le notizie allarmistiche lanciate nei mesi prima delle elezioni sono piùà o meno le stesse usate dalla destra reazionaria e che sentiamo ripetere anche adesso nel bel mezzo del governo del Cambiamento: l’invasione, che bisogna essere ‘senza cuore’, la guerra sociale che è causata dai migranti,. E così via.
In sostanza si trattava di diffondere una falsa immagine che vede l’Italia invasa dai rifugiati i quali sarebbero tra i responsabili della disoccupazione e dell’inflazione nell’ambito di una crisi aggravata dall’incapacità dell’Unione europea.
Questi dati si basano su 1.055.774 messaggi diffusi attraverso 98.191 utenti.
Alcuni esempi delle informazioni circolate lungo questi canali, secondo El Pais, sarebbero molto chiari. Tra questi due articoli che hanno come titoli rispettivamente: “Nel 2065 la quota di immigrati in Italia potrebbe superare il 40% della popolazione totale” o ancora: “Il caos degli immigrati è l’inizio di una guerra sociale”.
Secondo uno studio di Alto Data Analytics, una società che si occupa di big data e intelligenza artificiale per l’analisi dell’opinione pubblica sui media e sui social network, che ha esaminato post di blog e video, Sputnik ha avuto una grande influenza nell’esasperare il dibattito sulla questione migratoria.
Secondo sempre l’inchiesta di El Pais, i beneficiari di questa azione furono soggetti politici come la Lega di Salvini o Casapound.
Ad ogni modo – sempre secondo El Pais – Sputnik ha svolto un ruolo centrale ma non è stato l’unico in questa campagna anti immigrati. È stato accompagnato – come in Italia si sa – da una serie di piccoli siti web italiani che diffondevano fake news contro l’immigrazione con molti post diventati virali nonostante fossero totalmente inventati.
(da Globalist)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA MANO DI PUTIN NELLA DIFFUSIONE DI BALLE SUI SOCIAL ITALIANI
A dire il vero si era già capito: non ci voleva un genio. 
Ma ulteriori elementi oggettivi stano emergendo: una fabbrica di troll russa, al servizio dell’intelligence di Mosca, il cui scopo era quello di inquinare l’opinione pubblica occidentale.
E’ la Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo, il cui lavoro è stato scoperto dal sito di statistica americano FiveThirtyEight. Dall’analisi di circa un milione di tweet sono emerse le interazioni di molti profili fake, tra i quali ci sono anche sostenitori dei partiti populisti oggi al governo in Italia.
Secondo la ricostruzione del “Corriere della Sera”, i troll che diffondevano notizie via social network hanno attivamente rilanciato contenuti che sostenevano le battaglie dei movimenti oggi al governo, pur senza essere ufficialmente legate ai partiti in questione.
Il sito Usa che ha scoperto la enorme mole di dati ha pubblicato i nove ricchissimi file Excel con oltre un milione di interventi via Twitter effettuati dai profili sospettati di essere di origine russa. E tra questi interventi ce ne sono parecchi anche in italiano.
Non si tratta di contenuti originali introdotti nella discussione politica italiana, in realtà : i troll russi rilanciano altri profili conosciuti per la loro centralità social e simpatizzanti per i populisti.
Dai documenti emersi non c’è nessun segno di eventuali richieste di aiuto a Mosca in tal senso, mentre ci sono evidenti segnali della volontà dei troll di sostenere il populismo in Italia.
Un esempio lampante di questa tentata interferenza è un troll di nome Brianwarning che, il 21 gennaio 2016, rilancia un post italiano che si interroga sull’eventuale uscita dall’Ue della Gran Bretagna dopo il referendum.
A un contenuto relativamente neutro si nota che i profili collegati sono spiccatamente politici e vicini all’area M5s. Tra gli altri: Gianluigi Paragone, oggi senatore M5s; @soqquadroM, che ha sostenuto Foa alla Rai; e infine un nome in codice Elena07617349, ora cancellato, ma fino a primavera 2017 associato a contenuti Twitter contro Obama, contro il Giglio magico di Matteo Renzi, contro gli sbarchi. Elena inizialmente si esprimeva in inglese, per poi passare all’italiano.
Di questo profilo si trovano molti dialoghi in italiano con 123stoka #iostoconsalvini. Dal materiale emerso si vede che un troll russo di nome Carriethornton rilancia un post legato a “Elena” e a un “Junioborghese1”, legato all’estrema destra, accusando “Minniti, un ex comunista, loro sono abili a mascherare”.
Sarebbe proprio Elena al centro dell’Italian Connection dei documenti di Mueller. Proprio nel giorno del referendum costituzionale del dicembre 2016 il troll anonimo russo “Chessplaychess” rilancia un post che dice: “Si è diffusa l’idea che votare non è previsto dalla Costituzione, strana ‘sta cosa”.
E spunta, collegato a quel post, un altro profilo populista italiano anonimo, chiamato @NoemijBra, che si volatilizza nel marzo 2017 quando viene smascherata una fake news, proprio firmata da “Noemi”, ai danni dell’allora ministro Pd Giuliano Poletti.
(da Globalist)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SCOPERTA DAL SITO FIVE THIRTHY EIGHT UNA RETE CON PIU’ DI UN MILIONE DI INTERVENTI SUI SOCIAL APPARTENENTI A OPERATORI RUSSI
1500 tweet a favore della Lega e del M5s a firma russa.
È quanto scoperto dal sito di statistica americano Five Thirthy Eight creando un database che ha studiato quasi tre milioni di cinguettii provenienti dagli account associati all’agenzia russa Internet Research Agency.
In sostanza, una “fabbrica di troll” targata Mosca per influenzare l’opinione pubblica occidentale, nel caso specifico quella italiana, a favore del Carroccio e del Movimento di Beppe Grillo.
La notizia è riportata questa mattina dai quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera che riprendono la ricerca americana che racconta di un intervento sistematico sui social per interferire e manipolare l’opinione degli italiani.
Un esempio? Il tweet sul figlio di Poletti, l’ex ministro del lavoro, finito al centro di un’aspra polemica perchè il suo giornale incassava i finanziamenti pubblici. Ebbene all’origine della viralità dello scandalo a 140 caratteri ci sarebbe Noemi, un account fake con più di 50mila seguaci che rilanciò la bufala rendendola appunto, virale.
Un profilo che poi sparì, raccontano i quotidiani. La sua fake news fu scoperta poi da David Puente.
Dietro si nasconde la mano dell’Internet Research Agency, un’agenzia con sede a San Pietroburgo con ben 400 dipendenti.
A scoprire il giro di tweet — è retweet soprattutto — è stato il sito americano guidato da Nate Silver, con la collaborazione di alcuni docenti universitari.
Il sistema venuto alla luce è stato studiato così: 2.973.371 cinguettii provenienti da circa 3mila account caricati nel database aperto con tanto di autore, testo, data e tipologia di tweet, ovvero se originale o un retweet.
Nove vastistissimi Excel che raccolgono tutto. I file interessati dalla ricerca vanno dal febbraio 2012 a maggio 2018. Ma il picco di messaggi va dal 2015 al 2017.
Non solo messaggi in inglese a favore di Donald Trump, dunque. Ma anche cinguettii in italiano a favore dei partiti populisti nostrani e delle loro posizioni. Secondo i dati raccolti l’ordine non è quello di formulare contenuti originali e lanciarli nella discussione politica italiana: i troll russi per lo più rilanciano altri profili social con forte seguito tra i populisti e vicini ai loro temi.
“Putin è l’unico grande statista e uomo di pace, Usa sono guerrafondai”, è l’esempio riportato a firma “belkastrelka”. Ma ce ne sono molti altri, tutti provenienti da San Pietroburgo, che interagivano con i profili dei sostenitori Lega e M5s. “Brianwarning” il 21 gennaio 2016 rilancia un post italiano che si interroga sull’eventuale uscita dall’Ue della Gran Bretagna dopo il referendum.
A un contenuto relativamente neutro si nota che i profili collegati sono spiccatamente politici e vicini all’area M5s. C’è poi “SoqqadroM”, attivo fino a ieri 1 agosto, che twittava a favore del sovranista Marcello Foa come presidente Rai. Un altro account è quello di Elena07617349, ora cancellato, ma fino a primavera 2017 associato a contenuti contro Obama, contro Matteo Renzi e contro gli sbarchi. Un profilo attenzionato anche da Robert Mueller, procuratore speciale per le indagini del Russiagate.
Elena inizialmente si esprimeva in inglese, per poi passare all’italiano. Una strana connessione. Sempre di Elena07617349 si trovano molti dialoghi in italiano con 123stoka #iostoconsalvini.
Non solo gli Stati Uniti dunque, ma anche l’Italia.
I profili di social che sono stati impegnati nelle interferenze della campagna elettorale americana del 2016, hanno attivamente rilanciato i contenuti di profili di twitter in italiano che sostenevano le posizioni dei partiti populisti oggi al governo. Una rete di propaganda che è ancora in corso di analisi: “Riassemblare e organizzare questi tweet è una sorta di esercizio di sicurezza nazionale”, sono le parole dei responsabili del sito americano riportate da Repubblica. Fatto sta che il flusso di tweet finora studiato aumenta la sua portata proprio in corrispondenza degli appuntamenti elettorali più rilevanti, come la campagna americana del 2016 che ha portato alla vittoria di Donald Trump. Tutti profili che poi sono stati cancellati.
Le reazioni politiche —
“L’esistenza di una fabbrica di troll e fake news in Russia, che ha lavorato per diffondere notizie false contro i governi del Pd per favorire Lega e M5s, è gravissima”, è stato il commento dei deputati Pd che parlano di “ennesima conferma dei sospetti che erano già stati avanzati nei mesi scorsi, anche alla luce delle dichiarazioni dell’ex vicepresidente americano Biden”.
Secondo Michele Anzaldi e Carmelo Miceli è “urgente che il Parlamento italiano dia il via libera alla costituzione di una Commissione di inchiesta sulle fake news, per la quale abbiamo presentato l’articolato di legge il primo giorno della legislatura”. “Gli italiani hanno diritto di sapere — proseguono Anzaldi e Miceli — se le loro opinioni sono state manipolate”.
La ricostruzione della rete di propaganda a firma russa arriva a due giorni di distanza dalla scoperta da parte di Facebook di un tentativo di influenzare le elezioni di medio termine Usa del prossimo novembre, attraverso account falsi che rilanciavano temi caldi per influenzare l’opinione pubblica americana.
Sono stati chiusi ben otto pagine, 17 profili e sette account Instagram non autentici, che agivano in maniera coordinata. La società di Menlo Park ha fatto sapere che è troppo presto per sapere se gli account siano legati alla Russia.
Già nei mesi scorsi il social di Mark Zuckerberg è stato investito dallo scandalo di Cambridge Analytica, al centro di un furto di informazioni di 50 milioni di suoi utenti, poi utilizzate dalla società di dati per influenzare i risultati delle elezioni presidenziali americane 2016.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL TITOLARE DELLO STRANO CAFFE’ DI VIA FANI ERA A BOLOGNA IL GIORNO DELLA STRAGE… UN APPUNTO DI GELLI CON I SOLDI DELL’AMBROSIANO
Per Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna di cui ricorre
oggi il 38mo anniversario, sulla carneficina alla stazione non c’è alcun mistero. “Non ci sono misteri, ma solo segreti: i misteri hanno a che fare con le religioni, i segreti invece con le protezioni di cui hanno goduto personaggi e strutture”.
All’HuffPost, Bolognesi racconta gli ultimi segreti sulla strage che la tenacia dei parenti delle vittime, e anche il caso, hanno fatto emergere negli ultimi mesi.
Quali?
“Il primo è saltato fuori in modo assolutamente casuale durante i lavori della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro, che ha lavorato per quattro anni nella scorsa legislatura. Ebbene ricostruendo la vita del titolare del bar Olivetti – l’insolito caffè posto all’angolo tra via Stresa e via Fani, che secondo i lavori della Commissione (di cui io ho fatto parte) ha avuto un ruolo logistico fondamentale per il rapimento dello statista dc – Tullio Olivetti era con certezza a Bologna il giorno della strage. Nonostante il calibro del personaggio su di lui non è mai stata fatta alcuna indagine. Il bar di via Fani era al centro di un grosso traffico d’armi, di cui veniva rifornita la malavita, la Ndrangheta, Cosa Nostra, gruppi terroristici mediorientali e formazioni armate europee. Ma Olivetti è stato tenuto al riparo da ogni conseguenza giudiziaria. A lui la Commissione Moro è arrivata dopo 40 anni. Per questo parlo di segreti e non di misteri.”
Si può affermare che il segreto del Bar Olivetti è stato uno di quelli più accuratamente protetto degli ultimi decenni?
“Sicuramente. La magistratura romana archiviò l’inchiesta: un testimone fu dichiarato inaffidabile da una perizia del criminologo Semerari. E le armi trovate vennero definite giocattolo, invece poteva essere tranquillamente modificate per renderle perfettamente operative. E Olivetti era a Bologna il 2 agosto: che ci faceva lì? Magari è una coincidenza, oppure no. Andrebbe chiarito”.
Gli approfondimenti dei magistrati bolognesi si sono indirizzati di recente anche sugli accertamenti contabili relativi a milioni e milioni di dollari provenienti dalla bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e che finirono nella disponibilità di Licio Gelli.
“Anni fa ho consegnato ai magistrati bolognesi tutta la documentazione finanziaria emersa nel corso del processo milanese per la bancarotta dell’Ambrosiano, in formato digitale, a me aveva colpito che al momento del suo arresto Licio Gelli avesse addosso un appunto: “Bologna 525779-X.S.”, con i trasferimenti di milioni di dollari. Non l’aveva in una borsa oppure in casa. No, quel documento lo aveva addosso. Questo sicuramente è significativo dell’importanza di quell’appunto. I magistrati bolognesi non ne avevano mai saputo niente, finchè glielo abbiamo segnalato noi. Vediamo cosa emergerà seguendo la traccia dei soldi. Devo sottolineare che si tratta di una cifra notevolissima: oltre dieci milioni di dollari dell’epoca, a cavallo dell’estate del 1980.”
La storia di quel conto porta fino in Sud America, i soldi arrivano a partire dal 22 agosto 1980 dal Banco Andino di Lima, una banca della costellazione estera dell’Ambrosiano…
“Sono in corso nuovi accertamenti da parte della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni ci sono state troppe omissioni e troppi depistaggi. Per questo nel 2013 ho presentato una proposta di legge per introdurre nel nostro codice penale il reato di depistaggio, per tipizzare, così si dice in termine tecnico questo reato. Sono orgoglioso del fatto questa modifica sia diventata legge dello Stato italiano il 2 agosto 2016. Esattamente due anni fa, esattamente il giorno dell’anniversario della strage”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
ARRESTATO EX COMMILITONE PER CONCORSO IN OMICIDIO, ALTRI DUE INDAGATI: “ATTI DI NONNISMO”
Un arresto per concorso in omicidio e altri due indagati. Un paziente lavoro investigativo condotto dalla squadra mobile di Firenze che 19 anni dopo la morte di Emanuele Scieri, parà trovato senza vita il 16 agosto del 1999 sotto una torre di addestramento della caserma Gamerra della Folgore a Pisa, segna una svolta.
Agli arresti domiciliari è finito Alessandro Panella, 39 anni, ex commilitone di ScieriL’uomo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori della polizia, era pronto a fuggire negli Stati Uniti dopo aver appreso delle indagini a suo carico.
La sera del 13 agosto, per l’inchiesta, Scieri sarebbe stato vittima di violenti atti di nonnismo che ne causarono la caduta da una scala dove sarebbe stato fatto salire.
Le ombre del nonnismo dietro la morte di quel giovane si erano subito allungate, in mezzo a molti silenzi e omissioni dentro l’esercito.
Quelle ombre che avevano cominciato a diradarsi lo scorso anno, dopo che la procura di Pisa aveva riaperto le indagini e grazie al lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del militare.
Era stata proprio la commissione a dire che che non era stato un suicidio, quello del giovane militare siciliano appena arrivato nella caserma pisana. Scieri era stato aggredito prima di precipitare nel vuoto.
Un episodio di nonnismo. Per la Commissione parlamentare presieduta da Sofia Ammodio, gli elementi che portavano ad escludere l’ipotesi del suicidio e anche quella di una prova di forza alla quale si voleva sottoporre Scieri scalando la torretta, “tesi che nel 1999 la catena di comando della Folgore suggerì alla magistratura”.
Ma quali erano gli indizi che avevano portato la Commissione parlamentare a tornare a sospettare di qualcuno dei commilitoni? Per esempio una scarpa trovata troppo distante dal corpo, la ferita sul dorso del piede sinistro e quella del polpaccio del tutto incompatibili con la caduta dalla torretta.
Dunque cosa successe allora il 16 agosto? Bisogna fare qualche passo indietro. Il 7 agosto 1999 al giuramento delle reclute che stanno finendo il Car nella caserma dei Lupi di Toscana, a Scandicci, assistono anche i genitori di Emanuele Scieri, Isabella e Corrado, insegnante lei e funzionario delle Dogane lui.
Con loro anche il fratello Francesco, studente in Medicina. Emanuele, “Lele”, il 31 agosto compirà 27 anni. Si è già laureato in Legge a Catania e ha fatto sei mesi di pratica come avvocato. Viene assegnato alla Folgore.
Arriva alla Gamerra il 13. Già durante il trasferimento in pullman da Scandicci avvengono atti di nonnismo ai danni di alcune reclute che porteranno alla condanna a 6 mesi per quattro caporali dei parà .
Una volta in caserma, e dopo aver ricevuto le prime istruzioni, Scieri fa un giro in centro con alcuni compagni. Intorno alle 20.30 chiama casa. Al rientro si ferma fuori dalla camerata. “Fumo una sigaretta, faccio una telefonata e vi raggiungo” dice all’amico Stefano.
Sono le 22.15 del 13 agosto 1999. Al contrappello delle 23.45 Scieri non c’è. Nessuno lo vedrà più vivo. Il pomeriggio del 16 agosto i carabinieri avvertono la famiglia: “Emanuele ha avuto un incidente. È morto. Probabilmente si è suicidato gettandosi dalla torre”. Come hanno potuto i vertici militari di allora credere al suicidio?
Le reazioni “Sul caso Emanuele Scieri bisogno arrivare alla verità “, ha detto all’Ansa la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “In questo momento il mio primo pensiero va alla famiglia Scieri. Il ministero della Difesa in particolare è a completa disposizione della magistratura, verso la quale nutre piena fiducia, per fare luce sull’episodio”, ha concluso.
“Finalmente dopo tanti anni siamo vicini ad una parola conclusiva, siamo vicini alla giustizia per Emanuele e per la sua famiglia”, ha affermato Stefania Prestigiacomo, deputata di Forza Italia, ex vice presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri. Per arrivare a questo importante risultato, aggiunge l’ex ministra, “sono stati fondamentali i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta: grazie alle nostre oltre settanta audizioni, alla nostra attività , alla nostra determinazione nella ricerca della verità , la Procura di Pisa ha riaperto le indagini”.
“Siamo sempre stati convinti che la tesi del suicidio fosse strampalata. Emanuele era un ragazzo pieno di vita, con una bella famiglia alle spalle e con tanti progetti per il futuro. Purtroppo la sua morte traumatica – conclude – è stata sicuramente causata da un atto di nonnismo o da un terribile gioco finito male. Dispiace che in tutti questi anni i vertici della Folgore, corpo amato incondizionatamente dagli italiani, abbiano preferito voltarsi dall’altra parte negando ogni evidenza e sostenendo l’insostenibile. Oggi, dopo 19 anni si rompe il muro di omertà e si apre alla possibilità concreta di giustizia per Emanuele Scieri”.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI VUOLE ANDARE CON IL M5S E ALLORA ACCUSA FORZA ITALIA DI VOLER ANDARE CON IL PD
È la tempesta perfetta, quella che si è scatenata sulla Rai. 
Il no della Vigilanza al candidato presidente voluto da Lega e M5s porta al divorzio forse definitivo tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e rischia di travolgere la tv pubblica sotto una guerra di carte bollate e ricorsi.
Ma scricchiola anche la maggioranza, con Luigi Di Maio che si smarca in parte dalla linea leghista.
In commissione Marcello Foa ha ottenuto solo 22 voti, mentre ne servivano almeno 27 per potersi insediare come presidente. Fi non ha partecipato al voto, come Pd e Leu e la maggioranza ha dovuto pure incassare una defezione, visto che c’è stato un astenuto non previsto sulla carta.
Tutto da rifare, ora, e il Pd già minaccia “barricate” e ricorsi al Tar e alla Corte dei conti, se Salvini insisterà su Foa, nonostante la bocciatura. Scenario che preoccupa anche il Quirinale.
Il presidente Sergio Mattarella non ha ovviamente poteri in materia, ma certamente auspica soluzioni equilibrate che evitino forzature.
Foa ha detto che attende indicazioni dal ministero dell’Economia, ma Tria non vuole entrarci: a me, ha fatto sapere, compete solo la nomina di due consiglieri e l’indicazione dell’a.d. Deve essere Foa, insomma, a decidere cosa fare.
La rottura
Lo strappo si è consumato in due tempi.
Primo atto alle 8 del mattino, a mezz’ora dal voto della commissione di Vigilanza. Salvini ha tentato il tutto per tutto recandosi addirittura in ospedale, dove Berlusconi è ricoverato per accertamenti. Tentativo vano.
A metà pomeriggio, poi, Berlusconi ha chiarito che non c’erano margini per intese su Foa ai tempi supplementari.
Dopo aver puntualizzato di avere «condiviso» il no dei commissari Fi ha aggiunto: «La eventuale riproposizione dello stesso nome alla commissione di vigilanza non potrà essere votata dai componenti di Forza Italia». Immediata la replica di Salvini: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento». Ribatte Mara Carfagna: «Reazione rabbiosa».
Il timore di tutti, a questo punto, è che Salvini voglia continuare lo scontro.
L’idea sarebbe quella di impedire la nomina di altri presidenti, confermando nel cda Foa che svolgerebbe le funzioni di presidente come consigliere anziano, mentre si procede con le nomine Rai: Gennaro Sangiuliano al Tg1, Alberto Matano al Tg2 e Luca Mazzà confermato al Tg3.
Uno scenario che lo stesso Di Maio, appunto, ha bocciato: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza», ha spiegato. Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa», anche con Fi, altrimenti «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa».
Secondo gli esperti di Forza Italia e Pd, vista la bocciatura in Vigilanza, Marcello Foa non può più essere ripresentato.
Di sicuro il ministro dell’Economia Giovanni Tria vuole stare fuori dalla rissa: non spetta a lui, ha fatto sapere. Il Pd con Andrea Marcucci minaccia «barricate», mentre Michele Anzaldi avverte che «il Cda non è legittimato, non può prendere decisioni.
Se i consiglieri ascoltano Salvini rischiano la fine del caso Meocci: consiglieri condannati da Corte Conti a pagare 11 milioni».
Salvini, spiega una fonte di Fi, «deve darci un altro nome, non può insistere. Ci dica chi vuole e lo votiamo».
Torna Bianchi Clerici?
Si parla di riproporre Giovanna Bianchi Clerici, ma ci vorrebbe il passo indietro di Foa e M5s non la voterebbe perchè condannata dalla Corte dei conti.
Altro nome circolato è quello di Giampaolo Rossi, consigliere eletto da Fi e Fdi.
E nelle ultime ore è girata anche la soluzione Rodolfo Laganà , consigliere eletto dai dipendenti e gradito a M5s. Salvini, in questo schema, avrebbe compensazioni sui direttori.
Ma per il momento il leader della Lega tira dritto.
(da “La Stampa”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA RAI HA UN RUOLO DI GARANZIA, NON E’ ESPRESSIONE DEL GOVERNO
Il servizio pubblico è un servizio privato. I partiti hanno sempre utilizzato la televisione di Stato come macchina di propaganda, alloggio per i connessi, piattaforma espositiva delle amicizie influenti. L’informazione fa rima con manipolazione e tutto il mondo è paese. Il potere ha bisogno di indirizzare la comunicazione, orientare l’opinione pubblica, governare, assopire, o anche esaltare.
È storia di questi decenni di come la sinistra abbia gestito insieme alla destra, ed è cifra peculiare di questo Paese che abbia avuto al comando un tycoon dell’industria televisiva.
Queste elementari premesse dovevano consigliare assolutamente a Lega e Cinquestelle di cambiare registro e, almeno sul nome del presidente, ruolo di garanzia e non di governo, offrire al Parlamento la possibilità di scelta su una rosa minima ma degna.
Invece è successo che i Cinquestelle, incassata la nomina dell’amministratore delegato, l’uomo solo al comando, abbia lasciato alla Lega la facoltà di esercitare il diritto di proprietà sulla presidenza. Il nome che è stato imposto, quello di Marcello Foa, aveva unicamente questa funzione: spiegare bene chi comanda e non lasciare agli altri nemmeno la cortesia dell’offerta, solo l’obbligo dell’approvazione.
Il cambiamento ha la sua forza se è sostenuto da uno stile, da un modo di essere, da una pratica di governo. Se questo proposito è falsificato, resiste la vecchia pratica ad opera di volti nuovi.
Non c’era da scandalizzarsi sapendo chi è Salvini, un po’ più di stupore lo assicurano i grillini.
E ruba un sorriso di compassione la fregola con la quale Foa ha agguantato le chiavi della stanza presidenziale e la poltrona di pelle umana prima ancora che la commissione di Vigilanza concedesse il parere vincolante.
Il presidente non si è accorto di essersi trasformato in un Fantozzi in sedicesimo.
Prima lascia meglio è.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
MINACCE DI DIMISSIONI DI TAJANI, VERTICI AZZURRI FURIBONDI PER L’ARROGANZA DI SALVINI… E ALLA FINE BERLUSCONI DECIDE PER IL NO
La giornata è di quelle traumatiche. Sia per il centrodestra sia per il governo. 
La missione di Matteo Salvini, che di buon mattino è andato all’ospedale San Raffaele per parlare con Silvio Berlusconi, è fallita.
Il leader di Forza Italia, dopo una nottata lunga e complicata, ha respinto la proposta di eleggere Marcello Foa presidente della Rai, che infatti non ha raggiunto il quorum nell’organo di Vigilanza della tv pubblica.
Luigi Di Maio ha cercato una via d’uscita: “Se ci sarà un’intesa tra le forze politiche su Foa è auspicabile che torni il suo nome, altrimenti sono le forze politiche che siedono in commissione, nella loro interlocuzione, che possono trovare un’alternativa”.
Ma dopo l’arroccamento di Berlusconi sul no, il Carroccio decide di forzare: il consiglio può andare avanti così com’è.
La decisione di Berlusconi è stata sofferta. Fosse stato per il capo degli azzurri sarebbe arrivato il via libera ma Antonio Tajani si è spinto fino a minacciare le dimissioni.
E a nulla è servita una telefonata infuocata con lo stesso Salvini.
Anche Gianni Letta e Fedele Confalonieri avrebbero fatto cambiare idea all’ex Cav. Insomma, la rivolta interna a Forza Italia ha avuto la meglio, così il leader leghista è tornato a Milano Marittima con un pungo di mosche in mano e furioso.
Il braccio di ferro tra Lega e Forza Italia è durissimo, il punto di massima tensione è arrivato a tarda sera quando dal Carroccio si apprende che la Lega andrà avanti e punterà ancora sul nome di Foa, che peraltro è consigliere anziano e in questo ruolo può fare le veci del presidente (ma su questo punto la legge non è chiara).
Un cortocircuito senza precedenti.
Una crisi inedita tra il Consiglio di amministrazione e l’organo di controllo, ovvero la Vigilanza, che ha bocciato il nome di Foa poichè solo 23 parlamentari (Lega, M5s, Fdi) hanno ritirato la scheda e votato per lui, mentre Pd, LeU e, soprattutto, Forza Italia non hanno votato e così non è scattato il quorum per l’elezione.
Uno stop clamoroso ad un’operazione che Salvini e Di Maio, soprattutto il primo, hanno considerato scontata.
Il Movimento 5 Stelle, rimasto alla finestra a guardare, è sbalordito dal momento che dall’alleato aveva ricevuto garanzie sul buon esito dell’accordo.
Ora il sospetto, almeno in casa M5s, è che l’ex Cav stia giocando una contropartita: “Vorrà qualcosa in cambio e solo allora dirà sì a Foa”, si vocifera tra i pentastellati.
In realtà ciò che sta più a cuore agli azzurri è non rimanere schiacciati dal peso sempre più consistente di Salvini. Per Forza Italia scombinare i piani del leader leghista e fare la voce grossa in questa fase è un obbligo.
Per i berlusconiani la scelta di Foa è un atto di arroganza politica, un metodo sbagliato che non ha contemplato una condivisione.
Il Pd e LeU hanno invece bocciato il profilo professionale di Foa, “sovranista”, “amico di Putin e Trump”, “collaboratore di siti che producono fakenews”, “offensivo del ruolo del Capo dello Stato.
Forza Italia chiede di ripartire da zero e cercare un nome nuovo. Ma il segretario leghista, per adesso, non intende cedere e immagina di lasciare Foa a presiedere il Cda da consigliere anziano.
Per tutto il giorno il leader della Lega ha lavorato affinchè venisse riproposto in Vigilanza il nome di Foa, questa volta con l’ok di Forza Italia.
Contro questa ipotesi c’è stata un’immediata levata di scudi del Pd, da Renzi a Marcucci passando per Anzaldi e Margiotta: “La Vigilanza non potrà votare un’altra volta su Marcello Foa. Se il leader della Lega insiste, il Pd è pronto ad assumere qualsiasi iniziativa politica e legale, a tutela della legge”.
Comunque sia il sì di Forza Italia a Foa non c’è. E il Cda è stato rinviato a domani in attesa che arrivino nuove comunicazioni dai partiti di maggioranza e dai berlusconiani.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
LO STUDIO SCIENTIFICO DI PEW RESEARCH DIMOSTRA CHE TRA I PAESI AVANZATI L’ITALIA E’ IL PIU’ RAZZISTA E INTOLLERANTE VERSO LE MINORANZE
È una cosa che mi spiace molto dover scrivere, ma far finta di niente sarebbe anche peggio. Dopo aver passato gli ultimi tempi a cercare i dati disponibili, devo dire che purtroppo tutta l’evidenza punta nella stessa direzione: fra i paesi avanzati (e da decenni), l’Italia è di gran lunga il più razzista e intollerante verso le minoranze.
Ecco i dettagli (in sintesi — di numeri ce ne sono parecchi altri, ma dicono tutti la stessa cosa e ripetersi non ha molto senso):
1) Già nel 2002, quando di stranieri nel nostro paese ce n’erano pochissimi, l’Italia era la nazione in cui più persone ritenevano l’immigrazione “un grosso problema”;
2) Ancora più ampia, rispetto agli altri paesi sviluppati, la differenza quando i ricercatori chiedevano se gli immigrati stavano avendo un’influenza negativa;
3) Dal 2002 al 2007 in molte nazioni l’idea di restringere o controllare ancora di più l’immigrazione diventa meno popolare, ma non in Italia (è piuttosto il contrario). Questo atteggiamento precede addirittura il principale flusso migratorio mai arrivato in Italia, dopo l’allargamento a est dell’Europa e l’ingresso della Romania nell’unione, proprio nel 2007;
4) Dal 2009 al 2015, gli italiani sono coloro che dichiarano più spesso di avere un’opinione molto negativa di ebrei, rom e musulmani. Secondo le stime disponibili, in ciascuna delle altre nazioni qui citate, a parte la Spagna, vive un maggior numero di musulmani che in Italia;
5) Nel 2016, i nostri connazionali sono anche il gruppo per cui “essere nati in Italia è molto importante per essere davvero italiani” — più di tutti gli altri;
6) L’anno successivo, oltre metà degli italiani ritiene che l’immigrazione dovrebbe essere ridotta. Il valore mediano europeo è circa 15 punti minore (dettaglio interessante: i cristiani — praticanti e non — risultano molto meno tolleranti di chi non crede in nessuna religione, in maniera statisticamente significativa e controllando per tutta una serie di altri fattori socio-economici);
7) Di nuovo nel 2017, un indice che sintetizza l’atteggiamento nazionalista, anti-immigrati e anti-minoranze religiose trova l’Italia ampiamente al primo posto in Europa occidentale.
Partendo da questi studi, dunque, non pare ci possa essere altra conclusione: da almeno 15 anni gli italiani sono fra i più razzisti e meno tolleranti nei confronti delle minoranze. Cerchiamo di non descriverli altrimenti perchè, purtroppo, così non è.
(Nota: tutti gli studi citati sono stati condotti da Pew Research. Date un’occhiata ai loro lavori, se vi va, sono un’ottima fonte per capire come la pensano le persone su un sacco di argomenti)
(da “NextQuotidiano”)
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