Destra di Popolo.net

BALLOTTAGGI, IL CENTRODESTRA VINCE AD ANCONA, MASSA. PISA, SIENA E BRINDISI, IL CENTROSINISTRA CONQUISTA VICENZA

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

E IL “CANE SCIOLTO” BANDECCHI TRIONFA A TERNI

Si sono chiuse alle 15 le urne per la seconda tornata delle elezioni comunali di questa primavera. E nell’arco di un’ora e mezza i risultati sono stati chiari: il risultato più clamoroso è quello di Ancona, dove – invertendo una tradizione più che consolidata – vince il candidato di centrodestra Daniele Silvetti con il 51,7% dei voti.
Ma la destra vince anche a Massa, Pisa, Siena e Brindisi mentre il centrosinistra vince solo a Vicenza, se si guarda ai soli 7 capoluoghi al ballottaggio.
Complessivamente hanno votato 41 comuni in Regioni a statuto ordinario, oltre a 128 comuni in Sicilia (incluse Siracusa, Ragusa, Trapani e Catania) e 39 in Sardegna. L’affluenza è stata complessivamente molto bassa e si è fermata in media al 51,2%. Ieri sera alle 23 era stata del 37,5%.
Le sfide erano interessanti, alcune anche con qualche piccola valenza generale: Ancona è probabilmente quella che sorprende di più. La storica amministrazione di centrosinistra – la candidata era Ida Simonella, ex assessore – è stata “espugnata” da Daniele Silvetti. Proprio ad Ancona la premier Giorgia Meloni ha spinto la campagna elettorale, partecipando personalmente alla campagna elettorale.
L’unica città che passa dalla destra alla sinistra è Vicenza: il sindaco uscente, Francesco Rucco, al primo turno era già stato superato dal giovane Giacomo Possamai che poi ha vinto con il 50,5% degli scrutini. Non hanno riservato sorprese i tre capoluoghi toscani.
A Pisa il sindaco uscente Michele Conti al primo turno si era fermato ad un soffio dalla riconferma ed è poi riuscito a confermare la vittoria. Massa e Siena erano più in bilico.
C’è poi la particolarità di Terni, comune piccolo per carità, ma dove l’outsider Stefano Bandecchi è riuscito a smentire i pronostici e piazzarsi ai ballottaggi, per poi vincere. A Brindisi il candidato di centrodestra, Pino Marchionna, era dato per favorito ed ha confermato i pronostici.
Gli exit poll in Sicilia
Sono 128 i Comuni siciliani chiamati a rinnovare i Consigli comunali. Di questi, solo 15 centri superano i 15 mila abitanti: nel caso in cui nessuno dei candidati ottenga la maggioranza, i ballottaggi si celebreranno l’11 e il 12 giugno. A Catania, secondo gli exit poll di Noto sondaggi è in vantaggio Enrico Tarantino, del centrodestra, in un range di consensi che va dal 56% al 60%. Centrodestra in vantaggio anche a Trapani, con Maurizio Miceli, tra il 42% e il 46%. Partita aperta a Siracusa, mentre a Ragusa appare netta la vittoria del sindaco uscente, il civico Giuseppe Cassì
L’affluenza complessiva
In calo l’affluenza complessiva nei comuni al voto. Il dato medio quando i dati arrivati sono 842 su 1.595, è in calo di otto punti rispetto al primo turno: 51,19% contro il 59,47% di due settimane fa. In Sardegna, dove si vota per 171 comuni, l’affluenza è al 66,62% mentre mancano ancora i dati sulla Sardegna.
(da Open)

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CASO RAI, CARLO ROSSELLA: “TELE MELONI E’ UN REGIME, LO SLOGAN E’ DISPORRE E IMPORRE”

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE: “LA LOTTIZZAZIONE C’E’ SEMPRE STATA MA ORA C’E’ IL TENTATIVO DI TRASPORMARE IL SERVIZIO PUBBLICO IN UN SERVIZIO PRIVATO”

La cifra della destra meloniana? «Disporre e imporre». Per Carlo Rossella giornalista, già direttore del Tg1, del Tg5 e molto altro ancora, con «questo governo non si può lavorare, meglio lasciare e andarsene, anche io lo avrei fatto, mi sarei dimesso».
Scusi Rossella, quindi hanno fatto bene Fabio Fazio ad andarsene e Lucia Annunziata a sbattere la porta dicendo che così «non ci sono più le condizioni per lavorare»…
«Si certo, questo è un regime, come fai a lavorare con un regime…».
Come regime, è un governo votato dai cittadini e anche nel passato il centrodestra ha governato?
«Ma questo è un governo di destra-destra. La Rai di Meloni non è paragonabile a quella del passato, e bene hanno fatto Fazio e Annunziata ad andarsene. Quel tipo di lavoro si può fare con un governo di centro-sinistra dove c’è libertà, non con loro. Lo dice uno che l’ha fatto con il centrosinistra e sa di cosa parlo, con Letizia Moratti presidente e con Romano Prodi presidente del Consiglio»
Sarà anche diverso ma la lottizzazione è parte integrante della storia della Rai…
«Sì, ma il motto di questa destra è quello di disporre e imporre. E in un contesto così non si può lavorare, ha ragione Lucia Annunziata non ci sono le condizioni».
Ma l’ex ministro della Difesa di Forza Italia, Cesare Previti diceva «se vinciamo non faremo prigionieri», eppoi mica si può dimenticare l’editto bulgaro di Berlusconi…
«Non è paragonabile quello che succedeva ieri con quello che accade oggi. Mi viene da dire che questa destra, forse, non conosce bene la Bulgaria come la conoscevano altri. Quell’editto bulgaro rispetto a quello che succede ora è acqua di rose. E poi, quali prigionieri di Previti, Silvio Berlusconi semmai voleva spalancarle le carceri…»
Vuole dire che c’è una differenza tra lottizzazione e lottizzati? Che quelli di oggi sono diversi da quelli di ieri, ma pur sempre lottizzati erano o non è così?
«Ma questa è una lottizzazione selvaggia, che non ha eguali. La Rai è vero che è da sempre la patria dei lottizzati ma nel passato la qualità era migliore, era una lottizzazione più benevola, ma così come la vediamo in queste settimane io non l’avevo mai vista e spero di non vederla più. Quando dirigevo il Tg1 avevo una squadra di super professionisti: da Massimo De Strobel a Lilli Gruber, contraltari alla direzione ma di grande qualità con i quali si discuteva e si trovava sempre una sintesi editoriale autorevole».
Le nomine appena fatte, invece, non vanno in quella direzione?
«Dico solo che la redazione del Tg1 non è una redazione facile, che è sempre stata una redazione libera, e che ha sempre difesa all’arma bianca la sua autonomia».
Ma metti uno lì e caccia un altro di qua, il rischio per la Rai è di perdere la propria centralità
«Sì, e anche la sua missione di servizio pubblico che è quella di rendere conto a tutti i cittadini che la finanziano con il canone di cosa fa con i lor soldi, quali programmi realizza e con chi li realizza. Io non voglio che con i soldi del mio canone la Rai finanzi le campagne elettorali di Giorgia Meloni e della destra e risponda solo a una parte».
Ma non è detto che questo accada. E comunque bisogna dar tempo alla nuova dirigenza di avviare delle scelte, guardare i risultati e poi formulare un giudizio: sono solo dieci giorni che si sono insediati al vertice di viale Mazzini…
«Ma il giudizio è semplice, da queste prime nomine si evince che si sta cercando di trasformare il servizio pubblico in un servizio privato. E il servizio privato non risponde ai cittadini ma a una sola parte che in questo caso è la destra la cui cifra si può riassumere in questo slogan: posso, voglio, comando».
Una deriva pericolosa a sentirla…
«Pericolosa? Siamo già oltre la deriva sovranista e purtroppo una Rai in mano a un regime come quello della Meloni è davvero messa male».
Sul fonte del pluralismo o su quello del mercato?
«Su entrambi. Oggi non c’è più il monopolio e la Rai per restare nel mercato deve confrontarsi con competitor agguerriti e sempre più globali. Questo significa che se perde una serie di professionisti di valore come sta accadendo rischia di perdere in fretta anche il suo pubblico, il suo patrimonio di ascolti e una fetta importante dei suoi ricavi da pubblicità. Indebolendosi viene meno, naturalmente, la sua centralità nel panorama editoriale e questo decreterebbe la fine della sua storia».
E secondo lei l’uscita di Lucia Annunziata e di Fabio Fazio possono costituire una perdita così importante per il servizio pubblico?
«Si tratta di due grandi professionisti. Per giunta costretti ad andarsene. Due personaggi molto popolari per milioni di italiani, un danno vero di immagine per l’azienda. La Rai perde molto con la loro assenza in video. Le loro trasmissioni non potranno essere sostituite facilmente: da un lato chiude un pezzo di Raitre e dall’altro viene meno un appuntamento importante, familiare per il pubblico».
(da La Stampa)

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L’ESPERTO: “ECCO COSA SIGNIFICA LA VITTORIA DI MISURA DI ERDOGAN IN TURCHIA”

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEL DIRETTORE DELLA RIVISTA DOMINO: “HA VINTO PERCHE’ RACCONTA UN SOGNO AI TURCHI: QUELLO DI ESSERE UNA GRANDE POTENZA”

Recep Tayyip Erdogan è stato rieletto presidente della Turchia per la terza volta con il 52,1% dei voti. A uscire sconfitto è invece il suo sfidante Kemal Kilicdaroglu, leader dell’opposizione.
Ma cosa ha permesso al presidente turco di riaffermarsi anche questa volta alle urne? «Erdogan si è imposto perché racconta un sogno ai Turchi: quello di essere una grande potenza», spiega il direttore della rivista Domino, Dario Fabbri.
E per raccontare questo sogno, il leader di Ankara ha adottato soprattutto una strategia: presentarsi come l’uomo che osa andare contro l’Occidente.
Al netto della vittoria, però, Erdogan si ritrova ora a governare un Paese diviso e che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà. «La Turchia è un Paese stanco: si è esposta su troppi dossier e ora vorrebbe solo un po’ di respiro e un po’ di soldi – ragiona Fabbri -. I grandi sogni imperiali della Turchia sono vivi ma sono molto velleitari, perché mancano forza economica e volontà popolare».
(da agenzie)

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ULTIMA PUNTATA DI CHE TEMPO CHE FA, LITTIZZETTO FA IL VERSO A SALVINI: “BELLO CIAO”

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

E IRONIZZA ANCHE SULLA MELONI: “COME FAI A ESSERE AMICA DI BIDEN E AL TEMPO STESSO DELL’IDEOLOGO DI TRUMP?”

Il monologo di congedo di Luciana Littizzetto su Rai 3 non è privo di battute – e polemiche – incentrate sull’addio alla Rai. Dopo una serie di sketch sull’arredo dello studio, «da vendere su Ebay» o donare ad «Antonella Clerici», la comica torinese scherza sulle ferie che si dovrà concedere il conduttore, Fabio Fazio. Passa in rassegna alcuni volti noti del servizio pubblico, come Mara Venier – protagonista negli scorsi giorni di una gaffe sul vibratore – e poi sfida Fazio: «Apriamo la pagina politica?». E lui: «Stasera puoi fare quello che vuoi». Si parte allora dal G7 di Hiroshima, «con l’abbiocco di Joe Biden», con il quale «Er Meloni» parrebbe aver «iniziato una relazione». Un po’ «nonno di Heidi e Heidi», un po’ con la presidente del Consiglio a fare «da badante» al presidente degli Stati Uniti. Dopo la foto della leader di Fratelli d’Italia e Biden, Littizzetto fa mostrare dalla regia gli scatti di Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron e Meloni e Xi Jinping. Poi arriva lo scatto che la vede accanto a Justin Trudeau: «Qui le stava dicendo che era preoccupato per i diritti lgbt in Italia e lei ha fatto una faccia…». Mentre, «nella foto con l’ideologo di Donald Trump, vedi con che passione lo guardava?». La comica si domanda: «Come fai a essere così amica di Biden e, insieme, dell’ideologo di Trump?».
E in chiusura, la classica letterina, «indirizzata a Viale Mazzini». Esordisce: «Cara Rai, tu che sei partita con un canale e adesso ne hai più di Venezia. Tu che hai Tg1, Tg2 e, per ora, anche il Tg3. Tu che non hai più l’Annunziata. Eccoci arrivati alla fine della nostra relazione. Abbiamo retto a sette governi. Sono stati anni proprio belli, di allegria, fatica, grandi ascolti, ospiti importanti. Ogni anno pestavamo qualche merdone e ci spostavi di canale, ma abbiamo resistito: soprattutto grazie ai nostri milioni di spettatori che ci vogliono bene. Cara Rai, tu per me non sei la parte politica di turno che ti governa, tu sei Enzo Biagi, Mike Bongiorno, Piero e Alberto Angela, Pippo Baudo, Renzo Arbore, la mia amata Raffaella – e l’elenco continua -. Mi lasci ricordi straordinari, e pure sto pirla di Fabio, che mi dovrò portare “alla prova del Nove”. Grazie a Fabio per tutti questi anni insieme. L’unico presentatore che se fa pessimi risultati gli danno addosso, e che se ne fa di ottimi gli danno addosso il doppio. Cara Rai, restiamo amici, chissà se un giorno ci ritroveremo, in un’Italia diversa, dove la libertà venga rispettata. In un’Italia dove un ministro non si preoccupa di quello che fa un saltimbanco. Non ti dimenticare che il servizio pubblico è di tutti, di chi governa e di chi pensa il contrario». Infine, la stoccata a Salvini: «P.s. Bello ciao».
(da agenzie)

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QUALITA’ DELLA VITA, E’ RAVENNA LA CITTA’ IDEALE PER I GIOVANI

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

TRENTO LA MIGLIORE PER GLI OVER 65

Quali sono le città italiane in cui si vive meglio? Per i bambini, Siena. I giovani, Ravenna. Per gli anziani, Trento. È quanto emerge dalla terza edizione dell’indagine sulla Qualità della vita, presentata ieri al Festival dell’Economia di Trento. La classifica – riportata oggi dal Sole 24 Ore – misura i servizi e le opportunità offerte dai vari territori in base alle esigenze specifiche di tre fasce d’età. Ogni città viene valutata sulla base di 36 indicatori, ognuno dei quali riceve un punteggio da 0 a 1000. La classifica finale non è altro che il risultato della media dei punteggi conseguiti. Nel caso dei bambini, per esempio, si tiene conto della retta media della mensa scolastica, la spesa pro capite dei Comuni per i servizi sociali per famiglie e minori, le competenze dei ragazzi di terza media e così via.
I giovani scappano dalle grandi città
Prendendo in considerazione il punteggio relativo ai servizi per i più piccoli, uno dei fenomeni che emergono con più chiarezza dall’indagine è il profondo divario tra le diverse zone d’Italia. Nelle prime 50 città classificate, 4 sono al Sud, 13 sono al Centro e le restanti 33 sono al Nord. Siena, la prima città classificata, è seconda in Italia per numero di pediatri attivi ogni mille abitanti sotto i 15 anni. Per quanto riguarda la classifica dei servizi riservati agli under 35, c’è un trend che spicca su tutti gli altri: l’insoddisfazione dei giovani che vivono nelle grandi città.
Le province minori
«I giovani tra i 20 e i 34 anni sono più soddisfatti nelle province minori: nessuna città metropolitana si trova nelle prime 20 posizioni della graduatoria legata a questo parametro», sottolinea Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne. Delle 107 città prese in esame, nove città metropolitane si collocano negli ultimi 30 posti della classifica. È il caso di Napoli (105ª), Palermo, (101ª), Bari (88ª), Torino (83ª) e Milano (79ª). A pesare sono soprattutto i canoni d’affitto inaccessibili, come dimostrato anche dalle crescenti proteste universitarie delle ultime settimane. A svettare nella classifica degli under 35 è Ravenna, che punta – tra le altre cose – sull’offerta culturale: nel 2021 la città ha organizzato 75,2 concerti ogni 10mila abitanti under 35.
Il confronto con il 2022
Per quanto riguarda i più anziani, a stimare l’indice di benessere contribuiscono alcuni parametri come i posti letto nelle Rsa o l’«indice di solitudine», che misura l’incidenza dei nuclei unifamiliari composti da persone sole over 65. Un indice che tocca il record in tre città: Aosta, Milano e Roma. Il confronto di tutte queste classifiche con i dati dell’edizione 2022 svela alcuni trend. Per esempio, calano medici e infermieri ma aumenta il numero di pediatri (+1,8%) e di geriatri. Si riduce la disoccupazione giovanile e il numero di Neet, ma sale il consumo di farmaci antidepressivi, in particolare tra i più anziani. Un trend che riguarda soprattutto le regioni del Sud, dove – avverte Antonella Levante, ad di Iqvia Italia – «l’educazione alla prevenzione è ancora carente».
(da Open)

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IL PIGMENTO USATO PER COLORARE L’ACQUA ALL’ALTEZZA DEL PONTE DI RIALTO E’ UN TRACCIANTE UTILIZZATO PER COMPRENDERE IL TRAGITTO DI UN FLUSSO NELLE CONDOTTE

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

L’IPOTESI DEGLI INVESTIGATORI E’ CHE POSSA ESSERSI TRATTATO DI UN ERRORE TECNICO, ANCHE SE A MOLTI HA RICORDATO L’OPERA DELL’ARTISTA ARGENTINO NICOLÁS GARCÍA URIBURU

Erano le 8.50 del mattino quando il Canal Grande a Venezia, all’altezza del Ponte di Rialto, ha cambiato colore. Una macchia verde fosforescente si è ampliata velocemente. I primi indiziati sono stati gli ambientalisti e gli artisti. Invece no, col tempo ha preso piede l’ipotesi dell’incidente.
Qualcuno che cercava di capire l’origine di una perdita. Infatti la sostanza che ha colorato il Canal Grande è un tracciante che si usa per comprendere il tragitto di un flusso nelle condotte, siano esse in pressione o scarichi di reflui civili. Vien da pensare ad un errore di dosaggio ma il questore, dopo aver parlato con il comandante dei vigili del fuoco, ha spiegato: «Pare basti una piccola quantità per determinare delle colorazioni molto forti».
Il mistero al momento però resta. È stato un gesto consapevole, con finalità artistiche o politiche, oppure inconsapevole? L’autore rischia il procurato allarme? Il questore è prudente: «La valutazione del reato si fa poi con tutti gli elementi in mano. Indaga la Digos, che controllerà anche i filmati di tutte le telecamere».
Entro oggi grazie alle maree, il colore verde dovrebbe sparire. Comunque, «rivendicazioni zero», assicura il Masciopinto. Smentite invece sì, son fischiate le orecchie ai giovani di «Extinction Rebellion» che sono intervenuti per smarcarsi. Il precedente storico c’è, proprio a Venezia, durante la Biennale del 1968, l’artista di Buenos Aires, Nicolás García Uriburu, colorò di verde il Canal Grande cono un pigmento che rendeva fosforescente i microorganismi acquatici.
(da Il Corriere della Sera)

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FREEDOM OF RUSSIA: CHI SONO I COMBATTENTI CHE SABOTANO NEL TERRITORIO DI PUTIN

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

VOGLIONO LIBERARE IL PAESE DA PUTIN

I “partigiani” russi protagonisti di azioni di sabotaggio nei territori di Vladimir Putin hanno attaccato il 22 maggio Belgorod entrando dall’Ucraina. È stata la loro azione più spettacolare. Ma non sarà l’unica. Ieri il ministero della Difesa russo ha fatto sapere di aver colpito un centro in cui si trovano “mercenari stranieri” proprio in quella regione di confine.
Ma intanto nel pomeriggio il villaggio di Novaya Tavolzhanka è stato colpito dal fuoco. Non ci sono state vittime ma frammenti di granate hanno danneggiato un gasdotto e una linea di trasmissione elettrica, case private, facciate, finestre. Tra di loro si chiamano proprio così: “partigiani”. Le incursioni non sono finite. Anzi, si moltiplicheranno nei prossimi giorni. Oggi alcuni di loro si raccontano in una videointervista a La Stampa.
I partigiani russi dicono di far parte di una cellula di una rete che opera nelle regioni di confine tra Russia e Ucraina. Molti di loro hanno fatto il servizio militare ma nessuno è stato mercenario. Anche se dicono che tra di loro ci sono persone con esperienze di combattimento. L’addestramento si svolge soltanto ed esclusivamente nella pratica. «La nostra cellula si è formata a partire da un insieme di persone che erano contro il regime di Putin già prima della guerra su vasta scala. Ciascuno di noi ha i propri conti da saldare con questo regime. Ci sono persone di opinioni diverse, siamo per lo più di destra, ma tra noi ci sono anche liberali. Le opposizioni di ogni tipo in Russia sono state azzerate. Non possiamo più esprimere la nostra opinione in alcun modo, perché il dissenso è perseguibile per legge. E così, invece di protestare pacificamente, cosa che non ha portato ad alcun risultato, abbiamo deciso di imbracciare le armi».
Il rovesciamento del regime
Questa è la ragione per cui combattono: «Poi, molti di noi hanno anche parenti in Ucraina, il che aggiunge anche un’altra motivazione. Potremmo raccontare molto delle ragioni che ci spingono, ma in generale abbiamo un grande obiettivo: il rovesciamento del regime. E per come la vediamo noi, deve avvenire attraverso la sconfitta in guerra di Putin». Nei giorni scorsi il Cremlino ha espresso preoccupazione per la presenza di quelli che chiama sabotatori. L’intelligence di Kiev ha confermato che collabora con loro. Mentre qualche giorno fa Mosca ha fatto sapere di aver arrestato alcuni di loro che preparavano attacchi alle centrali nucleari. L’ipotesi dei russi è quella di schierare un maggior numero di forze sul confine con l’Ucraina per prevenire i loro attacchi.
I sabotaggi
Nel colloquio con Valentina Garkavenko e Letizia Torsello i partigiani russi promettono che i sabotaggi continueranno. «Fino a che punto siamo disposti ad arrivare dipenderà dalle risorse a disposizione. Per ora, non ne abbiamo moltissime, ma siamo riusciti a fare deragliare un treno, abbiamo distrutto una decina di binari ferroviari e spero che continueremo col sabotaggio dei treni. Abbiamo anche fatto saltare alcune sottostazioni elettriche e diversi uffici di registrazione e reclutamento militare. Il nostro lavoro va avanti», sostengono. E credono che «la guerra potrebbe trascinarsi a lungo, perché la riserva di mobilitazione in Russia è ampia e non abbiamo speranza di poter aizzare il popolo alla rivolta. Il nostro popolo russo è abbastanza inerte su questo fronte, nessuno si preoccupa particolarmente della politica internazionale».
Il manifesto di Cristchurch e l’accusa di essere nazisti
Il sito di giornalismo investigativo BellingCat racconta che uno di loro è stato arrestato dai servizi di sicurezza ucraini per aver diffuso il manifesto neonazista di Christchurch: «Non so cosa sia Christchurch e non ho nemmeno letto il suo manifesto. Abbiamo principalmente idee di destra, ma come ho detto raccogliamo persone di opinioni diverse. In linea di principio, il nostro scopo è un altro. Non abbiamo alcun tipo di ideologia, abbiamo sostanzialmente capito che dobbiamo unire i nostri sforzi perché l’obiettivo è troppo grande per noi, la nostra attività è troppo pericolosa per avere anche contrasti ideologici». Gli attentati di Christchurch sono avvenuti in Nuova Zelanda il 15 marzo 2019. Un terrorista chiamato Brenton Tarrant ha ucciso in diretta 50 persone in due distinti attacchi a istituti religiosi.
Freedom of Russia
I partigiani russi di Freedom of Russia e il Corpo dei volontari russi hanno annunciato in diversi messaggi su Telegram, anche con video, di aver lanciato dei raid al confine tra Russia e Ucraina e di aver messo le loro bandiere nelle località di Bezlyudovka, Churovichi e Lyubimovka, nelle regioni russe di Belgorod, Bryansk e Kursk. E hanno lanciato un appello: «Cittadini della Russia, siamo russi come voi. L’unica differenza è che non vogliamo più giustificare le azioni dei criminali al potere e vogliamo che la dittatura del Cremlino finisca. Le prime bandiere di una Russia libera all’alba sulle città liberate», scrivono. Nell’intervista a La Stampa si augurano l’unità del paese: «Speriamo che la Russia non finisca, non si smembri. Finirà il regime. Auguriamo il meglio alla nostra nazione, crediamo che dopo i momenti difficili, dopo la caduta del regime, come di solito accade con le dittature, ci aspetti qualcosa di meglio. In ogni caso, ora dobbiamo scegliere: o marcire lentamente o rischiare tutto».
(da Open)

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SCONFITTA ELETTORALE IN SPAGNA, SI DIMETTE IL PREMIER SANCHEZ

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

CONVOCATE ELEZIONI ANTICIPATE

Il premier spagnolo Pedro Sanchez è intervenuto questa mattina alle 11 alla Moncloa e ha annunciato le sue dimissioni. Nello stessa occasione ha sciolto il parlamento e ha convocato le elezioni anticipate il 23 luglio dopo la sconfitta alle amministrative di ieri.
È stata un’ecatombe il voto di ieri, domenica, in Spagna, per il Psoe, il Partito socialista del premier Pedro Sanchez, che ha perso praticamente tutti i posti che contano nelle elezioni amministrative, come la Comunità Valenciana, l’Extremadura e Siviglia, ed è riuscito a mettere a segno un risultato molto buono solo nella Castilla-La Mancha, dove Emiliano Garcìa-Page conserva la maggioranza assoluta.
La sconfitta è stata forte e inaspettata per il Psoe, che in queste elezioni aspirava a preservare e persino aumentare la presa sul territorio raggiunta nel 2019, nonostante i sondaggi dessero risultati molto ravvicinati tra i blocchi di destra e di sinistra.
E invece il Pp ha messo k.o. il Psoe, che in queste elezioni ha perso sei dei nove governi regionali che guidava (Comunità Valenciana, Estremadura, Aragona, Baleari, Canarie e La Rioja) e 15 dei 22 capoluoghi di provincia.
Un sondaggio per le elezioni politiche di fine anno
Considerato un sondaggio per le elezioni politiche di fine anno, le consultazioni sono un ottimo viatico per i Popolari. “Abbiamo ottenuto una chiara vittoria e la Spagna ha mosso i primi passi verso una nuova era politica”, ha esultato il leader Alberto Nunez Feijoo. Uno “tsunami” di destra si è abbattuto su “tutte le regioni della Spagna”, ha confermato Javier Lamban, il leader socialista dell’Aragona che ha perso il seggio a favore del Pp.
“Siamo di fronte a un’innegabile ondata di destra in Spagna guidata da PP e Vox”, ha concordato Miguel Angel Revilla, che anche lui ha perso la carica di capo del governo regionale della Cantabria. È anche vero però che il Partito popolare sarà in grado di governare nelle sei regioni conquistate solo con il sostegno dell’estrema destra di Vox, uscita anch’essa vincitrice, il che rappresenta un grosso grattacapo per Feijoo.
Vox, partner indispensabile
Vox, terzo partito in Parlamento, spera di diventare un partner indispensabile per il PP, sia a livello regionale che, in definitiva, a livello nazionale.
Situazione diversa però a Madrid, dove i candidati del PP Isabel Dìaz Ayuso e Josè Luis Martìnez-Almeida governeranno la Comunità e la città con la maggioranza assoluta, e Vox è rimasto a bocca asciutta mentre Màs Madrid e il PSOE hanno faticato e Podemos e Cs sono scomparsi dalla mappa. Ayuso ha raggiunto l’obiettivo di governare senza dipendere da Vox e ha vinto con una comoda maggioranza assoluta, 71 seggi e oltre il 47% dei voti, 6 seggi in più rispetto a quelli ottenuti alle elezioni del maggio 2021.
Almeida, seppur più tirato, ha ottenuto anche lui la maggioranza assoluta con 29 consiglieri, il 44,5% dei voti, affrancandosi anche dalla dipendenza da Vox.
Una delle sconfitte più significative per il Psoe nelle elezioni regionali è stata quella della Comunità Valenciana, dove il Pp ha recuperato l’egemonia che aveva tra il 1995 e il 2015 tornando a essere la prima forza politica contro un Psoe che non è riuscito a raggiungere una maggioranza sufficiente per rieditare il governo. A La Rioja, l’unica comunità autonoma che il Psoe considerava perduta, il Pp ha ottenuto la maggioranza assoluta. D’altra parte, con la perdita dei governi di Estremadura e Aragona, il Psoe perde anche due dei suoi esponenti di maggior impatto mediatico: Guillermo Fernàndez Vara e Javier Lambàn, che è anche uno dei più critici del governo di Pedro Sànchez. L’altro ‘barone’ socialista critico nei confronti del governo è il presidente di Castilla-La Mancha, Emiliano Garcìa-Page, l’unico che ha ottenuto un buon risultato, riconfermando la sua maggioranza assoluta.
(da Repubblica)

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ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN SPAGNA, IL PARTITO POPOLARE SUPERA I SOCIALISTI

Maggio 29th, 2023 Riccardo Fucile

IL CENTRODESTRA STRAPPA SIVIGLIA E VALENCIA A SANCHEZ

Una prova elettorale per il premier Pedro Sanchez, in vista del voto nazionale a cui saranno chiamati i cittadini spagnoli nel prossimo autunno. Un test che, però, ha visto i popolari e la destra strappare diversi territori ai socialisti. Nelle urne, aperte dalle 9 alle 20, le schede per rinnovare tutti i Comuni del Paese e i governi di 12 comunità autonome su 17. I primi risultati sono iniziati ad arrivare dopo le 21 di oggi, 28 maggio. Positivo il dato dell’affluenza, in crescita rispetto alla precedente tornata delle amministrative.
A livello comunale, la partecipazione al voto registrata alle ore 18 è passata dal 49,93% del 2019 al 51,48% odierno, nonostante la pioggia, oggi, abbia sferzato diverse zone del Paese. Già dalle prime proiezioni pubblicate sui media spagnoli si era capito che il Partito popolare avrebbe conquistato la maggioranza sia nella Comunità di Madrid sia nel Consiglio comunale della capitale, feudi dei conservatori. Così è stato.
Il partito guidato da Alberto Núñez Feijóo è primo anche a Valencia e a Siviglia, precedentemente governate dai progressisti. Per la maggioranza assoluta, però, sarà necessario allearsi con l’estrema destra di Vox. Popolari in testa anche ad Aragona. I socialisti, invece, riuscirebbero a mantenere il controllo di Castiglia-La Mancia. A Barcellona, vince il partito indipendentista Uniti per la Catalogna. Il sorpasso del Partito popolare sui socialisti si concretizza anche in termini di voti complessivi. Rispetto a quattro anni fa, quando la formazione guidata oggi da Sanchez aveva ottenuto circa 1,5 milioni voti in più dei popolari.
L’esito elettorale – parziale, ma arrivato al 90% delle schede scrutinate – rivela che ai popolari è andato il 31,5% dei consensi, più di 6,8 milioni di voti. Ai socialisti, il 28,2%, circa 6,1 milioni di schede.
Crolla Ciudadanos, passato dall’8.7% del 2019 all’1,3% di oggi: tesoretto da 2 milioni di voti sperperato, in quattro anni, dai liberali, fermatisi sotto la soglia delle 270 mila preferenze. Raddoppia il consenso di Vox, arrivato al 7,1% nel Paese: nel 2019, la formazione di destra si era fermata al 3,5%.
(da agenzie)

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