Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
LE STORIE DI CHI E’ IN TRAPPOLA A GAZA
“Non so cosa fare, visto che suo marito sta svolgendo il suo dovere di
medico negli ospedali di Gaza in questa difficile situazione. Non posso raggiungerla e lei non può spostarsi in ospedale a causa dei continui attacchi e del sovraffollamento degli ospedali. Ho solo bisogno di starle accanto… è il suo primo figlio. Non riesco a immaginare come possa sopportare da sola i forti dolori del travaglio”. È il racconto di Amal Abu Aisha ad ActionAid. La figlia Razan è incinta del suo primo bambino e non può lasciare Gaza, né andare negli ospedali, che sono pieni e non hanno più stanze a disposizione. La situazione di Razan è quella di tante donne nella Striscia, che non possono muoversi a piedi verso sud, come ordina l’esercito israeliano, né recarsi nelle strutture ospedaliere.
Riham Jafari, coordinatore Advocacy e Comunicazione per la Palestina, è preoccupato per la situazione a Gaza che, man mano che passano le ore, peggiora sempre di più. Gli ospedali vengono colpiti, le donne incinte non sanno dove andare, i bambini muiono. “Mentre migliaia di persone fuggono verso sud abbandonando le proprie case e comunità, è preoccupante assistere alle minacce di colpire ospedali e infrastrutture civili, una enorme violazione del diritto internazionale e disprezzo per le vite umane. Siamo particolarmente preoccupati per l’impatto devastante sulle 50.000 donne incinte presenti a Gaza in questo momento e sui neonati, che vengono lasciati senza cure mediche essenziali e senza la sicurezza che meritano, mentre viene chiesto alla popolazione civile di compiere la scelta impossibile di fuggire senza alcuna garanzia di sicurezza o di rimanere a rischio di morte quasi certa” dice Jafari. ActionAid chiede l’immediata revoca dell’ordine di evacuazione e la garanzia della piena protezione e sicurezza dei civili.
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
LA RABBIA DELLE FAMIGLIE DEGLI OSTAGGI
“Vergogna! Bibi dimettiti! In galera!”. Il dolore si trasforma in rabbia, le lacrime in urla. Contro Benyamin Netanyahu, colpevole di “non fare nulla” per la sorte degli ostaggi – almeno 120 – rapiti da Hamas nell’attacco del 7 ottobre. E che per questo, ora, “deve andarsene”. I familiari dei rapiti si sono radunati nei pressi del ministero della Difesa a Tel Aviv per chiedere di agire per i loro cari, inghiottiti dal buio di Gaza. “Adesso!”, scandiscono, brandendo le loro foto e cartelli con su scritto, in ebraico e in inglese, “Riportateli a casa!”. Il primo a fermarsi è stato un padre che cerca i suoi tre figli portati via dai terroristi: “Non me ne vado da qui finché non tornano”. A lui si sono via via uniti altri genitori, sorelle, amici. Con il passare delle ore, l’incrocio di Kaplan Street è stato preso d’assedio da almeno 200 persone tanto da costringere la polizia a chiudere il traffico, in una città comunque deserta, tra la paura della guerra e il consueto riposo sabbatico.
“Urlava ‘non uccidetemi’, capito? ‘Non uccidetemi!'”, dice tra i singhiozzi all’Ansa una donna che innalza l’immagine simbolo della tragedia del festival di musica interrotto quella mattina nel sangue: il volto distorto dalla paura di Noa Argamani, la studentessa trascinata via in motocicletta dagli uomini di Hamas mentre urlava quella frase disperata: “Non uccidetemi!”. Un altro familiare vuole invece ricordarla sorridente, sul petto porta la foto di Noa serena, in posa tra le montagne.
Gli occhiali scuri nascondono invece le lacrime della mamma di Liri Albag, soldatessa di 18 anni che era in servizio a ridosso del confine con la Striscia. “L’hanno portata via in pigiama”, racconta accanto alla figlia maggiore che la sostiene per un braccio. Insieme lanciano un appello “a tutto il mondo: aiutateci a riportarla a casa”, implorano prima che il pianto le strozzi la voce. Tra decine di bandiere israeliane al vento, un’altra manifestante se la prende con il premier: “Va in tv e fa discorsi vuoti”. Non ha parenti tra le vittime del massacro, né tra i sequestrati, ma – spiega – “non potevo rimanere a casa senza fare niente”. Abitualmente protesta ogni sabato contro Netanyahu e contro la sua riforma della giustizia. Quelle manifestazioni sono state sospese il giorno dell’attacco: “Ora siamo qui per queste persone”.
Un sostenitore di Netanyahu passa per caso all’incrocio, si scontra con alcuni dimostranti: “Non è il momento di attaccare il premier”, accusa, unica voce fuori dal coro. Gli animi si scaldano, la polizia interviene per allontanarlo mentre lui continua a gridare: “Rak Bibi”, “solo Bibi”. Il Paese ora è unito per la guerra, ma non sono pochi a ritenere che alla fine dell’attuale conflitto si dovranno fare i conti, come successe dopo la guerra del Kippur che costò la premiership a Golda Meir. Lo stesso, secondo molti analisti, potrebbe essere il destino che attende Netanyahu, già invischiato in tre processi a suo carico.
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
“SIAMO DI FRONTE A QUALCOSA DI PIU’ VASTO E VIOLENTO”
“Provo tristezza, rabbia, solitudine. Non mi sarei mai aspettato nulla
del genere”. Lo scrittore newyorkese di origine ebraica Jonathan Safran Foer si racconta in una intervista a La Stampa e commenta i fatti di Gaza.
“Nelle mie conversazioni con amici ebrei, ma anche non ebrei, con persone che hanno famiglia a Gaza, mi rendo conto che anche le persone più acute sono rimaste senza parole. C’è qualcosa che paralizza: la tristezza, la sensazione che peggiorerà prima di migliorare o che non migliorerà affatto. Quindi mi sento sopraffatto dalla solitudine e molti ebrei si sentono come me, abbandonati, specialmente dalla sinistra”.
In uno dei suoi libri, “Molto forte incredibilmente vicino”, lo scrittore racconta i fatti dell’11 settembre e trova molte analogie con quell’attentato
“Pochissime persone capiscono cosa stia accadendo in Medio Oriente, è una storia complessa. Non sappiamo nemmeno quando la storia abbia avuto inizio. […] Poiché è così complesso, un’analogia con l’11 settembre può essere utile: il numero di persone massacrate è equivalente a quelle uccise a New York. Ma se a New York si è trattato di un piccolo gruppo di terroristi arrivati dall’altra parte del mondo, ciò che ha distrutto il senso di sicurezza in Israele è stato qualcosa di ancora più ampio e violento”.
Un tale massacro che è possibile parlare di un nuovo pogrom
“Molte persone usano questa parola, “pogrom”, ed è purtroppo calzante: non è diverso da quello che abbiamo visto, andare di casa in casa per trovare ebrei da uccidere, senza fare distinzione tra civili o militari, uomini o donne, giovani o vecchi, bambini o nonni. È terribile. […] Ciò che è successo la scorsa settimana è più simile a un genocidio, come durante la Seconda guerra mondiale”
Poi sullo scrittore israeliano Etgar Keret che dice che ora, in Israele, chi dissente dall’odio è considerato un traditore
“Keret è un amico, in questi giorni ci siamo spesso confrontati. Non so se la società civile sia dilaniata o sia più unita, è presto per capire. La guerra tende a unire le persone, ricordiamo quanto l’11 settembre abbia riunito gli Usa dietro George Bush, e sono abbastanza sicuro che questo in un primo momento unirà la popolazione israeliana dietro Netanyahu. Ma dobbiamo aspettare, ora è il momento della sofferenza condivisa, di una pausa dalle divisioni, poi ognuno riprenderà il suo ragionamento più lento. È davvero possibile prendere posizione, come molti chiedono, e stare da una sola parte? È più facile schierarsi contro Hamas o contro il governo Netanyahu, ma credo che dobbiamo stare dal lato dei civili di entrambe le parti”
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
“SIAMO ALL’INIZIO DI UN TUNNEL LUNGO E BUIO”
Aaron David Miller è un analista americano. Tra il 1978 e il 2003, Miller ha prestato servizio presso il Dipartimento di Stato come storico, analista, negoziatore e consigliere dei segretari di stato repubblicani e democratici, dove ha contribuito a formulare la politica statunitense sul Medio Oriente e il processo di pace arabo-israeliano. È vicepresidente e direttore del programma per il Medio Oriente del think tank Woodrow Wilson International Center for Scholars. È anche un analista di affari globali per la CNN. Huffpost lo ha intervistato per fare un punto sul conflitto tra Israele e Hamas, in attesa della grande operazione su terra dell’esercito israeliano, prevista a breve. Secondo Miller, però, adesso, la questione della Striscia di Gaza diventa politica. Una volta che Israele eliminerà la leadership di Hamas, chi si occuperà della sicurezza nella Striscia?
Aaron David Miller, Israele vuole eliminare la leadership di Hamas a Gaza. Ma la questione, come scrive il Wall Street Journal, ora è politica: cosa potrebbe succedere, dopo, nella Striscia?
Alla fine Israele riuscirá a indebolire le forze di Hamas abbastanza da togliere la capacità all’organizzazione di comandare la Striscia, di averne il controllo. La forza di Hamas sarà così indebolita che emergerà una nuova realtà, che non so, però, al momento, quale possa essere. Perché guardiamo la situazione corrente: gli Stati arabi non possono agire come garanti della sicurezza. Le Nazioni Unite potrebbero esercitare il ruolo di garanti della sicurezza, ma solo nel tempo. L’Autorità Nazionale Palestinese è troppo debole per farlo e Israele non ha la minima intenzione di rioccupare Gaza. Quindi è una situazione molto incerta. Penso che nessuno in questo momento possa dire cosa succederà. Siamo all’inizio di un tunnel molto lungo e buio.
L’Iran ha minacciato di rispondere a Israele se i “crimini continuano”. Come pensa che si allargherà il conflitto nei prossimi giorni?
Penso che questa guerra abbia già iniziato a scatenare conflitti nei Paesi confinanti. Non penso però che Hezbollah entri nel conflitto: Hamas, in fin dei conti, sta già svolgendo il lavoro per lei. Non penso che Hezbollah voglia iniziare una guerra quando non è implicata in prima persona, quando non è costretta a iniziarla. Vale la stessa cosa con l’Iran. Non penso che l’Iran voglia un’escalation con Israele, che porterebbe poi all’intervento degli Usa.
Secondo lei gli Usa hanno sottovalutato ciò che stava succedendo in Israele? Negli ultimi mesi parlavano di un Medio Oriente come più tranquillo rispetto a quello che è stato negli ultimi due decenni…
Su questo tema si possono fare delle affermazioni generali. La Cisgiordania è sempre sull’orlo di un’esplosione. Gaza ha avuto almeno quattro conflitti negli ultimi tempi, nel 2008, 2009, 2011, 2013. Nessuno poteva prevedere che sarebbe successo ciò che è accaduto. Nessuno poteva anticipare l’attacco organizzato in più direzioni che Hamas ha compiuto contro Israele nel sud. Nessuno poteva anticipare il grado di ferocia, di brutalità di questo attacco. Hanno adottato le stesse modalità dell’Isis. Nessuno si è accorto di quello che stava succedendo. La CIA non se ne è accorta, l’Intelligence israeliana, che è letteralmente a fianco di ciò che stava accadendo, non se ne è accorta, gli europei non se ne sono minimamente accorti. Il punto è che c’è stata tante volte la minaccia da parte di Hamas: se non rispettate la causa palestinese ci sarà un’escalation, una guerra. E ci sono stati conflitti, ci sono stati attacchi, ma mai di una grandezza simile a quest’ultimo. Non si poteva sapere che un attacco del genere sarebbe davvero arrivato ora e con queste modalità.
No, non c’è nulla di totalmente finito. Cioè, mi spiego meglio. Per il momento l’accordo è assolutamente morto. La normalizzazione non ci sarà assolutamente in tempi più o meno vicini. Ma nel tempo l’accordo potrebbe risorgere, una volta che si stabilizza la situazione in Israele. C’è però un punto, che è da sottolineare. I sauditi finora non si sono sentiti di condannare Hamas e questa è un’azione che potrebbe rendere l’accordo molto più difficile da raggiungere in futuro, anche se i colloqui dovessero ricominciare.
Come influirà questa guerra sulla possibile rielezione di Joe Biden alla presidenza Usa?
Non penso che avrà alcun impatto, perché i cittadini Usa non sono focalizzati su questo. A meno che gli Usa non decidano di aprire un confitto più su larga scala con l’Iran, cosa che penso poco probabile.
Che cosa pensa dei colloqui per la de-escalation tra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e l’omologo cinese Wang Yi?
Non sono assolutamente utili. Anzi sono in gran parte solo una performance, un atto di forma, ma non di contenuto.
Chi sono, secondo lei, i mediatori che hanno più possibilità in questo momento nel conflitto?
Per il momento solo la Turchia è riuscita a mettere in campo una piccola, ma importante mediazione. L’Egitto sta discutendo con gli Usa di corridoi umanitari, ma non penso possa fare molto sul lato della mediazione. È necessario dire che finché non ci sarà un’evoluzione del conflitto, nessuna mediazione significativa che possa prevenire il conflitto è possibile. Siamo tutti in balia della guerra tra Israele e Hamas, che sarà incredibilmente ampia e lunga.
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
L’ODISSEA DEI DISABILI CHE DEVONO PAGARE ANCHE IL TICKET
Sanità, fino a sei mesi di attesa per avere carrozzine e ausili sanitari:
l’odissea dei disabili che devono anche pagare il ticket
Dai tre ai sei mesi di attesa prenotare una carrozzina o una protesi mentre al 53,4% viene anche chiesto di pagare un ticket per avere una versione più al passo con i tempi. E’ una corsa ad ostacoli imposta ai disabili che hanno diritto a un ausilio sanitario, cose che vanno dalle stampelle ai deambulatori, dalle protesi ai materassi antidecubito.
Una situazione caotica, come documenta l’indagine realizzata da Confindustria dispositivi medici, presentata oggi al congresso Simfer, la Società italiana di medicina fisica e riabilitativa. Tanto per cominciare il 52,2% delle persone che utilizzano ausili non hanno ricevuto una valutazione clinica del contesto abitativo, lavorativo o scolastico nella scelta del presidio e solo nel 19% dei casi è stata fatta al domicilio. Il che significa che rischiano poi di vedersi consegnare una carrozzina che non passa tra le porte di casa o dell’ascensore, oppure un materasso antidecubito inadatto al proprio letto.
Una volta individuato il prodotto, il 50% dei pazienti ha poi aspettato tra i 3 e i 6 mesi per la sua consegna. Al 43,4% dei pazienti è stato chiesto di pagare un’integrazione di tasca propria per la consegna dell’ausilio, nel 41,3% dei casi questa integrazione era del 10% o più della tariffa del presidio. Per niente soddisfatti del servizio di fornitura (tempi, procedure e altro ancora) il 37% degli utenti, mentre il 58,7% lo è invece nella fase di manutenzione e assistenza tecnica.
Come raccontano i tecnici ortopedici, i fabbricanti e i distributori 10 regioni usano ancora il vecchio nomenclatore (DM 332) del 1999, solo 5 usano il DPCM sui Lea, i livelli essenziali di assistenza del 2017. A macchia di leopardo le modalità di fornitura degli ausili complessi anche da una Asl all’altra all’interno della stessa regione: dal tariffario regionale per alcuni specifici ausili a singole mini gare o a vere e proprie gare regionali fino alla prassi del triplo preventivo. Tutte cose che allungano i tempi di consegna ai disabili che hanno invece urgente bisogni degli ausili per deambulare o anche per comunicare.
«In Italia oltre 3 milioni di pazienti sono alle prese con procedure per l’approvvigionamento di ausili che impediscono adattabilità adeguate, tempi celeri e accesso alla migliore tecnologia possibile con rischi sul percorso di cura e riabilitazione. – ha commentato Alessandro Berti, Presidente Ausili di Confindustria Dispositivi Medici -. Il DPCM Lea del 2017, sebbene abbia introdotto nuove tecnologie nei livelli essenziali di assistenza, è fermo a 6 anni fa e con l’introduzione di gare generaliste per l’acquisizione degli ausili, anche quelli complessi, ha generato un caos che si ripercuote sull’utente finale: tempi lunghi di attesa del dispositivo, scarsa appropriatezza del presidio alle reali esigenze di disabilità e spesso costi extra da pagare di tasca propria. Non minori le difficoltà per le regioni e le Asl, che per sopperire a queste problematiche (gare sospese o annullate, mancata adattabilità del presidio) adottano procedure di approvvigionamento differenti, generando una situazione non omogenea a livello nazionale e un’iniquità di accesso alle cure con il conseguente aumento del fenomeno della mobilità sanitaria».
Infatti, lo spostamento degli ausili per disabilità gravi e complesse negli elenchi di ausili di serie, e quindi oggetto di acquisizione tramite gara d’appalto, impedisce una individuazione ad personam del dispositivo stesso, pesando gravemente sulla qualità della vita dei pazienti con disabilità, presenti oggi in Italia.
Questa situazione si è creata in seguito al lungo percorso della riforma dei LEA iniziato oltre 10 anni fa e terminato con la pubblicazione del Dpcm 12 gennaio 2017, al cui interno sono inseriti gli elenchi dei dispositivi medici destinati agli aventi diritto e con spesa a carico del SSN. La revisione degli elenchi ha portato un miglioramento in termini di disponibilità di prodotti (includendo ad esempio alcuni ausili tecnologici), ma ha creato una forte incertezza nelle regole di fornitura di ausili per pazienti con disabilità con sensibili differenze tra le diverse regioni.
«Auspichiamo una revisione degli elenchi che permetta di risolvere la problematica degli ausili complessi – ha concluso il Presidente Alessandro Berti – creando un Elenco 1BIS dove inserire tutti quegli ausili adattabili che devono essere individuati sulle reali necessità del paziente. Per questo presenteremo alla Commissione LEA, insieme ai risultati dell’indagine, un aggiornamento della nostra proposta di revisione degli elenchi dell’assistenza protesica, che permetta di sanare tutte le anomalie che il DPCM del 2017 ha creato».
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE PALESTINESE KARIN KATTAN: “ISRAELE COLONIALISTA FEROCE, MA IL FONDAMENTALISMO NON LIBERA LA PALESTINA”
“Fin da ragazzo, all’ombra del muro dell’apartheid a Betlemme, ho provato un senso di vulnerabilità, mi sono sentito indifeso”; ricorda Karim Kattan “Gli stessi sentimenti confusi li provo oggi più forti”. L’autore di “Les Palais des deux collines”, successo letterario in Francia, racconta a Fanpage.it come si vive da colonizzati e spiega che chiamare le cose con il loro nome “evitando i superlativi e privilegiando le sfumature” può essere “un mezzo di riscatto per colonizzati e colonizzatori”. “I morti rimarranno morti e i mutilati saranno mutilati anche quando l’attenzione del mondo si volgerà altrove”, dice del conflitto. E chiede all’Europa di pretendere la fine immediata del blocco di Gaza. Mentre “Israele deve finalmente render conto di ogni violazione del diritto internazionale”.
Come si è sentito dopo gli attacchi di Hamas e la reazione di Israele?
Difficile esprimerlo, è tutto talmente estremo. Mi sento senza parole. E non posso davvero separare il periodo di questi giorni da altri periodi che l’hanno preceduto, in questa vicenda. Mi sento così da un pezzo, in realtà. È un sentimento intenso, duro da provare, che sfida il vocabolario perché si è sviluppato durante un lungo processo temporale di paure e aspettative. È un sentimento di impotenza, di disperazione, di vulnerabilità. Di essere indifeso e senza aiuto.
Vuol dire che, come palestinese, non ha provato soddisfazione per l’attacco terroristico a Israele? Non si è sentito meno impotente, meno vulnerabile?
Siamo tutti vittime collettive di ciò che ha fatto Hamas. La strage del Nova Festival (il rave party dove i terroristi hanno massacrato oltre 260 persone, ndr) è un orrore per israeliani e palestinesi. E ciò non significa ignorare il contesto: anche il feroce colonialismo di Israele è orrendo. Non c’è alcuna contraddizione. Riconoscere un orrore non significa minimizzarne un altro. Il destino del mio Paese e del mio popolo non può essere un gioco a somma zero. Perché il premio è la libertà della Palestina. Cosa che tra l’altro non implica necessariamente un perdente.
La politica di Israele nei vostri confronti è altrettanto orrenda quanto il massacro del rave party?
Vorrei evitare la conta dei morti da una parte e dall’altra. Non è proprio il momento per farla e comunque mi disgusta. Non si può distribuire il lutto tra chi se lo merita e chi no. Ogni singola vittima è una tragedia. Ma è chiaro che il rapporto di forza è asimmetrico e fortemente sbilanciato, e che i numeri rispecchiano necessariamente questa asimmetria. A sfavore dei palestinesi.
“Sapete chi vince nella guerra? Solo chi rimane vivo. Chi muore perde sempre, non importa di quale parte è”: è una frase di un suo collega, lo scrittore israeliano Roy Chen. Ha ragione?
Certo. E ci sono anche i feriti. I morti rimangono morti. I feriti non sempre guariscono. La morte di una persona ne colpisce decine, lascia in lacrime una famiglia e una comunità. E un ferito spesso significa un mutilato, con tutto quel che ciò implica anche economicamente e socialmente. Morti e mutilati resteranno morti e mutilati anche quando l’attenzione internazionale sulle nostre vicende si allontanerà.
Crede che ci sarà sempre la guerra tra israeliani e palestinesi?
C’ è sempre stata una guerra contro di noi. Anche nei cosiddetti periodi di “calma”, quando i media sono meno interessati, la gente muore a Gaza, viene arrestata in Cisgiordania e così via. Ciò che dà la stabilità all’occupazione è la guerra contro i palestinesi. Quindi la guerra continua. Ma non sono così arrogante da tentare previsioni per il futuro.
Diceva del “feroce colonialismo di Israele”. Può elaborare?
Le realtà della colonizzazione sono quantificabili e verificabili: dall’assassinio alle mutilazioni, agli espropri, agli arresti. Con i conseguenti effetti psicologici. I mezzi che vengono utilizzati da Israele vanno dall’esercito ai posti di blocco, dagli insediamenti di coloni ai bombardamenti. Tra i più clamorosi, il blocco di Gaza a partire dal 2007. Tra i meno spettacolari, il crudele e umiliante sistema dei permessi che regolano la vita giornaliera dei palestinesi, o la divisione della Cisgiordania in diverse zone per facilitare gli insediamenti. Tutte cose che, insieme a molte altre, costituiscono il crimine contro l’umanità noto come apartheid, di cui numerose organizzazioni (tra queste, Amnesty International e l’israeliana B’Tselem, ndr) accusano Israele.
E com’è vivere da colonizzati?
È un mix di sentimenti confusi e strani. Tra i quali, certo, anche l’odio per l’oppressore e la gioia di vedere un muro cadere o un carro armato israeliano ribaltarsi. Questo non significa giustificare gli orrori di Hamas. Ma è chiaro che vedere un bulldozer buttar giù un pezzo del muro dell’apartheid ha un effetto, su un palestinese.
Lei da ragazzo abitava a Betlemme. Il muro dell’apartheid lo conosce bene…
La mia casa era proprio a ridosso del muro. Non riesco a ricordarmi la città prima che fosse deturpata da quella costruzione.
E com’era da ragazzini, all’ombra del muro?
Ricordo, per esempio, quando durante la Seconda Intifada (la rivolta dei territori occupati contro Israele iniziata nel 2000 e terminata nel 2005, ndr) Israele assediò la città. Andavamo a scuola illegalmente, eludendo il coprifuoco, evitando carri armati e posti di blocco, attraversando confini che in teoria non avremmo dovuto attraversare. Era una vita di costante pericolo, che per noi era diventato normale perché non avevamo scelta.
È fin da allora che ha sviluppato quel sentimento di impotenza e di mancanza di aiuto di cui parlava poco fa?
Certo.
Oggi ragazzi di Gaza sotto le bombe hanno sentimenti analoghi, secondo lei?
Credo di sì. Immaginatevi come dev’essere avere diciassette anni a Gaza. Per tutta la tua vita hai visto solo la guerra, hai vissuto in una prigione. E ora i bombardamenti, la mancanza di acqua. I tuoi familiari probabilmente morti. Non possiedi niente e vieni trattato come un paria da Israele e dal mondo intero.
E questo può portare alla radicalizzazione e alla violenza, ovviamente. Quanto conta il fondamentalismo, oggi, nella questione palestinese? È un mezzo un ostacolo per la creazione di un vostro Stato libero e indipendente?
È un problema ma non è il maggiore dei problemi. Prima di tutto bisogna vedere che cosa si intende per Palestina. Non c’è solo Gaza, dove governa Hamas. Ci sono i palestinesi di Gerusalemme. Ci sono quelli che vivono in Israele. E ci sono i palestinesi della Cisgiordania. Il cui governo è laico, buono o cattivo che sia come governo.
E lei è laico?
Sono cristiano. La mia è una famiglia cristiana di Betlemme. Sono cresciuto tra cristiani e musulmani senza che la questione religiosa venisse mai posta da alcuno. La rabbia, il sentirsi senza speranze e indifesi dalla violenza di Israele contro i palestinesi non dipendono da questioni religiose. Con questo non voglio dire che non ci sia stata una radicalizzazione, soprattutto a Gaza. Ma se è un ostacolo, non è il principale. La questione palestinese va oltre il fondamentalismo.
Lei si trova attualmente in Francia. Dove sono state vietate le manifestazioni pro-Palestina. Che ne pensa, di questo divieto?
Penso che sia pericoloso. Rende ancora più incandescenti gli animi. E mi fa sentire ancora più indifeso, per tornare al sentimento di cui più abbiamo parlato in questa intervista.
Cosa dovrebbe fare oggi l’Europa, per fermare la carneficina ed evitare che si ripeta?
Pretendere che venga tolto il blocco a Gaza, subito. E far sì che Israele renda conto delle sue violazioni del diritto internazionale. Ogni volta che lo viola.
E voi intellettuali, voi scrittori di una parte e dell’altra, come potete contribuire?
Usando parole precise per descrivere il mondo in modo accurato. In mezzo a questo sconquasso che è appena iniziato, in uno scenario politico e mediatico in cui imperversano i superlativi e le iperboli, le certezze e gli assoluti, sarebbe un atto rivoluzionario. Lo dico da scrittore e da umanista. L’umanesimo rende possibili nuance e contraddizioni. Rende possibile quindi riconoscere che le cose sono complicate, confuse e spesso insopportabili. E che pure dobbiamo cercar di comprenderle, con il coraggio di guardare in faccia la realtà. Sarebbe un mezzo di riscatto. Per i colonizzati come per i colonizzatori.
(da Fanpage)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
“GUARDIAN” E “BBC” HANNO VERIFICATO CHE QUELLA STRADA ERA IDENTIFICATA COME SICURA E CHE SU DI ESSA SI È VERIFICATA UN’ESPLOSIONE DI UN VEICOLO…L’INVIATO DELLA BBC NELL’OSPEDALE SCOPPIA IN LACRIME: “CI SONO CADAVERI OVUNQUE”
Ci sono bambini tra i morti dopo che un convoglio palestinese di civili
in fuga è stato colpito venerdì mentre fuggiva dal nord di Gaza. La strada era indicata come «un percorso sicuro», accusa Hamas che parla di molti morti, una settantina, tra i quali donne e bambini. Hamas parla di attacco aereo israeliano.
Guardian e Bbc hanno verificato che quella strada era identificata come sicura e che su di essa si è verificata un’esplosione di un veicolo. La tragedia è avvenuta lungo Salah-al-Din Road. Dal video che pubblica La7 sono state tagliate volutamente le immagini più cruente
Dopo l’ospedale di Al Awda, arriva dalla struttura sanitaria di Gaza City, Al Shiva, un altro disperato grido d’aiuto. Anche qui la situazione è al collasso, come testimonia il giornalista inviato della Bbc Arabic, Adnan Elbush, sul posto con una troupe.
E proprio qui, mentre fa la cronaca sulle centinaia di feriti, su coloro che piangono, e tra loro molti bambini, sui corridoi stracolmi di persone gravemente malate e il personale che lavora sotto un’enorme pressione, proprio qui incontra i vicini, i parenti e gli amici, alcuni feriti, altri morti. Il giornalista non resiste, si inginocchia e si mette a piangere.
Il chirurgo: “l’affollamento porterà epidemie”
Dallo stesso ospedale, per comprendere la situazione, il tweet di un medico chirurgo Ghassan Abu Sitt, in cui dice: “L’ospedale è pieno di famiglie sfollate. Ci sono persone che dormono sui pavimenti, ovunque, anche all’interno dell’ospedale. L’affollamento porterà a un’epidemia, alla diffusione di malattie infettive. I medici hanno portato le loro famiglie in ospedale per sicurezza”.
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
SCRITTORI E CASE EDITRICI ARABE LASCIANO L’EVENTO
La Fiera del Libro di Francoforte annuncia la cancellazione della cerimonia di premiazione di Adania Shibli, autrice palestinese del libro “Un dettaglio minore”. La motivazione, diffusa in una nota da Litprom, agenzia letteraria che organizza il premio, è “la guerra in Israele”. In compenso, “spazio addizionale sarà concesso alle voci israeliane”, ha fatto sapere, quasi in contemporanea, Juergen Boos, direttore della fiera tedesca.
Il libro della Shibli si trascina dietro polemiche fin da questa estate, cioè da quando Ulrich Noller, giornalista e membro della giuria del premio, si era dimesso contro la decisione di premiare la scrittrice palestinese. A riaccendere la discussione c’è stato poi un articolo di giornale, uscito questa settimana, in cui il libro, che racconta la vera storia di una beduina stuprata e uccisa dai soldati israeliani nel 1949, è stato accusato di “descrivere Israele come una macchina assassina”.
Il volume, tradotto e pubblicato in tedesco nel 2022, si è aggiudicato il prestigioso premio LiBeraturpreis, dato ad autori provenienti dall’Asia, Africa e Mondo arabo. Annualmente, il riconoscimento viene consegnato durante una cerimonia solenne alla Fiera del Libro di Francoforte che è uno dei più grandi e autorevoli ritrovi dell’editoria mondiale.
Le dichiarazioni di Boos e la cancellazione della cerimonia di premiazione della Shibli hanno sollevato la protesta delle case editrici arabe e di molti autori. Dall’Autorità del libro di Sharja, fino all’Associazione degli editori arabi degli Emirati, passando per molte case editrici indipendenti arabe e scrittori, è arrivato l’annuncio del ritiro della loro partecipazione dall’evento a Francoforte.
“Sosteniamo il ruolo della cultura e dei libri – scrive in un comunicato l’associazione degli editori arabi degli Emirati –, per incoraggiare il dialogo e la comprensione fra le persone”. E concludono: “Crediamo che questo ruolo sia importante ora più che mai”.
Said Khatibi, celebre scrittore algerino, ha anche lui annunciato la cancellazione della sua partecipazione perché, scrive su Facebook, “speravamo che la letteratura giocasse un ruolo importante per costruire un dialogo fra le parti”. Ma, continua Khatibi che aveva in programma due incontri, “la fiera ha preso una posizione politica di una sola parte contro l’altra”, i palestinesi.
Nei giorni passati, il direttore Boos aveva dichiarato che “la fiera condannava fermamente il barbaro terrore di Hamas” e che “il loro pensiero era per le vittime, i loro parenti e le persone che stanno soffrendo per questa guerra”, non menzionando le vittime a palestinesi. A tentare di spegnere le polemiche è la Litprom che, dopo il polverone, ha comunicato di voler riorganizzare la cerimonia. Ma soltanto dopo la fine della fiera.
(da agenzie)
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Ottobre 15th, 2023 Riccardo Fucile
“L’ASSENZA DI MENSE, ATTIVITA’ E TEMPO PIENO COSTA AGLI ALUNNI FINO A UN ANNO IN MENO DI SCUOLA”
Le opportunità educative di un bambino del Nord continuano a essere
profondamente diverse rispetto a quelle di uno del Sud. Se a Firenze uno studente riceve in media 1.226 ore di formazione in una stagione scolastica, uno di Caivano (Napoli) ne ha almeno 200 in meno. È quanto fotografa Svimez, l’associazione senza fini di lucro che mira a promuovere lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia. Sono diversi i fattori che incidono su questa realtà. In primo luogo, al Sud l’offerta di attività extrascolastiche è ridotta al minimo, se non completamente assente. In secondo luogo, il tempo pieno non è così diffuso come al Nord. Incontri pomeridiani, laboratori, dibattiti, approfondimenti di cultura generale e tematiche di attualità: tutto questo nel Meridione scarseggia maggiormente. Si tratta di un’offerta educative che, come osserva Repubblica, in un intero ciclo quinquennale di scuola primaria diventa di fatto un anno in meno di scuola per gli alunni del sud.
Dal tempo pieno alle mense: le cause del divario
Se si prende in considerazione il parametro del tempo pieno a scuola pari a 40 ore settimanali, nel Meridione ci accede una media del 18% degli scolari, rispetto al 48% degli studenti del Settentrione. Il tempo pieno è possibile, come si legge nel sito del Miur, solo se all’interno delle strutture scolastiche sono presenti una serie di servizi che consentono lo svolgimento obbligatorio di attività. E al Sud uno dei problemi per cui molti istituti rinunciano al tempo pieno è l’assenza di una mensa o di uno spazio convenzionato nelle vicinanze in cui poter far pranzare gli scolari. «650mila alunni delle scuole primarie statali, il 79 per del totale, non beneficiano di alcuna mensa», registra la ricerca di Svimez. Solo in Campania ne sono sprovviste ben 200mila. Numeri allarmanti che certificano un gap evidente tra Nord e Sud. Oltre alla mensa, poi anche il tema dello sport. Due terzi delle scuole primarie del Mezzogiorno non hanno una palestra. Fattore che incide sulla regolarità nel praticare sport.
Le colpe dei governi: «Disinvestimenti progressivi»
«Un Paese, due scuole». Così Svimez sintetizza la situazione scolastica italiana. Se da un lato è vero che ora il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, sta tentando di intervenire, ad esempio con Agenda Sud – il piano di interventi governativi contro la dispersione scolastica nelle regioni meridionali – dall’altro è anche vero, evidenza Svimez, che in questi anni c’è stato un vero e proprio «disinvestimento progressivo nella filiera dell’istruzione» da parte della classe politica. E di cui ora si continuano a pagare le spese. Stando ai numeri, tra il 2008 e il 2020 l’investimento complessivo nelle regioni meridionali è stato ridotto del 19,5%. 8 punti percentuali in più rispetto a quanto subito in quelle del Centro-Nord.
(da Open)
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