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CARITAS: “A GAZA LA SITUAZIONE E’ STRAZIANTE, UNA TRAGEDIA IMMANE”

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

“INUTILE DISCUTERE SU CHI HA RAGIONE, E’ URGENTE UNA TREGUA E APRIRE CORRIDOI UMANITARI”

“La priorità è arrivare quanto prima a una tregua e iniziare un dialogo di pace. Ci opponiamo a propagande e strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino, e pensiamo che di fronte al dramma che si sta consumando in queste settimane sia persino inutile e dannoso discutere di ragioni e torti. L’unica necessità, adesso, è arrivare a un cessate il fuoco e aprire corridoi umanitari”.
A dirlo, intervistato da Fanpage.it, Danilo Feliciangeli, responsabile di Caritas Italiana per le attività per il Medio Oriente. A quasi tre settimane dagli attacchi di Hamas e dall’inizio della rappresaglia israeliana nella Striscia di Gaza, il funzionario dell’organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana descrive una situazione straziante per 2,3 milioni di residenti nell’enclave palestinese, un luogo in cui sono state bombardate anche scuole, ospedali, ambulanze e – una settimana fa – la chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, che dava rifugio a oltre 400 civili. “Tra loro non c’erano terroristi né fiancheggiatori di Hamas. Erano quasi tutti cristiani, credevano che in una chiesa sarebbero stati al sicuro”.
Partiamo da quello che è accaduto una settimana fa, quando un missile ha colpito una sala adiacente alla chiesa greco-ortodossa di San Porfirio facendo strage di civili. Tra le vittime anche un’operatrice della Caritas di Gerusalemme, suo marito e la figlia neonata. A una settimana di distanza cosa sapete di quella carneficina?
Un missile presumibilmente israeliano ha colpito il salone adiacente la chiesa ortodossa di San Porfirio, che in quel momento dava riparo a 411 persone, prevalentemente cristiane che lì credevano di aver trovato un luogo sicuro. Tra loro non c’erano terroristi, né fiancheggiatori di Hamas, ma si trattava di uomini, donne e bambini inermi. Insieme a queste persone c’erano anche cinque membri della Caritas di Gerusalemme e le loro famiglie. Oltre a cercare un rifugio dalle bombe, i nostri colleghi si davano da fare, come membri della Chiesa Cattolica della Sacra Famiglia, fornendo assistenza agli altri rifugiati di San Porfirio: distribuivano generi di prima necessità, svolgevano attività di animazione per i bambini e fornivano un importante servizio di supporto psicologico. Improvvisamente un missile ha colpito un salone che accoglieva 83 dei 411 profughi e tra le 17 vittime è morta anche la “nostra” Viola Al ‘AMash.
Ci racconta chi era questa donna?
Era una ragazza di 26 anni e lavorava come tecnico di laboratorio in una clinica gestita dalla Caritas di Gerusalemme a Gaza City. Insieme a lei sono morti il marito, il figlioletto, la sorella e i suoi due figli.
L’attacco di giovedì scorso dimostra che neppure i siti cristiani sono al sicuro dai raid. C’è un motivo, secondo voi? O si è trattato di un incidente?
Vogliamo pensare che non sia stato un attacco mirato, bensì di un incidente purtroppo inevitabile quando si bombarda incessantemente il luogo più densamente popolato del mondo, una “prigione a cielo aperto” da cui non c’è via di scampo e in cui vivono 2,3 milioni di persone. In queste settimane sono state già colpite scuole, ospedali e moschee. Vogliamo sperare che la chiesa di San Porfirio non sia stata deliberatamente colpita; d’altro canto non vi erano obiettivi bellici, ma solo civili disarmati.
In altre occasioni sono state prese di mira strutture, beni o operatori della Caritas?
Non direttamente della Caritas. Sono state però colpite scuole gestite dal patriarcato latino. Per fortuna per il momento non è stata bombardata la clinica di Caritas Gerusalemme che si trova a Gaza City e non sono state colpite neppure le nostre cinque ambulanze.
La Caritas ha il compito di promuovere la testimonianza della carità in tutto il mondo. Qual è il vostro lavoro a Gaza?
Prima della guerra garantivamo assistenza sanitaria con una piccola clinica dove effettuavamo attività diagnostica e distribuzione di terapie ai pazienti, il tutto a titolo assolutamente gratuito. Inoltre avevamo cinque equipe mobili che intervenivano nei frequenti scontri tra palestinesi ed israeliani. In questa fase tutte nostre attività sono sospese perché non sussistono le condizioni minime di sicurezza per i membri del nostro staff. I nostri operatori sono sfollati e – nei centri in cui hanno trovato riparo – collaborano nella gestione delle accoglienze grazie all’aiuto fornito da Caritas Gerusalemme. Inoltre garantiamo assistenza psicologica da remoto a chiunque abbia bisogno di aiuto.
Cosa vi riferiscono i vostri operatori dai rifugi della Striscia di Gaza?
Stanno emergendo storie strazianti anche tra i nostri operatori sul campo. Un collega ci diceva che la sua unica speranza è quella di morire prima di sua moglie e dei suoi figli, perché non riuscirebbe a sopportare il peso di perderli e sopravvivere. Un’altra collega, una dottoressa, ci ha riferito di essersi separata dal resto dei suoi cari: lei è sfollata al sud di Gaza con due figli, il marito è rimasto a Gaza City con un altro figlio e i genitori. Così facendo, sperano di ridurre il rischio di totale estinzione della loro famiglia. Il loro è stato un addio, non sanno se riusciranno mai a rivedersi. Il livello di disperazione è questo: è una tragedia immane.
I membri della Caritas hanno lasciato il nord di Gaza, come indicato da Israele, o hanno deciso di restare lì?
La maggior parte degli operatori della Caritas e dei fedeli afferenti alla parrocchia della Sacra Famiglia sono rimasti a Gaza City, in un quartiere in cui sorge anche la nostra clinica. I nostri colleghi vogliono continuare a fornire assistenza umanitaria, laddove possibile, ma di base la loro è una scelta morale: non vogliono abbandonare le loro case, si rifiutano di pensare che il bombardamento di cliniche, scuole, chiese e abitazioni sia inevitabile.
I raid sulla Striscia di Gaza proseguono senza sosta da quasi tre settimane. Cosa chiede la Caritas alla comunità internazionale?
La priorità è arrivare quanto prima a una tregua e iniziare un dialogo di pace. Ci opponiamo a propagande e strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino, e pensiamo che di fronte al dramma che si sta consumando in queste settimane sia persino inutile e dannoso discutere di ragioni e torti. L’unica necessità adesso è arrivare a un cessate il fuoco e aprire corridoi umanitari.
Se si arriverà a una tregua quali interventi farete a Gaza?
Abbiamo lanciato una raccolta fondi, sarà indispensabile per poter tornare operativi non appena cesseranno i bombardamenti e ci saranno minime condizioni di sicurezza. Forniremo assistenza sanitaria, psicologica, alimentare ed economica con il coordinamento Caritas Gerusalemme, che ha una lunga esperienza di lavoro a Gaza, in particolare nel settore sanitario, a partire dalla guerra del luglio 2014, ed è in grado di offrire assistenza ad un numero stimato di almeno 100mila beneficiari. Al tempo stesso si sta valutando la possibilità di lanciare un più ampio piano di interventi, che comprenda anche il resto dei Territori Palestinesi Occupati e Israele, attraverso le parrocchie cattoliche. Il piano potrebbe comprendere attività di sostegno psicosociale e sostegno economico per le famiglie più vulnerabili.
(da Fanpage)

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EDUCAZIONE SESSUALE A SCUOLA, IL DELIRIO DELLA LEGA: “UNA PORCHERIA”

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

BONELLI LO ASFALTA: “NON SIAMO A KABUL, SIAMO IN UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA”… E ANCHE FDI SI DISSOCIA DAL LEGHISTA SASSO

«Una porcheria e una nefandezza». Così il leghista Rossano Sasso ha bollato l’emendamento del Movimento 5 Stelle alla proposta di legge sulla violenza sessuale, che prevedeva di finanziare interventi a favore dell’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
«Al M5S non interessa solo l’educazione alla parità di genere, ma vogliono l’educazione sessuale. Se la vogliono, se la facciano nelle loro sedi di partito e vediamo se i genitori manderanno lì i loro figli», dichiara Sasso.
Parole che hanno acceso un duro botta e risposta con i membri dell’opposizione. «Definire un emendamento una nefandezza è inaccettabile», insorge il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli. «Non siamo a Kabul, ma nella Repubblica italiana», tuona.
A fargli eco è la pentastellata Anna Laura Orrico che commenta: «Se c’è una cosa degradante in Italia, è che nel nostro Paese l’89% dei nostri ragazzi imparino che cosa sia il sesso da YouPorn. Le famiglie non possono essere lasciate sole».
«Degradante insegnare l’educazione sessuali ai bambini»
Il dibattito prosegue acceso, con i deputati di opposizione iscritti in massa a parlare, a favore di una scolaresca di liceali che assiste al dibattito dalle tribune del pubblico.
Per Sasso non ci sono dubbi: l’emendamento in questione ha «un contenuto degradante, perché è sinonimo di degrado pensare di insegnare l’educazione sessuale a un bambino di 6 anni».
Bonelli replica: «Non possiamo permettere che i nostri giovani paghino sulla propria pelle per ciò che le istituzioni non sono state in grado di insegnare loro». E incalza: «Sa cosa dobbiamo insegnare? Il rispetto», scandisce, «rispetto del corpo delle donne. Non capisco come sia possibile che la ministra Roccella fugga su un tema di questo tipo. Perché – chiosa – il tema oggi è il rispetto, quello che le scuole, insieme alle famiglie, devono insegnare».
(da agenzie)

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MISS ITALIA, SGARBI FUORI DALLA GIURIA, FDI LO SCARICA: “PER LUI FINISCE QUI”

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

NIENTE INGAGGIO DA 10.000 EURO

Fratelli d’Italia scarica Vittorio Sgarbi. Il sottosegretario alla Cultura, al centro della polemiche per le consulenze retribuite durante il suo incarico al ministero, non presiederà la giuria di Miss Italia.
Dunque niente ingaggio da 10mila euro per la manifestazione che si svolgerà dal 7 all’11 novembre a Salsomaggiore Terme.
Durante una conferenza stampa alla Camera per promuovere il concorso, è la stessa patron del popolare concorso Patrizia Mirigliani a spiegare l’esclusione del sottosegretario: “È stato contattato diversi giorni fa e a al momento non è confermato. Lo abbiamo contattato per la sua capacità di interpretare e raccontare la bellezza, ma non abbiamo avuto alcuna notizia. Penso quindi che non sia con noi”.
Più lapidario Fabio Pietrella, deputato di FdI presente alla conferenza, che – riporta la DIRE – dichiara: “per lui Miss Italia finisce qui”.
(da agenzie)

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UN LAVORATORE SU DUE INSODDISFATTO DEL PROPRIO SALARIO

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

AUMENTANO I TEMPI DI LAVORO, CALANO I SALARI

Dall’inizio delle pandemia (marzo 2020) a oggi redditi e tempi di lavoro sono rimasti stabili per due lavoratori su tre. Lo stipendio è invece aumentato solamente per un lavoratore su dieci, mentre è diminuito per due addetti su dieci. Di contro il tempo di lavoro per il 61,2% è rimasto stabile, per il 28,5% degli addetti aumentato e solamente per il 10,4% è invece sceso. E così la prima richiesta che viene fatta al sindacato, con grande scarto su tutti gli altri temi, è quella di migliorare inquadramenti e retribuzione, segnala la nuova indagine su lavoro, condizioni e aspettative realizzata dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil. Il tema salari, su un campione di oltre 50 mila questionari (31 mila quelli validi, per lo più impiegati, tecnici ed operi, con una quota molta alta – 82% – di lavoratori sindacalizzati) raccolti attraverso le strutture sindacali e sui luoghi di lavoro, nel periodo compreso tra maggio e settembre, arriva a toccare ben il 68,5% delle risposte. A seguire le altre richieste riguardano l’esigenza di fare di più su formazione professionale (29,4%), aumento del personale stabile (17,7%), carichi di lavoro (25,95), orari e turni di lavoro (21,6%). E sempre l’aumento dei salari, per il 68% delle risposte, dovrebbe essere il tema su cui il sindacati dovrebbe intervenire con più forza nei confronti delle istituzioni, seguito da difesa e aumento dell’occupazione (44,7%) e contrasto della precarietà (42,4%).
I salari
Quasi un lavoratore su due (47,1%) è poco o per nulla soddisfatto della propria retribuzione. Considerando il reddito da lavoro “netto” nel 2021, il 45% circa di quanti hanno risposto al sondaggio della Cgil si colloca nella classe tra i 15.000 e 25.000 euro (20,7% tra i 15.000-20.000 euro netti l’anno; 24,1% tra i 20.000 e 25.000 euro); quasi uno su dieci (8,8%) ha un reddito inferiore a 10.000 euro; 13,9% tra 10.000 e 15.000 euro; 15,1% supera i 30.000 euro. Considerando il genere, il 53,8% delle donne è concentrato nelle classi fino a 20 mila euro netti annui contro il 30,7% degli uomini, anche in conseguenza della maggiore diffusione del lavoro a termine e in part-time ma, comunque, le differenze salariali permangono anche nei regimi di lavoro a tempo indeterminato in full-time.
I contratti aziendali e di secondo livello, ovviamente, hanno un peso significativo in questo contesto: tra chi ha un reddito da lavoro che supera i 35.000 euro netti annuali, infatti, oltre il 70% dichiara la presenza di accordi di questo tipo, quota che invece non supera il 23% tra quanti hanno uno stipendio annuo inferiore ai 15.000 euro.
Carichi e tempi di lavoro
Considerando i ritmi e i carichi di lavoro l’indagine della Cgil fa emergere un’alta intensità del lavoro in termini di scadenze, ritmi e carichi, che si presenta in maniera elevata (“spesso”) per più di un rispondente su tre. Inoltre, i risultati evidenziano la presenza di livelli di sotto-inquadramento diffusi, con un rispondente su quattro che “spesso” deve assumere responsabilità eccessive rispetto alle mansioni.
Considerando i rischi per la salute fisica, il 16,7% deve sollevare “spesso” dei carichi pesanti e il 7,9% lavora “spesso” in condizioni di pericolo (un’esposizione che sale al 17% per gli operai e tecnici, al 19,5% per i servizi socio-sanitari, al 27% nella pubblica sicurezza).
Le ore di lavoro mediamente lavorate nella settimana sono state circa 38 per gli intervistati con un regime full-time e 26 per i part-time. Il 15,9% di chi ha risposto al questionario lavora “spesso” in straordinario retribuito mentre il 14,4% affronta “spesso” orari straordinari non retribuiti e non compensati con i riposi e questo problema si presenta in misura trasversale sia nelle professioni a bassa qualifica (es. agricoltura) che in quelli ad alta qualifica (es. informatica). Il regime in part-time è maggiore tra le donne (31,1%) rispetto agli uomini (6,9%). Il 33,2% è poco o per nulla soddisfatto della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, il 55,5% abbastanza, l’8,9% molto (senza differenze significative tra donne e uomini).
Smart working
Il 21% degli intervistati lavora da remoto. Di questi, quasi 6 su 10 lavorano da casa uno o due giorni a settimana, il 19% tre giorni a settimana e il 23,6% quattro giorni o più. Il 35,9% degli uomini e il 38,5% delle donne vorrebbe lavorare da casa (per lo più 1-2 giorni a settimana). Coloro che attualmente non lavorano da casa ma vorrebbero farlo sono il 18,4%. Il lavoro da casa è più diffuso tra i rispondenti più istruiti, le imprese più innovative, i lavoratori a tempo indeterminato in full-time, regimi di lavoro caratterizzati da maggiore autonomia, nelle professioni impiegatizie. Chi lavora da casa è generalmente più soddisfatto del proprio lavoro rispetto a chi non lavora da casa, in particolare considerando la conciliazione tra lavoro e vita personale.
Rischi per la salute
Sul fronte della salute la ricerca dell’Fdv evidenzia una compresenza di problemi fisici e psico-sociali causati dal lavoro: i due problemi più diffusi sono “mal di schiena e dolori articolari” (67,6% dei rispondenti) e “stress” (65,5%). Lo stress in particolare è un problema trasversale tra le professioni, anche se in misura differente: è maggiore nel lavoro impiegatizio (59,9%), nella vendita al pubblico (65,3%) e soprattutto nei servizi socio-sanitari e di cura (68,7%) ma interessa anche quasi la metà del lavoro operaio e tecnico (48,7%).
Infortuni
Per quanto riguarda invece gli infortuni emerge che nell’ultimo anno, il 4,9% ha subito un infortunio (ma l’1,5% non lo ha denunciato) e, considerando la propria carriera lavorativa, il 7,9% ha denunciato una malattia professionale (per circa uno su tre di loro, il 2,3% dei rispondenti, non è stata riconosciuta). Infine un rispondente su quattro (24,4%) giudica la prevenzione dei rischi per la salute e sicurezza nella propria azienda come insufficiente e questa incidenza è maggiore nelle imprese/enti meno innovative.
(da agenzie)

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IL SISTEMA SANITA’ DEI SOVRANISTI: AI LORO AMICI PRIVATI LA TORTA PIU’ RICCA, AGLI OSPEDALI PUBBLICI QUELLE COSTOSE

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

COSI’ CRESCONO LE LISTE D’ATTESA

Il quadro emerge dal Piano nazionale curato dall’Agenas: nelle redditizie protesi ad anca, ginocchio e spalla il privato si mangia il grosso della torta superando i livelli precedenti all’era Covid: +22% per l’anca, +21% per il ginocchio, mentre sulle protesi alla spalla si è passati dal + 57 al +74
Gli ospedali d’Italia stanno lavorando a maggior ritmo, tanto che lo scorso anno ci sono stati 328mila ricoveri in più, ma siamo ancora il10% al di sotto dell’attività svolta nel 2019, prima della pandemia. Segno che le liste di attesa allungatesi all’infinito frenano la piena ripresa delle attività, ma indice anche di una certa inappropriatezza dei ricoveri, soprattutto quelli programmati, quindi non urgenti, ai quali si è fatto forse un po’ troppo ricorso in passato. Riguardo le performance poi migliorano quelle per il trattamento degli infarti e per la riduzione delle fratture al femore, ma l’eccessiva frammentazione dei reparti e delle sale operatorie fa si che per molte tipologie di interventi, anche di rimozione di tumori, la casistica sia così bassa da non superare le soglie di sicurezza. Perché dove si trattano meno pazienti si commettono anche più errori.
Il quadro in chiaro scuro emerge dall’edizione 2023 del Piano nazionale esiti (Pne) curato dall’Agenas, l’Agenzia pubblica per i servizi sanitari regionali, che ha analizzato le performance di 1.400 ospedali pubblici e privati. Rivelando tra l’altro che un terzo dei punti nascita è ancora al di sotto della soglia minima di sicurezza di 500 parti l’anno, con la percentuale di parti cesarei in crescita ai livelli del 2017, quando erano il 23% del totale. Percentuale che sale notevolmente nei centri nascita di piccole dimensioni.
E nel confronto tra pubblico e privato è curioso constatare che mentre per tipologie di interventi e ricoveri anche importanti si fa fatica a recuperare i volumi pre-pandemici, nelle redditizie protesi ad anca, ginocchio e spalla il privato si mangia il grosso della torta superando i livelli precedenti all’era Covid: +22% per l’anca, +21% per il ginocchio, mentre sulle protesi alla spalla il peso del privato dal 2018 è salito dal 57 al 74%.
Ma vediamo per le principali aree di intervento performance e classifica degli ospedali migliori.
Area Cardiovascolare
Sull’infarto al miocardio per quanto riguarda la mortalità a 30 giorni dall’ammissione in ospedale, si è registrata nel 2022 una percentuale pari a 7,7%, poco al di sopra dell’atteso (7,0%), ma in diminuzione rispetto al 2020 (8,4%).
In merito alla tempestività di accesso all’angioplastica coronarica (PTCA) in pazienti affetti da infarto miocardico acuto con sopraslivvelamento del tratto ST (STEMI), la proporzione effettuata entro 90’ è rimasta complessivamente costante nel triennio, passando da un valore mediano del 56% nel 2020 al 57% nel 2022.
Considerando le strutture con almeno 100 ricoveri per infarto STEMI, 65 su 152 presentano proporzioni di PTCA entro 90’ superiori alla soglia di sicurezza del DM 70/2015 (60%).
Riguardo il by-pass coronarico è ulteriormente diminuito il numero di strutture sopra la soglia minima di sicurezza pari a 200 interventi l’anno, che dal 33% sono passate al 24%. Come dire che in 3 strutture su 4 si fanno così pochi interventi da mettere in pericolo i pazienti. Nonostante questo, la mortalità è sotto la soglia del 4% indicata dal DM 70 del 2015.
Detto questo ospedali e cliniche sono stati valutati per 6 indicatori dell’area cardiovascolare: Infarto Miocardico Acuto: mortalità a 30 giorni; STEMI: proporzione di trattati con PTCA entro 90 minuti dall’accesso nella struttura di ricovero/service; Scompenso cardiaco congestizio: mortalità a 30 giorni; Bypass aorto-coronarico isolato: mortalità a 30 giorni; Valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache: mortalità a 30 giorni; Riparazione di aneurisma NON rotto dell’aorta addominale: mortalità a 30 giorni.
Alla fine l’unico ospedale con livello di qualità molto alto è risultato il Careggi di Firenze.
17 strutture raggiungono un livello di qualità alto: Ospedale Mauriziano Umberto I (Torino), Humanitas Gavazzeni (Bergamo), Fondazione Poliambulanza (Brescia), Centro Cardiologico Fondazione Monzino (Milano), IRCCS S. Raffaele (Milano), Ist. Clinico Humanitas (Rozzano), Ospedale di Treviso, Ospedale di Mestre, Ospedale di Vicenza, Presidio Ospedaliero Cattinara e Maggiore (Trieste), Presidio Ospedaliero SMM (Udine), IRCCS Policlinico S. Orsola (Bologna), Stabilimento Umberto I – G. M. Lancisi (Ancona), Policlinico Universitario A. Gemelli (Roma), Az. Osp. Univ. Policlinico Tor Vergata (Roma), P.O. Clinicizzato SS. Annunziata (Chieti), AO OR S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona (Salerno).
Area muscolo scheletrica
Per quanto riguarda la frattura del collo del femore, la concentrazione della casistica risulta lievemente migliorata rispetto al biennio precedente, con 418 strutture (61%) che hanno raggiunto la soglia dei 75 interventi/annui indicata dal DM 70/2015, coprendo il 96% dell’attività chirurgica complessiva. Permangono 173 strutture (25%) con volumi di attività particolarmente esigui
La proporzione mediana di pazienti di età ≥65 anni operati tempestivamente è leggermente aumentata rispetto all’anno precedente: 53% rispetto al 48% nel 2021. Gran parte delle strutture italiane, tuttavia, fa registrare proporzioni al di sotto della soglia minima indicata dal DM 70/2015 (60%).
L’area osteomuscolare è stata valuta sulla base di tre indicatori: Frattura del collo del femore: intervento chirurgico entro 48 ore dall’accesso nella struttura di ricovero nei pazienti di età ≥65 anni; Intervento di protesi di anca: riammissioni a 30 giorni; Intervento di protesi di ginocchio: riammissioni a 30 giorni.
Alla fine un livello di qualità molto alto lo raggiungono 28 strutture: Ospedale Maggiore Chieri, Presidio Sanitario Gradenigo (Torino), Policlinico San Marco Osio Sotto, Policlinico San Pietro (Ponte San Pietro), Ospedale di Suzzara, Osp. San Pellegrino (Castiglione delle Stiviere), Ospedale M. O. Antonio Locatelli (Piario), Ist. Clin. Humanitas (Rozzano), Irccs Policlinico San Donato (San Donato Milanese), Ospedale Aziendale di Bressanone, Presidio Ospedaliero S. Chiara (Trento), Ospedale di Rovereto, Casa Di Cura Pederzoli (Peschiera del Garda), Ospedale di Feltre, Ospedale di Conegliano, Ospedale di Portogruaro, Ospedale di Cittadella, Ospedale Nuovo Valdarno (Montevarchi), Stabilimento di Fabriano, Ospedale CTO. A. Alesini (Roma), Casa di Cura S. Anna (Pomezia), Azienda Osp. S. Giovanni-Addolorata (Roma), Policl. Univ. Campus Bio Medico (Roma), Ospedale Regionale F. Miulli (Acquaviva delle Fonti), P.O. Trigona (Noto), Ist.Ort. Villa Salus I. Galatioto Srl (Melilli), Casa di Cura Igea Snc (Partinico), Casa di Cura Noto Pasqualino Srl (Palermo).
Chirurgia oncologica
Per quanto riguarda il tumore maligno alla mammella il numero di unità operative con volume di attività uguale o superiore alla soglia di sicurezza di 150 interventi l’anno è risultato pari a 156; il valore corrispondente di casistica è stato del 77% sul totale degli interventi effettuati a livello nazionale, in aumento rispetto al 74% del 2021 e al 67% del 2020.
Il tumore maligno del pancreas è invece l’unico tra quelli ad elevato impatto a non aver subito nel periodo della pandemia una significativa contrazione dei volumi. In fase pandemica, il numero degli interventi è rimasto pressoché invariato rispetto al trend (-0,6% nel 2020 e -2,2% nel 2021), mentre nel 2022 si è registrato un aumento rispetto al valore atteso (+2,7%). A dispetto dell’elevata complessità dell’intervento, si segnala però un numero non trascurabile di strutture (163, pari al 16% della casistica complessiva) al di sotto dei 10 interventi l’anno, considerata soglia minima di sicurezza.
Per una valutazione complessiva delle strutture sulla chirurgia oncologica sono stati considerati tre indicatori: proporzione di nuovi interventi di resezione entro 120 giorni da un intervento chirurgico conservativo per tumore maligno della mammella; Intervento chirurgico per tumore al polmone: mortalità a 30 giorni; Intervento chirurgico per tumore al colon: mortalità a 30 giorni.
Alla luce di tutto ciò 4 strutture sono risultate di livello molto alto: Ospedale di Mestre, Azienda Ospedale Università di Padova, Stabilimento Umberto I – G. M. Lancisi (Ancona), Policlinico Universitario A. Gemelli (Roma).
Le 28 strutture con livello di qualità alta sono: Az. Ospedaliera S. Croce e Carle (Cuneo), Humanitas Gavazzeni (Bergamo), Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi (Varese), Pres. Ospedaliero Spedali Civili (Brescia), Ospedale S. Gerardo (Monza), Ospedale Ca’ Granda-Niguarda (Milano), IRCCS S. Raffaele (Milano), Istituto Europeo di Oncologia (Milano), Ist. Clin. Humanitas (Rozzano), Casa di Cura Pederzoli (Peschiera del Garda), Ospedale di Treviso, Presidio Ospedaliero SMM (Udine), Ospedale Morgagni-Pierantoni (Forlì), Azienda Ospedaliero-Universitaria (Parma), Azienda Ospedaliero-Universitaria (Modena), IRCCS Policlinico S. Orsola (Bologna), Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, Az. Ospedaliero – Universitaria Careggi (Firenze), Az. Osp. San Camillo-Forlanini (Roma), Policlinico Umberto I(Roma), P.O. Spirito Santo (Pescara), A.O.U. Federico II di Napoli, Ospedale Lecce V. Fazzi, Istituto Tumori Giovanni Paolo II (Bari), Consorziale Policlinico Bari, Ospedali Riuniti di Foggia, Nuovo Ospedale Garibaldi – Nesima (Catania).
(da agenzie)

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IL PIANO MATTEI DELLA MELONI E’ UNA PATACCA: NEL 2024 STANZIATI SOLO 200 MILIONI PER L’AFRICA, TOLTI AI FONDI PER IL CLIMA

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

LO SBANDIERATO PROGETTO DI COOPERAZIONE E SVILUPPO CON L’AFRICA E’ FONDATO SUL NULLA

Il 13 ottobre scorso, parlando in conferenza stampa durante la visita di Stato in Mozambico, la premier Meloni ha annunciato che la presentazione del piano Mattei, prevista per novembre, slitterà a gennaio. Ufficialmente, il rinvio è causato dall’instabilità del contesto internazionale, aggravato dal nuovo conflitto in Medio Oriente. Ma più passa il tempo, più si moltiplicano i dubbi sulla reale consistenza del progetto di cooperazione e sviluppo con l’Africa, immaginato dal governo italiano. E considerato cruciale, per convincere i Paesi africani a fermare i flussi di migranti in arrivo dall’Italia.
Da questo punto di vista, le indicazioni che arrivano dalle bozze della legge di bilancio appena varata dall’esecutivo non sono confortanti.
La manovra infatti istituisce il “Fondo italiano per la cooperazione orizzontale per l’Africa”, che dovrebbe essere il cuore del piano Mattei. Tuttavia, la dotazione economica appare al momento molto limitata, rispetto alle ambizioni di un piano, che aspira a cambiare il volto del continente africano. Al momento infatti vengono stanziati appena 200 milioni “per ciascuno degli anni 2024, 2025 e 2026”. Totale, 600 milioni per tutta l’Africa.
Una partita di giro
Il fondo – sotto la responsabilità diretta della Presidenza del Consiglio – è destinato “alla concessione di finanziamenti, per la realizzazione di interventi di cooperazione per lo sviluppo nell’ambito dei Paesi 73 africani, assicurando priorità ai progetti nel settore agricolo e solare fotovoltaico”. Le perplessità aumentano quando si scopre il canale da cui arrivano queste risorse.
I soldi che servono ad alimentare i finanziamenti per i progetti in territorio africano infatti vengono sottratti da un’altro capitolo strategico per l’azione del governo, cioè il “fondo italiano per il clima”, creato nel 2021.
Nella legge che istituiva questa cassaforte, peraltro, si specificava come le risorse appostate potessero essere utilizzate anche “a favore di Paesi destinatari di aiuto pubblico allo sviluppo”. In pratica, i progetti di cooperazione a cui erano destinati gli stanziamenti del fondo clima sono in buona parte sovrapponibili, a quelli per cui vengono dirottati ora nel fondo per l’Africa.
Messa così, sembra una partita di giro, un’operazione di maquillage, senza un reale esborso di soldi in grado di mutare lo stato delle cose. Nel testo dell’articolo della legge di Bilancio che istituisce il fondo per l’Africa si specifica però come “la dotazione può essere incrementata dall’apporto finanziario di soggetti pubblici o privati, nazionali o internazionali”.
Per ora, da parte degli altri grandi Paesi europei, si è registrata una certa diffidenza verso la strategia italiana. Forse a gennaio scopriremo se il piano di Meloni avrà successo, nel rilanciare la cooperazione con i Paesi africani e così rallentare i flussi migratori. O se, ancora una volta, l’Africa dovrà accontentarsi delle briciole.
(da Fanpage)

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LA VERA EMERGENZA DEL PAESE: 5,6 MILIONI DI ITALIANI VIVONO IN CONDIZIONE DI POVERTÀ ASSOLUTA. DI QUESTI, 1,27 MILIONI HANNO MENO DI 18 ANNI

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

L’INFLAZIONE FA AUMENTARE GLI INDIGENTI: NEL 2022 SONO 2,18 MILIONI (L’8,3% DEL TOTALE) … L’INCIDENZA MAGGIORE È AL SUD, DOVE PIÙ DI UNA FAMIGLIA SU DIECI VIVE IN POVERTÀ ESTREMA. QUASI IL DOPPIO RISPETTO AL NORD ITALIA

Gli italiani in povertà assoluta sono 5,6 milioni. Di questi, 1,27 milioni hanno meno di 18 anni. I dati dell’Istat tracciano una fotografia di disagio economico e sociale con pochi precedenti. L’inflazione morde a più riprese e diventa un giogo tale da stringere i vincoli di bilancio di persone e imprese. Nel 2022, si spiega, sono poco più di 2,18 milioni le famiglie indigenti. Erano il 7,7% del totale nel 2021, sono state l’8,3% nello scorso anno.
L’incidenza maggiore è nel Mezzogiorno, dove più di una famiglia su dieci è in condizioni estreme. Quasi il doppio rispetto al Settentrione. Preoccupa, in ottica di stabilità sociale, la percentuale di famiglie con «almeno uno straniero» in situazione di povertà assoluta, il 28,9%, rispetto ai nuclei «composte solamente da italiani», il 6,4%. Un fenomeno che potrebbe creare diffuse tensioni nelle aree metropolitane.
L’inflazione monstre che ha caratterizzato il finale del 2021 e tutto lo scorso anno ha distrutto reddito ed eroso ricchezza. A tal punto ci si deve aspettare una situazione ancora peggiore per il 2023. In larga misura l’aumento osservato, spiega Istat, «è imputabile alla forte accelerazione dell’inflazione registrata nel 2022, il cui impatto è risultato particolarmente elevato per le famiglie meno abbienti (+12,1% la variazione su base annua dei prezzi stimata per il primo quinto di famiglie)». In altre parole, fa notare Istat, le famiglie «non hanno tenuto il passo dell’inflazione».
La risultante dei dati sul 2022 non stupisce. «I dati Istat sulla povertà mettono in evidenza un’Italia che soffre alla quale occorre dare risposte urgenti. Tra queste risposte c’è anche quella del volontariato. Ed è dal nostro osservatorio di aiuto che notiamo una crescita dei bisogni essenziali», fa notare Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana. Nel 2022 la Cri, stando al suo bilancio sociale, attraverso i Comitati territoriali ha aiutato molte famiglie con la consegna di pacchi alimentari.
Un dato pari a oltre 400mila pacchi consegnati, quasi il doppio del 2021, a cui si aggiunge il dato della distribuzione di aiuti attraverso le Unità di Strada, pari a oltre 1 milione e 200mila generi alimentari, +44% rispetto al 2021.
La Cri registra anche una distribuzione di buoni spesa nel 2022 pari a un valore complessivo di circa un milione e mezzo di euro per circa 30mila carnet di ticket donati. In totale, si rimarca, «sono 8.871 le tonnellate di generi alimentari donati attraverso la nostra rete di aiuto in collaborazione con il Fondo aiuti europei agli indigenti (Fead) nel 2022 a cui si aggiungono quelli organizzati con partner e donatori del settore agroalimentare e della grande distribuzione».
(da agenzie)

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MANOVRA, MATTEO SALVINI E’ IL VERO SCONFITTO: TUTTO QUELLO A CUI HA DOVUTO RINUNCIARE

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

TRADITA LA SUA BATTAGLIA SULLA LEGGE FORNERO, PERDE ANCHE SUI RINCARI PER GLI AFFITTI BREVI

Dopo i colpi da ko ricevuti sulla legge di Bilancio, Matteo Salvini ha preferito parlare di nuovo codice della strada, del terzo mandato da consentire ai sindaci, della centrale nucleare «che a Milano sarebbe un vanto», almeno secondo il suo giudizio. Nella lista degli argomenti toccati, il giorno dopo la diffusione delle bozze della manovra, c’è stato l’immancabile ponte sullo Stretto, la sua nuova bandiera politica. Tutto, insomma, pur di non sfiorare la parola pensioni.
Salvini si è dimostrato come sempre prolifico di dichiarazioni su tutto lo scibile politico delle ultime settimane, durante la sua partecipazione all’assemblea Anci a Genova. Il ministro ha manifestato la palese «perplessità» sulla nomina di Giuliano Amato alla presidenza della commissione algoritmi sull’intelligenza artificiale, trovandosi d’accordo con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e ha rilanciato la sua riforma del codice appalti.
Dall’armamentario di dichiarazioni del segretario della Lega è comunque sparita la madre di tutte – le sue – battaglie: la riforma delle pensioni contro «l’infame» (come l’ha sempre definita) legge Fornero, che va ad accompagnare la flat tax nel capitolo “promesse abbandonate”.
FORNERO RAFFORZATA
Salvini ha costruito mezza carriera con la battaglia sul sistema previdenziale, promettendo mari e monti. Ora deve ingoiare la quota 104, firmata dal governo Meloni di cui è vice, che inasprisce le precedenti regole ed è più severa della stessa legge Fornero. E dire che fino a qualche anno fa, con il governo Conte, quota 100 era vissuta come una diminutio rispetto alle sue ambizioni.
«A ripristinare la versione ‘dura’ della legge Fornero ci hanno pensato Meloni e Salvini, i due politici che in questi anni sono passati dal 4 al 30 per cento, giurando solennemente che una volta al governo avrebbero abolito la legge Fornero», ha osservato il deputato di Italia viva, Luigi Marattin.
L’inserimento dei disincentivi non è un dettaglio, perché rendono il testo effettivamente una Fornero strong: chi andrà in pensione alla maturazione dei requisiti (63 anni più 31 di contributi), dovrà fare i conti con delle penalizzazioni, ossia un ricalcolo della quota contributiva.
La propaganda salviniana di “quota 41” si è infranto contro il muro della realtà. Nella manovra c’è piu l’adeguamento delle speranze di vita, anticipato di due anni. E che non vanno di certo nella direzione auspicata dalla Lega. Nell’inner circle salviniano si tende a minimizzare: «Era tutto già noto». Ma i malumori ci sono.
Salvini vive con fastidio un’altra dinamica: ha dovuto bere l’amaro calice direttamente dalle mani del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che è vicesegretario del suo partito. Poco conta, però ai fini pratici: il Mef non fa sconti. Lo stesso Giorgetti, di recente, ha lanciato l’avviso ai naviganti: «Con questi tassi di natalità il sistema pensionistico non regge».
Non proprio la premessa per arrivare a quota 41 entro la fine della legislatura. Dalla Lega provano a minimizzare. «Salvini e Giorgetti erano insieme alla conferenza stampa di presentazione della manovra, più unità di così», è il ragionamento. E in effetti il leader leghista era gongolante a Palazzo Chigi per aver ottenuto lo strapuntino del finanziamento del ponte, immaginandosi come il vero vincitore della manovra. Il ministro, invece, era soddisfatto per aver ottenuto dal segretario del suo partito il via libera alla strategia «emendamenti zero» in parlamento.
Un’idea che il numero uno del Mef aveva accarezzato da settimane. Ma i due dioscuri della Lega hanno condiviso solo i titoli. Scorrendo la bozza della legge di Bilancio qualcosa è andato storto.
FUORI PROVINCIA
E le pensioni sono il colpo più duro inferto alla propaganda di Salvini, quello più visibile. Nel provvedimento spiccano altre note dolenti. Una tra queste è il taglio di risorse riservato alle province. Salvini ha promesso più volte di rimetterle in carreggiata.
Ancora mercoledì ha ribadito: «È sbagliato procrastinare la reintroduzione delle province, bisogna avere il coraggio di portare avanti anche le battaglie meno popolari». Ed è un’iniziativa condotta dall’inizio della legislatura, tanto che al Senato è stato incardinato il disegno di legge per ripristinarle pienamente dopo il ridimensionamento realizzato dalla riforma Delrio. Buoni propositi, insomma.
I fatti dicono, ancora una volta, altro: la manovra ha messo in conto un taglio di 50 milioni di euro per città metropolitane e province. Una «incoerenza» che il presidente dell’Upi, Maurizio De Pascale, ha voluto sottolineare.
«Fare cassa sui territori non potrà che aggiungere nuove tensioni a quelle che già si fanno sentire nel Paese e avrà pesanti ripercussioni sui servizi ai cittadini», ha aggiunto De Pascale. Insomma: conta poco la reintroduzione del voto per l’elezione dei presidenti se poi gli enti non vengono sostenuti da un adeguato trasferimento delle risorse.
A chiudere il triplete di amarezze per Salvini c’è la questione affitti brevi, quelli inferiori a 30 giorni. I rincari sulla cedolare secca, dal 21 al 26 per cento, non sono un segnale di apertura al mercato di “libertà” dei cittadini, come ama ripetere il leader della Lega.
«La proprietà privata è sacra, ognuno deve essere libero di decidere come mettere a reddito il proprio immobile», ha sostenuto poche settimane fa, quando era in corso il dibattito sul disegno di legge preparato appositamente dalla ministra del Turismo, Daniela Santanchè.
Prima ancora che il testo venga esaminato dal parlamento, il governo ha indicato già la direzione. Ed è opposta a quella del ministro delle Infrastrutture. Perciò meglio pensare ad altro. Anche perché dal Paese reale arrivano solo notizie preoccupanti. L’Istat ha certificato nel 2022 un aumento della povertà assoluta con 2 milioni e 180mila famiglie (+8,3 per cento rispetto all’anno precedente) che vivono in questa condizione. In termini numerici sono oltre 5 milioni e mezzo di persone, che pagano il prezzo più alto all’inflazione.
(da La Repubblica)

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IL TAGLIO DELLE PENSIONI FUTURE PER DIPENDENTI COMUNALI, MEDICI, INFERMIERI E MAESTRE: PERDITE FINO A 7.000 EURO

Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile

L’ART. 34 DELLA LEGGE DI BILANCIO PENALIZZA ALCUNE CATEGORIE CHE HANNO INIZIATO A LAVORARE PRIMA DEL 1996

Un taglio della pensione per maestre, infermieri, medici pubblici, ufficiali giudiziari e dipendenti comunali che hanno iniziato a lavorare prima del 1996. E, per le stesse categorie, un incremento per le stesse categorie dell’onere richiesto per il riscatto della laurea. Con una potenziale platea di 300 mila persona. È questo l’effetto dell’articolo 34 della Legge di Bilancio nella versione della bozza attualmente in circolazione. Un capitolo della previdenza prevede la riduzione della pensione futura per dipendenti comunali, della sanità e maestre. E che, in base a un’elaborazione dei sindacati Confsal-Unsa Fials-Unsa prevede perdite fino a 7 mila euro per una base pensionabile ipotetica di 30 mila. Mentre l’uscita con Quota 104 a 63 anni con 41 di versamenti porterà a un taglio del 4% dell’emolumento.
La riduzione
A parlare della riduzione delle pensioni future per i dipendenti comunali, della sanità e le maestre è oggi Il Messaggero. Il quotidiano cita i dati dei sindacati e il testo dell’articolo 34 della manovra. Il titolo della norma è “Adeguamento aliquote rendimento gestioni previdenziali”. Nel primo dei tre commi si spiega che «a decorrere dal 1° gennaio 2024 le quote di pensione a favore degli iscritti alla Cassa per le pensioni ai dipendenti degli Enti locali (CPDEL), alla Cassa per le pensioni dei sanitari (CPS) e alla Cassa per le pensioni agli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate (CPI), liquidate secondo il sistema retributivo per anzianità inferiori a 15 anni, sono calcolate con l’applicazione dell’aliquota prevista nella tabella di cui all’Allegato II alla presente legge». La stessa cosa vale per gli «iscritti alla cassa per le pensioni agli ufficiali giudiziari, agli aiutanti ufficiali giudiziari ed ai coadiutori (CPUG)». E si specifica che «l’applicazione dei commi da 1 a 4 non può comportare un trattamento pensionistico maggiore rispetto a quello determinato secondo la normativa precedente».
Le gestioni previdenziali coinvolte
Le gestioni previdenziali che fanno parte della questione sono la Cassa per le pensioni dei dipendenti comunali (Cpdel), la Cassa per le pensioni dei sanitari (Cps), quella per gli insegnanti di asilo e delle elementari (Cpi) e quella degli ufficiali giudiziari (Cpug). Sono tutte confluite nell’Inpdap e successivamente nell’Inps. Le novità riguardano chi lascia il servizio con una quota di pensione retributiva inferiore ai 15 anni. Ovvero a chi cominciato a lavorare tra il 1981 e il 1995. Per il retributivo la tabella delle aliquote che risale al 1965 sarà sostituita da un’altra, inserita come allegato nella Legge di Bilancio e pubblicata anche dalla Cosmed, Confederazione dei medici e dei dirigenti della sanità. La differenza tra le due tabelle è che la prima “regalava” fondi anche a chi aveva zero mesi di retribuzione, per arrivare poi a 0.,375 in un periodo di 15 anni.
Quanto ci perdono dipendenti comunali, medici e maestre
La seconda parte dal valore 0 per arrivare alla stessa cifra. Le aliquote, moltiplicate per la retribuzione pensionabile, danno la quota di pensione spettante. E quindi se la carriera precedente al 1996 è stata corta, la quota risulta più bassa. Considerando una base ipotetica pensionabile pari a 30 mila euro, il taglio della quota della pensione è di:
7.159 euro il primo anno (zero anni di contributi);
6.587 euro il secondo (un anno di contributi);
6.028 il terzo (due anni di contributi);
E così via fino al 14esimo anno, quando il taglio ammonta a 382 euro. Le stesse aliquote si usano per il riscatto degli anni dell’università. Quattro anni arrivano a costare 66 mila euro invece di 19 mila.
Quota 104
«Le pensioni», dice il Segretario generale Cosmed Giorgio Cavallero, «non sono un regalo. Tutti i contributi sia di parte datoriale che a carico dei dipendenti vengono da sempre sottratti dalle risorse contrattuali. In particolare gli aumenti contrattuali vengono decurtati del 37% per alimentare gli accantonamenti previdenziali, e inoltre il 33% delle retribuzioni viene destinato per la pensione futura. Semmai sono gli evasori che beneficiano di pensioni non sostenute dalla contribuzione». E poi c’è Quota 104. Se il capitolo previdenza sarà confermato dal testo finale della legge di bilancio, cambierà il rapporto tra il coefficiente di trasformazione per l’età di uscita e quello dell’età di vecchiaia. Il Sole 24 Ore spiega che così si assottiglierà la”fetta” retributiva. Che dovrebbe subire una “penalità” di circa il 12%.
Il taglio del 4%
Con il risultato di riverberarsi con un taglio appunto attorno al 4% dell’importo totale dell’assegno, visto che in questo caso la parte legata alla retribuzione rappresenta mediamente circa un terzo della pensione complessiva. Nel caso di un trattamento di circa 2.500 euro lordi al mese si perderebbero quindi circa 100 euro. I lavoratori, come già accade ora con Quota 103, potranno comunque anche decidere di non accedere a Quota 104 beneficiando di un “premio”. Ovvero il mantenimento nella busta paga della trattenuta contributiva del 9,19% a loro carico, sulla falsariga del cosiddetto “bonus Maroni”. Che però si riduce fino a circa il 2% nei casi in cui scatta la decontribuzione.
(da Open)

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