Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
GHISLERI: “LE PERSONE HANNO COMPRESO CHE È DIFFICILE CREDERE NELLA REALIZZAZIONE DI UN CAMBIAMENTO CHE AIUTI A PIANIFICARE LA PROPRIA VITA FUTURA. SI SENTONO SUDDITI DI DECISIONI PRESE ALTROVE, DA ÉLITE ESTERNE AI CANALI ISTITUZIONALI”
In tema di sciopero nazionale lo scontro verbale tra il Ministro Matteo Salvini e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini è stato interpretato dall’opinione pubblica principalmente come uno scontro politico (37,3%) legato alle opportunità di entrambi di far emergere la propria immagine (25,6%). Qualcuno lo ha letto come un vero e proprio scontro personale (11%), mentre il 17,6%, poco meno di un cittadino su 5, lo ha interpretato come un vivace diverbio basato su ragioni valide per entrambi.
Il sospetto che serpeggia tra l’opinione pubblica è che oggi gli scioperi abbiano importanti difficoltà a dimostrarsi utili ai fini della tutela del lavoro e dei lavoratori (64,4%).
Di questo parere sono soprattutto gli elettori aderenti ai partiti della maggioranza. Tuttavia, anche tra le fila delle opposizioni molti sono i cittadini che nutrono dei dubbi, come il 35,3% dei sostenitori del Partito Democratico, il 44,1% degli elettori del Movimento 5 Stelle e più del 70% degli elettori di Azione e Italia Viva.
Il dato che sorprende è quel 56,8% di lavoratori dipendenti che non legge alcun vantaggio e risultati validi nello scioperare. Insomma, i tempi sono cambiati e appaiono più complicati per gli scioperi.
Il principale sospetto che scaturisce è che tutto sia in funzione di una maggiore visibilità e per la parte politica anche una possibile leva in vista delle elezioni europee previste per giugno 2024.
Il tema è che per chi non aderisce alle linee guida del sindacato non è più sentita una grande movimentazione. Molte persone che potrebbero condividere le ragioni dello sciopero non si ritrovano nelle indicazioni delle grandi sigle sindacali e quindi si sentono escluse a loro volta. L’Istat certifica in Italia su circa 23,7 milioni di lavoratori – dati di settembre 2023 – circa 3 su 4 non si sentono rappresentati da almeno una sigla sindacale, come l’86,7% di coloro che non hanno un’occupazione.
Il 67,9% degli intervistati comprende le ragioni degli scioperi anche al di là del disturbo che provocano. È calata la fiducia in quel rito che dovrebbe essere utile ad affermare il bisogno di tenere conto degli interessi dei lavoratori. Quell’esercizio della pressione nei confronti del governo o di altri soggetti, che potrebbe avere come valore di riferimento una nuova definizione di crescita politica, sociale ed economica del Paese.
Una crisi di rappresentanza che intercorre oggi fra l’intera società, la politica e le istituzioni. Le persone hanno compreso che è difficile, se non impossibile, credere nella realizzazione di un cambiamento che aiuti a migliorare la propria situazione e a pianificare la propria vita futura. Si sentono sempre più spesso sudditi di decisioni che vengono prese altrove, da élite esterne ai canali istituzionali, oltre i confini
(da La Stampa)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
L’AVIAZIONE ISRAELIANA HA DELIBERATAMENTE COLPITO UN CONVOGLIO DI SFOLLATI
Non si sono arrestati neppure la scorsa notte i bombardamenti
israeliani nella Striscia di Gaza: secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa, almeno 13 persone sono rimaste uccise in un raid a una casa nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia. Inoltre, secondo l’agenzia palestinese, una donna e sua figlia sono state uccise in un bombardamento di una casa a sud-est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
L’aviazione dello stato ebraico tuttavia è tornata a prendere di mira anche i sanitari che assistono i gazawi: ieri pomeriggio, infatti, un familiare di un membro dello staff di Medici Senza Frontiere (MSF) è stato ucciso, e un altro è rimasto ferito, in un attacco contro un convoglio dell’organizzazione umanitaria che cercava di evacuare 137 persone intrappolate da una settimana a causa degli scontri intorno all’ospedale di Al Shifa, a Gaza.
Il convoglio di MSF, composto da cinque mezzi con il simbolo dell’organizzazione ben visibile (anche sui tetti), era partito alle 9 del mattino con 137 persone, composte da membri dello staff palestinese di MSF e i loro familiari, tra cui 65 bambini. Il convoglio ha lasciato i locali di MSF (guesthouse, ufficio e clinica situati vicino all’ospedale Al Shifa) per dirigersi verso il sud di Gaza e raggiungere un luogo più sicuro. Dall’11 novembre queste persone erano intrappolate a causa dei combattimenti e da allora MSF ha ripetutamente chiesto una loro evacuazione in sicurezza.
MSF aveva informato di questo trasporto entrambe le parti in conflitto. Il convoglio ha rispettato l’itinerario indicato dall’esercito israeliano e ha raggiunto la strada Salah Al Deen, insieme ad altri civili che cercavano di lasciare la zona. Dopodiché si è diretto verso l’ultimo checkpoint nei pressi di Wadi Gaza, in quel momento sovraffollato a causa dei lunghi controlli sui palestinesi da parte delle forze israeliane. Malgrado le informazioni condivise con le forze armate israeliane, non è stato permesso al convoglio di MSF di attraversare il checkpoint per ore. Durante l’attesa, lo staff di MSF ha sentito degli spari, per paura il convoglio ha deciso di rientrare nella sede di MSF, situata a circa 7 chilometri dal checkpoint.
Sulla via del ritorno, tra le 15.30 e le 16.00, il convoglio è stato attaccato in via Al-Wehda, nei pressi dell’incrocio con via Said Al A’as, vicino all’ufficio di MSF. Due mezzi di MSF sono stati deliberatamente colpiti, uccidendo un familiare di un membro dello staff e ferendone un altro. MSF chiede ancora una volta di consentire con urgenza l’evacuazione del suo staff e di migliaia di altre persone, intrappolate dai combattimenti e che vivono in pessime condizioni nel nord di Gaza.
(da Fanpage)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
A BUENOS AIRES E’ SFIDA ALL’ULTIMO VOTO TRA IL PERONISTA MASSA E L’ULTRALIBERISTA ESTREMISTA TRUMPIANO MILEI
L’Argentina in bilico, dai manifesti con Maradona alle Madres de Plaza
Venerdì sera, a poche ore dal ballottaggio che deciderà il futuro dell’Argentina, il candidato dell’estrema destra Javier Milei si è presentato al prestigiosissimo Teatro Colón di Buenos Aires, dove andava in Scena Madamme Butterfly.
Quando è stato riconosciuto durante l’intermezzo, il pubblico ha cominciato a insultarlo a coro: “Milei tu sei la dittatura” scandivano da ogni dove, e qualche membro dell’orchestra si pure spinto ad accompagnare col proprio strumento. Una scena inedita, specie in uno dei teatri simbolo dell’élite “porteña”, che descrive però molto bene quel che si vive in Argentina da diverse settimane.
La polarizzazione politica è palpabile nelle strade, tappezzate con le facce dei due candidati che si affrontano questa domenica alle urne: l’attuale ministro dell’Economia, Sergio Massa, e l’eccentrico economista “anarcocapitalista”, Milei.
È proprio quest’ultimo a suscitare le reazioni più forti. Da star dei talk-show politici, dove il suo atteggiamento aggressivo e spregiudicato e la sua peculiare capigliatura gli hanno reso una fama nazionale, Milei è approdato all’arena politica solo due anni fa, grazie al sostegno di alcuni potenti imprenditori per i quali è stato consulente economico, diversi operatori politici in cerca di un marchio vincente da piazzare su una scheda elettorale e, appunto, i media amici.
Nel 2021 è riuscito a entrare in parlamento, dove ha portato le sue invettive contro “la casta politica” e le sue teorie contro il welfare. Secondo Milei infatti il grande problema dell’Argentina, sprofondata da anni in una crisi economica e sociale che non sembra aver fine, è lo Stato. E la soluzione sta proprio nel ridurlo ai suoi minimi termini: “dare fuoco” alla Banca Centrale, privatizzare istruzione, sanità e servizi sociali, adottare il dollaro come moneta nazionale, sregolare il mercato. Nei suoi interventi più eclatanti Milei ha addirittura parlato di legalizzare il mercato di armi, di organi o di bambini: se il mercato esiste, lo stato deve lasciar fare.
L’eccentricità di Milei raccoglierebbe ben pochi consensi se la situazione argentina non fosse davvero drammatica. L’inflazione è schizzata al 143% su base annua, il potere d’acquisto polverizzato, il tasso di cambio del dollaro, valuta di riferimento per il prezzo dei beni durevoli, è aumentato del 160% rispetto al Peso argentino da gennaio e la povertà si attesta intorno al 40% della popolazione. Un disastro che affligge specialmente i più giovani, la principale base elettorale del partito di Milei, La Libertad Avanza. In un paese dove si può votare a partire dai 16 anni, la maggior parte degli elettori under 20 non conosce un altra realtà che non sia segnata dalle ristrettezze economiche e l’inefficienza dell’amministrazione pubblica. A cui si aggiungono gli scandali di corruzione di cui la dirigenza politica tradizionale è stata spesso protagonista.
Sergio Massa, ministro dell’economia del governo di centrosinistra di Alberto Fernandez, è forse uno dei personaggi simbolo di quella leadership deprecata dalla gioventù “libertaria”.
Formato politicamente nella destra liberale dell’Argentina post dittatura, ha ricoperto cariche pubbliche in quasi tutti i governi, da destra a sinistra, negli ultimi 22 anni. I suoi manifesti per le strade di tutto il paese sono spesso imbrattati con la parola “chorro”, ladro, epiteto dispregiativo che Milei pronuncia religiosamente ogni volta che si riferisce a un politico tradizionale.
La gestione economica di Massa, figlio di un imprenditore edile siciliano e di una casalinga originaria di Trieste, è decisamente negativa, e il suo successo elettorale solo si spiega grazie al timore che suscita il suo rivale. Che nelle settimane precedenti al ballottaggio ha riscosso un caloroso appoggio anche da parte dei nostalgici della dittatura militare (1976-1983).
La sua candidata a vice, Victoria Villarruel, figlia di un gerarca dell’esercito legato al sistema di campi di concentramento creati dal regime negli anni ’70, e che nel 1987 si è pure rifiutato di giurare fedeltà alla costituzione, ha più di una volta messo in discussione le condanne contro i responsabili della tortura e sparizione di 30.000 persone sotto il governo delle Forze Armate. Figli di desaparecidos, le emblematiche Madres de Plaza de Mayo, famigliari e vittime del terrorismo di stato hanno lanciato l’appello negli ultimi giorni a “battere Milei” questa domenica.
Sfida all’ultimo voto
Nelle strade di Buenos Aires intanto restano i segni della campagna elettorale che si è chiusa venerdì. Alla Boca, storico quartiere fondato da immigrati genovesi, si ricorda il sostegno esplicito che Diego Armando Maradona diede a Sergio Massa quando era ministro degli interni nel governo di Cristina Kirchner: “La Boca sa che Dieguito voterebbe per Massa”, si legge in alcuni manifesti.
Ma se la paura verso l’estrema destra vince chiaramente la battaglia sui muri delle città, nelle urne la situazione sembrerebbe ben diversa. Tutti i sondaggi prevedono un testa a testa serratissimo tra i due candidati. Sebbene Milei vanta ancora un lieve vantaggio, gli indecisi rappresentano, a poche ore del voto, circa il 10% dell’elettorato. Un finale incerto, tesissimo, per una delle elezioni più singolari di sempre nel paese latinoamericano.
(da la Stampa)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
“I PAESI A BASSA TASSAZIONE SONO QUELLI POVERI”: SPIEGA L’ECONOMISTA DI BERKLEY
«La tassazione dei patrimoni dell’1% capitale più ricco del pianeta
può aiutare l’economia di molti paesi e rafforzare la fiducia nel sistema economico. Perché ormai i cittadini sanno che sono i ricchi, tramite sistemi consolidati, coloro che più facilmente evadono (o eludono ndr) le tasse».
La granitica convinzione dell’economista Gabriel Zucman, classe 1986, professore a Science Po e Berkley, direttore dell’Osservatorio fiscale sulla tassazione europea – che ha appena pubblicato l’ultimo report – e recentemente vincitore della medaglia John Bates Clark per i suoi «fondamentali contributi nel campo della scienza delle finanze», non è scalfita nemmeno dai dati sull’andamento dei versamenti fiscali in Italia, con gli ultimi dati che parlano di un 47% di cittadini che non presentano dichiarazione fiscale, risultando a carico di qualcun altro, e un poco credibile 13.95% di italiani come unica percentuale a dichiarare redditi superiori ai 35mila euro.
Professor Zucman, nel report che l’Osservatorio ha pubblicato quest’anno, oltre agli ultimi dati fate una valutazione sugli ultimi 10 anni di politiche fiscali in Europa e non solo. Quali sono le conclusioni alla luce del lavoro fatto in tutto questo periodo di tempo?
«La questione dell’evasione fiscale è stata al centro della politica internazionale negli ultimi 15 anni, con una serie di iniziative importanti, e quello che cerchiamo di fare in questo report è valutare cosa ha funzionato, cosa non ha funzionato e cosa resta da fare. Quindi, il breve riassunto è che abbiamo cose buone, cattive e pessime. La parte buona è che grazie allo scambio automatico di informazioni bancarie, c’è meno evasione fiscale attraverso conti bancari nascosti off-shore. Perché le banche, anche quando si trovano nei paradisi fiscali, devono riferire alle autorità nazionali degli altri paesi sui conti che gestiscono. Questo è un bene. Si tratta di un nuovo modello di cooperazione internazionale che è emerso abbastanza rapidamente e che dimostra qualcosa di molto importante, ovvero che l’evasione fiscale non è una legge di natura».
Cosa intende?
«Per decenni abbiamo pensato che non si potesse fare nulla contro il segreto bancario. Si affermavano cose come “Se la Svizzera vuole avere leggi molto rigide sulla segretezza bancaria cosa possiamo fare? I ricchi nasconderanno sempre lì i loro beni”. Ora sappiamo che si può intervenire e che queste politiche possono fare davvero la differenza. Poi c’è la parte negativa. E la parte negativa è che l’evasione fiscale, da parte delle multinazionali, continua. C’è un trilione di euro, in profitti, che viene spostato ogni anno verso i paradisi fiscali. Nel 2021 c’era una grossa aspettativa perché 140 paesi e territori si dissero d’accordo sul fatto che il 15% dei profitti delle multinazionali andava lasciato alla tassazione nazionale. Ma era un accordo molto debole e non sta facendo la differenza. In pratica le aziende multinazionali stanno riuscendo a pagare meno del 15%. Quindi resta ancora molto da fare. Infine, c’è poi c’è la parte pessima, che evidenzia la mancanza di qualsiasi tentativo di occuparsi di quello che probabilmente è il tema chiave di oggi, ovvero un’aliquota fiscale effettiva per i miliardari molto bassa e molto poco degna. In un Paese come l’Italia, secondo i numeri più aggiornati che abbiamo, i diversi gruppi sociali pagano circa il 40, 50% del loro reddito in tasse, se includiamo le dirette e le indirette, le tasse sui salari, l’imposta sul reddito, l’Iva e così via. Ma i miliardari, invece, pagano il 20% del loro reddito in tasse o imposte».
Come fanno?
«Perché? Perché quando si è molto ricchi, è molto facile strutturare la propria ricchezza in modo tale da generare poco reddito imponibile. Così si evita l’imposta sul reddito. La proposta principale che formuliamo nel rapporto è quella di fissare un’imposta minima per i ricchi, così come esiste un’imposta minima, molto imperfetta, per le imprese. Dovremmo fare lo stesso per i miliardari globali, la proposta principale è una tassa minima del due per cento sulla ricchezza dei miliardari globali. Si tratta di meno di tremila individui. Eppure tassarli farebbe una enorme differenza perché hanno una grande ricchezza e quindi, secondo i nostri modelli economici, la tassa potrebbe raccogliere quasi 250 miliardi di dollari in più di entrate fiscali ogni anno».
Che impatto politico ha questa proposta? Chi vi sta dando maggiormente ascolto?
«Penso che ci sia un nuovo slancio verso idee del genere, perché c’è un numero crescente di prove, che sta diventando difficile da ignorare, sul fatto che i molto ricchi pagano tasse molto basse. Per fare un esempio, nel 2021, negli Stati Uniti, ProPubblica ha rivelato che una serie di miliardari, come Besoz, Musk e altri pagano zero tasse sul reddito. Oltre a questo ci sono molti studi in Italia, Francia, Paesi Bassi tra gli altri, che hanno quantificato questo aspetto in modo più sistematico e hanno scoperto che non si tratta di casi isolati ma c’è un vero e proprio modello di tassazione basso per i plurimiliardari. E’ una cosa molto difficile da accettare. Naturalmente, possiamo discutere su quale dovrebbe essere il livello adeguato di progressività della tassazione, ma sapere che la fascia più alta della società sia legalmente autorizzata a pagare molto meno della classe media o della classe operaia… Credo che quasi tutti siano d’accordo sul fatto che questo non è sostenibile, non è accettabile. Non può che aumentare il malcontento nei confronti del sistema fiscale e della politica e aumentare le disuguaglianze. Credo che tutti riconosciamo che non è sostenibile e dobbiamo fare qualcosa».
Che impatto stanno avendo queste rivelazioni?
«L’atteggiamento della politica sta cambiando in molti paesi. Così, negli Stati Uniti, ad esempio, Joe Biden, che per molto tempo ha fatto una campagna contro le proposte di tasse sulla ricchezza, ora è favorevole e ha introdotto la tassa sui miliardari nel suo programma presidenziale. In Brasile – che l’anno prossimo avrà la presidenza di turno del G20 – c’è un interesse per mettere questa tassa minima sui miliardari nell’agenda della futura discussione del G20 sulla tassazione internazionale. Quindi, per farla breve: 10 anni fa abbiamo fatto progressi sulla segretezza bancaria, poi c’è stata una spinta internazionale per la tassazione delle imprese multinazionali e ora, nei prossimi cinque o dieci anni, la priorità sarà la tassazione minima per i miliardari».
La politica italiana ha molta difficoltà a parlare di evasione fiscale e di tassazione sulla ricchezza. Di recente, quando il Partito democratico ha detto di voler tassare le rendite milionarie per pagare l’università ai giovani si è risposto “no, questo fermerà l’economia” e l’idea è stata accantonata. L’attuale governo di centrodestra era intenzionato a tassare gli extraprofitti bancari ma ha poi fortemente rivisto la proposta. Cosa pensa di questa altalenanza del dibattito pubblico italiano?
«L’Italia, come tutti i paesi che hanno bisogno di fare investimenti pubblici nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture, nella lotta contro la povertà e il cambiamento climatico ha bisogno di entrate fiscali. Tutti i paesi che sono diventati ricchi lo sono diventati perché hanno investito molto nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria di qualità, nelle infrastrutture pubbliche che funzionano e aiutano la produttività delle imprese. E’ necessario continuare perché se il processo si interrompe, uccide la crescita dell’economia e aumenta le disuguaglianze. Nessun Paese è diventato prospero grazie a tasse basse. I paesi che hanno tasse basse sono i paesi a basso reddito e in via di sviluppo. Dunque, è necessario spiegare che il percorso per ottenere più prosperità e più uguaglianza nel futuro, non passa attraverso “meno tasse”. Non è detto che siano più tasse nel complesso, ma serve un sistema fiscale più equo. Abbiamo bisogno di raccogliere i deficit fiscali degli attori economici che oggi pagano molto meno di quello che dovrebbero pagare. Bisogna partire da lì. In Italia c’è una grossa fetta di popolazione che paga molte tasse, quindi il punto non è aumentare le tasse di tutti, ma aumentarle ai molto ricchi e ai grandi attori economici, che sono anche gli attori economici che hanno maggiormente beneficiato dell’organizzazione e dei cambiamenti tecnologici degli ultimi quarant’anni. Queste persone sono diventate molto ricche e mentre la loro ricchezza pre tasse cresceva noi abbiamo presso a tassarli sempre meno. Dobbiamo tassare di più i principali vincitori della globalizzazione e tassare meno la parte della società che ne ha beneficiato meno o ne è stata danneggiata. E, dal mio punto di vista, con questi soldi, finanziare gli investimenti pubblici critici di cui abbiamo bisogno per la crescita dell’economia».
Qualcuno potrebbe obiettare che i ricchi in questa condizione lascerebbero l’Italia o l’Europa evitando di spendere qui i loro soldi…
«La cosa fondamentale da capire è che la concorrenza fiscale, proprio come l’evasione fiscale, non è una legge di natura, ineluttabile. Possiamo scegliere di tollerare la competizione fiscale tra paesi, ma possiamo anche regolare questi rapporti. Attualmente, secondo le leggi italiane, se qualcuno sceglie di trasferirsi in Svizzera, l’Italia smette di tassarlo. Immediatamente, a partire dal 2024, quella persona non ha più tasse da pagare in Italia. Ma non è l’unica scelta possibile. L’Italia potrebbe dire, invece: “Hai passato molto tempo in Italia e sei diventato molto ricco, in parte perché hai beneficiato delle scuole italiane, dei beni pubblici e dalle infrastrutture. Quindi, ti continueremo a tassare parzialmente per un certo numero di anni”. Non è naturale diventare miliardari nel proprio paese e una volta diventati ricchi dire: “Ok, ciao ciao. Ora mi trasferisco in un paradiso fiscale e smetto di pagare le tasse”. No, continui a pagare perché hai ricevuto molto dalla società. E per prendere una decisione del genere non servono accordi globali. L’Italia può decidere in qualunque momento di continuare a far pagare i ricchi espatriati».
In Italia c’è un problema di evasione fiscale endemica. I dati ci dicono che di fatto il sistema economico si regge su una minoranza che paga i servizi pubblici per tutti gli altri, con un 11,6% di Pil nascosto
«In realtà i dati ci dicono che la maggior parte delle persone che evade le tasse non riesce comunque a pagare zero tasse. Ovviamente ci sono dei casi che riescono a fare tutto nel mercato nero, ma la differenza fondamentale è che i miliardari pagano come unica tassa l’imposta sul reddito. Quindi, se riescono ad evadere l’imposta sul reddito di fatto non pagano alcuna tassa. Per il resto della popolazione ci sono molte tasse che non puoi effettivamente evadere, ad esempio l’Iva, o l’imposta sul reddito. Solo i milionari possono evadere completamente le tasse».
Può spiegarci meglio i dati raccolti sull’Italia?
«Con i nostri dati (vedi il diagramma ndr) abbiamo fatto una valutazione confrontando l’intero ammontare di tasse, Iva, imposte sui salari, imposte sul reddito, imposte sulla proprietà, tutto, che i cittadini di alcuni paesi pagano, mettendo da un lato a quale percentuale di ricchezza appartengono e dall’altro quanta percentuale di tasse pagano. La linea rossa è l’Italia e le persone tra il 20mo e il 30mo percentile di ricchezza – cioè i redditi molto bassi – pagano circa il 50%, a volte anche di più, a volte quasi il 60% del loro reddito in tasse. Ok, può esserci qualche evasione, ma visto che non riescono ad evadere tutto continuano in media a pagare molto. Ciò che è davvero sorprendente è che se si guarda a ciò che accade all’interno 1% più ricco, c’è un drammatico calo della progressività fiscale con i miliardari che pagano a mala pena il 20% del loro reddito in tasse. Questa è la realtà della società italiana oggi».
Quindi lei non pensa che l’endemica evasione fiscale abbia un grande impatto? E in ogni caso pensa che ci sia una connessione con la difficoltà della politica a toccare il tema?
«Penso che sia importante concentrarsi su dove sono i soldi. E quando si guardano quelle statistiche, chiaramente il denaro da riscuotere, il deficit fiscale, le tasse che oggi non vengono riscosse, sono essenzialmente ai piani alti della distribuzione della ricchezza. Non sto dicendo che non ci sia evasione fiscale generalizzata, probabilmente c’è. Ma quantitativamente, in termini di quanti soldi possiamo raccogliere per le nostre scuole, per le nostre università, per gli ospedali, il “malloppo” si trova tra le persone molto ricche e le aziende multinazionali».
In Europa questa battaglia è condivisa?
«Molte persone sono ormai sono convinte che non è possibile avere un sistema fiscale giusto da un lato e un’economia globale integrata dall’altro. Tante persone, anche a sinistra, hanno in un certo senso rinunciato a utilizzare il sistema fiscale per correggere la disuguaglianza o per generare entrate tassando i ricchi. Stanno commettendo un errore, ok? Perché ci sono molti modi per combinare apertura economica, integrazione europea da un lato e progressività fiscale dall’altro. Ripeto, la concorrenza fiscale non è una legge naturale. Scegliamo la competizione, proprio come possiamo scegliere l’armonizzazione. Scegliamo di schierarci dalla parte degli accordi di libero scambio che tacciono sulla tassazione, ed è quello che facciamo da 40 anni. Ma possiamo fare altre scelte. Possiamo dire: “Guarda, se vuoi avere accesso ai nostri mercati, avrai un certo importo minimo di tasse da pagare e questo farà parte di questo accordo di libero scambio che firmeremo”. Quindi, ci sono milioni di modi per organizzare e regolare la globalizzazione ed è perfettamente possibile avere un’alta tassazione dei più ricchi, tassando i non residenti, tassando gli stranieri che hanno molti beni in Italia, per esempio, tassando le multinazionali straniere, che devono pagare le tasse per stare nell’Unione Europea e in un’economia globalizzata».
Quando organizza incontri nei singoli paesi che impatto registra sulla politica locale? In Italia ad esempio?
«Le persone guardano a ciò che stiamo dicendo. E come ho detto, c’è già stata qualche evoluzione negli ultimi anni. Sa, l’evoluzione più sorprendente a cui ho assistito è quella negli Stati uniti, dove vivo da parecchi anni. Nel 2019, 2020, la maggior parte delle persone nel Partito Democratico, persone come Joe Biden, erano fortemente contrarie alla tassazione dei miliardari e facevano campagna contro le proposte che erano state dai soli Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. E ora che sono al potere, hanno ribaltato la loro posizione e dicono apertamente: “I miliardari non pagano abbastanza, abbiamo le prove. Ci deve essere una tassa sul patrimonio e i miliardari”. Gli atteggiamenti politici cambiano e possono cambiare. Nel 1986 Joe Biden, che allora era senatore, ha votato per la grande riforma fiscale di Reagan che tagliava l’aliquota fiscale marginale massima sul reddito dal 50% al 28%. Questo è il genere di politica che Biden difendeva in quel momento. E ora, come si sa, ogni settimana twitta e parla di come i miliardari non pagano una giusta aliquota e di come va affrontato un massiccio aumento delle tasse. Quindi la conversazione è in evoluzione».
(da Open)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL LE RIFLESSIONI AL MASCHILE SULLA VIOLENZA DI GENERE, UNA PRESA DI COSCIENZA COLLETTIVA
«Filippo Turetta non era un pazzo, ma un uomo. Come me»
«Sono arrabbiato, deluso, distrutto. È colpa mia, per tutte quelle volte che ho detto “a te ci penso io”. Anche se avevo in testa amore, portavo con me, senza volerlo, il senso strisciante di un paternalismo sbagliato».
«Prendiamoci, da uomini, la responsabilità della violenza di genere»
«Pensate padri, non a Giulia. Pensate a Filippo. Pensate alla vostra storia e cosa non avete detto, alle omissioni e ai sorrisini imbarazzanti e camerateschi»
«Quando capiremo che tutta la responsabilità è della nostra educazione sessista, patriarcale, misogina, possessiva?»
Per una volta, per la prima volta, parlano i maschi. Giulia Cecchettin è morta la sera stessa in cui ha provato a scappare dall’ex fidanzato. La sera in cui gridava aiuto, quando lo studente di Ingegneria Filippo Turetta è passato dalle ripetute violenze psicologiche a quelle fisiche: era uscito di casa con un coltello. Quello di Giulia è l’ennesimo caso di femminicidio in ambito familiare dall’inizio dell’anno, una scia di sangue che pare inarrestabile, che però pare portarsi dietro una nuova consapevolezza, tutta al maschile. Sui social network si moltiplicano i post firmati non da donne, ma da uomini che non prendono le distanze, non mettono i distinguo tra loro, i “pazzi assassini”, e i noi, che “le donne non le tocchiamo nemmeno con un fiore”.
Tutto il contrario del movimento #notallmen, non tutti gli uomini, che sta nel prendere le distanze: ha picchiato, ammazzato, perseguitato, perché è un pazzo, perché è malato. I maschi prendono la parola e su di sé tutto il peso di un sistema da reinventare: siamo tutti parte di una violenza sistemica e strisciante, che inizia con frasi che paiono innocue, ma non lo sono affatto. E così sui social network si rincorrono le riflessioni al maschile sulla violenza di genere: una presa di coscienza collettiva, mai ascoltata prima, per gridare: Yes, all men. Sì, tutti i maschi.
«Dobbiamo prendere, da uomini, la responsabilità di una violenza di genere strutturale, che manifesta un problema maschile che dobbiamo affrontare» scrive Andrea Colamedici, filosofo e scrittore che con Maura Gancitano compone il duo Tlon. «Quando smetterete di insegnare ai bambini che ci sono giochi da maschi, che i maschi sono forti per natura… Quando smetterete di chiedere alle donne di tenersi al riparo dai lupi invece di insegnare ai lupi di andarsene a…. » scrive l’attore Massimiliano Loizzi, volto del Terzo Segreto di Satira. «La verità è che noi uomini, siamo davvero tutti così, complici di un sistema. Iniziamo a rispondere a tono a ogni battuta sessista, smettiamo noi per primi di fare commenti sessualizzanti o sminuenti, di cercare nella vittima il comportamento sbagliato» scrive Marco Bottarelli, Disordinary Family. A seguire, centinaia centinaia di commenti. «Mi vergogno di essere uomo, siamo tutti da rifare», scrive Piero Pelù. L’elenco è lungo, le voci maschili sono tante e aumentano di ora in ora. E sentirle per la prima volta se non è una buona notizia, almeno è una piccola, luminosa scintilla. Per tutte e tutti.
(da La Stampa)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
“IL 40% DEI REATI A SFONDO SESSUALE SONO COMMESSI DA UOMINI TRA I 18 E 35 ANNI”
Fabio Roia è il presidente vicario del Tribunale di Milano ed è un
magistrato da sempre molto attento alla violenza di genere.
Dottor Roia, sono anni che parliamo di donne che subiscono violenze. Leggi, convegni, dibattiti, interventi nelle scuole, nelle aziende, nelle istituzioni, manifestazioni, appelli, l’attenzione dei media. Poi arriva la cronaca e sembra sia stato tutto inutile.
«Eh… lo so. Pensavamo che con il passare del tempo sarebbe svanito il modello dell’uomo legato a generazioni meno giovani, cioè quello tradizionalmente patriarcale, padrone della famiglia e della donna. Pensavamo che quel modello sarebbe svanito e si sarebbero costruite nuove relazioni. E invece permane ed è radicata l’idea del maschio che incentra la relazione sul rapporto padronale di possesso e controllo».
Secondo lei perché?
«Evidentemente in parte gli stessi modelli vengono tramandati in famiglia, soprattutto dai genitori, e quindi si acquisiscono per trasmissione. E poi quel che di positivo può arrivare dalla scuola, dalla comunicazione che adesso è trasformata dai social, non riesce a fare breccia nella mentalità dei giovani».
«Nei ragazzi non si riesce a far passare il messaggio del rispetto e della libertà della donna di scegliere la propria vita. A conferma di questo le anticipo un dato significativo della rilevazione annuale del nostro tribunale: quest’anno il 40% dei reati di stalking, maltrattamenti e violenza sessuale è stato commesso da giovani fra i 18 e i 35 anni».
«So che il concetto è un po’ forte ma la verità è che tutte le ragazze/donne che decidono di rompere unilateralmente una relazione senza l’accettazione dell’altro devono considerarsi a rischio di un’escalation di violenza».
Cosa manca all’antiviolenza
«La condanna sociale nella quotidianità, cioè nel terreno dove germoglia la violenza: con battute sessiste, per esempio. O col ritenere la donna ancora un oggetto, una preda sessuale, nel giustificare l’uomo predatore che ha “esigenze sessuali”».
(da il Corriere della Sera)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
L’OSSESSIONE IDEOLOGICA DEL “CONTROLLO” SULLE DONNE… CHI PROPAGANDA UNA SOCIETA’ PATRIARCALE E’ RESPONSABILE MORALE DEI FEMMINICIDI
E’ sempre sbagliato fare una graduatoria del dolore, ma questa Giulia uccisa quando stava per laurearsi, dunque quando stava per diventare più Giulia, più autonoma e più libera, è una cosa che sbriciola il cuore. Fa piangere, scusate se lo dico così, in due parole.
Per molti maschi essere maschi è una malattia, la cognizione che ogni donna appartenga solamente a se stessa li fa impazzire di paura.
Escono di senno di fronte al fiorire della libertà. Il controllo delle donne, che è stata l’ossessione ideologica, millenaria, della società patriarcale, non è più determinabile per legge: almeno in quel pezzo di mondo che chiamiamo Occidente, il patriarcato è una forma morta.
Ma la sostanza no, non è morta. Il maschio, che ha perso la sua presa istituzionale sulla persona donna, per disperazione si affida alla presa fisica. Minaccia, urla, picchia e ammazza.
Anche parecchi maschi hanno festeggiato e si sono sentiti meglio, sulle macerie di un ordine che era fondato sulla sottomissione della metà del genere umano (altrove, verso Sud e verso Est, quel muro è ancora Legge). Ma altri maschi, in mezzo a noi, quella Legge se la portano dentro, l’hanno introiettata, è la sola maniera con la quale riescono a rapportarsi alle donne: “o sei mia, o non hai il diritto di esistere”.
Colpisce, ferisce che un ragazzo nato dopo il Duemila possa averlo fatto. Non un vecchio patriarca spodestato, non un bullo conclamato, non un capobranco. No, uno studente dalla faccia gentile, figlio dei nostri tempi. Non si riesce nemmeno a odiarlo. Non si trova mezza parola da dirgli.
(da La Repubblica)
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Novembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
“VOGLIAMO SCONFESSARE LA DIFFUSA NARRATIVA SECONDO CUI QUALSIASI CRITICA A ISRAELE È INTRINSECAMENTE ANTISEMITA. ACCUSARE DI ANTISEMITISMO CHI CRITICA NETANYAHU, I COLONI O LE POLITICHE PORTATE AVANTI DALLA DESTRA RELIGIOSA È UNA TATTICA RETORICA PER PROTEGGERE ISRAELE DALLE SUE RESPONSABILITÀ, OSCURARE LA REALTÀ MORTALE DELL’OCCUPAZIONE E NEGARE LA SOVRANITÀ PALESTINESE”
«Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano sconfessare
la diffusa narrativa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita». Comincia così una lettera aperta intitolata «Un’equiparazione pericolosa» che da giorni viene commentata e citata sui social e su diversi siti americani. L’appello è stato firmato da oltre mille intellettuali, tra cui spiccano i nomi di Naomi Klein, David Grossman, Judith Butler, filosofa che insegna a Berkeley, e Tony Kushner, sceneggiatore, drammaturgo e premio Pulitzer.
Accusare di antisemitismo chi critica Netanyahu, i coloni o le politiche portate avanti dalla destra religiosa è «una tattica retorica per proteggere Israele dalle sue responsabilità, oscurare la realtà mortale dell’occupazione e negare la sovranità palestinese. Questo insidioso imbavagliamento della libertà di parola viene utilizzato per giustificare il continuo bombardamento militare di Gaza da parte di Israele e per mettere a tacere le critiche della comunità internazionale», denuncia la lettera-appello.
Gli artisti chiedono «un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi e la fine dell’occupazione in corso da parte di Israele. Condanniamo i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi – si legge – e piangiamo questa straziante perdita di vite umane. Nel nostro dolore, siamo inorriditi nel vedere la lotta contro l’antisemitismo utilizzata come pretesto per crimini di guerra con dichiarato intento genocida».
Rispetto agli studenti che nelle università americane legittimano Hamas o aggrediscono i colleghi ebrei, i firmatari dell’appello partono però da un principio fondamentale: «L’antisemitismo è una parte estremamente dolorosa del passato e del presente della nostra comunità. Le nostre famiglie sono fuggite da guerre, molestie, pogrom e campi di concentramento.
Abbiamo studiato le lunghe storie di persecuzioni e violenze contro gli ebrei e prendiamo sul serio il continuo antisemitismo che mette a repentaglio la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo». Criticare Israele, è il messaggio, non vuol dire bruciare le bandiere con la stella di David per strada come successo ieri a Torino, o legittimare il terrorismo palestinese considerando le brigate Ezzedim al Qassam dei liberatori.
I valori ebraici, continuano, «ci insegnano a riparare il mondo, a mettere in discussione l’autorità e a difendere gli oppressi rispetto all’oppressore. È proprio a causa della dolorosa storia dell’antisemitismo e delle lezioni dei testi ebraici che sosteniamo la dignità e la sovranità del popolo palestinese».
Naomi Klein e gli altri scrittori firmatari della lettera aperta affermano che le accuse di antisemitismo alla minima obiezione alla politica israeliana continuano ad avere «un effetto agghiacciante, con i leader israeliani che strumentalizzano la storia del trauma ebraico per disumanizzare i palestinesi». Accuse forti alla leadership israeliana, dunque, ma il confronto, anche aspro, è il sale della democrazia.
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
PIANTEDOSI TIRA IL GOVERNO FUORI DA UN PAPOCCHIO IN CUI SI ERA RITROVATO QUANDO NELL’AULA DEL TRIBUNALE DI CROTONE ERA STATO NOTIFICATO, PER MANO DELLA BONGIORNO NELLE VESTI DI AVVOCATO DELLA CONSAP, UN IMBARAZZANTE RIFIUTO AL RISARCIMENTO IN FAVORE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME DEL NAUFRAGIO DI CUTRO
«Lo Stato non si volta dall’altra parte e farà tutto quello che gli compete per indennizzare le vittime di questa tragica sciagura». Alla fine tocca a Matteo Piantedosi sancire ufficialmente il dietrofront e tirare il governo fuori dal guado in cui, probabilmente a sua insaputa, si era ritrovato martedì quando nell’aula del tribunale di Crotone era stato notificato, per mano di Giulia Bongiorno nelle vesti di avvocato della Consap, un imbarazzante rifiuto al risarcimento in favore dei familiari delle vittime del naufragio di Cutro.
Opposizioni indignate e governo e maggioranza in silenzio. Poi dichiarazioni sibilline che hanno presto lasciato intravedere un corto circuito politico-giudiziario che alla fine ha consigliato alla stessa Bongiorno di fare un passo indietro poche ore dopo le parole tranchant del ministro degli Esteri Tajani: «Sarà l’Avvocatura dello Stato a decidere il da farsi».
Alla presidente della commissione giustizia della Camera, ma anche rappresentante legale della Consap, la concessionaria di Stato per le assicurazioni chiamata in causa al processo agli scafisti che si sta celebrando a Crotone, è bastato per capire che doveva tirarsi fuori: «Il mio incarico era estremamente circoscritto e si è già concluso».
Di certo, dopo il clamore suscitato dal rifiuto della Consap (a tutti gli effetti concessionaria di Stato) a risarcire i danni, qualcosa è successo tanto che il governo ha ricondotto la decisione sulla posizione da tenere nelle mani dell’Avvocatura dello Stato e contemporaneamente Bongiorno ha comunicato il suo passo indietro a prescindere dalla decisione dei giudici attesa per la prossima settimana.
Possibile che il governo non fosse a conoscenza della mossa della Bongiorno per conto di Consap? Piantedosi prova a giustificare l’accaduto: «È una di quelle eccezioni processuali che si fanno in contesti giudiziari ma siamo disponibili a valutare qualsiasi formula a sostegno dei superstiti e dei parenti delle vittime di questa tragedia».
«Lo Stato non si volta dall’altra parte e farà tutto quello che gli compete per indennizzare le vittime di questa tragica sciagura». Alla fine tocca a Matteo Piantedosi sancire ufficialmente il dietrofront e tirare il governo fuori dal guado in cui, probabilmente a sua insaputa, si era ritrovato martedì quando nell’aula del tribunale di Crotone era stato notificato, per mano di Giulia Bongiorno nelle vesti di avvocato della Consap, un imbarazzante rifiuto al risarcimento in favore dei familiari delle vittime del naufragio di Cutro. L’indignazione delle opposizioni, che hanno anche sottolineato l’inopportunità dell’assunzione anche di questo incarico da parte di Bongiorno, e dei legali delle vittime.
(da La Repubblica)
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