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HA RAGIONE ELENA CECCHETTIN:IL PRIVILEGIO MASCHILE ESISTE E DOVREMMO FARE MEA CULPA

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI RICONOSCERE UN PRIVILEGIO DI NASCITA, L’ESSERE MASCHIO, E PROVARE AD ABBATTERLO

Se sei nato maschio, hai convissuto con un privilegio a cui forse non hai mai pensato. Ha ragione Elena Cecchettin quando dice “gli uomini devono fare mea culpa”, eppure le sentite le grida? Gli strali dei masculi offesi? Li avete letti i commenti, migliaia, degli omini scalfiti nel loro orgoglio?
“Ma io non ho fatto niente, di cosa dovrei chiedere scusa?”
“Io delle donne ho sempre avuto rispetto”
“Io non toccherei una donna neanche con un fiore”
Eppure è tanto chiaro: per gli uomini non si tratta di odiare se stessi oppure odiare il genere maschile, nessuno ci odia, anche se ogni tanto ce lo meriteremmo. Si tratta di prendere consapevolezza che abbiamo avuto dei vantaggi in partenza e li abbiamo ancora oggi. E perciò se noi come genere maschile siamo stati avvantaggiati, significa che al genere femminile sono state tolte delle possiblità.
“Fate di tutta l’erba un fascio!”
“Guarda che io ad esempio ho avuto una ragazza che mi trattava malissimo”
“Essere gelosi significa tenere alla tua donna!”
Lo sentite l’odore? E’ tutto testosterone e giustificazioni
E il rumore lo ascoltate? Sono le dita sul vetro di chi attacca Elena Cecchettin perché non corrisponde al ruolo della “sorella della vittima” che aveva in testa
Non se l’aspettavano una che toglie la polvere dall’ipocrisia, pensavano che ci si sedesse sopra.
Si sono sentiti chiamati in causa, i fallocrati, e reagiscono attaccando. Come dei semidei caduti insultano Elena Cecchettin per come si veste (“satanista!”), per le sue parole (“bugiarda!”) e per i suoi modi (“non è questo il modo!”). E cos’altro è, questa, se non la rappresentazione plastica del maschilismo?
E’ il privilegio dell’essere maschio: a noi nessuno ci attaccherà per come ci vestiamo. Il nostro vestire non è mai entrato nel dibattito pubblico per definire la nostra personalità, a meno che qualcuno “non si vesta da donna” e allora è “froc*o”.
Il nostro vestire non è mai stato giusto o sbagliato, non ha mai rappresentato la giustificazione pubblica di una violenza contro un uomo.
Se oggi mettessi i pantaloncini corti mi considererebbero uno sportivo, capace di resistere bene ai primi freddi di questo fine novembre. Quando metto la cravatta sono elegante, e quando indosso i jeans sono un uomo alla mano e intraprendente. Posso fare quello che voglio, vestirmi come mi aggrada, suscitando quasi sempre pensieri positivi.
Il privilegio dell’essere maschio è che posso essere attaccato per le mie parole, certo, ma raramente per i modi. Se un concetto lo dico in maniera calma, allora sono riflessivo e ponderato. Se lo dico in modo gentile, sto usando un’arte. Se affermo la stessa cosa in modo veemente, finanche arrabbiato, allora “si vede che ci tengo alle cose che dico”.
Se sorrido sono educato e cordiale, non penseranno di me che sono un tipo facile; e se resto serio “ho cose importanti a cui pensare”, e in nessun caso mi chiameranno fica di legno. Anche questo è privilegio maschile.
E’ un privilegio quello che mi porto addosso. Pesa, ed è anche colpa mia. Ha ragione Elena Cecchettin quando dice “uomini, pensateci, c’è stato almeno un episodio in cui avete mancato di rispetto ad una donna in quanto donna”. Elena Cecchettin ha ragione anche nel mio caso. Anche se non me ne ero accorto, anche se lei ha riso, anche se sembrava veramente divertente, oggi lo dico: era sessismo
Quando Cecchettin parla di “commenti sessisti con i vostri amici”, commenti a cui non vi siete ribellati, centra il punto. E’ vero che talvolta anch’io ho ho lasciato fare, in diverse occasioni non mi sono reso sufficientemente ostile, e questa è una colpa perché così facendo ho preparato il terreno ad altri atteggiamenti come quelli a cui avevo assistito. Ho arato loro il terreno, con i miei silenzi. Non volevo “rovinare la serata a nessuno” e ho fatto male. Dovevo farla saltare in aria, quell’aria da cameratismo.
“Fatevi un esame di coscienza per il vostro privilegio maschile” è quello che sto provando a fare, Elena Cecchettin.
Eppure, anche in questo momento, continuo a leggere agenzie di stampa e commenti sui social di chi sceglie di tirarsi fuori ora e sempre, di chi pensa di non essere coinvolto, di chi crede di avercela fatta senza nessun aiuto. Allora ve lo dico da persona di sesso maschile: no, non c’è nessuna caccia al maschio, tranquilli. Non confondete i carnefici, se vi interessa davvero cambiare il sistema.
“E perché allora non parlate anche delle donne che picchiano i loro compagni?
“Cosa c’è di male se i maschi fanno i supereroi e le femmine le principesse?”
“Ma perché se una donna viene picchiata dal compagno non se ne va? Non voglio dire che sia colpa sua, però…”
Invece di spendere il vostro tempo a dire quanto siete bravi, quanto voi rispettiate le donne e quanto perciò le donne siano ingiuste nel non riconoscervi i vostri meriti, trascorretene un po’ pensando a quando questo non accade. E a quante volte, soltanto il nostro aspetto fisico da maschi, per cui non abbiamo fatto nessuno sforzo, pagato nessun pegno, per cui non ci sarebbe proprio niente di cui vantarsi, ci ha aperto delle porte che, se fossimo stati femmine, sarebbero state quasi tutte chiuse.
(da Fanpage)

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CHI PERDERA’ LA FACCIA: MELONI, SALVINI O TAJANI? LA MAGGIORANZA E’ SPACCATA SULLE CANDIDATURE ALLE REGIONALI

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI CHIEDE PIÙ SPAZIO PER I CANDIDATI GOVERNATORI DI FRATELLI D’ITALIA MA LA LEGA OPPONE IL MURO: “RICONFERMIAMO GLI USCENTI O TUTTO IN DISCUSSIONE”… E MATTEO SALVINI ARRIVA A MINACCIARE LA CORSA SOLITARIA DELLA LEGA IN ALCUNE REGIONI

Il centrodestra, nei territori, sta andando in frantumi. Non appena il partito di Giorgia Meloni ha iniziato a reclamare più spazio, perché ha pochi governatori rispetto ai voti che porta in dote alla coalizione, Lega e Forza Italia hanno risposto rompendo gli accordi e scavando trincee intorno ai loro presidenti di Regione. È successo in Trentino, dove si è votato recentemente, così come in Sardegna, Basilicata e Abruzzo, che andranno invece al voto a marzo, e in Piemonte, dove si voterà a giugno.
Le Europee sono alle porte e nessuno vuole fare un passo indietro dando un segnale di debolezza alle proprie truppe. Così però, ammette uno degli sherpa che si sta occupando delle trattative, «non si può più escludere la possibilità di correre divisi». La premier non vuole che questa storia monti fino a diventare una questione di rilievo nazionale, capace quindi di provocare fibrillazioni nel governo, ma è sempre più difficile ridurre il tutto a piccole beghe locali. I big di partito, infatti, iniziano a segnare il terreno.
«O si chiude tutto insieme o non si chiude nulla. A marzo penso sia naturale ricandidare i tre governatori uscenti del centrodestra», avverte il vicesegretario della Lega Andrea Crippa. Esattamente quello che non vuole Meloni. L’unica strada per ricomporre la frattura, agli occhi della premier, è quella che porta alla candidatura in Sardegna dell’attuale sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, mettendo alla porta il governatore uscente Christian Solinas, della Lega. In cambio, Matteo Salvini potrebbe reclamare la Basilicata, candidando Pasquale Pepe, ex deputato e suo attuale collaboratore a palazzo Chigi.
Ma non è una prospettiva che alletta il leader leghista. Candidare Solinas alle Europee è una possibilità, «ma le chance di essere eletto sono poche», ragionano a via Bellerio, dove non mollano: «Per noi Solinas deve essere ricandidato. L’ultima occasione per evitare che il caso deflagri a livello nazionale arriverà venerdì prossimo, quando si dovrebbe tenere una riunione di maggioranza in Sardegna.
La Basilicata al momento è guidata dal forzista Vito Bardi e il segretario azzurro Antonio Tajani punta i piedi: «Bardi è vincente in tutti i sondaggi e non è in discussione la sua candidatura. Forza Italia lo sostiene con forza e determinazione». Stessa storia per Alberto Cirio in Piemonte, già riconfermato da Forza Italia, ma non ancora dagli alleati.
(da agenzie)

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LA MELONI TRACCHEGGIA E BRUXELLES SI VENDICA: LA MANOVRA ITALIANA VIENE “RIMANDATA” ALLA PRIMAVERA, BOCCIATI CUNEO FISCALE E PENSIONI

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE EUROPEA DEFINISCE LA LEGGE DI BILANCIO “NON PIENAMENTE IN LINEA” CON LE RACCOMANDAZIONI DEL CONSIGLIO. UN GIUDIZIO CHE LASCIA INTENDERE UN PROSSIMO GIUDIZIO NEGATIVO, CHE POTREBBE PORTARE A UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE

La manovra del governo Meloni è rimandata. In primavera. E rischia la procedura d’infrazione per “Squilibri macroeconomici eccessivi”. Il pacchetto d’autunno della Commissione europea con le pagelle sul Documento Programmatico di Bilancio sono in chiaroscuro. La legge di Bilancio viene definita “non pienamente in linea” con le raccomandazioni del Consiglio. Non è una bocciatura ma nemmeno una promozione. Anzi, contiene il rischio concreto di un prossimo giudizio negativo.
La manovra italiana si salva perché l’invito a seguire politiche prudenti sulla spesa primaria sembra essere rispettata per il 2024. Soprattutto grazie alla cancellazione del superbonus edilizio.
Il problema però è che nel 2023 lo stesso dato è assolutamente fuori dai parametri e dalle indicazioni fornite nelle ultime raccomandazioni: la spesa primaria quest’anno è “significativamente” superiore al tetto richiesto. Scavalla il limite almeno dello 0,6 per cento.
Per questo la Commissione vuole aspettare i dati definitivi del 2023 per emettere il giudizio definitivo. Ma c’è di più per quanto ci riguarda. E’ evidente che le previsioni del Tesoro su deficit e debito non rassicurano. Tanto che secondo la Commissione, l’Italia – insieme a Lettonia e Olanda – deve tenersi pronta ad adottare le “misure necessarie”.
Sostanzialmente è un avviso di una probabile richiesta di manovra correttiva. E in più si rischia l’attivazione del Meccanismo di allarme per squilibri di bilancio eccessivi. Il primo passo della procedura d’infrazione. Anche in questo caso non siamo soli: Cipro, Germania, Grecia, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia.
Palazzo Berlaymont, però, ricorda che già a maggio scorso era stata rilevata la distanza rispetto al parametro del 3 per cento di deficit e a quello del 60 per cento di debito. E la linea di tendenza della manovra non inverte questo trend: 5,3 di deficit quest’anno, oltre il 4 nel 2024 e oltre il 3 nel 2025. Per la Commissione, inoltre, le previsioni del governo appaiono ottimistiche. Per non parlare del debito che non cala, anzi cresce.
La Commissione, in conclusione, ritiene che “l’Italia abbia compiuto progressi limitati per quanto riguarda gli elementi strutturali delle raccomandazioni di bilancio formulate dal Consiglio il 14 luglio 2023 e invita pertanto le autorità italiane ad accelerare i progressi”. Con un aspetto in più: tutto questo – avverte la Commissione – presuppone l’attuazione del Pnrr. Se non fosse così, tutto cambierebbe. In molto peggio. L’appuntamento, dunque, è alla prossima primavera.
(da agenzie)

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DALL’ALBANIA SOLO GUAI PER GIORGIA MELONI: L’EX PROPRIETARIO DI AGON CHANNEL, FRANCESCO BECCHETTI, PIGNORA IL GOVERNO ALBANESE PER 135 MILIONI E LI CHIEDE ANCHE A PALAZZO CHIGI

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

L’IMPRENDITORE ITALIANO HA LE SUE RAGIONI: LA TV APERTA IN ALBANIA, CHE NON RISPARMIAVA CRITICHE AL PRIMO MINISTRO EDI RAMA, FU CHIUSA DOPO DUE ANNI…  BECCHETTI VENNE “SILENZIATO” CON ACCUSE DI RICICLAGGIO DA PARTE DELLA GIUSTIZIA ALBANESE E FU EMESSO UN MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE – MA I TRIBUNALI HANNO RICONOSCIUTO L’INFONDATEZZA DELLE ACCUSE E RICONOSCIUTO A BECCHETTI UN RICCO RISARCIMENTO… SOLO CHE L’ALBANIA NON PAGA IL DOVUTO

L’8 aprile scorso ha vinto contro il governo dell’Albania una causa per danni da 135 milioni. Oggi, non avendo ottenuto il risarcimento, l’ha pignorata “anche presso terzi” per la stessa cifra: tra questi il governo italiano, che ora potrebbe dover fermare l’accordo sul trasferimento degli immigrati a Tirana. Protagonista di questa inusuale iniziativa legale è Francesco Becchetti, imprenditore italiano al quale dopo anni di traversie giudiziarie sono stati riconosciuti i danni per la vicenda della chiusura della tv albanese Agon Channel.
Tramite i suoi legali, Becchetti “ha provveduto a notificare atto di pignoramento nei confronti della presidenza del Consiglio e nei confronti di tutti i ministeri del governo italiano affinché vengano pignorate tutte le somme che il Governo italiano si è impegnato a versare al governo albanese sulla base del protocollo del 6 novembre”
Dopo un decennio di guerre legali, a inizio aprile l’Albania aveva definitivamente perso la causa per la revisione del lodo arbitrale che ha riconosciuto all’unanimità a Francesco Becchetti e ad altre persone un risarcimento danni da 135 milioni. La somma è enorme: equivale allo 0,75% del Pil di Tirana che nel 2022 ha raggiunto i 16,2 miliardi. La vertenza riguarda Agon Channel, un’emittente tv di Tirana con 500 dipendenti della quale Becchetti era il proprietario, lanciata in Albania ad aprile 2013.
Per aver trasmesso critiche all’allora primo ministro albanese Edi Rama, al suo governo e ad altri politici, il canale fu chiuso a ottobre 2015 dopo che Becchetti e sua madre, Liliana Condomitti, furono accusati ingiustamente di riciclaggio. I beni di Becchetti furono congelati, venne emesso un mandato di arresto internazionale e ne fu richiesta l’estradizione. A ottobre 2015, Becchetti fu posto sotto arresto a Londra ma a luglio 2016 la Corte penale di Westminster rigettò il mandato di estradizione, definendo le prove albanesi “totalmente fuorvianti”.
A respingere le richieste dell’Albania è stato l’Icsid di Washington, il Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti che fa parte del gruppo della Banca mondiale. Per l’Icsid i mandati di arresto emessi dal governo di Rama contro Becchetti e l’amministratore di Agon, Mauro De Renzis, accusati di evasione fiscale, falsificazione di documenti, appropriazione indebita e riciclaggio, erano motivati dalle critiche di Agon al governo albanese e che la chiusura della tv fu il culmine di una campagna politica contro Becchetti. I tribunali di Londra hanno stabilito che Tirana ha abusato del procedimento giudiziario. Dopo che l’Albania non è stata in grado di giustificarli, l’Interpol ha ritirato i mandati di arresto contro Becchetti e De Renzis.
Ad aprile scorso così il lodo del 2019 era divenuto definitivo e il governo albanese doveva versare 120 milioni a Becchetti e agli altri attori della vicenda. Becchetti ha commentato: “Rama e il suo governo hanno messo in atto contro di me una delle peggiori persecuzioni politiche della storia contemporanea europea”.
Dopo la decisione di pignorare il governo italiano, Becchetti ha dichiarato che “il lodo che mi assegna a titolo di risarcimento l’importo di 135 milioni di euro è definitivo, vincolante, esecutivo e ha la stessa efficacia di una sentenza definitiva resa all’interno dello Stato.
Ciò nonostante, da ormai quattro anni il governo Rama si rifiuta di adempiere a quanto stabilito dalla sentenza del Tribunale Icsid della Banca Mondiale, istituito dalla Convenzione di Washington del 1965. stupisce come il governo italiano non abbia ancora adottato nei miei confronti, in qualità di cittadino italiano vittima di gravi violazioni dei diritti umani, la dovuta protezione diplomatica’” Ora si apre un problema per Giorgia Meloni: Roma dovrebbe versare a Tirana un anticipo di 16,5 milioni per realizzare le due strutture nel porto di Shengjin e nel villaggio di Gjader.
(da agenzie)

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MIGRANTI, L’ACCORDO CON L’ALBANIA DOVRA’ ESSERE VOTATO DAL PARLAMENTO, FALLITO IL TENTATIVO DELLA MELONI DI ESAUTORARLO

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

MARCIA INDIETRO IMBARAZZANTE… SCHLEIN: “IL GOVERNO HA SBATTUTO IL MUSO SULLA COSTITUZIONE”

Per le opposizioni è una marcia indietro imbarazzata. Per il governo solo un gesto distensivo e di rispetto verso il Parlamento, per quanto non dovuto. Fatto sta che l’accordo con l’Albania per il trasferimento dei migranti diventerà una legge votata dal Parlamento.
Nonostante da destra e anche da Palazzo Chigi (per primo il sottosegretario Fazzolari) avessero detto chiaramente che non fosse necessario, in virtù di precedenti accordi di collaborazione sottoscritti con l’Albania.
«Il governo intende sottoporre in tempi rapidi alle Camere un disegno di legge di ratifica che contenga anche le norme e gli stanziamenti necessari all’attuazione del protocollo», ha annunciato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alla Camera strappando applausi anche dai banchi del Pd. «Il dibattito di oggi e il voto che lo concluderà dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che il nostro governo non si è mai sottratto, specie su questioni di tale rilevanza, al dialogo e al vaglio del Parlamento», ha sottolineato Tajani. Ad ascoltarlo quasi solo le opposizioni: banchi del centrodestra, almeno all’inizio, quasi deserti. Pur mantenendo una forte critica nel merito, Elly Schlein si mostra soddisfatta per il cambio di rotta: «Il governo ha sbattuto il muso sulla Costituzione», dice la segretaria Pd, che per la prima volta ha alzato la voce in Aula durante l’intervento di Tajani: «Allora avevamo ragione! Viva la Costituzione!». Mentre il responsabile Esteri del Nazareno, Peppe Provenzano, parla di «positiva inversione a U» del governo. Mentre il capogruppo M5s, Francesco Silvestri, sottolinea che «la volubilità e confusione di Tajani sono lo specchio di questo governo».
Le opposizioni, però, non sono riuscite a presentare una risoluzione unitaria sul tema «migranti in Albania». Ancora una volta sull’immigrazione il Movimento 5 stelle ha deciso di muoversi da solo con un proprio testo, per veicolare «una posizione più articolata» e la «terza via» prospettata da Conte. Il documento, comunque, al pari di quello firmato insieme da Pd, Azione, Iv, Avs e +Europa, impegna per l’appunto il governo a «presentare alle Camere, ai sensi dell’articolo 80 della Costituzione, la proposta di legge di autorizzazione alla ratifica del protocollo».
(da agenzie)

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LA GRANDE “GENEROSITÀ” DI CERTI IMPRENDITORI: UN OPERAIO DI 44 ANNI VIENE ACCOLTELLATO A LAVORO DA UN COLLEGA SCHIZOFRENICO E, AL SUO RIENTRO IN FABBRICA, A PINEROLO, VIENE LICENZIATO PERCHÉ INVALIDO

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL 44ENNE, A CAUSA DELLE FERITE RIPORTATE, NON RIESCE A ESSERE PRODUTTIVO COME PRIMA E QUINDI È STATO CACCIATO

Vittima di un’aggressione in fabbrica da parte di uno schizofrenico, quando torna al lavoro trova una lettera di licenziamento. La spiegazione della direzione è sconcertante: «Le lesioni che ha riportato hanno provocato l’impossibilità di eseguire le mansioni e non ci sono altri compiti che lui potrà svolgere».
Era il 19 dicembre dello scorso anno, da poco passate le 7 di mattina, la vittima era di spalle e stava montando un pezzo nella Tama Aernova di Roletto, fabbrica appena fuori Pinerolo che produce sistemi filtranti, quando un suo collega – senza dire una parola – si è avventato su di lui colpendolo alla schiena con un coltello. Alla base dell’aggressione non c’era una lite, non un vecchio rancore, solo un fantasma di quelli che prendono forma nella mente dei malati psichiatrici.
Le ferite alla schiena gli hanno provocato un’invalidità del 16% e il medico della fabbrica ha stabilito che avrebbe potuto certamente tornare al lavoro ma con alcune limitazioni: non sollevare carichi superiori ai 5 chili, fermarsi al secondo scalino in caso di uso della scala e poi alternare momenti di lavoro in piedi ad altri seduto.
Per un attimo Sanjay Mensa, 44 anni, adottato da una famiglia di Pinerolo che l’aveva conosciuto nell’orfanotrofio di Madre Teresa di Calcutta, è rimasto in piedi incredulo, poi si è accasciato a terra e quando ha ripreso i sensi si è ritrovato in ospedale. I medici gli avevano salvato la vita, ma la convalescenza e la riabilitazione sono durate mesi. Le ferite alla schiena gli hanno provocato un’invalidità del 16% e il medico della fabbrica ha stabilito che avrebbe potuto certamente tornare al lavoro ma con alcune limitazioni: non sollevare carichi superiori ai 5 chili
«Ma quando ho varcato il cancello – spiega Sanjay – sono stato bloccato, mi hanno detto che nella fabbrica non c’erano mansioni che facessero al mio caso e che dovevo tornare a casa». E aggiunge: «Mi è crollato il mondo addosso, come è possibile che un’azienda che ha un fatturato di 33 milioni e dice di investire parte dei profitti anche sul sociale, licenzi un padre di famiglia con 4 figli a carico?».
Mentre parla nella sua casa, alla periferia di Pinerolo, sono i disegni dei suoi bambini, appesi alle pareti, a fare da cornice a un momento di grande preoccupazione. «Ma per quale motivo la mia ditta ha dato lavoro a una persona che aveva seri problemi psichiatrici e per me, che oggi pago le conseguenze di un fatto violento avvenuto in fabbrica, c’è la lettera di licenziamento? Possibile che lì dentro non ci sia un lavoro diverso che io possa fare?».
Un’interpretazione chiara arriva dagli uffici di Pinerolo della Cgil, dove si è rivolto per essere assistito: «Tutto risponde a quel principio che guarda solo al profitto e non alla risorsa umana – spiega Simona Petriello dell’ufficio vertenze -. Oggi Sanjay non serve più alla produzione e allora lo vogliono mettere fuori. Il paradosso è che facevano lavorare una persona che, sebbene avesse problemi psichiatrici, era utile nel processo produttivo».
(da La Stampa)

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UNA SCINTILLA DA CUSTODIRE

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL RADUNO DI MIGLIAIA DI UNIVERSITARI A PADOVA PER SALUTARE GIULIA: QUELLE LACRIME DI INSURREZIONE

No, non cambierà granché, neanche questa volta. Ma qualcosa forse sì. Si è visto nei tigì (in servizi troppo brevi) il raduno degli universitari di Padova — erano migliaia — per salutare Giulia. Quel grido collettivo, quelle lacrime di insurrezione avevano qualcosa di “prima volta”, come di una scintilla politica.
Per nessuna questione importante esiste, del resto, altra soluzione e altra strada, se non la trasformazione di un’esperienza collettiva in azione sociale e culturale, dunque in politica. Qualunque cosa voglia dire, questa parola, per i ventenni di oggi.
Solo pochi giorni fa un leghista, in Parlamento, definiva «una porcheria e una nefandezza» la proposta di introdurre nelle scuole, fino dalla materna, l’educazione sessuale e sentimentale. Oggi, di fronte a delitti come questo, quasi tutti ne parlano come di una necessità.
Ma quando la bolla mediatica si affloscerà (così funzionano i media, per rapida successione di bolle) si tornerà all’evidenza di un governo refrattario perfino all’uso del concetto di “genere” e dei suoi derivati: vedi Meloni che si fa incredibilmente chiamare “il presidente”.
Impossibile pretendere da un governo simile qualunque parola o atto che rimetta in discussione quel “così è sempre stato” che è la vera base di ogni pensiero conservatore.
Quelle ragazze e quei ragazzi in lacrime devono saperlo, che la loro forte emozione di questi giorni svanirà come rugiada al sole se non vorranno e sapranno sedimentarla.
Studiare, parlare, organizzarsi, non accontentarsi delle schermaglie sui social. Il privato è politico, si disse. Con i distinguo del caso e le mutazioni degli anni, bisogna dirlo ancora.
(da La Repubblica)

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BUFERA SU VALDITARA., IL COORDINATORE DEL SUO GRUPPO SULLA VIOLENZA DI GENERE HA SCRITTO UN LIBRO AMBIGUO SULLE DONNE: “IL DIAVOLO E’ ANCHE DONNA”

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

ALESSANDRO AMADORI E’ STATO MESSO DAL MINISTRO ALLA GUIDA DI UN POOL DI PSICOLOGI E GIURISTI

Già dopo gli stupri di Caivano e Palermo, il tema dell’educazione affettiva nelle scuole è saltato al centro dell’agenda del governo. Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, poi, la questione della violenza idi genere ha rivelato ancora una volta la sua urgenza. È in questo solco che è stato ideato il piano “Educare alle relazioni“, che sarà presentato domani, mercoledì 22 novembre: un’ora di incontri a settimana, per tre mesi l’anno, con un totale di dodici sessioni. A coordinare il pool di psicologi e giuristi che ha elaborato il progetto in seno al ministero dell’Istruzione è stato chiamato Alessandro Amadori. Docente di Psicologia alla Cattolifca di Milano, con un compenso di 80 mila euro l’anno pagatogli dal ministero, Amadori fa parte dello stesso think tank del ministro Giuseppe Valditara, Lettera 150, e con lui ha anche pubblicato un libro dal titolo È l’Italia che vogliamo. Il manifesto della Lega per governare il Paese.
La Guerra dei sessi
La prefazione è firmata da Matteo Salvini. Ma non è questo il volume che il quotidiano Domani analizza per tracciare un quadro delle tesi di Amadori. Nel 2020, il professore ha scritto con una sua studentessa, Cinzia Corvaglia, un testo intitolato La Guerra dei sessi. Piccolo saggio sulla cattiveria di genere. Con il libro del generale Vannacci, sottolinea Christian Raimo, condivide lo stesso servizio di self-publishing, «uno stile vagamente cospirazionista e l’insofferenza per il politicamente corretto». Per Amadori, infatti, il politicamente corretto corrisponderebbe con l’idea che la violenza di genere sia solo quella perpetrata dagli uomini. L’autore «derubrica la violenza di genere all’espressione della “cattiveria, rimandando la questione all’individualità e non considerandone il carattere sistemico». Nei diversi capitoli, Amadori alterna forme di cattiveria maschile a peculiarità della cattiveria femminile. Si legge: «Ma allora, parlando di male e di cattiveria, dovremmo concentrarci solamente sugli uomini? Che dire delle donne? Sono anch’esse cattive? La nostra risposta è sì, cioè che anche le donne sanno essere cattive, più di quanto pensiamo».
«Il diavolo è anche donna»
A dimostrazione di ciò, nel capitolo intitolato «Il diavolo è anche donna», Amadori parte da un articolo pubblicato su un blog amatoriale, Soverato Web, a firma di Andrea Pirillo. Per Domani, si tratta di «uno sconosciuto che Amadori considera per lunghe pagine un maître à penser».
Tra le tesi riprese da Pirillo, «questo spiazzante ritratto, molto poco politically correct, del comportamento femminile, con provocatorio riferimento alla ricorrenza della festa della donna. Come a dire che ci sarebbe poco da festeggiare e da celebrare una presunta “differenza morale” della donna rispetto all’uomo, perché la prima si comporta spesso come, o persino peggio, del secondo».
Per Pirillo, ispiratore del capitolo di Amadori, le donne sono sempre state cattive, dalle figure bibliche fino a quelle attuali passate alla storia. Dopo aver scandagliato le analisi di tale Pirillo, Amadori si dice convinto che «i raptus omicidiari, sostanzialmente, non esistono in quanto tali, e che bisogna piuttosto iniziare a parlare di cattiveria, aggressività e consapevolezza».
«Gli uomini o sono carnefici o sono vittime»
Insomma, riassume Raimo, per Amadori «la violenza maschile, tra cui il femminicidio, va letto come cattiveria. La cattiveria è una categoria spirituale transtorica. Ed esiste una speculare, parimenti feroce, cattiveria femminile». Poi riporta letteralmente le parole del libro pubblicato 2020: «Eravamo partiti dalla cattiveria maschile, indagando in particolare il femminicidio, e strada facendo ci siamo accorti che questo crimine, nella sua inaccettabile brutalità, è in qualche modo il contraltare di una sostanziale fragilità psichica maschile […]. L’intensità con cui tanti maschi cercano, nelle pieghe della società post-moderna, la sottomissione al femminile, ci sembra davvero una conferma di questa tesi». Amadori mescola frasi di Freud a sentenze pescate su siti amatoriali, fino a dare questa spiegazione dei femminicidi: «Dietro la punta dell’iceberg dei femminicidi, sembra esserci il grande corpo dell’iceberg, costituito dal bisogno di sottomissione maschile. È come se gli uomini facessero davvero fatica ad avere un rapporto equilibrato con il femminile: o sono carnefici, o sono vittime».
La Ginarchia
E ancora: «C’è una piccola popolazione di donne che approfitta di questa tendenza maschile alla sottomissione e ne fa una vera e propria fonte di business». A questo punto, Amadori tira fuori dal cilindro il presunto movimento femminista radicale chiamato Ginarchia. Secondo l’autore, queste attiviste sarebbero animate dall’invidia del pene, «un concetto tanto provocatorio quanto controverso e, oggi, non politicamente corretto». Le donne cattive aderenti alla Ginarchia, tra le quali, secondo Amadori, si annoverano sadiche, umiliatrici e necrofile, «agiscono come delle amazzoni giustiziere che vendicano l’intero genere femminile attraverso una totale svalutazione del maschile e, a tendere, la sua riduzione in schiavitù. Con tanto di strumenti di contenimento sessuale e di castità forzata, uno dei cardini della rieducazione maschile nella prospettiva ginarchica, insieme al rovesciamento dei ruoli nel rapporto sessuale». Tra strap on e altre pratiche, la Guerra dei sessi imbocca una strada sempre più complottista: «La più nota teorizzatrice della Ginarchia è la scrittrice Aline D’Arbrant, il cui testo viene considerato dalle adepte come un vero e proprio libro sapienzale». Peccato che il libro di D’Arbrant, fa notare Raimo, non è altro che una specie di romanzo auto-pubblicato e con una diffusione risibile.
«30 mila adepti in Italia»
Fatto che non viene ritenuto importante da Amadori, che invece denota come «in Italia esistono realmente delle Ginarche e noi ne abbiamo conosciute di persona. Da loro promana un bisogno profondo di sopraffazione e di umiliazione del maschile come categoria […]. La Ginarchia si basa sulla superiorità femminile sul maschio e del conseguente diritto delle donne a spodestarlo e a porlo sotto il controllo femminile. Il tutto nella prospettiva di arrivare a instaurare un utopico governo mondiale delle donne, appunto una sorta di ideologia socio-politica. Molto di nicchia, ma con un certo numero di seguaci anche in Italia: la nostra stima è di 30 mila persone che, forse paradossalmente, sono in maggioranza uomini». Il libro, conclude Raimo, arriva a rasentare l’apocalittico, «ma non è facile selezionare citazioni significative, il complottismo sta proprio nell’assoluta mancanza di razionalità». Il pezzo di Domani si chiude con una domanda: «Fa fatica pensare come mettere insieme questo genere di considerazioni con il ruolo che il governo ha affidato ad Amadori. Di fronte alla violenza maschile, che ancora una volta il femminicidio Cecchettin conferma, come è possibile che sia stato scelto come consulente e coordinatore del progetto sull’educazione relazionale per le scuole Amadori?».
(da Open)

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DAVANTI ALL’ISOLA DI LAMPEDUSA UNA BAMBINA DI 2 ANNI È MORTA DOPO IL NAUFRAGIO DEL BARCHINO IN CUI VIAGGIAVA, INSIEME AD ALTRI 52 MIGRANTI

Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile

L’IMBARCAZIONE PROVENIVA DA SFAX, IN TUNISIA, DOVE LA MELONI AVEVA CELEBRATO L’ACCORDO PATACCA CON IL PRESIDENTE SAIED… E INTANTO, UN PESCHERECCIO CON A BORDO 400 DISPERATI È ATTRACCATO AL MOLO COMMERCIALE

Naufragio nelle acque davanti a Lampedusa: 43 migranti sono stati recuperati, sugli scogli di Capo Ponente, dalle motovedette della Capitaneria di porto; altri due giovani sono stati salvati da due pescatori lampedusani sulla costa di Muro Vecchio.
Una bambina di 2 anni è morta sull’unità di soccorso. La piccola è spirata mentre la motovedetta la stava portando, insieme agli altri superstiti, verso il porto. Ci sarebbero dei dispersi.
Erano 53, secondo quanto si apprende, a viaggiare sull’imbarcazione, un barchino di ferro partito da Sfax, in Tunisia, affondato intorno alle 14 al largo di Lampedusa. I migranti recuperati erano originari di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Bissau, Guinea Konakry e Mali.
Ad accorgersi dei migranti, che sembrava fossero stati abbandonati sulla costa da un barca che aveva poi ripreso il largo, sono stati tre funzionari e un ispettore della polizia. Così è stato stato lanciato l’allarme. Lo stesso hanno fatto, poco dopo, Salvatore e Giuseppe Del Volgo, i due pescatori che hanno salvato due ventenni ivoriani.
Un peschereccio con a bordo 400 migranti circa è attraccato al molo commerciale di Lampedusa dopo che nel pomeriggio è avvenuto un naufragio con otto dispersi e la morte di una bimba. Ad agganciarlo e scortarlo, garantendo la sicurezza di tutte le persone a bordo, sono state le unità di soccorso della Guardia costiera. Salgono così ad 11, per un totale di oltre 800 persone, gli sbarchi di oggi sulla maggiore delle isole Pelagie.
(da agenzie)

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