Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO OXFAM: I PIU’ FACOLTOSI PRODUCONO IL 16% DELLE EMISSIONI DI Co2 COME I 5 MILIARDI PIU’ POVERI
Una quota di appena l’1% della popolazione mondiale, quella più
ricca, è stata responsabile nel 2019 del 16% delle emissioni globali di anidride carbonica derivanti dai consumi. Quei 77 milioni di persone hanno inquinato quanto i due terzi più poveri di tutta l’umanità, 5 miliardi di persone. Basteranno solamente le loro emissioni e gli effetti del conseguente riscaldamento globale a causare 1,3 milioni di vittime, la maggior parte entro il 2030. Ancora più danni potrà fare il 10% più ricco della popolazione mondiale, responsabile invece della metà delle emissioni globali. Sono alcuni dei dati contenuti in un nuovo rapporto lanciato da Oxfam a pochi giorni dall’inizio della Conferenza delle Parti sul clima, la Cop 28, che si svolgerà a Dubai con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale (o almeno avvicinarsi più possibile a questo target).
Un dossier, pubblicato in anteprima su ilfattoquotidiano.it, con il quale Oxfam rilancia anche la raccolta firme La Grande Ricchezza, sostenuta dal Fatto Quotidiano e Radio Popolare e a supporto della campagna europea Tax the rich, che chiede alla Commissione di istituire un’imposta europea sui grandi patrimoni. Tra le proposte avanzate da Oxfam, incardinate sulla necessità di dare una risposta simultanea alla crisi climatica e all’acuirsi dei divari economici e sociali c’è, nello specifico, l’introduzione di un’imposta progressiva sui grandi patrimoni, a carico di chi occupa posizioni apicali nelle nostre società – come lo 0,1% dei cittadini più ricchi – e produce molte più emissioni rispetto ai più poveri. Perché il primo passo è combattere le disuguaglianze. A iniziare dall’Italia. Anche nella Penisola i dati sono emblematici: nel 2019, il 10% più ricco della popolazione ha emesso il 36% in più rispetto a metà Paese, il 50% più povero.
Quel legame tra crollo climatico e disuguaglianza – Il report fotografa l’impatto dei modelli di consumo e degli stili di vita dei super-ricchi sui livelli di emissioni inquinanti, mettendoli a confronto con quelli del resto del pianeta. “I super-ricchi stanno saccheggiando e inquinando il pianeta e, di questo passo, finiranno per distruggerlo, lasciando l’umanità a fare i conti con ondate estreme di calore, inondazioni e siccità sempre più frequenti e devastanti” spiega Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. Di fatto, il rapporto non si limita a fornire quantificazioni sull’iniqua distribuzione delle emissioni tra diversi gruppi di reddito, ma riflette anche sugli impatti differenziati del cambiamento climatico per le diverse fasce della popolazione del pianeta. Fotografando inoltre come le sfide del cambiamento climatico e delle crescenti disuguaglianze economiche siano profondamente interconnesse. Commentando i risultati del rapporto l’attivista climatica svedese Greta Thunberg ha ricordato un concetto più volte ribadito alle Cop degli ultimi anni dagli uomini più potenti del mondo. Un concetto che, però, si dimentica troppo in fretta non appena termina il vertice di turno. “Il collasso climatico e la disuguaglianza sono collegati tra loro e si alimentano a vicenda. Se dobbiamo superarne uno, dobbiamo superarli entrambi”. Ancora di più perché i più ricchi possono isolarsi dai danni che causano: “Possono scappare nelle loro case climatizzate. Possono proteggersi da danni alla loro proprietà. Mentre quelli in prima linea, che soffrono a causa degli eccessi dei più ricchi, non hanno nessun posto dove nascondersi dalla siccità, dalle inondazioni e dal calore incessante”. Nei paesi con maggiori disuguaglianze, l’impatto è molto maggiore. Oxfam ha analizzato gli impatti di 573 gravi inondazioni in 67 Paesi a reddito medio e alto: “Il bilancio delle vittime è sette volte più alto nei paesi con maggiori disuguaglianze”.
Il divario nell’impronta di carbonio – Il rapporto, realizzato in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, offre un’analisi dei livelli di emissioni per diversi gruppi di reddito nel 2019 – anno per cui sono disponibili i dati più recenti – mostrando il netto divario tra l’impronta di carbonio dei percettori di redditi più elevati e quella del resto della popolazione globale in base agli stili di vita, ai modelli di consumo e agli investimenti in industrie inquinanti. La quota del 16% di emissioni di Co2, derivante dai consumi di appena l’1% della popolazione mondiale, è persino superiore a quella prodotta da tutte le automobili in circolazione e degli altri mezzi di trasporto su strada. Significa che l’1% più ricco per reddito inquina in media in un anno quanto inquinerebbe in 1.500 anni una persona appartenente al restante 99% dell’umanità.
D’altronde, nel 2022, Oxfam ha condotto un’analisi su 125 miliardari e ha scoperto che, in media, emettevano 3 milioni di tonnellate di Co2 equivalenti all’anno attraverso i loro investimenti, oltre un milione di volte di più, in media, rispetto a chi appartiene al 90% più povero dell’umanità. Il risultato è che, ogni anno, le emissioni di questi super-ricchi annullano di fatto gli sforzi verso la decarbonizzazione. Certamente vanificano la riduzione di emissioni di anidride carbonica che si ottiene dall’impiego di quasi un milione di turbine eoliche. Si avvicina la Cop 28 di Dubai, con il suo obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C, stabilito con l’Accordo di Parigi sul clima. Di questo passo, però, nel 2030 le emissioni di carbonio dell’1% più ricco saranno 22 volte superiori al livello compatibile con questo obiettivo.
Una tassa sui redditi dei super-ricchi – Per questo Oxfam – con Il Fatto come media partner – sostiene la proposta di un’imposta europea sui grandi patrimoni. “Sarebbe decisiva – spiega la ong – per avere le risorse necessarie per ridurre le disuguaglianze, frenare il cambiamento climatico e finanziare una transizione ecologica giusta, anche in Italia”. Secondo le stime contenute nel rapporto, una tassa del 60% sui redditi dell’1% dei super-ricchi a livello globale ridurrebbe più carbonio di quanto emesso nel Regno Unito e consentirebbe di raccoglierebbe 6,4 trilioni di dollari per finanziare l’energia rinnovabile e la transizione lontano dai combustibili fossili. “Senza pretesa di rappresentare una panacea – conclude Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia fiscale di Oxfam Italia – un’imposta progressiva sui grandi patrimoni può generare risorse considerevoli per la decarbonizzazione dell’economia e per affrontare al contempo i crescenti bisogni sociali – salute, istruzione, contrasto all’esclusione sociale – che stentano a trovare oggi una risposta adeguata. Un tributo in grado di garantire maggiore equità del prelievo fiscale e una prospettiva di futuro dignitoso per chi ne è oggi privato”.
(da il Fatto Quotidiano)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
IL GRUPPO CHE SFIDA LE DEMOCRAZIE DEL G7
Il mondo «non occidentale» alza il livello della sfida all’egemonia economica e finanziaria degli Stati Uniti. Dal primo gennaio 2024, sei Paesi, cioè Iran, Arabia Saudita, Egitto, Argentina, Emirati Arabi ed Etiopia, si uniranno al gruppo dei «Brics», vale a dire Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Sarà il primo passaggio di una specie di «big bang» che aspira a cambiare gli equilibri geoeconomici del mondo. Almeno altri 40 Stati hanno già chiesto di entrare nel club, dall’Algeria alla Repubblica democratica del Congo, dall’Indonesia a Cuba, dal Kazakistan al Gabon. Si sta formando, dunque, una coalizione che salda grandi potenze, come Cina, India e Russia, a nazioni africane, asiatiche, sudafricane ancora in via di sviluppo. C’era anche questo messaggio nel vertice di mercoledì 15 novembre fra il leader cinese Xi Jinping e il presidente americano Joe Biden, a San Francisco. «Il mondo – ha detto Xi – è abbastanza vasto per tutti e due. Cina e Stati Uniti sono pienamente capaci di crescere, nonostante le differenze». Dopo l’incontro con Biden e la folta delegazione Usa, Xi Jinping è andato a cena con alcuni dei più importanti imprenditori americani, da Elon Muskai dirigenti di Exxon Mobil, Apple, Citigroup, Microsoft. Nello stesso tempo Xi Jinping è stato il più convinto sostenitore dell’allargamento dei Brics. Come dire: porte aperte ai capitali occidentali, ma competizione aperta con Washington per il primato planetario.
Nascita dei Brics
La sigla Bric fu coniata nel 2001 da Jim O’ Neill, capo economista della banca d’affari americana Goldman Sachs, per indicare quattro realtà su cui puntare per investimenti ad alto potenziale, visto il loro sviluppo tumultuoso. La previsione di O’Neill, in realtà, non teneva conto che stava iniziando anche un processo politico-diplomatico. I governi di Brasile, Russia, India e Cina avevano già avviato un dialogo che giunse a maturazione con il primo vertice, ospitato nel sud della Russia, a Ekaterimburg, il 16 giugno del 2009. La foto con quei leader oggi appare un po’ sbiadita. Il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, è l’unico rimasto in carica. Alla guida della Cina c’era Hu Jintao, ora c’è Xi Jinping; della Russia, Dmitry Medvedev, adesso Vladimir Putin; dell’India, Manmohan Singh, ora è il momento di Narendra Modi. Nel 2010 i quattro fondatori decisero di aprire al dinamico Sudafrica. E con la «s» di Sudafrica i Bric diventarono Brics.
Lo zampino di Goldman Sachs
O’Neill aveva scritto ai clienti di Goldman Sachs che entro il 2040 i Bric avrebbero scalato la gerarchia dell’economia planetaria. Il pil cinese avrebbe agganciato quello degli Stati Uniti; l’India avrebbe sorpassato il Giappone, piazzandosi al terzo posto. E nel complesso i Bric sarebbero cresciuti più del G7, l’élite del capitalismo mondiale formato da Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada. Alla brillante partenza del primo decennio dei 2000 è seguita una fase di rallentamento. Ma, nel complesso, le cose sono andate come aveva immaginato il finanziere di Goldman Sachs.
G7 e Brics a confronto
Il Fondo monetario internazionale (Fmi) nota che nel 2022 i cinque Brics hanno prodotto il 31,5% del prodotto lordo mondiale, a parità di potere d’acquisto. Dal prossimo gennaio, con la formazione a 11, il «Brics plus», la quota della ricchezza totale salirà al 37,3% e continuerà ad allargarsi: 37,7% nel 2025, 38,5% nel 2028. Giusto per avere un termine di paragone: nel 2022 l’Unione europea ha coperto il 14,5% del pil mondiale (sempre a parità di potere d’acquisto); mentre il G7, il 30,3%. E nel 2028 la loro fetta di ricchezza si ridurrà ancora: quella della Ue (13,7%), quella del G7 (27,7%).
Nel blocco del G7 vivono 800 milioni di persone, vale a dire un quarto rispetto ai 3,2 miliardi di abitanti di Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica. Il divario si allargherà nel 2024, con l’apporto dei sei nuovi ingressi: altri 400 milioni di residenti. Totale 3,6 miliardi: il 44,4% della popolazione complessiva abiterà nel territorio dei «Brics plus».
Il G7 può contare su riserve d’oro per 17.527 tonnellate. I Brics ne hanno 5.493 tonnellate. Ma gli «emergenti» già ora dispongono del 21% dello stock petrolifero e con l’arrivo di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iran toccheranno la soglia del 41%. Sul fronte occidentale gli unici due produttori, cioè Stati Uniti e Canada, valgono rispettivamente il 20 e il 6%. Fin qui i dati di base dei due blocchi. Ma il punto è: quali sono gli obiettivi, dove vogliono e, soprattutto, possono arrivare i «Brics plus»?
Gli obiettivi
Il loro scopo dichiarato è costruire un ordine economico, commerciale e finanziario alternativo a quello creato dagli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale. Il primo passo è già stato compiuto: la costituzione della «Nuova Banca di Sviluppo» (Nbd). Ha cominciato a operare nel 2016, dalla sede di Shanghai, sotto la guida di una figura molto vicina a Lula, Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile (carica da cui fu sollevata per una serie di scandali). L’istituto è nato con L’ ambizione di diventare il Fondo monetario dei Paesi emergenti: prestare denaro ai governi in difficoltà senza chiedere drastiche riforme. Programma sintetizzato così dallo stesso Lula: «salvare, non affondare i Paesi come fa il Fmi». Gli azionisti della Banca sono i cinque Brics, a cui si sono aggiunti Egitto, Bangladesh ed Emirati Arabi. In sette anni di attività la Ndb ha messo in campo l’equivalente di 30 miliardi di dollari per finanziare circa 100 progetti legati alle infrastrutture, con il proposito di arrivare a 350 miliardi entro il 2030, scavalcando il Fmi che, secondo le cifre aggiornate al 15 novembre 2023, sta gestendo prestiti per circa 110 miliardi di dollari. La Nbd movimenta soprattutto le valute locali, nel quadro di una strategia più ampia: liberarsi della «dittatura del dollaro».
Scalzare il dominio del dollaro
Il tema è stato al centro dell’ultimo summit dei Brics, il 24 agosto 2023, a Johannesburg, in Sudafrica. Xi Jinping, Lula, Modi, il ministro russo Sergei Lavrov, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa sono partiti dalla centralità del dollaro. La moneta americana regola il 60% degli scambi commerciali internazionali e l’89% delle transazioni sul mercato dei cambi, cioè l’acquisto o la vendita di valuta. Nel settore finanziario i segnali sono più contrastanti. Le banche centrali stanno riducendo il peso del biglietto verde nella composizione delle riserve monetarie. Secondo il Fmi era pari al 65% del totale nel 2016, oggi è sceso al 59%. Nello stesso tempo, però, sono aumentate le emissioni di obbligazioni internazionali denominate in dollari: dal 38,5% del 2003 al 48,5% del 2023. Ciò significa che negli ultimi vent’anni sempre più Stati e sempre più imprese pubbliche o private si sono affidate alla moneta Usa per cercare risorse sui mercati finanziari esteri.
Pechino candida lo yuan
Ma i «Brics plus» sarebbero davvero in grado di lanciare una moneta unica, magari sul modello dell’euro, ideata e sperimentata da zero? La risposta largamente diffusa negli ambienti finanziari mondiali è «no»; e sarà così per un lungo periodo.
Nel concreto, quindi, la «de-dollarizzazione» viene interpretata in due modi diversi. La prima è quella di Pechino. Il governo di Xi Jinping sta spingendo per candidare la propria moneta, lo yuan, a diventare l’alternativa alla divisa americana. Ma parte da molto lontano, forse da troppo lontano. Oggi lo yuan copre soltanto il 2,6% delle riserve valutarie nel mondo, contro il 5,8% dello yen giapponese, il 4,8% della sterlina britannica, il 20% dell’euro e, come abbiamo visto, il 59% del dollaro. Il restante 7,8% è espresso in dollaro canadese, dollaro australiano, franco svizzero e altre monete. A partire dal 2005 Pechino ha concluso una serie di accordi con le banche centrali, tra l’altro, di Malesia, Argentina, Nigeria per offrire lo yuan come moneta per le riserve valutarie.
La proposta di Lula
Inoltre i cinesi hanno sviluppato una piattaforma bancaria, in collaborazione con Thailandia, Hong Kong ed Emirati Arabi, da usare in alternativa allo Swift, il sistema più usato dagli istituti di credito mondiali per regolare i pagamenti finanziari e commerciali. L’attivismo di Pechino, tuttavia, sta incontrando forti resistenze tra gli stessi partner dei Brics. L’India e l’Indonesia, per esempio, hanno già fatto sapere di non essere interessati a sostituire il dominio del dollaro con quello dello yuan. Ecco, allora, il secondo possibile sviluppo della «de-dollarizzazione», così come lo ha spiegato il presidente brasiliano Lula: «Quando commerciamo tra noi, possiamo farlo tranquillamente usando le nostre monete, non abbiamo bisogno di ricorrere al dollaro». Questo schema, però, potrebbe avere un impatto limitato sulla mappa degli scambi mondiali. A meno che non aumenti in modo consistente il trade incrociato tra tutti Paesi del Brics. A cominciare da quello tra i due giganti: Cina e India. Nel 2022 il traffico tra i due Paesi è salito dell’8,2%, toccando la soglia di 135,9 miliardi di dollari. Ma le grandi direttrici del commercio transitano ancora per gli Stati Uniti e per l’Occidente. Due dati, sempre riferiti al 2022: l’interscambio tra Usa e India è stato pari a 191,8 miliardi di dollari; quello tra Usa e Cina addirittura a 758,4 miliardi. Alla prova dei fatti, quindi, i Brics non sono ancora nelle condizioni di poter fare a meno degli Stati Uniti e dell’Occidente, dei suoi prodotti, della sua tecnologia, della sua moneta di riferimento principale, il dollaro.
Il peso politico
Ma c’è un’altra, importante complicazione: difficile immaginare che questi 11 Paesi e quelli che verranno possano muoversi in maniera compatta sul piano politico e quindi condizionare il confronto negli organismi internazionali, a partire dalle Nazioni Unite. Oppure nel G20, il gruppo che riunisce periodicamente i leader delle prime 20 economie del pianeta. Gli orientamenti sono troppo diversi. Le guerre in Ucraina e a Gaza hanno messo in luce spaccature e netti contrasti. La Cina non ha condannato esplicitamente l’aggressione putiniana a Kiev. L’India lo ha fatto. Le dispute sulla definizione dei confini nazionali tra Pechino e Nuova Delhi sono costanti. Xi Jinping si propone di oscurare la l’influenza americana nella regione dell’Indo-Pacifico. Il premier indiano, Modi, invece, coltiva il dialogo con Joe Biden. Sul Medio Oriente: l’Iran vuole cancellare Israele dalla faccia della terra; l’Arabia Saudita era pronta a firmare un’intesa di cooperazione economica con Tel Aviv (gli Accordi di Abramo), in cambio della protezione militare di Washington, nonché della tecnologia a uso civile americana. La guerra diGaza e la violenta reazione israeliana, però, hanno ricompattato, almeno per il momento, il mondo musulmano contro il governo guidato da Benjamin Netanyahu. Le sfide del «Brics plus», dunque, saranno due. Quella verso l’Occidente e, in parallelo, quella di spianare i contrasti politici interni e di condividere la strategia su moneta, commerci, investimenti per mettere in discussione la centralità geoeconomica dell’Occidente.
Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina
(da corriere.it)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
L’80% LO FA PER REPERIRE LIQUIDITA’
La maggior parte degli italiani ha deciso di vendere in nuda
proprietà il proprio immobile. È quanto emerge dal rapporto di Immobiliare.it, relativo al primo semestre del 2022.
Oltre il 73% – secondo i dati di Tecnocasa, citati da La Stampa – «è stato spinto da motivazioni quali: reperire liquidità, mantenere un determinato tenore di vita, far fronte a esigenze legate all’avanzare dell’età o sostenere i figli nell’acquisto della casa».
Chi cede la propria abitazione è molto spesso un pensionato che, a causa dei rincari, non riesce ad arrivare a fine mese. Semplificando (di molto) la definizione, dal punto di vista legale, il proprietario di un immobile mette in vendita la sua casa in nuda proprietà conservandone il diritto di abitazione per l’intera durata della sua vita o, in alternativa, fino a una data pattuita e concordata nel contratto di vendita. Ciò significa che alla scadenza dell’usufrutto, chi ha acquistato in nuda proprietà potrà disporre liberamente dell’immobile. Più facile, forse, soprattutto per un anziano, rispetto alle incombenze della vendita vera propria, condizionata dal dover trovare un’altra sistemazione e affrontare un trasloco lasciando la propria abitazione e, molto spesso, i ricordi di una vita.
Acquirenti e venditori: un profilo
Gli italiani con un’età compresa tra i 55 e i 64 anni (oltre il 38%) sono gli acquirenti più attivi sul mercato, secondo i dati di Tecnocasa. Nella maggior parte dei casi, si tratta di famiglie (64,7%), i single si fermano al 35,3% mentre gli acquirenti con figli raggiungono il 26%. Dall’altro lato, chi vende lo fa sia per reperire liquidità, ma anche «per dare una mano ai figli per l’acquisto della casa», si legge nel report. Il venditore, sempre secondo i dati del rapporto, vive solo, è vedovo o vedova, è divorziato o divorziata e si tratta prevalentemente di untra sessantacinquenni. Nell’81,8% delle compravendite di nuda proprietà è inoltre finalizzata a un investimento a lungo termine.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI ABBIAMO PERSO GIA’ 7.000 PROFESSIONISTI
La Norvegia recluta infermieri italiani e addirittura “opziona sin da subito” i migliori studenti. Decine di allettanti offerte – segnala Nursing Up, Sindacato Nazionale Infermieri – arrivano in questi giorni dalla terra dei fiordi, attraverso una nota agenzia di recruitment spagnola.
A tempo indeterminato
Stipendi fino a 3500 euro netti, escluse premialità, in molti casi anche affitto e bollette pagate, volo pagato dall’Italia e contratti a tempo indeterminato per opportunità che rappresentano vere e proprie scelte per la vita. Ma non è finita qui. Pur di avere i nostri professionisti, la Norvegia accetta anche studenti del terzo anno in infermieristica.
La Norvegia non è la sola, molte offerte arrivano anche da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. “Il servizio sanitario pubblico norvegese, in particolare attraverso un’agenzia internazionale spagnola con sede ad Alicante, con cui in queste ore abbiamo avviato serrati contatti, mette sul piatto della bilancia opportunità che sembrerebbe davvero difficile rifiutare”, scrive il sindacato
Il sindacato: offerte più aggressive
“Ciò che possiamo constatare, senza esagerazione alcuna, esordisce Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up Sindacato Nazionale Infermieri, è soprattutto il fatto che negli ultimi tempi le proposte di lavoro dall’estero si stanno addirittura evolvendo, e per gli ambitissimi professionisti italiani si sono fatte decisamente “più aggressive” e soprattutto davvero difficili da rifiutare per un nostro giovane laureato in infermieristica.
Siamo di fronte, continua De Palma, ad una vera e propria caccia aperta agli infermieri di casa nostra che va avanti da alcuni anni, con una pericolosa emorragia di professionisti che le nostre istituzioni non riescono in alcun modo ad arginare attraverso piani alternativi di valorizzazione.
Professionisti da molti paesi
Dopo la Svizzera, dopo il Medioriente, le agenzie di recruitment internazionali si stanno ora concentrando in accurate selezioni per alzare ulteriormente il livello della già fiorente sanità del Nord Europa, scegliendo tra i migliori professionisti provenienti da altri Paesi. Tra questi, l’Italia ha un ruolo importante anche per la solidità del percorso di studio che – sottolineano – ha pochi eguali nel contesto della sanità del Vecchio Continente. A maggior ragione poi se l’infermiere ha un percorso di specializzazione come un master e magari già da qualche anno ha vissuto “sul campo” la complessa e impegnativa realtà dei professionisti dell’assistenza di casa nostra nella sanità pubblica italiana.
Non è richiesta la conoscenza della lingua
Il servizio sanitario pubblico norvegese offre in questo momento dai 2800 ai 3500 euro netti al mese: certo, il costo della vita è elevato in città come Oslo e Bergen, ma in alcuni casi, ci specificano dai vertici delle agenzie, ci sono addirittura affitto e bollette pagate, quasi sempre almeno nei primi mesi.
I contratti sono tutti a tempo indeterminato, dice ancora De Palma, e addirittura non c’è più l’obbligo di conoscere le complesse basi del norvegese, non subito almeno.
Immaginiamo quindi, che il professionista italiano debba ovviamente immediatamente immergersi in corsi di lingua locale, ma lo farà solo una volta che è arrivato sul posto. Nel percorso di selezione per trovare lavoro nella sanità pubblica norvegese, infatti, “non viene richiesta alcuna specifica conoscenza linguistica”,
37,5 ore a settimana
Non è finita qui, insiste De Palma. Lo stipendio base non include premialità e bonus, si lavora mediamente 37,5 ore settimanali, ti viene pagato il volo dall’Italia per raggiungere città come Oslo, Bergen e Trondheim, ma c’è una novità incredibile che apprendiamo nei contenuti di tutti gli annunci, e ce ne sono a decine, negli ultimi giorni, dalla Norvegia. Nelle selezioni sono addirittura inclusi giovani al terzo anno di infermieristica.
In 3 anni 7000 infermieri sono andati via
Naturalmente stiamo cercando di approfondire la questione, ma non escludiamo il fatto che Paesi come la Norvegia potrebbero presto arrivare “a opzionare” i nostri migliori studenti, seguirli fino al completamento degli studi, pur di averli in servizio da loro. Ma se i nostri studenti giovani laureati andranno a lavorare in Norvegia, chi resterà a prestare servizio per I cittadini italiani? Negli ultimi tre anni, conclude De Palma, ben 7mila infermieri italiani hanno lasciato il nostro Paese. E ricorda come tra pochi giorni, il 5 dicembre prossimo, “stanchi e logorati come non mai, incroceranno le braccia in uno sciopero che unisce la nostra protesta a quella di alcuni sindacati dei medici. Tutto questo mentre l’Europa “pesca a piene mani” addirittura aprendo le selezioni ai nostri migliori studenti non ancora laureati”.
(da La Repubblica)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
A ROMA IL CONGRESSO SLITTA A GENNAIO, MANCA LINTESA CON I GABBIANI DI RAMPELLI… LITI SULLE TESSERE A LIVORNO… UNA TASK FORCE PER NAPOLI
Livorno: guerra tra bande sulle tessere e federazione
commissariata. Roma: conta rimandata a gennaio. Come probabilmente capiterà a Napoli, dove la segreteria di FdI pensa di spedire una «task force» per sedare gli animi un po’ troppo belligeranti delle fazioni locali. Giorgia Meloni sperava che filasse tutto liscio. Che i congressi provinciali di FdI, annunciati a settembre, si chiudessero a stretto giro e senza troppo clamore. Entro fine anno, per godersi il panettone e soprattutto la festa Atreju, che parte il 14. Invece non sono i Goblin di Tolkien a tormentarla, ma i suoi colonnelli, chiamati a gestire un frullatore di 280mila iscritti, lievitati rispetto all’anno passato, quando erano quasi la metà. Lungo lo Stivale il percorso si sta rivelando più accidentato del previsto. E non si tratta nemmeno di un congresso nazionale, che i Fratelli non celebrano da sei anni, era il 2 dicembre del 2017.
Il grattacapo più serio, per la premier, è al solito Roma. Il “padre di tutti i congressi”. Anche perché dentro e intorno al Gra ruota l’unica vera corrente di FdI capace di mettere in discussione alcune mosse della leader, i Gabbiani di Fabio Rampelli. Nella Capitale erano abituati a comandare, fino a quando Meloni, a febbraio, ha spezzato la tradizione: via il deputato rampelliano Massimo Miliani, il leader romano accusato di gestire un po’ troppo parzialmente il database degli iscritti, e commissariamento della federazione in mano al fidato Giovanni Donzelli. Il clima frizzantino di avvicinamento al congresso della Capitale ha prodotto una corsa forsennata a macinare iscritti. Risultato: tessere esplose, 43mila contro le 15mila del 2022. L’area lolliana, nel senso del ministro Francesco Lollobrigida, ne ha portate a via della Scrofa almeno 27mila, mentre i Gabbiani ne rivendicano 16mila. Ma i giochi, a Roma, sono tutt’altro che fatti. Rampelli continua a rivendicare la leadership. Per Milani, che vorrebbe tornare al suo posto. O addirittura per sé stesso, mormora qualcuno dei suoi, se venisse presentata come «candidatura unitaria». Perché sì, i rampelliani a conti fatti hanno solo il 35% dei tesserati romani, ma è anche vero che hanno giocato soli contro tutti, mentre l’area Lollo ha assemblato gruppi diversi. Nel giro Meloni non la vedono così. In rampa di lancio c’è il giovane deputato Marco Perissa. Un caminetto per appianare i dissidi ancora non c’è stato. E così la conta è rimandata: se ne parla a gennaio. Formalmente «per questioni logistiche, vanno inseriti i nomi degli iscritti nel server», è la spiegazione ufficiale, di chi non vuole mettere troppa zizzania. Ma è anche vero che in altre città, come Milano dove rivaleggia l’area La Russa–Santanchè con quella di Carlo Fidanza, c’è già una data, sia per il congresso cittadino che per quello provinciale: il 2 dicembre. Mentre per Roma l’unico congresso fissato è quello dell’hinterland, sabato prossimo a Tivoli. Ma l’extra moenia capitolino è da anni considerato a via della Scrofa «roba di Lollo».
Roma non è l’unica spina, per la premier e la sorella Arianna, da settembre capo del tesseramento e responsabile della segreteria politica di FdI. A metà ottobre è stata commissariata la federazione di Livorno, Toscana donzelliana. Bizze sulla registrazione delle tessere tra due cordate, quella dell’ex presidente Giacomo Lensi e dell’ex rautiana Marcella Amadio. Per calmare le acque, Arianna ha spedito come reggente il senatore bolognese Marco Lisei.
Tira aria di rinvio a gennaio anche a Napoli, dove si fronteggiano l’area del deputato Michele Schiano e quella del senatore Sergio Rastrelli. E si è appena candidato in autonomia un ras delle preferenze come Marco Nonno, consigliere regionale sospeso per la legge Severino. Il caso Napoli è stato affrontato nelle ultime riunioni della segreteria congressuale. Con la decisione di spedire lì una «squadra speciale», di big nazionali, per evitare che la corsa assomigli a una giostra impazzita.
(da La Repubblica)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
IL MINISTRO LOLLOBRIGIDA AVEVA MESSO SUL TAVOLO LA NECESSITÀ DI “RIVEDERE IL METODO” DI SCELTA DEI CANDIDATI, PERCHÉ ERA BASATO SUI CONSENSI PRE-ELETTORALI, QUANDO LA LEGA ERA AL 30 PER CENTO E FRATELLI D’ITALIA NON ANDAVA OLTRE L’8 PER CENTO
A guardarli in questi giorni, si fa fatica a definirli «alleati». Lo scontro tra Lega e Fratelli d’Italia ormai viene portato avanti alla luce del sole, senza particolari remore. D’altronde la tensione politica nel governo continua a salire da mesi e così, a cascata, i dissidi ora esplodono anche nei territori, dove è più difficile nascondere la polvere sotto il tappeto.
Il primo strappo avviene in Trentino. Il presidente leghista Maurizio Fugatti rompe i patti sulle nomine in giunta e FdI replica uscendo dalla maggioranza, pur garantendo il sostegno esterno.
Nemmeno 24 ore dopo, in Sardegna, i leghisti appoggiano a sorpresa la ricandidatura del governatore uscente Christian Solinas, sul quale c’erano le note resistenze degli uomini di Giorgia Meloni […] Salvini non si ferma e mette nel mirino anche la Basilicata, Regione guidata da Forza Italia. Il partito azzurro, guidato da Antonio Tajani, per non restare schiacciato punta allora i piedi sulla ricandidatura di Alberto Cirio in Piemonte
Un domino incontrollato, in cui la Lega […] sembra voler giocare una sua partita. Anche al costo di uscire dai binari delle trattative […] La miccia è stata accesa in una delle ultime riunioni di maggioranza, quando il ministro e fedelissimo di Meloni, Francesco Lollobrigida, aveva messo sul tavolo la necessità di «rivedere il metodo» di scelta dei candidati, perché in molti territori quel «metodo» era basato sui consensi pre-elettorali, quando la Lega era al 30 per cento e Fratelli d’Italia non andava oltre l’8 per cento.
Ora che i pesi si sono ribaltati, per Meloni, va tutto rimesso in discussione. Matteo Salvini, in tutta risposta, alza la testa facendo saltare un accordo dopo l’altro. Tanto che si fa fatica a far rientrare il problema, anche a livello nazionale. I colonnelli vicini a Meloni cercano di minimizzare, «il problema non è Salvini, ma i leghisti che nei territori cercano di mantenere il potere», dice uno dei big del partito.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELL’ISTITUTO CATTANEO IN TRE UNIVERSITA’
Quasi uno studente universitario su due pensa che «il governo
israeliano si comporta con i palestinesi come i nazisti con gli ebrei». Il dato emerge da una ricerca dell’Istituto Cattaneo raccontata oggi dal Corriere della Sera.
La ricerca è stata realizzata in collaborazione con il dipartimento di statistica dell’università di Padova e ha raccolto i numeri di tre grandi atenei: Milano Bicocca, Bologna e Padova. L’indagine è stata condotta tra settembre e ottobre. 2.579 studenti sono stati sentiti.
Nel questionario si distinguono tre temi che riguardano l’antisemitismo. Il primo è il modello classico, quello che vede gli ebrei a capo di una cospirazione mondiale attuata con l’aiuto della grande finanza. Un secondo modello è quello che li accusa di doppia lealtà e che li rappresenta come un corpo estraneo nella società. Il terzo è quello che ridimensiona la portata della Shoah.
L’indagine
Per il 14% degli intervistati gli ebrei controllano il mondo della comunicazione. Una percentuale che aumenta al 18% per chi è di centrodestra. Mentre per il 30% del campione gli ebrei «sono più leali con Israele che con il paese di appartenenza». Il 33% dice che gli ebrei preferiscono frequentare i membri del loro gruppo piuttosto che gli altri. Infine, c’è quel 46% secondo il quale «il governo israeliano si comporta con i palestinesi come si comportarono i nazisti con gli ebrei». Il parallelo raccoglie ampi consensi a sinistra: il 59,7% sottoscriverebbe l’affermazione. E si avvicina al 70% nei primi giorni della crisi dopo l’attacco di Hamas ad Israele.
L’evoluzione
«Ciò che ci ha colpito è che il dato sul paragone con la Germania nazista cresce in modo sensibile soprattutto a sinistra dopo il 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas, e non dopo il 17, come ci aspettavamo, dopo l’esplosione dell’ospedale di Gaza», dice Asher Colombo, presidente dell’Istituto Cattaneo. «Si tratta di una indagine irripetibile, perché abbiamo potuto fotografare l’evoluzione prima e dopo il 7 ottobre. Avevamo già intervistato oltre mille persone nei primi giorni», aggiunge. E conclude: «È significativo che le percentuali più alte di adesioni a modelli antisemiti si registrano nelle fasce di studenti con votazioni più basse alla maturità o che leggono meno libri”
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
CONTRARIO ALL’ABORTO, PRATICA IL SESSO TANTRICO E HA FREQUENTATO STORICI E INTELLETTUALI DI APERTE SIMPATIE NAZISTE
«È una notte storica per il paese. Oggi inizia la ricostruzione dell’Argentina». Javier Milei ha cominciato così suo primo discorso dopo la vittoria al ballottaggio presidenziale in Argentina. Milei si è presentato in giacca e cravatta al fianco della sorella Karina, senza il chiodo di pelle che aveva indossato durante la campagna elettorale.
L’anarcocapitalista ha vinto il ballottaggio con il peronista Sergio Massa con il 56% dei voti mentre era stato aperto l’86% delle urne. Il suo avversario aveva ammesso la sconfitta qualche ora prima: «L’Argentina ha un sistema democratico solido e forte che rispetta sempre i risultati. Ovviamente l’esito non è quello che ci aspettavamo e ho contattato Javier Milei per congratularmi con lui e augurargli buona fortuna perché sarà il prossimo presidente. È il presidente eletto dalla maggioranza per i prossimi quattro anni», ha detto Massa, accreditato finora del 44,04% delle preferenze.
Oltre a quelle della Casa Bianca, a Milei sono arrivate anche le congratulazioni di Donald Trump: «Trasformerai il tuo paese e renderai l’Argentina di nuovo grande», ha detto l’ex presidente Usa. Milei, economista di 53 anni, ha promesso tra l’altro di abbandonare il peso per il dollaro statunitense. E di combattere l’inflazione attraverso nuove strategie in capo alla Banca Centrale argentina. Contrario all’aborto e favorevole al porto d’armi per i cittadini, Milei ha promesso di tagliare i legami commerciali dell’Argentina con Cina e Brasile.
All’inizio della campagna elettorale era salito sui palchi con una motosega per simboleggiare i tagli al bilancio dello Stato che vuole effettuare.
avier Milei, 53 anni e occhi di ghiaccio, è il nuovo presidente dell’Argentina. Ha l’acconciatura di Mick Jagger i modi di Beppe Grillo e le idee di Donald Trump. È l’alt-right incarnata in America Latina […]. Vuole dollarizzare l’economia, effettuare un piano radicale di privatizzazioni, tagliare all’osso la spesa pubblica e ridurre a dodici dicasteri il corpo ministeriale. È contrario all’aborto, in un Paese che ha vissuto una storica battaglia per legalizzarlo, è invece favorevole alla liberalizzazione del mercato degli organi: se c’è domanda, c’è mercato.
Milei è nato nel 1970 nel quartiere borghese di Palermo a Buenos Aires. Suo padre, Norberto Milei è un imprenditore nel settore dei trasporti. Sua madre, Alicia Lichic è casalinga. Con entrambi, da anni, ha tagliato tutti i rapporti: “No existen”, dice. Ha compensato il vuoto stringendo una forte relazione con Karina, la sorella diventata una dei suoi consiglieri nell’avventura elettorale. Se viene eletto, assicura, “sarà lei la first lady”. Ha studiato Economia, la materia che lo ha reso poi famoso come autore di testi e in seguito come opinionista televisivo che aggredisce e insulta gli interlocutori.
C’è un mito da sfatare riguardo a Milei ed è il fatto che sia “un outsider”. Pur non essendo mai stato candidato prima del 2020, è stato sempre molto vicino alla politica: nel 2015 fu consigliere economico dello stesso Massa poi diventato Ministro dell’Economia. Nel 2012 di Daniel Scioli, governatore di Buenos Aires.
Prima ancora, “negli anni 90 ha lavorato con il genocida Antonio Domingo Bussi, ex generale della dittatura, condannato per crimini contro l’umanità”. Tra le sue frequentazioni inoltre figurano storici e intellettuali di aperte simpatie naziste.
“Devo ammettere che la relazione con i cani è veramente un po’ strana. E si è vero, comunica con loro attraverso una medium”, racconta a Repubblica Romina Seferian, una designer di moda, imprenditrice e personalità della televisione che ha avuto una relazione con il candidato. Seferian si premura di sottolinearne le qualità: “È un uomo che ha una tavola da scacchi in testa. La sua intelligenza è superiore. E nell’intimità è un uomo di altri tempi, premuroso, gentile, fa regali”.
Regala a Romina biancheria intima e un manuale di sesso tantrico, “una pratica che lui stesso segue”. Però è anche un uomo che “perde il controllo” e la fine della loro storia – breve come la maggior parte delle relazioni del candidato che si conoscono – è repentina e burrascosa. “Non vuole figli. So che la sua compagna attuale, Fatima Florez, li vuole. Temo che avrà una delusione. So anche che Fatima non va d’accordo con la sorella. E certo è strano che lui voglia Karina come first lady”, conclude.
(da La Repubblica=
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
“ERA DISTRUTTO, POI SEMBRAVA PIU’ TRANQUILLO, ORA SIA FATTA GIUSTIZIA”
Insieme hanno condiviso chissà quanti ricordi: le grigliate a casa di
lei, le feste di compleanno, le gite in montagna. Francesca Quintabà, 22enne di Abano Terme, e Filippo Turetta si erano conosciuti a 17 anni e, da allora, non avevano mai smesso di frequentarsi. Lei lo considerava uno dei suoi amici più cari. Ma adesso, per Francesca, Filippo è «soltanto un piccolo uomo. Un mostro».
Qual è la prima cosa che le passa per la testa, ora?
«La solita frase che avevo sentito dagli altri, in queste circostanze. La violenza esiste, i femminicidi esistono: ma si pensa sempre che siano storie lontane da noi. E invece, questa volta, il mostro era uno dei miei più cari amici. Io non riesco a darmi pace. E mi vergogno profondamente di avere conosciuto Filippo, di avere parlato bene di lui in passato. Vorrei eliminare dalla mia mente qualsiasi ricordo che ci leghi. Se sto rispondendo a queste domande è perché farei qualsiasi cosa per Giulia».
Conosceva bene Filippo?
«Era compagno di classe del mio ex fidanzato, con cui sono stata insieme quattro anni e mezzo. È stato lui a presentarmi Filippo, abbiamo legato subito. Giravamo sempre in quattro, io ero l’unica ragazza del gruppo. Filippo è stato a casa mia, ha dormito da me un mucchio di volte, era sempre qui quando organizzavo le grigliate con gli amici. Ora provo una rabbia che non so spiegare. Avevamo trascorso insieme anche l’ultimo Capodanno, nella casa di montagna del mio ex, a Tonezza del Cimone. C’era anche Giulia».
Che ricordo ha di quella serata?
«Un ricordo speciale. Io e Giulia ci siamo messe in disparte rispetto agli altri, e lei si è aperta. Mi ha parlato della mamma. È un momento che ricorderò sempre. Quella sera ho conosciuto una ragazza buona, educata, a modo. Veramente una persona splendida. Mi dispiace solo non averla frequentata abbastanza. Ora tengo sempre con me il quadernetto che ci aveva regalato per ringraziarci dell’ospitalità».
Le aveva mai confidato di avere paura di Filippo?
«Purtroppo, no, non mi aveva mai detto niente. Probabilmente perché non ci conoscevamo molto bene e io, comunque, appartenevo alla cerchia di amici di Filippo. Ho scoperto soltanto in questi giorni che lui le controllava il cellulare, e poi tutto il resto. Sono rimasta basita. Se l’avessi saputo, le avrei detto immediatamente di distanziarsi da lui. Filippo è un folle. Mi chiedo con quali modelli sia cresciuto. Io ho un fratello maschio, ma nella sua testa ci sono sempre stati il rispetto e l’amore».
E Filippo come le aveva raccontato la fine della storia con Giulia?
«Era disperato, distrutto. Mi aveva detto che l’aveva lasciato perché lei voleva riprendersi i suoi spazi. Una cosa normale. Ma lui non riusciva a rassegnarsi all’idea di non stare più con Giulia, non accettava che fosse finita. Io gli dicevo che non poteva continuare a logorarsi. Ho provato a spiegargli che amare è vivere insieme, e non in funzione di un’altra persona. Gli ho detto di dare gli esami che gli mancavano all’università, di raggiungere i suoi traguardi con le sue gambe. Ma lui non riusciva nemmeno più a studiare. Ero preoccupata, lo trovavo illogico».
Quando l’ha visto l’ultima volta?
«A fine ottobre, alla mia laurea. Ultimamente mi sembrava stesse meglio. Non mi parlava più di Giulia, io evitavo di tirare fuori l’argomento. Pensavo ne fosse uscito, e invece…».
Com’era Filippo, quando vi frequentavate?
«Se pensavo che si sarebbe potuto trasformare in un assassino? No. All’apparenza era un ragazzo tranquillo. Un po’ riservato, ma comunque di compagnia. Le volte in cui l’ho visto insieme a Giulia, non mi ha mai dato modo di pensare a nulla di strano. Ora se rivivo i momenti passati insieme mi vengono i brividi. Sembrava un ragazzo normale, si è rivelato un mostro».
Come ha vissuto questa settimana?
«È stata devastante, un incubo. All’inizio ho tempestato Filippo di messaggi. Gli chiedevo di tornare, con Giulia. Ero sicura che fossero vivi. Non potevo immaginare che il mio amico avesse fatto una cosa così. Poi è cambiato tutto. Quando hanno scoperto il cadavere di Giulia, mi è crollato il mondo addosso. Ho provato, e continuo a provare, una rabbia che non riesco a spiegare. Su Facebook ho letto il saluto del suo papà, mi si è spezzato il cuore in mille pezzi. Giulia aveva tutta la vita davanti: la laurea, tanti traguardi da raggiungere. E invece è finito tutto, per colpa di un piccolo uomo, subdolo e meschino».
Vorrebbe rivederlo?
«Cinque minuti, per dirgli quanto mi ha deluso. Per chiedergli perché ha fatto tutto questo, che cosa gli ha portato di buono. Gli direi che lui diceva di amare Giulia. Ma che oggi, a causa sua, l’amore ha perso».
Ora cosa chiede?
«Giustizia per Giulia. Niente potrà restituirla al suo papà e ai suoi fratelli. Ma voglio venga fatta giustizia, almeno questo glielo dobbiamo».
(da agenzie)
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