Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“OGNI ANNO VENIAMO A LAMPEDUSA E QUANDO MORIREMO VERRANNO I NOSTRI FIGLI. E’ IMPORTANTE MANTENERE VIVA LA MEMORIA”
“Dina, 12/10/1991 – 03/10/2013”, è il tatuaggio scolpito in nero sulla pelle di Rahel
Shewit, sono le date di morte e di nascita di sua nipote. “Dina era la figlia di mia sorella, è stata la prima a vedere le luci di Lampedusa in lontananza, quando tutti pensavano di avercela finalmente fatta”, racconta asciugandosi la guancia dal rivolo di una lacrima. La nipote viaggiava da sola, la madre era rimasta in Eritrea.
“Sapevo per certo che Dina stava su quella barca, aspettavo solo che arrivasse. Mi aveva chiamata poco prima di imbarcarsi, mi aveva detto ‘zia sto per partire’. Non l’ho mai più vista, né in vita né da morta”. Rahel non era mai venuta a Lampedusa prima dell’anniversario del 2021, da allora è sempre tornata per ricordare quel giorno. “Venire qui mi fa sentire meno sola” – continua – “oggi poi è un giorno particolare per me: hanno finalmente confermato che è stato trovato il corpo di Dina. Non so ancora dove si trovi, ma sono arrivati i risultati dell’esame del dna, e c’è un corpo con lo stesso dna di mia sorella”.
Sono circa venti i dispersi presunti del naufragio del tre ottobre 2013 a Lampedusa, che causò la morte accertata di 368 persone. Venti corpi non sono mai stati rinvenuti, o se lo sono stati, il loro dna non è stato preso o è stato perso nel buco nero di un vuoto normativo che legiferi la raccolta di dati post e ante mortem delle persone migranti. Oggi, undici anni dopo quel giorno, Rahel avrà finalmente una tomba dove poter andare a trovare la nipote Dina.
Rezene Hagos, anche lui eritreo, adesso vive in Svizzera. Aveva ventidue anni quando lasciò il suo paese e di quella maledetta notte ricorda ancora tutto. “Sento spesso le voci dei bambini che gridavano e piangevano, e le preghiere incessanti degli adulti. Quando il capitano ha spento il motore eravamo vicinissimi a Lampedusa, ricordo le luci all’orizzonte. Nella notte una barca che pensiamo fosse della guardia costiera si è avvicinata, noi eravamo ancora tutti vivi, ma ci hanno detto che sarebbero tornati a soccorrerci la mattina seguente. Colui che stava al timone allora decise di incendiare una coperta, per paura che non tornassero. Quando abbiamo visto la vampata abbiamo pensato la barca stesse prendendo fuoco. Allora ci siamo spostati tutti da un lato, e da lì la barca si è ribaltata. In acqua c’erano molti bambini, i genitori, intere famiglie. Ricordo le madri che urlavano i nomi dei figli, ricordo le persone che sono finite affondò insieme con la nave. Mio zio stava sottocoperta ed è rimasto bloccato dentro la nave che si riempiva d’acqua sempre più velocemente”, racconta a Fanpage.it.
“Appena abbiamo toccato terra stavamo tutti male, non capivamo niente. Ma ero certo, e lo sono ancora, che se i soccorsi fossero arrivati subito ci saremmo salvati”, conclude.
Yossef Gurja, invece, aveva sedici anni ed era fuggito da solo dall’Eritrea. “Ho viaggiato 12 ore a piedi dall’Eritrea dall’Etiopia, lì sono rimasto tre anni, poi mi sono spostato in Sudan dove sono rimasto per nove mesi. Per ultimo ho raggiunto la Libia, lì sono stato rinchiuso nei campi di lavoro per tre settimane. Ho pagato 1500 dollari per fare quel viaggio”, racconta.
“Ricordo che una volta a bordo il comandante e una trentina di persone decisero di scendere dall’imbarcazione – continua – il mare era troppo mosso e la situazione era già terrificante. Ma per me era difficile, ormai ero salito a bordo, avevo pagato, non potevo tirarmi indietro. Ci abbiamo messo 24 ore prima di vedere l’Italia, siamo partiti alle tre e mezza del mattino, esattamente quando, il giorno dopo, la barca si è ribaltata”, quella stessa barca che adesso Youssef ha tatuata sul braccio: un’onda la avvolge, e poco più in basso ha inciso quella fatidica data.
Adesso vive in Norvegia, ha ricostruito la sua vita lì, ha ottenuto la cittadinanza e ha un passaporto che gli permette di viaggiare, ma non di tornare a trovare la madre in Eritrea. “Ho paura di tornare – ammette – ho il terrore di restare bloccato lì e che non mi facciano ritornare in Europa”.
Poi sorride, mostra le foto delle cerimonie degli anni passati, e dice: “Ogni anno continuiamo a venire qui a Lampedusa e quando moriremo verranno i nostri figli. È importante mantenere viva la memoria, perché quello che è successo a noi non riaccada”.
Dall’inizio dell’anno, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), sono almeno 1.452 i morti e dispersi nel Mediterraneo, con una proiezione a fine anno di poco inferiore a 2 mila vittime. Nel decennio dal 2014 al 2023 si stima che nel nostro mare abbiano perso la vita almeno 29mila persone. Di fronte a questi numeri, la memoria diventa un atto necessario per chi resta, ma anche l’espressione di una responsabilità specifica: fare testimonianza per rammendare quello che è stato promesso e mai mantenuto.
(da Fanpage)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LA CRISI IDRICA NON ACCENNA A PLACARSI… A CALTANISSETTA SI ACCENDONO LE PROTESTE
A estate ormai conclusa, la crisi idrica in Sicilia continua a preoccupare e, secondo alcune stime, coinvolge al momento più di due milioni di cittadini. Lo riporta un articolo del Sole 24 Ore, che parla di dighe rimaste a secco e una situazione drammatica in tutta la regione. L’ultima cabina di regia sulla crisi idrica in Sicilia si è tenuta lunedì 30 settembre e ha certificato la gravità di quanto sta accadendo: negli invasi ci sono circa 60 milioni di metri cubi di acqua disponibili, rispetto ai 300 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, ha assicurato di essere al lavoro per affrontare la situazione: «Non si devono solo tappare i buchi ma elaborare soluzioni per mettere in sicurezza il nostro sistema idrico. Ci stiamo muovendo per tamponare l’emergenza idrica facendo però in modo che queste misure facciano parte di un intervento strutturale», ha assicurato il governatore.
Il piano pozzi e autobotti
Una delle misure provvisorie avviate dalla Protezione civile regionali è il «piano pozzi e autobotti», che però – scrive Il Sole 24 Ore – finora ha portato pochi benefici. L’iniziativa prevede l’acquisto di 190 autobotti ma in molte province colpite dalla siccità non sono arrivate richieste dagli amministratori locali. Il piano invita poi i sindaci a trovare nuovi pozzi nel proprio territorio, chiedendo aiuto alla Protezione civile in caso di necessità. «Mi accusano di invitare i sindaci a fare i rabdomanti, ma noi abbiamo fornito alle amministrazioni l’elenco dei pozzi. Loro conoscono il territorio e in caso di bisogno possono intervenire», spiega Salvo Cocina, a capo della Protezione civile siciliana.
Le proteste a Caltanissetta
In alcune zone della Sicilia, intanto, sono iniziate le proteste. È il caso di Caltanissetta, dove domenica 6 ottobre i giovani scenderanno in piazza per rivendicare un diritto che al momento gli viene negato: l’accesso all’acqua. Nel capoluogo nisseno la situazione è particolarmente grave, con cittadini che ricevono l’acqua una volta ogni otto giorni. Il problema è che lì non è nemmeno possibile prelevare acqua dal sottosuolo, perché i pozzi – che pure sono stati individuati – contengono acqua contaminata e quindi inutilizzabile.
Il razionamento dell’acqua a Palermo
Non va meglio a Palermo, dove da lunedì 7 ottobre scatterà il piano di razionamento dell’acqua deciso da Amap, la municipalizzata che gestisce il servizio idrico del capoluogo siciliano. Il piano prevede l’interruzione dell’erogazione dell’acqua una volta a settimana, a rotazione nei diversi quartieri, per una durata di 24 ore.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
NEL 2024 GIA’ REGISTRATI 1,452 TRA MORTI E DISPERSI
Sono passati 11 anni dalla tragedia avvenuta al largo di Lampedusa che costò la vita a 368
persone migranti. La maggior parte di loro erano fuggite dall’Eritrea, stipati su un barcone fatiscente di 20 metri salpato dalla Libia. Da allora il 3 ottobre è diventata una data “simbolica” per commemorare le vittime e per ricordare le migliaia di persone che ogni anno muoiono nel Mediterraneo. Negli ultimi dieci anni 30mila persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere via mare l’Italia per fuggire da guerre, persecuzioni, miseria, crisi umanitarie. Stando ai dati della Fondazione Ismu, 1.452 sono i morti e i dispersi nel 2024. Mentre un anno fa 3.155 persone hanno perso la vita nel Mare Nostrum, il quarto valore più alto dal 2014. Le politiche (restrittive) europee e nazionali in materia di immigrazione, la costruzione di muri alle porte della Fortezza Europa, gli accordi con Paesi terzi per bloccare le partenze e l’assenza di canali legali e sicuri, hanno costretto migliaia di persone a prendere parte a viaggi migratori sempre diversi e, soprattutto, più pericolosi. Sia via terra, che via mare.
Le nove peggiori tragedie per numero di morti e dispersi hanno riguardato proprio il Mediterraneo centrale. In particolare, la tratta che porta all’Italia. Il naufragio più grave del 2024 è avvenuto lo scorso 17 giugno nelle acque italiane del Mar Ionio, vicino alla Calabria, con 66 tra morti e dispersi, tra cui ben 27 minorenni, in assoluto il secondo valore più alto di sempre di minori fra tutte le tragedie del mare. Potrebbero essere oltre 6mila i minorenni morti o dispersi, più del quintuplo di quelli effettivamente registrati. Secondo i dati del progetto Missing Migrants – IOM, infatti, nel decennio fra il 2014 e il 2023 sarebbero almeno 1.214 i minorenni morti o dispersi nel Mediterraneo, con una incidenza sul totale delle vittime che è passata da meno dell’1% nel 2014 a più del 5% sia l’anno scorso, che quest’anno. Si tratta, però, di dati parziali poiché non sempre – o addirittura raramente – viene riportata l’effettiva età.
Dare un’identità e una dignità alle vittime
Ciò che è certo è che oltre la metà di coloro la cui morte in mare è stata in qualche modo documentata, sono rimasti ignoti (report A decade of documenting migrant deaths di OIM). Anche nel caso di recupero dei corpi senza vita, non sempre questi vengono identificati. Eppure, la restituzione dell’identità e della dignità ha effetti di portata enorme non solo sul benessere psicologico e la rielaborazione del trauma da parte dei famigliari, ma anche ripercussioni dal punto di vista amministrativo. Senza i certificati di morte non è, ad esempio, possibile dare inizio all’iter burocratico per effettuare il ricongiungimento di un minore rimasto orfano con il parente in vita attualmente in un altro Paese
E dare un nome a tutte le vittime del Mediterraneo rappresenta una grande sfida per l’Europa. Stando a quanto riporta il report del “Comitato 3 ottobre”, organizzazione no-profit istituita all’indomani della tragedia al largo delle acque siciliane, a livello internazionale, europeo o nazionale, non esiste una Convenzione o una legge specifica che tuteli i diritti non solo della vittima ma anche dei famigliri attraverso una procedura di identificazione, tramite il Dna o altri sistemi, e pertanto di attribuzione di un nome, un volto, una storia alla persona. Ciò significa che la procedura di identificazione potrebbe trovare fondamento attraverso l’applicazione di principi previsti a livello generale o in altri ambiti diversi dai naufragi, a tutela sia del defunto che dei parenti. La Ong chiede da tempo all’Ue e agli Stati membri di agire al fine di istituire o implementare un database in ogni Stato europeo dove raccogliere tutte le informazioni su cadaveri senza nome e migranti scomparsi. E un hub dove i famigliari possano essere intervistati e i dati ante mortem catalogati.
Come funziona in Italia?
In Italia esistono alcuni strumenti, anche giuridici, e procedure volte ad identificare alle vittime di naufragi nel Mediterraneo. Ciò è reso possibile anche grazie alla collaborazione tra istituzioni, università, enti di ricerca e organizzazioni umanitarie. Nel 2007 è stato istituito l’Ufficio del Commissario straordinario del governo per le persone scomparse (non solo in circostanze che riguardano l’immigrazione) e sono stati sottoscritti alcuni protocolli d’intesa, nel 2014 (Lampedusa) e nel 2016 (Catania-Melilli), che hanno dato avvio a studi pilota e conseguenti progetti per l’identificazione delle persone annegate al largo della coste italiane.
La prima analisi è partita proprio dopo i naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013 alle porte di Lampedusa. A settembre del 2014 il commissario straordinario del governo e il capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno hanno sottoscritto con l’Università degli Studi di Milano e il laboratori Lebanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), un protocollo d’intesa volto a favorire l’identificazione delle salme senza identità recuperati a seguito dei naufragi. Tale intesa riconosce, si legge, che «l’identificazione delle salme risponde alle legittime aspettative dei familiari, quali pervengono all’Ufficio del Commissario anche per il tramite delle Autorità diplomatiche dai Paesi del nord e centro Africa, assumendo rilievo sia sotto il profilo etico che giuridico». L’obiettivo: dare un’identità e una dignità ai tanti corpi senza vita annegati nel Mediterraneo. Dare un nome alle vittime, anche per la memoria di chi resta.
(da Open)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“E’ IMPERATIVO GARANTIRE CHE LE DONNE ABBIANO L’AUTONOMIA NEL DECIDERE SE AVERE FIGLI SULLA BASE DELLE LORO CONVINZIONI, E LIBERE DA OGNI INTERVENTO O PRESSIONE DEL GOVERNO”: MELANIA ENTRA A GAMBA TESA SU UNO DEI TEMI CHIAVE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE AMERICANA
Melania Trump rompe con i repubblicani e ammette di essere una appassionata sostenitrice dei diritti delle donne a decidere sul proprio corpo, incluso l’aborto. La rivelazione è contenuta nel libro di memorie dell’ex First Lady che uscirà il mese prossimo e di cui il Guardian anticipa alcuni dei contenuti.
“E’ imperativo garantire che le donne abbiano l’autonomia nel decidere se avere figli sulla base delle loro convinzioni, e libere da ogni intervento o pressione del governo”, scrive Melania Trump entrando a gamba tesa su uno dei temi chiave della campagna elettorale, in cui il marito minaccia i diritti delle donne.
“Perché qualcuno dovrebbe avere il potere di determinare cosa una donna può fare con il proprio corpo? Il diritto fondamentale della donna alla libertà individuale le conferisce l’autorità di interrompere la gravidanza se lo desidera”, afferma Melania. “Limitare il diritto di una donna a scegliere se interrompere una gravidanza indesiderata equivale a negarle il controllo sul proprio corpo. Ho portato questa convinzione con me per tutta la mia vita adulta”, mette in evidenza l’ex First Lady.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
PER LA COMMEMORAZIONE DELLE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI, AL VOMERO, LA BANDA DEI CARABINIERI HA SUONATO BRANI DEI VILLAGE PEOPLE E DEI RICCHI E POVERI … L’ANPI PROTESTA: “SEMBRAVA UNA SAGRA PAESANA, OFFENSIVA DELLA MEMORIA STORICA” – ALCUNI STUDENTI PRESENTI ALL’EVENTO HANNO REPLICATO INTONANDO “BELLA CIAO” … L’ARMA SMORZA LE POLEMICHE: “IL REPORTORIO È STATO VARIO, LA FANFARA HA SUONATO BRANI SOLENNI”
Una commemorazione delle Quattro Giornate di Napoli con la colonna sonora dei Ricchi e
Poveri e dei Village People? E’ accaduto mercoledì al Vomero. Non si trattava dell’esecuzione di una banda giovanile, ma della Fanfara dei Carabinieri che si è esibita con brani pop, suscitando lo sconcerto di molti dei partecipanti, dei soci Anpi, dei docenti. E degli stessi studenti, che hanno replicato fischiando e intonando un’appassionata ’O bella ciao.
A Napoli la memoria delle Quattro Giornate è un cardine dell’identità cittadina. Negli ultimi anni, in particolare, il ricordo si è rinverdito, nelle scuole si tengono lezioni, conferenze, dibattiti. Come è accaduto ieri mattina nella sede della V municipalità, affollata di studenti.
Di «epilogo vergognoso» parla Gianfranco Pignatelli, professore in pensione di storia dell’arte e socio Anpi, che in passato ha organizzato mostre e iniziative sulle Quattro Giornate, insieme ad Antonio Amoretti, ultimo partecipante al moto popolare, morto due anni fa. Pignatelli spiega: «C’è stata una sentita partecipazione degli studenti, ma poi la manifestazione è diventata una sorta di sagra paesana, offensiva della memoria storica. Noi spingiamo i ragazzi a sentirsi gramscianamente attivi, partecipi.
E proprio loro hanno fischiato e cantato la canzone partigiana per eccellenza. La scelta della scaletta è stato un autogol che scredita l’Arma. Eppure, i carabinieri diedero un eroico contributo di vite alla rivolta e Salvo D’Acquisto, peraltro vomerese e in via di beatificazione, è un esempio emblematico».
Dal canto suo, l’Arma smorza le polemiche. Il comando provinciale dei carabinieri specifica che si tratterebbe di una lettura parziale di quanto avvenuto al Vomero: «Erano momenti diversi dell’esibizione. La Fanfara ha suonato brani solenni in occasione della commemorazione dei martiri antifascisti napoletani delle Quattro Giornate. Ma, come accaduto anche in altre occasioni, quando sono presenti scolaresche e giovanissimi, il repertorio può variare anche con l’introduzione di brani popolari».
(da a Repubblica)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
DALLA CADUTA DI CONTE, RIVENDICATA DA RENZI, E’ STATO UN CONTINUO SCAMBIO DI ACCUSE E VELENI: “TIGRE DI CARTA”, “SEI UN DISASTRO”, “POCO AUTOREVOLE”, “SEI UNA BOMBA A OROLOGERIA” – RISULTATO? GODE GIORGIA MELONI CHE SI RITROVA UN’OPPOSIZIONE IN FRANTUMI
Tra Giuseppe e Matteo volano sberle che buttano all’aria il castello di carte della segretaria, che già accarezzava il tre a zero in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna. Ed è certo innegabile che il motto del Churchill di Volturara Appula sia toglietemi tutto ma non il mio Chigi.
Ma anche il Gian Burrasca toscano mica scherza, se è vero che, da premier, dopo aver perso il referendum sessanta a quaranta, voleva convincere Sergio Mattarella a dargli le elezioni anticipate, perché comunque, accidenti, ben quattro italiani su dieci stavano con lui. Il trono di Chigi, croce e delizia di chi ci si è seduto sopra anche per una breve stagione.
Le radici dell’odio Un anno, cinque mesi e otto giorni è durato il governo giallorosso di Conte, prima che Renzi lo buttasse giù il 13 febbraio del 2021. Ma le settimane e le ore precedenti sono state frenetiche, ricche di minacce, trattative, umiliazioni, tentativi di contropiede abortiti in fuorigioco.
Matteo glielo aveva mandato a dire, con il garbo che solo lui sa usare: «Io lo so, ho fatto il presidente del Consiglio per più di mille giorni, e certe dinamiche le so valutare. Ecco, il professore per me è un incapace. Sarà pure simpatico, una brava persona, ma è inadeguato al ruolo che ricopre. Se ne deve andare a casa e, visto che c’è, si porti via anche Rocco Casalino».
Giuseppe però, visto che il messaggio gli pare pieno di sfumature, prende il telefono e chiama Renzi. Usa il cellulare privato, niente segreterie o centralini, perché non vuole mica urtarlo facendo la parte del superiore. Pare facile, quello col cavolo che risponde, hai voglia a sentir squillare il telefono.
Matteo mai ha mancato di rivendicare di aver fatto fuori Giuseppe: «Sì, sono stato io, e ne sono orgoglioso»
La partita del Cuore Si sfideranno ancora, un anno dopo, durante la maratona che porterà alla rielezione al Quirinale di Sergio Mattarella. Prima del voto finale, tra i due fu un gioco di sgambetti niente male.
E quindi, dopo le Politiche, ecco le elezioni europee, quando Conte sarebbe stato felice di brindare al naufragio di Renzi, se non fosse che pure lui era uscito malconcio dalle urne
Poi eccola l’estate del loro scontento. La partita del Cuore, con l’assist di Renzi a Schlein, che non le ha solo passato la palla ma le ha anche detto che sarà lei la prossima premier.
Conte quasi in panchina. «Non mi fido di Renzi», ringhiava.
Che poi è quello che gli aveva detto: «Se vai in hotel a 5 stelle a Cortina, poi non stare lì ad aizzare il popolo sul reddito di cittadinanza». E l’altro: «Matteo si definisce un mio collega? Perché? È professore?».
«Conte ci fa fare figuracce, è un disastro, non conosce i dossier». «Chi butto dalla torre? Renzi si butta giù da solo». «Macché statista, Giuseppe è uno stagista».
La tigre di carta «È una tigre di carta, resuscitare Matteo è una ferita per i Cinque Stelle». «Poverino, Conte è ossessionato da me, lo capisco». «Renzi è un lobbista che prende i soldi dagli italiani come parlamentare e poi si fa pagare dai governi esteri». «Giuseppe è così poco autorevole che a fare le conferenze non lo chiama nessuno». «I primi a non volere Renzi sono gli elettori del Pd». «Parla Conte che fa la stampella a Meloni, votava i decreti di Salvini e tifa per Trump». «Matteo è una bomba a orologeria che vuole distruggerci».
La politica è l’arte del può darsi, e va bene. Ma che questi due possano tornare a fare un pezzo di strada insieme e che Schlein e Conte possano ricucire non pare cosa di domani. E questo è un guaio per Giorgia Meloni. Si sa, quando non hai concorrenza rischi di sederti.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
A DECIDERLO È STATO IL CDA DELLA FONDAZIONE CHE SI OCCUPA DI ORGANIZZARE L’EVENTO, AL CUI INTERNO CI SONO PERSONE VICINE A FRATELLI D’ITALIA E PROPRIO A CANGIANO
Era opportuno che all’ex miss Italia Danny Mendez, compagna del deputato FdI Gimmy
Cangiano, venisse assegnata la conduzione del “Carditello Festival 2024”? La cifra in ballo non sembra di quelle monstre, appena 5mila euro, però la coincidenza ha attirato l’attenzione della stampa locale e di alcuni senatori 5 stelle che hanno rivolto un’interrogazione al neo ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Danny Mendez ha raccontato di frequentare Cangiano lo scorso marzo, intervistata da Monica Setta su Rai2. Con il deputato casertano di FdI, ex della soubrette Valeria Marini, si è presentata “innamoratissima” all’ultimo Festival del Cinema di Venezia.
“La scelta di questa figura, unita da un legame sentimentale con un deputato di Fratelli d’Italia, fa sorgere dubbi sulla trasparenza delle decisioni prese dal consiglio di amministrazione, in quota al centrodestra”, scrivono i senatori 5 stelle.
Eventuali opacità nella gestione e nelle scelte andranno dimostrate, ma è acclarato che nel consiglio di amministrazione della Fondazione Real Sito di Carditello ci sarebbero persone legate proprio ad esponenti di spicco di FdI.
A partire dal presidente Maurizio Maddaloni, ripescato dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano nel 2023, proprio mentre l’ex presidente della Camera di Commercio di Napoli veniva condannato per una serie di consulenze illegittime conferite alla sua “segretaria particolare”. Un altro dei componenti, Luigi Roma, sarebbe vicino proprio a Cangiano.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“LA SUA DENUNCIA È SURREALE. HA FORNITO LUI LE PROVE CHE MI SCAGIONANO. IN QUELLA LUNGA TELEFONATA DISSE UNA COSA GROTTESCA: ‘MI SEPPELIRÒ NELL’ULTIMO UFFICIO DELLA RAI! FARÒ L’ARCHIVISTA NELLA REDAZIONE REGIONI IN MEZZE MANICHE! MI RITIRO IN CONVENTO’. E POI IL FUOCO D’ARTIFICIO FINALE: ‘IMPARERÒ IL CINESE, E ANDRÒ A FARE IL CAMERIERE IN UN RISTORANTE A PECHINO’… “HO COMPRATO UN CELLULARE NUOVO, DARO’ IL NUMERO SOLO A TE COSI’ POSSIAMO CONTINUARE A SENTIRCI”
Maria Rosaria. L’ho inseguita e cercata per giorni. Lei era scomparsa. Non rispondeva mai!
Non volevo rispondere. E soprattutto non potevo.
Cosa significa, scusi?
Che ci sono due motivi diversi, e uno non dipendeva da me.
Iniziamo dal primo.
Non volevo perché mi sono data una regola. Io non voglio più parlare, a meno che non sia obbligata a farlo, perché si scrivono falsità che colpiscono la mia immagine al punto da costringermi a difendermi.
E quindi?
Ho sopportato tante fesserie, maldicenze costruite in palese malafede, e mi sono cucita la bocca. Sono diventata quasi olimpica. Zen.
Davvero?
A parte il suo cortese stalking giornalistico, dopo le dimissioni di Sangiuliano ho declinato almeno venti richieste di intervista. Altrettante richieste di partecipazione per programmi televisivi
Però poi mi ha richiamato, perché? Stiamo facendo questa intervista, e so che stasera sarà anche ospite di Formigli a Piazzapulita. Prima non era mai stata dentro uno studio televisivo.
(Sorride). Formigli è peggio di lei, un trapano. Alla fine mi sono arresa. Non per debolezza, però ma per un motivo semplice: con una scelta che considero surreale, Gennaro Sangiuliano ha denunciato, lui che denuncia me!
La sento indignata, più che stupita.
Perché quando ho letto questa denuncia, insieme a Liborio, ci guardavamo e non sapevamo se ridere o piangere.
Liborio? Qualcuno penserà che sta emergendo la rete di spin doctor segreti ipotizzata a Palazzo Chigi. Il Giornale ha ipotizzato un pool di consulenti dietro di lei.
Ma quale pool! Liborio Di Nola è un amico e avvocato di famiglia a cui sono legato come un fratello più grande. Mi ha assistita anche nella mia causa di divorzio. Molti, leggendo quella denuncia, hanno trovato raccontati molti fatti inquietanti che sembrano credibili solo a chi non conosce la realtà. Chi leggerà questa intervista fino in fondo scoprirà che le bugie si demoliscono molto facilmente, altre sono delle cantonate quasi comiche, frutto – temo – di analfabetismo digitale.
Ma sarà sempre la sua verità contro quella del fu ministro?
(Sorriso). Eh no! Perché gli ottimi magistrati che giudicheranno adesso hanno in mano le prove che confermano per filo e per segno la mia versione.
E chi gliele ha fornite, scusi? Lei?
(Raggiante). Non io. Sangiuliano. […] Inconsapevolmente temo.
Cioè?
Ecco il secondo motivo del mio silenzio. Il sequestro di tutti i dispositivi digitali.
E la preoccupa?
Per nulla. Sono venuti a bussare alla mia porta alle sette del mattino, ho aperto in tuta e ho consegnato loro tutto. Ipad, telefoni, chiavette dati digitali Lì ci sono le nostre chat, i messaggi che lui mi ha inviato e che lui ha usato per la sua denuncia, non io! Ma adesso, per fortuna, i magistrati le leggeranno in integrale.
E cosa scopriranno?
Che se c’è una vittima, in questa storia sono io! Penso che consultando i dialoghi integrali, quelli da cui il ministro si dichiara minacciato, si metteranno a ridere.
Maria Rosaria Boccia è convinta di poter smontare i capisaldi che tendono a dipingerla come “una ricattatrice” (questa la tesi di Sangiuliano). Secondo l’ex ministro la sua ex collaboratrice è una minaccia per il Corpo politico, dunque una donna che è stata usata da nemici (non) visibili per colpire il centrodestra. Non ci sono dubbi che non sarà questo l’ultimo capitolo.
Mi perdoni Maria Rosaria. Molti hanno fatto un salto sulla sedia quando hanno letto nella denuncia, che la fotocaricatura di Sangiuliano “incinto” era già comparsa su di un sito fantasma prima che uscissero le indiscrezioni.
Ah ah ah!
Lei ride ma è uno dei cardini dell’accusa che le viene mossa: se dietro questo sito fantasma ci fosse lei, sarebbe provata la strategia del ricatto.
Lei pensa che il pool di esperti informatici di Sangiuliano abbia cercato quella foto su Google, prima di trasformarla in una prova regina?
Non ne ho idea. Bene, su Google ho trovato – e screenshottato – l’autore della burla. È un signore che non avevo mai visto né conosciuto, si chiama Pino De Maria e basta leggere la didascalia per capire che si riferisce alle cosiddette gaffes da ministro.
Ne è sicura?
Certo. Il commento all’immagine era, mi scuso con i suoi lettori, ma va citato: “Il ministro in attesa di partorire l’ennesima cazzata”. A lei pare un ricatto? A me pare una presa per i fondelli. Quel contatto e quel post sono uno dei tanti meme relativi a Sangiuliano. Inutile dire che se questo fosse ricatto X e Facebook dovrebbero chiudere e metà dei loro utenti dovrebbero finire in carcere.
Chi ha fatto la ricerca e la scoperta?
Io.
Ha studiato tutti i dettagli della denuncia?
Certo, mi inquieta quando da esposti penali saltano fuori norme che invadono la libertà di pensiero e di critica. Soprattutto quando chi ci si appella invoca discriminazioni tra cittadini di serie A intoccabili, ovviamente i politici, e comuni mortali, i cittadini semplici. Attento al dettaglio, però.
Cioè?
Sto per darle una notizia che anche lei ha sotto il naso, ma di cui non si è accorto.
Mi sta sfidando?
Certo. Dunque, lei dovrebbe saperlo bene, perché metà della denuncia poggia sulla tesi che l’intervista che Marianna Aprile e lei sia parte preponderante della presunta minaccia al corpo politico
È noto che Sangiuliano non fosse contento dell’intervista.
Le rivelo una notizia.
Quale?
Il giorno prima della intervista a La7 Sangiuliano sottoscriveva una lettera di diffida che mi inibiva dal diffondere qualsiasi materiale o citazione che lo riguardasse, la raccomandata l’ho ritirata alla posta qualche giorno dopo. Ecco su cosa poggia la denuncia. La lettera è del 5, spedita quando Sangiuliano era ancora ministro, ma quando avete mandato in onda il nostro dialogo?
Era venerdì 6, lo ricordo bene.
Ripensi a quella giornata. Al termine della registrazione ci avete comunicato che secondo l’Ansa Sangiuliano stava rassegnando le dimissioni. Quindi quando l’intervista è andata in onda lui era un privato cittadino! Quindi zero reati e minaccia a “corpo politico”, in ogni caso. Capisce?
Lei stupì tutti dicendo che non voleva colpire il governo.
Il giorno prima della sua intervista al Tg1 Sangiuliano mi chiamò e mi disse riferendosi a chi non voleva la mia nomina: “Non farmelo ripetere al telefono, tu conosci bene il motivo. Tu sai perché!”.
Lei lo sa?
So cosa mi ha detto lui. Ma non ho prove. Lo tengo per me.
I vostri scambi la scagionano, secondo lei?
Ma lo sa che in quella lunga telefonata del 3 settembre, il giorno prima dell’intervista al Tg1, Gennaro non ebbe il coraggio di dirmi che avrebbe parlato di me e di fatti personali al Tg1?
No?
No. È lui che ha parlato della mia persona violando la mia privacy. Si rende conto cosa accadde a mio padre, che a momenti sveniva? Al mio telefono che stava esplodendo? Le sembra che fosse lui la vittima? Io non avevo detto una parola in pubblico su di lui!
E cosa accadde?
In quella telefonata ero delusa dal suo comportamento. Lui diceva; siamo entrambi vittime!
Ma in che senso?
Soffriva per la satira, le battute, e diceva che eravamo diventati entrambi dei bersagli.
Di cosa? Mi faccia un esempio?
Ricordo che diceva: “Dagospia mi chiama Genny Delon!”. Sui social mi chiamano “Bombolo!”. Io non reggo più, scompaio.
Ma in che senso?
Disse una cosa grottesca: “Mi seppelirò nell’ultimo ufficio della Rai! Farò l’archivista nella redazione regioni in mezze maniche! Mi ritiro in convento”. E poi il fuoco d’artificio finale: “Imparerò il cinese, e andrò a fare il cameriere in un ristorante a Pechino”.
Non ci credo.
Ma poi c’è la perla. Questa proposta, che non potrò più dimenticare. Diceva che era dovuto sparire in questi nove giorni. Ma che avrebbe comprato un telefonino e che avrebbe dato il nuovo numero solo a me, e che l’ho avremmo usato per parlare solo noi due.
Non ci posso credere.
Il giorno dopo questa drammatica richiesta di aiuto, l’aspirante frate si presentava davanti agli italiani e affermava rispondendo a Gian Marco Chiocci di averla lasciata e spiegava: “Giorgia Meloni ha respinto le mie dimissioni”.
Ed eccoci alla Meloni. Lei ha dichiarato di essere sua elettrice, ma poi è stato il suo governo a subire il colpo. Non può negarlo.
No, è stato il suo ministro. Che si è dimesso, come le ho dimostrato, calendario alla mano, prima della mia intervista. Io neanche allora dissi nulla. Quando ho ritrovato uno spezzatino delle mie frasi costruito per dimostrare che ero una minaccia per un corpo politico permette che mi sia arrabbiata?
Sì, capisco tutto. Ma da lei voglio sapere se lei ora pensa di colpire la Meloni.
Mai! Perché dovrei?
Perché non mi ha più risposto se ha cambiato idea sulla Meloni, che ha detto di avere in mente… “Un modello di donna diverso dal suo”.
Mannò, ho capito che in quel momento la Meloni lo ha detto per un difetto di informazioni.
Ma… ma… ora non ha paura della denuncia? Lei rischia anche due anni di carcere.
Nessuna paura.
Luca Telese
per “il Centro”
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
NELLA CHAT CON BOCCIA SANGIULIANO SI VANTA DI AVER FATTO UN FAVORE A SIGNORINI: C’E’ UNA CURIOSA COINCIDENZA
«Per fortuna gli ho fatto un grande favore. E comunque non sono foto compromettenti».
Scriveva questo, il 4 agosto scorso, l’ex ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano alla sua collaboratrice Maria Rosaria Boccia prima che scoppiasse il caos sulla loro relazione. L’allora ministro accennava a un favore verso il direttore di Chi Alfonso Signorini, che da poco lo aveva contattato via mail avvisandolo di aver comprato un servizio fotografico che ritraeva Sangiuliano e Boccia insieme. Questo per non far girare proprio gli scatti, mettendo quindi in difficoltà il titolare del Mic. Del caso (e dello scambio chat tra Sangiuliano e Boccia) ne parla oggi il Fatto Quotidiano. E c’è una curiosa coincidenza a ridosso del salvataggio delle foto compromettenti: l’intervista della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pochi giorni dopo, proprio su Chi.
Sangiuliano si scorda il favore, Signorini si arrabbia
Il condizionale è d’obbligo. Possibile che il favore di Sangiuliano e Signorini fosse proprio un colloquio con la premier? Per ora resta solo un’ipotesi.
La testata di Marco Travaglio ha contattato entrambi i protagonisti della vicenda, chiedendo delucidazioni. Sangiuliano non si ricorda del favore fatto a Signorini. Anzi, ha proprio un vuoto di memoria: «Non mi ricordo di aver scritto o meno questa cosa… Non ho mai avuto favori da Signorini, di nessun tipo. Quand’ero giornalista, ci siamo scambiati qualche cortesia… da giornalista a giornalista. L’avrete fatto anche voi al vostro giornale». E ancora: «Io Signorini lo conosco perché fa il direttore, lui non mi ha mai chiesto nulla. Forse, se ci penso bene, il grande favore potrebbe essere la recensione che gli feci fare del libro di Maria Callas, non mi ricordo se al Tg1 o al Tg2… Ma questo quando non ero ministro».
Signorini, contattato dal Fatto, s’inalbera: «Adesso mi girano anche un po’ le palle che lui dica che mi ha fatto un grosso favore. Il grosso favore gliel’ho fatto io quando Sangiuliano aveva scritto il libro di Putin e l’ho fatto intervistare sul mio giornale e gli ho dedicato quattro pagine quando faceva il direttore del Tg2. Quelli sono favori che ho fatto io semmai… Se poi lui vuole farsi bello con questo messaggio…».
Quell’intervista dove Giorgia parla della sua relazione con Giambruno
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in quella lunga intervista rilasciata sul settimanale Chi, e uscita in edicola il 7 agosto, fa un bilancio non solo del governo ma anche della vita sua personale (dalla separazione con Andrea Giambruno, all’impegno di conciliare la maternità con il suo incarico.
Un’intervista a tutto tondo, molto rara. «Quando con Andrea ci siamo separati – raccontava per esempio Meloni – non è stato facile neanche per lei (Ginevra, la loro figlia ndr), ovviamente. È legatissima a entrambi. Con noi a lungo ha fatto finta di nulla, ma io so che piangeva quando non la vedevamo. Mi ha fatto venire il cuore come una nocciolina. Fortunatamente, io e Andrea, che rimane il padre migliore che potessi desiderare per mia figlia, abbiamo mantenuto un buon rapporto. Quando possiamo passiamo del tempo insieme con Ginevra. Penso sia importante far capire ai bambini che una separazione non debba scatenare per forza un conflitto tra i genitori e che i figli non debbano essere costretti a scegliere tra mamma e papà. Non è sempre facile, mi rendo conto, ma quando è possibile è utile farlo. Faremo tutti e tre anche qualche giorno di vacanza insieme con un gruppo di amici e i loro figli. Per Ginevra. Ma anche perché siamo ancora amici e ci vogliamo bene».
(da Open)
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