Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO IL PIANO STRUTTURALE DI BILANCIO, NEL 2025 LA PRESSIONE FISCALE SALIRÀ DI MEZZO PUNTO PERCENTUALE, AL 42,8%… È INESATTA ANCHE L’AFFERMAZIONE DELLA DUCETTA “LA CULTURA POLITICA DI QUESTO GOVERNO È QUELLA DI SOSTENERE LE FAMIGLIE E LE IMPRESE”. L’IVA SU LATTE IN POLVERE E SEGGIOLINI È SALITA – LE MEZZE VERITÀ SU LAVORATORI DIPENDENTI E AUTONOMI
La premier Giorgia Meloni, in un video diffuso sui social, prova ad arginare le polemiche innescate in questi ultimi giorni dalla parole di Giancarlo Giorgetti, che hanno trovato il loro apice con l’intervento del ministro sul catasto, un tabù per il centrodestra con cui però si è deciso di fare i conti. «È falso che il governo voglia aumentare le tasse»
FALSO
La presidente del Consiglio assicura che l’esecutivo non abbia mai pensato di introdurre nuove imposte. Innanzitutto, occorre ricordare che nel Piano strutturale di bilancio c’è scritto che la pressione fiscale a legislazione vigente nel 2025 si attesterà al 42,8%, mezzo punto percentuale in più rispetto al 2024, oltre un punto sul 2023.
Non è la prima volta che la premier si lascia andare a promesse roboanti, basta ricordare quando in campagna elettorale Meloni si impegnò ad abolire le accise. Il governo di centrodestra, invece, ha cancellato il taglio delle accise deciso da Mario Draghi che da marzo a novembre 2022 aveva garantito un calo su benzina e diesel di circa 25 centesimi al litro. L’esecutivo Meloni ha prolungato il taglio di un solo mese riducendolo a 15 centesimi al litro per poi, da gennaio 2023, reintrodurre pienamente le accise. Con la presentazione del Piano strutturale di bilancio, il Mef ha messo nero su bianco «l’allineamento delle aliquote delle accise per diesel e benzina». Il che significa portare l’imposta sul diesel – oggi più bassa – al livello della benzina.
«Noi le tasse le abbassiamo, come sanno bene i lavoratori dipendenti»VERO A METÀ
È vero, il governo di centrodestra ha ridotto le tasse ai dipendenti, ma non a tutti: il beneficio lo scorso anno si è fermato ai redditi fino a 35 mila euro lordi. L’intervento realizzato nel 2024, e che potrebbe diventare strutturale con la prossima manovra, consiste nella decontribuzione di 7 punti per i redditi fino ai 25 mila euro annui e di 6 punti fino a 35 mila euro.
Il taglio del cuneo fiscale del centrodestra amplia quello realizzato da Draghi, che abbassava del 2 e del 3% i contributi rispettivamente fino a 35 mila e 25 mila euro. Bisogna però aggiungere che nella prossima legge di bilancio questa misura potrebbe essere disegnata diversamente, non agendo sui contributi ma sulle detrazioni.
«Noi le tasse le abbassiamo, come sanno le mamme lavoratrici e le partite Iva»
VERO A METÀ
L’anno scorso la promessa «zero tasse per le famiglie con figli» si è tramutata in uno sgravio per le donne dipendenti e senza limiti di reddito. La norma, finanziata per tre anni, prevede per le mamme di tre figli un esonero contributivo di massimo 3 mila euro lordi fino al compimento dei 18 anni del figlio più piccolo. Solo per il 2024, e quindi in scadenza tra meno di tre mesi, l’agevolazione vale anche per le madri di due figli (fino ai dieci anni del più piccolo).
Quanto alle partite Iva, è vero: chi applica la flat tax al 15% fino a 85 mila euro paga meno imposte rispetto al passato. Tuttavia si può discutere sull’opportunità di un regime agevolato che consente a un autonomo di versare meno tasse rispetto a un dipendente a parità di reddito, così come sul rischio evasione per chi è vicino alla soglia degli 85 mila euro.
«La cultura politica di questo governo è quella di sostenere le famiglie e le imprese»
FALSO
Meloni può rivendicare di aver portato le pensioni minime da 598 a 614 euro al mese e di aver introdotto la carta “Dedicata a te”. Ricalca la social card di una volta e permette alle famiglie con un reddito Isee inferiore a 15 mila euro di avere un plafond di 500 euro da poter spendere per l’acquisto di generi di prima necessità.
Cosa invece è stato tolto alle famiglie lo si vede nella legge di bilancio dello scorso anno che ha aumentato dal 5 al 10% l’Iva sul latte in polvere e l’Iva sui seggiolini dal 5 al 22%. Anche l’imposta sul valore aggiunto sugli assorbenti è passata dal 5 al 10%.
Alle imprese sono stati concessi gli incentivi di Industria 5.0, la decontribuzione per alcune categorie di neoassunti e la Zes unica nel Mezzogiorno.
«Dall’opposizione alcuni vorrebbero l’introduzione di patrimoniali»
VERO A METÀ
La premier si riferisce alla proposta della segretaria del Pd Elly Schlein di immaginare una tassa internazionale sui super ricchi. È solo un’idea dell’opposizione e non c’è ancora nulla allo studio.
«Non chiederemo nuovi sacrifici agli italiani»
FALSO
A parlare di sacrifici è stato il ministro Giorgetti nell’intervista a Bloomberg. È stato lui a dire che bisogna fare sacrifici per aiutare il Paese che sta negoziando con l’Europa un piano di rientro dei conti pubblici in 7 anni.
Giorgetti ha chiesto sacrifici a tutti: imprese, banche e privati. Qualche giorno dopo, durante la kermesse di Pontida, il titolare del Tesoro è tornato indietro, spiegando che il suo messaggio era rivolto solo alle banche e al mondo della finanza.
(da La Stampa)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
NEL CARROCCIO CRESCONO I MALUMORI: “CAPISCI PERCHÉ NON VUOLE PRENDERE LA TESSERA?”
Tra le varie cattiverie che il generale sospeso dall’esercito Roberto Vannacci è costretto a
subire, ce n’è una più perniciosa delle altre: lui, eurodeputato eletto come indipendente con la Lega, accolto come un beniamino dalle non oceaniche folle leghiste a Pontida e tributato di tutti gli onori da Matteo Salvini, diventato milionario grazie alla sua attività di scrittore, non versa un euro alle casse del Carroccio.
Tra i suoi compagni di partito (?), è tutto un chiacchiericcio risentito sulla faccenda: loro – dal consigliere comunale al ministro, dai presidenti di regione al segretario federale stesso – sono costretti a versare le “erogazioni liberali”, che si chiamano così ma sono un sacro dovere, ogni mese. Anche 3 mila euro al mese, per finanziare le attività della casa comune.
Lui, Vannacci, unico italiano con Salvini col palco di Pontida riservato tutto per sé, birre offerte dai militanti, impegnato al contempo a strutturare la sua associazione politica parallela, come contribuisce?
Ora, la vicenda potrebbe anche essere letta così: Vannacci è un indipendente e quindi non è tenuto a farlo. Come Aldo Patriciello, ad esempio, eletto nella circoscrizione sud e arrivato da Forza Italia.
Con la differenza però che Patriciello è uno dei tanti, mentre il generale è spinto a più non posso dalla comunicazione del Carroccio. «Capisci perché non vuole prendere la tessera?», dice malizioso al giornalista un leghista della vecchia guardia.
A sentire le parole di Vannacci a Pontida, della tessera non c’è mica bisogno: l’affetto delle base è segno che di fatto è già un leghista. Già, ma allora perché non finanziare via Bellerio come tutti? Dopodiché, magari è una calunnia e il generale con grande generosità versa anche più di quanto richiesto agli altri.
Ma sapere se effettivamente Vannacci contribuisce (o meno) è un segreto che neanche a Fatima. Abbiamo posto ufficialmente la semplice domanda (Vannacci versa qualcosa al partito?) a diverse persone. Un dirigente di primo piano: «Non ne ho idea, va sentito l’amministratore».
Stessa domanda a un membro dello staff di Salvini: «Ciascuno ha sostenuto e immagino sosterrà il partito in maniera volontaria», cioè una cordiale non risposta, posto che la “maniera volontaria” per gli altri è tale solo sul piano formale.
Sul sito della Lega per Salvini premier ci sono le “erogazioni liberali” versate mese per mese, l’ultimo è agosto, Vannacci non c’è.
Allora non restava che chiederlo allo stesso protagonista infangato da questa illazione: «Dicono che lei in quanto eletto come “indipendente” non versa la somma mensile alla Lega come gli altri, è così?».
Replica: «Da quando mi chiede conferma delle farloccherie a cui pensa di aver accesso?».
«Basta una risposta, sì o no».
«Dovrei?».
«Libertà di fare domande, libertà di dare risposte. Ci riprovo: dicono che lei in quanto eletto come “indipendente” non versa la somma mensile alla Lega come gli altri, è così?».
«Faccia il suo articolo Pucciarelli, si guadagni il panino, io godrò eternamente della luce che lei continua a puntare su di me».
Ecco quindi l’articolo.
(da La Repubblica)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
UNA VITA CONTROCORRENTE, ISTANCABILE, DETERMINATA, CAPACE DI UNIRE, ESIGENTE CON SE STESSA, LONTANA DALLE CORRENTI, IMPREVEDIBILE: PER QUESTO NON L’HANNO VISTA ARRIVARE
Estratto da “L’imprevista. Un’altra visione del futuro” (ed. Feltrinelli) di Susanna Turco
A Elly Schlein piace mangiare i panini degli autogrill, le lasagne, le patate al forno, canticchiare le canzoni che passa la radio, guardare Sanremo commentandolo con le amiche su Facebook minuto per minuto, secondo un rito stabilito nel 2009 e che non si è interrotto nemmeno con l’arrivo alla segreteria del Pd, staccare un po’ la notte giocando ai videogiochi (dalle saghe storiche di Super Mario e Zelda a Grand Theft Auto, ma si diverte ancora coi primi “punta e clicca” come Monkey Island e giura di aver finito tutti gli Assassin’s Creed), passare un pomeriggio dentro la Fiera Nerd di Bologna, anche cimentandosi in pubblico e senza paura di perdere. “Sono una gamer, una nerd degli anni novanta,” è una delle sue sintesi più efficaci.
Per descrivere quel poco di vita che si tiene fuori dal lavoro, si intende (per il resto è doverista e instancabile, sfiancante). Una giocatrice di Trivial, di Cluedo, di ping pong, di biliardo. Una cinefila dura e pura, da festival di Locarno mattina pomeriggio e sera, altro rito celebrato da oltre vent’anni. Una appassionata di musica, capace di elencare brano per brano intere discografie. Una che usciva quasi tutte le sere, fino a quando non ha cominciato con la politica a tempo pieno. Che all’università organizzava “Le notti vintage” lunghe fino all’alba, in cui, ai piatti, metteva i dischi degli Chic, di Donna Summer e di KC and the Sunshine Band. Che è stata chiamata dalla politica come ti può chiamare un grande amore: senza averlo calcolato.
Una donna la cui storia politica, personale, familiare la rende capace di tenere insieme tante appartenenze incompiute, le proprie e quelle della gente che rappresenta e la rende capace di fare da ponte tra dentro e fuori, tra i palazzi e le persone, che la considerano una di loro come non facevano da anni.
È un altro elemento che certi mondi arroccati – della destra, ma in particolar modo della sinistra – non le perdonano, o meglio che, pesantemente stratificati e rivolti dentro loro stessi, non riescono nemmeno a cogliere. Un vuoto di comprensione che riempiono basandosi sui propri specchi. Impedendosi di vederla arrivare. Salvo poi – come dopo il successo alle europee – invece di ammettere l’errore di valutazione, spingersi a sostenere, al massimo, che è lei a essere cambiata, a essere migliorata.
A dispetto di tante leggendarie ricostruzioni, Elly Schlein nasce e cresce ad Agno, paesino della Svizzera italiana che fra l’altro ospita il piccolo aeroporto di Lugano. Poco più di tremila persone tra lago e montagna, un posto che in Italia potrebbe chiamarsi Orio al Serio, Ciampino, Correggio, in una zona dove gli italiani sono l’etnia di immigrati più numerosa. Immigrati, come i suoi genitori.
Il padre Melvin è nato e cresciuto nel New Jersey, figlio di due ebrei emigrati negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso: sua madre Ethel era originaria della Lituania, suo padre Herschel, poi diventato Harry, veniva invece da Zólkiew, una cittadina vicino a Leopoli, oggi Ucraina. Di tutta la sua famiglia rimasta in Galizia, fratelli e nipoti, si è persa ogni traccia durante l’Olocausto: dei quattromila ebrei della cittadina, alla fine della guerra, ne sopravvissero ottanta.
Quando nel 2018 Elly e i suoi genitori partono per Leopoli, alla ricerca di qualche segno degli Schlein (originariamente Schleyen), non trovano nulla, nessun documento. All’indirizzo del negozio di uno zio da cui arrivavano lettere e foto ormai sbiadite, c’è ora un muro che ha preso il posto della vetrina davanti alla quale posavano sorridenti quelli che erano i cugini che suo padre non ha mai potuto conoscere. A Zólkiew, grazie a uno zelante funzionario comunale, ritrovano soltanto una mappa catastale che indica dove sorgeva la casa in cui nacque il nonno, poi rasa al suolo dai sovietici. Come se l’odio nazista e la foga nazionalista non avessero voluto spazzare via solo intere famiglie e comunità, ma anche ogni traccia della loro esistenza.
La madre di Elly Schlein, Maria Paola Viviani, è di Siena: viene da una famiglia della borghesia della città, numerosa e molto cattolica per tradizione, che ha però come eccezione suo padre, Agostino
Viviani. Laico e socialista, unico non iscritto al Guf, nel 1933 si laurea in camicia bianca (gli altri erano in camicia nera) per diventare avvocato; antifascista, membro di Giustizia e Libertà, scampato per un soffio all’ordine di cattura del fascista Tribunale speciale per la difesa dello Stato, sarà negli anni settanta deputato del Psi, poi radicale. “Mio nonno amava sostenere anche le cause più difficili, che altri direbbero perse.”
Famiglie in cui la lotta per sentirsi a casa, dall’altra parte dell’oceano o anche nella propria città, è nelle sue declinazioni un pane quotidiano che attraversa le generazioni. E non è finita. Padre americano e madre senese si conoscono a Taormina, a una conferenza sul federalismo che Melvin Schlein ha organizzato per il Sais (School of Advanced International Studies) della Johns Hopkins University di Bologna, dove lavorava. Lui è relatore, lei invitata in quanto ricercatrice all’università di Milano. Si trasferiscono in Svizzera nel 1973, per un’opportunità di lavoro a Lugano, dopo essersi sposati e aver vissuto per un anno a Bologna.
Elly è la più piccola in famiglia, dieci anni meno del fratello Benjamin, sette meno della sorella Susanna. Cresce giocando tra i boschi di castagni che sono vicino casa, con i prati che via via si restringono per far posto a nuove lottizzazioni, i genitori che continuano a insegnare all’università, il padre a Lugano, la madre pendolare prima con Milano e poi con Como e Varese. C’è il calcio, al quale gioca coi maschi, in mancanza di una squadra femminile.
C’è il pianoforte studiato svogliatamente a cinque anni sul vecchio strumento di casa coi tasti ingialliti che è ancora lì, sempre lo stesso: “Mi addormentavo sulla tastiera, trovavo il solfeggio noiosissimo. Il maestro mi dava le caramelle all’eucalipto, gommose. Ho continuato da autodidatta, mi pento delle lezioni che non ho preso”.
C’è la prima chitarra, una finta Stratocaster comprata di nascosto con i soldi messi da parte ai compleanni. C’è in generale tantissima musica: “A Natale del 1996 mi regalarono il mio primo cd: Così com’è degli Articolo 31, lo so ancora tutto a memoria”. Ci sono i sabati a sciare nei dintorni con lo snowboard e il cd player nelle orecchie, e la sorella e il fratello più grandi che vanno a studiare fuori – come tutti, in zona – lasciando la piccola di casa sola con i genitori.
Da ragazzina, Elly Schlein è abbastanza solitaria, occhialuta e prima della classe: “Non era sempre facile fare amicizia in quel periodo, forse anche perché andavo bene a scuola e questo non facilita mai le relazioni, ho dovuto lottare molto per superare i pregiudizi e costruirmi una rete di amici. Poi c’era qualche cattiveria, qualche sfottò, qualche voce rispetto alle mie diversità. Studiavo non perché volessi il risultato, ma perché ero curiosa, non credevo mai di sapere abbastanza. Poi magari invece prendevo il massimo dei voti. Sono sempre stata molto esigente con me stessa. Non davo mai niente per scontato. Come faccio adesso, d’altra parte: ogni volta che devo fare un intervento penso di non averlo preparato abbastanza”.
Esigente ma con un piglio suo: diplomata al liceo letterario con il massimo dei voti in tutte le materie (tranne la ginnastica) e un premio per aver ottenuto la media più alta degli ultimi vent’anni, si presentò alla prova orale di latino con la chitarra elettrica in spalla: “Mi avevano chiesto di sostituire il chitarrista di un gruppo rock metal che doveva suonare alla festa per la maturità, così mentre studiavo per gli esami studiavo pure le cover dei Metallica e dei Cranberries. Subito dopo l’esame dell’ultimo giorno bisognava fare il soundcheck, come quelli veri, e il liceo era a quaranta minuti da casa coi mezzi. Non avrei avuto il tempo di fare avanti e indietro, e così la chitarra è entrata con me sotto gli occhi della commissione”.
All’università Elly Schlein studia giurisprudenza, ma non pensa di diventare un’avvocata o una magistrata: il suo sogno è quello di diventare regista. Nel suo primo anno di università, in effetti, era iscritta al Dams: non ha funzionato, ma il cinema resta la sua passione, così fa la videomaker da autodidatta e vede più film che può. Anzitutto frequentando il festival di Locarno.
“La mia vera formazione cinematografica è avvenuta lì. Ho iniziato ad andarci nel 2003, a diciotto anni, per due o tre anni ho fatto parte della Giuria dei giovani, poi non ho più smesso. È diventata casa mia, lo è tuttora, sono una specie di pezzo di arredamento a Locarno, ho conservato i pass di tutti gli anni. Ci sono tornata in tante vesti, quando scrivevo di cinema, oppure da semplice appassionata, come ora. Era il mio modo di viaggiare, perché io non ho mai fatto grandi viaggi: ad agosto, nel momento in cui gli altri andavano in vacanza, io andavo a Locarno.
Di solito per una decina di giorni, appuntamento fisso. A volte ero con gli amici, prendevamo in affitto una sorta di solaio dove stavamo coi sacchi a pelo, accampati, altre volte gli altri non c’erano, ci andavo da sola. Arrivavo a guardare anche settanta-ottanta film tra lungometraggi e corti: il programma iniziava la mattina e andava avanti tutto il giorno, fino ai due film della sera, in Piazza Grande, che ha lo schermo più grosso d’Europa, ottomila posti a sedere sotto le stelle. Bellissimo.
Guardi così tanti film, in lingua originale, che alla fine ti ritrovi a pensare in altre lingue, anche quelle che non conosci. Là ho visto delle perle del cinema strepitose. Tipo Rubber, il cui protagonista è uno pneumatico che va in giro a far cose per il deserto californiano, e non è neanche il più stravagante che mi sia capitato.
Grandi retrospettive, splendidi documentari, tanti cortometraggi, scoperte. È lì che ho incontrato il cinema di Kim Ki-duk, un regista che ho amato tantissimo: lo premiammo nel 2003 con la Giuria dei giovani, per Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, che la giuria dei grandi snobbò e che invece divenne poi uno dei suoi film più noti, soprattutto dopo che il regista vinse a Venezia con Ferro 3, l’anno dopo. La cosa bella di quel Festival è che è costruito su misura di chi il cinema lo ama: non è di quelli un po’ fighetti, o rivolti ai professionisti del settore, più chiusi, meno accessibili. Con l’abbonamento da studente, a Locarno puoi guardarti tutti i film del festival, compresi quelli in piazza.
E la sera, nei ristoranti e nei locali, è facile incontrare attori e registi, il che è importante perché permette, anche a chi il cinema lo fa, di confrontarsi direttamente con chi il cinema lo guarda. A me questo aspetto piaceva molto, andavo pure ai dibattiti, curiosavo. A volte ho avuto degli incontri speciali. Nel 2007 Robert Rodriguez, regista di tanti film, alcuni con Quentin Tarantino, venne a presentare Planet terror, una specie di grande tributo agli splatter di serie B la cui protagonista aveva un fucile automatico montato al posto di una gamba.
Finita la presentazione, mi diressi verso l’albergo in cui Rodriguez alloggiava, con la mia moto – avevo una 125 RS dell’Aprilia, quella del Valentino Rossi degli inizi – per vedere se riuscivo a incrociarlo e a scambiare due parole con lui. Mentre ero lì che aspettavo nel parcheggio, mi si è avvicinato un signore un po’ anziano e ci siamo messi a chiacchierare. Gli ho raccontato che ero un’appassionata di cinema, che avrei voluto fare la regista ma non sapevo da dove cominciare, avevo ventidue anni all’epoca.
Mi disse che anche lui era del settore. A me sembrava un altro cinefilo capitato lì per caso e ci mettemmo a parlare di come iniziare e lui mi diede un consiglio. Mi disse: ‘Sai qual è il modo migliore per comporre una sceneggiatura? La devi scrivere tutta di getto, fino in fondo. Quando l’hai finita, la metti in un cassetto, chiudi e la lasci lì dentro per cinque anni. Dopo cinque anni riapri il cassetto, la tiri fuori, la strappi e la riscrivi daccapo. Allora sarà una grande sceneggiatura’.
A quel punto l’ho ringraziato e sono andata via, era stato bello parlarsi, ma Rodriguez non usciva mai dall’albergo. Finii la serata in piazza, come tutte le sere. Presentarono il film – quella sera era Funeral Party – e davanti a ottomila persone chiamarono sul palco il regista: salì proprio il signore con cui avevo parlato quel pomeriggio. Cavolo, era il mitico Frank Oz!”
Figlia di emigrati, sia pur professori, vive sulla sua pelle le appartenenze incompiute e mancate che sono il segno della contemporaneità. Essere, appartenere, e al tempo stesso essere tante altre cose. Crescere in un posto dove non è cittadina, andare in vacanza dove sono le sue origini, sentirsi perennemente un po’ a casa e un po’ no. Sempre considerata come una che “non è di lì” da chi è incasellato in una sola appartenenza, ma in realtà in linea con un percorso largamente condiviso nella sua generazione.
Come tante e tanti, Elly Schlein non è pienamente “di lì” in Svizzera e non è pienamente “di lì” nemmeno a Bologna, dove si trasferisce a diciannove anni per fare l’università – “un po’ per amore e un po’ per l’anima di questa città, battagliera, combattiva, rossa” – per poi diventarne un’orgogliosa figlia adottiva che non se ne va più neanche dopo gli studi. Da qualcuno non è considerata “una di lì” neanche adesso che è segretaria del Pd. Eppure quel partito è nato proprio per superare le famiglie politiche fondative, immerse nel Novecento, senza disperderne il patrimonio.
Lei di quella ibridazione è figlia. Le sue appartenenze incompiute la rendono particolarmente capace di interpretare la contemporaneità e la sinistra di questi anni. Donna di questo tempo. Significa anche non avere le convinzioni granitiche delle generazioni precedenti, ma identità da costruire pezzo per pezzo, più nell’incontro con gli altri che nella lettura dei testi sacri. E significa avere alle spalle una formazione atipica, intrecciata al decennio che ha sconquassato la sinistra italiana.
Atipica perché per Elly Schlein la politica è una scelta, una passione che si prende lo spazio, non è la piegatura naturale di una generazione, è eterodossia e non ortodossia. Cresciuta nell’epoca nel berlusconismo, inizia negli anni dieci, molto dopo il G8 di Genova del 2001 con il movimento no global stroncato violentemente, quando per Michela Murgia “cominciò tutto”, nel mezzo del governo berlusconiano nella sua fase più espansiva e poi nel suo crepuscolo.
Nella crisi sociale ed etica, si fa largo l’anticasta, antesignana del Vaffa grillino. La politica viene scansata via, i partiti anche di più, si fatica a credere che possano essere uno strumento ancora utile per qualcosa: vince l’antipolitica, e poi, ancora peggio, l’antipolitica che diventa opportunismo di Palazzo.
Elly Schlein va in direzione contraria, lei che pensava di voler fare la regista viene risucchiata dentro da una passione ancora più forte, e punta sulla politica proprio quando la politica deraglia. Comincia a costruire da lì, per un senso di appartenenza che non è mediato dall’ideologia o dalla sociologia, dove la porta il suo disagio per l’esistente, la sua istintiva voglia di combattere le ingiustizie, di cambiare le cose.
Forse è anche un pezzo della sua storia familiare che si riaffaccia: suo nonno materno, l’avvocato socialista, non aveva dubbi quando si trattava di difendere le persone dalle ingiustizie, lo fece anche in tribunale con gli ebrei negli anni delle leggi razziali.
Schlein ha un percorso diverso anche da chi ha solo pochi anni più di lei, nel Pd e negli altri partiti del centrosinistra, ma non condivide neppure il fontanone dell’antipolitica. Cita sempre la Costituzione – che suo nonno le regalò a otto anni insieme ai Quattro Codici: Civile, Penale e Procedure –, è per la Repubblica parlamentare pura, più vicina in questo a una politica antica che alla logica del Parlamento trasfigurato in luogo del malaffare da aprire come una scatoletta di tonno. Occupy Pd, nel 2013, è in fondo l’immagine opposta: da fuori entrare dentro, per cambiare.
E lei, da giovane attivista del Partito democratico, fa il suo esordio sulla scena come uno dei volti della protesta di Occupy Pd nel momento di massimo crollo di credibilità del partito, con i 101 parlamentari che hanno pugnalato Prodi alle spalle durante la corsa per il Quirinale e le dimissioni di Bersani dalla segreteria. Ma ha sempre rifiutato di diventare un’operazione mediatica, preferendo la via più lunga a possibili candidature, visibilità, ruoli. Nel suo percorso c’è una lista di opportunità non colte, di rotondi no: “Non mi sono prestata, io non sono un’operazione mediatica, non sono governabile. Ho una testa mia. E una visione”.
Non ha padrini alle spalle che la lanciano. È andata sempre a prendersi i voti sul campo e in mare aperto, persona per persona, preferenza per preferenza, prima alle elezioni europee del 2014, poi alle elezioni regionali in Emilia-Romagna nel 2020, alle politiche del 2022, alle primarie del 2023. E perfino da segretaria, alle europee del 2024. Dieci anni di lotte politiche e di gavetta sul territorio, nonostante qualcuno ancora la tratti come fosse Coso, il personaggio dei fumetti del “Super Cane Magic zero” disegnato da Sio, quello “talmente sbadato che una volta era caduto dalle scale ed era diventato il presidente della Repubblica”.
Il suo modo di porsi, in maniera eguale e contraria avvicina quelli che incontra nelle piazze e allontana quelli abituati a farsi dar retta nei palazzi. Gli uni mediamente empatizzano, gli altri mediamente sono ostili.
Tende a smontare i presupposti di partenza: non si atteggia a leader, non fa citazioni per darsi un tono, è capace di ballare e gridare le canzoni a memoria da un carro del Pride, non sembra avere alcuna fretta di arrivare e le interessa di più il come; prima di rispondere alle domande pensa, quando non è costretta dai tempi televisivi arriva a fare dei silenzi lunghissimi, oppure risponde alle domande con altre domande, rendendo chiaro perché sulla pagella i professori scrivessero: “Esuberante”.
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
NON SOLO: SUL TAVOLO CI SAREBBE ANCHE LA CONFERMA DI UNA POLTRONA DA SEGRETARIO D’AULA AL SENATO PER UN COMPONENTE DI AZIONE… I SEGNALI DI FUMO CON RENZI E CONTE, CHE SPERA ANCORA DI RIMEDIARE IL TG3 DI ORFEO
Più che dal via si riparte da giovedì scorso. Da quando cioè la presidente del Consiglio
Giorgia Meloni si era convinta di poter tentare il blitz dopo aver persuaso una parte dell’opposizione a sostenere con i (pochi) voti necessari la nomina di Francesco Saverio Marini a membro della Corte costituzionale.
Come? Voci incontrollate all’interno della maggioranza parlano della direzione del Tg3 assegnata al Movimento 5 stelle, di una promessa di aprire spazi di compensazione per Azione di Carlo Calenda e di un oggi indicibile soccorso esterno da parte di Iv.
A far saltare il banco arrivando all’epilogo ormai noto è stata quindi la grande esclusa dal banchetto Elly Schlein, coadiuvata dall’abituale claque dell’Alleanza Verdi-Sinistra e dalla nouvelle vague di Matteo Renzi, abituato però a giocare su più tavoli. Il nodo della contesa è stato l’assenza di un «dialogo» generalizzato con la minoranza che, però, anche all’indomani del profluvio di schede bianche riversate nelle urne di Montecitorio, il centrodestra non ha ancora deciso se vale la pena di aprire.
Meloni è ancora furiosa e decisa a confermare l’indicazione del suo consulente giuridico. L’idea, come anticipato ieri dal Messaggero, resta quindi quella di rilanciare le votazioni per la nomina a oltranza, almeno una a settimana da qui al 12 novembre, […] con l’intenzione dichiarata di spingere giù dall’Aventino le opposizioni in nome della responsabilità istituzionale nei confronti di una Consulta altrimenti monca e già pronta a perdere altri 3 giudici, compresi il presidente, in scadenza a dicembre.
Nel mezzo però, quando la polvere del blitz fallito si sarà depositata, c’è la volontà di impostare una nuova trattativa con chi si dimostra aperto all’ipotesi. Tenendo per ora fuori dal discorso gli altri 3 giudici.
Se è vero come rivela il capogruppo alla Camera di FdI Tommaso Foti che nel Pd c’era almeno un parlamentare che avrebbe sostenuto il candidato meloniano, lo è soprattutto che, come spiegano fonti parlamentari, Iv e il M5S avrebbero offerto nuove garanzie nella speranza di poter decidere il nome dell’opposizione a discapito del Pd. E per di più, non sarebbe un caso se ieri Calenda abbia deciso per primo di rompere le righe dell’opposizione.
Dietro ai suoi inviti al governo ad aprire il dialogo e soprattutto all’opposizione affinché «la pianti di fare l’Aventino» per stoppare una persona che «non è un pericoloso fascista» ci sarebbe la volontà di rimettere mano ad un’intesa di massima che pare fosse già stata impostata con i meloniani. A Calenda infatti, sarebbe stata promessa la presidenza della commissione parlamentare di inchiesta sulle tendenze demografiche nazionali e sui loro effetti economici e sociali istituita il 31 luglio scorso.
Una casella che sarebbe pronta a ricoprire l’ex ministra della Famiglia Elena Bonetti. Non solo sul tavolo ci sarebbe anche la conferma di una poltrona da segretario d’Aula al Senato per un componente di Azione. Nello specifico, considerando che nel misto sono rimasti in due ed uno è Calenda stesso, toccherebbe a Marco Lombardo prendere il seggio lasciato vacante da Giusy Versace, di recente passata ai “non iscritti”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
“CHE CI AZZECCA HEGEL E LA LA RIVOLUZIONE DELL’INFOSFERA GLOBALE CON UN NCC DI FROSINONE ALLA GUIDA DI UN’AZIENDA CULTURALE?”… GIULI RISPONDE CON LA VOCE E LE MANI TREMANTI E LIQUIDA LA QUESTIONE A “GOSSIP”
Alessandro Giuli torna ad affrontare i parlamentari, dopo l’audizione «teoretica» che due giorni fa ha tenuto a Montecitorio. Oggi, 10 ottobre, il ministro della Cultura è al Senato per rispondere al question time. Italia Viva, per l’interrogazione, schiera il suo leader, Matteo Renzi.
Il tema è quello della nomina di Fabio Tagliaferri – fatta dal predecessore di Giuli, Gennaro Sangiuliano – alla presidenza di di Ales spa. Le opposizioni contestano da tempo il criterio adoperato per la selezione, visto che il fedele meloniano, nel curriculum, vanta le gestione di piccole società, perlopiù attive nel settore dell’autonoleggio alla periferia di Frosinone, e un mandato di assessore ai Servizi sociali nel Comune. Tuttavia Renzi, con il suo stile caustico, non si esime da attaccare Giuli sull’esposizione a tratti indecifrabile delle linee programmatiche del dicastero.
Renzi e l’ironia sulle «indecifrabili linee guida del nuovo ministro»
Prendendo spunto dall’articolo di Open, afferma: «Intende fare repulisti anche sul buon Tagliaferri? Perché, cito, “di fronte a questo cambiamento di paradigma, la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare”».
Renzi incalza: «Io trovo interessante sia la citazione, non contenuta qui, di Hegel che quella che io vedo di Luciano Floridi, sia una citazione di Monicelli e di Tognazzi e del conte Mascetti a proposito della sua strategia culturale. Ma le domando che ci azzecca con Hegel e la rivoluzione permanente dell’infosfera globale un Ncc di Frosinone alla guida di un’azienda di servizi culturali?».
“Sangiuliano ha scelto per la guida di Ales uno con un curriculum impresentabile e ridicolo”, non avendo “alcuna esperienza manageriale”, ha detto Renzi, precisando che Tagliaferri “ha come grande pregio quello di essere stato assessore ai servizi sociali a Frosinone” e “di aver detto in tv che si forma guardando i video di Giorgia Meloni anche se non risulta un tutorial su come si governa Ales”.
“Allora la domanda è: questa nomina è stata fatta sulla base di una valutazione di merito o in nome dell’amichettismo, come io penso? – ha proseguito -. Siccome lei sta facendo un repulisti, come leggo, la domanda è se non vuole fare pulizia pure di Taglieferri”.
Giuli: «Adeguerò il mio eloquio alle capacità cognitive di Renzi»
Giuli appare stizzito e risponde anche lui con uno sfottò: «Prometto da oggi che farò del mio meglio per adeguare il mio eloquio alle capacità cognitive del senatore Renzi». Partono i borbottii dai banchi di Italia Viva e interviene il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Ho lasciato parlare Renzi che non mi pare non fosse ironico, non diciamo offensivo, quindi l’ironia è ammessa in quest’Aula».
Così Giuli riprende il suo discorso: «In relazione alla procedura di nomina del presidente e amministrazione delegato di Ales, dottor Tagliaferri, sarebbe opportuno porre fine alle speculazioni e alle illazioni circolate sinora. Da parte nostra si conferma non soltanto la regolarità formale della procedura di designazione, ma altresì il valore professionale del dottor Tagliaferri, il quale, oltre ad aver ricoperto diversi incarichi, vanta un’indiscussa e duratura esperienza manageriale».
Il caso Manzione
Giuli non si limita, però, alla risposta sull’argomento dell’interrogante Renzi. Dismette i panni formali del ministro e contrattacca con il sarcasmo: «Colgo l’occasione per riconfermare la mia stima professionale nutrita nei confronti di Antonella Manzione, già capo dei vigili urbani di Firenze, scelta nel 2015 alla guida dell’ufficio Affari legislativi della presidenza del Consiglio dall’attuale interrogante e allora premier Matteo Renzi, che a suo tempo mi lusingai di difendere in pubblico dalle inaccettabili accuse di aver trasformato Palazzo Chigi in un comitato d’affari paesano». La Russa fa un richiamo a Giuli per aver sforato con il tempo.
A Giuli trema la mano mentre regge il foglio del suo intervento
A Renzi non è sfuggito il tremolio della mano mostrato da Giuli, mentre era al microfono. E alza ancora il livello del dileggio: «Mi dispiace averla vista tremare come hanno visto da casa, anche perché non vi era alcun intento malevolo». Qui scattano le scintille con il presidente del Senato, che prende parola solo per dire di non aver visto Giuli tremare. «Lei faccia l’arbitro, non faccia il supporter – lo interrompe Renzi -, si limiti a tifare Inter, Fratelli d’Italia la tifa in un’altra sede. Stia al suo posto».
Poi il senatore di Italia Viva torna a incalzare Giuli: «Abbiamo visto tremare non tanto semplicemente la sua mano, ma la sua voce. Al di là delle battute sulle capacità cognitive senz’altro limitate del sottoscritto, ma in grado di far conseguire al medesimo una laurea in tempi decenti, cosa che auguriamo possa accadere anche a lei, il punto centrale è che lei non ha risposto alle domande su Ales».
«La risposta monicelliana del ministro»
Renzi minaccia di procedere in altre sedi istituzionali se non riceverà le risposte – entro una settimana – sulla società in house del ministero della Cultura. Poi torna a citare l’articolo di Open per attaccare Giuli: «Il punto politico, visto che ho ancora 1 minuto, è che sì, sicuramente è stata prematurata con scappellamento a destra come fosse Antani la risposta monicelliana del ministro, il punto chiave è che lei non ha dato una risposta di politica culturale. Voi avete messo uno che non ha un curriculum adatto per stare lì. E lo avete difeso e avete messo in campo una polemica contro una consigliera di Stato, la dottoressa Manzione, che non soltanto aveva tutti i titoli per stare lì e che trovo offensivo che lei citi, ma che addirittura ha svolto un servizio sì al Paese».
Renzi: «Giuli dava del patriota a Putin»
Il leader di Italia Viva conclude con un affondo sul passato di Giuli: «Lei caro ministro, anziché venire qui e dialogare con noi, è venuto a farci la lezioncina che noi da uno che dava del patriota a Vladimir Putin, non prendiamo. Vi misureremo sull’attività dei beni culturali, vi chiediamo la risposta alle domande entro una settimana e vi invitiamo a scoprire la gentilezza e l’umiltà nel posizionarsi non di fronte agli interroganti, ma di fronte al Parlamento della Repubblica che pro tempore la ospita come ministro». Il botta e risposta tra Renzi e Giuli termina con la replica dell’interrogante.
(da Open)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
“SUCCEDE SEMPRE COSÍ, QUANDO IL FIGLIO O LA FIGLIA ZELOTA DI UN PADRE LIQUIDATORE SI SENTE TENUTO A MOSTRARE GRATITUDINE”
Estratto da “Il passo delle oche”, di Alessandro Giuli (ed. Einaudi, 2007)
Visto che siamo in tema di «colpi», esiste un ultimo capitolo sulle donne di Fini che merita la citazione. Riguarda Giorgia Meloni, segretaria di Azione giovani dal 2004 e vicepresidentessa della Camera per decisione finiana dopo l’aprile del 2006.
A uno sguardo sommario, Giorgia Meloni alla vicepresidenza della Camera appare come una bambina di cinque anni costretta a giocare con uno jo-jo di bronzo alto quanto lei. Come minimo c’è il rischio di farselo cadere addosso. Ma forse questo è un giudizio cattivo e prematuro. E influenzato dalla leggerezza vaporosa con la quale la ragazza, nel dicembre 2006, ha archiviato malamente una storia piantata alle sue spalle senza che lei se ne sia accorta del tutto: «Mussolini avrà fatto cose buone, ma il suo sistema autoritario lo condanna, cosí come per Castro».
Succede sempre cosí, quando il figlio o la figlia zelota di un padre liquidatore si sente tenuto a mostrare gratitudine. Succede che, non richiesto o non richiesta, tende a sovrastare il benefattore per asseverazione. Con effetti poco credibili. Se non fatui, soprattutto se messi al confronto del silenzio operoso di altre donne ex missine che non hanno avuto bisogno di conversioni culturali per dimostrare il proprio valore.
E il caso di Adriana Poli Bortone, segretaria nazionale femminile dell’Msi dal 1981 al 1994, ministro dell’Agricoltura nel primo governo Berlusconi, sindachessa di Lecce per due mandati consecutivi.
Non meno brava del romano Walter Veltroni nell’amministrazione del potere, quanto fieramente contraria alle quote rosa. Ma con un’attenzione speciale nei confronti del sesso femminile, intorno al quale organizza annualmente un evento congressuale, librario e teatrale che ha la coloritura delle antiche feste celebrative pagane.
Nel suo caso, la figura femminile esce dalla recriminazione malmostosa per essere reintegrata nella dimensione della naturalità originaria. Nulla a che vedere con la, tardiva, riscoperta finiana della lotta di genere.
In ogni caso, nella sua fredda furia creatrice e demolitoria, Fini si è dimostrato più equanime di quanto le sue veroniche ideologiche lascino immaginare.
Azzerando il dipartimento della Santanché, promuovendo nuove stelline e compilando graduatorie sempre suscettibili di venir stravolte da un suo malumore di occasione, il leader di An ha dimostrato di saper trattare le femmine come i maschietti: figurine sbiadite manovrabili in un grande gioco di società immaginifica, piegate al luogo comune femminista e giovanilista, ma pur sempre piantate nello spazio obbligato che si estende dalla sabbietta domestica di via della Scrofa alla chaise longue di un potere tutto costretto nel solito paio di mani.
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
DOVRANNO “PIANIFICARE MENU, GESTIRE LA DISPENSA E CONTROLLARE LA QUALITA’ DEL CIBO”
Pancia mia fatti capanna! La Camera sta per assumere due chef per rendere più ghiotti i pasti da servire al ristorante interno o durante banchetti e nei catering organizzati per gli inquilini di Palazzo: saranno incaricati di sviluppare menu, creare nuove ricette, supervisionare le cotture. E ancora. Vigileranno sugli ingredienti tenendo in debito conto le eventuali allergie alimentari e soprattutto cercheranno di venire incontro alle “preferenze” degli onorevoli: sarà infatti loro cura controllare “la qualità e il gusto degli alimenti” e – siccome anche l’occhio vuole la sua parte – sarà loro premura anche badare alla “presentazione dei piatti”.
Ecco allora giustificate le due assunzioni nuove di pacca destinate ad avvenire fuori dal perimetro della mega operazione di stabilizzazione dell’esercito di maestranze portata a compimento negli ultimi mesi: oltre 340 addetti, prima in forze a ditte esterne e ora assunti a tempo indeterminato dalla società in house di Montecitorio creata a inizio di quest’anno per internalizzare tutti i servizi, con la promessa di risparmi da reimpiegare per aumentare i salari di facchini, parcheggiatori, addetti alle pulizie, guardarobieri, insomma tutti quelli che ogni giorno si prodigano per assicurare un servizio con i guanti bianchi ai deputati. E tra questi, naturalmente, ci sono le brigate di cucina che provvedono a saziare il loro onorevoli appetiti: solo per il servizio ristorazione sono state riassorbite 108 persone per assicurare la preparazione di pasti, la somministrazione di bevande e di prodotti di gastronomia con servizio al tavolo, in modalità self-service o alla caffetteria dei Palazzi Montecitorio e del Seminario e presso il Complesso di Vicolo Valdina: camerieri, banconisti della buvette, inservienti vari e naturalmente cuochi, questi ultimi nel bel numero di 15. Ora però, a quanto pare, va fatto un balzo di qualità.
Dopo l’assunzione in blocco delle maestranze anzidette, Montecitorio Spa ha strappato al ristorante della Business school della Luiss lo chef di cucina, già in forze a ristoranti stellati della Capitale, Simone Loi, per proporlo al ruolo di coordinatore del servizio ristorazione. Ora un ulteriore avviso di selezione servirà a trovare due rinforzi di lusso da preporre alle sue dirette dipendenze. AAA supercuochi cercansi. Potrà ambire alla posizione solo chi abbia “maturato qualificata esperienza lavorativa a livello culinario e organizzativo presso strutture di particolare livello e con almeno 400 coperti al giorno”. I due executive saranno dotati di “poteri di iniziativa e di autonomia” sul coordinamento e controllo dell’operato dello staff di cucina e di monitoraggio “assumendo la responsabilità dell’efficiente funzionamento dei diversi reparti”.
Le mansioni? Pianificare i menu come detto, gestire la dispensa e l’approvvigionamento delle derrate, controllare che le cucine siano uno specchio e rispettate le norme igieniche. E infine dimostrarsi maghi nell’arte di trattare bene gli ospiti a tavola dando “risposta a feedback e richieste particolari dei clienti”. Buon appetito.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
SILENZIATA LA CORRENTE DEI “GABBIANI” DI RAMPELLI, AZZERATO IL DISSENSO, ELIMINATA OGNI DIALETTICA INTERNA, PARLAMENTARI TRATTATI COME CAMERIERI A CUI SI DANNO ORDINI VIA CHAT… POI QUALCUNO SI INCAZZA E FA “L’INFAME”, SPUTTANANDO ALL’ESTERNO IL PIANO DI GIORGIA MELONI PER IL BLITZ PER ELEGGERE FRANCESCO SAVERIO MARINI ALLA CONSULTA
La politica è una cosa seria. La vita interna a un partito, anche. E se Fratelli d’Italia ha
raggiunto la taglia XXL, con un consenso che sfiora il 30%, non può riprodurre le dinamiche politiche di quando galleggiava tra il 3 e il 4%. Il partito guidato da Giorgia Meloni non ha dissenso interno: l’unica corrente eterodossa, quella dei “gabbiani” di Fabio Rampelli, è stata sostanzialmente silenziata. Non abbaia, non incide, non fa opposizione. Tace, forse mastica amaro, ma alla fine s’allinea.
Come fa un partito così grande, senza correnti né dibattito, a essere controllato da quella specie di politburo che è la “Fiamma magica” composta dalle sorelle Meloni, dal sottosegretario Fazzolari e dalla segretaria-tuttofare di Giorgia, Patrizia Scurti? E infatti non si puo’: usare il pugno di ferro per militarizzare un partito alla lunga logora. Gioco-forza rischi di ritrovarti schiere di franchi tiratori pronti a impallinarti alla prima occasione.
Senza un rapporto dialettico tra segretario e correnti, tra vertice e peones, tra generali e truppa (che i più analogici chiamano ancora “politica”), emergono inevitabilmente problemi di tenuta interna. Ne è un limpido esempio quel che è accaduto con “l’infame” (un parlamentare di Fratelli d’Italia) che ha fatto uscire dalla chat di partito l’informazione sul blitz deciso dalla Ducetta per eleggere come giudice della Corte costituzione il suo consigliere giuridico a palazzo Chigi, Francesco Saverio Marini.
Trattare da vassalli (peggio: da camerieri) i propri parlamentari, senza concedere loro un fiato su alcunché, puo’ creare molti problemi a un capo partito. Soprattutto a quelli più intransigenti verso il dissenso.
(da Dagoreport)
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