Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
E’ QUELLO CHE SUCCEDE QUANDO SI LASCIA MANO LIBERA A UNO GOVERNO CRIMINALE… IL PORTAVOCE ANDREA TENENTI: “COLPITI RIPETUTAMENTE E DELIBERATAMENTE”… L’ITALIA DIA L’ORDINE DI SPARARE CONTRO QUESTI DELINQUENTI INVECE CHE FORNIGLI ARMI
L’esercito israeliano ha aperto il fuoco questa mattina contro tre basi dell’Unifil, la missione Onu di interposizione tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano.
«Il quartier generale di Naqoura e le posizioni vicine sono state ripetutamente e deliberatamente colpite», ha affermato Andrea Tenenti, portavoce della missione Onu. «Due caschi blu», con ogni probabilità di origine indonesiana «sono rimasti feriti dopo che un carro armato dell’esercito israeliano ha sparato verso una torre di osservazione presso il quartier generale dell’Unifil, colpendola direttamente e facendoli cadere.
Le ferite – continua – sono fortunatamente, questa volta, non gravi, ma rimangono in ospedale». Nel frattempo però l’Idf ha sparato pure contro altre due basi Unifil, 1-31 e 1-32A, dov’è di stanza il contingente italiano lungo la linea di demarcazione con il Libano.
Le forze di difesa hanno aperto il fuoco «sulle posizione UNP 1-31 a Capo Naqoura, colpendo l’ingresso del bunker dove si erano rifugiati i caschi blu e danneggiando veicoli e un sistema di comunicazione», ha precisato Tenenti.
Secondo il portavoce di Unifil, «un drone dell’esercito israeliano è stato osservato volare all’interno della posizione Onu fino all’ingresso del bunker». Nell’attacco, afferma il portavoce, sono stati danneggiati le telecamere di monitoraggio perimetrale della posizione 1-31.
E l’esercito israliano ha «deliberatamente sparato su UNP 1-32A, dove si tenevano regolari riunioni tripartite (tra libanesi, israeliani e vertici Unifil) prima dell’inizio del conflitto, danneggiando l’illuminazione e una stazione di trasmissione», conclude Tenenti.
Nel frattempo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha convocato con urgenza l’ambasciatore israeliano in Italia dopo gli attacchi alle basi Unifil, dove opera il personale italiano. L’incontro è tuttora in corso. L’episodio è destinato con ogni probabilità ad accrescere ulteriormente le tensioni attorno alla presenza della missione Unifil, e più in generale tra Israele e Onu, che nel suo discorso al Palazzo di Vetro di poche settimane fa Benjamin Netanyahu definì «una palude antisemita» (poco prima di dare il via libera al bombardamento su Beirut per eliminare il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah).
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
“SESSANTA GIORNI DI CARCERE PER DIRE NO ALLA GUERRA DI NETANYAHU”
C’è una parte della società israeliana che si rifiuta di prestare servizio nelle Forze di difesa.
Vengono definiti refusenik, cittadini che rinunciano all’arruolamento. Si tratta, molto spesso, di una scelta politica e una forma di protesta «contro l’attuale guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti israeliani e l’espulsione dei palestinesi: “non posso fare parte di questo sistema immorale», dice a Open Itamar Greenberg, diciottenne, obiettore di coscienza ed attivista per la «causa palestinese». È cresciuto in un famiglia haredi, di ebrei ultra-ortodossi, a Bnei Brak, a Est di Tel Aviv. A 12 anni ha preso la decisione di arruolarsi nelle Israel defence forces per «sentirsi parte» della società: «Non volevo essere un soldato, ma volevo essere israeliano», afferma. «Ora che ho 18 anni ho capito che la porta per entrare nella società israeliana passa attraverso l’oppressione di un altro popolo e questa è un’ingiustizia. Una società giusta – afferma – non può essere costruita sulla canna di un fucile». Così ha scelto di rinunciare apertamente a combattere tra i ranghi dell’esercito.
Il carcere per chi si rifiuta di servire nell’esercito
In Israele il servizio militare è obbligatorio per tutti i cittadini e le cittadine al compimento del diciottesimo anno d’età. Chi ha già prestato servizio può essere richiamato per addestramenti, impieghi operativi o in caso di emergenza. Ottenere l’esenzione è difficile e l’obiezione di coscienza non è un diritto riconosciuto. Il 25 giugno scorso la Corte suprema ha ordinato l’arruolamento anche degli ebrei ortodossi, che finora beneficiavano di un’esenzione introdotta nel 1948. Non è ancora chiaro con che modalità avverrà o quando inizierà. Ciò che è certo è che il prolungamento del conflitto a Gaza e gli altri due fronti aperti in Libano e Cisgiordania stanno mettendo a dura prova il sistema militare israeliano. Un gruppo di militari, circa 130, ha minacciato ieri di lasciare la divisa se il governo non accetterà un accordo sugli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. «Continuare la guerra a Gaza non solo ritarda il ritorno dei rapiti, ma mette anche in pericolo le nostre vite», si legge nella lettera indirizzata al premier Netanyahu e al ministro della Difesa Gallant. Per alcuni di loro «la linea rossa è stata superata», per altri «arriverà il giorno» in cui smetteranno di prestare servizio nell’esercito.
Dall’inizio del conflitto, l’Idf ha richiamato quasi 360mila riservisti. Oltre a loro, tantissimi giovani come Greenberg hanno scelto di rinunciare apertamente ad entrare nelle Forze di Difesa. «Quando un 18enne o un riservista si rifiuta pubblicamente di prestare servizio nell’Idf viene processato e mandato in carcere. Una volta scarcerato viene richiamato dalle Forze armate e se rinuncia all’arruolamento subisce un nuovo processo», spiega Nimrod Flaschenberg, portavoce di “Mesarvot”, che si traduce in italiano Ci rifiutiamo, una rete di sostegno ai giovani che non vogliono arruolarsi. «Le cose sono peggiorate dopo il 7 ottobre: ora i tempi di incarcerazione sono molto più lunghi. Il primo refusenik dall’inizio del conflitto, Tal Mitnick, – conclude – ha trascorso 185 giorni in prigione».
Le conseguenze del rifiuto
Per il suo rifiuto pubblico, anche Greenberg ha dovuto scontare una pena detentiva di 60 giorni in un carcere israeliano. «Tra poco dovrò tornare per un altro periodo. Probabilmente ho ancora qualche mese in prigione», racconta il giovane refusenik.
Tale rifiuto ha, però, un’altra conseguenza oltre alla detenzione: la forte pressione sociale. La sua famiglia di ultra-ortodossi ha accettato la sua decisione: «Vivo ancora insieme ai miei genitori, ma ho perso molti amici per le mie scelte». Nonostante ciò è convinto della sua scelta. «Il mio rifiuto è un appello immediato e diretto: fermare la guerra, l’espansione degli insediamenti e l’espulsione dei palestinesi. Dopo di ciò viene il tempo di fare del bene – continua – permettere al popolo palestinese di esercitare il proprio diritto nazionale all’autodeterminazione e di vivere come due popoli in pace e uguaglianza fianco a fianco».
La speranza per il giovane è che «tutte le forze nella nostra società – ebrei, arabi, laici, religiosi e haredi – si oppongano alla guerra che vogliono gli estremisti al governo». L’esecutivo di Benjamin Netanyahu è «odiato dalla maggior parte dei giovani israeliani», spiega il 18enne secondo cui i governanti di oggi non sono così tanto diversi da quelli che li hanno preceduti. «A differenza della maggior parte degli israeliani comuni, Netanyahu non è la vittima del racconto, ma un leader criminale». E, questo, anche prima del 7 ottobre. «Ciò che accaduto un anno fa ha unito gli israeliani nel lutto e nel dolore in un modo molto più intenso di quanto conoscessimo. Ma ora il futuro è una grande domanda: non so cosa accadrà, ma combatto con tutti gli strumenti che ho a disposizione per la riconciliazione anche se sarà difficile – conclude il giovane -. Per farlo, abbiamo bisogno di molta assistenza internazionale».
(da Open)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
IN REALTA’ IL CRIMINALE NEL PRIMO, E FINORA UNICO, TELE-MATCH, AVEVA FATTO UNA FIGURA DI MERDA
“Ho già vinto il primo dibattito con Kamala la bugiarda. Siamo molto avanti nel processo elettorale, il voto è già iniziato: non ci sarà nessuna rivincita! Inoltre, Kamala ha dichiarato chiaramente ieri che non farebbe nulla di diverso da Joe Biden, quindi non c’è nulla da dibattere”: Donald Trump chiude la porta definitivamente ad un secondo dibattito con Harris con un post su Truth.
“Ho vinto gli ultimi due dibattiti, uno con Joe il corrotto, l’altro con Kamala la bugiarda. Sono anche in testa nei sondaggi, con il vantaggio che cresce ogni giorno, e sono in testa in tutti gli stati in bilico. La prima cosa che fa un pugile quando perde un incontro è dire che ‘chiede una rivincita’”, prosegue il tycoon, affermando che “non ci sarà nessuna rivincita!”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
“LA LEGGE DEL 1992 E’ OBSOLETA. OCCORRE LAVORARE SULL’INTEGRAZIONE”
«I figli nati in Italia da genitori stranieri sono italiani». Lo ha detto il comandante generale
dei carabinieri Teo Luzi in un’intervista al Corriere della Sera. Per Luzi «nelle periferie l’integrazione deve essere la regola. Non la fanno le forze di polizia, si fa con la scuola, l’avviamento al lavoro», afferma. Per questo motivo, precisa, «bisogna favorire quanto più possibile l’integrazione».
Anche perché «tutti i maggiori Paesi in Europa hanno un meccanismo di integrazione e anche l’Italia deve averlo. Quale sia, lo decida la politica – aggiunge in riferimento alla legge sulla cittadinanza – Ma il meccanismo di integrazione, con equilibrio politico, va trovato: si guardi alla Germania, alla Francia, all’Inghilterra. Ma qui non c’è. Ci vuole una legge. Tocca al Parlamento sovrano».
La legge in vigore in Italia, quella del 1992, terreno di scontro nella maggioranza tra Lega e Forza Italia, «non rispecchia più il cambiamento che c’è stato. Poi come debba essere la nuova, per tutelare la cultura italiana, tocca alla politica dirlo – evidenzia -. La contrapposizione non porta da nessuna parte. Io personalmente sono molto aperto: occorre una normativa più moderna».
Il tema delle seconde generazioni, per Luzi, «è emerso specie al Nord, in maniera non virulenta come in Francia: ma è una questione su cui bisogna aprire una riflessione», spiega. Infine, secondo il comandante generale dell’arma «il sentimento prevalente tra i nostri compatrioti è la preoccupazione. Che sfocia in tensioni, litigiosità… nei condomini, tra i banchi, sul lavoro. Nelle nostre sale operative si riversano episodi talvolta inspiegabili – conclude -. Le periferie sono un vulnus nell’equilibrio sociale delle democrazie occidentali, bisogna garantire a chi ci vive la stessa qualità di vita di chi abita altrove».+
(da Open)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA CORTE DI GIUSITIZIA EUROPEA NON CONSIDERA PAESI SICURI 15 DEI 22 PAESI RITENUTI TALI DALL’ITALIA… E DEI 7 CHE RIMANGONO TRA I PAESI AFRICANI RESTA SOLO CAPOVERDE… CONCLUSIONE: ABBIAMO SPUTTANATO CENTINAIA DI MILIONI DI EURO
La sorte del protocollo siglato tra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama si complica ancora, stavolta al limite del paradosso. Come il Fatto ha spiegato in dettaglio, l’ennesimo grattacapo è arrivato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue), che ha di fatto cancellato il presupposto per rinchiudere i richiedenti nei centri italiani in Albania, tanto che gli unici africani a poterci finire sarebbero i pochissimi capoverdiani che fanno domanda d’asilo in Italia.
A far loro compagnia, se solo attraversassero il Mediterraneo, quelli provenienti dai Balcani, albanesi compresi. Per essere destinati all’esame accelerato delle domande d’asilo e rischiare quindi di finire nei centri in Albania, bisogna infatti provenire da uno dei Paesi che l’Italia considera sicuri.
Ma il diritto Ue, hanno chiarito i giudici di Lussemburgo, non ammette eccezioni per aree territoriali o categorie di persone a rischio: un Paese non sicuro per qualcuno non lo è per nessuno. Così, dei 22 Paesi che l’Italia considera “sicuri”, al fine dell’esame accelerato nei centri albanesi ne rimangono solo sette, ma nessuno utile alla causa del governo. Il rischio è che le strutture rimangano vuote. Peggio, che i soldi dei contribuenti italiani siano stati spesi a vuoto.
L’Italia ritiene sicuri i Paesi d’origine in base a una norma del primo governo Conte. “La designazione di un Paese di origine sicuro può essere fatta con l’eccezione di parti del territorio o di categorie di persone”, dice l’art 2-bis del d.lgs 25/2018, il primo decreto sicurezza di Matteo Salvini, allora al Viminale.
La Cgue ha invece chiarito che il diritto non lo consente, censurando la norma e buona parte della nostra lista di Paesi sicuri.
Basta leggere le schede allegate al decreto interministeriale che contiene la famosa lista, consultabili grazie a un accesso agli atti dell’Asgi.
Tra quelli designati sicuri con eccezioni per parti di territorio o categorie di persone, che quindi sicuri non sono, figurano proprio i Paesi dei migranti che l’Italia contava di portare in Albania dopo averli recuperati in acque internazionali.
Legalmente sicuri sono invece i Balcani: Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e la stessa Albania. L’unico Paese africano è Capo Verde. Ma l’arcipelago dell’Oceano Atlantico, circa mezzo milione di abitanti a 500 chilometri dalle coste del continente, è sulla rotta del Mediterraneo occidentale, e chi rischia la vita in mare punta alle Canarie.
Non solo: tra le principali destinazioni europee dei capoverdiani ci sono Portogallo, Francia e Paesi Bassi, ma non l’Italia. Nel nostro paese le richieste d’asilo presentate dai cittadini di Capo Verde non sono mai più di 5 l’anno (dati Eurostat). Solo il 2018 ne ha contate di più, tra le 5 e le 10.
Secondo i dati del Viminale, invece, tra i primi dieci Paesi d’origine per numero di sbarchi nel 2024, solo Tunisia, Gambia, Egitto e Bangladesh fanno parte della lista dei “sicuri”. Gli ultimi due sono stati inseriti solo lo scorso maggio dal governo Meloni, accusato di dichiarare sicuri Paesi che non lo sono col solo scopo di aumentare le procedure accelerate e riempire così i centri albanesi.
Sforzo che la Cgue ha appena vanificato chiarendo che le regole vigenti non ammettono la designazione di Paesi parzialmente sicuri. Come il Bangladesh, primo per sbarchi con 10 mila arrivi nel 2024, dove sono a rischio “persone LGBTQI+, vittime di violenza di genere, incluse le mutilazioni genitali femminili, minoranze etniche e religiose, persone accusate di crimini di natura politica e condannati a morte”, scrive nella scheda allegata alla lista il ministero degli Esteri. Che “segnala anche il crescente fenomeno degli sfollati “climatici”, costretti ad abbandonare le proprie case a seguito di eventi climatici estremi”.
Quanto all’Egitto, quarto con 3.228 sbarchi quest’anno dopo Siria e Tunisia, il ministero non lo considera sicuro “per gli oppositori politici, i dissidenti, gli attivisti e i difensori dei diritti umani o per coloro che possano ricadere nei motivi di persecuzione”.
E così la Tunisia, terza con 6.916 sbarchi, che per la Farnesina non è sicura per persone LGBTQI+, e perfino il Gambia, che di arrivi via mare ne conta appena un migliaio e tuttavia non può considerarsi Paese sicuro perché, dice il nostro governo nella relativa scheda, non lo è per molti, dalle “vittime o potenziali vittime di mutilazioni genitali femminili, tratta e discriminazione di genere, fino ai disabili e ai detenuti”.
Magra soddisfazione, se il governo deciderà comunque di procedere al trasferimento di egiziani, tunisini, bangladesi e gambiani nei centri albanesi, a liberarli perché privi del requisito essenziale della provenienza da Paese sicuro dovranno essere i giudici italiani, in particolare quelli del Tribunale di Roma, competente per i trattenimenti in Albania.
Non è un optional: la Corte Ue ha infatti stabilito che i giudici nazionali sono tenuti d’ufficio a verificare la legittimità della designazione di un paese come sicuro.
Mancando il requisito dell’origine da Paese sicuro, i giudici dovranno liberare i richiedenti con effetto immediato. Ma stavolta Meloni e soci non potranno gridare al sabotaggio della magistratura come per le ordinanze dei giudici di Catania, a meno di non volersela prendere direttamente con la Corte di giustizia dell’Unione europea.
Del resto, ha sempre assicurato Palazzo Chigi, “il protocollo Italia-Albania non viola il diritto dell’Unione“.
Se il governo decidesse invece di violarlo, alle mancate convalide dei magistrati di Roma seguirebbe l’obbligo, previsto dall’accordo con Tirana, di portare i richiedenti in Italia.
Uno strappo inutile, dunque, ma soprattutto costoso, visto che la spesa prevista per i primi cinque anni supera i 700 milioni di euro, e solo per la nave che farà la spola tra le acque internazionali a sud di Lampedusa e il porto albanese di Shengjin si è calcolato di spendere 13,5 milioni di euro in appena tre mesi. Meglio i capoverdiani, a trovarli.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA DEL PD HA CANTATO “COSI’ COM’E'” STUPENDO I MIGLIAIA DI FAN RIUNITI PER IL RITORNO DEGLI ARTICOLO 31
«Si muove benissimo. Si vede che ha l’X Factor». E ancora: «Alla faccia di chi la definisce
noiosa e antica». Questi sono solo alcuni dei commenti sui social mentre spopola il video della attuale segretaria del Pd Elly Schlein intenta a a cantare con J-Ax sul palco del Forum di Assago a Milano.
Oggi davanti a tantissimi fan si è riunito dopo tanto tempo lo storico duo degli Articolo 31. J-Ax e DJ Jad hanno cantato insieme alcune delle hit storiche che hanno rivoluzionato la musica italiana degli anni ’90. E non erano soli. Almeno per il brano “Così Com’è”, del 1996 tratto dall’album omonimo, su cui Schlein si è cimentata.
«Per i media sono l’insidia, l’allarme, sveglia, allatto i bimbi con le rime dentro il biberon, con la perfidia di Crudelia Demon mangio sfigati come fossero bon bon, pigio il bottone della vibrazione in posizione on, zero bon-ton, do uno spintone,..hm., pardon. Sono l’eccezione che invalida la regola, fa male quando cado in testa tipo tegola», recitano alcune strofe del brano.
Schlein parla anche della sua partecipazione sul palco con J-Ax “‘Così com’è’ è il primo cd che ho avuto nella mia vita – commenta -, avevo 11 anni, con Ax ci siamo conosciuti perché ha messo un like a un mio post sul salario minimo e lui è rimasto colpito quando gli ho risposto con i versi di una sua vecchia canzone. Quando mi è arrivato questo invito non ho potuto rifiutare. Non ho mai cantato in vita mia, ero appena arrivata dalla Camera e non ho potuto neanche provare, mi sono buttata”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA REVISIONE E GLI AUMENTI… GLI EFFETTI A CATENA SULLE ALTRE IMPOSTE… DUE MILIONI DI FAMIGLIE NEL MIRINO… INCREMENTO ANCHE PER LE ACCISE SUL GASOLIO
Cosa succede se aumenta la rendita catastale di una casa? Sono in molti a chiederselo dopo l’annuncio del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il quale ha fatto sapere che l’aggiornamento si applicherà agli immobili che hanno beneficiato di bonus e a quelli fantasma. Una decisione che provocherà un aumento dell’Imu sulle seconde case. A questo si accompagna la riduzione dei bonus sulle ristrutturazioni. Con costi più elevati per i proprietari. Di quanto aumenteranno? Dal 16-18 fino a oltre il 30%. E due milioni di famiglie dovranno pagare imposte più salate. Anche le accise sul gasolio aumenteranno di un centesimo all’anno, nei prossimi cinque. Ma i Tir saranno esentati.
La revisione della rendita catastale
La revisione della rendita catastale è un obbligo. La Legge di Bilancio dello scorso anno la prevede per gli immobili che dopo lavori di ristrutturazione hanno registrato un aumento di valore di almeno il 15%. L’obbligo era previsto già dal 2005. L’Agenzia delle Entrate è deputata a verificare se è stata depositata la richiesta di revisione. Il termine per l’operazione è di 30 giorni dalla fine dei lavori. Le sanzioni per chi non lo ha fatto ammontano a 8.264 euro.
Aumentare le rendite catastali significa poi trovarsi a dover pagare di più una serie di tasse. Ovvero l’Imu sulla seconda casa, l’imposta di registro che si paga sugli atti di compravendita immobiliare e quella di successione in caso di immobili donati o lasciati in eredità. La revisione della rendita, spiega oggi Il Sole 24 Ore, porterà a incrementi che vanno dal 16% al 35%, in caso di doppio salto di classe catastale.
Quanto si paga di più con la revisione
E quindi questi aumenti si rifletteranno sull’Imu per le seconde case. Questo significa che chi oggi paga 900 euro si potrà trovare un incremento di 300 euro a Roma. Mentre per un immobile di cinque vani a Milano l’incremento potrebbe superare i 700 euro. A Palermo un aumento della rendita porterà ad incrementi tra i 74 e i 165 euro. A Firenze gli incrementi partiranno da 165 per arrivare a 358 euro.
Secondo Nomisma saranno il 28% gli alloggi non prima casa che con l’aggiornamento dovrebbero pagare di più. Per questi si passerebbe da una tassa media di 1.047 euro annua a 1.337 euro, cioè 290 euro in più, che moltiplicato per il numero degli alloggi interessati significherebbe un aumento di gettito Imu di circa 126 milioni di euro. Attualmente il costo medio dell’Imu nel Nord Ovest è di 1.060 euro, nel Nord Est di 1.027. Nel centro si attesta a 1.144 euro mentre al Sud il costo è di 982 euro, nelle isole 829.
Gli effetti dell’aumento delle rendite sulle altre tasse
A parte l’Imu anche la Tari, ovvero la tassa sui rifiuti, crescerà. Perché viene calcolata sulla superficie catastale, che farà salire l’importo. L’aggiornamento del Catasto, spiega La Stampa porterà ad aumenti anche sull’Isee, ovvero l’indicatore che serve a calcolare agevolazioni come l’Assegno Unico. Con l’Isee si presenta anche l’Imu e con la recente riforma gli immobili hanno acquisito più peso nella formula di calcolo. Poi ci sono le tasse sulle compravendite. Chi compra casa da un privato (o da un’azienda che vende in esenzione Iva) deve versare un’imposta di registro del 2% (per un importo minimo di 1.000 euro) per la prima casa, del 9% sulla seconda casa, sul valore catastale dell’immobile. Oltre all’imposta ipotecaria pari al 2% del valore dell’immobile e l’imposta catastale pari all’1% del valore dell’immobile.
I bonus edilizi
La rivisitazione degli incentivi fiscali porterà a fatturati in calo dell’edilizia. Gli incentivi di questi anni – non solo il Superbonus – hanno dato una spinta al comparto. E sono valse metà della crescita italiana nel 2021 e nel 2022. Tra i bonus ordinari, ricorda Repubblica, scadono al 31 dicembre 2024: Ecobonus, Sismabonus, Bonus Mobili e Bonus Verde. Fino alla fine del 2025 ci sarà ancora il Bonus Barriere. La maggior parte dei lavori ricadrà sul Bonus Casa. Con un’aliquota al 36% e un limite di spesa di 48 mila euro. Mentre tra le tasse che aumenteranno con la revisione c’è anche l’Irpef per chi ha una seconda casa non locata nel medesimo comune in cui possiede l’abitazione principale. E chi compra una casa ristrutturata con il Superbonus dovrà pagare un’imposta di registro più alta.
La revisione della rendita
Secondo la legge la revisione della rendita deve essere segnalata all’Agenzia delle Entrate. Qualora non lo facesse arriverà la lettera di compliance con l’invito a mettersi in regola. In caso di seconda casa, infine, l’imposta sul Capital Gain va pagata indipendentemente dalla data di acquisto se si rivende entro dieci anni dalla fine dei lavori. I contribuenti interessati vengono calcolati da 1,5 a 2 milioni. Anche se è impossibile sapere quali lavori del Superbonus sono stati effettuati sul primo immobile rispetto alla seconda casa.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
IL GOVERNO TRATTA I CITTADINI COME BEOTI
Il linguaggio governativo su tasse e dintorni sembra rivolto a bambini di cinque anni. È
tutto un “giù le mani”, “non avere paura di quei brutti, c’è mamma che ti protegge”, “quei cattivi vogliono rubarti l’orsetto”, è tutto largamente al di sotto di quel minimo di decenza pubblica che la politica — e chi se no? — dovrebbe porsi come condizione di partenza.
Aggravato dall’uso sistematico della menzogna (secondo i dati Eurostat le tasse sulla casa, in Italia, sono largamente sotto la media europea: perché dunque il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, dichiara l’esatto contrario?), questo metodo declassa i cittadini a babbei incapienti, come se non fossero in grado di fare una botta di conti al di fuori del proprio tinello.
Per non parlare della famosa patrimoniale, che anche nella più audace delle sue formulazioni prevederebbe un prelievo ulteriore solo sui grandi patrimoni. Per farsi capire anche dai bambini di cinque anni: riguarderebbe solo quelli molto, molto ricchi.
Eppure viene agitata come una minaccia satanica sotto il naso di chi teme che anche il suo trilocale, anche il suo onesto gruzzolo in Bot, anche i suoi risparmi di una vita siano sotto tiro. Non è vero.
Peggio: è vero il contrario. Una tassa sui grandi patrimoni servirebbe a difendere il gruzzolo dei modesti e il lavoro degli umili. Ma raccontare palle serve ai demagoghi al governo per terrorizzare il popolo. E conservarlo bambino, per ingannarlo meglio. Scusate la franchezza: fa schifo. Come idea della politica. Come idea della vita.
(da repubblica.it)
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Ottobre 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA DUCETTA INSISTE CON IL VOTO A OLTRANZA SU MARINI. SPERA CHE IL MURO DELL’AVENTINO SI SGRETOLI: CALENDA GIÀ APRE, CONTE POTREBBE “INCIUCIARE” IN CAMBIO DEL TG3
Ad imporre il blitz è stato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Il quale, si apprende, non avrebbe ascoltato i dubbi espressi dal suo omologo, Alfredo Mantovano, che avrebbe invece sconsigliato di insistere senza un accordo con le opposizioni e suggerito di costruire semmai un pacchetto di nomi condiviso prima di approdare in Aula.
Il sottosegretario con delega ai Servizi, va ricordato, non è uno qualsiasi: garantisce il dialogo con il Quirinale (ha sostituito proprio Fazzolari in questo ruolo). Ed è l’unico titolato a riportare i dubbi del Colle. Il giorno dopo la sconfitta parlamentare esplode dunque un aspro conflitto sotterraneo tra i due big, con Lega e Forza Italia schierati con Mantovano e contro lo strapotere di Fazzolari. Il quale tiene il punto. Rivendica la strategia con i cronisti. E sembra ignorare il senso delle perplessità che circolano nelle istituzioni sulla possibilità che per la prima volta il consulente di un governo in carica diventi giudice costituzionale. Seguito magari da un viceministro, il forzista Francesco Paolo Sisto.
Teme di mostrarsi debole, Giorgia Meloni. Specie ora che le opposizioni sono riuscite a respingere il blitz in Aula con cui pensava di far eleggere alla Corte costituzionale il suo fidato consigliere giuridico Francesco Saverio Marini. E allora detta ai suoi la linea dell’intransigenza: nessun dialogo con il centrosinistra. Anzi, l’ordine è di insistere a testa bassa sul nome di Marini, alzando il ritmo delle future votazioni in Parlamento, mentre i suoi fedelissimi continuano a evocare il Quirinale.
Il prossimo tentativo in Aula si farà tra il 15 e il 16 ottobre. Poi, se possibile, la premier vorrebbe proseguire con una votazione a settimana per quasi un mese. Un assedio lanciato al centrosinistra nella speranza di logorarne la compattezza. «Noi convocheremo i nostri parlamentari. Le opposizioni bocceranno, faranno quello che vorranno, ma noi andremo avanti», fa sapere, petto in fuori, il sottosegretario a Palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari uscendo dal Senato.
«Non aver consentito ai parlamentari di entrare in Aula per eleggere il giudice della Corte costituzionale – prosegue il braccio destro della premier – è una mancanza di rispetto nei confronti del Quirinale».
Ma questo è un approccio, più che una strategia, che non tutti avrebbero condiviso nei corridoi di Palazzo Chigi. Corre voce che il sottosegretario Alfredo Mantovano sia attento, sopra ogni cosa, a evitare di tirare per la giacchetta il Capo dello Stato.
Ripetere ogni giorno che l’Aventino voluto dal Pd è uno «sgarbo» al Quirinale, infatti, assomiglia troppo a un uso strumentale e politico delle parole di Sergio Mattarella, quando nel luglio scorso invitava tutto il Parlamento, e non una sola parte, a eleggere rapidamente il giudice vacante della Consulta. Utilizzato invece da FdI come un ombrello sotto cui ripararsi dalla figuraccia fatta in Aula martedì. E Mantovano, che da Palazzo Chigi ha particolare cura dei rapporti con il Colle, non avrebbe apprezzato.
Il confronto con almeno una parte delle opposizioni sulla scelta dei giudici della Consulta, poi, è implicitamente previsto dalla Costituzione, che prevede per l’elezione non una maggioranza semplice ma dei tre quinti del Parlamento, riunito in seduta comune. Neanche Forza Italia e Lega sono entusiaste del piano di Melon: vorrebbero evitare altri flop e aprire un confronto con le opposizioni.
Le idee di Fazzolari sembrano piuttosto diverse. Prima tira in ballo il Colle e poi continua ad attaccare il centrosinistra: «È grave impedire ai parlamentari di votare». Ancora: «Credo che dall’altra parte abbiano perso il senso istituzionale anche nella forma». Arriva persino a schernirli: «Lunga vita a questa opposizione! Finché c’è, temo che gli italiani ci diranno: “Per favore rimanete lì”».
E Meloni ha sposato la linea Fazzolari. Non vuole cedere su Marini e lo ha personalmente rassicurato dopo lo scivolone in Aula. Insiste, nonostante sia una candidatura che rischia di subire l’agguato dei franchi tiratori. Oltre alla freddezza mostrata dalla Lega, infatti, dentro FI e FdI c’è chi – come sempre accade – avrebbe puntato le sue fiches su un altro nome e potrebbe far mancare il suo voto.
Anche per questo, la premier aspetta che si sgretoli il fronte dell’Aventino, dove si sono ritrovati uniti Pd, M5S, Avs e centristi. Solo dopo averlo indebolito si siederà al tavolo delle trattative. D’altronde, oggi sarebbe in una posizione debole, con la ferita ancora fresca della sconfitta in Aula. Attenderà, dunque. Provando però a non arrivare oltre il 12 novembre, quando la Corte dovrà giudicare la costituzionalità della legge sull’Autonomia.
La finestra successiva si aprirà a dicembre, quando dovrà trattare su un pacchetto di nomi, compresi quelli di Lega e di Forza Italia (che ha già in mente di candidare il viceministro Francesco Paolo Sisto. E in seconda battuta, resta viva l’opzione del senatore Pierantonio Zanettin).
Meloni non deve aspettare a lungo. Il primo aiuto arriva dal leader di Azione, Carlo Calenda: «Le opposizioni la devono piantare di fare l’Aventino. Noi la finiremo perché così non si va avanti». E apre anche sul nome di Marini: «Non è un pericoloso fascista», dice.
È il primo mattone del muro che cade, ma alla premier non bastano i voti di Azione. Ma il campo largo è ormai intossicato dai veleni. I Cinque stelle continuano a essere al centro dei sospetti degli alleati per un accordo segreto che avrebbero stretto con FdI in cambio della direzione del Tg3. Si aggiungono poi, in queste ore, velenosi dubbi su un patto tra Meloni e Calenda
(da La Repubblica)
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