Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
L’ASIA GUADAGNA SUGLI ATENEI EUROPEI
Le università europee perdono sempre più terreno rispetto a quelle asiatiche. È quanto emerge dall’annuale Times Higher Education (THE) World University Rankings.
Nel 2019 gli atenei del Vecchio Continente erano 99 nelle prime 200 classificate. Dopo cinque anni il numero è calato a 91, in favore di un’istruzione terziaria in grande crescita nell’estremo Oriente (in primis Cina e Giappone).
A pagare dazio in Europa sono alcune eccellenze: Olanda, Francia e Svizzera su tutti. L’Italia, con 3 università nelle prime 200 posizioni, si assesta secondo i ricercatori come uno dei pochi «punti di luce» continentali. A livello globale, invece, Oxford domina ancora la classifica.
La situazione europea
Un ranking completo e complesso: poco meno di 2.100 atenei – da 115 Paesi – ordinati sulla base dell’incrocio e del confronto di 18 “indicatori di performance”. Insegnamento, ricerca, capacità di trasferire conoscenze e internazionalizzazione sono i principali ambiti. Dalla analisi del Times Higher Education la situazione europea è in lento ma continuo peggioramento. Non solo per l’uscita di otto università dalla top 200 mondiale.
Due dei Paesi più importanti a livello di istruzione sono in netto declino. In Francia 10 atenei hanno registrato il loro peggior risultato di sempre e 19 hanno perso posizioni. In Svizzera, nonostante le più affermate – ETH di Zurigo and École Polytechnique Fédérale de Lausanne – reggano il confronto con le migliori al mondo, la performance di oltre la metà degli istituti è in calo. Si registra una leggera controtendenza nei Paesi dell’Europa Centrale. La Germania vive grazie alla Technische Universität München il suo miglior risultato (26°). In netta crescita anche il Belgio, con 10 atenei tra i migliori 200, e la Svezia, che entra nella top 50 con il Karolinska Institutet di Solna di cui fa parte la commissione che assegna il premio Nobel per la Medicina.
Italia «punto di luce»
E l’Italia? Secondo i ricercatori del Times Higher Education, il nostro Paese «è uno dei punti di luce» a livello di istruzione terziaria. Questo nonostante solo 8 su 55 atenei abbiano migliorato la loro posizione in classifica e 15 l’abbiano peggiorata. A dare una grande spinta sono la qualità della ricerca e l’abilità di collaborare con il settore industriale e del lavoro, ambiti in cui le università italiane sono leader in Europa. Tre le istituzioni presenti nella top 200. La migliore (146° posto) è l’università di Bologna, che scala 9 posizioni rispetto a un anno fa. Un salto ancora più netto lo compie la Scuola Normale Superiore di Pisa, che guadagna 14 posti e sale al 154°. In leggero calo la Sapienza di Roma, che dal 181° passa al 185°.
Oltre a queste eccellenze, l’Italia può vantare altri 4 atenei tra i migliori 250 al mondo: Politecnico di Milano, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Università di Padova e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Non solo. Con i suoi 55 istituti, è il secondo Paese europeo più presente in classifica dopo il Regno Unito, che ne porta addirittura 107.
La crescita asiatica
C’è poi il capitolo Asia. Dal 2021, nella top 200 sono entrati 211 nuovi atenei. Di questi, solo il 17% sono europei mentre il 60% è asiatico. Questo è solo uno dei dati che certifica il progressivo e netto miglioramento dell’istruzione orientale, trascinato da Cina, Giappone, Singapore e Corea del Sud. «La concorrenza nella classifica sta aumentando di anno in anno e proviene dall’Asia, con le università della Cina e della Corea del Sud, in particolare, che stanno rapidamente scalando la classifica», è il commento del chief global affairs officer di THE Phil Baty. «Con un numero maggiore di università partecipanti ogni anno, diventa sempre più difficile mantenere una posizione in classifica. Le università europee devono impegnarsi ancora di più se vogliono mantenere la loro posizione nelle zone alte della nostra classifica».
Oxford ancora la migliore al mondo
A livello globale in testa a tutti, per il nono anno consecutivo, c’è sempre Oxford. Dietro, invece, cambia un po’ tutto. Il Massachusetts Institute of Technology (Mit) e Harvard scalano una posizione a testa e salgono rispettivamente secondo e terzo. Cala Stanford, che perde quattro posizioni e si classifica sesto dietro anche a Princeton e Cambridge.
A chiudere le migliori 10 università al mondo sono il California Institute of Technology, l’università di Berkeley, l’Imperial College London e Yale. Facile notare come le prime posizioni abbiano tutte il marchio di fabbrica americano o inglese. Bisogna aspettare l’undicesima piazza per trovare la prima europea (Eth di Zurigo). Seguita a ruota dai primi atenei asiatici: 12° e 13° sono le università cinesi di Tsinghua e Peking, 17° la National University of Singapore. L’eccellenza sta spostando il suo asse sempre di più verso l’Oceano Pacifico.
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
LA GOVERNATRICE DELLA SARDEGNA: “NON HA LETTO LA NOSTRA LEGGE REGIONALE”
«Evidentemente Beppe Grillo non ha letto la nostra legge regionale». La presidente della
Regione Sardegna Alessandra Todde in due interviste rilasciate al Corriere della Sera e al Fatto Quotidiano va all’attacco del Garante del Movimento 5 Stelle. Per difendersi da quel posto sull’isola che vorrebbe il carbone pubblicato sul blog del fondatore. E Todde spiega anche che dietro la pubblicazione c’è solo l’ennesimo episodio della guerra con Giuseppe Conte. E «un continuo antagonismo nei confronti del M5s». Perché, spiega Todde a Luca De Carolis, «da qui al 2030 la Regione stanzierà quasi 1 miliardo per le rinnovabili. Ma quello sardo non può diventare un paesaggio industriale, con uno sfruttamento indiscriminato».
Todde contro Grillo
Per questo, sostiene la governatrice, «faremo la transizione verde. Varando un piano energetico che non viene rinnovato da anni e arrivando a creare una società energetica regionale, per tagliare il costo delle bollette per cittadini e imprese». E aggiunge: «La giunta precedente, quella di Solinas, era stata immobile sul tema. E in assenza di regole le multinazionali hanno fatto ciò che volevano sul territorio. La nostra sospensiva, ora superata dalla legge regionale, è stata impugnata dal governo Meloni perché ostacolava le lobby energetiche che l’esecutivo voleva proteggere: è scritto nero su bianco nelle motivazioni». E sulla triplicazione dell’energia dalle rinnovabili spiega che «la quota dell’Italia viene stabilita dall’Europa, e la ripartizione tra le regioni avviene con una legge del 2012, il cui meccanismo di ripartizione ha assegnato alla Sardegna la quota di 6,2 GW».
Una scelta che non dipende da noi
«Non è una scelta punitiva, ma non dipende da noi. Abbiamo ancora due centrali a carbone in attività, e dobbiamo sostituire la produzione di energia da fonti fossili fortemente inquinanti», chiude Todde. Che su Grillo insiste: «Ha dimostrato di non conoscere la Sardegna, lo ripeto. Gli riconosco il merito di aver incanalato il dissenso nelle istituzioni, negli anni scorsi. Ma ora non vuole capire che il Movimento è diverso, e che vuole scegliere cosa diventare. Lui guarda solo al passato, e non vuole che il M5S diventi adulto».
I due mandati
Todde apre anche alla riforma due mandati: «Personalmente credo che la classe dirigente vada valorizzata, non disperdendo la sua esperienza. Ma non farei più di due mandati nello stesso ruolo: meglio cimentarsi anche in altri livelli elettivi». Infine, sui 300 mila euro annui che il Garante prende dal M5s: «Dovrebbe dare un contributo, e invece da parte sua c’è solo continuo antagonismo. È un problema da affrontare».
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
DALLO STAFF DI CONTE RINGHIANO: “IL DESTINO DI BEPPE E QUELLO DEL M5S SONO DESTINATI A SEPARARSI”
C’è un problema parcelle nella guerra legale prossima ventura tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Il Garante del Movimento 5 Stelle infatti avrebbe incontrato l’avvocato Pieremilio Sammarco. Il quale è entrato già nelle cronache grilline all’epoca della giunta di Virginia Raggi perché il titolare dello studio in cui lavorava l’ex sindaca di Roma.
Grillo sarebbe scoraggiato dai costi delle parcelle per la causa che vuole intentare a Conte. Tanto da aver deciso di ricorrere al crowdfunding. Anche perché per anni l’ex comico ha usufruito dello scudo legale del Movimento per i suoi problemi giuridici
Ma mentre il suo entourage smentisce, fonti dell’ala movimentista dicono che esistono altri iter processuali che non lo farebbero scendere in campo in prima persona. Per esempio una causa sul voto per lo statuto e il presidente. Che avrebbe il vantaggio di permettergli di mantenere le prerogative di garante.
«Qualunque cosa scelga, il suo destino e quello del Movimento sono ormai destinati a separarsi», dice al quotidiano un contiano convinto.
«Quando si tratta di Beppe, mai dire mai», replicano i movimentisti.
(da Open)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
IN ITALIA NEL 2023 QUASI 4,5 MILIONI DI PERSONE HANNO RINUNCIATO A CURARSI. DI QUESTI, IN 2,5 MILIONI LO HANNO FATTO PER MOTIVI ECONOMICI, GLI ALTRI PERCHÉ SCORAGGIATI DALLE LISTE D’ATTESA… ESPLODE LA SPESA PER PAGARSI LE CURE: NEL 2023 È AUMENTATA DEL 10,3%, 3,8 MILIARDI IN PIÙ DEL 2022
Già nel marzo 2013, in occasione del lancio della campagna “Salviamo il Nostro Ssn”, la
Fondazione Gimbe aveva previsto che la perdita del SSN non sarebbe stata annunciata dal fragore improvviso di una valanga, ma si sarebbe manifestata come il lento e silenzioso scivolamento di un ghiacciaio, attraverso, lustri, decenni.
Un processo inesorabile che avrebbe eroso il diritto costituzionale alla tutela della salute. E se fino alla pandemia la sostenibilità del SSN è rimasto un tema tra addetti ai lavori, oggi la tenuta della sanità pubblica, prossima al punto di non ritorno, coinvolge 60 milioni di persone.
I principi fondanti del SSN sono stati traditi: l’universalismo è lettera morta, visto che i Livelli essenziali di assistenza (Lea) non sono esigibili da tutti; l’uguaglianza e l’equità sono ormai un miraggio, viste le profonde diseguaglianze nell’accesso a servizi e prestazioni.
Il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, gli anziani e i fragili, chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate si sta inesorabilmente sgretolando.
Innumerevoli problemi gravano sulla vita quotidiana delle persone: interminabili tempi di attesa, pronto soccorso affollatissimi, impossibilità a iscriversi ad un medico di famiglia vicino casa, migrazione sanitaria, aumento della spesa privata e impoverimento delle famiglie sino alla rinuncia alle cure.
I dati del 7° Rapporto Gimbe sul Ssn – presentati presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica – documentano che la sanità pubblica fa acqua da tutte le parti. Un divario della spesa sanitaria pubblica pro capite di 889 euro rispetto alla media dei paesi Ocse membri dell’Unione europea, con un gap complessivo che sfiora i 52,4 miliardi, frutto del costante definanziamento attuato da tutti i governi negli ultimi 15 anni.
E il futuro non è affatto roseo: secondo il Piano strutturale di bilancio approvato dal governo nel 2026 il rapporto spesa sanitaria/Pil scenderà al 6,2%. Esplode la spesa pagata di tasca propria dai cittadini: nel 2023 è aumentata del 10,3%, 3,8 miliardi in più del 2022. Un impatto sulle famiglie che, oltre a rendere sempre meno esigibile il diritto universale alle cure, nel 2023 ha costretto quasi 4,5 milioni di persone a rinunciare a visite o esami diagnostici, di cui circa 2,5 milioni per motivi economici.
La crisi motivazionale di medici e infermieri che abbandonano il Ssn ha generato una carenza di personale che compromette qualità e accessibilità dei servizi sanitari e aggrava i disagi per i pazienti. Tra il 2019 e il 2022 il Ssn ha perso oltre 11.000 medici e si stima che nel solo primo semestre del 2023 altri 2.564 medici abbiano abbandonato il servizio pubblico.
Ma la crisi colpisce soprattutto il personale infermieristico: l’Italia conta solo 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, uno dei numeri più bassi d’Europa. Riguardo i Lea, le prestazioni che il Ssn è tenuto a fornire a tutte le persone, nel 2022 solo 13 Regioni hanno rispettato gli standard, con un divario sempre più marcato tra Nord e Sud. Le uniche Regioni del Mezzogiorno promosse sono Puglia e Basilicata, che si posizionano comunque in fondo alla classifica.
E la mobilità sanitaria riflette questo squilibrio, con i pazienti del Sud che migrano verso le Regioni del Nord, gravando ulteriormente sui bilanci già fragili delle aree meno sviluppate: in dettaglio, nel decennio 2012-2021 le Regioni del Mezzogiorno hanno accumulato un debito di quasi 11 miliardi. Diseguaglianze regionali su cui incombe lo spettro dell’autonomia differenziata che legittimerà tali divari.
Il Paese corre un rischio gravissimo: perdere il Ssn non significa solo compromettere la salute delle persone, ma soprattutto mortificarne la dignità e ridurre le loro capacità di realizzare ambizioni e obiettivi. È per questoche la Fondazione Gimbe ha realizzato il Piano di rilancio del Ssn: un programma chiaro in 13 punti che prescrive la terapia necessaria a salvare il nostro Ssn “malato”.
(da La Stampa)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
BASTA PASSEGGIARE VIRTUALMENTE TRA LE VIE DELLA CITTÀ PER VEDERLI AGLI ANGOLI DELLE STRADE, IMMORTALATI DALLE TELECAMERE DI GOOGLE, INTENTI A CHIEDERE QUALCHE SPICCIO PER FAR POSTEGGIARE L’AUTO
La diffusione dei parcheggiatori abusivi a Napoli è talmente capillare da essere finita anche, in decine di immagini, nelle riprese del sistema Google Maps che consente di osservare ogni città del mondo in una passeggiata virtuale.
Noi abbiamo provato a “passeggiare” in maniera telematica fra le vie di Napoli e ci siamo imbattuti in decine di abusivi inquadrati dal sistema digitale, molti in piena attività, altri in fase di attesa: immagini che per un napoletano sono abituali ma agli occhi di ogni altro cittadino del mondo rappresentano, giustamente, un’umiliazione per Napoli.
Le riprese della vettura di Google Maps che rileva le strade della città sono effettuate tutte durante le ore diurne, sicché non sono ripresi i taglieggiatori insistenti e violenti che sbucano al calare del sole nelle zone della movida, però anche durante il giorno i parcheggiatori sono tanti, e sul web sono tutti ripresi.
Abbiamo cercato la presenza degli storici taglieggiatori delle viuzze attorno al palazzo del Consiglio Comunale, ne abbiamo individuato uno placidamente seduto all’angolo di via Pisanelli in mezzo a centinaia di ciclomotori per i quali ha preteso il pizzo. Ci siamo spostati in zona ospedaliera e abbiamo ritrovato immagini puntuali del parcheggiatore che opera in piazzale Cardarelli, c’è pure una ripresa nitida del taglieggiatore che si trova davanti all’ingresso dell’ospedale Monaldi.
Particolarmente attivo l’abusivo che si trova nel piazzale di fianco allo stadio Maradona dove parcheggiano i ragazzi della vicina università: appare in immagini di due stagioni diverse, sempre con la stessa felpa bicolore addosso, è cambiata solo la sedia che usa per riposarsi. Anche ai Cavalli di Bronzo c’è una ripresa plateale dell’abusivo di zona che osserva la strada a caccia di altri automobilisti da taglieggiare.
Anche nell’ultimo fine settimana una manciata di parcheggiatori abusivi è stata individuata e sanzionata, come sempre le multe sono state stracciate e gli abusivi hanno continuato a taglieggiare gli automobilisti perché non ci sono norme severe per fermare questa attività illecita. La questione sembrava su una via di risoluzione quando il Parlamento ha condiviso l’ipotesi di inasprire le pene per i parcheggiatori nel decreto sicurezza, poi la questione s’è dissolta.
(da Il Mattino)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
TAJANI MORDE IL CAPITONE: “TEME VANNACCI, HA PAURA CHE GLI SFILI IL PARTITO”- E SUL VENETO E’ MURO CONTRO MURO: TAJANI CONTINUA A PUNTARE SU TOSI, L’ARCINEMICO DI SALVINI – IL PRESSING DEL “CAPITONE” SULL’ABBASSAMENTO DEL CANONE RAI (CHE ANDREBBE A DETRIMENTO DI MEDIASET) E I SOSPETTI DI MELONI SU PIER SILVIO
Il duello tra Antonio Tajani e Matteo Salvini, un ring quotidiano, a tratti livoroso, a sempre
più alta intensità
Allo striscione di Pontida: «Tajani scafista», alla sorpresa in Forza Italia, e alle scuse di Salvini. Prima che il giorno dopo – cioè ieri – tutto riprendesse come sempre: Andrea Crippa, l’uomo che parla per conto di Salvini, che rilancia l’avvertimento dal palco del segretario sulle tasse ai banchieri, e Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori di Forza Italia, che replica: «Facile prendere gli applausi criticando le banche».
La storia di come si è arrivati fin qui la racconteremo tra poco, dopo aver svelato cosa pensano e dicono l’uno dell’altro Tajani e Salvini, secondo fonti azzurre e leghiste che hanno parlato con loro in questi giorni. Ma c’è anche una terza protagonista che va tenuta in conto: Giorgia Meloni, coinvolta dalla saga dei battibecchi tra i due vicepremier.
Sabato pomeriggio, a Milano, Tajani si muove orgoglioso tra iscritti ed eletti di Forza Italia che riempiono l’auditorium, dove ha appena presentato ufficialmente il testo sulla nuova cittadinanza agli stranieri. Gli girano l’agenzia che riporta gli insulti dei giovani della Lega dal pratone di Pontida.
La frase gli strappa un mezzo sorriso, raccontano. Subito dopo, però, invia dei messaggi amari a Salvini. Mentre a chi gli sta intorno confida: «È preoccupato da Vannacci – dice riferendosi al generale eletto in Europa con la Lega –. Comincia a temere che gli sfili il partito al congresso».
L’indomani Salvini, completamente indifferente alle lamentele dell’alleato, mette nel mirino le banche, sapendo benissimo che l’unico rimasto nella maggioranza a difendere gli istituti di credito è il successore di Silvio Berlusconi. Ai lati di Salvini ci sono l’olandese Geert Wilders, il portoghese André Ventura e, soprattutto, il premier ungherese Viktor Orban. È la prima fila dell’Europa nera, i Patrioti del neonato gruppo dell’ultradestra che pretendono che Bruxelles non sia madre, ma ancella delle nazioni.
Tajani ha fatto pubblicare su tutti i canali social di Forza Italia l’omaggio del presidente dei Popolari europei Manfred Weber: «Tajani è il volto europeista dell’Italia». Il leader azzurro si considera l’artefice dell’avvicinamento di Meloni alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e dunque del conseguente allontanamento dei conservatori di Ecr dalla galassia degli ultranazionalisti di Salvini&Co. Il giudizio sul collega vicepremier è molto influenzato dalla bassa considerazione di cui gode il leghista negli ambienti di Bruxelles e dei popolari: «Lo trattano come un appestato», ha detto più volte ai collaboratori.
Epiteti che sono impronunciabili pubblicamente. Però a volte la tentazione c’è. Tajani si ferma sempre un attimo prima di sfogarsi, fedele a quello che gli ha chiesto Meloni, quando è andato a lamentarsi con lei, a chiederle un riconoscimento formale del sorpasso compiuto sulla Lega: «Non umiliarlo, perché è capace di far saltare tutto».
Meloni vuole un candidato di Fratelli d’Italia, mentre Tajani continua a puntare maliziosamente su Flavio Tosi, l’arcinemico di Salvini e dell’amatissimo governatore Luca Zaia. Il Veneto sarà il campo della resa dei conti del Carroccio. Lo pensano a Palazzo Chigi e dentro FI. Lo temono nella Lega. L’idea che la destra possa dividersi non è così remota, spiegavano ieri a La Stampa fonti vicine a Zaia. Se la Lega andasse da sola, con magari un fedelissimo del presidente uscente, la coalizione ne uscirebbe a pezzi.
A Meloni serve un accordo, come ha fatto per la Liguria. Ma deve arrivarci senza troppi strappi. Quando si parlano – ed è di frequente – lo fanno a tre, in chat. Tajani e Salvini raramente da soli: entrambi non sembrano orientati a smettere di punzecchiarsi. Ed è evidente che qualcosa non se la sono perdonata.
Per esempio, Salvini non ha mai digerito come Tajani ha gestito e sfruttato a proprio favore il clamoroso endorsement di Bossi a favore di Forza Italia, alla vigilia delle elezioni europee. Tajani invece va più indietro e ricorda come Fi sia stata svantaggiata dalla spartizione dei collegi uninominali che, nel 2022, ha enormemente favorito la Lega in Parlamento. Più di recente, ha notato una certa intenzionalità nel caricare la proposta di tagliare il canone alla Rai, con conseguenze a svantaggio di Mediaset, il polo privato di casa Berlusconi, ancora padroni economici di Forza Italia.
Il rapporto con i figli del fondatore, la pressione – più di Pier Silvio che di Marina – hanno progressivamente raffreddato il legame più confidenziale che aveva con Meloni, che lo ha voluto come vicepremier dopo le insistenze di Salvini per la stessa poltrona, già occupata ai tempi del governo Conte.
Ma la premier, in questo ultimo anno, si è fatta sempre più sospettosa verso i Berlusconi e i piani politici del secondogenito amministratore delegato del gruppo tv. E ha notato che da luglio – proprio dopo le sollecitazioni di Pier Silvio – Tajani ci ha preso gusto a fare il leader. A dare forma a una pulsione interna che prescinde da lui, ma che sta assecondando e accarezzando. L’eterna competizione al centro, il mercato dei voti moderati, la domanda di diritti e il desiderio di un partito di destra liberale sono fattori di una maturazione e, insieme, di una dialettica tra alleati che può diventare destabilizzante. Separarsi, però, è difficile a destra. Si litiga, si litiga ma non si rompe mai.
(da La Stampa)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
“I CDM NON POSSONO ESSERE FISSATI TENENDO CONTO DELLE AGENDE DI OGNI MINISTRO. CHI È IMPEGNATO IN ALTRO È ASSENTE”… QUALCUNO GLI DICA CHE È LA LEGGE A PREVEDERE CHE “LA PARTECIPAZIONE DEI MINISTRI È OBBLIGATORIA”
Il corpacciuto Guido Crosetto questa volta si è mosso come un elefante in una cristalleria. Il ministro della Difesa è stato colto alla sprovvista dall’informatissimo articolo di Francesco Verderami sul “Corriere della Sera”, che ha rivelato lo scazzo tra il “big” di Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni.
Per provare a smentire il quotidiano di Cairo, Crosetto ha scritto una puntuta replica su “X” (Twitter) e, senza mai citare né il “Corriere” né Verderami, ha giustificato le sue numerose assenze agli ultimi cdm (una decina), con “altri impegni”, sostenendo che i ministri possano evitare di presenziare alle riunioni a Palazzo Chigi, anche quando all’ordine del giorno ci sono argomenti di loro competenza.
Ha sentenziato l’ex democristiano: “Non in tutti i Cdm ci sono argomenti che riguardano la Difesa e non possono essere fissati tenendo conto delle agende, degli impegni istituzionali od internazionali di ogni ministro. Avvertendo e concordando prima eventuali posizioni e quindi non arrecando alcun problema al Consiglio, i ministri impegnati in altro, sono assenti”.
Non si capisce allora per quale motivo gli altri ministri debbano essere presenti a tutti i cdm, anche quando non hanno i loro provvedimenti in esame. Sono forse fessi?
Meno male che c’è la legge a smentire Crosetto. L’articolo 92 della Costituzione parla del Consiglio dei ministri come di un organo collegiale (“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri”), disposizione confermata dalla legge 400/88.
La pietra tombale la mette il decreto del Presidente del Consiglio, del 10 novembre 1993: “La partecipazione alle riunioni del Consiglio dei Ministri è obbligatoria, salvo motivato impedimento e salvi i casi di non partecipazione alla discussione della singola questione per ragioni di opportunità comunicate al Presidente del Consiglio”. Insomma, ci si può assentare per generici “altri impegni”?
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
LA MELONI AL VELENO: “NON LO CAPISCO. MA IL GOVERNO NON SI FERMA PERCHÉ QUALCUNO FA LE BIZZE”… COSA C’E’ DIETRO IL GELO TRA IL MINISTRO (CHE DISSE: “SE GIORGIA NON MI VUOLE SONO PRONTO A LASCIARE”) E LA “NANA MALEFICA” (CIT. CROSETTO)? C’È CHI PENSA CHE LA FRATTURA NASCA DAL CASO DOSSIERAGGIO E DAL “CONFLITTO” COL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO SULL’OPERATO DEI SERVIZI
Lui non partecipa più da tempo ai Consigli dei ministri. Lei si mostra amareggiata più che
arrabbiata. Perché per Giorgia Meloni il rapporto con Guido Crosetto appartiene alla sfera personale. Ma quanto sta accadendo rischia di travalicare quei confini e diventare un delicato caso politico.
Che il titolare della Difesa abbia deciso una sorta di protesta silenziosa lo hanno capito anche i ministri alleati: le assenze del collega infatti sono diventate così tante che non potevano più essere frutto solo di coincidenze.
Al punto che c’è chi si è spinto a chiedere lumi a Meloni. Ricevendo una risposta che ha confermato il problema: «Per i ministri venire in Consiglio è un dovere. Dopodiché si va avanti lo stesso. Il governo non si ferma perché qualcuno fa le bizze».
Invece lei e lui dopo il battesimo di Fratelli d’Italia sono arrivati al governo, ognuno con il proprio (difficile) carattere che però non ha mai incrinato il loro legame. E ancora oggi la premier dice che «Guido per me è un fratello, anche se stavolta non lo capisco». Non si capisce neppure il motivo per cui Crosetto abbia messo una distanza tra sé e sua «sorella», disertando le riunioni del Consiglio dei ministri come a voler evidenziare lo strappo. Se si eccettua la presenza al Cdm che ha formalizzato la nomina di Luciano Portolano a capo di Stato Maggiore della Difesa, nel governo hanno contato «una decina di sue assenze».
Tante per un ministro della Difesa, soprattutto in una stagione per nulla ordinaria, con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente che alimentano il disordine mondiale. E in questo contesto misterioso, pare che Crosetto non abbia motivato a Meloni le ragioni del distacco, magari con una richiesta di incontro o con una telefonata.
Così come da parte sua «Giorgia» ha evitato di inasprire la situazione, mettendo subito a tacere quanti sono andati a raccontarle certe battute agrodolci che «Guido» avrebbe fatto su di lei davanti a molti testimoni. I due non hanno neppure avuto modo di scambiarsi una battuta al passaggio di consegne dei capi di Stato Maggiore: la premier non era presente alla cerimonia, anche se il generale Portolano l’ha citata due volte nel suo intervento.
Così tutto resta sospeso tra Meloni e Crosetto. E le interpretazioni sui motivi che hanno spinto il titolare della Difesa a issare un muro riempiono i conversari dei rappresentanti di governo alleati. Che si concentrano sul «conflitto» tra il ministro e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sull’operato dei servizi. Materiale incandescente che aveva prodotto tensioni nei giorni di fine estate, quando — nel pieno del caso di dossieraggio che ha colpito anche il rappresentante della Difesa — erano diventate di dominio pubblico le critiche di Crosetto verso i vertici dell’Aise, contenute nell’esposto presentato alla Procura di Perugia.
In quel passaggio si erano avvertiti sinistri scricchiolii nel rapporto tra «Giorgia» e «Guido», per via di una frase che il ministro aveva lasciato trapelare: «Se Meloni non mi vuole, lascio». Oggi Crosetto verrà ascoltato dal Copasir proprio sulla questione dei dossieraggi.
In ogni caso questa condizione non potrà durare a lungo. Lei è premier, lui ministro della Difesa. E in mezzo c’è la responsabilità di affrontare una crisi internazionale senza precedenti e gestire i dossier interni. Per esempio, dopo la nomina del generale Portolano a capo di Stato Maggiore della Difesa, ci sarà da decidere a breve il successore di Teo Luzi, attuale comandante generale dell’Arma dei carabinieri.
Si vedrà quanto ancora potrà durare il silenzio di Crosetto e la sua assenza dal Consiglio dei ministri. Perché lo stallo non rischia solo di pregiudicare un rapporto di amicizia. Ma di provocare un problema politico.
(da agenzie)
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Ottobre 9th, 2024 Riccardo Fucile
SE SANGIULIANO AFFITTASSE UN AEREO CON UNO STRISCIONE A STRASCICO CON SCRITTO “E POI DICEVATE DI ME” SAREMMO COSTRETTI A ESPRIMERGLI SOLIDARIETA’
Ieri il neoministro Giuli ha parlato alla Camera in Commissione Cultura per illustrare le linee che intende adottare.
L’intervento, è stato così comprensibile che a un certo punto Piantedosi ne ha chiesto l’espulsione dall’Italia (di Giuli, non dell’intervento) perché temeva che stesse incitando al Jihad.
Così convincente che Giorgia Meloni ha scritto a Maria Rosaria Boccia chiedendole se potesse chiedere l’amicizia a Giuli su Facebook.
Così credibile che Gennaro Sangiuliano ha affittato un aereo con uno striscione a strascico con cui ha sorvolato la Capitale: “E poi dicevate di me”.
Così potente che lui ha citato Hegel e, poco dopo, visto che aveva sbagliato citazione, Hegel ha citato lui. Per danni.
Ma essi, tutti, errano. Il punto è che ormai viviamo in un Paese nel quale la transumanza verso il nulla (verbale, fattuale) è diventata alibi per gli stolidi. E sì, sto usando parole desuete apposta. Un posto in cui qualunque frase con due subordinate e un avverbio viene elevata a supercazzola incomprensibile (ne sa qualcosa Chiara Valerio).
Il luogo nel quale rivolgersi ai deputati minacciando un’introduzione teoretica, proprio come ha fatto ieri il loro eroe, andrebbe recepito per ciò che è: una provocazione. A usare Wikipedia.
Giuli ambiva, e l’ha compiuto, a un gesto dannunziano, plastico, marinettiano. A uno zang tumb tumb del quieto vivere per cui in certe assisi si va per annuire non recependo alcunché tranne la diaria. A provocare una tempesta nei fragili interlocutori, la stessa per cui col 2% dei voti e mille copie in edicola si governa un Paese.
“Con la quarta rivoluzione epocale della Storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare. L’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della ipertecnologizzazione, e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideoogia della crisi che si percepisce come un processo alla tecnica e al futuro intese come minaccia”. Traduzione: “L’iPhone 17 è uguale a quello prima, aspetto il prossimo”.
“Non l’algoritmo ma l’umano, la sua coscienza, la sua intelligenza e cultura immagina, plasma e informa il mondo”. Che significa: “Declinare i verbi è sopravvalutato”.
E ancora: “Pitagora, Dante, Petrarca, Botticelli, Verdi, insieme con Leonardo e Galilei, Volta, Fermi, Meucci e Marconi, e al di là della declamazione dei grandi nomi della cultura umanistica e scientifica italiana, è necessario rifarsi a questa concezione circolare e integrale del pensiero e della vita”. Ossia: “Ne ho messi 11 così vinco al Fantacalcio”.
Il precedente ministro, non sembrava un’aquila. Questo ce l’ha sul petto. Ma ieri si è espresso in cotal guisa per amore della cultura classica. Del resto ha un nonno che marciò su Roma, come sappiamo. L’altro, invece, aveva scritto la lettera di Totò e Peppino alla malafemmena.
(da La Stampa)
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