Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“CI TROVEREMO DI FRONTE A UN PM CHE CONSERVA STRUTTURA E STATUS DEL GIUDICE, MA SEPARATO, E QUINDI PIÙ FORTE. REALIZZANDO UNA VERA E PROPRIA ETEROGENESI DEI FINI”
«Credo che la questione vada affrontata senza evocare scenari apocalittici, dal momento che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non tocca i cardini e i principi fondamentali dell’ordinamento democratico, né quelli dell’Unione europea che non prevedono un modello unico di pm».
Allora perché lei è contrario?
«Perché non esistono ragioni valide per andare oltre la totale separazione delle funzioni tra giudici e pm che già esiste. E le principali criticità addotte per giustificare la separazione delle carriere non verranno affatto risolte dalla sua introduzione. Anzi, si rischia di aggravarle».
Il procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato spiega perché la riforma costituzionale fortemente voluta e propagandata dal governo non lo convince. Anzi, lo preoccupa.
Una delle ragioni, sostenuta anche dal ministro della Giustizia, è il presunto strapotere dei pm che si avventurano in indagini fondate sul nulla, come dimostrerebbe l’alto numero di assoluzioni.
«Sulle posizioni politiche espresse dal ministro preferisco non pronunciarmi. Ma in realtà proprio le assoluzioni frequenti sono la prova che non c’è alcun atteggiamento di acquiescenza del giudice nei confronti del pm. E se questo divario esiste già con un pm inserito in un unico ordine giudiziario, formato all’interno di una stessa cultura della giurisdizione, quando l’accusatore apparterrà a un corpo separato tenderà ad allargarsi».
Perché?
«Perché la riforma non tocca l’indipendenza e l’autonomia del pm garantiti attualmente, e dunque ci troveremo di fronte a un pm che conserva struttura e status del giudice, ma separato, e quindi più forte. Realizzando una vera e propria eterogenesi dei fini».
Pensa anche lei, come l’Anm e la maggioranza dei magistrati contrari alla riforma, che questa sarà l’anticamera della sottoposizione del pm al potere esecutivo?
« In quanto congettura non favorisce un dibattito serio. Il punto è che la riforma rafforzerà la figura del pubblico ministero, a scapito delle garanzie offerte attualmente al cittadino.
Oggi il pm ha comunque il dovere di essere imparziale e di cercare prove anche a favore dell’indagato, ma domani si vedrà premiato solo sulla base delle condanne ottenute, e questo comporterà maggiori difficoltà per la difesa delle persone coinvolte».
I pm che cercano prove a favore degli indagati, già oggi, non sembrano così tanti…
«E domani rischiano di essere ancora meno! Le riforme di sistema non si possono basare sulle patologie o sugli errori dei singoli: senza equilibrio, correttezza e coerenza morale di tutti i magistrati non ci sono separazioni che tengano, si possono erigere muri ma le distorsioni ci saranno sempre».
Ma l’idea del giudice equidistante da pm e difensore, come nel triangolo isoscele sempre illustrato dal viceministro della Giustizia Sisto, non la convince?
«Lo stesso viceministro Sisto ha detto, come riportato dalla stampa, che l’obiettivo è quello di un “giudice gigante” e a me, da cittadino, un giudice gigante preoccupa. Come il pm gigante. L’equidistanza non si ottiene con la separazione delle carriere, ma realizzando pienamente il principio che la prova si forma in dibattimento».
Neanche la creazione di un’Alta corte disciplinare svincolata dal Consiglio superiore della magistratura la convince?
«Su quella sono d’accordo, ma non si può fare solo per la magistratura ordinaria. Perché lasciare fuori quella amministrativa, tributaria, contabile e militare? Lì non ci sono criticità? Inoltre, a fronte di due Corti distinte è rimasto un unico organo d’accusa, cioè la Procura generale della Cassazione che attualmente dirigo, e questo mi pare illogico, […]: come può il pg esercitare l’azione disciplinare anche nei confronti dei magistrati giudicanti?».
E il sorteggio per la composizione dei due Csm, come lo giudica?
«Contrario ai principi essenziali della democrazia. Perché allora non sorteggiare anche i consiglieri comunali? Vogliono rimuovere le degenerazioni del correntismo e le aggregazioni che si formano per finalità spartitorie, che esistono e sono una reale stortura, ma temo che inevitabilmente si riproporranno anche col nuovo sistema. Il sorteggiato avrà sempre amicizie, conoscenze e appartenenze che lo porteranno ad allearsi con uno piuttosto che con un altro».
Che cosa pensa della protesta dei magistrati alle cerimonie di ieri nelle corti d’appello
«Il pensiero, anche critico, va sempre esplicitato, ma in una logica costruttiva. Meglio il dialogo che il rifiuto di ascoltare. La radicalizzazione del confronto, che porta inevitabilmente allo scontro, andrebbe evitata. Da parte di tutti».
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA ALESSANDRO PENATI: “HA POCA LOGICA ECONOMICA E DIVENTA COMPRENSIBILE SOLO SE SI CONSIDERA IL VALORE PER CALTAGIRONE E MILLERI DELLA SCALATA OCCULTA A GENERALI. CON L’OPS, ACQUISIREBBERO DI FATTO IL CONTROLLO SULLA GESTIONE DI MEDIOBANCA, AGGIRANDO IL DIVIETO DELLA BCE, E ARRIVEREBBERO A COMANDARE ANCHE NEL GRUPPO ASSICURATIVO”… “IL NAZIONALISMO ECONOMICO DEL GOVERNO PORTEREBBE AD AVERE IL CONTROLLO MISTO PUBBLICO-PRIVATO DI DUE DELLE POCHE GRANDI SOCIETÀ QUOTATE ITALIANE A CAPITALE DIFFUSO, PERDENDO CREDIBILITÀ SUI MERCATI INTERNAZIONALI”
Schiacciata tra i grandi gruppi tecnologici americani, l’imperialismo economico cinese
e quello militare di Putin, l’Europa va incontro a una crisi esiziale, come ha chiaramente ammonito Mario Draghi. Una crisi da affrontare promuovendo la crescita delle imprese tramite fusioni e acquisizioni transfrontaliere e creando un grande mercato unico dei capitali.
Il governo Meloni sta facendo esattamente l’opposto. Ha invocato il golden power per fermare l’Opa di UniCredit su Bpm anche se l’offerta è tra due banche italiane quotate: offrendo però in questo modo al governo tedesco una ragione in più per osteggiare l’acquisto di Commerzbank sempre da parte di UniCredit.
Il governo è intervenuto perché l’Opa di UniCredit intralciava il suo progetto di creare attorno a Mps, dove detiene l’11 per cento, un “polo bancario” a capitale misto pubblico-privato su cui potesse continuare a esercitare la sua influenza.
Così, dopo aver profuso miliardi di fondi pubblici per salvare la banca senese, invece di uscirne definitivamente, ha infatti orchestrato, o perlomeno favorito, l’ingresso in Mps di Bpm, Anima, e del duo Caltagirone e Delfin (di seguito “CD”): assieme hanno il 36 per cento.
L’operazione del Tesoro attorno a Mps [era] […] strumentale all’obiettivo di CD di raggiungere il controllo di Generali.
L’Opa di UniCredit su Bpm ha dunque intralciato i piani di CD e del governo. Che così hanno sparigliato facendo lanciare a Mps un’Ops ostile su Mediobanca con l’obiettivo dichiarato di creare un terzo “campione nazionale” in ambito bancario (anche se ne abbiamo già due).
È la peggio concepita e incomprensibile scalata mai vista, se non si considerasse che il vero obiettivo è il sostegno a CD nel loro tentativo di conquistare Generali.
Sulla carta l’Ops di Mps ha infatti poca logica economica. Non si è mai visto che una società che vale 70 per cento del patrimonio (pre Ops) scali una che ne vale 120 con un’offerta interamente in azioni: per i soci di Mps, e quindi anche per il Tesoro, significa infatti subire una perdita dovendo pagare con “moneta” svalutata l’acquisto di una “cara”.
Per questa ragione avviene sempre il contrario, anche perché chi compera una banca che vale meno del patrimonio può beneficiare del “badwill” (la differenza tra valore di mercato e patrimonio) che può essere portato a incremento del capitale: è quello che ha fatto Intesa con l’Opa su Ubi traendone grande profitto.
Un’Ops che però diventa comprensibile se si considera il valore per CD della scalata occulta a Generali. Mediobanca è sempre stata criticata da CD per non essere stata capace di sviluppare l’investment banking all’estero, mentre l’Opa la trasformerebbe in una tradizionale banca commerciale focalizzata sulla raccolta dei depositi, sulla distribuzione di prodotti finanziari e sull’erogazione dei prestiti tramite una rete radicata sul territorio nazionale: evidentemente era una critica pretestuosa.
Con l’Ops, CD acquisirebbero di fatto il controllo sulla gestione di Mediobanca, con il 29 per cento del nuovo gruppo assieme al Tesoro e Bpm, aggirando in questo modo il divieto della Bce della presenza di imprenditori alla guida di banche; e con il 12 per cento di Mediobanca in Generali, assieme al loro 16, arriverebbero a comandare anche nel gruppo assicurativo.
Lo Stato, non contento dello sterminato numero di partecipazioni in società quotate, avrebbe anche il 5 per cento del nuovo gruppo bancario, potendo così rientrare in un settore da cui l’Europa l’aveva fatto uscire.
In tutto questo la Consob tace. Evidentemente non ravvede alcuna azione di concerto di CD, né ritiene utile alla trasparenza chiedere ad Anima, in quanto Sgr che deve tutelare esclusivamente gli interessi dei risparmiatori […] di rendere noto quante azioni detiene di tutti gli attori coinvolti nelle tre offerte in corso ed eventuali movimentazioni (umanamente, non vorrei trovarmi nei panni dei suoi gestori).
Non so dire se una Ops così mal congegnata possa avere successo, anche se c’è un prezzo per tutto; o se nei machiavellici piani di governo e CD è previsto qualche altro colpo di scena. Ma poco importa, perché il danno ormai è fatto.
Dopo gli investimenti pubblici e l’interventismo nelle telecomunicazioni per la creazione della futuribile società della rete, il governo dimostra di voler espandere ulteriormente la partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese e giocare un ruolo attivo nel mercato dei capitali: un nazionalismo economico e un interventismo dello Stato che porterebbe ad avere il controllo nazionale misto pubblico-privato di due delle poche grandi società quotate italiane a capitale diffuso tra gli investitori istituzionali esteri, perdendo credibilità sui mercati internazionali.
Avremmo un mercato dei capitali sempre più a carattere nazionale, dove cresce l’interferenza dello Stato, quindi più asfittico perché segmentato dal resto d’Europa. E un ritorno delle regole opache, con un pericoloso intreccio tra interessi pubblici e privati, dove Palazzo Chigi diventa la nuova banca di investimento di riferimento per il paese. Un altro piccolo passo verso la crisi esiziale dell’Europa.
(da Domani)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’AZIENDA LO SALUTA CON AFFETTO E RICORDA LA SUA STORIA: “PER TE IL NOSTRO CUORE, BATTE. SEMPRE”
Non una storia qualunque, anzi straordinaria. Così Unieuro ha definito quella tra Giancarlo Nicosanti Monterestelli e l’azienda, acquistando le pagine del Resto del Carlino e del Corriere della Sera per salutare il suo ex amministratore delegato. Un passaggio irrituale, se non fosse che Nicosanti per la catena di negozi di elettronica, non era solo un top manager. Ma la storia stessa dell’azienda, essendoci entrato a 23 anni nel 1982 da commesso ed essendo cresciuto insieme al suo interno.
Una carriera lunga 43 anni, che non ha fatto solo le fortune di Nicosanti ma anche di Unieuro stessa, che ora conta centinaia di negozi in tutta Italia. L’avvicendamento si è reso necessario ora che la francese Fnac Darty ha completato con successo l’offerta pubblica di acquisto e scambio ma «era un passo previsto», assicura al Carlino, «l’arrivo di Fnac-Darty l’ha un po’ accelerato, ma sarebbe accaduto tutto fra qualche mese. Razionalmente, si controlla l’effetto. Mentre emotivamente è un grande cambiamento».
Il messaggio di Unieuro sui giornali
«Dopo più di 43 anni, Giancarlo Nicosanti Monterastelli lascia la nostra azienda. È un fatto straordinario, una storia straordinaria: la nostra e ve la vogliamo raccontare. Perché parlare di Giancarlo vuol dire parlare di Unieuro, di un uomo e della sua passione.», si apre la pagina comprata da Unieuro sul Corriere, per rendere omaggio a uno dei suoi uomini più rappresentativi. Q
uindi la sua storia in azienda:« A 23 anni ha iniziato come commesso, quando eravamo poco più di dieci persone e sull’insegna c’era scritto “Marcopolo”, poi il talento e la passione, che brucia anche le tappe, lo portano in poco tempo al vertice dell’azienda. Per Unieuro ha fatto di tutto: il ragazzo di ramazza, con due esse, come si dice in romagnolo, quello che spazza il pavimento, il ragioniere, il capo contabile, il buyer e l’addetto alle vendite, Il direttore commerciale, l’amministratore delegato, il presidente e il primo tifoso della nostra squadra di basket». Riconoscendogli quindi l’impegno e i successi. Ora però è tempo dei saluti: «Una storia fortemente legata ad una città, a Forlì, dove tutto è iniziato, che ci insegna che quando il cuore è molto più di un logo diventa tutto possibile: tutto quello che abbiamo fatto insieme. Caro Giancarlo, vogliamo dirti solo una cosa, ma tu la sai già. Per te il nostro cuore… il resto della frase lo trovi sotto il nostro logo (“Batte. Forte. Sempre.”, ndr). In fondo l’hai approvato tu».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DELLA SCORSA SETTIMANA CON LA PREMIER DANESE, METTE FREDERIKSEN, SI È TRASFORMATA IN UNA LITE, DEFINITA DALLE FONTI “INFUOCATA” E ADDIRITTURA “ORRENDA”: IL PRESIDENTE USA SI SAREBBE POSTO IN MODO “AGGRESSIVO E POLEMICO”, NONOSTANTE L’OFFERTA DI UNA MAGGIORE COOPERAZIONE ECONOMICA E MILITARE
Si è trasformata in una vera e propria lite la conversazione telefonica avuta la settimana
scorsa dalla premier danese, Mette Frederiksen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che le ha ribadito la sua intenzione di appropriarsi della Groenlandia.
Lo hanno riferito funzionari europei al Financial Times. La conversazione, durata 45 minuti, è stata definita dalle fonti “infuocata” e addirittura “orrenda”. Trump si sarebbe posto in modo “aggressivo e polemico”, scrive il quotidiano della City, nonostante l’offerta di Frederiksen di una maggiore cooperazione sulle basi militari e sullo sfruttamento delle risorse minerarie della grande isola artica controllata da Copenaghen.
“E’ stato molto risoluto”, ha aggiunto un’altra fonte, “e’ stata una doccia fredda. Prima era difficile prenderlo sul serio. Ma credo che sia serio, e potenzialmente molto pericoloso”.
Il presidente Donald Trump ha affermato di credere che gli Stati Uniti acquisiranno il controllo della Groenlandia, dopo aver mostrato nelle ultime settimane un rinnovato interesse nell’acquisizione del territorio autonomo danese.
“Penso che ce la faremo”, ha detto ai giornalisti sull’Air Force One, aggiungendo che i 57.000 residenti dell’isola “vogliono stare con noi”. I suoi commenti fanno seguito alle notizie secondo cui il primo ministro danese Mette Frederiksen, nel corso di una telefonata con il presidente la scorsa settimana, avrebbe insistito sul fatto che la Groenlandia non è in vendita.
Trump aveva ventilato la possibilità di acquistare il vasto territorio artico durante il suo primo mandato nel 2019 e ha affermato che il controllo della Groenlandia da parte degli Stati Uniti è una “necessità assoluta” per la sicurezza internazionale.
Il 90 per cento dei danesi è contrario all’idea di cedere la Groenlandia agli Stati Uniti. È quanto emerge da un sondaggio condotto dalla società di ricerca Epinion per l’emittente radiotelevisiva “Dr” e per il quotidiano online “Altinget”.
Soltanto il 3 per cento ha risposto positivamente all’ipotesi che l’isola venga ceduta agli Usa. Il 7 per cento non sa o non ha risposto. La società Epinion ha chiesto anche quale debba essere il futuro dell’unità del Regno, le cui nazioni costitutive sono Danimarca, Isole Faroe e Groenlandia.
Il 70 per cento dei danesi è contrario a che la Groenlandia abbandoni il Regno di Danimarca: il 27 per cento, infatti, ha risposto che il Commonwealth danese dovrebbe proseguire così com’è ora, mentre per il 43 per cento il Commonwealth dovrebbe continuare ma alla Groenlandia dovrebbe essere attribuita maggiore autonomia. Solamente il 17 per cento degli intervistati reputa che la Groenlandia debba diventare indipendente. Il 13 per cento non sa o non ha risposto.
Andiamo per ordine. La Groenlandia non è parte dell’Unione europea. Con il referendum del 1982 i groenlandesi votarono per abbandonare l’allora Comunità economica europea, pur rimanendo cittadini danesi.
I rapporti con l’Ue sono stati poi regolati con appositi accordi che soddisfacevano tutti: Nuuk (capitale dell’isola), Copenaghen, Bruxelles – e, apparentemente, Washington che ha basi militari nell’isola e, evidentemente, non ne vedeva la non appartenenza alla bandiera stelle e strisce come un’alea alla sicurezza nazionale.
Fino all’entrata a gamba tesa di Donald Trump – dopo la rielezione: non era fra le promesse di campagna elettorale che si sente impegnato a mantenere. La Groenlandia, come il Canale di Panama, per non parlare del Canada…, è arrivata per così dire in soprammercato.
Il Presidente Trump fa della Groenlandia una questione di sicurezza nazionale a fronte «degli investimenti di Cina e Russia nell’Artico» recita un laconico comunicato della Casa Bianca dopo la telefonata Trump-Frederiksen. Questa versione ufficiale non regge per due motivi.
Primo, la premier danese avrebbe offerto una rafforzata cooperazione militare e nello sfruttamento delle preziose risorse minerarie (terre rare in grande domanda internazionale).
Secondo, e soprattutto, la Groenlandia non è territorio Ue ma è territorio Nato. Nulla impedisce agli Usa di concordare con l’alleato danese quanto necessario a garantire non solo la difesa dell’isola ma anche delle rotte marittime – il «passaggio a Nord Ovest» – che si stanno aprendo a causa del disgelo artico – di quel cambiamento climatico che, quando invece gli fa comodo, Trump chiama imbroglio.
Non sappiamo quali siano le motivazioni di fondo del Presidente americano. L’improvviso ritorno all’espansione territoriale americana ha colto tutti di sorpresa. A Washington non era in agenda da più di un secolo. Sul piano dei principi, del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, mette certamente in difficoltà la comunità internazionale nella misura in cui, per realizzarla, Donald Trump è pronto – e lo dice – a ricorrere alla coercizione.
Magari solo economica, ma senza escludere la mano armata. All’atto pratico configura una sorta di diritto territoriale del più forte. Le grandi potenze, o le medie a spese delle piccole e delle povere, possono allargarsi se lo ritengono necessario. Con le buone o con le cattive. Ma se lo possono fare gli Stati Uniti nell’adiacente Artico, o in America centrale, perché non la Russia in Europa centrale o nel Mar Baltico, o la Cina con Taiwan e nel Mar cinese meridionale? Ritorno alla legge della giungla?
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
PAOLO AURELIO ERRANTE PARRINO, CONSIDERATO IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI COSA NOSTRA AL NORD, È IRREPERIBILE E POTREBBE ESSERE SCAPPATO ALL’ESTERO – L’ORDINE DI CARCERAZIONE NEI SUOI CONFRONTI NON È STATO ESEGUITO, NON ERA MONITORATO DALLE FORZE DELL’ORDINE
Paolo Aurelio Errante Parrino, ritenuto il “punto di riferimento del Mandamento di Castelvetrano nel Nord Italia”, riconducibile al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, tra gli oltre 150 indagati dell’inchiesta ‘Hydra’ della Direzione distrettuale antimafia di Milano (Dda), non si trova.
Il timore è che possa addirittura essere fuggito all’estero, forse in Spagna. L’ordine di carcerazione, arrivato dopo il rigetto della Cassazione al suo ricorso, non è stato eseguito (al momento) dai carabinieri che sabato 25 gennaio, hanno suonato alla sua porta ad Abbiategrasso.
Già condannato a dieci anni per associazione per delinquere di tipo mafioso, il 77enne è ritenuto referente nell’area lombarda della cosca trapanese e indicato quale “‘uomo d’onore della famiglia di Castelvetrano’, con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni da compiere e delle strategie da adottare per la realizzazione degli scopi illeciti dell’associazione”.
Per i pm dell’antimafia, Errante Parrino è il punto di riferimento del mandamento di Castelvetrano nel Nord Italia “mantenendo i rapporti con i vertici di Cosa nostra, in particolare, con Matteo Messina Denaro, rappresenta “il punto di raccordo tra il sistema mafioso lombardo e l’ex latitante, a lui trasferendo comunicazioni relative ad argomenti esiziali per l’associazione”.
Una visione non condivisa dal giudice. Nell’ottobre del 2023, il gip Tommaso Perna non aveva condiviso l’impianto della Procura di Milano sull’esistenza in Lombardia di un presunto “patto” tra le tre principali organizzazioni criminali del Paese – mafia, ‘ndrangheta e camorra – e aveva respinto 140 richieste di arresti per 153 indagati e disposto il carcere solo per 11 persone accusate di diversi reati, ma non accusati di associazione mafiosa.
Un “no” all’arresto di Paolo Aurelio Errante Parrino contro cui la Procura di Millano ha fatto ricorso al Riesame, ottenendo parere favorevole, giudizio confermato dalla Cassazione che è chiamata, anche la prossima settimana, a decidere su altri ricorsi (una decina di persone sono state arrestate già nei giorni scorsi).
Il Riesame, dopo il ricorso della Direzione distrettuale antimafia, su 79 posizioni con richiesta di carcere per associazione mafiosa, aveva disposto il carcere per 41 indagati e le udienze in Cassazione andranno avanti fino a metà febbraio. Per il Riesame deve andare in carcere anche Giuseppe Fidanzati, presunto vertice per conto di Cosa Nostra (l’udienza in Cassazione si terrà la prossima settimana). Secondo le indagini della Dda, Errante Parrino avrebbe anche passato a Messina Denaro “comunicazioni relative ad argomenti esiziali”, mentre era latitante, anche perché il boss avrebbe avuto un interesse diretto, secondo i pm, “negli ingenti affari finanziari realizzati in Lombardia dal sistema mafioso lombardo”.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
È CHIARO A TUTTI CHE IL CAVILLO GIURIDICO USATO COME LEVA PER LIBERARE ALMASRI ERA SOLO UNA SCUSA. ANCHE PERCHÉ NELLE ORE SUBITO SUCCESSIVE ALL’ARRESTO, ERA SUBITO STATO SEGNALATO UN AUMENTO DELLE PARTENZE DEI MIGRANTI, UNA RITORSIONE DEL GOVERNO DI TRIPOLI
“Il generale libico Almasri è stato ‘liberato, non per scelta del Governo, ma su
disposizione della magistratura’. Queste le parole pronunciate ieri, da Gedda, dalla presidente del Consiglio Meloni, la quale aggiunge che il Governo avrebbe deciso di espellerlo perché soggetto pericoloso.
In realtà, Almasri è stato liberato lo scorso 21 gennaio per inerzia del ministro della Giustizia che avrebbe potuto – perché notiziato dalla polizia giudiziaria il 19 gennaio e dalla Corte d’appello di Roma il 20 gennaio -, e dovuto, per rispetto degli obblighi internazionali, chiederne la custodia cautelare in vista della consegna alla Corte penale internazionale che aveva spiccato, nei suoi confronti, mandato di cattura per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella prigione di Mitiga (Libia)”. Così la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati in una nota.
/da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
I PROFUGHI VERSO I CENTRI DI SHENGJIN E GJADER IN ATTESA DI UNA TOGA SOVRANISTA
Dopo le operazioni di valutazione delle condizioni delle persone intercettate, sono 49 i cittadini stranieri imbarcati a bordo della nave Cassiopea per il trasferimento nei centri in Albania, dove saranno avviate le procedure di accoglienza, trattenimento e valutazione dei singoli casi. Lo fa sapere il Viminale, aggiungendo che altri 53 migranti “hanno presentato spontaneamente il proprio passaporto per evitare il trasferimento: una circostanza di particolare rilievo, in quanto consente di attivare le procedure di verifica delle posizioni individuali in tempi più rapidi anche a prescindere del trattenimento, aumentando le possibilità di procedere con i rimpatri di chi non ha diritto a rimanere in Ue”.
I 49 migranti ritenuti “eleggibili” e pertanto trasbordati sulla nave Cassiopea sono stati selezionati 30 dalla guardia costiera e 19 dalla guardia di finanza. Otto i barchini bloccati al largo e controllati in ossequio anche al protocollo Italia-Albania. Procedure che rallentano e complicano i trasferimenti dei migranti soccorsi su molo Favarolo a Lampedusa. Nel dettaglio, la guardia costiera ha bloccato un barchino con 46 persone (4 trasferite subito a Lampedusa per cause sanitarie), dei 42 solo 6 sono risultati “eleggibili” e pertanto portati sulla Cassiopea. Poi su altri 60 solo 14 sono stati caricati sulla nave della Marina militare; sul terzo barchino soccorso c’erano 41 persone, di cui 2 sono risultati eleggibili.
Infine su un altro natante erano in 35 di cui nessuno da portare in Albania. La guardia di finanza invece ha controllato, a 50 miglia da Lampedusa, un barcone con 61 di cui solo 3 sono risultati eleggibili; poi altri 48 (14 eleggibili), un natante con 9 persone tutte sbarcate poi a Lampedusa e un barchino con 44 di cui soltanto 2 eleggibili
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
ARRIVA IL “RESPONSABILE EDITORIALE” PER NEUTRALIZZARE LE INCHIESTE SCOMODE AL REGIME
Aria di nuovi bavagli in Rai, specie per l’informazione. A Viale Mazzini sta facendo
discutere la decisione di istituire dei “responsabili editoriali” che avranno appunto la responsabilità dei programmi di approfondimento, day time e prime time, andando a porsi al di sotto dei rispettivi direttori di genere.
L’ordine arriva dall’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, con una circolare interna inviata venerdì sera a direttori e vice di day time, prime time e approfondimento.
Qui si dice che “tutti i programmi devono essere assegnati a una ‘struttura editoriale’ formalmente istituita nell’ambito di una direzione di genere ed avente un ‘responsabile di struttura’”. E in un secondo punto si spiega che “la gestione editoriale di ogni programma è di competenza del responsabile della struttura editoriale (e quindi non affidabile al conduttore o al responsabile ‘pem’, né esercitabile in prima persona dal direttore di genere)”.
Secondo quanto trapela, si tratterebbe di normale amministrazione poiché, quando si è passati dalle reti ai generi, diversi programmi sono rimasti senza capostruttura di riferimento, che sono quelle figure mediane che gestiscono in concreto la fattura dei prodotti tv coordinandosi con redazioni e direzione.
Sotto l’approfondimento, per esempio, sono circa 14 le trasmissioni senza un capostruttura di riferimento. “La circolare va a sanare un’anomalia aziendale”, fa notare una fonte da Viale Mazzini.
La circolare di Rossi, di cui nessuno pare fosse a conoscenza, lascia però spazio ad ambiguità, tanto che sta generando parecchi malumori nelle tre direzioni in oggetto.
Perché la “struttura editoriale” di cui si parla, con relativo responsabile nominato dall’ad, potrebbe sembrare invece un organismo nuovo che esercita ancor più controllo sulle trasmissioni, commissariando direttori e conduttori. E infatti la faccenda in azienda ha suscitato reazioni, come si può vedere nel durissimo comunicato dell’Usigrai, insieme ai cdr di approfondimento e day time.
“La Rai commissaria i generi e toglie responsabilità a direttori e conduttori. Non si capisce cosa siano queste nuove strutture, né chi siano i responsabili editoriali e come verranno scelti”, attacca il sindacato dei giornalisti. Che bolla la novità come “un modo ulteriore per mettere sotto stretto controllo l’informazione del servizio pubblico”.
Una nota che ha spaccato l’Usigrai, con la minoranza che prende le distanze e si dissocia. Ma all’attacco c’è anche la politica. “Si vogliono commissariare i programmi d’informazione”, afferma Dolores Bevilacqua (M5S). “Il governo vuole controllare le trasmissioni che funzionano”, accusa Sandro Ruotolo (Pd). Mente per Fratoianni e Bonelli (Avs) “la destra ha messo Report nel mirino e Rossi dovrà venire a spiegare in Vigilanza”.
E infatti tutti guardano a Report, programma che, col suo 8% di media di share (comprese le repliche del sabato), sta tenendo a galla Rai3 e questa sera tratterà di nuovi particolari sul caso Santanchè. In qualità di autore del programma e vicedirettore ad personam, Sigfrido Ranucci si rapporta solo col direttore dell’approfondimento Paolo Corsini e nessun altro. Secondo questa direttiva, invece, dovrà avere a che fare anche con una nuova figura che potrebbe dire la sua sui contenuti.
Che, guarda caso, è quello che nel corso dei mesi ha chiesto la destra dopo alcune puntate scottanti. Per esempio Adolfo Urso, ma pure la stessa Santanchè o Ignazio La Russa, e poi Maurizio Gasparri (che attacca Ranucci un giorno sì e l’altro pure) e, da ultima, Marina Berlusconi, che ha annunciato querela dopo la puntata su Silvio Berlusconi. Insomma, secondo alcuni le pressioni del centrodestra potrebbero aver trovato terreno fertile a viale Mazzini.
Ma la novità riguarderà diversi programmi, anche sotto le direzioni di Angelo Mellone (day) e Marcello Ciannamea (prime). E qualcuno in azienda fa l’esempio della famosa intervista di Monica Maggioni a Bashar al-Assad, che non fu autorizzata da nessuno. Lei si autoinviò a Damasco come ad di RaiCom e poi nessuna rete volle trasmetterla e finì su RaiPlay. Si vuole evitare che si ripetano casi simili.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL 27 GENNAIO DEL 1995 IL CONGRESSO CHE BATTEZZAVA LA NASCITA DI ALLEANZA NAZIONALE
La storia è fatta di equivoci e di rimbalzi beffardi, con la dovuta quota di delusioni e amarezze. Ma a Fiuggi, almeno nel ricordo, filò tutto così liscio che al dunque accadde ciò che doveva accadere: auto-sradicamento, sdoganamento, “abbandono della casa del padre” e oplà, trasfigurazione del Msi in An più una micro-scissione in nome della nostalgia.
Nessuno nega che sotto le volte del Palazzo delle Terme si consumò un dramma insieme intimo e corale. «Il fascismo è come Dio, non si può mettere ai voti!» gridò sul palco Pino Rauti, ricurvo su se stesso. Al che Gianfranco Fini, giovane leader dell’abiura salvifica, replicò dandogli dell’amish. Vero è che la mestizia urologica del luogo e la velocità del tutto ebbero la meglio sulla retorica, per cui a mente fredda Marcello Veneziani scrisse che il medesimo fascismo era stato «espulso come un calcolo renale», mentre il futuro ministro Giuli preferì «spazzato via in fretta e furia come segatura». Così al pathos restano relegate alcune pagine di un romanzo di Angelo Mellone, oggi super dirigente Rai, nelle quali il più disperato dei protagonisti si prende il lusso di affrontare brutalmente donna Assunta Almirante, allora madrina di Fini, e in quella sede la copre di sputi perché corresponsabile di quella “mattanza ideologica”.
Ma il punto è che forse proprio le ideologie, ormai esauste, stavano venendo meno. Nell’autunno del 1989 la Bolognina dei comunisti, nell’inverno del 1995, a cinque anni di distanza compressi e acceleratissimi, la Predappina dei neofascisti, svolta quasi più antropologica e scenografica che ideale, politica e culturale. Tutto blu e azzurro, “Cresce la nuova Italia” il generico slogan, nei manifesti due manone a proteggere la fiamma, peraltro già astutamente ridimensionate nel merchandising congressuale, completo di peluche (“Fiammino” e “Fiammetta”).
Con disappunto Isabella Rauti notò a Fiuggi «signore impellicciate e fanciulle siliconate», ma se è per questo c’erano anche cardinali opportunisti, nobili impiccioni, avidi palazzinari e una spolverata di generone dei circoli tiberini. Un combinato di proiezioni ottiche e video emozionali culminò nell’immagine di Almirante che salutava. Freddo come sempre, Fini parlò a lungo della crisi di governo da poco conclusasi con l’arrivo di Dini a Palazzo Chigi.
È dunque minimo il legame tra Fiuggi e l’imprevedibile presente dei Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni nella sua autobiografia ne parla lo strettissimo indispensabile, del resto era iscritta da appena due anni, forse nemmeno era lì.
Eppure, al netto dei palpiti e delle scenate, tra memoria e sogno la sensazione è che anche in quel mondo di ex reietti che l’esclusione dai circuiti aveva mantenuto puri, ecco, anche per loro la sostanza politica stava diventando leggera, evanescente, inconsistente, sempre più mediatica e quindi condannata a vivere di apparenze, trasformismi, caratteri, prestazioni, insomma la Seconda Repubblica.
Così forse è per questo che restano in mente il saluto romano di Baghino, il sussiego di Fisichella, gli occhietti furbi di Tatarella, i pugni sul banco di Teodoro Buontempo, la smania di La Russa nell’acchiappare il microfono e non mollarlo più, insieme al ricordo di alcune boccaccesche conversazioni telefoniche captate dai primi telefonini al Grand Hotel delle Fonti e finite sulle pagine verdine di Cuore.
A un certo punto la platea votò a grande maggioranza un emendamento che faceva propri i valori dell’antifascismo. E di nuovo non se ne vorrebbe sminuirne la portata, né addebitare al congresso responsabilità di tutti i partiti, però resta il dubbio che a Fiuggi gli ex missini avrebbero approvato qualsiasi proposta.
Per cui un po’ fecero fatica, un po’ fecero finta, alcuni capirono, altri continuarono a collezionare busti del duce, risentimento, invettive da osteria, caserma o curva da stadio senza sapere che sarebbero tornate utili sui social trent’anni dopo. Quasi mai infatti la storia si cancella, né va sempre d’accordo con gli anniversari.
(da repubblica.it)
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