Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
UN SAGGIO DEL SOCIOLOGO DENIS MCQUAIL ANALIZZA L’EVOLUZIONE DELLA PROPAGANDA CON L’AVVENTO DEI MASS MEDIA E CON LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Prefazione di Massimiliano Panarari al libro “Propaganda” di Denis McQuail (Treccani) – pubblicata da “La Stampa” – Estratti
Se la soggettivizzazione della verità risulta caratteristica della postmodernità per la sua intensità e diffusione, la spettacolarizzazione dell’informazione e, dunque, l’alterazione del dato fattuale si ritrovano, in realtà, in maniera significativa in varie fasi e momenti della storia delle comunicazioni di massa dove si è presentato costantemente, a cominciare dai contesti degli Stati Uniti e dell’Impero britannico, il tema dell’edificazione di un largo mercato di utenti-clienti e consumatori di news.
Come quello che venne realizzato dalla stampa popolare dei tabloid e del yellow journalism a elevate tirature, esito del processo di industrializzazione del settore e delle innovazioni nel business model, che si rivolgeva alle classi sociali popolari con una serie di prodotti che mescolavano sensazionalismo, scandalismo e, in taluni casi, notizie inverosimili o inventate di sana pianta (insieme ad attacchi a personalità politiche, a seconda degli interessi di vario genere dei loro editori), con l’effetto di destrutturare in profondità l’«epistemologia della verità» e il «metaframe» del «mito liberale dell’obiettività giornalistica».
Si tratta precisamente di quel nodo strutturale che McQuail ha tematizzato con profondità, e a più riprese, nel corso dei suoi lavori: quello per cui i mass media sono «istituzioni», ma esistono altresì in quanto attori economici e industriali alla ricerca di un mercato di massa a cui indirizzano un’offerta che vuole essere almeno tendenzialmente in sintonia con i gusti della cultura popolare.
Come ha indicato Neil Postman, nell’ultimo decennio del XIX secolo cambiava drasticamente il modo di fare pubblicità che, fino ad allora, si era basato su inserzioni composte unicamente di parole rivolte a un cliente inteso come “uomo tipografico” e che, pur non essendo abitualmente considerate come dei distillati di autenticità, trovavano il loro fondamento quantomeno nella verosimiglianza o nella possibilità che ciò che veniva attribuito in termini di qualità alla merce reclamizzata contenesse qualche elemento di verità e fattualità.
La pubblicità introdusse in maniera sempre maggiormente rilevante le illustrazioni e, in seguito, le fotografie e iniziò a fare ricorso agli slogan, archiviando quella che Postman aveva chiamato l’«era dell’esposizione», la cui pietra angolare consisteva per l’appunto nella parola stampata […]
Con l’ultimo decennio dell’Ottocento debuttava, di fatto, l’«era dello spettacolo» in cui le «regole dello show» cominciarono a valere per tutti gli attori politici e istituzionali, tenuti a ricercare il consenso di un pubblico via via più mutevole al trascorrere del tempo nelle sue opinioni intorno ai public affairs, il quale sviluppava atteggiamenti e comportamenti orientati dalla «percezione politica» più che dalla conoscenza della materia.
Va segnalato come tale debutto dell’«era dello spettacolo» avvenga nello stesso decennio in cui in Nord America cominciava a circolare con maggiore intensità l’espressione fake news per designare un episodio inventato prevalentemente allo scopo di rovinare la reputazione di una persona (o di una istituzione) in ambito politico e, pertanto, considerabile pure alla stregua di un’embrionale forma tardo-ottocentesca di negative advertising.
Questa situazione di liminarità fra comunicazione politica e pubblicità commerciale si è prodotta anch’essa, dunque, in seno agli Stati Uniti tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, in quella società – al tempo stesso – liberaldemocratica e consumistica di massa.
Nei paesi a capitalismo più sviluppato – le nazioni anglosassoni –, la sfera pubblica ha significativamente coinciso con la nozione del «mercato (o forum) delle idee» – come l’ha denominato Benjamin Ginsberg riprendendo la formula da John Stuart Mill –, nel quale la circolazione delle concezioni e dei pensieri viene incentivata, al pari di quella delle merci e dei prodotti economici, in conformità con una strategia di stabilizzazione e rafforzamento dei poteri vigenti.
Le strutture e le articolazioni dello Stato, i governi e le classi dirigenti ai vari livelli hanno cooperato per rendere il marketplace of ideas una vera e propria istituzione sociale – attraverso l’istruzione, i mezzi di comunicazione, lo sviluppo delle infrastrutture, la tutela giuridica e legale del patrimonio e della proprietà intellettuale – in una chiave di integrazione sociale e, altresì, di cristallizzazione del paradigma socioeconomico e culturale egemonico.
E, dunque, si sono sviluppate una propaganda istituzionale a favore del modello liberaldemocratico, e un’architettura complessiva che ha potuto contare sull’arruolamento in tempo di pace delle figure variamente denominate dei «leader d’opinione» (secondo la celebre teoria degli anni Quaranta del two-step flow of communication di Lazarsfeld, Berelson e Gaudet) o «imprenditori cognitivi» – e, più di recente, qualcuno potrebbe pure evocare, mutatis mutandis, gli influencer –, e che ha fatto ampio ricorso ai format dell’influenza informale, oltre che al media power e agli interventi top-down sul pubblico.
Si tratta della «propaganda grigia» – la formula utilizzata da McQuail – delle liberaldemocrazie, che ha “saccheggiato” le tecniche di persuasione della pubblicità commerciale.
La premessa storica per la creazione di una «sfera pubblica emozionale» e la sostituzione in dosi massicce dell’«emozione pubblica» all’opinione pubblica; anche se, al di là della concezione normativa della «formation of opinion by discussion», la sfera pubblica post-illuministica va concepita sempre come uno spazio razional-emotivo (all’insegna della prevalenza formale e narrativa della prima componente), nonché nei termini di un concetto evolutivo.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
ORA SI TRATTA DI RACCATTARE QUALCHE ALTRO MIGRANTE E QUALCHE GIUDICE SOVRANISTA PER COMPLETARE LA SCENEGGIATA… MA NESSUNO DICE CHE SU 66.000 MIGRANTI ARRIVATI IN ITALIA L’ANNO SCORSO, I RIMPATRIATI SONO STATI MENO DI 6.000… SE NON FAI ACCORDI CON I PAESI DI ORIGINE NON SERVE E A UNA MAZZA
Il governo italiano non rinuncia al progetto dei centri in Albania. Dopo una
sospensione di oltre due mesi, l’operazione riprende: la nave della Marina Militare Cassiopea è tornata in attività nel Mediterraneo centrale
L’obiettivo è trasferire forzatamente i richiedenti asilo verso l’Albania, in base all’accordo stipulato lo scorso anno con Tirana, senza attendere però il parere della Corte di giustizia dell’Unione europea, per cui diversi tribunali hanno recentemente chiesto chiarimenti.
Al momento, il pattugliatore Cassiopea si trova al largo di Lampedusa, pronto per imbarcare persone migranti da trasferire nei centri di Shengjin e Gjader. A bordo delle navi, gli operatori dell’UNHCR monitoreranno il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo.
Cosa dice la Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un ricorso del governo, presentato dopo che il tribunale di Roma aveva negato la convalida dei trattenimenti in Albania, lo scorso ottobre 2024. Secondo l’ordinanza della prima sezione civile, pur essendo il garante del diritto alla libertà personale nel caso specifico, il giudice non può sostituirsi al governo nella definizione dei Paesi considerati sicuri. Tale decisione spetta esclusivamente al ministro degli Esteri e agli altri ministri competenti.
Allo stesso tempo, però, i giudici hanno sottolineato che è compito del magistrato verificare la legittimità del decreto ministeriale che inserisce un Paese nella lista di quelli sicuri.
Questa verifica diventa indispensabile se il decreto appare in evidente contrasto con la normativa europea. “Il giudice ordinario, pur non potendo invadere il campo delle valutazioni discrezionali riservate al governo, ha il dovere di esercitare il controllo sulla legittimità del decreto ministeriale, qualora contrasti con le norme europee”, precisa l’ordinanza.
Importante ricordare che la classificazione ministeriale di un Paese come sicuro non impedisce di tenere conto di situazioni di persecuzione o violazioni generalizzate dei diritti umani, che renderebbero immediatamente quel Paese non sicuro.
La Corte di giustizia UE
La Cassazione ha deciso di rinviare ulteriormente la questione alla Corte di giustizia europea, che si pronuncerà il 25 febbraio 2025 sui diversi e numerosi ricorsi sollevati da tribunali italiani e tedeschi. Secondo la Suprema Corte, il parere della Corte di giustizia sarà fondamentale per stabilire principi giuridici validi anche per il futuro.
La situazione nei centri
Attualmente, i centri di Shengjin e Gjader non ospitano alcun richiedente asilo. Le precedenti operazioni delle navi italiane, lo scorso autunno, si sono concluse senza alcun risultato concreto. L’idea di trasferire persone migranti in Albania era stata annunciata a novembre 2023, dopo un incontro tra la premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama. L’apertura delle strutture era prevista inizialmente per la primavera del 2024, precisamente il 20 maggio. Quella data è tuttavia passata senza alcuna attuazione di alcun centro. Il governo ha posticipato parecchie volte l’apertura dei centri: prima ad agosto, poi a settembre, e infine a ottobre. Oggi sembrano formalmente operativi, restano però da chiarire molti aspetti, tra cui la gestione delle condizioni di permanenza e le garanzie di tutela legale per le persone migranti.
Piccolotti(Avs): “Trump da linea alle destre, deportare migranti in Albania è propaganda”
“Quel folle di Trump dà la linea alle destre europee, con la terribile foto dei migranti in catene caricati su un aereo”, commenta così Elisabetta Piccolotti di Avs, nel corso del programma Tagadà, nei confronti della ripresa delle operazioni del protocollo Italia-Albania. “Oltre all’elemento della spettacolarizzazione sulla pelle di chi non ha commesso nessun reato, c’è quello economico: questi viaggi costano un sacco di soldi e non servono a niente. Un tentativo propagandistico di prendere in giro gli italiani, questo è”, ha concluso.
(da Fanpage
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
LAURENCE DES CARS DENUNCIA LO STATO DI OBSOLESCENZA DI UNO DEI MUSEI PIU’ FAMOSI DEL MONDO
Il Louvre di Parigi fa 8 milioni di visitatori all’anno: è una delle tappe fondamentali per chi giunge nella capitale francese. Eppure, nonostante la sua fama nel mondo e il grande fascino che esercita sugli appassionati di arte e design, non è forse adeguatamente curato. Le lamentele arrivano direttamente da Laurence Des Cars, che non è una voca di secondaria importanza: è proprio la Direttrice del museo, la prima donna a ricoprire questo ruolo nei 230 anni di attività della struttura. Non ha usato mezzi termini nel fare un resoconto delle attuali condizioni del museo, che non sembra versare proprio in ottime condizioni a suo dire.
Chi è Laurence Des Cars
Laurence Des Cars è una professionista riconosciuta nel campo culturale e artistico, con anni di esperienza alle spalle. Nel 2021 è diventata Direttrice del Louvre, entrando nella storia come prima donna a ricoprire l’incarico. Prima, era stata alla direzione del Musée d’Orsay. Nel suo passato anche l’Orangerie e l’Agenzia dei musei francesi, nonché il contributo come curatrice a diversi progetti espositivi e mostre
Le Parisien è giunto in possesso di un documento in cui Laurence Des Cars denuncia lo stato di degrado in cui versa uno dei musei più famosi del mondo.
Nelle sue parole, indirizzate alla Ministra della Cultura (Rachida Dati), il Louvre appare come un edificio in rovina, inadeguato ad accogliere degnamente i suoi 8 milioni di visitatori all’anno. Parliamo di un museo che ospita capolavori di valore inestimabile come la Gioconda di Leonardo da Vinci, Amore e Psiche di Antonio Canova, La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, la Venere di Milo e la Nike di Samotracia, il Codice di Hammurabi. Nella nota riservata, la Direttrice esprime la necessità di interventi seri sulla struttura.
Laurence Des Cars parla di edifici sovrautilizzati, molti dei quali “stanno raggiungendo un preoccupante livello di obsolescenza”: e fa riferimento, per esempio, al palazzo sulla riva del fiume, che ha ben 403 stanze. Evidenzia poi una serie di problemi come lesioni, spazi “a volte molto degradati”, “preoccupanti escursioni termiche che mettono a rischio la conservazione delle opere”.
Il rischio maggiore, infatti (oltre alla brutta figura agli occhi del mondo) riguarda proprio un possibile danneggiamento delle opere qui esposte. Una visita al Louvre, ha detto, è ormai diventata “un calvario fisico”, con poche aree dove fare una sosta e servizi igienici insufficienti. L’iconico ingresso a forma di piramide di vetro e la sua galleria sotterranea sono definiti “strutturalmente obsoleti” e sembrano una serra, a detta di Des Cars. A sua detta sarebbe necessario anche considerare l’apertura di un secondo ingresso, per evitare le lunghe file che si creano sotto la Piramide (ingresso principale).
La Direttrice si è soffermata anche sulla Monna Lisa, avanzando l’ipotesi di cambiarne l’esposizione, migliorandola: dal 1966 il celeberrimo dipinto è esposto da solo su una parete all’interno di una grande sala piena di altre opere dello stesso periodo. “Secondo l’opinione generale la presentazione della Gioconda nella sala degli Stati deve essere messa in discussione – ha affermato la Direttrice – Elevata al rango di icona, Monna Lisa esercita una fascinazione che non ha mai cessato di esistere nel corso dei decenni. Come conseguenza di questo fervore popolare, il pubblico affluisce in massa nella sala degli Stati senza che vengano fornite le chiavi per comprendere l’opera e l’artista; una situazione che pone interrogativi sulla missione di servizio pubblico del museo”.
Des Cars non è la prima volta che batte su questo punto: già l’anno scorso aveva detto di voler mettere il ritratto in una stanza tutta sua. Basti pensare che oltre il 70% dei visitatori del Louvre, in gran parte stranieri, vengono principalmente per vedere il dipinto.
(da Fanpage)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
NEL 2017 AVREBBE PAGATO 50MILA DOLLARI A UNA DONNA CHE LO ACCUSAVA DI AGGRESSIONE SESSUALE…NEI GIORNI SCORSI L’EX COGNATA DI HEGSETH AVEVA DICHIARATO AL SENATO CHE LA SECONDA MOGLIE DELL’EX ANCHOR DI FOX NEWS TEMEVA PER LA SUA VITA
Pete Hegseth, nominato dal presidente americano Donald Trump alla guida del
Pentagono, ha pagato 50.000 dollari alla donna che lo ha accusato di aggressione sessuale nell’ambito dell’accordo di riservatezza che le ha chiesto di firmare. Lo riporta Cnn, citando alcune fonti.
L’accusa risale al 2017 durante una conferenza delle donne conservatrici. La polizia di Monterey, in California, ha confermato la denuncia ai danni di Hegseth, che avrebbe causato anche una contusione alla vittima. Lui ha negato seccamente le accuse in passato. Negli ultimi giorni sono emerse nuove rivelazioni contro Hegseth.
L’ex cognata ha infatti rilasciato una dichiarazione giurata ai senatori nella quale ha affermato che la seconda moglie di Hegseth temeva per la sua sicurezza e una volta si nascose nell’armadio perché aveva paura di suo marito. Danielle Hegseth – che è stata sposata con il fratello dell’ex anchor di Fox per otto anni – ha raccontato che Pete Hegseth ha fatto regolarmente abuso di alcol davanti alla sua famiglia e affermato che le donne non dovrebbero avere il diritto di voto.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
ROBERTO SAVIANO: “IL GOVERNO ITALIANO E’ ALLEATO DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA LIBICA, ALTRO CHE PERSEGUIRE I TRAFFICANTI”
“Haim Usama Almasri Habash, conosciuto semplicemente come Almasri, è considerato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia un torturatore e responsabile di crimini di guerra. Viene arrestato in Italia e immediatamente liberato con tanto di volo pagato dagli italiani, che lo ha portato direttamente a casa sua, a Tripoli. Ma mettiamo in ordine le cose. Cerchiamo di capire perché è stato arrestato e rilasciato in 48 ore”. Roberto Saviano, negli studi di Fanpage.it ricostruisce il caso del libico ricercato dalla giustizia internazionale che l’Italia ha arrestato e poi riportato nel suo paese.
Prima di tutto: chi è Almasri? Per capirlo basta vedere chi lo stava aspettando ai piedi dell’areo con bandiera italiana che è atterrato la sera di martedì a Tripoli. “Ci sono centinaia di persone in festa che lo accolgono in tripudio, tra cori e fumogeni, come se fosse un calciatore arrivato dopo una trasferta vincente. In qualche modo il calcio c’entra in questa storia. Perché Almasri quando è stato arrestato era a Torino, era andato per vedere Juve Milan”.
“Non sappiamo per chi facesse il tifo, se per i rossoneri o per i bianconeri. – prosegue lo scrittore – Quel che è certo è che si muoveva liberamente per l’Italia, nonostante sulla sua testa ci fosse un mandato di arresto della Corte penale internazionale. Sì perché quell’uomo calvo, con il volto prominente sceso dalle passerelle dell’aereo con la bandiera tricolore, non è affatto uno qualunque. È il capo della milizia Rada, che tra le altre cose gestisce la famigerata prigione di Mitiga”.
I racconti dei sopravvissuti della prigione di Mitiga fanno rabbrividire. Si tratta di un vero e proprio lager per migranti dove avvengono torture, abusi, stupri, estorsioni e rapimenti. Solo chi paga ha la speranza di uscire, dopo che le famiglie sono state spremute. Un luogo di dolore e sofferenza che per il gruppo di Almasri è “come un bancomat” di denaro “estorto, spremuto dai disperati che vi sono rinchiusi”.
A Tripoli il confine tra apparati di sicurezza e milizie, tra Stato e signori della guerra è inesistente. Per questo la milizia islamista Rada, ha anche un ruolo politico, in quanto “ufficialmente si occupa di mantenere la sicurezza”. È come una sorta “di polizia privata e religiosa al contempo”, che ha “il profilo di una vera e propria mafia”. Una mafia il cui boss è proprio Almasri.
“Ufficialmente deve combattere criminalità e traffico di esseri umani. In realtà Rada si occupa di gestire direttamente il traffico di esseri umani, ma anche il traffico di droga e di petrolio. Secondo diversi analisti, ma anche i magistrati italiani, questa milizia aveva interessi conflittuali e sovrapposti a quelli del gruppo di Bija, il capo della cosiddetta guardia costiera libica, morto alcuni mesi fa in un attentato. Scomparso Bija, il capo clan che controlla territori e traffici è Almasri”.
È come se l’Italia avesse acciuffato e lasciato andare un boss di caratura internazionale.
Ma come è stato possibile? Perché l’arresto non è stato sbandierato e rivendicato subito sui media? Perché è emerso solo grazie al lavoro dei giornalisti che si occupano da anni di rotte migratorie? Eppure aver fermato un uomo accusato di crimini così gravi dovrebbe essere considerato un gran colpo da parte degli apparati di sicurezza.
Ma cosa è successo? “Le istituzioni parlano di un errore procedurale, di un vizio di forma che ha portato i giudici di Roma a rilasciare il boss delle milizie di Tripoli. In poche parole, il ministero della Giustizia, che gestisce rapporti con la Corte internazionale, non sarebbe stato informato. Un’anomalia che se il ministro della Giustizia Nordio avesse risposto il 20 gennaio si sarebbe facilmente sanata. Invece il ministro Nordio tarda a rispondere e Almasri torna in libertà”. Un errore di forma compiuto dalla Digos di Torino, che poteva essere superato senza grandi difficoltà. Ma quella che sembrerebbe essere mancata è stata la volontà politica di agire tempestivamente.
Qui gli interrogativi si moltiplicano. Perché uno degli uomini forti di Tripoli, pur ricercato dalla giustizia internazionale, si muoveva liberamente non solo in Italia ma anche in altri paesi europei? Sentendosi addirittura tranquillo di andare allo stadio per vedere una partita di calcio? Chi lo proteggeva che gli dava sicurezza e protezione?
“In molti hanno avuto paura di quello che Almasri avrebbe potuto dire sui rapporti con i governi e gli apparati di sicurezza italiani. O faceva paura la possibilità che per ogni giorno di carcere di Almasri, le milizie comandate da lui avrebbero rilasciato centinaia di migranti per farli sbarcare in Italia? O che l’estrazione delle società petrolifere italiane in Libia sarebbe stata ostacolata?”, risponde Saviano aggiungendo domande e fornendo alcune risposte.
Non c’è dubbio però che “la scelta di esternalizzare le nostre frontiere in Libia, vuol dire consegnarci a personaggi come alla mafia libica”, e questo vuol dire “rendere i nostri governanti ricattabili da signori della guerra, da criminali. Perché sono proprio loro, infatti, che aprono e chiudono i rubinetti dei flussi migratori che controllano le partenze”.
“E quindi l’impegno di Giorgia Meloni sull’immigrazione alla fine si riduce a questo: pagare Almasri e la sua mafia, o chi per lui, e perseguitare le navi delle ONG che nel Mediterraneo salvano vite. Niente di troppo diverso da chi l’ha preceduta, dobbiamo dirlo. Ma rendiamoci conto del paradosso chi salva vite viene perseguito, mentre chi da quelle vite ne ricava danaro, chi fa atti criminali, chi traffica, è invece in accordo con il governo”.
Un paradosso a cui per il giornalista se ne aggiunge un altro, quello delle motivazioni addotte ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in aula in Senato, circa la repentina liberazione del ricercato libico. Dopo aver rimandato a una successiva informativa per spiegare nel dettaglio quanto accaduto, si è limitato a dire che il “cittadino libico”, è stato espulso in fretta e furia in quanto persona soggetto pericoloso. “Liberare una persona molto pericolosa, non è paradossale? Il governo non è stato neanche in grado di prepararsi una risposta credibile. Almasri è stato liberato perché c’è un accordo. Un accordo tra la criminalità organizzata libica che controlla il territorio e il governo italiano”, aggiunge Saviano.
“Ma Giorgia Meloni non doveva perseguire sull’intero globo terracqueo i trafficanti? Non doveva fermare le organizzazioni trafficanti? Tutte bugie, con le organizzazioni dei trafficanti ci si fanno affari e accordi, la questione centrale resta sempre il petrolio e il controllo del flusso dei migranti. Il governo italiano si è dimostrato un alleato della criminalità organizzata libica”.
(da Fanpage)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
MONTE DEI PASCHI DI SIENA (AZIONISTA PRINCIPALE IL GOVERNO) HA FATTO UN’OFFERTA PER MEDIOBANCA, IL TERZO ISTITUTO PIU’ GRANDE DEL PAESE CHE CONTROLLA ANCHE UNA PARTE DI ASSICURAZIONI GENERALI
Nella notte di tra giovedì e venerdì ha iniziato a circolare la notizia che Monte dei
Paschi di Siena, tra le principali banche italiane e che ha il ministero dell’Economia come principale azionista, avrebbe fatto un’offerta di scambio per Mediobanca. Nelle prime ore del mattino è arrivata la conferma: la banca senese ha presentato agli azionisti di quella milanese un’offerta di scambio totalitaria, promettendo 2,3 azioni di Mps per ogni azione di Mediobanca che hanno già.
Le trattative sono partite, anche se Mediobanca ha chiarito che l’offerta non era concordata, e che quindi la considera “ostile”.
Fanpage.it ha intervistato Sandro Sandri, professore ordinario di Finanza aziendale all’Università di Bologna, per provare a chiarire la situazione.
Perché l’operazione tra Monte dei Paschi e Mediobanca fa discutere?
Innanzitutto, perché se ne parla tanto? Certamente perché si tratta dell’ottava banca più grande del Paese (per valore) che cerca di prendere il controllo della terza. Un tentativo che non si era mai visto, tanto più con un’offerta “ostile”, e che potrebbe cambiare gli equilibri del sistema bancario italiano.
Anche se molti associano al nome di Monte dei Paschi un istituto in crisi, dopo anni difficili che hanno richiesto un vero e proprio salvataggio pubblico, oggi la situazione non è più questa: “Lo Stato ci ha messo tanti soldi – motivo per cui Mps è sottoposta ad attento scrutinio delle autorità competenti – e adesso è una banca enorme. Con questo passo hanno deciso di essere attivi e non passivi”, ha detto Sandri.
Se l’acquisizione avvenisse, il nuovo gruppo “diventerebbe di gran lunga il terzo polo bancario del Paese”. L’offerta è quindi un passaggio significativo nel ‘risiko’ delle banche italiane. Un gioco di mosse e contromosse che riguarda molti dei grandi istituti del Paese, e di cui si era già parlato a novembre quando Unicredit presentò un’offerta (anche quella “ostile”) per Bpm.
In quel caso, però, la linea del governo Meloni fu fredda, quando non apertamente critica, evocando addirittura l’utilizzo del golden power con cui l’esecutivo può bloccare le operazioni economiche in settori di interesse nazionale. Al contrario su Mps il governo non ha commentato, ma è evidente che è favorevole all’operazione, dato che è azionista di maggioranza della banca e il consiglio di amministrazione ha approvato all’unanimità l’offerta.
Cosa c’entra il governo Meloni e qual è il suo obiettivo
Sandri ha messo in evidenza l’aspetto più importante per cui l’operazione ha fatto scalpore: “C’è di mezzo lo Stato, che è il maggior azionista della banca senese”. Il ministero dell’Economia e delle Finanze controlla infatti l’11,7% di Mps, più di qualunque altro soggetto singolo.
“Senza mettersi a fare dietrologie sulla linea ‘nazionalista’ o meno di questa decisione, è comunque insolito che un ente a partecipazione statale si muova in modo così deciso”, ha spiegato. Anche perché, se l’operazione andasse in porto, il governo “arriverebbe ad avere un ruolo importante anche in Assicurazioni Generali”.
Infatti Mediobanca a sua volta è azionista al 13% della più grande società assicurativa del Paese: una quota abbastanza grande da influire sulle decisioni di gestione.
C’è chi potrebbe iniziare a parlare di una volontà di “nazionalizzare” le banche o le assicurazioni, ma per Sandri al momento “non è il caso di esagerare”. La quota di azioni in mano al Mef sarebbe “all’incirca del 5%, i calcoli precisi bisognerà farli con l’offerta e le quote definitive”.
In ogni caso il governo resterebbe di fatto “azionista di rilievo di tutto questo nuovo gruppo composto da Monte dei Paschi-Mediobanca-Assicurazioni Generali”.
L’ingresso dello Stato, con questo peso, nel settore creerebbe “un tumulto non da poco” e porterebbe “ripercussioni che è difficile anticipare”. Ma si può dire che “ci sarebbe confusione”. E in un campo delicato come quello finanziario e assicurativo, “un aumento dei disaccordi potrebbe tradursi in instabilità per le imprese”.
I correntisti devono preoccuparsi?
Su questo punto, Sandri è stato molto netto: “No, non c’è motivo di preoccupazione per i correntisti”. Il motivo è che quelle coinvolte “sono tutte banche ricche, non ci sono crisi, qui non si parla di operazioni che portano conseguenze significative per i clienti”. Al contrario, ci sono state “promesse di aumenti di dividendi” e di altri benefici per gli azionisti, “ma il nocciolo non è questo”.
Queste, ha concluso l’economista, “sono operazioni incentrate sulle dinamiche di potere”. Insomma, i clienti di Mps o di Mediobanca possono dormire sonni tranquilli. Per come sta prendendo forma la trattativa, anche se e quando si chiuderà non dovrebbe esserci un grande cambiamento per chi ha un conto
Cosa c’è dietro la trattativa tra Mps e Mediobanca e come andrà a finire
Ci si chiede anche come sia arrivata questa iniziativa, che Sandri parlando a Fanpage ha definito “decisamente audace”. È “impossibile”, ha detto, che il governo Meloni “non sia stato consultato in precedenza”.
In effetti venerdì l’amministratore delegato Mps, Luigi Lovaglio, ha fatto sapere che già a dicembre 2022, dopo un aumento di capitale della banca, aveva incontrato il ministro Giorgetti: “Gli rappresentai tre opzioni strategiche”, ha affermato. La prima era che Monte dei Paschi restasse sola, la seconda una fusione con un’altra banca commerciale, e la terza proprio l’offerta a Mediobanca.
Insomma, quella che è andata in scena sarebbe un’operazione immaginata da anni. E che secondo Sandri non si chiuderà a breve: “Hanno offerto un premio di appena il 5%” rispetto al valore di mercato attuale, “dubito che gli azionisti lo approveranno”. Il Cda di Mediobanca ha confermato che si è trattato di un’offerta “ostile”, che nel settore significa che non era stata concordata in precedenza. In caso di bocciatura, “servirà un’eventuale nuova offerta. Prima che la vicenda si chiuda sarà lunga”. Nel frattempo, i mercati venerdì hanno reagito “malissimo nei confronti di Monte dei Paschi”, un altro aspetto che si dovrà tenere in considerazione
Gli intrecci tra gli azionisti di Mediobanca e Mps
Uno dei punti più complicati da ricostruire in modo chiaro è il gruppo di azionisti che controlla Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca. I nomi importanti sono soprattutto due: Caltagirone e Del Vecchio, che “sono azionisti di tutte e due, cosa che complica gli intrecci”.
Infatti, il gruppo di Francesco Caltagirone ha il 5% delle azioni di Mps e il 7,8% della banca milanese, oltre al 6,92% di Assicurazioni generali. Invece Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio (che guida EssilorLuxottica), controlla il 9,8% di Monte dei Paschi e ben il 19,8% di Mediobanca, oltre al 9,9% di Generali. È chiaro, quindi, che le due famiglie giocano un ruolo centrale nell’operazione che cerca di unire i due istituti di credito.
È una situazione non così rara, nel complesso mercato finanziario italiano. Per complicare il quadro basterebbe aggiungere che la holding Anima, un’azienda del settore del risparmio gestito, controlla circa il 4% di Monte dei Paschi ed è a sua volta per il 20% di Banco Bpm: proprio la banca per cui Unicredit ha fatto un’offerta a novembre. Il punto, insomma, è che quando si parla della trattativa per l’acquisizione di una banca si va a toccare una rete di interessi molto articolati: in questo caso, comunque, resta centrale il ruolo di Caltagirone e Del Vecchio, oltre a quello del governo.
(da Fanpage)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA STESSA GIORGIA MELONI AVREBBE DATO IL VIA LIBERA ALL’OPERAZIONE, IL CUI SUCCESSO È DIFFICILE, VISTO CHE IL MERCATO GIÀ SCONTA DEL 9% L’OFFERTA: LE QUOTE DI “CALTA” E DELFIN A PIAZZETTA CUCCIA VALGONO IL 25%. DOVE SI TROVA L’ALTRO 25%?… O ADERISCE IL TESORO, PRIMO AZIONISTA DI MPS, RISCHIANDO L’INCAZZATURA DELLA COMMISSIONE UE E SFANCULANDO IL PIANO DI PRIVATIZZAZIONI PROMESSO, O SI CONVINCONO GLI ALTRI SOCI MINORI DI MEDIOBANCA, AL MOMENTO SCETTICI
Per avere conferma di come la pensino a Palazzo Chigi sull’offerta a sorpresa del Monte dei Paschi su Mediobanca basta sfogliare le dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza. […] Poi ci sono le indiscrezioni sulle quali è impossibile avere conferme: un contatto telefonico giovedì fra il numero uno di Mps Luigi Lovaglio e Giorgia Meloni, un incontro a quattr’occhi della stessa premier con Francesco Gaetano Caltagirone, suo grande alleato e regista dell’operazione.
Che la scalata di Mediobanca fosse da tempo fra i progetti di Lovaglio è agli atti: lo ipotizzò più di due anni fa al ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Cosa è successo nel frattempo? E perché il governo Meloni oggi sostiene l’operazione? Due almeno le risposte.
La prima, quella più squisitamente politica: la premier e i suoi alleati non avrebbero voluto vendere le quote della banca senese, l’unica ancora partecipata dallo Stato, ma gli impegni presi con l’Unione europea e i vincoli di finanza pubblica lo hanno impedito. E così, mentre con una mano lo Stato cedeva quote – oggi gli resta l’11 per cento – con l’altra cercava imprenditori alleati con cui riconquistare l’istituto per decenni simbolo della finanza rossa.
Seconda risposta: Caltagirone e il suo alleato nella battaglia per il controllo delle Generali – la Delfin della famiglia Del Vecchio – non sono in grado di realizzare in tempi rapidi il ribaltone ai vertici del gigante assicurativo, uno dei principali acquirenti di debito pubblico italiano.
La recente operazione di Generali con il gigante del risparmio francese Natixis è vista poi da Palazzo Chigi e da Fratelli d’Italia come un dito negli occhi agli interessi nazionali. E così, senza pensarci due volte, Meloni ha dato l’assenso alla contromossa, […] senza il coinvolgimento di Giorgetti.
Il successo dell’operazione è difficile da prevedere. In poche ore sul mercato sono passati di mano importanti pacchetti di azioni di quello che una volta era il “salotto buono” della finanza italiana. Racconta un banchiere che chiede di non essere citato: «Gli amici di Nagel (numero uno di Mediobanca, ndr) sono scesi in campo contro il governo».
L’offerta che all’alba valeva un premio del cinque per cento della banca milanese, è diventata a sconto di oltre il nove. Le quote di Caltagirone e Delfin valgono il 25 per cento di Mediobanca. Per raccogliere un altro 25 per cento e vincere la partita, due le strade: o l’adesione del Tesoro all’offerta di Caltagirone e Delfin, oppure il sostegno del mercato.
Racconta un secondo banchiere con buoni uffici a Palazzo Chigi: «Nella prima ipotesi Palazzo Chigi e Tesoro dovrebbero presentarsi di fronte alla Commissione europea per chiedere l’autorizzazione ad un’operazione che smentirebbe quanto fatto in ossequio al piano di privatizzazioni. Difficile per ora immaginare anche il sostegno dei soci stabili minori di Mediobanca, fra cui Unipol, la famiglia Monge, Ennio Doris. Tutti investitori che guardano al vantaggio finanziario dell’operazione».
Dunque, cui prodest? La risposta è in quella che a Palazzo Chigi e al Tesoro sta diventando quasi una fissazione: sostenere la nascita di un terzo polo del credito, alternativo a Intesa Sanpaolo e Unicredit, ormai lontane dalle sirene della politica e in un caso – la banca guidata da Andrea Orcel – mossa da ambizioni paneuropee. Il sostegno a Mps-Mediobanca scrive la parola fine all’ipotesi che nelle intenzioni di Giorgetti e della Lega avrebbe dovuto mandare a nozze la stessa Mps con la milanese Banco Bpm.
L’hanno affossata i dubbi del numero uno Giuseppe Castagna e l’offerta di acquisto da parte di Unicredit. La conseguenza (forse) inintenzionale del sostegno governativo all’operazione Mps-Mediobanca è un regalo a Orcel, che ora ha la strada spianata per la conquista della piccola rivale milanese
Per capire quale sarà il nuovo assetto della finanza italiana dopo tutto ciò, occorrerà attendere almeno maggio e le assemblee dei soci di Unicredit, Generali e Banco Bpm: allora si inizierà a capire se il cambio di strategia del governo a sostegno del terzo polo tricolore avrà avuto successo.
(da La Stampa)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL COMUNE GLIEL’HA CONCESSO NONOSTANTE L’AFFITTO DI 15.500 EURO A SETTIMANA
Beppe Grillo ha ricevuto una proroga di dieci anni per la gestione della spiaggia in cui si
trova la sua villa privata a Bibbona in provincia di Livorno. Grillo affitta la casa a 16.500 euro a settimana.
La delibera datata 19 dicembre, di cui parla oggi Il Giornale, parla della «concessione demaniale n. 14/05 intestata al Sig. Giuseppe Grillo, identificata nel Piano con la sigla CDM – 7, tipologia concessione: arenile privato». E si legge che sarà assegnata per dieci anni. Perché è identificata come «arenile privato» e (…) «in nessun modo può essere ricondotta ad un “attività economica”, avendo come scopo esclusivamente la protezione della duna e della vegetazione dunale».
Sette bagni e 16 posti letto
Insomma, spiega oggi il quotidiano, la villa con sette bagni e 16 posti letto costruita nel 1920 era la Casina di mare dei marchesi Ginori.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
I LAVORATORI CON REDDITI FINO DI 8.500 EURO L’ANNO PERDERANNO CIRCA 100 EURO AL MESE… IL GOVERNO LO SAPEVA DA NOVEMBRE
Per effetto della legge di Bilancio 2025, i lavoratori con redditi da 8.500 euro l’anno perderanno circa cento euro al mese. Il governo ne è consapevole almeno dal 6 novembre.
In quella data, infatti, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato in audizione una serie di simulazioni che confrontavano le buste paga del 2024 – con il vecchio sistema della decontribuzione – e quelle del 2025: ne emergeva una significativa perdita in quella fascia di reddito e non solo. Anche intorno ai 15 mila euro in determinate condizioni – per esempio per i lavoratori impiegati solo per sei mesi all’anno – era evidente lo stesso effetto paradossale.
Una sostanziale conferma dell’allarme lanciato dalla Cgil e dal suo Consorzio Nazionale Caaf in questi giorni. Le soglie critiche sono più di una e, per quanto si parli di casi molto specifici, avranno un impatto significativo sul bilancio di tante famiglie.
Per mesi, invece, il governo ha continuato a descrivere la stabilizzazione degli effetti del precedente taglio del cuneo contributivo come un’operazione che avrebbe alzato gli stipendi di tutti i lavoratori con redditi fino a 40mila euro, senza fare alcun riferimento alle eccezioni. La realtà era un’altra: l’aumento lo vedrà solo chi ha redditi tra i 35mila e i 40mila euro. Per tutti quelli sotto i 35 mila euro, invece, ci saranno quasi sempre perdite di qualche euro al mese, e come detto in alcuni casi più particolari la beffa varrà addirittura fino a 1.200 euro l’anno.
Ricapitoliamo: come è possibile che chi già guadagna poco perda così tanto in busta paga? Il motivo è che la decontribuzione in vigore nel 2023 e 2024, cioè lo sconto di sette punti sui contributi Inps a carico dei lavoratori, aveva per loro prodotto un doppio vantaggio. Il primo dipendeva dal taglio stesso dei contributi; il secondo dal fatto che, grazie a quel taglio, il loro reddito superava la soglia di 8.145 euro che è il minimo per ottenere i 100 euro al mese di trattamento integrativo. Si tratta dell’ex “bonus Renzi” da 80 euro, aumentato appunto a 100 euro dal governo Conte II. In quella fascia si otteneva dunque un beneficio annuo di oltre 1.700 euro.
Un privilegio eccessivo rispetto al risparmio ottenuto dalle altre fasce di reddito, secondo il governo. Che, nel rendere strutturale la riduzione del cuneo che altrimenti sarebbe scaduta a fine 2024, ha deciso di aggiustare la “distorsione” eliminando il vantaggio sproporzionato. E causando così un doppio svantaggio. In quella fascia ora si perdono oltre 500 euro di decontribuzione e i 1.200 euro di “bonus Renzi”, mentre il nuovo bonus previsto dalla manovra ne vale solo 500. Il governo di centrodestra non ha ritenuto di apportare correttivi durante il passaggio parlamentare, che pure non avrebbero richiesto uno sforzo finanziario sostanziale.
Come detto, l’Ufficio parlamentare di bilancio – che è un organo tecnico indipendente – aveva evidenziato penalizzazioni anche per altre ristrette fasce di reddito. Per esempio i lavoratori con redditi poco sotto i 15mila euro e impiegati per sei mesi all’anno. In generale, l’Upb aveva stimato in circa 800mila le persone che otterranno una perdita non trascurabile nel passaggio dalla decontribuzione del 2024 al nuovo cuneo fiscale del 2025.
Tirando le somme, l’operazione del governo Meloni ha centrato’obiettivo di sostituire la decontribuzione, che causava minori entrate all’Inps, con un bonus fiscale, e di renderla strutturale. E ha reso l’intervento più equo perché il nuovo bonus è calcolato in base a tutti i redditi e non solo quelli da lavoro: chi ha uno stipendio basso ma importanti rendite sfora quindi la soglia e non riceve il beneficio. In parallelo però ha condannnato alcune fasce di reddito già di per sé molto basse a perdite importanti.
(da agenzie)
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