Destra di Popolo.net

“RESTIAMO CONTRARI ALLA RIFORMA NORDIO E ALLE CARRIERE SEPARATE. LO SCIOPERO RESTA”: CESARE PARODI, NEOPRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE MAGISTRATI, FISSA I PALETTI: “IL CASO LO VOI? ENNESIMO EPISODIO DI INCOMPRENSIONE. L’ANM SARÀ AL SUO FIANCO”

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL GOVERNO SI SPACCA SUL DIALOGO CON I MAGISTRATI: FORZA ITALIA DIFENDE LA NORMA SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE (LA SUA LEGGE BANDIERA) E SPIEGA ALLA MELONI PERCHE’ E’ SBAGLIATO TRATTARE CON I GIUDICI

Cosa può mettere sul tavolo Giorgia Meloni, per avviare davvero un «sano confronto» col nuovo presidente dell’Anm, come si è augurata ufficialmente la premier poche ore dopo l’elezione di Cesare Parodi a capo dell’associazione dei magistrati?
Sono gli azzurri — e non è un caso — i più inquieti e sospettosi, davanti al possibile riavvicinamento tra Palazzo Chigi e Anm. Riavvicinamento per ora solo declamato, complicato da costruire dopo la sarabanda di polemiche e attacchi degli ultimi mesi. In una settimana peraltro delicata: oggi i pm di Perugia incardineranno in un fascicolo l’esposto trasmesso il 7 febbraio dal Dis contro il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, per il caso Caputi. Sempre nei prossimi giorni il Csm valuterà la richiesta dei membri laici di centrodestra, che chiedono di dichiarare «incompatibile» il magistrato che ha spedito l’avviso di garanzia a Meloni. Il clima è questo
Secondo fonti di primo piano di governo ufficialmente «la riforma della giustizia non cambierà: si va avanti». Però, leggendo tra le righe le ultime dichiarazioni di alcuni meloniani, si nota qualche timida apertura. Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, ieri esaltava la «nuova stagione di dialogo» che potrebbe aprirsi.
Galeazzo Bignami, potente capogruppo dei Fratelli alla Camera, che però ieri si augurava «il ristabilirsi di un clima di confronto costruttivo tra politica e magistratura».
Alla fine deciderà Meloni, naturalmente. Secondo fonti a conoscenza del dossier, la premier, quando incontrerà Parodi, probabilmente già in settimana, potrebbe avanzare questa ipotesi: non toccare il testo della riforma, ma lavorare insieme alla nuova Anm sui suoi provvedimenti applicativi, come quelli che riguardano le modalità di sorteggio del Csm.
Il vicepremier forzista Antonio Tajani non ha alcuna intenzione di cambiare la norma licenziata da Montecitorio meno di un mese fa. Se il Senato la toccasse, l’iter delle quattro letture ripartirebbe da zero. I tempi si allungherebbero. Possono spiegarsi anche così i toni degli azzurri all’indomani dell’elezione di Parodi, diametralmente opposti a quelli dei meloniani. Il capogruppo in Senato, Maurizio Gasparri, ieri parlava di un «esordio pessimo» del magistrato, descrivendo le sue parole come «temerarie ed eversive, un’intimidazione al Parlamento», chiedendo infine alle toghe di indossare «una coccarda rossa».
Sulla stessa linea si muovono altri parlamentari che seguono il dossier giustizia, come l’ex ministro Enrico Costa: «L’Anm? Non sono interessati alle modifiche, ma solo al fallimento della separazione delle carriere. Sono certo che il governo non si farà risucchiare in una finta trattativa dall’esito scontato con mere finalità dilatorie». Anche per l’azzurro Tommaso Calderone «la politica non abboccherà». Trattare, secondo gli azzurri, significherebbe solo perdere tempo.
A conclusione del weekend romano che, a sorpresa, lo ha incoronato presidente dell’Anm, Cesare Parodi è in attesa della convocazione a Palazzo Chigi.
(da agenzie)

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PUR DI SFRUTTARE I CENTRI IN ALBANIA, GIORGIA MELONI TENTA IL COLPO DI SCENA: CAMBIARNE L’USO E AGGIRARE LE TOGHE

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL GOVERNO PREPARA UN DECRETO BIS PER L’ALBANIA: L’OBIETTIVO È TRASFORMARE I DUE CENTRI DI GJADER E SHENGJIN IN CPR, CIOÈ CENTRI PER I RIMPATRI DI IRREGOLARI, PER NON DOVERE PIÙ CHIEDERE LA CONVALIDA DEI TRATTENIMENTI DEI MIGRANTI, ORA AFFIDATA ALLE CORTI D’APPELLO, CHE HANNO SEMPRE RIGETTATO I FERMI… MA IL PROGETTO PONE DIVERSI PROBLEMI GIURIDICI E COMUNQUE BISOGNEREBBE ATTENDERE L’ENTRATA IN VIGORE DELLE NUOVE NORME UE

Il decreto bis sull’Albania è in incubazione. Il governo lo sta davvero valutando, come raccontava ieri il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti, nell’intervista a Repubblica. E per la prima volta l’esecutivo sta considerando di stravolgere il progetto originario, pur di evitare che i centri costruiti sull’altra sponda dell’Adriatico rimangano ancora deserti per mesi
La premier Giorgia Meloni ne ha discusso venerdì pomeriggio col ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e col sottosegretario di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano. L’ipotesi prevalente, secondo fonti a conoscenza del dossier, sarebbe questa: trasformare i due centri albanesi in Cpr, cioè centri per i rimpatri. Non più quindi strutture per ospitare i migranti caricati dai pattugliatori della Marina nelle acque internazionali del Mediterraneo, in attesa che vengano espletate le procedure di frontiera accelerate.
Ma centri pensati per i migranti irregolari già presenti in Italia e che hanno in tasca il decreto di espulsione. In questo modo verrebbero tagliato un passaggio: la convalida dei trattenimenti dei migranti, ora affidata alle Corti d’appello, che però hanno sempre rigettato i fermi, così come avevano fatto all’inizio le sezioni Immigrazione dei tribunali.
I due centri in Albania diventerebbero Cpr tradizionali a tutti gli effetti. Shengjin, che oggi è un hotspot destinato alle procedure d’ingresso e prima accoglienza, e Gjader, dove sono stati tirati su due centri: la struttura grande, per il trattenimento e le procedure di verifica dei requisiti, e un piccolo Cpr, pensato per i migranti con la convalida del trattenimento (mai concessa dai giudici).
Sullo sfondo c’è anche un’altra ipotesi di cui si sarebbe discusso, nel governo. È l’idea lanciata da Matteo Renzi: sfruttare Shengjin e Gjader come penitenziari per i detenuti albanesi oggi in Italia. Ma Meloni non potrebbe più raccontare che il progetto ha un valore di «deterrenza» per i migranti che si mettono in viaggio verso l’Italia.
Di fatto, l’idea del governo è considerare Gjader come se fosse parte della provincia di Roma, foro competente come giurisdizione
A legislazione invariata, però, anche il progetto di trasformare in Cpr il centro per richiedenti asilo di Gjader potrebbe essere di difficile praticabilità. Alcuni giudici che si occupano di immigrazione spiegano che Gjader non è territorio italiano, ma un pezzo di territorio albanese su cui vige la legislazione italiana regolata da un protocollo che è stato ratificato con legge sia dal Parlamento italiano che da quello albanese.
E che non consente che un immigrato già presente su territorio italiano, anche con decreto di espulsione, possa essere portato in Albania per essere rimpatriato. Secondo gli stessi magistrati, per trasformare il centro di Gjader in Cpr bisognerebbe comunque attendere l’entrata in vigore delle nuove norme Ue.
(da La Repubblica)

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MELONI SI RIMANGIA I CENTRI DI ACCOGLIENZA IN ALBANIA E PROVA A TRASFORMARLI IN CPR, TRASFERENDOVI I MIGRANTI ATTUALMENTE NEI CPR ITALIANI PER RIEMPIRLI

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

MA CAMBIEREBBE IL RUOLO DELL’ALBANIA CHE DOVREBBE ACCETTARE LA COMPETENZA SUI CENTRI, ESCLUDENDO I GIUDICI ITALIA,,, L’ENNESIMO CASINO GIURIDICO PUR DI FAR VEDERE AI GONZI CHE NON HANNO BUTTATO I SOLDI NEL CESSO… LE OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO: “MELONI SI SCUSI CON GLI ITALIANI PER AVER SPERPERATO UN MILIARDO DI EURO”

Un decreto legge per i Cpr in Albania. A prescindere dal 25 febbraio, giorno in cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che investirà l’operatività dei centri di Gjader e Shengjn. E che prevede di togliere la giurisdizione italiana sulle strutture. Che è alla base del trattato con Tirana.
Le modifiche all’accordo potrebbero arrivare proprio per decreto. Per escludere la competenza dei magistrati italiani sulla gestione dei rimpatri. E per portare in Albania anche coloro che si trovano oggi negli hotspot e nei centri di accoglienza sul territorio nazionale. Anche se la fattibilità dell’operazione appare molto dubbio.
I giudici e l’Albania
A scrivere del tentativo di togliere ai giudici italiani la competenza sui centri in Albania è oggi il Corriere della Sera. L’idea è che i centri si trasformino in Cpr o in centri di accoglienza. Che, non si esclude, potranno essere gestiti da Tirana e non da Roma. Oggi a Roma è in programma un vertice di governo. Che dovrebbe nei piani dell’esecutivo fornire una soluzione giuridica affidabile dopo le sentenze dei giudici della Corte d’Appello. Il Messaggero spiega che la decisione è maturata venerdì 7 febbraio in una riunione tra il ministro degli Interni Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. La decisione permetterebbe di aggirare il giudizio dei tribunali e il problema dei paesi sicuri. Perché i Cpr possono ospitare anche i richiedenti asilo. L’idea aveva già preso forma in estate. Ma serve una modifica del Trattato Bilaterale con Edi Rama.
Da centro di prima accoglienza e centro di trattenimento in attesa della richiesta di asilo a Centro di permanenza per i rimpatri cambia il Trattato con l’Albania
Attualmente, le due strutture sono un centro di prima accoglienza (a Shengjin, dove arrivano le navi e si fanno i controlli più immediati) e un centro di trattenimento in cui restare in attesa che si completi la procedura di richiesta d’asilo rapida. Diventando Cpr – Centri di permanenza per i rimpatri – invece in Albania verrebbero portate le persone migranti che si trovano in Italia irregolarmente e hanno ricevuto un decreto di espulsione.
Nel nostro Paese ci sono già nove Cpr, e il governo Meloni negli anni si è impegnato più volte ad aumentarli (senza mai farlo) nonostante si tratti di un sistema che non funziona. I Cpr spesso mettono le persone detenute in condizioni durissime, per un tempo incerto e in molti casi senza che abbiano commesso reati.
Tirana e le strutture
E l’Albania dovrebbe prendere la giurisdizione delle strutture, oggi italiana. Ma allo studio c’è anche una norma per impedire ai giudici delle sezioni immigrazioni dei tribunali di andare a giudicare i casi nelle Corti d’Appello. Il governo ha già tolto alle prime la competenza sui trattenimenti. Di qui l’idea di escluderli con un provvedimento ad hoc. Ad anticiparlo è stato il ministro degli Affari Ue Tommaso Foti. «Valuteremo se intervenire prima della sentenza» della Corte di giustizia europea, che potrebbe arrivare non prima di marzo o aprile.
L’opposizione
Intanto l’opposizione va all’attacco. Chiudere «questa pagina vergognosa, scusarsi e devolvere gli 800 milioni di euro destinati ad un centro inumano e inutile a sanità e sicurezza», la richiesta del responsabile politiche migratorie del Pd Pierfrancesco Majorino. A puntare il dito anche Avs e Più Europa. «Si sono ormai cacciati in un pasticcio, per uscirne rinuncino all’avventura albanese e smettano di sperperare i soldi degli italiani», afferma Filiberto Zaratti.
«Non gli sono bastate le pronunce dei tribunali di ogni ordine e grado a dire che è una procedura illegittima? Errare umano, perseverare è meloniano», dice Riccardo Magi nel giorno della sua conferma a segretario di +Europa. Ma il partito di Giorgia Meloni tiene il punto. «Sui centri in Albania andiamo avanti», annuncia la vice capogruppo di FdI alla Camera, Augusta Montaruli. «L’accordo, del resto, è un modello che fa scuola in Europa con gli Stati membri. I quali stanno assumendo la posizione italiana, ad iniziare dalla presidente Ue Ursula von der Leyen».

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INSULTI RAZZISTI VERSO UN GIOCATORE DI 13 ANNI, IL SAINT-VINCENT CHATILLON PRESENTA DENUNCIA: “ORA BASTA”

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

GLI AUTORI SONO STATI ALCUNI GENITORI SUGLI SPALTI… IL VIMINALE PROVVEDA A IDENTIFICARE GLI AUTORI PRIMA CHE QUALCUNO SI FACCIA MALE

«Come società siamo davvero indignati e delusi per le parole razziste arrivate dalle tribune nei confronti del nostro ragazzo». questo lo sfogo sui social della società valdostana Asd Saint-Vincent Chatillon, che denuncia degli insulti razzisti verso un giovanissimo calciatore tredicenne durante la partita di ieri del campionato provinciale under 14 contro il biellese Ponderano, fuori casa e terminata 2-2.
«Sentire parole – prosegue la società – come ‘scimmia di…’ per qualificare un ragazzo di colore di 13 anni da degli adulti oltretutto genitori è davvero qualcosa di incommentabile!! Denunciamo tutto ciò con assoluta fermezza e pretendiamo una giusta e severa punizione. Non possiamo pretendere che i nostri ragazzi condannino il razzismo se noi adulti portiamo questi esempi osceni in un campo da calcio!! Chiediamo un intervento della federazione per condannare tutto ciò e tutelare il nostro ragazzo».
(da agenzie)

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CONTE E IL “BULLISMO ISTITUZIONALE” DI MELONI: “SI SENTONO INTOCCABILI SOLO PERCHE’ SONO AL GOVERNO”

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

“IN VIRTU’ DELLA LORO CULTURA ARROGATE E AUTORITARIA VOGLIONO PRIVILEGI E IMPUNITA'”

Giuseppe Conte contro il governo Meloni. Il leader del Movimento 5 Stelle in un’intervista al Corriere della Sera va all’attacco della premier. E parla di «un bullismo istituzionale mai visto del governo contro i magistrati». L’esecutivo, sostiene l’ex premier, si ritiene al di sopra della legge: «Io ho avuto più di un avviso dalla Procura di Roma e dallo stesso Lo Voi, ma non si mi sono permesso di registrare video scaricando la comunicazione aggressiva di un presidente del Consiglio contro un singolo magistrato. Non mi sembra che il procuratore abbia preteso di essere un intoccabile al di sopra della legge. Qui gli unici a sentirsi intoccabili sono Meloni, Santanchè e tutti i sodali che adesso sono al governo», dice a Monica Guerzoni.
Bullismo istituzionale
Secondo Conte i membri dell’esecutivo si sentono intoccabili «perché, in virtù della loro cultura arrogante e autoritaria e dei voti presi, vogliono privilegi e impunità e continuano la guerra contro la magistratura. Il risultato è una giustizia durissima contro la gente comune, ma piegata al controllo del governo di turno attraverso la riforma della separazione delle carriere. La verità è che Meloni cerca capri espiatori perché non sta governando, è incapace di soddisfare i bisogni di imprese e cittadini e ha provocato l’arresto della crescita».
E anche se il consenso per il governo non cala, «sa come questo governo verrà ricordato dagli imprenditori? Crescita allo zero virgola, crollo da 22 mesi della produzione industriale, imprese lasciate fallire, caro energia e misure come transizione 4.0 sepolte sotto la burocrazia. E sa come verrà ricordato questo governo dalle famiglie? Segno negativo sugli stipendi reali, aumento di bollette e accise, tagli alla rivalutazione delle pensioni, smantellamento di opzione donna. Hanno detto no alle nostre proposte contro il carovita e aumentato gli stipendi dei ministri. Hanno tradito i cittadini»
La Legge di Bilancio
Sulla Legge di Bilancio, dice Conte, «hanno tolto 100 euro a chi ne prende 700 al mese e hanno dato 1,80 euro a chi prende la pensione minima. Grazie ai “Fratelli di banca” gli unici a ridere sono gli istituti di credito, che vedono esplodere le loro quotazioni in Borsa fino al 240% negli ultimi tre anni e utili raddoppiati negli ultimi due anni da 25 a 50 miliardi. Non solo il governo non ha preso un euro dalla tassa sugli extraprofitti, ma attraverso Sace ha coperto coi soldi dello Stato precedenti finanziamenti bancari in sofferenza, con perdite che pagherà lo Stato e profitti che arricchiranno le banche». Su Almasri, sostiene l’ex premier, Meloni dovrà dire se l’Italia è sotto ricatto della Libia: «Il dato accertato è che il governo preferisce violare obblighi internazionali e colpire al cuore l’intero sistema del diritto internazionale imperniato sulla Corte penale dell’Aia».
Lo spionaggio
Sullo spionaggio di giornalisti e attivisti Conte dice che «con loro al governo si sta scatenando una guerra tra le istituzioni, di cui è difficile prevedere le conseguenze. Meloni e i suoi predicavano legge e ordine, adesso sappiamo che la legge devono rispettarla solo i comuni cittadini e, quanto all’ordine e alla sicurezza, abbiamo i soldi buttati in Albania e 300 agenti a guardare i centri vuoti». E sul mandare a casa il governo senza allearsi con il Pd, il leader M5s replica: «Noi siamo in prima fila per costruire un programma con la giustizia uguale per tutti e senza impunità per i politici, per rilanciare la competitività delle imprese, aiutare ceto medio in difficoltà e fasce più deboli e smetterla di fare favori a banche e industria delle armi».
(da agenzie)

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LA FOTO FAKE DEL PORTAVOCE DI ORBAN: ILARIA SALIS IN CARCERE IN MANETTE. HA PARLATO IL PROTETTORE DEI RADUNI NAZISTI, NONCHE’ SERVO DI PUTIN

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

ILARIA REPLICA: “BUDAPEST DEMOCRAZIA ILLIBERALE, PER LORO NON DOVREI PARLARE”

Un paio di manette legate ai polsi, le mani sulle sbarre, una tuta arancione da carcerata e il volto di Ilaria Salis. È l’ultimo fotomontaggio postato su X da Zoltan Kovacs, il portavoce di Viktor Orbán, l’ultimo attacco del governo magiaro alla militante antifascista italiana, ora europarlmentare di Avs accusata dall’Ungheria di aver partecipato due anni fa al pestaggio di tre neonazisti durante il Giorno dell’Onore che a Budapest, l’11 febbraio, riunisce nostalgici delle SS da tutta Europa.
“Dovresti essere qui, non in una televisione”, ha scritto Kovacs sotto l’immagine tarocca, mentre Salis era in onda sul Nove nella trasmissione Che tempo che fa, intervistata da Fabio Fazio per l’uscita, proprio l’11 febbraio, due anni dopo il suo arresto, del libro Vipera (edito da Feltrinelli) che racconta il fermo, la lunga carcerazione, il processo fino alla riconquistata (e chissà se provvisoria) libertà con la candidatura europea.
“Tale signore, in preda a un’evidente frustrazione, si esprime in questi termini nei confronti di una cittadina italiana ed europea, di una deputata del Parlamento europeo”, replica a stretto giro Salis dopo aver visto il fotomontaggio. “In un vero Stato di diritto – sostiene – nessuno può essere dichiarato colpevole prima di un verdetto della magistratura. Ma in Ungheria, come ampiamente dimostrato, questo principio elementare appare del tutto estraneo al governo. C’è però qualcosa di ancora più inquietante: nella democrazia illiberale di Orban, gli oppositori politici non devono avere diritto di parola. Secondo il signor Kovacs, infatti, io non dovrei poter parlare in televisione ma stare in prigione”, commenta Salis. “La stessa in cui ho passato 15 mesi in via cautelare. Rinchiusa e trattata come un animale. Gli oppositori politici devono essere ridotti al silenzio, con la forza o, quando non è possibile esercitarla, con la minaccia”, aggiunge.
Al Parlamento europeo il governo ungherese ha chiesto, a ottobre scorso, la revoca dell’immunità parlamentare di Salis. Sarà l’assemblea a decidere. E un voto contro l’antifascista appare probabile. Michele Barcaiuolo, capogruppo di Fdi in Commissione Affari esteri e Difesa al Senato, dice ad esempio: “Ci auguriamo che non si ceda alla narrazione di chi, dopo aver partecipato a scontri violenti, cerca di passare per vittima. Fratelli d’italia continuerà a denunciare ogni tentativo di riscrivere la storia a uso e consumo della propaganda politica della sinistra”.
Salis resterebbe deputata ma il suo processo nel tribunale di Budapest, dove veniva condotta legata mani e piedi e trasportata con un guinzaglio, dovrebbe a quel punto riprendere. Salis rischia una condanna fino a 24 anni di carcere. Chiede che il processo possa svolgersi in modo giusto ed equo, senza condizionamenti politici il cui timore è rafforzato dalle uscite del governo ungherese. E chiede di non venir rimandata a Budapest.
Uno spiraglio, per gli antifascisti indagati a livello europeo per i violenti blitz anti-nazi in Ungheria, è arrivato dalla decisione dell’Alta corte tedesca su un’altra militante accusata degli stessi reati di Salis, fermata e trasferita nella notte dalla Germania all’Ungheria nel giugno scorso, pochi minuti prima che la Corte costituzionale federale pronunciasse il suo divieto temporaneo all’estradizione.
I giudici dell’Alta corte hanno scritto che l’estradizione di Maja T. non era fondata giuridicamente. E che quindi Maja non dovesse essere consegnata agli ungheresi. Così come aveva deciso la quinta Corte d’Appello di Milano negando l’estradizione di Gabriele Marchesi, altro italiano accusato dei pestaggi nel Giorno dell’Onore. E come potrebbe orientarsi anche la magistratura francese che sta attendendo dall’Ungheria rassicurazioni e garanzie sul trattamento dei detenuti, criticato dai prigionieri e da relazioni di associazioni e organizzazioni dei diritti umani, prima di decidere sull’estradizione di Rexhino Abazaj, detto Gino, un ragazzo albanese cresciuto in Italia senza cittadinanza e arrestato a Parigi, pure lui accusato di aver preso parte agli scontri tra antifascisti e neofascisti durante le manifestazioni del 2023 in Ungheria. Anche in questo caso i suoi avvocati chiedono sia processato in Francia e sconti lì l’eventuale pena. Lo stesso trattamento che reclamano dei cittadini tedeschi che erano ricercati e si sono spontaneamente consegnati in Germania.
(da agenzie)

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SUPER BOWL 2025, IL TRIONFO DEGLI EAGLES CONTRO CHIEFS: E TRUMP INCAZZATO LASCIA LO STADIO IN ANTICIPO

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

PHILADELPHIA VINCE CONTRO TUTTI I PRONOSTOCI, TRUMP TIFAVA PER GLI AVVERSARI KANSAS… LA PROTESTA PER SUDAN E PALESTINA

Gli Eagles che battono i Chiefs, Donald Trump che abbandona lo stadio in anticipo e la protesta pro-Sudan e Palestina. Mentre Kendrick Lamar consacra la vittoria ai Grammy con lo show nell’half time.
Il Super Bowl 2025 si carica di significati politici, visto che gli Eagles di Jalen Hurts nel 2018 avevano bucato l’invito alla Casa Bianca dopo le polemiche sui giocatori che si inginocchiavano all’inno nazionale per il Black Lives Matter. Allo stadio c’era anche Jill Biden. Il pre-game ha visto l’interpretazione jazz di The Star Spangled Banner del premio Oscar e Grammy Jon Batiste e l’inno black Lift Every Voice and Sing della premio Grammy Ledise.
La partita
I Philadelphia Eagles hanno vinto contro tutti i pronostici. Anche perché i Kansas City Chiefs avevano vinto le ultime due edizioni. Il risultato finale è stato di 40 a 22, dopo un primo tempo chiuso sul 24 a 0. Trump si era schierato apertamente per i Chiefs, snobbando Philadelphia. Tra i protagonisti il quarterback afroamericano Jalen Hurts e il coach, Nick Serianni. La difesa degli Eagles ha annichilito la star amata da Trump, il quarterback dei Chiefs Patrick Mahomes.
I Chiefs erano a caccia del terzo successo consecutivo e Mahomes inseguiva un record personale: il quarto trofeo vinto a meno di 30 anni. Gli Eagles sono alla seconda vittoria nel Super Bowl, dopo il primo trofeo conquistato nel 2018 battendo i Patriots 41 a 33. Per la squadra di Philadelphia è una rivincita dopo che i Chiefs li avevano sconfitti nel 2023 per 38 a 35.
Le proteste
Nel momento centrale dell’half time di Kendrick Lamar un manifestante ha srotolato una bandiera combinata della Palestina e del Sudan. Proprio mentre il rapper e tutto lo stadio cantavano il ritornello “It’s probably A-minooooor”. La NFL in un comunicato ha detto che il manifestante faceva parte del gruppo di 400 ballerini presenti sul palco. «Aveva nascosto la bandiera e l’ha mostrata solo verso la fine dello spettacolo. Nessuno coinvolto nella produzione era a conoscenza dell’intento dell’individuo», ha detto la lega del football.
Tra i ballerini vestiti di rosso, bianco, blu e nero, il manifestante si puà vedere in piedi sul cofano dell’elemento centrale del palco, una Buick Grand National GNX, l’auto rara che Lamar ha scelto come titolo per il suo ultimo album. Le immagini dal vivo e clip sui social mostrano la persona in tuta nera con le parole “Sudan” e “Gaza” scritte sulla parte bianca della bandiera, accanto a un cuore e a un pugno alzato in segno di solidarietà.
L’half time e il pre-game
Nel pre-game Batiste, che è nato a New Orleans, ha cantato Star Spangled Banner infondendo colori jazz al trionfalismo dell’inno nazionale. Il presidente Trump ha fatto il saluto militare. Ledisi, anche lei afro-americana di New Orleans, ha interpretato l’inno black Lift Every Voice and Sing, più volte contestato da politici repubblicani. Con Taylor Swift sono saliti Bowl la rapper Ice Spice, Keleigh Teller e le sorelle Haim. Swift è stata fischiata all’arrivo al SuperDome. Lamar ha scelto di intrepretare il controverso track che accusa il rivale Drake di pedofilia. Nell’half time un personaggio vestito da Zio Sam nei colori della bandiera a stelle e strisce ha invitato il rapper a controllare il suo show: «Troppo ghetto».
(da agenzie)

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SANTANCHE’, LA MAGGIORANZA IN FUGA, TUTTI ZITTI SULLA SFIDUCIA ALLA CAMERA

Febbraio 10th, 2025 Riccardo Fucile

OGGI IN AULA IL DIBATTITO SULLA MOZIONE DEL M5S

Oggi la ministra sarà in aula, alla Camera, ma non dovrebbe parlare. Soprattutto, non diranno una parola i suoi, i deputati di Fratelli d’Italia. Proprio come gli eletti di Lega e Forza Italia. Sarà il silenzio tattico e un po’ scocciato della maggioranza, a caratterizzare l’inizio della discussione sulla mozione di sfiducia dei Cinque Stelle per Daniela Santanchè. Protagonista di una vicenda che imbarazza la destra tutta, al punto che, come anticipato dal Fatto giorni fa, i partiti di governo non ci metteranno la faccia.
Questo pomeriggio a Montecitorio nessuno interverrà per difenderla. “Avevamo fatto così anche per la precedente mozione di sfiducia, quella dell’aprile dell’anno scorso” ha ricordato ieri una fonte di FdI all’AdnKronos. Scelta che ha anche l’obiettivo di provare a tenere bassa la vicenda, comprimendo il dibattito di oggi in un’ora e mezza, e poi appuntamento rinviato al voto sulla mozione: atteso per giovedì, anche se la maggioranza vorrebbe rinviarlo più avanti. Possibilmente, addirittura ai primi di marzo. A conferma dei rossori diffusi. Anche se lei, la ministra del Turismo, continua a ostentare serenità. Ieri ha visitato la Borsa internazionale del turismo, alla Fiera di Milano-Rho. “Non sono assolutamente preoccupata, assolutamente. Come vedete sto lavorando tranquillamente” ha risposto, quando le hanno chiesto se avesse timori per l’udienza del 20 marzo a Milano, nel procedimento in cui è accusata di truffa aggravata. È la sua linea, anche di fronte al rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali.
Per la veterana di FdI, le vicende giudiziarie non sono ragione sufficiente per dimettersi. Santanchè resisterà, ancora. Tanto che oggi sarà a Montecitorio. Vuole dimostrare anche visivamente che tirerà dritto. nonostante gli attacchi delle opposizioni, che si sono raggrumate attorno alla mozione del M5S, ieri sottoscritta anche dal Pd e da Avs. Dem e rossoverdi avrebbero preferito un documento unitario, come hanno spiegato ai 5Stelle. Ma dopo giorni di trattative hanno scelto di unirsi anche formalmente all’iniziativa del Movimento. Meglio dare una sensazione di compattezza, in un momento di affanno per il governo, tra la vicenda Almasri e l’esplodere del caso dei giornalisti e attivisti spiati con il sistema Paragon. Non è un caso che ieri Palazzo Chigi su vari quotidiani abbia diffuso segnali di tregua verso i magistrati, pure oggetto di una martellante campagna mediatica della maggioranza nonché di una riforma che è uno schiaffo per la categoria, come quella della separazione delle carriere.
L’esecutivo sente qualche cigolio, anche per le schegge delle chat interne a FdI, raccontate nel libro Fratelli di chat, appena uscito per Paper First. Così ieri è trapelato che Meloni è pronta a incontrare il nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Renzo Parodi, perché c’è “volontà di dialogo”. Prima però ci sarà l’ennesima puntata della saga Santanchè, all’insegna dei molti silenzi. Il capogruppo dei Cinque Stelle Riccardo Ricciardi commenta così con il Fatto: “Non sanno letteralmente cosa dire, ma ciò che è più grave a è che non stanno facendo quanto necessario, cioè far dimettere Santanchè. La maggioranza è in evidente confusione”. Un buon motivo per tacere, forse.
(da ilfattoquotidiano.it)

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LE DUE VITE DI ALFREDO MANTOVANO: DA GIUDICE FACEVA ARRESTARE I TORTURATORI LIBICI, CON ALMASRI, LE COSE, INVECE, SONO ANDATE DIVERSAMENTE

Febbraio 9th, 2025 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO, NEL 2017, DA PRESIDENTE DELLA CORTE D’APPELLO DI ROMA, AVEVA CONFERMATO L’ARRESTO DI UN EX LUOGOTENENTE DELL’ESERCITO ED EX CAPO DELL’AGENZIA DI SICUREZZA INTERNA IN LIBIA, ACCUSATO DI CRIMINI EFFERATISSIMI COME LA TORTURA DEI PRIGIONIERI POLITICI… OGGI, CON IL CASO ALMASRI, MANTOVANO, CHE SI OCCUPA DI SERVIZI SEGRETI, E’ FINITO INDAGATO. PERCHÉ IL RAS DEL CENTRO DI DETENZIONE DI MITIGA È STATO RISPEDITO IN LIBIA CON UN VOLO DI STATO

«Per questi motivi la Corte ordina che Mohamed Khaled Al-Tulhami, nato nel 1942 in Libia, sia sottoposto alla misura della custodia in carcere». Era il 17 novembre del 2017. Alfredo Mantovano, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ricopriva il ruolo di presidente della Corte d’Appello di Roma. E in quella veste ha firmato l’arresto di un ex luogotenente dell’esercito ed ex capo dell’Agenzia di sicurezza interna in Libia, accusato di crimini efferatissimi come la tortura dei prigionieri politici.
Oggi col caso Almasri sembra di assistere a un déjà-vu. Dal finale capovolto. La vicenda è nota. Lo scorso 19 gennaio il generale libico Almasri è stato arrestato a Torino su mandato della Corte dell’Aia. Due giorni dopo la Corte d’Appello di Roma non ha convalidato l’arresto a causa di un cavillo giuridico che il ministro della Giustizia Carlo Nordio, avvisato sin da subito dell’arresto, poteva sanare
Il vizio di forma però è rimasto e Almasri è stato rimpatriato su un volo di stato, gestito dai servizi segreti. Per questa faccenda il guardasigilli, insieme alla premier Giorgia Meloni, al ministro Matteo Piantedosi e allo stesso Mantovano, è indagato dalla procura capitolina guidata da Francesco Lo Voi, attualmente “inviso” al governo e all’intelligence nostrana.
2017-2025. Due faccende analoghe, due decisioni opposte. Otto anni fa, l’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, trasmetteva «al procuratore generale della Corte d’appello di Roma – si legge negli atti giudiziari – la richiesta della Corte penale internazionale de L’Aia tesa a ottenere l’arresto» di Mohamed Khaled Al-Tulhami, su cui dal 2013 pendeva un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità.
Il militare «ha avuto il ruolo di eseguire gli ordini di Gheddafi tesi ad arrestare, detenere, effettuare incursioni, sorvegliare, indagare, vigilare, torturare prigionieri politici», riportano le carte. Così la Corte d’Appello presieduta da Alfredo Mantovano ha ordinato l’arresto dell’ex luogotenente libico, morto nel 2021.
Anche oggi, per Almasri, doveva andare così. Sarebbe bastato che il ministero della Giustizia chiedesse alla Corte d’Appello di Roma, tramite il procuratore generale, di convalidare l’arresto e disporre la custodia cautelare in carcere in vista dell’estradizione.
Ma tant’è, e gli interrogativi non possono che essere molteplici. Come mai il ministro Nordio non ha sanato il vizio di forma con cui la Corte d’Appello ha scarcerato Almasri? Perché il guardasigilli non ha mai risposto alla procura che aveva inviato a via Arenula il fascicolo ventiquattro ore prima della liberazione del torturatore? E ancora, perché dal Viminale è poi arrivato l’ordine di espulsione? Perché Almasri è stato rispedito in Libia con un Falcon 900?
(da editorialedomani.it)

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