Febbraio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
TRA LEADER AMICI AL POTERE COME GIORGIA MELONI, ALTRI ASPIRANTI PREMIER RAZZISTI CHE LUI APPOGGIA, MISTER X STA ALLUNGANDO I SUOI TENTACOLI IN EUROPA
Nel 2021, Elon Musk twittava: «Preferisco stare fuori dalla politica». Ieri invece, dopo il sospetto saluto nazista, con il lancio di Mega (Make Europe Great Again) il padrone di Tesla ha ufficializzato quanto evidente da tempo: diventare il “Rasputin” di una internazionale nera e populista in Europa, mediante un patto faustiano con l’estrema destra, spesso filo-putiniana. Quello che non era riuscito a Steve Bannon, troppo periferico rispetto all’uomo più ricco del mondo.
Tra leader amici al potere come Giorgia Meloni, altri aspiranti premier, populisti anti-migranti, reazionari o razzisti che Musk ritwitta volentieri e politici vicini al presidente americano Donald Trump, la galassia “Mega” sta allungando i suoi tentacoli in Europa. L’Ue è oramai nel mirino dell’ondata di estrema destra fomentata dallo tsunami Musk. E l’8 febbraio si riuniranno a Madrid la francese Le Pen, Salvini per l’Italia, il premier ungherese Orbán, gli austriaci del Fpö, i padroni di casa di Vox e molti altri leader del culto ultra-populista. Tema del summit? “Mega”, guarda caso.
Gli alleati di Musk al potere
Il tycoon sudafricano rispetta molto l’amica Meloni, uno dei pochi leader presenti all’inaugurazione di Trump lo scorso 20 gennaio. Per Musk e “The Donald” la premier italiana rappresenta un asset straordinario: un pesante interlocutore oltreoceano, ma anche una potenziale leva per spezzare l’Unione europea. Un po’ come un altro amico di Trump, Viktor Orbán e il premier slovacco Robert Fico. Ma per il sacro Mega, Musk vanta un’altra pedina nelle stanze del potere: Geert Wilders, a capo del Partito della Libertà nel governo olandese con Schoof premier. Non a caso, qualche settimana fa ha ritwittato proprio il politico xenofobo e islamofobo, che criticava il calo delle nascite. Per Musk, «così l’Olanda morirà».
Il caso Germania e Austria
Musk da mesi sta facendo campagna per il partito di estrema destra Alternative Für Deutschland, da lui quotidianamente definito «l’unica speranza per la Germania». Si vota a fine mese, e il capo di SpaceX e Starlink fa l’impossibile per “normalizzare” un movimento accusato di neonazismo e al secondo posto nei sondaggi, con tanto di interviste e lodi pubbliche alla leader Alice Weidel. Conquistare la Germania sarebbe un risultato capitale nel risiko europeo di Musk. In Austria, invece, non ci sono stati endorsement ufficiali per gli estremisti xenofobi del partito Fpö. Ma Musk ha riabilitato e benedetto Martin Sellner, leader suprematista del Movimento Identitario.
Il brexiter Farage
Musk attacca da mesi il primo ministro britannico laburista Keir Starmer, dopo il pugno di ferro di quest’ultimo contro le rivolte razziste e la caccia allo straniero scatenate dalla strage di bambine di Southport la scorsa estate. L’imprenditore ha glorificato persino Tommy Robinson, criminale inglese di estrema destra, a scapito del brexiter Nigel Farage, che pure sta volando nei sondaggi del Regno. Di recente, Musk ha improvvisamente attaccato Farage, grande amico di Trump, proprio per la sua opposizione a Robinson, uno troppo estremista persino per il leader di Reform Uk. Ma potrebbe comunque donare decine di milioni di sterline a Farage per sconvolgere la politica britannica.
L’enigma Francia
Musk sinora non ha “endorsato” direttamente Marine Le Pen. Ma, come fatto con Starmer e il tedesco Scholz, ha attaccato e offeso il presidente Macron. Ma attenzione a Éric Zemmour, uno ancora più radicale della leader di Rassemblement national e che ha presenziato pure lui all’inaugurazione di Trump, così come Santiago Abascal di Vox in Spagna, André Ventura dei populisti portoghesi di Chega e Tom Van Grieken, leader dello xenofobo “Interesse Fiammingo” in Belgio.
La cortina nera dell’Est
Il governo polacco di Tusk ha imposto il boicottaggio di Tesla dopo lo “scurdammc o passat” dell’imprenditore sudafricano sul nazismo, durante il suo recente intervento da remoto a un comizio di Afd. Ma Musk ha vari compari tra i connazionali del premier, vedi il suo precedessore Mateusz Morawiecki, pure lui presente il 20 con Trump, e Dominik Tarczynski, parlamentare europeo del partito oscurantista di destra Diritto e Giustizia, che su X ha esaltato “Mega” insieme all’affine collega greco Fidias Panayiotou. Oltre al trumpismo di Fico e Orbán, nell’est Musk ha appoggiato anche il candidato presidenziale filo-putiniano Calin Georgescu dopo l’annullamento del primo turno delle elezioni in Romania a dicembre proprio per interferenze russe. «Giudici dittatori!», tuonò Elon.
(da La Repubblica)
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Febbraio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
AAA CERCASI DISPERATAMENTE MAGISTRATI SOVRANISTI E UN POCHINO RAZZISTI DISPOSTI A VIOLARE LE LEGGI
Prima ha tolto loro la competenza. Ora che, per carenze di organico, se li sono ritrovati in
Appello, il governo vuole proprio inibirli. L’obiettivo è chiaro: evitare che gli stessi giudici delle sezioni specializzate sull’Immigrazione possano essere trasferiti e quindi decidere anche in Corte di Appello sul trattenimento dei migranti. Stessi giudici, sentenze fotocopia, è il mantra del governo dopo la sentenza di venerdì che ha respinto il trattenimento di altri 43 migranti portati nel centro di Gjader, in Albania. Insomma, provarle tutte per tenere in piedi il traballante protocollo con Tirana.
Così, dopo l’emendamento al decreto Flussi che ha spostato la competenza dalle sezioni specializzate sull’Immigrazione alle Corti di Appello, ora i vertici dell’esecutivo stanno lavorando a una norma ulteriore: un provvedimento, anticipato ieri da Repubblica, che impedisca ai giudici delle sezioni sull’immigrazione di decidere anche in Corte d’Appello. Della norma si sta occupando Palazzo Chigi con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che non ha coinvolto i ministeri di Giustizia e Interno.
Per capire la questione è necessario fare un passo indietro. Dopo le molteplici pronunce delle sezioni dei Tribunali specializzate sull’immigrazione, che nei mesi scorsi non hanno convalidato il trattenimento dei migranti nei centri in Albania, a gennaio il governo ha presentato un emendamento al decreto Flussi per spostare la competenza in capo alle Corti d’Appello. Il motivo era semplice: l’esecutivo accusava i giudici di quelle sezioni di essere “politicizzati”.
Problema: lo spostamento, da un giorno all’altro della competenza non è andata di pari passo con l’aumento del personale nelle Corti d’Appello. Che già oggi sono carenti di magistrati. Figurarsi se devono anche decidere sui singoli ricorsi dei migranti sbarcati in Italia e trattenuti nei Cpr in Albania. Così, per applicare la nuova norma, alcuni degli stessi giudici sono stati spostati in Corte d’Appello. La prima sentenza arrivata venerdì ha prodotto lo stesso risultato dei mesi precedenti: respinto il trattenimento dei migranti.
Così adesso i vertici del governo e di Fratelli d’Italia pensano a una norma per evitare esplicitamente che i giudici delle sezioni immigrazione possano essere spostati e decidere anche in Corte d’Appello. Un provvedimento, si capisce, non facile da scrivere perché si presterebbe facilmente a questioni di incostituzionalità o in grado di mandare all’aria i Tribunali di tutta Italia. Per questo è stata affidata all’ex magistrato Mantovano, in raccordo con i capigruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami e Lucio Malan.
Una soluzione ancora non c’è ma ci sono tre ipotesi sul tavolo. Le prime due, seppur in senso contrario, si rifanno al parametro dell’anzianità, di età o di servizio. Nel primo caso, la norma sarebbe scritta in modo che sopra una certa età i giudici delle sezioni specializzate non possano essere trasferiti in Appello.
Nel secondo, invece, si darebbe la possibilità anche alle toghe al primo incarico di poter decidere in Appello, superando quindi il problema della carenza di organico. Due soluzioni più semplici da scrivere perché basate sul parametro oggettivo dell’anzianità, ma che potrebbero anche non essere efficaci: non è detto che solo in base all’età il governo riesca a eludere che gli stessi giudici di primo grado decidano anche nel secondo.
L’altra ipotesi, ma molto più complicata, è quella secondo cui chi si è già pronunciato in primo grado sulla stessa materia non possa farlo in Appello. Una norma che valga per tutti i giudici tout court è impensabile perchè manderebbe in tilt i tribunali di tutta Italia.
Il nuovo provvedimento dovrebbe riguardare solo la materia dell’immigrazione, ma in questo caso si presterebbe a facili ricorsi: perché scrivere una norma del genere solo per le decisioni sui reati legati all’immigrazione e non, per esempio, a quelli sulla corruzione?
Queste sono le ipotesi del nuovo provvedimento. Anche sul metodo non c’è un’idea chiara: il governo potrebbe decidere di fare un decreto ad hoc o un emendamento parlamentare a un decreto in via di conversione in Parlamento. Con la seconda opzione, la maggioranza potrebbe provare a eludere più facilmente il controllo del Quirinale. I tempi, invece, non dovrebbero essere immediati: in settimana ci sarà una prima riunione sul provvedimento.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LA GERMANIA SI RIBELLA AGLI INCIUCI TRA CDU E NEONAZISTI
A un anno di distanza, i tedeschi sono tornati in piazza contro l’estrema destra. Dodici mesi fa, milioni di indignati sfilarono per settimane in diverse città della Germania per protestare contro la notizia che l’Afd avesse organizzato riunioni con i neonazisti e gli identitari per organizzare la “remigrazione”.
Nel frattempo, l’ultradestra ha assorbito tranquillamente nei suoi programmi elettorali quel termine che ricorda tempi bui. E da qualche giorno, grazie al tifo di Elon Musk ma soprattutto grazie alla Cdu/Csu che ha incenerito il cordone sanitario che la teneva fuori dai giochi politici, l’Afd sta tentando l’assalto al potere.
Uno scenario inimmaginabile, fino a poche settimane fa. Così, un enorme corteo ha riempito ieri le strade del centro di Berlino fin sotto la Porta di Brandeburgo (160 mila persone secondo la polizia, 250 mila secondo gli organizzatori) per opporsi all’avvento dell’Afd e a una collaborazione della Cdu/Csu, il partito fondato da Adenauer sulle ceneri del nazismo.
Il titolo della manifestazione era “La rivolta delle persone perbene”. E gli striscioni principali recitavano “il cordone sanitario siamo noi: niente collaborazioni con l’Afd!”. Un riferimento storico al famoso “il popolo siamo noi” dei manifestanti dell’autunno del 1989 contro il regime della Ddr. Ma tra la folla che cantava “Bella ciao” e gridava “Fuck Afd”, si intravedevano cartelli “Fritz, ascolta la mamma”: un invito al leader della Cdu, Friedrich, “Fritz”, Merz ad ascoltare Angela Merkel.
L’ex cancelliera si è fatta sentire eccezionalmente nei giorni scorsi per far sapere che la decisione della Cdu/Csu di accettare i voti dell’Afd sul pacchetto anti-migranti è stato “un errore”. Ma la poltrona del favorito alla cancelleria Merz già balla. Prima delle elezioni del 23 febbraio non succederà nulla, sostengono due fonti qualificate della Cdu. Ma se il partito scenderà pericolosamente sotto il 30%, il redde rationem già in corso tra l’ala cristiano-merkeliana capitanata dal popolarissimo governatore del Nordreno-Westfalia, Hendrik Wuest, e l’ala destra guidata da Merz, si potrebbe risolvere a favore del primo. Oggi, al congresso della Cdu, Merz cercherà di tornare al tema che aveva scelto per la campagna elettorale: la crisi economica della Germania. Ma sarà difficile cancellare la Caporetto dei giorni scorsi, se i sondaggi e soprattutto le elezioni andranno male.
Sul palco degli organizzatori, ieri, c’era anche la chiesa tedesca. Nei giorni scorsi, sia i cattolici sia i protestanti avevano criticato aspramente Merz. L’ex capo della Chiesa evangelica, Heinrich Bedford-Strohm, si è rivolto all’enorme folla berlinese sottolineando che «la democrazia non è solo un processo elettorale, bensì una visione, e al centro c’è la dignità umana. Mi vergogno – ha aggiunto – che i migranti arrivati qui non si sentano più a loro agio». E al microfono è anche andato un brillante e ascoltatissimo opinionista come Michel Friedman, figura di spicco della comunità ebraica tedesca. Nei giorni scorsi aveva annunciato di aver stracciato la tessera della Cdu, dopo 40 anni di militanza. Ieri Friedman ha puntato il dito contro «il partito dell’odio» Afd, e ha ricordato «la promessa di ricostruire questo Paese sul principio che la dignità dell’uomo è intoccabile». È tempo, ha concluso, «di smetterla di reagire: dobbiamo agire».
Peraltro, stando ai sondaggi, la debacle di Merz si riflette anche nei numeri. Secondo un’indagine Insa post dà la Cdu ferma al 30%, mentre Afd ha guadagnato un punto, è al 22. Persino la l’Spd, finora priva di slanci e di temi elettorali coinvolgenti, ha guadagnato un punto: è al 17. E Merz ha certamente regalato un formidabile argomento elettorale ai socialdemocratici, con il suo cedimento all’ultradestra. In un altro sondaggio di YouGov, precedente alle giornate calde al Bundestag ma che assorbe chiaramente gli umori dei ripetuti sdoganamenti di Elon Musk e le prime dichiarazioni di Merz su un possibile voto congiunto, l’Afd è addirittura data in crescita di quattro punti in una sola settimana, al 23%, la Cdu al 29%. Cifre che sembrano confermare il vecchio adagio della scienza politica. Nel dubbio, quando i centristi si affannano a rincorrere la destra, gli elettori votano l’originale.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
NEL COMUNICATO DI FDI CONFERMANO CHE E’ VERO, MA ALLORA NON ERA MEGLIO STARE ZITTI?
Non si placa la polemica sui decreti attuativi che avrebbero dovuto risolvere il problema
delle liste di attesa nel Servizio sanitario, la mancanza dei decreti – solo uno è stato approvato su sei – denunciata dalla Fondazione Gimbe ha provocato la violentissima reazione del senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità e Lavoro di palazzo Madama accusando direttamente il presidente dell’ente Nino Cartabellotta: “Ormai mentire sul nostro Sistema sanitario nazionale è quasi diventato uno sport amatoriale” l’incipit di una lunga nota che terminava così: “La salute è un bene assoluto e il primo dei diritti inalienabili, basta con le fake news e le strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi”.
“La verità è incontrovertibile. La malizia la può attaccare, l’ignoranza la può deridere, ma alla fine la verità è ancora lì” (W. Churchill). A 6 mesi dalla conversione in legge del Dl liste di attesa questa è la verità. Il resto sono chiacchiere” replica Cartabellotta.
Conte: “Ammettono che è stato approvato un solo decreto”
Un attacco frontale che ha innescato la reazione delle opposizioni e il richiamo al governo Meloni di occuparsi di un problema che aveva promesso di risolvere in tempi brevi. “Dopo mesi e mesi il Governo è riuscito a portare a casa solo 1 decreto su 6 contro le liste di attesa in Sanità e invece di rimboccarsi le maniche Fratelli d’Italia che fa? Attacca con la bava alla bocca la Fondazione Gimbe e Nino Cartabellotta che hanno sottolineato, con l’onestà e l’autorevolezza che li contraddistingue, questo ritardo. A loro va tutta la nostra solidarietà – dice il leader del M5S Giuseppe Conte sui social – Se la prendono con le ‘fake news’ di ‘comunisti e loro cavalier serventi, contro le Regioni (la stragrande maggioranza governate dal centrodestra!). Un altro complotto? La cosa comica (ma anche squallida) è che nello stesso comunicato in cui attacca tutti, Fratelli d’Italia ammette che è stato approvato solo un decreto. I complotti immaginari, come le bugie, hanno le gambe corte e servono solo a coprire i disastri di Meloni e soci: dall’assenza di provvedimenti concreti contro le liste di attesa ai 100 euro tolti in busta paga il responsabile possono trovarlo tranquillamente guardandosi allo specchio”.
Schlein: “Bullismo politico non accettabile”
Anche la segreteria del Pd, Elly Schlein, interviene: “Fratelli d’Italia e il governo Meloni stanno cinicamente smantellando la sanità pubblica per favorire gli amici del privato. I loro tagli costringono quasi 5 milioni di italiani a rinunciare alle cure, gli altri a spendere 40 miliardi di tasca propria. In questo disastro si permettono anche di attaccare chi, come la Fondazione Gimbe e il suo presidente Cartabellotta, è impegnato da anni e di fronte a governi di qualsiasi colore a difendere il servizio sanitario nazionale. Giorgia Meloni si concentri sulla tutela della sanità pubblica e tenga a bada i suoi, perché questo bullismo politico non è accettabile: non resteremo a guardare mentre la destra attacca il diritto costituzionale alla salute. Alla fondazione e Gimbe e Nino Cartabellotta la solidarietà di tutta la nostra comunità democratica”
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
“LA VERA SFIDA IN POLITICA E’ IMPARARE A PENSARE NEI LIMITI”
Tema della settimana: Meloni, le toghe, la ragion di Stato, le tre regole dell’avvocato Roy Cohn (feroce mentore del Signore di Tutti i Dazi, Donald Trump) e la capacità ormai perduta della politica di pensare nei limiti, sbriciolando gli auspici di Hanna Arendt. Non abbiamo più il senso del pudore. Sembra un dettaglio. È l’inizio di un nuovo mondo in cui prevale chi è più forte e selvaggio. Trumpismo quintessenziale. Un’aria non esattamente salubre che si respira anche qui da noi.
Confesso che non sapevo cosa fosse il metodo “Falqa”, tortura utilizzata dai nazisti, dai Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia e dal generale libico Nijem Osama Almasri, sadico in capo delle prigioni in Tripolitania, disumano protagonista di questi nostri infelici giorni che contrappongono Palazzo Chigi alla magistratura, nella stucchevole, decennale, ripetizione di un modello suicida, destinato ad azzerare la fiducia già ridicola nelle istituzioni e a radere al suolo la voglia di partecipazione democratica della collettività.
Il metodo “Falqa”, dicevo. Si individua un prigioniero – e in Libia chiunque è prigioniero, se così decide l’onnipotente Almasri – gli si distendono le gambe e le si legano ad un asse di legno di modo che non si possano più muovere. Poi si prendono a bastonate le piante dei piedi del malcapitato fino a quando vomita, implora e perde i sensi. Una volta rianimato, lo si lascia agonizzante a strisciare in mezzo ai cumuli di sporcizia della sua cella, affinché sia chiaro a tutti che quell’uomo non è più un uomo. Succede ogni giorno. Suppongo anche oggi. Banalmente perché il generale Almasri vuole così. A noi fa comodo. Impedisce le partenze fuori controllo dei migranti, parrebbe. I numeri di queste ore dicono il contrario. Dettagli.
Nelle quarantadue pagine in cui la corte penale internazionale dell’Aja chiede il suo arresto, il generale Almasri, felice di passare i suoi fine settimana in giro per l’Europa a guardare partite di pallone con gli amici, è accusato di avere consentito lo stupro di un bambino, l’assassinio di trentaquattro persone e di avere autorizzato, previsto e richiesto l’applicazione costante e inflessibile di trattamenti disumani. Vale la pena averlo presente prima di ragionare sul resto. Aggiungo, anche se sarebbe più che sufficiente il quadro appena fatto, la rapida sintesi della testimonianza di un prigioniero ascoltato dalla psicologa di Medici Senza Frontiere, Maria Eliana Tunno. Le sue parole: «Sentivo di non avere più un’anima». Il generale Almasri, criminale probabilmente non ignoto ai servizi americani, italiani e inglesi, forse per questo intoccabile, è un uomo che strappa l’anima.
Perché lo abbiamo rimandato a casa? Per la sicurezza dello Stato ha spiegato Giorgia Meloni, formula all’interno della quale si può nascondere (persino legittimamente) qualunque cosa. Iscritta intempestivamente nel registro degli indagati per peculato e favoreggiamento dal procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, la premier ha preso la palla al balzo per scatenarsi contro i magistrati, rei – giura – di volere affossare la presidente del Consiglio e assieme a lei il Paese, dato che, nella sua visione, tra le due cose non c’è differenza. Io sono la Nazione. Io sono il Popolo.
In suo aiuto – mi auguro non richiesto – è intervenuto un indignato Bruno Vespa che, autoproclamatosi maestro Manzi del melonismo, ha spiegato a tutti noi ingenui e manipolabili abitanti della penisola che «in ogni Stato si fanno cose sporchissime, anche trattando con i torturatori per la sicurezza nazionale». Perché stupirsi, dunque? Gridiamolo con orgoglio: se ci servono le canaglie usiamo le canaglie. E tu pensa a quei fessi della corte penale convinti che l’Italia fosse legata ai trattati internazionali.
Inutile spiegare che tra “fare” cose forse utili, certamente ignobili, “dirle”, “legittimarle” e addirittura “rivendicarle”, passa tutta la variegata scala dell’opportunità, del buongusto, della decenza, del decoro, del rispetto della politica e della sensibilità collettiva. Merce avariata che non interessa più a nessuno. Altrettanto inutile sottolineare che il segreto di Stato o è, appunto, segreto, oppure è una vergogna.
Va da sé che dopo avere scatenato questo nuovo incandescente dibattito sui motivi per cui “le toghe rosse” vogliano la rimozione di Giorgia Meloni, le possibilità di capire davvero cosa nasconde il pasticcio Almasri sono precipitate nello scantinato delle illusioni.
Pausa e passo indietro. Tra le telefonate fatte in settimana per ragionare di questi temi, due mi sono rimaste in testa. La prima con l’ex presidente del Consiglio e leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte. Era in macchina. In mezzo alle gallerie. La conversazione era disturbata, ma il senso chiarissimo. La riassumo sbrigativamente perché in qualche modo contiene la linea delle opposizioni: «Il comportamento di Giorgia Meloni sul caso Almasri denota irresponsabilità politica, insipienza giuridica e vergogna morale». Non esagera? «No. La premier usa modi intimidatori. È diventata berlusconiana. E sottrae l’Italia alle norme di diritto internazionale. Quello che vale per Almasri d’ora in avanti varrà per i rapporti con tutti gli Stati canaglia?» . Bella domanda. Che sarebbe stato utile rivolgere ai ministri Piantedosi e Nordio in Parlamento. Peccato che questo disastro abbia congelato assieme ai lavori dell’Aula, la possibilità di un dibattito vero. Per la premier un risultato niente male.
Seconda telefonata, Gustavo Zagrebelsky. Anche qui riassumo rapidamente il pensiero del professore. «È un caso che ogni volta che la magistratura si occupa della politica, la politica parli di complotto? Sono i magistrati ad essere dei cospiratori comunisti, sempre disponibili per iniziative ad orologeria, o magari è la politica che non tollera i limiti del diritto? Noto, peraltro, che a far venire fuori la notizia dell’iscrizione di Meloni sul registro degli indagati è stato Palazzo Chigi. Perché? La mia risposta è semplice: perché Meloni è furbissima». Siamo di fronte ad un verminaio o ad esigenze di sicurezza? «Chi lo sa». Ne usciamo, professore? «Solo se manteniamo viva l’intelligenza e l’ironia». Auguri.
In questo marasma l’unica cosa certa è che Giorgia Meloni, straordinaria cercatrice di pepite d’oro, forse confortata dalla distruzione dei freni inibitori prodotta dal Trump II la Vendetta, ha impresso una svolta radicale al suo stile narrativo. Difficile capire fino a che punto voglia spingersi. Se davvero immagini, come ritengono alcuni osservatori, di arrivare addirittura alle urne anticipate. La premier vive di consenso. Ha bisogno dell’acclamazione collettiva. Un’identificazione – impropria, considerato che un italiano su due non vota e che lei è titolare del trenta per cento dell’altra metà – che le consente di derubricare a fastidiosi orpelli i contrappesi democratici. Per i prossimi due anni e mezzo di legislatura sembra non avere in mano molte carte. L’economia frena, i soldi mancano, le riforme (giustizia a parte) sono al palo. La creatività che dimostra all’estero, in Italia si vede a fatica e di certo Meloni non vuole diventare l’ennesimo campione della democrazia dell’impotenza. Da qui i ritornelli muscolari.
Un discreto paradosso. Per un decennio, quello appena trascorso, le destre italiane hanno avuto il problema di rendersi democraticamente presentabili. Mostrarsi in grado di accettare le consuetudini e le regole. Adesso fanno marcia indietro, perché essere “impresentabili” improvvisamente paga, da Washington a Buenos Aires, dunque torniamo impresentabili.
Perciò mi riaggancio inutilmente ad Hannah Arendt: «la vera sfida, in politica, è imparare a pensare nei limiti». Ci interessa ancora o abbiamo deciso di impiccarci ad una deriva da saloon?
In queste ore rimbalzano un po’ ovunque le tre regole di Roy Cohn, protagonista del film “The Apprentice, alle origini di Trump”. Cohn, spietato avvocato newyorkese, teorico del maccartismo negli Anni Cinquanta e mentore del giovane Donald, declina così il podio del successo. Regola numero uno: «attacca, attacca, attacca». Regola numero due: «non ammettere niente, negare ogni cosa». Regola numero tre: «dire che hai vinto e non ammettere mai la sconfitta». Adesso chiudete gli occhi e chiedetevi se pensando a questo schema vi viene in mente Trump, Milei, Putin o Meloni. È lo Spirito del tempo. Ma attenzione a fingere che tra cinismo e buonismo, tra aggressività e mediazione, non ci sia differenza. Ad alzare le spalle e a fingere che non ci riguardi, perché – e sono per la terza e ultima volta ad Hannah Arendt – «la triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive».
(da La Stampa)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
FDI 27,8%, PD 22,8%, M5S 12,5%, FORZA ITALIA 8,5%, LEGA 8,5%, AVS 5,8%, ITALIA VIVA 2,5%, AZIONE 2%, + EUROPA 2%
Crescono Fratelli d’Italia e Partito democratico, rispettivamente al 27,8% e al 22,8%.
Crolla il Movimento 5 Stelle che perde lo 0,8% e scende al 12,5%, mentre Forza Italia risale e si affianca alla Lega, all’8,5%. Vediamo cos’è cambiato nei consensi dei partiti secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos.
Fratelli d’Italia domina nei sondaggi, specie nell’ultimo mese, in cui i consensi attorno al partito della premier si sono rafforzati ulteriormente, tanto da fare superare in più di una rilevazione la soglia psicologica del 30%. In questo caso Fdi è data al 27,8% (+0,2%), l’apprezzamento nei confronti del partito di governo è in qualche modo confermato anche dalla crescita del gradimento espresso dagli intervistati verso Giorgia Meloni, che sale dal 42% al 43% guadagnando così un punto.
Come osserva anche il sondaggista Nando Pagnoncelli, il mese di gennaio è stato ricco di avvenimenti, a partire dalla liberazione di Cecilia Sala, che ha dato una grossa spinta in avanti a Fdi, passando per il rinvio a giudizio della ministra del Turismo Daniela Santanchè, fino alle ultime vicende riguardanti l’indagine per il caso Almasri e lo stop della Corte d’Appello di Roma – per la terza volta – al trattenimento dei migranti sbarcati in Albania.
Non troppo lontano da Fratelli d’Italia, si trova il Partito democratico, anch’esso in crescita, al 22,8% e con un +0,3%. Per il Pd si tratta del dato più alto registrato da Ipsos negli ultimi sette mesi, che farà sorridere Elly Schlein e gli altri dirigenti del partito.
Non si può dire lo stesso per il Movimento 5 Stelle, che perde quasi un punto (nello specifico lo 0,8%) e retrocede al 12,5%. Non è chiaro a cosa si debba questo calo: è probabile che i 5S stiano ancora scontando nei sondaggi i contrasti interni dei mesi precedenti e la fuoriuscita di Beppe Grillo, ma Noto ipotizza anche che l’arretramento possa essere imputato a un comunicazione dell’ultimo periodo poco efficace e incisiva.
Nel centrodestra invece, Forza Italia fa un balzo avanti dello 0,4% e sale all’8,5%. Gli azzurri raggiungono così la Lega, complice anche il leggero decremento del Carroccio, che perde lo 0,1% ma resta grossomodo stabile.
Infine, tra gli altri partiti Alleanza Verdi-Sinistra riporta un calo dello 0,2%, che fa scendere il partito sotto il 6%, precisamente al 5,8%.
Più distante si trova Italia Viva, al 2,5%, che supera Azione, ferma al 2% assieme a Più Europa che nel frattempo ha perso terreno (-0,3%).
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO RRX PRESENTATO AL PARLAMENTO EUROPEO DENUNCIA LE GRAVI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN TUNISIA… QUESTO SAREBBE UN ALTRO “PAESE SICURO” PER LA MELONI
State Trafficking è il nuovo rapporto di indagine di RRX, un gruppo di ricerca internazionale (che ha deciso di anonimizzarsi sotto uno pseudonimo collettivo), presentato recentemente al Parlamento Europeo, che ha sollevato gravi preoccupazioni riguardo le violazioni sistematiche dei diritti umani delle persone migranti, lungo la frontiera tra Tunisia e Libia.
Il documento, che raccoglie dati dal 2023 al 2024, si basa su testimonianze dirette di migranti sopravvissuti violenze e torture, analisi geospaziali e interviste con esperti sul campo, e documenta un sistema di traffico di esseri umani che coinvolge una rete complessa di attori, tra cui le forze armate tunisine, le milizie libiche e gruppi di trafficanti, ponendo l’accento sulla responsabilità dei governi coinvolti e sulla necessità di azioni concrete per fermare questo traffico di esseri umani. Un’indagine che vuole porre anche l‘attenzione sulla discussione dei cosiddetti Paesi sicuri.
Il rapporto ha trovato eco significativa in Parlamento, con l’intervento degli Europarlamentari Cecilia Strada, Leoluca Orlando e Ilaria Salis che hanno preso parola per condannare fermamente le pratiche in corso, discutere sulle responsabilità dell’Europa e dei singoli stati e sollecitare l’intervento delle istituzioni internazionali. Hanno dato il loro sostegno anche Birgit Sippel (S&D Group), Tineke Strik (Greens/EFA Group) e Estrella Galàn (The Left Group).
La vendita di esseri umani
Al centro del rapporto, che documenta la prassi con cui la Guardia Nazionale tunisina vende esseri umani di origine subsahariana alle milizie libiche, ci sono le testimonianze dirette di migranti venduti come schiavi tra Tunisia e Libia, in un traffico che non solo sfrutta le persone, ma le sottopone a torture, violenze fisiche e psicologiche e a un sistema di riscatti che coinvolge enormi somme di denaro.
Secondo quanto riportato, le persone migranti vengono spesso separati in base al sesso, etnia e nazione di origine, con le donne che hanno un valore più alto e sono sottoposte a violenze sessuali. “Uomini e donne neri vengono arrestati a causa del colore della loro pelle o perché esercitano il loro diritto alla libertà di movimento”, ha dichiarato Ilaria Salis, per poi aggiungere: “Vengono immediatamente etichettati come stranieri, migranti illegali, persone di cui ci si può sbarazzare. “Vengono portati su autobus per la deportazione. Ma l’elemento più crudele è l’inganno. Viene detto loro che presto saranno rimpatriati e che tutto andrà bene”.
Le persone invece vengono per prima cosa deportati in Tunisia, dove vengono rinchiusi in campi di detenzione improvvisati o in strutture gestite da milizie e forze di polizia. Successivamente, vengono letteralmente venduti, trasferiti in Libia e detenuti in condizioni disumane, come raccontato da numerosi testimoni che hanno descritto il processo come una vera e propria “vendita” di esseri umani. Le transazioni avvengono spesso sotto il controllo delle forze militari tunisine, con l’utilizzo di uniformi, mezzi militari e logistica ben coordinata. Le persone migranti vengono così scambiati per denaro, droga, o carburante.
La prigione di Al Assah in Libia e le fosse comuni
Le testimonianze indicano che la prigione di Al Assah in Libia, sotto il controllo delle forze di sicurezza libiche e del Department of Combating Illegal Migration (DCIM), rappresenta uno dei principali centri di detenzione e sfruttamento di migranti. Qui, le persone detenute vengono divise in base al loro “valore economico”, e le condizioni di vita sono atroci. La violenza fisica, le torture e il lavoro forzato sono all’ordine del giorno; i più vulnerabili come donne e bambini sono spesso vittime di violenze sessuali e altre forme di sfruttamento. Le testimonianze parlano anche di corpi di migranti che vengono lasciati nel deserto o sepolti in fosse comuni, a testimonianza di una violenza indiscriminata che non fa distinzione tra vita e morte. Il riscatto per la liberazione varia, ma oscilla generalmente tra i 400 e i mille euro. Le donne “raggiungono” cifre più alte: i prigionieri sono costretti a contattare le proprie famiglie tramite telefoni e numeri puliti, non riconoscibili, per raccogliere il denaro necessario al riscatto. Le informazioni raccolte indicano anche che questo sistema è supportato da una rete transnazionale che include diverse strutture e gruppi che operano tra Tunisia e Libia, che approfitterebbero della difficoltà di monitoraggio e della mancanza di un’efficace risposta delle istituzioni internazionali.
La testimonianza di una vittima del traffico umano
Durante la presentazione del rapporto in Parlamento, è stata data voce a Djidjou Saudery, un giovane migrante che ha raccontato la sua drammatica esperienza in Tunisia. Djidjou, arrestato ingiustamente il 7 agosto e poi incarcerato a Sfax, ha condiviso la sua testimonianza di violenze e abusi da parte delle autorità tunisine e libiche.
“Era un lunedì il 7 agosto, sono andato in banca a prelevare dei soldi. Uscendo dalla banca, sono stato fermato da quattro poliziotti. Ho cooperato. Ci siamo diretti al commissariato, dove mi hanno interrogato e subito dopo sono stato trasferito direttamente alla prigione di Sfax. Tre giorni dopo sono andato in tribunale e sono stato condannato a otto mesi di carcere. Ho scontato sei mesi e due settimane nella prigione di Sfax”, ha raccontato Djidjou.
Dopo il suo rilascio, il 20 febbraio, è stato trasportato con altre persone verso il confine con la Libia: “Le guardie penitenziarie mi hanno accompagnato su un autobus dove c’erano già altri migranti legati con le mani legate dietro. Abbiamo viaggiato per circa sei ore. Durante il tragitto, ci picchiavano con dei bastoni. Siamo arrivati in un campo, dove ci hanno perquisito e derubato di tutto quello che avevamo. Siamo rimasti lì due giorni, senza acqua né cibo”.
Il suo racconto prosegue con il drammatico incontro con la polizia libica, le violenze e le frustate e il traffico di esseri umani: “Ci hanno separato dalle donne. Così ci hanno venduti. Gli uomini costavano circa 50 euro, mentre le donne, forse, 150”.
Djidjou ha concluso la sua testimonianza con un appello: “Questa esperienza è stata un vero incubo, una prova che non augurerei nemmeno al mio peggiore nemico. Ancora oggi riemergono ricordi dolorosi. È un trauma da cui probabilmente non mi riprenderò mai. Invito davvero tutti e tutte a prestare attenzione a questa situazione. I migranti stanno soffrendo in Tunisia. Oggi non sono più in Tunisia, ma ci sono fratelli e sorelle che continuano a soffrire”.
Il ruolo dell’Unione Europea
Salis ha accusato direttamente l’Unione Europea di essere complice di questi abusi, finanziando governi autoritari come quello tunisino per esternalizzare il controllo delle frontiere. L’Italia, in particolare, porta una responsabilità significativa, avendo firmato accordi di cooperazione con la Libia già nel 2017, nel quadro del Memorandum d’Intesa che ha aperto la strada a anni di collaborazione con le autorità libiche. L’Europa non può più chiudere gli occhi di fronte a questa realtà: i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, incluso quello dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite dell’ottobre 2024, hanno già denunciato queste pratiche, e l’ultimo rapporto le conferma nuovamente.
“La verità non può più essere ignorata”, ha concluso Salis, esortando le istituzioni europee a prendersi le proprie responsabilità e a porre fine a questa complicità con la repressione e la violenza.
“Tutto ciò è supportato dai finanziamenti dell’UE. E questa cooperazione ha creato un sistema transnazionale di tratta di esseri umani. Si tratta di una grave violazione della dignità umana e dei diritti umani”, ha dichiarato Birgit Sippel per poi giungere l’urgenza di “riconoscere ufficialmente che né la Libia né la Tunisia sono paesi sicuri. Creare un corridoio umanitario immediato per proteggere i testimoni che hanno avuto il coraggio di parlare, che sono ancora in Libia e in Tunisia. E creare rotte migratorie legali e sicure verso l’Europa”. Secondo Sippel, solo una strategia basata sulla solidarietà e sull’investimento in un sistema di asilo equo e dignitoso potrà offrire una soluzione sostenibile e rispettosa dei diritti umani.
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“LA CITTA STA ANNEGANDO”… INVECE DI METTERE IN SICUREZZA IL TERRITORIO SI PREFERISCE SPUTTANARE 15 MILIARDI IN UN’OPERA INUTILE
Nel zona di Zafferia, a Messina, le strade si sono trasformate in veri e propri fiumi di
acqua, fango e detriti, trascinati dal torrente Zafferia. Alcuni filmati pubblicati sui social mostrano le vie del quartiere completamente sommerse d’acqua, con gli abitanti intrappolati nelle abitazioni. I soccorritori dei vigili del fuoco sono in azione, il torrente in piena trascina le auto, alcuni automobilisti sono bloccati. Il forte temporale che si è abbattuto su Messina ha fatto straripare il torrente del villaggio di Zafferia, con l’acqua che ha trascinato alcune auto parcheggiate a bordo strada. Cimiteri, ville e parchi cittadini sono stati chiusi.
Allagato il pronto soccorso
L’eccezionale ondata di piogge che sta colpendo la città di Messina non ha risparmiato nemmeno il Policlinico universitario. Più in particolare, l’area esterna di ingresso al padiglione E, che non era stata oggetto dell’intervento di ristrutturazione del pronto soccorso. Si sta intervenendo con l’arrivo di un autobotte e l’utilizzo di una pompa sommersa per accelerare il deflusso dell’acqua, effettuando al tempo stesso una verifica sulle cavitoie presenti. La pioggia è filtrata da un pannello del controsoffitto all’interno del pronto soccorso. «La scelta dell’Azienda di differire di dieci giorni lo spostamento dei pazienti nel nuovo plesso del padiglione E, prevedendo una fase di start up, è nata proprio dalla volontà di testare la struttura anche in situazioni di crisi, come quella verificatosi oggi», si legge in una nota dell’azienda sanitaria.
Musolino (Iv): «Messina annega»
A commentare quanto sta accadendo in queste ore a Messina è anche Dafne Musolino, senatrice di Italia Viva originaria proprio della città siciliana. «Piove e la città annega tra fango e detriti trascinati a valle dai suoi torrenti. Le immagini che stiamo ricevendo da più parti sulla situazione a Zafferia, con il rischio del crollo del torrente, da Ponte Schiavo, da San Filippo, Bisconte, dalla circonvallazione tutta, e non ultima la tragicomica visione della via Don Blasco inaugurata da poco e sommersa ancora una volta di acqua, ci confermano che questa amministrazione non si vuole occupare della messa in sicurezza del suo territorio», attacca la senatrice di Iv.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
COL RISULTATO CHE PEGGIORANO SIA LE PREVISIONI SUL DEBITO CHE QUELLE SUL DEFICIT TANTO DA COSTRINGERE L’ITALIA, IN ASSENZA DI INTERVENTI, A RINVIARE DI UN ANNO LA DISCESA SOTTO LA SOGLIA DEL 3% DI DISAVANZO, RESTANDO ANCORA SOTTO PROCEDURA D’INFRAZIONE SINO A TUTTO IL 2027
Ancora brutte notizie per il governo: dopo un 2024 con una crescita tornata allo zero virgola anche nel 2025, secondo le stime dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, l’economia italiana farà registrare una crescita molto modesta, ben al di sotto le stime del governo.
Col risultato che peggiorano sia le stime sul debito che quelle sul deficit tanto da costringere l’Italia, in assenza di interventi, – a rinviare di un anno la discesa sotto la soglia del 3% di disavanzo restando quindi ancora sotto procedura d’infrazione sino a tutto il 2027. Un problema in più per il governo se si considera che in quell’anno si dovrebbe andare a votare.
Secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ieri è intervenuto ad un convegno a Varese, «l’economia italiana, anche in relazione a tutti i disastri che sono stati fatti in passato, è in condizione migliori di tanti altri paesi.
Il problema per noi è che paghiamo 90 miliardi all’anno di interessi e lo scopo nostro, è quello di abbassare lo spread, confidando che la Banca Centrale Europea tiri già i tassi e di pagare 10-20 miliardi in meno l’anno di interessi, da destinare alla scuola e la sanità. Questa è la mia missione».
Come conseguenza dei dati pubblicati giovedì dall’Istat, l’Ocpi, intanto, prevede che il tasso di crescita del Pil nel 2025 si fermi allo 0,4%, ovvero otto decimi di punto rispetto all’obiettivo del governo. Di conseguenza, quest’anno il rapporto tra deficit e Pil potrebbe salire di 0,3 punti percentuali al 3,6% mentre il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenterebbe di 1,5 punti arrivando al 138,4%.
«Questo – specifica lo studio dell’Ocpi – non causerebbe problemi per il rispetto delle regole europee sui conti pubblici, che consentono una deviazione dagli obiettivi in caso di minore crescita, salvo per l’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo che potrebbe essere ritardata dal 2026 al 2027». Secondo il direttore dell’Osservatorio, Carlo Cottarelli, però «non servirà una manovra» perché magari basterà rinunciare ad utilizzare i ricavi del concordato biennale per ridurre ulteriormente le tasse
Per il 2025 il governo prevedeva un aumento del Pil dell’1,2%. Raggiungere questo risultato, secondo l’Osservatorio, richiederebbe che il tasso di crescita trimestrale, zero nella seconda parte del 2024, salga di colpo allo 0,45% per tutti i trimestri del 2025. Tenendo conto della politica restrittiva di finanza pubblica (il deficit era previsto ridursi di mezzo punto percentuale quest’anno) e della sostanziale invarianza del quadro internazionale, una tale accelerazione sembra al momento del tutto improbabile, nonostante il taglio dei tassi di interesse da parte della Bce.
Ipotizzando che, da un tasso di crescita zero, il Pil reale cresca in ogni trimestre del 2025 dello 0,15% rispetto al trimestre precedente, il tasso di crescita annuale sarebbe dello 0,4%, ossia 0,8 punti percentuali sotto l’obiettivo. «Anche crescere dello 0,15% a trimestre – spiega Cottarelli – non sarà così banale. Serve che la Bce continui nella sua politica di riduzione dei tassi. Poi la guerra dei dazi non aiuta. Inoltre sulla crescita zero dell’Europa aleggiano altre incertezze. L’esito delle elezioni in Germania può avere delle serie conseguenze». Per Cottarelli poi il fatto che il 2025 rappresenti l’anno della «messa a terra» di molti dei progetti del Pnrr non cambia il quadro, questi perché «le stime del governo già ne tengono conto».
Per l’Ocpi la crescita stentata del Pil non è «irrilevante rispetto agli obiettivi di finanza pubblica». Il maggior deficit 2025, infatti, «in assenza di nuove misure, potrebbe ritardare la discesa al di sotto della soglia del 3% prevista per il 2026 comportando una più lunga permanenza dell’Italia sotto la procedura di deficit eccessivo».
(da agenzie)
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