Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“CONSUMI DIMINUITI DEL 19% IN TRE ANNI, IL RIGASSIFICATORE DI PIOMBINO FUNZIONA AL MINIMO, INUTILE FARNE UN ALTRO”
L’Italia investe troppo in gas? Sembrerebbe di sì, almeno a giudicare dal report
pubblicato dal think tank Ieefa (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), che ha messo sotto la lente di ingrandimento le politiche energetiche messe in campo dall’Italia negli ultimi anni. Dall’analisi emerge una contraddizione abbastanza palese. Da una parte ci sono i consumi di gas, che nel 2024 sono diminuiti del 19% rispetto al 2021 e verosimilmente continueranno a calare anche in futuro, soprattutto grazie all’efficientamento energetico degli edifici e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Dall’altra, ci sono i piani di espansione delle infrastrutture – quasi tutti approvati durante la crisi del gas del 2022 – che puntano a triplicare la capacità di rigassificazione dell’Italia, portandola dai 16,1 miliardi di metri cubi del 2022 ai 47,5 miliardi di metri cubi del 2026.
Il consumo scende, gli investimenti salgono
Secondo il report in questione, le politiche italiane sul gas non sono «al passo con la realtà del mercato» e rischiano di «incoraggiare un’eccessiva spesa in conto capitale per infrastrutture di gas e Gnl (gas naturale liquefatto – ndr) non necessarie». Detta in altre parole, l’Italia sta mettendo soldi su gasdotti e rigassificatori che rischiano di non essere usati. «È essenziale riconoscere dove sta andando il mercato prima di impegnarsi in nuovi investimenti. Il rigassificatore di Piombino, ad esempio, ha avviato le operazioni nel 2023 e nel 2024 il suo tasso di utilizzo è stato del 18%», spiega a Open Ana Maria Jaller-Makarewicz, Lead Energy Analyst di Ieefa e autrice del report. Secondo le previsioni, nei primi tre mesi del 2025 il nostro Paese aumenterà la capacità di importazione di Gnl del 22%, grazie all’apertura della nuova nave rigassificatrice di Ravenna, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi. «Questo investimento», si legge nel report del think tank americano, «non è congruo con il calo della domanda nazionale per il Gnl riscontrato negli ultimi anni».
Le ambizioni dell’Italia sul gas
Molti degli investimenti citati dal think tank americano sono stati approvati dal governo Draghi nel 2022, anno della crisi del gas innescata dalla guerra tra Russia e Ucraina. Quegli stessi progetti sono stati poi spesso abbracciati e ampliati dall’esecutivo di Giorgia Meloni, che ha più volte detto di voler trasformare l’Italia in un «hub energetico europeo». Da febbraio 2022, mese in cui è iniziata l’invasione russa, la capacità nazionale per la rigassificazione è cresciuta di 7,5 miliardi di metri cubi, grazie all’ampliamento del rigassificatore galleggiante Toscana e all’installazione di un nuovo impianto (molto contestato) a Piombino.
A questi si aggiunge poi l’imminente lancio del rigassificatore di Ravenna e quello, previsto per il 2026, di un nuovo terminale a Porto Empedocle. Per tagliare definitivamente ogni importazione di gas russo, l’Italia sta valutando anche di aumentare la capacità del terminale di Gioia Tauro: un progetto proposto per la prima volta nel 2005 e poi archiviato. Con tutti questi investimenti, nel 2026 l’Italia potrebbe arrivare a triplicare la capacità nazionale per la rigassificazione del Gnl rispetto ai livelli del 2022. «Dinanzi alle previsioni di calo dei consumi italiani ed europei di gas nei prossimi anni, vi è il rischio che questo incremento della capacità si riveli superfluo», si legge nel report Ieefa. E tutto ciò avviene a un costo tutt’altro che trascurabile: il solo terminale di Ravenna, per citare un esempio, ha un costo stimato di circa un miliardo di euro.
Obiettivi climatici a rischio
A beneficiare di tutti questi progetti è soprattutto Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas. In Italia, la controllata di Cassa Depositi e Prestiti detiene circa il 28% della rete di distribuzione del gas metano. Nel 2024, Snam è diventata una delle primissime aziende del settore ad anticipare le scadenze europee e pubblicare un piano di transizione in cui spiega come intende azzerare le emissioni entro il 2050, in linea con gli obiettivi del Green Deal. Tra gli analisti di Ieefa, però, c’è qualche scetticismo a riguardo. «Il piano strategico 2025-2029 di Snam delinea un investimento totale di 10,9 miliardi di euro per aumentare le infrastrutture di trasporto e stoccaggio di gas liquefatto», fa notare Ana Maria Jaller-Makarewicz. Allo stesso tempo, continua l’esperta, «non ci sono chiare indicazioni di investimenti in progetti di energia solare o eolica».
Al di là della questione economica, infatti, gli investimenti nelle infrastrutture per il gas rischiano di portare l’Italia fuori strada rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra sottoscritti in Europa. Pur essendo meno impattante sul clima rispetto a petrolio e carbone, il gas resta a tutti gli effetti un combustibile fossile, ossia una di quelle fonti di energia che l’Italia dovrebbe impegnarsi a eliminare e sostituire con le rinnovabili. La stessa Agenzia internazionale dell’energia considera il gas un «transition fuel» e scrive che dovrebbe avere «un ruolo limitato nella transizione dal carbone alle rinnovabili». Eppure, a giudicare dai piani di Snam e dalle politiche del governo, il gas continuerà a giocare un ruolo tutt’altro che limitato nelle politiche energetiche italiane. Una strategia che stride con la direzione del mercato e che rischia di far rimanere indietro l’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
CARTABELLOTTA ATTACCA: DI SEI DECRETI ATTUATIVI PROMULGATO SOLO UNO”
Il decreto Liste d’attesa è un flop. Lo ha denunciato il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, che fatto notare come il decreto sulle liste d’attesa del Ssn, varato dal governo, prevedeva che fossero pubblicati anche 6 decreti attuativi. Ma a sei mesi dalla conversione in legge del decreto legge 73/2024 sulle liste d’attesa, di questi decreti attuativi, necessari per dare piena operatività alle misure, ne è stato promulgato soltanto uno, quello sulle modalità di funzionamento della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa.
“Faccio notare che il decreto per le liste di attesa del governo è ancora in lista d’attesa. C’è gente che oramai non si rivolge nemmeno più al settore sanitario pubblico ma direttamente al privato, e spesso si tratta proprio di chi si deve indebitare per pagare le cure mediche. La contraddizione istituzionale è enorme”, aveva detto giovedì ai microfoni di Radio Cusano il presidente Gimbe.
Come ha ricordato Gimbe, mancano ancora il decreto attuativo sui criteri di funzionamento e interoperabilità tra la Piattaforma nazionale e le piattaforme regionali (scadenza 30 settembre 2024); quello sulle modalità di esercizio dei poteri sostitutivi dell’Organismo di verifica e controllo (scadenza 31 agosto 2024); il decreto attuativo sul Piano d’azione per il rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari (scadenza 30 settembre 2024); ne mancherebbero poi altri due sulle Linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette presso il CUP e quello che riguarda metodologia per la definizione del fabbisogno di personale del SSN, entrambi privi di una una scadenza definita.
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL CANADA IMPORRÀ DA MARTEDÌ TARIFFE DEL 25% SUI PRODOTTI AMERICANI, COME RITORSIONE PER QUELLE ANNUNCIATE DA TRUMP ,,, ANCHE IL MESSICO REAGISCE: “IMPORREMO DAZI AGLI STATI UNITI”
Gli Usa “hanno imposto una tariffa aggiuntiva del 10% sulle importazioni cinesi con il
pretesto della questione del fentanyl: la Cina deplora e si oppone con fermezza a questa mossa e adotterà le contromisure necessarie per difendere i propri diritti e interessi legittimi”. E’ quanto afferma un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino in risposta alla misura decisa dal presidente americano Donald Trump. “La posizione della Cina è ferma e coerente” e “le guerre commerciali e tariffarie non hanno vincitori”, si legge in una nota.
La Cina “si oppone con fermezza” ai dazi al 10% decisi dal presidente americano Donald Trump all’import made in China e assicura l’adozione di “contromisure corrispondenti”. Lo annuncia il ministero del Commercio di Pechino.
Pechino “è fortemente insoddisfatta e si oppone con fermezza alle tariffe americane imposte sui beni cinesi”, osserva ancora il ministero del Commercio in una nota, anticipando l’intenzione di ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) “per le pratiche illecite degli Usa” a danno del made in China in base alla violazione delle regole per “l’imposizione unilaterale di tariffe”.
Una mossa, quest’ultima, che “non solo non aiuta a risolvere i propri problemi, ma interrompe anche la normale cooperazione economica e commerciale tra Cina e Stati Uniti”. Allo stesso tempo, il Dragone “adotterà le contromisure corrispondenti per salvaguardare con decisione i propri diritti e interessi”, rileva ancora la nota diffusa all’indomani dell’imposizione da parte americana di tariffe del 10% sull’import di beni dalla Repubblica popolare.
La Cina spera che gli Stati Uniti “considerino e affrontino i propri problemi, come il fentanyl e altre sostanze, in modo obiettivo e razionale, piuttosto che ricorrere a minacce contro altri Paesi attraverso tariffe”. Per queste ragioni, la Cina “esorta gli Stati Uniti a correggere le proprie pratiche errate, a venire incontro alla parte cinese a metà strada, ad affrontare direttamente i problemi e a impegnarsi in un dialogo sincero”. Il tutto, conclude la nota, allo scopo di “rafforzare la cooperazione” bilaterale e di “gestire le differenze sulla base di uguaglianza, reciproco vantaggio e rispetto”.
Il Canada imporrà da martedì tariffe sulle merci Usa, come ritorsione per quelle annunciate in precedenza dal presidente americano Donald Trump. Lo ha affermato il primo ministro Justin Trudeau. Imporremo “dazi doganali del 25% sui prodotti americani per un totale di 155 miliardi di dollari canadesi” (102 miliardi di euro), ha annunciato il capo del governo di Ottawa.
Il primo giro di tariffe colpirà beni Usa per un valore di 30 miliardi di dollari canadesi martedì, seguito da ulteriori dazi su prodotti per un valore di 125 miliardi in tre settimane. “Certamente non stiamo cercando l’escalation, ma difenderemo il Canada, i canadesi e i posti di lavoro canadesi”, ha detto Trudeau.
Le tariffe si applicheranno a “beni di uso quotidiano” come birra, vino, frutta, verdura, elettrodomestici, legname, plastica e “molto di più”, ha affermato il premier canadese. Trudeau ha quindi sottolineato che il conflitto commerciale avrà “conseguenze reali” per i canadesi ma anche per gli americani, tra cui perdita di posti di lavoro, costi più elevati per cibo e benzina, potenziali chiusure di stabilimenti di assemblaggio di automobili e accesso impedito a nichel, potassio, uranio, acciaio e alluminio canadesi.
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha denunciato come “calunniosa” l’accusa del suo omologo americano Donald Trump secondo cui il governo di Città del Messico avrebbe legami con il traffico di droga e ha annunciato l’imposizione di dazi sugli Stati Uniti come ritorsione a quelli annunciati in precedenza dal presidente Usa. “Respingiamo categoricamente la calunnia della Casa Bianca che accusa il governo messicano di avere alleanze con organizzazioni criminali”, ha scritto la Sheinbaum su X parlando di prossime “misure doganali” contro Washington
La presidente messicana ha accusato a sua volta i produttori di armi degli Stati Uniti di fare affare con “questi gruppi criminali” in Messico. La Sheinbaum ha sottolineato che il suo governo ha sequestrato in quattro mesi “40 tonnellate di droga, tra cui 20.000 dosi di fentanyl”. Ha sfidato quindi il governo e le agenzie ufficiali Usa a “combattere la vendita di stupefacenti nelle strade delle principali città, cosa che non stanno facendo, e il riciclaggio di denaro”
La presidente del Messico ha tuttavia anche proposto a Trump di formare “una task force con i nostri migliori team di salute e sicurezza pubblica”. “Non è imponendo dazi doganali che troviamo soluzioni ai problemi, ma parlando e dialogando come abbiamo fatto in queste settimane con il suo Dipartimento di Stato per affrontare il fenomeno delle migrazioni; nel nostro caso,
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
OGGI NUOVA MARCIA DI PROTESTA A BERLINO CONTRO I NEONAZISTI: OLTRE 200.000 IN PIAZZA
Sono oltre 20mila le persone attese a Berlino per il pomeriggio di oggi, domenica 2 febbraio, per la manifestazione contro l’estrema destra di Alternative für Deutschland. A tre settimane esatte dalle elezioni, le strade della capitale tedesca tornano a gridare il proprio “no” a un ritorno al passato, in particolare dopo che Friedrich Merz, leader dei popolari della Cdu, ha chiesto il sostegno dell’ultradestra per far passare una controversa legge sull’immigrazione. Lo slogan della manifestazione di oggi a Berlino è il seguente: «La rivolta delle persone perbene: siamo noi il Brandmauer», ossia il «muro di protezione» per tenere fuori dai luoghi del potere i nostalgici del Terzo Reich.
La marcia di protesta
Alle 15:30 decine di cortei sono partiti dal Bundestag per raggiungere la Konrad Adenauer Haus, sede della Cdu, dove domani Merz presenterà il suo programma. Tra gli interventi più attesi c’è quello di Michel Friedman, giurista e filosofo ebreo che dopo quarant’anni ha detto addio alla Cdu in segno di protesta proprio contro le aperture all’AfD. Ma a prendere la parola ci saranno anche l’attivista per il clima Luisa Neubauer, la scrittrice Carolin Emcke, l’ex presidente della Chiesa evangelica tedesca Heinrich Bedford-Strohm e Serpil Unvar, voce dell’Iniziativa di Hanau, un’organizzazione nata per commemorare le vittime dell’attentato del 19 febbraio 2020 e combattere l’estremismo di destra.
Merz e la Csu chiudono la porta all’ultradestra
L’oggetto della contestazione dei manifestanti non è soltanto Alternative für Deutschland, ma anche la Cdu di Merz, accusata di voler normalizzare i rivali di ultradestra. A chiudere la porta a un possibile asse con l’AfD ci pensa però Markus Söder, governatore della Baviera e leader della Csu, partito alleato della Cdu: «L’Unione e io personalmente garantiamo: non ci sarà assolutamente alcuna cooperazione con l’AfD. L’AfD è il nemico della nostra democrazia. È e rimane l’avversario del sistema». Secondo Söder, Alternative für Deutschland è un partito «anticostituzionale», capace di causare «danni enormi» alla Germania «con i suoi piani assurdi», per esempio portando il Paese fuori dall’Ue, dall’euro e dalla Nato. Dello stesso avviso anche lo stesso Merz, che pure pochi giorni fa ha strizzato l’occhio all’AfD in parlamento (nonostante alla fine la legge non sia passata). «È stato detto più volte chiaramente: non ci sarà alcuna collaborazione fra noi e AfD. Noi lottiamo per avere maggioranze nel centro del nostro sistema democratico», ha chiarito il capo della Cdu Friedrich Merz, candidato cancelliere per le urne del 23 febbraio.
Afd e Spd crescono nei sondaggi
La controversa strategia del leader della Cdu sembra aver avuto conseguenze anche nei sondaggi. Secondo l’opinion trend dell’istituto Insa, commissionato dalla Bild, la Cdu-Csu è stabile in testa al 30%, mentre l’ultradestra di AfD ha guadagnato circa un punto, attestandosi ora al 22%. In risalita anche l’Spd del cancelliere uscente Olaf Scholz, data al 17%. Invariate le preferenze per i Verdi, al 12%, mentre l’Alleanza populista di sinistra di Sahra Wagenknecht (Bsw) ha perso un punto, scendendo al 6%. Il quadro resta complicato per i liberali (Fdp) ex partner di governo di Scholz, che con il 4% rischiano di non raggiungere la soglia di sbarramento al 5% e di restare quindi fuori dal Bundestag.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
SPERAVA DI CAPITALIZZARE CONSENSI FACENDO LEVA SUI SENTIMENTI ANTI-IMMIGRAZIONE MA ADESSO E’ INTACCATA LA SUA AUTOREVOLEZZA (PICCONATA ANCHE DALLE CRITICHE DELLA SUA “NEMICA” MERKEL), E TRABALLA LA CORSA ALLA CANCELLERIA
E adesso, Friedrich Merz? È il titolo di un grande giornale berlinese, il Tagesspiegel , il
candidato cancelliere dei cristiano-democratici (Cdu), esce ridimensionato dopo la sua decisione di mettere ai voti una legge anti-immigrazione, puntando sui «sì» dell’estrema destra AfD.
Il fatto che una decisione così di «rottura» sia stata bocciata, anche per la resistenza nel suo partito, dimostra che ha sbagliato i conti e la strategia, e intacca la sua autorevolezza. Quanto questo peserà sui sondaggi? O meglio, le macerie che si lascia dietro Merz avranno un effetto sugli elettori, o invece l’aver colto un certo spirito del tempo e puntato sull’effetto anti-immigrazione lo lascerà passare indenne attraverso questa débâcle parlamentare?
Merz ha detto, uscendo dal Bundestag, che è stata una settimana «piena di emozioni», dalla quale Cdu/Csu escono «rafforzate». Sull’immigrazione, ha sostenuto, le persone ora sanno cosa pensano i partiti: «E noi perlomeno ci abbiamo provato».
Le cronache e i retroscena dei giornali però parlano di preoccupazione nella Cdu. Alcuni alti esponenti, scrive il Tagesspiegel , temevano un «Super-GAU», un mega-disastro. Toccare i sentimenti sull’estrema destra, aggirare il muro tagliafuoco su singoli temi — pur dichiarando impossibile l’alleanza — è comunque per milioni di tedeschi inaccettabile. E molti nella Cdu si sono stupiti di come Merz abbia così poco considerato le conseguenze.
Il partito però tiene. Merz ha detto di essersi sentito «ben supportato e a suo agio». I dodici deputati che si sono rifiutati di votare la legge, non presentandosi in aula, appartengono all’ala sinistra, merkeliana. Hanno però evitato lo sgarbo di votargli contro.
In realtà, un dubbio alleggia. Se Merz andrà male, se calerà ancora nei sondaggi, arriverà una mossa da Monaco di Baviera? O detto altrimenti, si può proprio stare tranquilli che Markus Söder, il grande capo della Csu, non coltivi ancora qualche ambizione, se le cose dovessero precipitare? La Bild , che resta un metronomo della politica, ieri ha intervistato proprio Söder. Lui promette piena lealtà alla Cdu: «Friedrich Merz ha preso una decisione cruciale sulla questione migratoria. La Csu lo sostiene, nessun deputato della Csu era assente nel Bundestag».
Ha assicurato: «I nostri partiti, e io personalmente, garantiamo: non ci sarà mai alcuna collaborazione con l’AfD. L’AfD è il nemico della nostra democrazia, un avversario del sistema. In gran parte, l’AfD è di estrema destra, ostile alla Costituzione e danneggia gravemente il nostro Paese con i suoi piani assurdi».
Lo scenario, molto teorico, per ora è questo. Dovesse precipitare Merz, o rompersi i suoi rapporti con la Spd o i Verdi, forse a formare il governo potrebbe essere un altro, per esempio proprio Söder o il 50enne Hendrik Wüst. Merz scaccia queste ipotesi come follie, i rapporti con la Spd e i Verdi, ha detto venerdì, sono «corretti». «Sono certo che, dopo le elezioni potremo avere colloqui costruttivi». Domani ci sarà il Congresso della Cdu a Berlino: per ora, la compattezza attorno a Merz è assicurata.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
DOPO CHE 5 GIUDICI DELLA CORTE D’APPELLO (CHE PROVENGONO TUTTI DALLA SEZIONE SPECIALIZZATA DEL TRIBUNALE DI ROMA) HANNO DISPOSTO IL RIENTRO IN ITALIA DEI 43 MIGRANTI TRATTENUTI IN ALBANIA, FDI LAVORA A UN PROVVEDIMENTO PER EVITARE CHE I GIUDICI DELLE SEZIONI DEI TRIBUNALI PASSINO ALLE CORTI D’APPELLO, VOGLIONO SCEGLIERE PURE I GIUDICI CHE PIACCIONO A LORO
Le voci, oggi, hanno intensità e volumi diversi. Il messaggio che arriva dal governo e da Fratelli d’Italia torna un millimetro dietro la linea rossa dello scontro finale. Giorgia Meloni e i suoi hanno deciso di non scendere in piazza per manifestare contro i giudici. L’ipotesi paventata in un sondaggio inviata agli iscritti nei giorni scorsi viene derubricata a «pazzia» dal deputato di FdI Giovanni Donzelli, a capo dell’organizzazione del partito.
Non sono cambiate, invece, le recriminazioni nei confronti delle toghe. «Una parte della magistratura ci rema contro» è il mantra meno impetuoso e più circostanziato che si intercetta all’uscita della direzione nazionale del partito tenuta ieri. Una calma che a riunione terminata cede però il passo all’ormai consueto appuntamento con un atto d’accusa.
Stavolta il caso Almasri e il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi non c’entrano. Né ha qualcosa a che fare l’affaire Daniela Santanchè […] Il mirino è sui cinque giudici della Corte d’Appello che hanno disposto il rientro in Italia – concluso ieri a Bari – dei 43 migranti trattenuti in Albania. «Provengono tutti dalla Sezione specializzata del Tribunale di Roma» è l’affondo congiunto con cui i capigruppo di FdI Galeazzo Bignami e Lucio Malan indicano come vanificata la scelta di «governo e Parlamento» di trasferire per decreto la competenza alla Corte di Appello proprio «per sottrarla alle Sezioni specializzate del Tribunale».
FdI starebbe ragionando su un provvedimento ad hoc per evitare che i giudici delle sezioni dei tribunali passino alle Corti d’Appello. Il canovaccio è quello già seguito negli ultimi giorni. Eppure i resoconti di molti degli interventi di ieri potevano far pensare a qualcosa di diverso. […] «Non ci sarà alcuna manifestazione di piazza né cortei contro la magistratura. Saremmo dei pazzi», assicura a La Stampa Donzelli. Sa bene che una protesta del genere provocherebbe una frattura tra poteri e non troverebbe di certo l’approvazione del Quirinale. Tra propaganda e fatti, per Sergio Mattarella, passa tutta la differenza del mondo.
Non è escluso che il partito, sull’onda di quella organizzata a favore delle forze dell’ordine in questo fine settimana, organizzi una raccolta firme di solidarietà a sostegno della premier e dei ministri indagati, con tanto di gazebo nelle principali piazze italiane.
Si tempera così l’impeto dello scontro. La magistratura resta una minaccia, ma il problema viene incanalato in un’altra direzione, anche attraverso le voci dal palco.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” RIVELA: “I MINISTRI, DOPO ESSERSI PROMOSSI, LASCIANO IL CENTRO CONGRESSI. ANCHE TANTI DELEGATI ABBANDONANO. C’È CHI DEVE ANDARE A PRENDERE UN TRENO O UN AEREO. QUANDO ARIANNA MELONI PRENDE LA PAROLA LA SALA NON È PIÙ PIENA”
«Oggi il grande partito della nazione siamo noi». È la giornata dell’orgoglio di Fratelli
d’Italia La direzione nazionale del partito non deve decidere nulla, e l’assenza di Giorgia Meloni è un indizio in questo senso, se non infondere certezze ed entusiasmo nei presenti. Il compito tocca ad Arianna Meloni: «Non tornerà un’occasione così, questo è il nostro tempo».
La sorella della premier, responsabile della segreteria del partito, conclude una riunione durata oltre quattro ore citando l’amato Tolkien: «Giorgia è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell’anello. L’anello è pesante, dobbiamo aiutarla nella fatica di portarlo senza mai indossarlo: è ciò che ci siamo sempre promessi».
La direzione è una sfilata di governo, in via Alibert, a pochi passi da piazza di Spagna. Qualche ministro arriva a piedi: Urso, Crosetto, Foti, presi d’assalto dai cronisti. Andrea Abodi fende le telecamere con la sua auto blu, arriva fin davanti all’ingresso del centro congressi Roma Eventi. È il caos quando si palesa Daniela Santanchè, a metà mattinata, nel momento in cui dentro hanno già parlato Francesco Lollobrigida e Guido Crosetto.
Dal palco i ministri si lodano e celebrano gli «straordinari risultati» del governo Meloni. Si parla poco e niente di giustizia. La riunione è chiusa alla stampa, bisogna avvicinarsi con discrezione per ascoltare. […] Urso ricorda che è «grazie ad An, trent’anni fa, che la destra è diventata la destra di governo». Le parole di qualche giorno fa di Giovanni Donzelli non erano dal sen fuggite: «Berlusconi è stato un freno alla nascita della destra moderna».
Arianna Meloni esce dalla sala. Pausa sigaretta. «Stiamo lavorando bene, è sotto gli occhi di tutti. Ora – annuncia – si apre la grande stagione delle riforme costituzionali». Santanchè, nel frattempo, ha già preso l’uscita. Si sono parlate? «In questi ultimi giorni non l’ho sentita – risponde Meloni – è già andata via? Ah, non me ne sono accorta. ..».
I ministri, dopo essersi promossi, lasciano il centro congressi. Anche tanti delegati abbandonano. C’è chi deve andare a prendere un treno o un aereo. Quando Arianna Meloni prende la parola la sala non è più piena. È un appello «emotivo» il suo, come racconta più di una persona che era presente.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“SE I SONDAGGI PER FRATELLI D’ITALIA SONO ANCORA IN ALTO E’ PERCHE’ CRESCE LA LORO PROPAGANDA. HANNO OCCUPATO TUTTI I MEZZI DI INFORMAZIONE, HANNO DALLA LORO QUASI TUTTI I GIORNALI, CONTROLLANO MEDIASET E RAI”
Giuseppe Conte parla a tutto campo, ma prima insiste con una sua convinzione: che la reazione del governo al caso Almasri, e le polemiche che ne sono seguite, siano parte di un grande piano di distrazione di massa organizzato da palazzo Chigi.
E quale sarebbe lo scopo di Meloni?
«Distogliere l’attenzione dalla situazione drammatica che stiamo attraversando. Gli italiani si stanno impoverendo con il caro bollette, le imprese devono sostenere rincari energetici per miliardi, sta esplodendo la cassa integrazione, abbiamo 22 mesi consecutivi di calo della produzione industriale e la crescita si è fermata, nonostante i soldi del Pnrr che abbiamo portato noi. […] questo si sta rivelando il governo più incapace degli ultimi decenni. Ma è anche il più indecente: nulla per i più deboli, mentre hanno aumentato i fondi per gli stipendi di ministri e sottosegretari».
Sarà, ma allora perché il Paese sembra ancora incantato e per i sondaggi FdI è ancora in alto
«Perché insieme alle difficoltà cresce fortissima anche la loro propaganda. Hanno occupato tutti i mezzi di informazione, hanno dalla loro quasi tutti i giornali, controllano da Mediaset alla Rai. Ma la realtà piano piano viene fuori».
Tra i diversivi c’è anche la guerra alle toghe?
«Certamente. Per eliminare il controllo di legalità stanno organizzando una torsione autoritaria del nostro sistema giovandosi dell’appoggio di buona parte del sistema mediatico».
In un altro Paese quello che è successo ad Almasri avrebbe portato come minimo alle dimissioni del ministro della Giustizia per la sua inazione. Invece il governo si rifiuta di venire persino a fornire la sua versione dei fatti in Parlamento. Almeno su questo l’opposizione è unita. Che idea si è fatta?
«La Meloni è in fuga dal Parlamento perché anche sul caso Almasri ha mentito, si sono contraddetti più volte perché sono in grave difficoltà. […] Meloni venga in Parlamento a spiegare perché […] ha rimpatriato, con l’onore di un volo di Stato, un boia accusato di omicidi e persino di stupri su bambini di cinque anni. D’ora in poi Meloni sarà complice morale di Almasri e si porterà sulla coscienza i crimini che questo figuro commetterà in Libia».
Si è scatenata una guerra mediatica e politica personale contro il procuratore Lo Voi, una “toga rossa”, per un atto dovuto. Anche lei fu indagato quando era a palazzo Chigi. Lo Voi poteva far finta di niente di fronte all’esposto di Li Gotti?
«Quello della procura di Roma è un atto dovuto, anche a me è stato notificato più di una volta, peraltro a seguito di esposti di Fratelli d’Italia, e non ho mai fatto nessuna buffonata come ha fatto Meloni. E poi Lo Voi è della corrente più a destra della magistratura, è noto, ed è stato proposto da Berlusconi per Eurojust».
Non c’è uno scontro governo-magistratura causato dalla separazione delle carriere?
«Qui l’unico scontro è fra il governo e il codice penale: da Delmastro a Santanchè e adesso anche Meloni, Nordio, Piantedosi, Mantovano. Attaccano i giudici ma proteggono Santanchè che ha truffato sui fondi Covid, è sconcertante».
Romano Prodi, su Repubblica , ha invitato i leader del centrosinistra a non rinunciare all’idea di un’alleanza con un programma comune. Come risponde?
«Che rispetto la storia del Pd, che ha sempre espresso questa “vocazione testardamente unitaria”. E il M5S è in prima linea a costruire un progetto politico alternativo a questo governo, ma anche la storia e l’identità del M5S vanno rispettate. Il confronto con le altre forze è possibile solo in un quadro di chiarezza e di coerenza».
Non esistono punti in comune?
«Con il Pd di Schlein ci siamo finalmente ritrovati sul salario minimo, sulla riduzione dell’orario di lavoro, sull’autonomia differenziata, sui congedi parentali…».
Anche sulla sanità pubblica…
«Qui c’è da chiarirsi. Non basta chiedere più soldi per la sanità, dobbiamo anche allontanarci da una gestione regionale del passato, in parte affidata alla sinistra, costellata da inefficienze, sprechi e occupazione clientelare. E ci sarebbe molto da dire anche sul Salva-Milano e sul consumo di suolo»
C’è una base per costruire una proposta di governo?
«Al momento ci sono dei punti in comune ma anche questioni fondamentali che ci dividono. La pace per noi è dirimente mentre il Pd ha sposato una linea di sostegno incondizionato anche militare all’Ucraina e persegue l’isolamento della Russia. Noi [abbiamo sempre pensato che l’unica alternativa al disastro totale sia la trattativa».
Sulla scelta fra Trump o Biden lei non si era voluto esprimere. Ha cambiato idea?
«Sull’alternativa Biden-Trump mi ero riservato di giudicare sui fatti. E, come ieri ho criticato la politica estera di Biden, dall’Ucraina a Gaza, oggi considero inquietanti alcune posizioni di Trump, mentre plaudo alla tregua in Medio Oriente».
Quali posizioni di Trump sono inquietanti?
«Considero irricevibile la richiesta di portare al 5% le spese militari dei Paesi Nato e, in generale, la guerra dei dazi. La Meloni, di fronte ai dazi di Trump, ora cosa farà? Correrà con il cappello in mano dalla Cina a pregarla di firmare l’accordo sulla via della seta che lei stessa ha stracciato?».
Dario Franceschini ha proposto un’alleanza “light”, un accordo solo per i collegi uninominali e poi ciascuna forza sarebbe libera di correre da sola sul proporzionale. La convince?
«È una proposta che guardo con attenzione, perché è un tentativo di rendere compatibili le differenze».
Insisto allora su Prodi, dice che è cinico presentarsi con un’alleanza solo per vincere le elezioni. Come risponde?
«Sarebbe ancora più cinico presentarsi in coalizione ed esibire una unità fittizia senza misurarsi anche sulle questioni che ci dividono. Sarebbe una finta alleanza che si sfalderebbe il giorno dopo le elezioni».
(da La Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LE VOCI ATIPICHE SULLE SPESE DELLA ONLUS ANIMALISTA
Nel mirino di Report stasera ci sarà la forzista Michela Brambilla, richiamata a fornire
alla Camera dei deputi per non aver fornito la consueta dichiarazione sui redditi, del 2023. Giulia Innocenzi farà le pulci alla leader animalista. Anche perché come ricorda oggi Il Fatto Quotidiano il suo 730, nell’ultimo biennio disponibile, è triplicato passando da quota 100 mila euro a una media di quasi 350 mila.
Di recente Brambilla è diventata socia al 50% di una srl – la Lyon Project di Cusano Milanino – che ha come core business il “Marketing Media Trade”. Oltre ad esser parlamentare e presidente della Lega italiana difesa animali e ambiente (Leidaa). Ed è proprio sulle spese della onlus che si concentra Report.
Parte dei fondi dell’associazione, secondo la trasmissione di Rai3, sono stati spesi anche per soggiorni in hotel, circa 17 mila euro al Principe di Savoia a Milano, e in pranzi e cene. Sono oltre 600mila euro i soldi spesi in “attività generali”, mentre il costo del personale si aggira sui 411.677 euro. E secondo il Fatto Quotidiano la onlus si sarebbe fatta carico di diverse spese anche elettorali del Movimento ambientalista fondato dalla deputata che ha poi aiutato la stessa ad esser eletta in Parlamento.
Leidaa, riporta report e il quotidiano, ha pagato fatture per affittare gli spazi dell’albergo per eventi, ma anche pranzo e pernotto per l’onorevole Brambilla (una notte con cena in camera sono stati spesi 3.290 euro e un totale di una sola ricevuta di 17.165).
Poi ci sono le auto blu, 7.515 euro. E le bevande di lusso: sotto Natale risultano due acquisti di bottiglie, uno da 1.263 euro, e l’altro da 2.550 euro per 15 bottiglie da 139 euro l’una. Regali ai dipendenti?
C’è anche una voce curiosa di spesa nei conti della onlus: 488 euro per il noleggio di una piattaforma aerea per potatura piante. Non c’entrerebbe molto con gli animali ma forse c’entra con il giardino dell’onorevole, a Calolziocorte, in provincia di Lecco.
(da Il Fatto Quotidiano)
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