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TUTTI TENTATI DALLE ELEZIONI ANTICIPATE

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

RITORNO ALLE URNE IN PRIMAVERA? NELLA MAGGIORANZA CRESCE LA VOGLIA DELLA RESA DEI CONTI, MENTRE L’OPPOSIZIONE SPERA NELL’EFFETTO REGIONALI

Un ex ministro che ne ha viste tante, e che da “democristiano” dichiarato e non pentito partecipa a questa legislatura nella nuova veste di deputato di Fratelli d’Italia, Gianfranco Rotondi, liquida la questione così: «Le elezioni anticipate? Come ama dire Romano Prodi, non si programmano, ci si casca», per un incidente di percorso al di là delle intenzioni, che però sembrano esserci.
Circola sempre più l’ipotesi – attribuita a Palazzo Chigi o non esclusa da Giorgia Meloni – che alle urne gli elettori saranno chiamati prima della scadenza naturale della legislatura, primavera 2026 anziché fine estate 2027.
Ma guai a toccare l’argomento con il centrodestra. Getta acqua fredda la Lega, sebbene il suo atteggiamento sempre più conflittuale nella maggioranza potrebbe alla fine spingere Meloni a un plebiscito sulla premiership.
«Il governo – sostiene il vicesegretario federale e sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon – è in salute nonostante a sinistra cerchino di far credere il contrario. E che sia in salute si può rilevare sia dai dati economici che dal gradimento dei cittadini». Per attuare il programma del centrodestra occorre ancora tempo, osserva sempre Durigon: «Le cose non si possono portare a termine con la bacchetta magica». Forza Italia, pur mostrando una crescente irritazione nei confronti del “populismo” leghista, riconosce che il partito di Matteo Salvini «negli atti parlamentari non ha mai fatto mancare il proprio voto coerente con il mandato elettorale». Parole di Alessandro Cattaneo, responsabile dei dipartimenti di Forza Italia, che vede «una traiettoria di legislatura» dopo il primo tratto di strada «nel segno della stabilità che costituisce il nostro vantaggio rispetto alle opposizioni».
È stato già superato oltre metà del percorso: due anni e otto mesi da
quando si sono insediate le Camere. «La seconda parte della legislatura – è convinto Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d’Italia – sarà segnata dall’approvazione delle riforme più importanti, sottoscritte e condivise da tutto il centrodestra. A partire dal premierato che consentirà agli italiani di decidere da chi essere governati senza ricorrere ai giochi di Palazzo». Il governo Meloni ha deciso di accelerare sia sul premierato sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, entrambi all’esame della Camera a luglio, ma che oltre a sovrapporsi nei lavori parlamentari estivi (per accontentare Fratelli d’Italia e Forza Italia) spingeranno ai margini il provvedimento sui Lep voluto soprattutto dal ministro leghista Roberto Calderoli per salvare l’autonomia differenziata dopo le picconate della Consulta. Anna Ascani (Pd), vicepresidente della Camera, valuta così la situazione: «Non so se la legislatura si interromperà anzitempo, so che la campagna elettorale di Meloni è già iniziata e gli italiani pagano. La maggioranza ha paura per l’evidente bilancio fallimentare di due anni e mezzo di governo e per i risultati delle elezioni locali. Il centrodestra, quindi, prova a portare all’incasso le rispettive bandiere».
Sullo sfondo c’è la legge elettorale, «per la quale – avverte Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato – percepisco una certa attenzione della maggioranza al fine di accorciare la legislatura». Secondo l’esponente centrista, «pesano i dati economici che per Meloni sono tutti negativi, dal calo della produzione alla crescita dell’inflazione, e resta irrisolta la questione salariale». Il governo «è in difficoltà, anche sui temi internazionali con Trump che è ormai il capo della Meloni, la quale – sostiene Paita – ha fallito come pontiera fra Stati Uniti ed Europa». Quanto al consenso, «il
centrodestra ha perso Genova e ora affronta le regionali d’autunno con difficoltà». Se il tempo non gioca a favore della maggioranza «potrebbe crescere la voglia di anticipare le elezioni politiche con una legge elettorale più favorevole, prima che tutto crolli». Sarebbe il ritorno al proporzionale con le preferenze, il premio di maggioranza dopo il superamento di una certa soglia e lo sbarramento al 3 per cento. Ma i “negoziatori” dei partiti di governo non si sono mai riuniti per arrivare a un vero e proprio testo. La Lega continua a frenare, non essendo convinta dello schema proporzionalista e ritenendo che le priorità della coalizione siano tutte sul versante economico-sociale: «Occorrono norme che aiutino le famiglie con salari più forti», insiste Durigon. Con la conseguenza che la riforma elettorale resta al palo, anche se in base alla previsione di Nazario Pagano (Fi), presidente della commissione affari costituzionali della Camera, il confronto potrebbe entrare nel vivo «fra la fine dell’anno e l’inizio del 2026». Forse un po’ tardi se l’obiettivo fosse quello di andare alle urne nella primavera del prossimo anno. Comunque, senza il sì della Lega la riforma elettorale non passa e, senza le nuove regole del gioco, sarebbe troppo rischioso per il centrodestra affrontare le urne, nel timore che l’attuale Rosatellum possa avvantaggiare il centrosinistra nel Mezzogiorno.
Elly Schlein ha già fatto sapere che il Pd non teme le elezioni anticipate, soprattutto se – al di là delle stesse intenzioni – ci si dovesse “cascare”. Anche lei ha fretta: ricompattare il Pd (la minoranza riformista è in fermento soprattutto in Lombardia) e guidare l’alleanza di centrosinistra. Spiega Francesco Boccia, presidente dei senatori Pd: «Se le opposizioni si uniscono attorno a un progetto condiviso, e sui territori intorno a un candidato credibile,
vincono. E Genova lo dimostra. Io penso che politicamente, se ci si riunisce attorno al Pd, il centrosinistra nella sua interezza è in grado di arrivare anche al 50 per cento e battere questa destra. Negli ultimi due anni ha perso due regioni ed è stata sconfitta nella maggior parte dei capoluoghi di provincia. Certo noi sappiamo che abbiamo ancora un grande lavoro da fare per la costruzione del campo alternativo».
A complicare il progetto, però, non contribuiscono solo le divisioni dell’ipotetico campo largo su Ucraina, difesa europea e Medio Oriente. C’è anche il tema di chi dovrà candidarsi per Palazzo Chigi. Se Schlein punta alla premiership, i Cinque Stelle per ora non vogliono sentire parlare della questione. «Sono aspetti – ci dice il vicepresidente del Movimento Michel Gubitosa – che non ci appassionano e che verranno decisi al momento opportuno. Ora dobbiamo pensare a costruire un’alternativa a questo governo incapace, che sta mettendo famiglie e imprese in ginocchio». Il centrosinistra punta a vincere le regionali in autunno. E se il risultato fosse questo (la sfida è però apertissima) proprio le elezioni anticipate sfumerebbero. Chi avrebbe interesse nel centrodestra a rischiare tanto dopo un’eventuale sconfitta?
(da Espresso)

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“HANNO ISTIGATO LE VIOLENZE DEI COLONI ISRAELIANI”: LINEA DURA DI LONDRA CHE IMPONE SANZIONI CONTRO I MINISTRI ISRAELIANI DI ESTREMA DESTRA BEN-GVIR (SICUREZZA NAZIONALE) E SMOTRICH (FINANZE)

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

LE MISURE, IN ACCORDO CON AUSTRALIA, CANADA, NUOVA ZELANDA E NORVEGIA, PREVEDONO IL DIVIETO DI INGRESSO NEL REGNO UNITO E IL CONGELAMENTO DI ASSET PER I DUE CRIMINALI RAZZISTI

Linea dura del Regno Unito e di altri Paesi contro Israele, che continua l’offensiva a Gaza. Come comunica il Foreign Office
Londra ha imposto sanzioni ai ministri del governo israeliano Itamar Ben-Gvir (Sicurezza Nazionale) e Bezalel Smotrich (Finanze), “in risposta ai loro ripetuti incitamenti alla violenza contro le comunità palestinesi”. Misure decise con Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia (e condannate invece dagli Usa), per «contrastare coloro che inneggiano all’odio» e per chiedere «un’azione immediata contro i coloni estremisti».
Le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nel Regno Unito e il congelamento di asset e investimenti sul suolo britannico legati a Ben-Gvir e Smotrich, due esponenti di estrema destra del governo di Benjamin Netanyahu. Entrambi coloni nei territori occupati in Cisgiordania, la loro presenza è cruciale per l’esistenza dell’esecutivo e, come già il premier, sono nel mirino della Corte Penale Internazionale.
Secondo Londra, Ben-Gvir e Smotrich sono responsabili “di aver compiuto, incitato, promosso e/o sostenuto attività che costituiscono una grave violazione del diritto delle persone a non essere sottoposte a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti, in particolare atti di aggressione e violenza contro palestinesi in Cisgiordania”.
Si tratta di una mossa simbolica ma di grande peso specifico da parte di Londra e alleati. Nelle scorse settimane, Smotrich ha fatto campagna contro gli aiuti a Gaza (“non dovrà passare neanche un chicco di grano”), e in passato ha negato l’esistenza dei palestinesi come popolo e invocato la “totale distruzione” della Striscia. Mentre Ben-Gvir ha un lungo curriculum di azioni anti-arabe, ha invocato la cacciata di tutti i palestinesi dalla Striscia ed è pluricondannato per incitamento al razzismo e per il suo sostegno a organizzazioni terroristiche ebraiche come il partito Kach, ora illegale.
(da agenzie)

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“TRUMP USA LA NOSTRA CITTÀ COME UN ESPERIMENTO PER MILITARIZZARE IL PAESE” : INTERVISTA ALLA SINDACA DI LOS ANGELES, KAREN BASS

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

“È VERGOGNOSO. NON SIAMO NEL CAOS DESCRITTO DAL PRESIDENTE, CHE STA PROVOCANDO DANNI ENORMI. SONO IN CORSO MANIFESTAZIONI IN LARGA PARTE PACIFICHE, PER PROBLEMI POLITICI SERI CREATI DALL’AMMINISTRAZIONE, MA SIAMO IN CONTROLLO”

Karen Bass è infuriata: «Donald Trump sta usando la nostra città come un esperimento, per vedere fino a dove può spingersi nel violare la legge. Se sfonda qui, potrà farlo in tutto il Paese». Sono passate da poco le cinque del pomeriggio e, mentre nelle strade vicino al municipio continuano le proteste, la sindaca convoca un gruppo di giornalisti per un briefing nel Los Angeles Emergency Operations Center di Temple Street.
Come prima cosa dà la parola al capo della polizia Jim McDonnell, per smentire il presidente con la voce delle forze dell’ordine che lui pretende di difendere: «Non abbiamo bisogno dei militari per garantire la sicurezza della nostra città. Anzi, il loro arrivo senza alcun coordinamento con noi crea solo caos e problemi logistici». Chiarito questo, Bass riprende la parola per rispondere ai giornalisti.
Cosa sta succedendo nella sua città?
«Oggi l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) ha condotto cinque raid per arrestare immigrati, uno davanti alla scuola di mio nipote. Stanno provocando caos e terrore, senza motivo. Ho parlato con i famigliari di alcuni sequestrati: una madre originaria del Guatemala, che cerca da giorni il marito e il figlio presi nella retata al magazzino Ambiance; una figlia che ha visto il padre portato via in manette e da allora non ha più saputo nulla. Non consentono neanche di comunicare con gli avvocati, violando la legge. Molti arrestati non sono illegali: vengono catturati mentre vanno negli
uffici dell’Ice, a completare le pratiche burocratiche per confermare il permesso di residenza. Così gli altri in attesa non vanno più, diventando illegali e deportabili».
Perché lo fa?
«Ha descritto Los Angeles come una città invasa dagli illegali, che ha bisogno dei militari nelle strade per liberarla. Vi pare questa la situazione? Sono avvenute proteste, per la maggior parte pacifiche, in un’area di poche strade intorno al municipio. È vergognoso. La verità è che ci sta usando per fare un esperimento: se riesce a violare impunemente la legge nella seconda città americana allora sarà libero di farlo ovunque».
Lo scopo è solo questo?
«E anche rovinare la nostra economia, perché sa che molti settori chiave dipendono dal lavoro degli immigrati. Così danneggia le persone, le famiglie e la nostra amministrazione».
Los Angeles è una città internazionale, che l’anno prossimo ospiterà la prima partita dei Mondiali di calcio e nel 2028 le Olimpiadi. Cosa dice al mondo che vi guarda?
«Non siamo nel caos descritto dal presidente, che sta provocando danni enormi. Sono in corso manifestazioni in larga parte pacifiche, per problemi politici seri creati dall’amministrazione, ma siamo in controllo».
Non è vero però che ci sono state violenze?
«Sì e le condanno con forza. Non hanno nulla a che vedere con chi si adopera onestamente per difendere i diritti degli immigrati. In base alle nostre indagini, le proteste sono nate in modo spontaneo, non provocate da agenti sovversivi. Però chi viola la legge viene arrestato. Non pensate di farla franca, se stasera tornate a casa liberi, perché vi troveremo, verremo a prendervi. Non escludo il coprifuoco
notturno per il centro della città, se diventasse necessario».
A questo scopo non sono utili Guardia nazionale e Marines?
«Sapete cosa stanno facendo i soldati? Su oltre 2.000 mobilitati, solo 300 vengono impiegati. Fanno la guardia davanti all’edificio federale vicino al municipio e quello di Westwood. Gli altri siedono in caserma a girarsi i pollici. A cosa serve aggiungere 700 marines a questi militari già inutili?».
Allora perché Trump li manda?
«Per fare scena. Vi dico solo questo: l’amministrazione ha pubblicato un messaggio di congratulazioni alla Guardia nazionale per aver riportato l’ordine prima ancora che i soldati arrivassero fisicamente a Los Angeles. Vi pare una cosa seria?».
(da agenzie)

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TAJANI E I MIGRANTI ITALIANI DEPORTATI A GUANTANAMO

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

A FORZA DI LECCARE IL CULO A UN CRIMINALE, ECCO I RISULTATI… LE OPPOSIZIONI CHIEDONO CHE TAJANI RIFERISCA IN AULA

Il dipartimento di Stato Usa non vuole rivelare l’identità dei migranti irregolari che vuole spedire nel carcere di massima sicurezza a Cuba: «Ma non sarà la loro destinazione finale»
«I migranti irregolari italiani che si trovano negli Usa non dovrebbero essere portati nel carcere di Guantanamo». A lanciare l’appello è il vicepremier Antonio Tajani. Intervistato da Rtl, il titolare della Farnesina ha precisato la posizione del governo sul tema. «Le prime informazioni che vengono dal dipartimento per la Sicurezza nazionale ci dicono che Guantanamo verrebbe utilizzata
per i clandestini di Stati che non accettano i rimpatri», ha spiegato Tajani. Ma l’Italia «ha già detto all’amministrazione americana tempo fa che era disposta a riprendere gli irregolari nel pieno rispetto dei loro diritti individuali». Nel pomeriggio di giovedì 12 giugno, ha aggiunto il titolare della Farnesina, «è già in agenda una telefonata con il segretario di Stato Marco Rubio e cercherò di avere ulteriori chiarimenti».
I commenti di Tajani fanno seguito a quanto rivelato nelle scorse ore dai media americani, secondo cui Donald Trump avrebbe intenzione di spedire 9mila immigrati irregolari nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo Bay, a Cuba, simbolo della lotta al terrorismo dopo l’attentato dell’11 settembre 2001. Tra quelle 9mila persone ci sono alcuni cittadini italiani. Ma anche altri originari di Regno Unito, Francia, Germania, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi, Lituania, Polonia, Turchia e Ucraina.
A complicare la faccenda contribuisce un altro dettaglio: il dipartimento di Stato americano non ha alcuna intenzione di rivelare l’identità dei migranti illegali che saranno spediti a Guantanamo. «Non è certo una dinamica gestita dal Dipartimento di Stato. Non specificherò nessuna nazionalità degli immigrati clandestini», ha detto la portavoce Tammi Bruce. «Che trasferiamo gli immigrati illegali che hanno compiuto dei crimini a Guantanamo prima che vengano rimandati nel loro Paese d’origine non è una novità. E non è la destinazione finale», ha aggiunto la portavoce.
Nel frattempo, secondo quanto rivela Politico, il dipartimento di Stato Usa starebbe cercando di convincere quello per la Sicurezza nazionale a non inviare a Guantanamo i migranti illegali europei. «Il messaggio è di scioccare e inorridire le persone, di sconvolgerle, ma noi siamo alleati, ha affermato un funzionario del Dipartimento di
Stato a conoscenza del dossier.
Le opposizioni in pressing su Tajani
A incalzare Tajani su quanto sta avvenendo negli Stati Uniti sono le opposizioni, che chiedono al ministro di riferire al più presto in aula sui migranti italiani deportati a Guantanamo. «Chiediamo al ministro Tajani di venire in Aula a svolgere una informativa urgente sulla vicenda, confermarla o smentirla e, in caso, chiarire cosa intenda fare il governo italiano per i nostri concittadini», scrive Raffaella Paita, senatrice di Italia Viva. Alla richiesta di un’informativa si sono associati anche Angelo Bonelli (Avs), Benedetto della Vedova (+Europa), Tony Ricciardi (Pd) e Andrea Quartini (M5s).
(da agenzie)

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LA PREMIER DEL POPOLO CHE SI SCHIERA CON I PADRONI DELLE FERRIERE

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

AI SOVRANISTI DEL PRECARIATO E DELLA SICUREZZA SUL LAVORO NON FREGA UN CAZZO

Tutto il giuoco delle parti svoltosi attorno al referendum indetto dalla Cgil per abrogare parti del Jobs Act e concedere la cittadinanza
breve agli immigrati è stato paradossale e farsesco. Meloni, che come promesso si è recata al seggio per far perdere tempo agli scrutatori non ritirando le schede, dice che alla luce dei risultati è chiaro che “non c’è alcuna alternativa a questo governo e a questa maggioranza”.
Si votava per il governo? Ma niente affatto. Che strano caso: una legge immonda voluta da Renzi e votata dal Pd e che il governo ha l’occasione di emendare viene rinnegata dal Pd, su input dei sindacati, e difesa dal destrume di governo compresi gli ex operaisti leghisti, che esultano per il mancato quorum molto più di Renzi, di cui quella legge è emanazione diremmo morale e ontologica.
Naturalmente a Meloni, Salvini, La Russa etc. non importa niente dei lavoratori sfruttati, precari ed esposti alla morte sul luogo di lavoro; ciò che gli interessava era sabotare il quesito sulla cittadinanza agli immigrati.
Meloni s’è intestata i pochi No e l’astensione come un referendum plebiscitario sulla sua politica d’immigrazione (consistente nel tradurre qualche povero cristo in Albania e riportarlo in Italia alla modica cifra di 600 e rotti milioni di euro, stando a quanto dice Piantedosi), che niente c’entra con la cittadinanza.
Ma allora, si dirà, Meloni avrebbe potuto invitare a votare 4 Sì e 1 No, non tanto per punire il suo (finto) neo-oppositore Renzi, che peraltro Meloni ha scelto di colpire di più e meglio nei suoi affetti più cari (i soldi che prende dagli Stati extra-Ue), quanto per ripristinare un minimo di dignità del lavoro a fronte degli abusi dei padroncini.
In fondo era lei che nel 2015 disse che il Jobs Act era “carta per incartare le pizze” e che non crea posti di lavoro. E qui casca l’asino: Meloni, che ha preso i voti promettendo di restituire la parola al
popolo defraudato dai governi tecnici e di colpire le élite parassite, ha invitato all’astensione senza consentire al popolo di esprimersi su una legge neoliberista e tutelando gli interessi dei padroni contro quelli dello stesso popolo che l’ha votata, il quale non è andato a votare perché non crede più nella democrazia e non perché lo ha chiesto la leader, che però è contenta.
(da il Fatto Quotidiano)

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LISTE D’ATTESA, GIMBE: “DECRETI NEL PANTANO, SEI MILIONI DI ITALIANI RINUNCIANO A CURARSI”

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

DOPO UN ANNO MANCA LA META’ DEI DECRETI ATTUATIVI: QUANTI MORTI HA SULLA COSCIENZA IL GOVERNO?

Decreto legge sulle liste d’attesa incagliato tra le maglie della politica istituzionale e 6 milioni di italiani che rinunciano alle prestazioni sanitarie: è questo il panorama che disegna il nuovo Rapporto Gimbe. Che rileva: “Nonostante annunci e dichiarazioni ufficiali, il Decreto Legge sulle liste d’attesa (DL 73/2024) non ha ancora prodotto benefici concreti per i cittadini2. E spiega: “A un anno esatto dalla sua pubblicazione, l’attuazione delle misure è stata
prima bloccata dalla lunga gestazione del decreto attuativo sulla piattaforma nazionale, poi tenuta in ostaggio dal conflitto istituzionale tra Governo e Regioni sul decreto relativo ai poteri sostitutivi”.
Nel frattempo la realtà restituisce numeri definiti allarmanti: secondo l’Istat, nel 2024 una persona su dieci ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, il 6,8% a causa delle lunghe liste di attesa e il 5,3% per ragioni economiche. E la motivazione relativa alle liste di attesa è cresciuta del 51% rispetto al 2023
Pubblicati tre decreti attuativi su sei
A tracciare un panorama della situazione è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe: “A un anno dalla pubblicazione del decreto Liste di attesa abbiamo condotto un’analisi indipendente sullo status di attuazione della norma, con l’obiettivo di informare in maniera costruttiva il dibattito pubblico e politico e di ridurre le aspettative irrealistiche dei cittadini, sempre più intrappolati nella rete delle liste di attesa, tracciando un confine netto tra realtà e propaganda”, spiega.
Secondo quanto riportato dal Dipartimento per il Programma di Governo, al 10 giugno 2025 dei sei decreti attuativi previsti dal DL Liste d’attesa solo tre sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, lo scorso aprile. Dei rimanenti, uno è scaduto da oltre nove mesi e due non hanno una scadenza definita. “Com’è stato evidenziato in audizione dalla Fondazione Gimbe, il carattere di urgenza del provvedimento si è rivelato incompatibile con un numero così elevato di decreti attuativi, alcuni tecnicamente complessi, altri politicamente scottanti”, rileva Cartabellotta.
In ritardo sulla piattaforma
Entrando nel merito, bisogna risalire al question time del 5
novembre 2024 per capire cosa non abbia funzionato. Allora il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato che da febbraio 2025 sarebbe stato disponibile il “cruscotto” nazionale con gli indicatori di monitoraggio delle liste d’attesa, completo dei dati di tutte le Regioni e Province autonome. Nei fatti, però, il decreto sulla piattaforma è arrivato alla Conferenza Stato-Regioni il 18 dicembre 2024, mentre l’intesa è stata siglata solo il 13 febbraio 2025 e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è slittata all’11 aprile. Da quella data le Regioni hanno avuto 60 giorni (raddoppiati rispetto ai 30 inizialmente previsti) per presentare i progetti necessari a garantire la “comunicazione” tra le proprie piattaforme e quella nazionale. “Proprio il 10 giugno – sottolinea Cartabellotta – sono scaduti i 60 giorni, ma i tempi per rendere pubblicamente accessibili i dati di tutte le Regioni sulla piattaforma nazionale restano del tutto imprevedibili”.
“Lontani dal risultato”
Il 22 maggio scorso, al Ministero della Salute, è stata illustrata la piattaforma nazionale con tutte le funzionalità del cruscotto, utilizzando i dati di tre Regioni anonimizzate. Un segnale che, secondo il presidente di Gimbe, “testimonia indubbiamente l’avanzamento dei lavori, ma che al tempo stesso dimostra quanto ancora siamo lontani da una piattaforma operativa con i dati di tutte le Regioni e, soprattutto, pubblicamente accessibile”. Una realtà che, evidenzia il rapporto, “stride con quanto dichiarato dalla Presidente Meloni nel question time alla Camera del 14 maggio”, ossia il fatto che “la piattaforma nazionale è operativa, e ci dice che nelle Regioni dove ci sono questi strumenti aumentano il numero di visite ed esami per i cittadini e calano i tempi d’attesa”. “Ad oggi non esiste alcun dataset pubblico che documenti una riduzione dei tempi di attesa
Qualsiasi valutazione sull’efficacia del Decreto potrà essere condotta solo quando i dati saranno resi accessibili in modo trasparente”, evidenzia Cartabellotta.
Il decreto più spinoso
Ma qual è il decreto che dà più filo da torcere al governo? Quello più “spinoso”, sull’esercizio dei poteri sostitutivi, ha acceso lo scontro istituzionale tra governo e Regioni, che si è consumato in due mesi di missive ufficiali con accuse incrociate e rivendicazioni. Il clima sembra essersi disteso dopo il confronto del 22 maggio tra Meloni e presidente Massimiliano Fedriga, che il 28 maggio scorso ha incontrato il ministro Schillaci per finalizzare il testo del decreto.
“Al di là delle dichiarazioni pubbliche di ritrovata sintonia istituzionale, al 10 giugno non risulta ancora raggiunta l’intesa tra Governo e Regioni sul decreto attuativo – sottolinea Cartabellotta -. Ma soprattutto amareggia constatare che, su un tema che lede un diritto costituzionale, lo scontro frontale abbia preso il sopravvento sulla ‘leale collaborazione’ tra Stato e Regioni, rendendo evanescente il supremo principio di “Repubblica che tutela la salute. Nel frattempo, milioni di persone continuano ad attendere. O peggio, rinunciano alle prestazioni sanitarie”.
In 6 milioni rinunciano a curarsi
Intanto sempre più italiani non si curano. “L’espressione ‘rinuncia alle cure’ è ormai entrata nel linguaggio comune di politici e media, ma dovrebbe essere abbandonata perché fuorviante: la rinuncia infatti, riguarda test diagnostici e visite specialistiche, non le terapie”, chiarisce Cartabellotta. Se guardiamo alla definizione Istat il riferimento va a persone che dichiarano di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche (escluse quelle odontoiatriche) o esami diagnostici pur avendone bisogno, a causa di
almeno uno dei seguenti motivi: tempi di attesa troppo lunghi, problemi economici (impossibilità di pagare, costi eccessivi), difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi). Cos’è successo nel 2024? Si è registrata un’impennata. Secondo le elaborazioni Gimbe su dati ISTAT, il 9,9% della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, rispetto al 7,6% del 2023 (4,5 milioni di persone) e al 7% del 2022 (4,1 milioni di persone). Il dato è sostanzialmente omogeneo in tutto il Paese, senza differenze significative: 9,2% al Nord, 10,7% al Centro e 10,3% al Sud.
“Negli ultimi due anni il fenomeno della rinuncia alle prestazioni non solo è cresciuto, ma coinvolge l’intero Paese, incluse le fasce di popolazione che prima della pandemia si trovavano in una posizione di ‘vantaggio relativo’, come i residenti al Nord e le persone con un livello di istruzione più elevato”, spiega Cartabellotta.
Prima causa della rinuncia: lunghi tempi di attesa
Il netto aumento delle rinunce a visite ed esami rilevato nel 2024 è dovuto soprattutto ai lunghi tempi d’attesa: la quota di popolazione che dichiara di aver desistito per questo motivo è passata infatti dal 4,2% del 2022 (2,5 milioni di persone) al 4,5% del 2023 (2,7 milioni di persone), fino a schizzare al 6,8 % nel 2024 (4 milioni di persone). Anche le difficoltà economiche continuano a pesare: la percentuale di chi rinuncia per motivi economici è aumentata dal 3,2% del 2022 (1,9 milioni di persone) al 4,2% del 2023 (2,5 milioni di persone), fino al 5,3% del 2024 (3,1 milioni di persone).
Il presidente di Gimbe sottolinea: “Se tra il 2022 e il 2023 l’aumento della rinuncia alle prestazioni era dovuto soprattutto a motivazioni economiche, tra il 2023 e il 2024 l’impennata è stata trainata in larga misura dalle lunghe liste di attesa”. E i dati lo confermano: le
rinunce legate ai tempi d’attesa sono cresciute del 7,1% tra il 2022 e il 2023, e del 51% tra il 2023 e il 2024; quelle per ragioni economiche, invece, sono cresciute del 31,2% tra 2022 e 2023 e del 26,1% tra 2023 e 2024.
“Il vero problema non è più, o almeno non è soltanto, il portafoglio dei cittadini, ma la capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire le prestazioni in tempi compatibili con i bisogni di salute”, prosegue Cartabellotta -. Va inoltre ricordato che il questionario ISTAT consente risposte multiple: il cittadino può indicare contemporaneamente sia i motivi economici sia i lunghi tempi d’attesa tra le cause della rinuncia. È proprio l’intreccio di questi due fattori a rendere il fenomeno ancora più allarmante: quando i tempi del pubblico diventano inaccettabili, molte persone sono costrette a rivolgersi al privato; ma se i costi superano la capacità di spesa, la prestazione diventa un lusso. E alla fine, per una persona su 10, la scelta obbligata è rinunciare”.
L’indicatore “rinuncia a prestazioni sanitarie” rientra anche nel Nuovo Sistema di Garanzia, la “pagella” con cui il Ministero della Salute monitora i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) erogati dalle Regioni.
Nessuna traccia degli altri due decreti
Poi ci sono gli altri due decreti attuativi che mancano all’appello, per cui non è prevista scadenza, e al momento non c’è traccia pubblicamente disponibile. Li illustra Cartabellotta: “Il primo riguarda il superamento del tetto di spesa per il personale sanitario ed è verosimilmente in stand-by per la mancata approvazione della ‘nuova metodologia’ Agenas per stimare il fabbisogno di personale, dopo la sperimentazione condotta nel triennio 2022-2024 – spiega -. Il secondo, che prevede linee di indirizzo nazionali per un nuovo
sistema di disdetta delle prenotazioni e per l’ottimizzazione delle agende Cup, al 10 giugno 2025 non risulta ancora messo in calendario per l’esame in Conferenza delle Regioni”.
E conclude: “A un anno dalla pubblicazione il Decreto legge Liste di attesa si è impantanato tra le complessità tecnologiche che frenano il decollo della piattaforma nazionale e la prolungata tensione istituzionale tra Governo e Regioni sui poteri sostitutivi. Rispetto a quanto rilevato nel monitoraggio Gimbe di fine gennaio, che allora scatenò accese polemiche e attacchi strumentali, siamo arrivati a tre decreti attuativi pubblicati in Gazzetta Ufficiale, ma ne mancano ancora altrettanti all’appello: la prova definitiva che il carattere di urgenza del provvedimento era del tutto incompatibile con la complessità del fenomeno. Le liste d’attesa non sono infatti una criticità da risolvere a colpi di decreti, sono il sintomo del grave indebolimento del sistema sanitario, che richiede investimenti consistenti sul personale, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure concrete per arginare la domanda inappropriata di prestazioni sanitarie”.
(da agenzie)

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ATTENTI AGLI ITALIANI: ALLA STAZIONE DELLA METRO DI TERMINI, UN 53ENNE ROMANO HA RUBATO LO ZAINO LASCIATO SULLA BANCHINA DA UN 22ENNE RUMENO, CHE SI ERA APPENA SUICIDATO LANCIANDOSI SOTTO UN TRENO

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

AFFERRATA LA REFURTIVA, IL LADRO È CORSO VIA, MA È STATO FERMATO POCO DOPO DALLA POLIZIA E DENUNCIATO PER FURTO AGGRAVATO

Era ancora incastrato sotto al vagone della metro sotto al quale si era appena lanciatoquando un ladro ha rubato lo zaino che il ragazzo aveva lasciato sulla banchina. Uno vero e proprio sciacallo, poi trovato con la refurtiva poco distante dal luogo della tragedia.
A rintracciarlo carabinieri e polizia, dopo aver visionato le telecamere di sicurezza della fermata Termini della linea B della metropolitana dove era ancora in corso l’intervento dei soccorritori.
Sono quasi le 22:00 di lunedì sera quando il ragazzo – un 22enne residente a Ciampino di origini romene – lascia il suo zaino sulla banchina in direzione Rebibbia-Jonio. Poi il dramma, dopo aver scritto un messaggio d’addio affidato ai social, si lancia sotto alla metropolitana in ingresso alla fermata Termini dove si consuma il dramma.
Tra i tanti passeggeri impauriti e sotto choc un uomo che, senza pensarci un attimo, afferra lo zaino del ragazzo ancora incastrato sotto al convoglio. Poi si allontana approfittando dei momenti
concitati della tragedia ancora in corso.
Sul posto i carabinieri del nucleo Scalo Termini e della stazione Roma Macao. Visionate le telecamere di sicurezza della fermata, oltre ad accertare il gesto volontario da parte del giovane, i militari dell’Arma notano un uomo che afferra lo zaino e si allontana dalla stazione. Lo sciacallo, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, viene subito identificato.
Dato un nome e un volto al ladro senza scrupoli i carabinieri e la polizia hanno cominciato le sue ricerche nella zona di Termini e del quartiere dell’Esquilino.
Sono poi stati gli agenti del commissariato Viminale di polizia a trovarlo poco distante dal luogo del dramma, in via Daniele Manin. Identificato in un 53enne romano, è stato trovato in possesso dello zaino appena rubato alla fermata della metropolitana.
Sequestrata la refurtiva il ladro è stato denunciato per furto aggravato. Accertato il gesto volontario del 22enne, la salma del ragazzo è stata portata all’obitorio del Verano, con il magistrato di turno che ne ha disposto l’autopsia.
(da agenzie)

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UNA QUOTA FRA IL 15 E IL 20% DEGLI ELETTORI DEL PD HA VOTATO “NO” AL REFERENDUM SULLA CITTADINANZA “ABBREVIATA”

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

DALL’ANALISI DEI FLUSSI REALIZZATA DALL’ISTITUTO CATTANEO EMERGE ANCHE CHE LA MAGGIORANZA DEI SOSTENITORI DEL M5S SI È ESPRESSA CONTRO SU QUESTO TEMA (NON AVEVAMO DUBBI)

Una quota fra il 15 e il 20% degli elettori del Pd alle elezioni europee ha votato No al referendum sulla cittadinanza. E’ quanto emerge dalla prima analisi dei flussi realizzata dall’Istituto Cattaneo di Bologna che ha messo in relazione le europee dell’anno scorso al referendum di domenica e ieri.
L’analisi è stata fatta su una decina di grandi città, grazie ai dati delle singole sezioni elettorali, dai quali emerge che tutto l’elettorato del centrosinistra è andato a votare e quasi tutto quello del centrodestra si è astenuto.
Ovunque è stata registrata una quota significativa (oltre un elettore su cinque a Genova, Bologna e Firenze) del Partito democratico che al quinto quesito ha votato no.
Anche la maggioranza degli elettori del Movimento 5 Stelle ha votato no tranne che a Napoli e a Palermo (dove circa tre quarti si sono espressi per il sì) e a Roma dove la stima fra elettori 5 stelle che hanno votato sì e quelli che hanno votato no è paritaria.
Sempre secondo le stime del Cattaneo la quasi totalità degli elettori del centrodestra che non si sono astenuti ha votato no, come la quasi totalità dell’area liberale e della sinistra ha votato sì.

(da agenzie)

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LA CORTE SUPREMA GRECA HA ESPULSO DAL PARLAMENTO TRE DEPUTATI DEL PARTITO DI ESTREMA DESTRA SPARTIATES (SPARTANI), ELETTI NEL 2023

Giugno 11th, 2025 Riccardo Fucile

I GIUDICI HANNO RISCONTRATO UNA FRODE ELETTORALE, POICHÉ AI TEMPI DELLE ELEZIONI IL LEADER OCCULTO DEL PARTITO ERA ILIAS KASIDIARIS, DIRIGENTE DI SPICCO DELLA FORMAZIONE NEONAZISTA “ALBA DORATA”, ORMAI DISCIOLTA

Tre parlamentari del partito di estrema destra Spartiates (‘Spartani’ in greco), compreso il leader Vasilis Stigas, perderanno i loro seggi parlamentari, a seguito di una decisione della Corte suprema speciale greca, che ha annullato la loro elezione, avvenuta nel 2023. Lo riporta Kathimerini.
La Corte in questione è incaricata di giudicare, tra gli altri, la validità delle elezioni parlamentari in Grecia.
La Corte ha riscontrato che è stata commessa una frode elettorale, poiché ai tempi delle elezioni il leader occulto del
partito degli Spartiates era Ilias Kasidiaris, portavoce e dirigente di spicco dell’ex partito neonazista Alba Dorata, ormai disciolto dopo una sentenza che ha definito il partito un’organizzazione a delinquere.
Kasidiaris si trova attualmente in carcere dove sta scontando una condanna a tredici anni per avere partecipato all’organizzazione, e per legge non poteva partecipare alle elezioni nazionali del 2023 in cui gli Spartiates sono entrati per la prima volta in parlamento, ottenendo 12 seggi.
Oltre a Stigas, perdono il loro posto in aula i deputati Petros Dimitriadis e Alexandros Zerveas.
La sentenza crea un precedente unico – scrive Kathimerini – poiché è la prima volta che il parlamento greco sarà formato da 297 deputati invece che dai 300 previsti. La Corte, infatti, ha stabilito che non è prevista la ridistribuzione dei seggi parlamentari ora vacanti tra gli altri partiti, né permette ad altri candidati di Spartiates di subentrare ai deputati destituiti. Il partito di estrema destra era già stato escluso dalle elezioni per il Parlamento europeo nel giugno dell’anno scorso.
(da agenzie)

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