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IL SACERDOTE DI PIANO SORRENTO A MESSA INDOSSA LA TUNICA CON I COLORI DELLA PALESTINA: “DOBBIAMO SCHIERARCI, PER DIFENDERE CHI NON SI PUO’ DIFENDERE”

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“NON RISPONDIAMO AL MALE COL MALE”

Si chiama don Rito Maresca e sta diventando virale sui social perché domenica scorsa, durante la celebrazione del Corpus Domini a Mortora, frazione di Piano di Sorrento, nel Napoletano, ha deciso di indossare l’abito talare con i colori della bandiera palestinese.
Il bianco stavolta è stato accompagnato dai colori rosso, verde, nero. «Dobbiamo schierarci», ha scritto il prete su Facebook, «per difendere la vita e per difendere chi non può difendersi». «A Gaza si spezzano corpi innocenti. E noi, mentre adoriamo il Corpo di Cristo non possiamo restare in silenzio», ha dichiarato domenica il prete ai suoi fedeli. «Mi domando quando mai Gesù è stato opportuno nel Vangelo. Chiediamo – spiega – grazie e luce per non cadere nella spirale dell’odio, per non rispondere al male col male, ma portando luce nel buio, speranza in questo mondo, nelle nostre vite, nei nostri occhi, nelle nostre comunità, fino a raggiungere il mondo intero. E per questo abbiamo bisogno di aiuto, di chiedere misericordia e perdono per tutte le volte in cui anche noi abbiamo contribuito alle divisioni, a spezzare l’unità. Per questo chiediamo misericordia e perdono».
«Ho scelto di non fare carriera, ma sono contento perché libero»
Il prete ha ringraziato la parrocchia di Mortora e «a chi crede che ciascuno di noi può fare la differenza nel proprio ambito di vita. A volte qualcuno mi ha detto ‘presto andrai via da qui perché ti faranno vescovo’, tranquilli. Con oggi (domenica, ndr.) ho scelto di non fare carriera, ma sono contento perché libero».

(da Open)

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SONO STATI ARRESTATI A ROMA DUE POLIZIOTTI ACCUSATI DI AVERE VENDUTO HASHISH, SEQUESTRATO DURANTE LE OPERAZIONI ANTIDROGA, A UNA BANDA DI NARCOTRAFFICANTI MAROCCHINI

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

NEI LORO VERBALI, GLI AGENTI DIMINUIVANO LE QUANTITÀ CONFISCATE: SAREBBERO ALMENO 60 I CHILI DI DROGA “SPARITI”… LA FINANZA HA ARRESTATO 14 MEMBRI DELLA GANG, MENTRE ALTRI CINQUE POLIZIOTTI SONO INDAGATI

Sedici arresti per traffico di droga. Fra loro anche due poliziotti del commissariato San Lorenzo, mentre cinque colleghi – di cui uno in pensione – sono indagati.
L’operazione è stata condotta a termine lunedì mattina dai finanzieri del Gico della Guardia di Finanza coordinati dalla Dda. In particolare ai poliziotti viene contestato il fatto di essersi appropriati e di aver ceduto droga (hashish) ai componenti della banda di marocchini tagliando i quantitativi sequestrati sui verbali.
Al momento sono stati accertati circa 60 chili di stupefacente spariti durante le operazioni antidroga. […] Le misure cautelari sono state emesse dal gip Emanuela Attura su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.
La banda era guidata per chi indaga dai fratelli Mourad e Mohamed Rafia, detti «Khachba» e «Combat». I proventi del traffico di droga venivano trasferiti all’estero. Gli episodi contestati risalgono al 2022.
In particolare agli agenti sono contestati di aver omesso di sequestrare chili di hashish durante le perquisizioni e l’arresto di uno dei componenti della banda, e di aver restituito quasi 60 chili di stupefacente nel parcheggio del centro commerciale alla Rustica a un informatore, sempre del gruppo, per aver consentito di arrestare un altro trafficante.
COME AGIVA LA BANDA: I TELEFONINI CRIPTATI
Dagli accertamenti investigativi è emerso che un complice della banda agiva da Spagna e Marocco organizzando trasporti di droga su strada per oltre 1,4 tonnellate in Italia. Ognuno aveva il suo compito: contatto con i fornitori, trasporto, custodia e distribuzione dello stupefacente, riscossione dei proventi e loro riciclaggio tramite canali di trasferimento.
In più c’era una cassa comune per stipendiare i complici, ma anche fornire assistenza legale in caso di arresto, compresa quella economica, e reperire armi da fuoco nonché i veicoli con doppifondi.

(da agenzie)

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LE IMMAGINI SATELLITARI METTONO IN DUBBIO LE AFFERMAZIONI DI TRUMP SUL SUCCESSO DEGLI ATTACCHI ALL’IRAN

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

VI SONO DANNI SIGNIFICATIVI MA NON NELLA MISURA SOSTENUTA DA TRUMP

Le immagini satellitari scattate dopo il tentativo dell’esercito statunitense di distruggere le strutture nucleari iraniane mostrano danni significativi ai siti nucleari di Teheran, ma non necessariamente nella misura sostenuta da Donald Trump.
Le immagini indicano danni al suolo – tra cui nuovi cratebuchi sulle creste delle montagne e tunnel crollati – ma non forniscono la prova definitiva che le strutture sotterranee pesantemente fortificate siano state violate.
Il Presidente degli Stati Uniti si era vantato che le strutture nucleari erano state “completamente e totalmente cancellate” nell’attacco. “Il danno maggiore è avvenuto molto al di sotto del livello del suolo”, ha affermato. “Centro!!!”
Le immagini satellitari pubblicate da Maxar Technologies hanno mostrato diversi crateri e nuovi fori in cima al crinale del complesso sotterraneo di Fordow, nonché gli ingressi dei tunnel bloccati dalla sporcizia. Secondo le immagini, un grande edificio di supporto è rimasto intatto.
Il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Mariano Grossi, ha dichiarato che nessuno “è in grado di valutare i danni sotterranei di Fordow”.
E ha aggiunto: “Per quanto riguarda la valutazione del grado di danno nel sottosuolo, su questo non possiamo pronunciarci. Potrebbe essere importante, potrebbe essere significativo, ma nessuno… né noi né nessun altro è in grado di dire quanto sia stato danneggiato”.
L’agenzia ha dichiarato che non c’è stato alcun rilascio di radiazioni nucleari dall’impianto.
Il generale Dan Caine, presidente dei capi di stato maggiore congiunti degli Stati Uniti, ha affermato che la valutazione dei danni della battaglia è ancora in corso. “Sarebbe troppo presto per me commentare ciò che potrebbe o meno essere ancora lì”, ha detto.
Fordow è il secondo impianto di arricchimento nucleare dell’Iran dopo il complesso principale di Natanz. È sepolto in profondità, pesantemente fortificato e si stima che contenga 2.700 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.
Un’immagine satellitare di Natanz ha mostrato un nuovo cratere di circa 5,5 metri di diametro. Sebbene il cratere fosse chiaramente visibile nella sporcizia, ha dichiarato Maxar in un comunicato, le immagini non hanno fornito prove conclusive che l’attacco statunitense sia penetrato nella struttura sotterranea a circa 40 metri sotto la superficie e protetta da uno strato di cemento e acciaio spesso 8 metri.
L’attacco al Centro di tecnologia e ricerca nucleare di Isfahan sembra aver colpito alcune strutture legate alla conversione dell’uranio e “ingressi a tunnel utilizzati per lo stoccaggio di materiale arricchito”, ha dichiarato l’osservatorio nucleare delle Nazioni Unite.
L’impianto era stato precedentemente bombardato da Israele.
Si ritiene che l’Iran abbia riempito i tunnel dei suoi siti nucleari prima degli attacchi statunitensi, in modo da smorzare l’effetto dell’operazione americana di domenica.
Un’analisi delle immagini satellitari effettuata dall’Istituto per la scienza e la sicurezza internazionale ha indicato che i tunnel del sito di Isfahan sono stati probabilmente riempiti prima dell’attacco.
Le immagini scattate da Airbus e valutate dall’organizzazione no-profit di Washington hanno mostrato camion che scaricavano terreno nei tunnel del sito venerdì.
Diversi esperti hanno anche avvertito che l’Iran ha probabilmente spostato da Fordow, prima dell’attacco, una scorta di uranio altamente arricchito di grado prossimo alle armi. Questo potrebbe essere nascosto in posizioni sconosciute a Israele, agli Stati Uniti e agli ispettori nucleari delle Nazioni Unite.

(da independent.co.uk)

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GLI AMERICANI POSSONO DORMIRE SONNI TRANQUILLI: TRUMP HA NOMINATO UN 22ENNE, SENZA ALCUNA ESPERIENZA E CON UNA FACCIA NON PARTICOLARMENTE SVEGLIA, ALL’AGENZIA INCARICATA DI PREVENIRE IL TERRORISMO

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

SI CHIAMA THOMAS FUGATE E IN PASSATO HA LAVORATO COME PAESAGGISTA, GIARDINIERE E IMPIEGATO IN UNA DROGHERIA. MA ESSENDO UN GRANDE FAN DI DONALD, HA OTTENUTO L’IMPIEGO

Tra le minacce di punizione da parte dell’Iran in seguito all’attacco militare statunitense a tre siti nucleari iraniani, i critici hanno intensificato l’esame del ventiduenne a cui il presidente Donald Trump ha assegnato un importante incarico di prevenzione del terrorismo.
In un post pubblicato domenica mattina su X, il senatore Chris Murphy ha criticato Trump per aver nominato il ventiduenne Thomas Fugate a un ruolo presso il Dipartimento di Sicurezza
Nazionale (DHS) in cui supervisiona il Centro per i programmi di prevenzione e i partenariati (CP3), una divisione dell’agenzia incaricata della prevenzione del terrorismo.
“Mentre la nostra nazione si prepara a possibili attacchi terroristici iraniani, questa è la persona che Trump ha messo a capo della prevenzione del terrorismo”, ha scritto Murphy, riferendosi a Fugate. “22 anni. Esperienze lavorative recenti: paesaggista/impiegato di drogheria. Mai lavorato un giorno nell’antiterrorismo. Ma è un grande fan di Trump. Così ha ottenuto il lavoro”.
Un’inchiesta di Pro Publica del 4 giugno sul background di Fugate ha rivelato un curriculum incredibilmente scarno. Fugate ha ottenuto il lavoro a maggio dopo che William Braniff – un veterano dell’esercito con oltre due decenni di esperienza nella sicurezza nazionale – si è dimesso per protesta contro i tagli al CP3.
Sulla sua pagina Linkedin, Fugate ha dichiarato di aver trascorso diversi mesi a svolgere “lavori di cura del prato nel mio quartiere” e di aver lavorato part-time come commesso presso un supermercato H-E-B.
“Forse è un ragazzo prodigio. Forse è Doogie Howser e a 21 anni, o qualunque cosa sia, ha tutte le carte in regola per guidare l’ufficio. Ma è improbabile che sia così”, ha dichiarato a ProPublica un ricercatore dell’antiterrorismo che ha lavorato per anni con i funzionari del CP3. “Sembra come mettere il tirocinante al comando”.

(da agenzie)

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“SE DA DAGOSPIA SI PASSA A GIORGIASPIA È LA FINE DELLO STATO DI DIRITTO”: MATTEO RENZI È L’UNICO POLITICO DELL’OPPOSIZIONE CHE CONTINUA A INCALZARE GIORGIA MELONI E ALFREDO MANTOVANO PER IL CASO DEI GIORNALISTI SPIATI ILLEGALMENTE CON LO SPYWARE DI PARAGON

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“IL GIORNALISMO PUÒ E DEVE CONTROLLARE IL GOVERNO. IL GOVERNO INVECE NON PUÒ CONTROLLARE I GIORNALISTI” … “SE FANNO QUESTO AL TELEFONINO DI UN GIORNALISTA FAMOSO, POTETE IMMAGINARE CHE COSA SONO IN CONDIZIONI DI FARE A UN CITTADINO COMUNE?”

“La vicenda dello spionaggio ai danni dei giornalisti è sempre più incredibile. E il bello è che tocca a me difendere giornalisti contro cui ho sempre discusso o litigato. Ma una cosa è discutere con i giornalisti e una cosa è spiare i giornalisti. Mi fa ridere chi mi dice: ma proprio tu che hai querelato decine di persone ti metti a fare il paladino della libertà di stampa?
È il sintomo che ormai il populismo annebbia definitivamente le menti. È ovvio che io querelo chi dice il falso su di me. Se uno scrive che io sono un ladro, ho il dovere – non solo il diritto – di agire in sede giudiziaria per difendere il mio onore. Ma se accetto che le Istituzioni comprino software che spiano i giornalisti non è più problema di onore o di querele: è un problema di Stato di diritto. Chi non lo capisce è in malafede!”. A scriverlo nella sua e-news è il senatore di IV Matteo Renzi.
“Il fatto che ci sia anche Dagospia tra le testate intercettate è un salto di qualità – aggiunge – Dagospia è un sito irriverente e fuori dagli schemi, una testata che dà molte notizie: non tutte vere, per me, e infatti siamo andati in causa in più di una circostanza. Ma attenzione: il giornalismo può e deve controllare il Governo. Il Governo invece non può controllare i giornalisti”.
“Se da Dagospia si passa a Giorgiaspia è la fine dello Stato di diritto. Mi sconvolge che su questo tema combatto in solitudine. Sarà che mi hanno pubblicato intercettazioni, conti correnti, lettere private a mio padre, atti giuridici privati e dunque ci sono passato e so quanto male fa essere messo alla berlina pur non avendo fatto nulla di male. Ma ho giurato a me stesso che non avrei mai accettato che facessero ad altri ciò che ha fatto male a me!”, prosegue Renzi.
“Ripeto quello che ho detto dalla Gruber: se fanno questo al telefonino di un giornalista famoso, potete immaginare che cosa sono in condizioni di fare a un cittadino comune?”, conclude il parlamentare.
(da agenzie)

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L’ATOMO FUGGENTE: IL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO NON SI PUÒ DISTRUGGERE CON LE BOMBE: L’URANIO ARRICCHITO ERA STATO PROBABILMENTE SPOSTATO DAL SITO NUCLEARE DI FORDOW. GLI IMPIANTI HANNO SUBITO DANNI INGENTI, MA NON DEFINITIVI

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

IN TRE DECENNI L’IRAN HA ACQUISITO GRAN PARTE DELLE CONOSCENZE PER COSTRUIRE UNA BOMBA, CHE NON POSSONO ESSERE ELIMINATE CON CAMPAGNE MILITARI. AL MASSIMO, I RAID POSSONO RITARDARE LA COSTRUZIONE DELLA BOMBA

Il giorno dopo che il presidente Donald Trump ha dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “completamente e totalmente
annientato” dalle bombe americane anti-bunker e da una raffica di missili, lo stato effettivo del programma sembrava molto più confuso, con alti funzionari che ammettono di non conoscere il destino delle riserve di uranio iraniano arricchito ad un livello vicino a quello necessario per una bomba. Riserve che gli iraniani potrebbero aver messo in salvo in tempo.
I dubbi rimbalzano sui media Usa.
“Lavoreremo nelle prossime settimane per assicurarci di fare qualcosa con quel combustibile e questo è uno degli argomenti su cui parleremo con gli iraniani”, ha detto lo stesso vicepresidente J.D. Vance ad Abc, riferendosi ad una quantità di uranio sufficiente a produrre nove o dieci armi atomiche.
Ciononostante, ha sostenuto che il potenziale del paese per trasformare quel combustibile in armi e’ stato sostanzialmente ridimensionato perché non ha più le attrezzature per trasformarlo in armi operative.
Nel briefing con i giornalisti, is Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di stato maggiore congiunto, Dan Caine, hanno evitato le affermazioni massimaliste di Trump sul successo dell’operazione. E hanno affermato che una valutazione iniziale dei danni subiti in battaglia in tutti e tre i siti colpiti dai bombardieri B-2 dell’Aeronautica Militare e dai missili Tomahawk della Marina ha mostrato “gravi danni e distruzione”. Ma gli esperti dicono che serviranno settimane per capire quanto l’attacco e’ stato devastante ed efficace.
Gli Stati Uniti indagano su quanto sia stato distrutto il programma nucleare iraniano e su quanto rimanga ancora da far
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno dichiarato domenica che gli attacchi aerei e missilistici contro le infrastrutture nucleari
iraniane sono stati un colpo devastante che ha probabilmente fatto regredire il programma nucleare iraniano per anni.
Ma Israele e gli Stati Uniti potrebbero comunque scoprire che la battaglia pluridecennale condotta contro le attività nucleari di Teheran potrebbe continuare all’infinito se gli iraniani riuscissero a trasferire alcune delle loro scorte di uranio altamente arricchito e altre attrezzature prima dell’attacco dell’esercito americano.
Il generale dell’aeronautica Dan Caine, presidente degli Stati Maggiori Riuniti, ha dichiarato domenica ai giornalisti che l’operazione è stata “progettata per degradare gravemente” l’infrastruttura nucleare iraniana. Ma ha detto che sono necessarie ulteriori valutazioni dei danni prima che il Pentagono possa escludere la possibilità che una parte della capacità nucleare iraniana sia rimasta.
L’attacco a sorpresa degli Stati Uniti è stato lanciato un minuto dopo la mezzanotte di sabato mattina, quando sette bombardieri B-2 stealth sono decollati dalla base aerea di Whiteman, nel Missouri, trasportando 14 bombe bunker da 30.000 libbre.
I bombardieri hanno volato per 18 ore, rifornendosi più volte in volo e collegandosi con una serie di caccia americani avanzati.
In totale, i bombardieri hanno sganciato 14 bombe pesanti, note come Massive Ordnance Penetrators, contro gli impianti nucleari di Fordow e Natanz tra le 18:40 e le 19:05, ora orientale.
Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che gli attacchi aerei e missilistici sono stati così decisivi da aver bloccato l’unica opzione nota di Teheran per sviluppare armi nucleari.
“Penso che ci vorranno molti, molti anni prima che gli iraniani siano in grado di sviluppare un’arma nucleare”, ha dichiarato Vance a “Meet the Press” della NBC
Ma alcuni esperti hanno sottolineato le incertezze sullo stato del programma iraniano, sollevando la possibilità che gli Stati Uniti e Israele debbano ancora tenere sotto controllo l’Iran per gli anni a venire, per essere sicuri che non stia cercando di ricostruire il suo programma nucleare – e persino usare di nuovo la forza per impedirlo.
“Possiamo ragionevolmente supporre che le centrifughe di Fordow e Natanz siano state distrutte”, ha dichiarato in un’intervista Richard Nephew, ex negoziatore con l’Iran durante le amministrazioni Biden e Obama. “Ma non sappiamo ancora se si tratta di tutte le centrifughe. E non sappiamo cosa potrebbero aver portato via prima dell’attacco, soprattutto le scorte di uranio arricchito dell’Iran”.
L’Iran ha sempre insistito sul fatto che il suo programma nucleare è puramente pacifico, destinato a scopi civili. I funzionari dell’amministrazione Trump non hanno abbandonato l’obiettivo di raggiungere un accordo con l’Iran che possa risolvere le questioni relative alle capacità residue e al lavoro futuro dell’Iran.
Vance ha alluso a questa possibilità in un’apparizione televisiva di domenica a “This Week” della ABC. Alla domanda se l’Iran potrebbe ancora conservare una scorta di uranio già arricchito, ha sostenuto che sarebbe inutile senza gli altri componenti del programma iraniano, ma ha aggiunto che si tratta comunque di una capacità che gli Stati Uniti vogliono eliminare.
“Nelle prossime settimane lavoreremo per garantire che si faccia qualcosa con quel combustibile e questa è una delle cose di cui parleremo con gli iraniani”, ha detto Vance.
Grossi ha dichiarato che Fordow, che è stata bersagliata da una dozzina di bombe bunker che gli Stati Uniti hanno sganciato, ognuna delle quali trasportava l’equivalente di circa quattro tonnellate di
TNT, è stata colpita direttamente. Tuttavia, ha avvertito che “il grado di danno all’interno dei capannoni di uranio non può essere determinato con certezza”.
Le immagini satellitari raccolte dalla Maxar Technologies dopo l’attacco di sabato mostrano diversi grandi buchi in una cresta sopra l’installazione sotterranea. Alcuni dei colpi sono apparsi vicini al sistema di ventilazione, un potenziale punto debole nella progettazione del sito. Gli attacchi hanno lasciato il sito coperto da uno strato di cenere grigio-blu.
Natanz è stata colpita da due bunker buster, mentre Isfahan è stata colpita da più di due dozzine di missili da crociera lanciati dal mare, anche se non è chiaro se tutti i depositi sotterranei di uranio arricchito dell’impianto siano sepolti sotto cumuli di macerie o siano stati spostati prima dell’attacco.
In tre decenni l’Iran ha acquisito gran parte delle conoscenze per costruire una bomba, che non possono essere eliminate con campagne militari, hanno detto gli analisti.
“Non esiste una soluzione militare che possa eliminare completamente questo programma”, ha dichiarato Dana Stroul, ex vice segretario alla Difesa per il Medio Oriente nell’amministrazione Biden.
Allo stesso tempo, alcuni esperti ed ex funzionari ritengono che i danni causati dalle forze statunitensi e israeliane complicherebbero enormemente qualsiasi tentativo dell’Iran di sviluppare segretamente una bomba nucleare.
Oltre agli attacchi statunitensi e israeliani potenzialmente paralizzanti contro i siti di arricchimento noti dell’Iran, Israele ha attaccato altri luoghi chiave. Tra questi, l’impianto di conversione per la produzione di uranio che può essere arricchito e un sito per la
conversione dell’uranio arricchito nel metallo necessario per la bomba.
Israele ha anche attaccato gli impianti di produzione di centrifughe in tutto il Paese, necessari per realizzare le macchine necessarie all’arricchimento.
Sebbene molti dei componenti di cui l’Iran avrebbe bisogno per un programma nucleare possano essere ricostruiti, ricreare in segreto questa catena di approvvigionamento di attrezzature per un’arma sarebbe difficile, anche a causa dell’efficacia con cui l’intelligence israeliana ha spiato il lavoro nucleare dell’Iran.
Gary Samore, esperto di non proliferazione e direttore del Crown Center for Middle East Studies della Brandeis University, ha dichiarato: “Sebbene l’Iran conservi scienziati nucleari, conoscenze e uranio arricchito e forse qualche residuo del suo programma di arricchimento, la ricostruzione sarà molto difficile e richiederà molto tempo e sarà vulnerabile a ulteriori sabotaggi e persino ad attacchi militari”.
(da agenzie)

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PRONTI AD ARRENDERSI: IN ITALIA, NEGLI ULTIMI TRE ANNI, I FAVOREVOLI A UN ESERCITO COMUNE EUROPEO SONO SCESI DAL 57 AL 48%. IL SOSTEGNO MAGGIORE ARRIVA DAGLI ELETTORI DEL CENTROSINISTRA

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

È CRESCIUTA L’OPPOSIZIONE VERSO L’ESERCITO EUROPEO, MA ANCHE VERSO L’EUROPA UNITA. L GRADO DI FIDUCIA VERSO L’UE È SCESO AL 30%. L’INDICE PIÙ BASSO DEGLI ULTIMI DIECI ANNI

Stiamo attraversando una fase difficile, sul piano “globale” e non solo. Ma il mondo intorno a noi incombe. In modo inquieto e talora drammatico. I conflitti e le guerre sono numerosi. Come le tensioni fra Paesi
Trump, infatti, ha sviluppato relazioni di confidenza reciproca con Vladimir Putin, presidente della Federazione russa. In questo modo, i due presidenti hanno costruito e rafforzato un asse di controllo geopolitico internazionale. Che oggi è condiviso soprattutto con la Cina. Non certo con l’Unione Europea.
Perché, nonostante le premesse e le promesse, l’Europa è divenuta una “Unione di Paesi poco uniti”. E sicuramente incapaci di sviluppare progetti condivisi, oltre il campo economico. Di certo lontani dalla realizzazione di iniziative comuni nel campo politico e soprattutto della difesa.
La materia sicuramente più “critica”, perché la guerra è divenuta un tema “quotidiano”.
Amplificato dai media perché genera paura. E la paura fa ascolti, spettacolo. “Lo spettacolo della paura” va, quindi, in onda in diretta. E, in Europa, è drammatizzato dall’evidente difficoltà di elaborare e costruire una strategia comune. Una difesa comune. Un esercito comune.
Si tratta di un problema evidente, agli occhi dei cittadini, come emerge dal sondaggio condotto da Demos per Repubblica, dal quale emergono, al proposito, due indicazioni interessanti e inquietanti. La prima riguarda direttamente l’atteggiamento dei cittadini nei confronti della possibilità di formare un esercito europeo comune. Una prospettiva meno estesa, fra gli italiani. Anche se di poco
L’utilità di un esercito europeo è, infatti, condivisa dal 48% del campione. Poco meno di quanti, al proposito, manifestano dissenso. Tuttavia, tre anni fa, nel 2022, le proporzioni erano inverse. E la distanza più ampia. Gli italiani favorevoli alla formazione di un esercito europeo, infatti, raggiungevano il 57%. Quasi 10 punti di più. Inoltre, una quota, per quanto limitata al 4%, non esprimeva opinioni. Per incompetenza. O per incertezza.
Oggi, invece, i dubbi sono spariti, mentre è cresciuto il distacco. L’opposizione verso l’esercito europeo. Ma, in fondo, anche verso l’Europa unita. Che ai più appare, sempre più un progetto sbiadito e lontano. Il sostegno più ampio e convinto proviene, sempre più, dai giovani e soprattutto dagli studenti. Li abbiamo per questo definiti la “generazione E”, Europea, successivamente, EG. Cioè, Euro-Globale.
Parallelamente il sondaggio di Demos segnala e rende chiaro anche un crescente distacco dall’Ue. Negli ultimi mesi, infatti, il grado di fiducia verso l’Unione è sceso al 30%. L’indice più basso degli ultimi dieci anni. O meglio, dal 2016. In caduta rispetto ai primi anni 20. Quando il ruolo dell’Unione era stato reso evidente dal contributo finanziario – e non solo – che aveva offerto nel tempo del Covid.
Allora la fiducia verso l’Unione europea era salita fino al 45%. Oggi è caduta al 30%. Come sempre, il fattore politico conta molto. E condiziona le opinioni. In particolare, il sostegno maggiore verso l’esercito europeo si osserva tra le persone più vicine ai partiti di centro sinistra. Anzitutto del cosiddetto Terzo Polo: +Europa, Azione e Italia Viva. Insieme al Pd e Avs.
Mentre scende fra i sostenitori dei partiti di governo. FdI, Lega e FI. Insieme alla base del M5s. Che si “tira fuori” da un tema critico come l’Esercito comune.
Nell’insieme, si conferma l’immagine di un Paese diviso, dove le distanze fra i partiti e i loro sostenitori restano ampie e non calano. Soprattutto quando entrano in campo questioni critiche, come l’esercito comune europeo. Allora le distinzioni diventano fratture.
(da La Repubblica)

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IL POLITOLOGO IAN BREMMER: “L’ATTACCO ALL’IRAN È UN ERRORE CHE TRUMP HA COMMESSO PER RAGIONI DI EGO. I BOMBARDAMENTI CONDOTTI DAGLI ISRAELIANI AVEVANO GIÀ RALLENTATO IL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO DI ALMENO 9 MESI, FORSE DI ANNI”

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

TRUMP NON AVEVA BISOGNO DI ATTACCARE, IL PRESIDENTE PERÒ VOLEVA EVITARE CHE ISRAELE SI PRENDESSE TUTTO IL MERITO DELL’OPERAZIONE, ANCHE PERCHÉ NEGLI ULTIMI TEMPI HA FALLITO I NEGOZIATI SULL’UCRAINA, GAZA E L’IRAN, E QUINDI AVEVA BISOGNO DI UN SUCCESSO MILITARE. LO HA FATTO PER EGO, NON PER NECESSITÀ DI SICUREZZA NAZIONALE”

Ian Bremmer boccia l’attacco all’Iran: «È un errore che Trump ha commesso per ragioni di ego». «Invece di risolvere la crisi, il raid aumenta i rischi di escalation».
Perché il presidente ha attaccato ora?
«La leadership iraniana aveva detto che non era disposta ad arrendersi, perché la rimozione del programma nucleare avrebbe messo a repentaglio la sua legittimità. Trump aveva chiarito che
voleva la resa, altrimenti avrebbe attaccato, perciò lo ha fatto».
È stata la mossa giusta?
«Non credo, perché i rischi di escalation sono ora molto maggiori di quanto non vogliano ammettere gli Usa. I bombardamenti condotti dagli israeliani, con l’aiuto degli americani, avevano già rallentato il programma nucleare iraniano di almeno 9 mesi, forse di anni.
Quindi Trump non aveva bisogno di attaccare questo fine settimana, anche perché quasi tutta la comunità internazionale era dalla sua parte. Il presidente però voleva evitare che Israele si prendesse tutto il merito dell’operazione, anche perché negli ultimi tempi ha fallito i negoziati sull’Ucraina, Gaza e l’Iran, e quindi aveva bisogno di un successo militare. Lo ha fatto per ego, non per necessità di sicurezza nazionale, perciò penso sia un errore».
Che rischi corre ora?
«Ci sono pericoli di ritorsione per gli Usa, i soldati americani nella regione, la navigazione e il commercio dell’energia. Washington non vuole dire che è in guerra con Teheran, ma Israele lo fa. Gli americani vorrebbero evitare un’escalation senza freni, ma potrebbe non dipendere solo da loro».
Che reazione si aspetta dall’Iran?
«La più probabile è che solleciti i suoi alleati a colpire i soldati americani, da Gibuti al resto della regione. La domanda è quanto saranno duri gli attacchi. Non credo invece che bloccheranno completamente lo stretto di Hormuz, perché l’Iran esporta ancora petrolio e ha bisogno di farlo».
Vede il rischio di terrorismo, negli Usa e in Europa?
«Certo. Finora il governo iraniano ha agito con molta moderazione e non ha fatto molto, nonostante il programma nucleare sia stato distrutto e molti leader militari uccisi. Il problema è che ora la
pressione interna aumenterà ed elementi autonomi delle forze armate potrebbero agire di loro iniziativa, anche se Khamenei è ancora vivo, con attentati, omicidi, o attacchi informatici».
«gli israeliani, a partire da Netanyahu, non vogliono alcun negoziato. Il premier ha avuto diverse telefonate col presidente la settimana scorsa, facendo pressioni affinché interrompesse il negoziato. Anche se gli iraniani fossero disposti a tornare al tavolo, gli israeliani continueranno a colpirli per far saltare la trattativa».
Il regime rischia di cadere?
«No, non credo».
(da La Repubblica)

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SE TRUMP GIRA LA TESTA SU KIEV, PUTIN È BEN FELICE DI FARLO SU TEHERAN. PUTIN HA APPENA DETTO CHE ‘TUTTA L’UCRAINA È NOSTRA (RUSSA)’. LE BOMBE ANTI-BUNKER AMERICANE SU ISFAHAN E FORDOW SONO UN PICCOLO PREZZO DA PAGARE

Giugno 23rd, 2025 Riccardo Fucile

IL “SEGNALE” DEI CONTATTI DIRETTI RUSSO-AMERICANI: IL RILASCIO DI SERGEI TIKHANOVSKY, PRINCIPALE OPPOSITORE DI LUKASHENKO IN BIELORUSSIA RIENTRA NELLA MARCIA DI AVVICINAMENTO DELLA CASA BIANCA AL CREMLINO

Voleva tirar fuori l’America dalle «guerre che non finiscono mai» in Medio Oriente. Da ieri Donald Trump è il Presidente che ha iniziato la guerra alla quale si sono sottratti otto predecessori, lui compreso (Carter, Reagan, GH Bush, Clinton, GW Bush, Obama, Trump 45, Biden), il conflitto diretto la Repubblica Islamica dell’Iran.
Niente scontro diretto con Teheran, persino quando lo zelo neocon di GW Bush voleva «rifare» il Medio Oriente.
Le tracce dell’intervento militare Usa vanno in quattro direzioni: subordinazione della diplomazia “con” alla pressione “su” gli interlocutori; tempismo e opportunismo decisionale; disinteresse per gli alleati europei e occidentali; intesa sotterranea con la Russia di Vladimir Putin.
Raggiungere il “deal” rimane la dottrina operativa di Donald Trump. Pronto quindi a trattare, sempre o quasi. Per convincere
l’interlocutore, vanno bene anche tutti i mezzi extra-negoziali disponibili: politici, economici, militari – minacciati o usati senza soluzione di continuità.
Quando le circostanze lo permettono, alzare l’asticella del compromesso; abbassarla, senza dirlo, in caso di necessità. Questo il manuale – prepariamoci – per il negoziato sui dazi, con noi Ue come con la Cina.
All’Iran Trump chiedeva essenzialmente di bloccare l’arricchimento dell’uranio. Forse l’accordo era vicino (come disse), forse no, forse Teheran ha tirato per le lunghe. Comunque sia, non appena Israele ha cominciato a bombardare, Trump ha alzato la posta: nucleare da smantellare, fermare non basta più.
Quali le conseguenze in Medio Oriente dove pure, un mese fa, il Presidente americano aveva promesso basta guerre e prosperità per tutti? Adesso sposa la tesi israeliana, prima eliminare il problema Iran, poi si riprende il discorso della cooperazione regionale, con un Iran ridimensionato e castigato.
I Paesi arabi che Golfo l’avevano accolto a braccia, e borse, aperte. Ora, si barcamenano, centellinano la solidarietà all’Iran, si preoccupano delle ricadute su navigazione, petrolio e gas, sperano che l’equazione trumpiana «pace attraverso la forza» abbia decorso rapido.
Non volevano un Iran potenza nucleare, ma sanno che né Usa né Israele hanno un piano per il dopo. L’Iran rimarrà un peso massimo regionale, lo è da tre millenni. Se il regime rimane in sella sarà vendicativo; se cade, chi/cosa ne prende il posto? Le monarchie del Golfo e la Turchia detestano incognite e primavere.
Il bombardamento dei tre principali siti nucleari iraniani, Fordow, Natanz, Isfahan, ha scavalcato i partner europei e occidentali. Trump aveva lasciato in fretta e furia Kananaskis – per un’emergenza concretizzatasi cinque giorni dopo… – dopo aver firmato una dichiarazione congiunta G7 che raccomandava la de-escalation. Ha fatto il contrario.
Quando, tre giorni fa, gli europei in formato E3 (Germania, Regno Unito, Francia) più Unione europea hanno incontrato a Ginevra Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, egli teneva ancora aperta la porta al negoziato. Gli E3 gli offrivano un canale per riagganciarlo. Liquidati con un «niente Europa» – come sull’Ucraina. Non molto incoraggiante per il vertice Nato di domani. Se vuole, ora il Presidente americano può anche risparmiarsene la noia: sono in guerra non ho tempo.
Tempo probabilmente ne avrà per parlarne con Vladimir Putin che oggi riceve Araghchi. L’Iran spera nella Russia «amico strategico». A Mosca troverà parole confortanti, a New York Russia e Cina faranno fuoco e fiamme per condannare gli Usa e Israele in Consiglio di Sicurezza. Senza conseguenze. Veto americano assicurato, britannico e francese probabile.
Più delle agitazioni psicomotorie al Palazzo di Vetro contano i contatti diretti russo-americani. E, indiretti: la liberazione dei detenuti dell’opposizione bielorussa a seguito della missione a Minsk, e abbraccio all’inossidabile Alexandr Lukashenko, di Keith Kellogg, inviato speciale americano per l’Ucraina, rientra nella marcia di avvicinamento della Casa Bianca al Cremlino, anche via alleati.
Se Donald gira la testa su Kiev, Vladimir è ben felice di farlo su Teheran. Cambio vantaggioso «nel senso che tutta l’Ucraina è nostra (russa)», ha appena detto Putin a San Pietroburgo. Le bombe anti-bunker americane su Isfahan e Fordow sono un piccolo prezzo da
pagare, con tante scuse ad Araghchi.
(da La Stampa)

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