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I CRISTIANI, I NUOVI NEMICI DI ISRAELE. LO STATO EBRAICO HA FERMATO IL NUNZIO APOSTOLICO DEL VATICANO IN LIBANO, PAOLO BORGIA, MENTRE STAVA PORTANDO AIUTI UMANITARI IN UN PICCOLO VILLAGGIO DEL SUD DEL PAESE, NELLA ZONA “CUSCINETTO” OCCUPATA DALLE TRUPPE DELLO STATO EBRAICO

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI GIORNI, L’ESERCITO HA COMPIUTO UN SALTO DI QUALITÀ NELLE MINACCE CONTRO LE COMUNITÀ CRISTIANE: NELL’ORDINARE L’EVACUAZIONE A TIRO HA COINVOLTO ANCHE I QUARTIERI CRISTIANI

Il nunzio apostolico in Libano Paolo Borgia stava guidando giovedì un convoglio umanitario con 25 camion verso Debl, un piccolo villaggio cristiano nel sud del
Libano, a una decina di chilometri dal confine con Israele. Non lontano dalla destinazione, l’esercito israeliano lo ha bloccato.
«Ci siamo trovati faccia a faccia con diversi carri armati dell’Idf » ha raccontato uno dei presenti, che ha dato ieri la notizia all’Afp chiedendo l’anonimato. « Abbiamo sentito alcuni colpi d’arma da fuoco diretti verso obiettivi dietro di noi. Non era chiaro se volessero intimidirci o se stessero prendendo di mira alcune basi di Hezbollah. Ci sono stati momenti di panico».
Il convoglio è dovuto rimanere fermo un’ora, poi è potuto ripartire ma su un itinerario diverso da quello previsto: per arrivare a destinazione ci sono volute 12 ore di viaggio. A nulla è servito che il percorso fosse stato deciso in anticipo e coordinato con i caschi blu delle Nazioni Unite. Con il nunzio sarebbe stato in viaggio anche un gruppo di cittadini libanesi sfollati nelle ultime settimane dalle proprie case, che ora chiedono di poter tornare ai villaggi d’origine.
Nell’ultima settimana, l’Idf ha compiuto un salto di qualità nelle minacce contro la comunità libanesi cristiane del sud: martedì, un ordine di evacuazione per la città di Tiro ha coinvolto per la prima volta anche i quartieri cristiani, fino a quel momento esclusi. A tutti gli abitanti era stato comunicato di doversi spostare a nord del fiume Zahrani, il corso d’acqua verso cui Israele punta ad estendere la sua “zona cuscinetto” che fino ad ora, almeno ufficialmente, dovrebbe arrivare fino al fiume Litani, più a sud.
Uno schema che viene confermato ogni giorno, anche nelle ore in cui in discussione c’è un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti che potrebbe includere anche il Libano. La prospettiva di un’intesa non ha fermato i movimenti dell’Idf, gli attacchi o gli ordini di evacuazione.
E proseguono anche gli avanzamenti delle truppe israeliane via terra nel sud. Pezzi di territorio libanese che per l’Idf diventano «zone di sicurezza». Da lì, accordi o non accordi, l’esercito israeliano sembra non avere alcuna intenzione di ritirarsi: lo ha detto ieri il ministro israeliano della Difesa Israel Katz. Non vale solo per il Libano. Le truppe non rientreranno nemmeno da Gaza o dalla Siria, ha aggiunto Katz. « L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste».
Per Hezbollah la prospettiva di un accordo tra Usa e Iran dovrebbe comprendere il Libano e portare a un ritiro dell’Idf. Anche da parte della milizia, ieri non si sono fermati gli attacchi: secondo quanto riportato dallo stesso gruppo, un soldato
israeliano è stato ucciso da un drone nel Libano meridionale; e un missile è stato intercettato nel nord di Israele.

(da agenzie)

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“CONTE ATTACCA LA MELONI MA PARLA ALLA SINISTRA”. MASSIMO FRANCO: “L’ATTACCO ASPRO E A TRATTI SGUAIATO DELLE TRUPPE DEL MOVIMENTO 5 STELLE È IL TENTATIVO DI FARLO EMERGERE COME SFIDANTE AL POSTO DI ELLY SCHLEIN”

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

NON È COSÌ MALIZIOSO RITENERE CHE ALLA PREMIER NON DISPIACCIA SCONTRARSI COL CAPO DEL M5S. CONTE È IL SIMBOLO DELLE AMBIGUITÀ E DELLE DIVISIONI DELLE OPPOSIZIONI IN POLITICA ESTERA, CON LA SUA LINEA ANTI UE E ANTI UCRAINA. E SERVE A VELARE LE AMBIGUITÀ PRESENTI ANCHE NELLA MAGGIORANZA”

L’impennata polemica tra Giorgia Meloni e il leader del M5S Giuseppe Conte è istruttiva. È partita con le parole insultanti rivolte l’altro ieri da un deputato post-grillino contro la premier, e proseguita con un video nel quale Conte sembrava rivolgersi in modo combattivo a Meloni, faccia a faccia, nell’aula del Parlamento: anche se in realtà in quel momento la presidente del Consiglio era al Quirinale.
«Mistificazione della realtà e fake news», notizie falsificate, è stata la reazione […]. Ma l’aspetto interessante è il tentativo del capo dei Cinque Stelle di connotarsi come il «vero» concorrente per Palazzo Chigi. L’attacco aspro e a tratti sguaiato delle truppe del Movimento è il tentativo neppure troppo coperto di fare emergere Conte come sfidante al posto della segretaria del Pd.
In teoria, non ci dovrebbe essere storia, perché tranne sorprese il partito di Elly Schlein ha il doppio dei voti del M5S. Nei fatti, però, da mesi è in atto una competizione strisciante tuttora irrisolta. E quando Conte rivendica con autocompiacimento discutibile di avere «rimesso in piedi l’Italia» da premier e di essere pronto a rifarlo, si ricandida.
Attacca la Meloni ma parla alla sinistra. In questi giorni, è stata la sua voce a farsi
sentire alla Camera: più di quella dell’alleata Schlein. E forse non è così malizioso ritenere che alla premier non dispiaccia scontrarsi col capo del M5S.
Non solo per gli attacchi volgari che le sono stati rivolti: Conte è il simbolo delle ambiguità e delle divisioni delle opposizioni in politica estera, con la sua linea anti Ue e anti Ucraina. E serve a velare le ambiguità presenti anche nella maggioranza, tra la Lega salviniana e l’opposizione estremista della destra del generale Roberto Vannacci. Soprattutto, ogni battibecco tra Palazzo Chigi e il M5S promette di rinfocolare le tensioni […] tra Schlein e Conte. E su questo Meloni […] può giocare a dividere gli avversari. O meglio: a sfruttare le loro divisioni.
Si era già visto, nel 2025, quando aveva invitato alla festa di FdI ad Atreju la segretaria del Pd, «scegliendola» come avversaria. Conte si irritò, ottenendo l’invito da una Meloni abile a sfruttare la loro competizione: col risultato che Schlein rifiutò di partecipare. Giocare sui contrasti avversari sarà una tentazione sempre più vistosa. Serve a velare i propri, e a sottolineare l’incertezza tra sinistre e M5S su chi dovrà ottenere la candidatura a Palazzo Chigi. […] La domanda è come arriveranno al voto del 2027. In apparenza, sono alleanze destinate a reggere. Ma con fragilità sempre in agguato.

(da agenzie)

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ONORATO, L’ASSESSORE AI GRANDI EVENTI DI ROMA, LANCIA IL SUO “PROGETTO CIVICO ITALIA”, ALLA PRESENZA DI TUTTI I LEADER DEL CAMPO LARGO TRANNE RENZI CHE HA DECLINATO L’INVITO

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

I RAPPORTI SONO GLACIALI: ONORATO SCALPITA E AMBISCE A DIVENTARE LEADER DELLA TERZA GAMBA CENTRISTA DEL CAMPO LARGO, E L’EX PREMIER NON ACCETTA DI NON ESSERE IL REGISTA… INOLTRE ONORATO, GARANTENDO PER LUI GOFFREDO BETTINI, È CONSIDERATO AFFIDABILE ANCHE DAL MOVIMENTO 5 STELLE, CHE NON SI FIDA DI RENZI… ALTRE ASSENZE CHE SI SONO FATTE NOTARE: ERNESTO MARIA RUFFINI E SILVIA SALIS

Tre note, stop, do fa sol, stop. «Cos’è?». In mille urlano la risposta: «E Berta filava». «Sììì, bravi, siete bellissimi». Elly Schlein tarda ad arrivare, ma Alessandro Onorato non vuole iniziare senza lei, e allora improvvisa uno show e intrattiene la platea, del resto ha l’expertise, a Roma ha la delega ai Grandi eventi, e del resto così ha voluto il lancio del suo “Progetto civico Italia” – “Pci”, non ci si crede ma l’acronimo è questo, è il Pci di Alessandro Onorato – il suo show, all’entrata del palazzo delle Esposizioni dell’Eur si distribuiscono bandiere e cartelli blu per la coreografia, ogni cartello il nome di una città, di un quartiere o di un paesino: sono più di 200, il progetto dichiara i numeri per fare la gamba civica del fronte progressista, «In 235 giorni abbiamo 10mila iscritti, 685 amministratori e 400 comitati civici da Bolzano a Caltanissetta. Siamo una novità vera, una ventata di fresco».
La vera novità, con tutto il rispetto, del discorso torrenziale di Onorato (quasi un’ora), è la presenza in prima fila di tutti i leader del centrosinistra. Le poltroncine hanno i segnaposti perché la geopolitica dell’alleanza non sia lasciata al caso.
Onorato si sistema fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, a seguire da una parte c’è il capogruppo M5s del Senato, Stefano Patuanelli, Riccardo Magi di +Europa, il socialista Enzo Maraio e il repubblicano Giorgio La Malfa. Dall’altra il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il dem Claudio Mancini, il collaboratore più stretto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri (che manda un video), il presidente di Eur Spa Enrico Gasbarra, il segretario del Pd del Lazio Daniele Leodori.
Più in là l’assessore romano Massimiliano Smeriglio (ringraziato dal palco) e la dem Alessia Morani. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si collegano da Bologna. La foto si fa con i leader presenti più Manfredi, che è il primo a parlare: «Se vogliamo vincere le prossime elezioni, e noi le vinceremo, se vogliamo un governo che sia veramente un governo progressista, dobbiamo ascoltare i bisogni delle comunità, degli amministratori».
L’altra notizia, ed è vera notizia, è quello che si nota di più per l’assenza. Manca Matteo Renzi. È stato invitato, certo, ma ha declinato. Dal palco la vicedirettrice di La7 Gaia Tortora, che conduce la kermesse, chiede: «Renzi non c’è nella fotografia di oggi, vuol dire che non ci sarà?».
Onorato risponde freddino: «Oggi Renzi non c’è e non è che posso mettere la foto. Oggi parliamo di noi».
Traduzione libera e non autorizzata: i rapporti fra l’assessore e il leader di Italia viva si sono rovinati per due ragioni. La prima è che l’assessore ha ambizione da leader («Se ci saranno le primarie sicuramente ci sarà un nostro rappresentante», dice, intende lui), e Renzi sa di non poter essere front man, ma la regia dell’area la decide lui.
E dunque, come il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino, vuole avere il potere di rovinare le feste. La seconda ragione è quella più importante, e spiega la presenza di tutti i leader, per l’occasione festanti e pazienti: sperano di utilizzare Onorato per ridimensionare Renzi.
Negli ultimi mesi fra gli esponenti pentastellati c’è chi ha rispolverato toni scettici sull’alleanza con Iv: una pillola amara che non va proprio giù. E invece sull’affidabilità di Onorato garantisce Goffredo Bettini, ringraziato dal palco anche da Conte. Che nel suo discorso, salutato da un fortissimo applauso della platea, avverte che per fare un’alleanza «occorre amicizia fra compagni di viaggio, rispettare l’autonomia, non alimentare tentazioni egemoniche» e soprattutto il progetto progressista «non ha l’obiettivo di vincere e governare, ma cambiare il paese per cinque anni».
Onorato si è convinto di essere il riferimento civico della coalizione, e i leader si sono convinti che questo è quel che passa il convento, sempre meglio che Renzi, del resto altri traccheggiano, da Ernesto Ruffini in giù. Lui non si schiera fra Schlein e Conte: «Non siamo bambini».
Pazienza se nel discorso non ci sono proprio novità sconvolgenti, ha preso da tutti un po’: «Siamo realisti con buon senso»; «il riformismo non è un’etichetta da appuntarsi sulla giacca»; «siamo liberali e siamo libertari, abbiamo votato No al referendum ma vogliamo una riforma della giustizia in senso garantista». Seguono proposte per lo più di buon senso su famiglia, sanità, «asili nidi gratuiti per tutti»; «sport gratuito per tutti fino a 16 anni»; «investiamo sugli insegnanti» – l’elenco è lunghissimo
In ogni passaggio attacca Giorgia Meloni, come hanno fatto tutti.
E dunque? «Non ci definiamo un’ala moderata»; «non vogliamo togliere voti a qualcuno, vogliamo aggiungere». Si vedrà nelle prossime ore se al campo progressista aggiungerà voti. O confusione.

(da Il Foglio)

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L’ENDORSEMENT DI FONTANA A ZAIA. IL PRESIDENTE LOMBARDO IN CAMPO PER LA DOPPIA LEGA, ISPIRATA AL MODELLO TEDESCO CDU-CSU

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

“DOBBIAMO FARE IN MODO CHE VENGANO ASCOLTATI I TERRITORI”

«Luca Zaia è una persona che sicuramente ha dimostrato di essere particolarmente vicina ai territori e apprezzata dai territori. Ci sono dei riscontri anche elettorali che lo dimostrano. Quindi credo che sarebbe un’ottima persona». Con queste parole il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è intervenuto a Zapping su Rai Radio1, tornando sul dibattito interno alla Lega relativo alla proposta di una struttura ispirata al modello tedesco Cdu-Csu.
Secondo Fontana, l’ipotesi di un partito “sdoppiato” non configurerebbe né una contrapposizione né una divisione interna dei ruoli nel partito. Interpellato sull’eventualità che si possa determinare una sorta di diarchia con il segretario Matteo Salvini – che dovrà pronunciarsi sulla svolta nordista sollecitata da Zaia, senza che al momento sia stato ancora fissato alcun incontro – il governatore lombardo ha escluso questa lettura. «Non vedo una diarchia, vedo competenze diverse, funzioni diverse. Chi si occupa più del territorio e chi fa la sintesi a livello nazionale».
Il tema era emerso nei giorni scorsi al termine del Consiglio federale della Lega. Zaia aveva lasciato aperta la discussione, limitandosi a un prudente «ne riparleremo». Al tempo stesso, però, aveva escluso con decisione qualsiasi ipotesi di divisione interna, ribadendo l’unità del partito: «Non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola».
Il progetto della doppia Lega sul modello tedesco
In serata Fontana è tornato sull’argomento, spiegando che quella della doppia Lega «è una proposta che è stata avanzata e alla quale noi crediamo». Al centro della riflessione, ha sottolineato, vi è il tema della territorialità. «Il nostro Paese è molto composito, ha esigenze e specificità molto differenti, e quindi noi crediamo che sia necessaria e opportuna una risposta a ognuna di queste esigenze», ha affermato. Per il governatore lombardo, la Lega deve continuare a essere il partito capace di rappresentare le istanze dei territori in tutto il Paese.
«Il nostro movimento deve essere il partito che porta avanti le esigenze dei territori, non solo quelle del Nord ma anche del Centro e del Sud. Dobbiamo fare in modo che vengano maggiormente ascoltati e rispettati i singoli territori», ha spiegato. Da qui la proposta di una Lega nazionale affiancata da articolazioni territoriali dotate di maggiore autonomia decisionale. «Vogliamo una Lega che sia nazionale ma che abbia anche delle diramazioni territoriali con un’autonomia nelle scelte da assumere», ha concluso Fontana.

(da agenzie)

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LA LEGGE ELETTORALE E LA FRETTA DI MELONI, GIORGIA SCOMMETTE SOLO SU SE STESSA

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

L’OBBLIGO DI INDICARE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MIRA A SEMINARE IL CAOS NEL CAMPO LARGO

Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social.
Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna.
La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.
La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato.
Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti.
È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.
La stessa ossatura della maggioranza scricchiola. Matteo Salvini è raccontato anche dai suoi come un leader a fine corsa. Antonio Tajani vive di rendita sulla nostalgia del berlusconismo, ma quanto può durare?
Il quadro è politicamente disgraziato, ma risulta perfetto per il duello su larga scala che Meloni ha cominciato a impostare. Nessun fastidio all’interno, dove i partner hanno i guai loro e sono terrorizzati dalla prospettiva di una decimazione nel prossimo Parlamento. E, fuori, un campo largo che non ha ancora né un’identità né una faccia a cui affidarla, e dove ogni giorno si può scegliere un nemico a piacere,
mostrandosi al proprio mondo come la Giorgia dei bei tempi dell’opposizione: sferzante, combattente, indomita.
Alla sciabola, dunque, e senza mezze misure pure nella sfida sulla “vera destra”. Contro Vannacci l’arma è stata messa sul tavolo a sorpresa. Non con un tweet, un retroscena, un’intervista, ma nella solennità dell’ultimo dibattito parlamentare, il giorno dopo la performance televisiva a Otto e Mezzo in cui il generale furbacchione aveva blandito Meloni e molti già dicevano: accordo dietro l’angolo. Tutto il contrario. «Avete votato sei volte con la sinistra» ha ricordato la premier a quelli di Futuro Nazionale. Il resto è conseguenza, non c’è neanche bisogno di esplicitarlo. Tradimento. Fellonia. Badoglio. L’accusa ha stroncato personalità ben più attrezzate di Vannacci, e il tribunale speciale è già in allestimento: se l’uomo del Mondo al Contrario riuscirà a uscirne vivo, potrà sempre essere recuperato. Se ci resterà sotto, meglio.
Il timing frettoloso imposto alla riforma elettorale è dunque l’allestimento di un contesto che si vuole immediatamente operativo per due motivi. Il primo, avere mani libere nella determinazione del momento migliore per andare al voto con la legge più favorevole. Il secondo, portare il caos nel campo largo prima possibile e creare lo scenario giusto per poter mettere a confronto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la leadership indiscussa, effettiva, consolidata, di Giorgia Meloni con i troppi volti che si affollano e sgomitano dall’altra parte

(da lastampa.it)

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L’EMERGENZA NASCOSTA DEL LAVORO MINORILE

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

SONO 138 MILIONI NEL MONDO LE VITTIME DEL LAVORO MINORILE

Il lavoro minorile è definito come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. Ai bambini in situazione di lavoro minorile viene negato il diritto di andare a scuola, o di andarci regolarmente, la possibilità di giocare, spesso anche di coltivare relazioni affettive e di cura, in sintesi, il diritto a crescere.
Non si tratta di un fenomeno marginale e neppure relegato a contesti particolarmente arretrati. Secondo le ultime stime dell’organizzazione Internazionale del lavoro, ci sono nel mondo 138 milioni i bambini e adolescenti — di cui circa 59 milioni femmine e circa 78 milioni maschi — vittime di lavoro minorile. Non si tratta di lavoretti occasionali, di qualche aiuto prestato ai familiari durante la raccolta, o in bottega, ma di prestazione di lavoro sistematico e fuori da ogni protezione. I dati, inoltre, non comprendono i bambini reclutati a forza per fare i soldati nei contesti caratterizzati da guerre civili, quelli che vivono per strada e
devono procurarsi il necessario ogni giorno rovistando nella spazzatura, chiedendo la carità o facendo piccoli servizi, così come quelli che vivono in zone di guerra o colpite da disastri naturali e che insieme alle loro famiglie lottano per sopravvivere come possono. Non comprendono neppure né coloro che sono costretti alla prostituzione né le bambine e adolescenti impegnate a tempo pieno nel lavoro domestico. Vi è quindi un ampio sommerso, ancora più invisibile di ciò che è riconosciuto come attività lavorativa vera e propria. Nonostante le grandi dichiarazioni sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e la convenzione ILO sull’età minima al lavoro del 1973 (18 anni in linea di principio e comunque non inferiore a 15), un numero sterminato di minorenni, anche in età molto piccola, non solo soffre di gravi deprivazioni materiali, ma è costretto a lavorare come e in peggiori condizioni di un adulto.
Paradossalmente, nei paesi, come l’Italia, in cui l’età minima ha valore legale, il fenomeno rischia di essere invisibile sia alle statistiche sia a controlli superficiali, lasciando i minorenni coinvolti ancora più sprotetti. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, frutto di un’indagine della Fondazione di Vittorio insieme a Save the Children, in Italia nella fascia di età tra i 7 e i 15 anni ci sarebbe un 6,8% di bambine/i e adolescenti impegnati in età lavorative in modo sistematico: nella ristorazione e nel commercio soprattutto, ma anche in campagna e nei cantieri. La percentuale è più alta con in il crescere dell’età, coinvolgendo fino al 20% dei quattordici-quindicenni. Tra questi, uno su quattro era stato coinvolto in attività pericolose, o comunque in contrasto sia con la frequenza scolastica sia con il benessere psico-fisico, per orari e carichi gravosi. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà, con bambine/i e adolescenti che sentono precocemente la responsabilità di aiutare economicamente la propria famiglia, di “fare la propria parte”, anche a discapito del proprio futuro.
Per contrastare il lavoro minorile provocato dalla povertà e la riduzione delle opportunità di sviluppo che provoca su bambine/i e adolescenti, oltre a rendere sistematicamente visibile il fenomeno con indagini aggiornate e che colgano tutte le forme di lavoro, anche quelle più nascoste, occorre innanzitutto sostenere economicamente in modo adeguato le famiglie così povere da aver bisogno del reddito guadagnato dai loro bambini. Ma occorre anche avere più attenzione per le cause che possono provocare dispersione o scarso impegno scolastico. Dietro alla svogliatezza, alle assenze, ai compiti non fatti e le lezioni non studiate ci possono essere bambine/i e adolescenti troppo stanchi per andare a scuola, o per studiare e stare attenti, o troppo presi dalla loro responsabilità economica. Invece di punirli con una bocciatura, o minacciare di galera i genitori che non li mandano a scuola, occorre un lavoro paziente di attenzione e costruzione di alternative, con le bambine/i e adolescenti, con i loro genitori, con i servizi sociali, con la società civile organizzata.
Ma negli ultimi anni la tecnologia digitale ha consentito forme di sfruttamento minorile non legate alla povertà, con genitori che utilizzano la messa in scena dei propri figli per guadagnare più follower e aumentare le proprie entrate da sponsor pubblicitari, ampliando le possibilità già offerte, e regolate, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo. Temo che in questo caso siamo ancora ai preliminari di ciò che sarebbe necessario fare, a partire dalla discussione sulla soglia di esposizione oltre la quale vi è sia lesione del diritto alla privacy, sia imposizione di prestazioni destinate ad essere fruite da altri, analogamente al coinvolgimento in uno spot pubblicitario o a una performance pubblica a pagamento, quindi lavoro, oltre che sulle conseguenze sullo sviluppo dei bambini/e di una esposizione precoce e sistematica.

(da lastampa.it)

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MA MEDVEDEV QUANTI ANNI HA?

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

TROVATE UNO PSICHIATRA, MA DI QUELLI BRAVI

Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.
Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. “Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!”
La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo.
E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitry, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l’ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un’epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese – per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.

(da Repubblica)

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SUPERMEDIA SONDAGGI YOUTREND: FRENATA DEL PD MA IL CAMPO LARGO RESTA AVANTI AL CENTRODESTRA

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

CAMPO LARGO 44,7%, CENTRODESTRA 44,2%, FUTURO NAZIONALE 4,4%, AZIONE 2,9%

È una fase più dinamica quella che emerge dalla Suprmedia Youtrend/Agi settimanale dei sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani. Si registra infatti un significativo calo del Pd, che con il 21,4% fa segnare il suo peggior dato dalle Europee di due anni fa. Per contro, il Movimento 5 Stelle sale a sfiorare il 13%, così che nel complesso il campo largo pur arretrando leggermente si conferma, sulla carta, la prima coalizione.
Sul fronte della maggioranza di governo, perde invece più di mezzo punto ilcentrodestra, dove continua la flessione della Lega (-0,3%) speculare alla crescita di Futuro nazionale, che fa segnare il suo miglior dato dalla sua nascita (4,4%). Perde lo 0,2% Forza Italia e lo 0,1% Fratelli d’Italia che con il 28,3% si conferma sempre il primo partito.
Supermedia liste:
FdI 28,3 (-0,1)
Pd 21,4 (-0,8)
M5S 12,9 (+0,6)
Forza Italia 8,0 (-0,2)
Lega 6,7 (-0,3)
Verdi/Sinistra 6,5 (=)
Futuro nazionale 4,4 (+0,4)
Azione 2,9 (-0,1)
Italia Viva 2,4 (-0,1)
+Europa 1,4 (=)
Noi Moderati 1,2 (-0,1)
Supermedia coalizioni 2026:
Campo largo 44,7 (-0,2)
Centrodestra 44,2 (-0,6)
Futuro nazionale 4,4 (+0,4)
Azione 2,9 (-0,1)
Altri 3,8 (+0,5)

(da agenzie)

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LA CORTE DEI MIRACOLI DI VANNACCI

Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile

A QUARTO OGGIARO CON EX CANDIDATI M5S, EX ASSISTENTI PARLAMENTARI DI LA RUSSA E SEDICENTI FASCISTI DA AVANSPETTACOLO

“Zelensky è un cocainomane, non vedi come tira con il naso? Si fa di coca”. E l’Ucraina? “Se fossi Putin lancerei una bella atomica e la guerra finisce. Ma sai perché Putin non lo fa? Perché a Kyiv c’è la cattedrale cara agli ortodossi”, mi dice il Barone nero Jonghi Lavarini, il fascista neovannacciano, prima che la figlia, “Fiammetta”, lo porti via: “Oggi è il suo compleanno”. Sylvie Lubamba racconta che il generale è “ghiotto di branzino”. Sono la sporca dozzina di Vannacci. Non hanno la decima tatuata sul polpaccio e neppure il teschio ma lo stuzzicadenti , anche se Alessandro, 27 anni, avvisa, “la decima no, ma fai attenzione, qui i maranza girano con il machete. E zac!”.
Hanno trovato la parola d’ordine: la dozzina. Alle 19,30, un’ora prima che Vannacci si presenti da Lilli Gruber, individuo la sua “sporca dozzina” sotto un chiosco a Quarto Oggiaro, in questo Parco Verga che nessun autista conosce perché “non è più Milano, ma forse Villapizzone. Chi viene fin qui?”. Spaccio, omicidi, ovvio, erba alta, due grattacieli di colore nero che sembrano la scala per l’inferno. Si sono inventati “l’Aperi-Vannacci”, l’aperitivo per seguire in diretta Vannacci a La7, da Gruber, la prima volta, come la finalissima del Mondiale, e hanno girato l’invito alle televisioni, ai giornalisti, “venite”. Saranno dieci tavoli, pieghevoli, e sopra una botte c’è lo schermo che racconta Max Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, un uomo alto e magro, uno di quelli che aveva pensato di rifare la Lega con l’ultimo Bossi, “ci sarebbe servito per seguire la nazionale, solo che la nazionale non c’è. Questa serata è un modo per conoscerci in vista di sabato e domenica, la grande assemblea costituente che si tiene a Roma. Ci sarai?”.
Ne parla come una San Sepolcro e come ne parlavano, nel 2009, i grillini, quelli del meet-up che pregavano sul web, scrivevano sul web, quelli del Parlamento da aprire come una scatoletta. C’è nell’aria l’allegria e lo spavento delle cose che iniziano. Vedo la curiosità negli occhi di Ranja una marocchina velata che è venuta ad ascoltare il generale e che domanda al marito, italiano, “vediamo se il generale ci remigra”. Con una voce lenta, il contrario dell’ardito, Bastoni indica Alessandro Foderaro che “faceva parte del M5s. E’ stato il loro candidato sindaco alle comunali poi anche lui è uscito e oggi eccolo qui, con Vannacci, come me”. La dozzina. Una
donna con i capelli ricci sposta bicchieri, rilascia interviste, e il solito Bastoni informa: “E’ Ilaria Tempesta e anche lei è stata candidata sindaca a Sesto San Giovanni con Italexit di Paragone. E sai quanto ha preso? Il due per cento. Ti sembra poco?”. Alle politiche a quanto arriva il generale? E Bastoni: “La doppia cifra. Si stanno tesserando leghisti, ex di FdI ma è vero che stanno arrivando anche dal M5s”. Le televisioni accerchiano un uomo con l’occhio lui sì da ardito che rilascia dichiarazioni sul tradimento della destra, di Salvini, Meloni, e tutti lo chiamano: “Il Barone”.
E’ Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, quello dell’olio di ricino come “digestivo”, del “fascismo come splendida epoca di riforme sociali”, scacciato, finito in tutte le inchieste sul fascismo spelacchiato e disperato. Lo avvicino e gli chiedo di Vannacci, di Ucraina, della coalizione, e il “Barone” comincia a spiegare che la guerra in Ucraina può finire, basta poco. Ci arrendiamo ai russi? “Vi siete chiesti perché Putin ha attaccato? Ha le sue ragioni e se non ci fosse Zelensky, la guerra si sarebbe già conclusa. Non finisce perché Zelensky è un tossico. Si fa di cocaina, ma tagliata male”. Vannacci deve stare dentro o fuori la coalizione? “Se Meloni vuole perdere lo tiene fuori, se Meloni vuole vincere, lo terrà dentro”. Parla allora di accordi di desistenza, “un’alleanza tecnica con Vannacci”, e come il Cesare Rossi di Mussolini spiega che l’obiettivo del generale “non è avere un ministero fra un anno, ma Palazzo Chigi fra cinque”. Fa ironia anche su Pozzolo, il protovannacciano, perché “diciamolo è un po’ balengo”. Si dispongono come allo stadio, le prime file con Bastoni, Foderaro, e Tempesta, i politici, mentre nelle retrovie, nella curva, siedono un ragazzo con il baffetto e la coppola e Samuele, barista, Valerio, magazziniere. In tutti saranno quaranta. Seguono il generale sui social, lo definiscono “logico”, mentre Salvini, dice Samuele, “era partito bene, ma si è perso”. Mi rivela di “avere paura quando torna a casa” e quando si accorge che lo guardo precisa: “E ti sembra che non mi sappia difendere? Mi hai guardato?”. La dozzina. Sono piccola comunità ma comunicano attraverso queste circolari che invia il generale in chat, questi dispacci numerici, nient’altro che fogli excel per avvertire che la cifra dei comitati cresce: leggere e obbedire.
Bastoni ripete che sono centomila iscritti e che “non si scherza con il denaro” e che “sono tutte tessere regolari, non come la vecchia Dc. Raccolgo le iscrizioni e poi bonifico la cifra su un conto Nexi”. Ogni iscritto versa la quota minima di 20 euro. Se sono tutte regolari, e sono centomila, come garantisce Vannacci, significa che Futuro Nazionale ha finora raccolto oltre due milioni di euro. Aggancio Foderaro, l’ex grillino e anche lui racconta che “c’era una corrente all’interno del M5s, quella
vicina a Stefano Buffagni, te lo ricordi? Era la corrente di destra perché il M5s non è mai stato di sinistra. Oggi c’è Vannacci e quel mondo sta transitando in Futuro Nazionale”. Lavora in una società informatica e mastica di economia, loda le teorie di Paolo Savona, vorrebbe più moneta, proprio come Angelo Maria Rinaldi, il leghista a cui Salvini aveva proposto nientemeno che la presidenza di Eni, anche lui finito oggi in Futuro Nazionale. Ci accorgiamo quasi per caso che Vannacci si è presentato, seduto in studio da Gruber, con la sua camicia a righe, e lo capiamo dal primo applauso, da quel suo “io rappresento la destra autentica”, la parola che Meloni alla Camera ora rovescia su Pozzolo: “Per sei volte avete votato la fiducia contro questo governo, per mandare a casa questo governo. Non mi si parli di vera destra”. C’è qualcosa di angosciante nel silenzio, nelle mezze bocche aperte che ascoltano Vannacci. Non parla nessuno ma vedo le mani stringersi quando la giornalista del Sole, Lina Palmerini, prova ad attaccare il “generale” o quando Gruber gli chiede “ma lei è fedele?”.
Alla frase di Vannacci “la destra ha perso la trebisonda” scatta un altro applauso, il vero primo gol. Il secondo è quando risponde sul green deal, “le linee rosse”. Partono i “bravo” e si moltiplicano quando rovescia l’accusa di fellonia, “Salvini ha usato me per prendere 150 mila voti”. E’ fragorosa la risata quando Vannacci gigioneggia con Gruber sui clandestini, perché a “lei, signora Gruber, piacciono i clandestini e forse anche i suoi dati sono un po’ clandestini”. Ilaria Tempesta dice sottovoce a Foderaro: “E’ scorretta”, ma la verità è che anche Gruber subisce il fascino di questo generale. Come la Sarfatti con il Duce vuole testare la mascolinità, “e se lei fosse gay?”. E’ abile nel risponderle “non accamperei diritti”, ma è ancora più abile quando arruola Buttafuoco. I musulmani? “Se si assimilano vanno bene. Buttafuoco è musulmano”. Cerco immediatamente Ranja che prende la mano del marito e sono felici: “Hai visto? Non vuole cacciare nessuno. Vuole solo i migranti regolari. Tu lo sei. Tu sei italiana. Hai sposato me. Vannacci ha ragione. Lo possiamo votare”. Confonde il dizionario Zingarelli con Zingaretti ma nessuno se ne accorge come nessuno si accorge che la parola “deportazione” nel vocabolario del generale è solo “movimentazione coatta”. Neppure Gruber è consapevole del regalo che gli fa quando cerca di insidiarlo sui transfughi che sta caricando in questo partito, la schiuma della terra, i baroni, i travestiti dell’ideale. Chiude la partita non appena declama la preghiera del paracadutista, per di più in francese: “Donnez-moi, mon Dieu, ce quel es autres, ne veulent pas” e continua con: “Dammi mio dio quelli che gli altri non vogliono. I miei sono i rifiuti degli altri, quelli che gli altri non vogliono, io voglio la sporca dozzina, quelli bravi li lasciamo
al Pd”. Ne trovo un altro della sporca dozzina. Si chiama Renato Maturo, è un avvocato, ex assistente parlamentare di Ignazio La Russa, e vorrebbe stracciare il “decreto flussi”, “nient’altro che una sanatoria” perché “se importi terzo mondo, diventi terzo mondo”; “mi sembra chiaro che ha vinto 3-0 il generale”.
Stanno imparando le frasi di Vannacci a memoria e si offrono al generale. Sylvie Lubamba l’attrice che ha scoperto Chiambretti, gli fa la rassegna stampa: “Ogni giorno segnalo gli articoli e propongo come intervenire. Il generale è un boomer”. Si vuole candidare? “Ci spero”. Andatelo da oggi a vedere sui social. La 7 è stata la sua Piazza Venezia e tutta la schiuma vuole farsi chiamare “dozzina”. Anche Chiara Appendino dichiara che “Vannacci si batte con la buona politica, dà risposte agli esclusi”. Le abbiamo provate tutte: manca solo il governo nero-verde-giallo… Vannacci potrebbe rivelarsi un fiasco e quell’ascolto del 9 per cento non equivale al 9 per cento alle urne. Non è la Decima la sua forza, ma la dozzina, la sporca. Si dice “datemi una dozzina di uomini…”, e “dozzinale” è lo scarso di valore, il mediocre. Dozzinale non è altro che l’uomo qualunque, l’uno vale uno di Grillo. C’è il chiosco, il silenzio di chi ascolta, le frasi a memoria… Non è fascismo. E’ il solito fegato guastato dei penultimi, di chi vede il controllore non chiedere più il biglietto per evitare una coltellata, di chi vuole ascoltare parole ridotte all’osso delle cose. In quella preghiera di Vannacci “dammi lo scarto” c’è la nuova discesa in campo dei Misérables.

(da Il Foglio)

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