Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA QUESTIONE PRIMARIE: RICCARDO MAGI, ALESSANDRO ONORATO, RUFFINI: TUTTI GLI ASPIRANTI FEDERATORI POTREBBERO CORRERE IN PRIMA PERSONA, CON IL RISULTATO DI PORTARE VIA ALTRI VOTI A SCHLEIN (E DI FATTO CONSEGNARE LA LEADERSHIP A CONTE, GIÀ IN VANTAGGIO NEI SONDAGGI). SI MOLTIPLICANO I CONTRARI ALLA CONSULTAZIONE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER (TUTTI VECCHI VOLPONI: PARISI, FRANCESCHINI, MASTELLA)
Qualche settimana fa, in una delle torride giornate romane, Carmine Fotia ha incontrato Giuseppe
Conte, Goffredo Bettini e Alessandro Onorato per discutere della sua possibile candidatura alle elezioni suppletive di Reggio Calabria per la Camera.
La parte della storia che qui interessa non è tanto il destino di Fotia, reggino, giornalista, autore tv – poi non se n’è fatto più nulla perché il Pd in Calabria ha spinto per un altro nome –, ma il particolare che a sostenerlo sarebbero stati il leader del Movimento 5 stelle, lo stratega del Pd, che coccola il sogno di riportare Conte a Palazzo Chigi, e l’assessore di Roma, emanazione di Bettini e ideatore di Progetto civico Italia, piattaforma che vorrebbe occupare uno spazio al centro del tormentato Campo largo.
In questa alleanza progressista ancora tutta da costruire e rattoppare, Conte, Bettini e Onorato sono un blocco attivo, che lavora ai fianchi della segretaria del Pd, Elly Schlein, e che propone un perimetro preciso della coalizione, dalla quale vorrebbero lasciar fuori il leader di Italia Viva Matteo Renzi. A mettere in fila i patimenti del centro-sinistra servirebbe un romanzo.
Ma proviamo a sintetizzare cosa li provoca: le ambizioni da premier del presidente del M5s, le sue fughe in avanti, che costringono il Pd a inseguire, le regole e i tempi delle primarie, la vecchia guardia dem che fatica a far passare l’idea che sarebbe meglio un candidato terzo, alternativo a Schlein e Conte. Poi la questione irrisolta della gamba centrista e i veti su Renzi.
Schlein ha appena festeggiato in vacanza il traguardo di segretaria più longeva nella storia del Pd. Renzi ha ancora il primato dei giorni complessivi alla guida del partito, ma con due diversi mandati. Fatti i calcoli, per batterlo Schlein deve restare in sella almeno fino ad aprile e, dunque, non può fallire il passaggio fondamentale che si consumerà prima: le primarie di coalizione del centrosinistra.
Una sconfitta ai gazebo sarebbe rovinosa, tanto che i parlamentari più vicini alla leader non vogliono nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi. Negano di essere preoccupati da questo agosto arrembante di Conte, che ha monopolizzato il dibattito interno al Campo largo: dalla linea sull’invio di armi all’Ucraina, da decidere alle primarie, fino all’ultima presa di posizione sulla cultura woke, che «non serve alla sinistra per fare giustizia sociale».
In mezzo anche il “one man show” di cinque ore in veste di salvatore della patria in commissione parlamentare Covid e l’orazione pacifista e antifascista alla commemorazione dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.
Poi decine di post per incalzare Giorgia Meloni su migranti e caro-carburanti. Nell’ultimo, ieri, sollecitava un «Consiglio dei ministri straordinario con misure vere, senza paura», con il tono di chi saprebbe come intervenire.
Del resto, l’ex premier ha già impostato la campagna per le primarie su quello che è oggettivamente il suo punto di forza rispetto a Schlein: l’esperienza di quasi tre anni a Palazzo Chigi.
La segretaria dem si mostra apparentemente impermeabile: unica replica quella sul tema Ucraina-primarie per sedare una rivolta interna al Pd. Dopo due settimane di silenzio, si è rifatta viva con un’intervista a Milano Finanza, tutta centrata su economia e crescita. Una risposta indiretta a Conte alla sua provocazione sul woke, ma senza mai citarlo, ci mancherebbe.
«Lei è convinta che la linea testardamente unitaria la premierà», continuano a ripetere i dirigenti a lei vicini. Ma in molti nel partito non la pensano così, temono che lasciare troppo spazio a Conte possa trasmettere debolezza.
La grande incompiuta politica resta quella parolina che nel centro-sinistra è posizionata prima del trattino. Il contenitore moderato, il centro liberale o la Casa riformista che aveva immaginato Renzi. Su di lui è calata la maledizione di Bettini e Onorato. Ma anche di chi, come Riccardo Magi, segretario di Più Europa, lo ha già sperimentato alle Europee come socio dentro la lista Stati Uniti d’Europa. Ne uscirono con le ossa rotte, sia loro, sia Carlo Calenda.
Ora si tratta di capire che fare. Renzi aveva proposto un aggregatore che ambisse al 10% dei consensi e, in teoria, avrebbe il sostegno di Schlein. Il problema è che i contrari sono troppi e i candidati dell’area moderata alle primarie si moltiplicano.
In un’intervista alla Stampa Magi ha annunciato l’intenzione di correre in prima persona. Onorato ci pensa, come anche Ernesto Maria Ruffini, l’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate, oggi alla guida dei comitati civici “Più uno”. Tutti aspiranti federatori, che sulla carta porterebbero via voti a Schlein e potrebbero rivelarsi fatali per lei nel caso di primarie a turno unico.
Per Benedetto Della Vedova, deputato ed ex segretario di Più Europa, in rotta totale con Magi, non ha alcun senso l’embargo dei riformisti a Renzi: «Il suo governo è stato il simbolo del riformismo italiano negli ultimi anni». Molti lo soffrono perché «è una figura ingombrante mediaticamente» ma è lui «il primo ad aver detto che non vuole candidarsi alle primarie».
Secondo Della Vedova non hanno alcun senso candidature che rivelano «un po’ di protagonismo personale». Ce l’ha con Magi, ma non solo. Per «passare dall’irrilevanza alla rilevanza bisogna ragionare in una logica federativa, come fu la Margherita, o perfino sull’esempio di Avs». Ambendo almeno al 6-7%. «Solo così hai un peso, per esempio, per poter rispondere a Conte semmai, al governo, dovesse mettere in discussione il sostegno all’Ucraina».
L’auspicio tra i dem è che la segretaria non ceda sulle regole delle primarie, in particolare sul ballottaggio tra i due candidati più votati. Una soluzione che dovrebbe avvantaggiarla, rispetto al turno unico (con voto anche online), che è la formula preferita da Conte.
Altro nodo: quando convocare la consultazione. Entro la fine dell’anno, come vorrebbe il Movimento, o all’inizio del 2027, che è l’orizzonte a cui guardano dal Nazareno. «Se le primarie non decidono la linea politica, allora a cosa servono?», ha domandato nel suo ultimo editoriale Rocco Casalino, nella duplice veste di ex portavoce di Conte a Palazzo Chigi e direttore di La Sintesi, testata online da lui fondata.
L’ex premier la pensa così ma, con questa impostazione, il rischio di farsi male è alto. E, visto che nel Pd in pochi si fidano, c’è chi propone la sottoscrizione di una Carta dei valori per le primarie.
Davanti a questo groviglio di incertezze e di sospetti non sono pochi a suggerire di evitare le primarie, perché «sono un cavolata e sarebbero deleterie», ribadisce Angelo Bonelli. Con il collega di Avs, Nicola Fratoianni, aspettano Schlein e Conte per un dibattito alla festa del partito a Roma, il prossimo 8 settembre: «Non nasconderemo il nostro fastidio per questa loro corsa alla leadership», dice il portavoce dei Verdi (che smentisce di voler candidare Sigfrido Ranucci con Avs alle prossime Politiche).
Il partito del “no alle primarie” ha rappresentanti autorevoli anche nel Pd. Il capofila è Dario Franceschini. Ma c’è anche un fondatore come Arturo Parisi, un vecchio democristiano come Clemente Mastella, la sindaca di Genova Silvia Salis. Renzi continua a indicarla come il nome giusto per competere contro Meloni, anche se la sua stella ora sembra brillare un po’meno dei mesi scorsi. Di nuovo, pesano le ambizioni di Conte, che diffida di chi si spende per una candidatura terza, come Salis, come l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, o come il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.
L’unico forse, riflettono nel Pd, che potrebbe convincere Conte a rinunciare a giocarsela per Palazzo Chigi. Con un interrogativo: avrebbe poi la forza di affrontare Meloni in una sfida che sarà molto mediatica?
(da La Stampa)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL PIANO B DEI TRADITORI: ACCORDO SOLO DOPO IL VOTO CON VANNACCI O CALENDA
C’è una percentuale che spaventa palazzo Chigi: 15%. È un numero che potrebbe condizionare l’iter della legge elettorale, attesa per fine agosto al Senato. Il cerchio magico meloniano considera questa soglia un autentico spartiacque: se la somma dei voti di Forza Italia e Lega non supererà il 15% – questa almeno è la stima su cui ragiona Giorgia Meloni, il centrodestra quasi certamente non riuscirà a raggiungere quota 42%, che è l’asticella da oltrepassare per chi punta al premio di maggioranza. In uno scenario ottimistico, infatti, Fratelli d’Italia pensa di poter raggiungere il 26%: mancherebbe il 16% all’obiettivo (l’1% dovrebbe essere garantito da Noi moderati). Il problema è che le ultime rilevazioni indicano azzurri e leghisti in calo. Una tendenza che rischia di mandare in frantumi ogni possibile compromesso tra alleati già nelle prossime settimane.
Fermiamoci un attimo su questo numero e analizziamolo alla luce della super media dei sondaggi elaborata periodicamente da Youtrend. L’ultima risale a fine luglio e attesta FI all’8% e il Carroccio al 5,9%. Totale: 13,9%, in discesa. Nessuno può ovviamente sapere se un ulteriore arretramento nel consenso possa essere compensato da un incremento dei Fratelli. Ma di certo, nella stessa rilevazione ai meloniani viene attribuito il 26,7%: anche con il contributo di Maurizio Lupi la coalizione si fermerebbe sotto il 42%.
Eppure, palazzo Chigi sembra voler andare comunque avanti. La ragione? Ai vertici del governo autorevoli fonti la spiegano così: se anche Meloni fallisse quota 42%, la crescita delle forze esterne ai due poli potrebbe frenare anche la corsa del centrosinistra, negando al Campo Largo il bonus di maggioranza. In altri termini: non solo Roberto Vannacci a destra, ma anche Carlo Calenda al centro e Potere al popolo a sinistra dovrebbero danneggiare i progressisti. Con un’incognita in più: la potenziale nascita di un soggetto concorrente rispetto al Movimento, guidato da Alessandro Di Battista. Lui avrebbe lasciato intendere ad alcuni interlocutori che ci starebbe pensando, ma fonti 5S scommettono che alla fine rinuncerà. In ogni caso, e sempre dando retta alla super media, l’alleanza tra Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa si attesterebbe al 44,5%.
Meloni, comunque, sembra muoversi ipotizzando che il centrosinistra non raggiunga quella soglia. Per l’attuale legge, in assenza di una coalizione capace di accaparrarsi il 42%, scatta un proporzionale puro. Ed è qui che ci si imbatte nel piano B della premier, almeno ad ascoltare le stesse fonti. È la teoria del “doppio forno”, un’alleanza post elettorale con chi è rimasto fuori dalle alleanze. Non il massimo per chi ha promesso coerenza e niente accordi all’indomani delle elezioni, ma neanche uno schema da larghe intese classiche. Fosse per la presidente del Consiglio, la strada migliore condurrebbe a un patto con Calenda. Non è detto, però, che i numeri di Azione bastino allo scopo. E dunque, potrebbe aprirsi una delicatissima trattativa con Futuro nazionale.
Non sono percorsi agevoli, né scenari a cui affidarsi a cuor leggero. E infatti in questa fase tutti si tormentano attorno al “pericolo 15%”. Di nuovo: conviene a Meloni lanciarsi in una riforma che al momento non sembra garantirle neanche di poter competere per il bonus? Senza trascurare il dilemma che assilla berlusconiani e leghisti prima del decisivo passaggio in Senato: è ragionevole per gli alleati di FdI consegnarsi a una riforma che rischia di renderli irrilevanti? È lo spettro d’agosto, a via Bellerio come tra i forzisti. Fin dal primo momento, Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno tentato di rassicurare le truppe, preoccupate dall’addio ai collegi e dall’introduzione delle preferenze, promettendo: saremo “ricompensati” con numerosi seggi nel listone previsto per il premio. Un modo per bilanciare lo strapotere di FdI, hanno spiegato ai gruppi parlamentari in allarme. Anche perché, come già raccontato da questo giornale, il 5-6% assegnerebbe al Carroccio, in assenza del bonus per i vincitori, soltanto 30-35 eletti (un terzo degli attuali). È per questo che soprattutto l’ala lombarda chiede a Salvini garanzie prima del voto di settembre a Palazzo Madama: pretende potere sulle liste e potrebbe non fidarsi delle promesse del capo, affossando la legge. E lo stesso vale per FI, dove non si placano i dubbi di Marina Berlusconi per un sistema di voto che, con le preferenze, consegna a Tajani il controllo degli eletti visto che tutti i ras del consenso sono dalla sua parte.
Nonostante i dubbi, Meloni dovrebbe andare avanti. Convinta che il voto palese al Senato favorisca l’ok alla legge. Altro discorso è la conta finale a Montecitorio, dove potrebbero invece sfogarsi i franchi tiratori. Con effetti ovviamente devastanti. La premier, attraverso i due vicepremier, ha già fatto sapere che aprirebbe la crisi per tornare al voto entro febbraio. La minaccia è anche “previdenziale”: con urne immediate, niente pensioni per i parlamentari. Il diritto si matura infatti con elezioni ad aprile. Una pensione o una ribellione immediata per evitare una riforma che complica la ricandidatura? Ecco il dilemma.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COME SE I FISCHI NON FOSSERO UNA LECITA ESPRESSIONE, COME GLI APPLAUSI… QUALCUNO HA FATTO POLITICA MENTRE VOLAVANO SASSI SULLA SUA TESTA E NON HA AVUTO PAURA DI ESPORSI
La città avvelenata dalle fabbriche e quella distrutta dal terremoto dieci anni fa. C’è un filo rosso
che lega Taranto ad Amatrice e fa temere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di poter essere contestata domani nella cittadina laziale come è accaduto il 21 agosto nel capoluogo ionico, all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Un coro di fischi nello stadio Iacovone, ripetuto per tre volte: quando la premier è stata salutata dai presentatori e quando è stata ringraziata dai presidenti del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene, e del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese. Tre momenti imbarazzanti, a cui hanno fatto da contraltare le ovazioni per il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Alla contestazione, Meloni ha risposto, manifestando «comprensione per chi a Taranto esprime il proprio dissenso» e assicurando che «sull’ex Ilva il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere». E ieri la sindaca di Lecce e veterana della destra pura, Adriana Poli Bortone, ha invitato la città di Taranto a chiedere scusa. Accanto a lei molti esponenti del centrodestra, sul fronte opposto il centrosinistra a partire dal leader pentastellato, Giuseppe Conte, secondo il quale «i fischi dovrebbero spingere Meloni a prendere contatto con la realtà». Per il capogruppo Pd al Senato, Francesco Boccia, quella contestazione «segnala un disagio che esiste nel Paese e a Taranto si tocca con mano». Per Peppe De Cristofaro di Avs «il Paese reale fischia per le politiche fallimentari del Governo». Il “Comitato giustizia per Taranto” ha chiarito: «I Giochi non comprano il silenzio di nessuno. Lo stadio Iacovone ha parlato e lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa».
Il timore, adesso, è che parli anche Amatrice, dove la premier è stata invitata alla commemorazione a dieci anni dal terremoto, alla quale deciderà soltanto oggi se partecipare. Le vacanze per lei sembrano agli sgoccioli, probabilmente concluse in una masseria pugliese. Ma ritornare sulla scena politica domani con un’altra contestazione (di cui sembra avere avuto già notizia) potrebbe essere un passo falso. Del resto, che a Taranto potesse accadere qualcosa era nell’aria e lo stesso sembra possa accadere ad Amatrice, che ha più volte chiesto alla premier una presenza. Ma lei, dopo la visita del 2017 non si è più vista. Nell’agosto 2024 ha ricevuto il sindaco, Giorgio Cortellesi, a palazzo Chigi. Domani lui la aspetta nella sua città ancora ferita.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SEA WATCH FERMATA 45 GIORNI PER RITORSIONE VERSO IL GOVERNO TEDESCO, LA ONG: “NOI, A DIFFERENZA DEL GOVERNO ITALIANO, NON COLLABORIAMO CON I CRIMINALI”…
Sanzionata al suo arrivo nel porto di Napoli, dove ha sbarcato 6 minori soccorsi nel mediterraneo qualche giorno fa, la ong tedesca replica a Piantedosi: “Siamo stati multati con l’accusa di non aver collaborato con le autorità libiche. È vero, noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il governo italiano può dire lo stesso?”.
La ricostruzione
La Sea Watch ricostruisce così i fatti: “Giovedì 13 agosto, dopo aver soccorso 6 persone in acque internazionali, abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal loro territorio”.
Le “autorità competenti”
“Sono queste le ‘autorità competenti’ a cui si riferisce il ministro Piantedosi?”, continua la ong. “Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti? L’Italia e l’Europa hanno dato, e continuano a dare, legittimità e protezione a questi criminali, trasformando il Mediterraneo in un Far West.”
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
È L’ENNESIMA TEGOLA, QUELLA CHE SI ABBATTE SUL GOVERNO MELONI: SALGONO A SETTE I PAESI CHE ANNUNCIANO DI VOLER TENER FEDE A QUELL’ACCORDO, DOPO GERMANIA, SVIZZERA, AUSTRIA, SVEZIA E FINLANDIA … MELONI NON PUÒ CHE SUBIRE IL PRESSING, DELL’OPPOSIZIONE INTERNA E DEGLI STATI MEMBRI, CHE CONTINUANO AD ANNUNCIARE IL VIA LIBERA ALLE PROCEDURE PER TRASFERIRE I MIGRANTI E TENTA GOFFAMENTE DI DIFENDERSI: “IL PATTO UE NON È UN BOOMERANG”…
Anche l’Olanda e l’Irlanda sono pronte a rimandare i migranti in Italia, il Paese d’approdo in cui
sono arrivati a bordo di barchini di fortuna dalle coste del nord Africa. Almeno, quelli trasferiti nei Paesi Bassi a partire dal 12 giugno scorso, data di entrata in vigore del Patto Ue sulla migrazione.
È l’ennesima tegola, quella che si abbatte sul governo Meloni: salgono a sette i Paesi che annunciano di voler tener fede a quell’accordo, dopo Germania, Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia. Meloni non può che subire il pressing, dell’opposizione interna e degli Stati membri che continuano ad annunciare il via libera alle procedure per trasferire i migranti.
Prova a rilanciare, in un lungo post sui social in cui replica alla segretaria del Pd, Elly Schlein, che aveva definito la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna «un boomerang clamoroso». Non per la premier, che al contrario sostiene che «Schengen e il patto su migrazione e asilo sono due cose diverse e non c’entrano nulla tra loro».
La premier insiste: «È proprio il nuovo patto che segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei migranti cosiddetti “dublinanti”. Le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso in tema di richieste di asilo e, con il rafforzamento del principio di Paese terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati».
La presidente del Consiglio snocciola i numeri, parla di 80 mila richieste di prese in carico respinte dal 2023 ad oggi e promette di lavorare per «il rafforzamento delle frontiere esterne europee» e «la cooperazione con i Paesi di origine e transito» con l’obiettivo di una «politica dei rimpatri più efficace».
Parole — quelle della premier — che arrivano, però, nelle stesse ore in cui l’Ungheria fa sapere che non accetterà migranti inviati da altri Paesi Ue. Di più: «Abbiamo chiarito che non sosteniamo né il reinsediamento basato su quote né l’idea che l’Ungheria debba versare un contributo finanziario in sostituzione dell’accoglienza» riferisce il ministero degli Interni ungherese.
Il governo di Budapest si dice disponibile, se necessario, soltanto a forme di assistenza tecnica ai Paesi maggiormente esposti. La Francia, invece, non intende per ora unirsi ai Paesi che stanno trasferendo dublinanti verso l’Italia, mentre Madrid ha indicato nei meccanismi di solidarietà previsti dal Patto la strada per affrontare la questione.
(da Repubblica)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
BASTA INSEGNARE SOLO L’OCCIDENTE
Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.
Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.
Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.
È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più. Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.
La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, a una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana – e ad alcuni Paesi latino-americani. Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.
Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.
Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celtoibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.
Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.
Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi). Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.
Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale. È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese. È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.
E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24). Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.
Franco Cardini
da il Fatto Quotidiano
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CODACONS HA CALCOLATO L’IMPATTO DEI RINCARI ALLA POMPA SULLE TASCHE DEGLI AUTOMOBILISTI IMPEGNATI NEL RIENTRO DALLE VACANZE – CON I PREZZI ATTUALI IN AUTOSTRADA, UN PIENO DA 50 LITRI COSTA 104 EURO PER LA BENZINA E 110 PER IL DIESEL…
“Sul grande controesodo degli italiani di ieri sabato 22 e oggi domenica 23 agosto si abbatte una
stangata da oltre 406,7 milioni di euro a titolo di maggiore spesa per i carburanti rispetto allo stesso periodo del 2025″.
Lo afferma in una nota il Codacons, calcolando l’impatto dei rincari alla pompa sulle tasche degli automobilisti impegnati nel rientro dalle località di villeggiatura. Con i prezzi attuali in autostrada, un pieno da 50 litri costa oltre 104 euro per la benzina e 110 euro per il diesel.Il calcolo, effettuato a parità di auto in circolazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, porta la maggiore spesa complessiva per benzina e gasolio a 406.704.000 euro nel corso del weekend.
“Una maxi-stangata” che arriva proprio nel cuore del controesodo: le stime parlano di oltre 24 milioni di spostamenti, con traffico particolarmente intenso sulle principali direttrici di rientro nella giornata di oggi. “In appena due giorni gli automobilisti italiani lasciano ai distributori oltre 406 milioni di euro in più rispetto allo scorso anno, a parità di auto in circolazione – denuncia il Codacons.
Una vera e propria tassa sul controesodo che colpisce milioni di famiglie proprio al termine delle vacanze estive. Il Governo deve intervenire immediatamente per alleggerire il costo dei carburanti e impedire che il rientro dalle ferie si trasformi nell’ennesima stangata a carico degli automobilisti”.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“CI SONO DUE POSSIBILITÀ. O SU LA7 SI APRE PER FARE QUALCOSA CHE POSSA ESSERE VISTO DA TUTTI, O PENSO CHE POSSO PURE FARE ALTRO”… MAGARI POTRESTI DIRLO ANCHE A TELEMELONI E AI MEDIA ORMAI TUTTI ASSERVITI AL GOVERNO
Enrico Mentana non esclude un’uscita da La7. Il direttore del telegiornale, con il contratto in scadenza il 31 dicembre, ha scelto il palco di Una Montagna di Libri, a Cortina d’Ampezzo, per fissare il perimetro della trattativa con Urbano Cairo: “Ci sono due possibilità. O su La7 si apre per fare qualcosa che possa essere visto da tutti, o penso che posso pure fare altro”.
Nella formulazione scelta dal direttore non c’è un annuncio di addio. C’è una condizione. Mentana lega la propria permanenza a un cambio di rotta della rete, che dovrebbe tornare a parlare a un pubblico più largo di quello che oggi la guarda. Fino a quel momento, l’alternativa resta sul tavolo: fare altro.
Il ragionamento non nasce a Cortina. Il primo giugno, al Festival della Tv di Dogliani, Mentana aveva già descritto La7 come la nuova Rai3 e come “la tele anti Meloni”, aggiungendo che “un elettore del centrodestra non può guardarla sentendosi a casa”. Un giudizio che riguardava i talk della rete, gli ospiti ricorrenti e un posizionamento che il direttore considera schiacciato su un solo fronte. Da Dogliani a Cortina la posizione non si è ammorbidita. Si è tradotta in una richiesta: il pluralismo come precondizione del rinnovo.
Sul fronte opposto, l’editore ha smesso di dare per scontato il prolungamento. Alla presentazione dei palinsesti La7, a luglio, Cairo aveva risposto con una formula asciutta proprio a una domanda di Fanpage.it: “Il rinnovo sulla parola forse no, i contratti vanno fatti”. E aveva rinviato ogni verifica a ridosso della scadenza, senza escludere che il direttore preferisca altre strade. Nei palinsesti della stagione 2026-2027 Mentana resta alla guida del Tg La7, dove siede dal 2 luglio 2010. La conferma, però, vale fino al 31 dicembre.
Da mesi circola l’ipotesi di un ritorno a Mediaset, l’azienda dove Mentana ha fondato e diretto il Tg5 dal 1992 al 2004 e dove Pier Silvio Berlusconi ha più volte parlato di porte aperte. Un secondo fronte porta a Gedi e all’area Repubblica.
C’è poi il capitolo che potrebbe rallentare qualsiasi trasferimento. Secondo quanto riportato da Il Foglio, nel contratto esisterebbe una clausola di non concorrenza capace di tenere il direttore fermo per diciotto mesi dopo la fine del rapporto con La7. Mentana ha smentito che quella clausola esista. Allo stesso quotidiano ha spiegato che onorerà l’impegno fino a fine dicembre e che soltanto dopo “deciderò”
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRATORE DELEGATO GIAMPAOLO ROSSI COMUNICHERÀ A RANUCCI IL CAMBIO DI CONDUZIONE (SOSTITUZIONE CHE È NEL PIENO DIRITTO DELLE PROCEDURE AZIENDALI). QUINDI IL DIPENDENTE RAI RANUCCI SIGFRIDO NON VERRÀ ASSOLUTAMENTE “SOSPESO” DAL RUOLO DI VICE-DIRETTORE DI RAI3, IL SUO STIPENDIO CORRERÀ TRANQUILLO COME OGNI MESE, MA VERRÀ SPOSTATO DAL RESPONSABILE DEI PROGRAMMI DI APPROFONDIMENTO, PAOLO CORSINI, AD ALTRI IMPORTANTI INCARICHI
C’era una volta l’estate spericolata. Una “svaccanza” che squadernava una girandola di personaggi
megalomani, divi sciamannati, vip incurabili, star barcollanti sull’orlo del burino. Ogni giorno, la stessa canzone: sfoghi di tette, scarichi di sederoni, esagerazioni peniche, volgarità fumettona, demenze di teste coronate, sciocchezze da discoteca, sconcezze da vespasiano.
Colpiti da priapismo mediatico, la Società dei Famosi e il Palazzo del Potere sputavano l’anima (e la decenza) per farci vivere un solleone indimenticabile, un ferragosto fremebondo di ciance, roba da “dimmi tutto, sarò una tromba!”. Qui l’Avanti Natica di Belen, là Ilary Blasi a mollo, di fianco le peripezie di Stefano De Martino, a destra gli amorazzi intercambiabili dei “morti di fama” dei reality show.
Acqua passata. Vacanza antica. Basta un pigro sguardo di fine agosto per avvertire l’espropriazione del mese più incontinente dell’anno, parafulmine di tutti gli eccessi, pensatoio di tutte le scemenze, zona-cult di tutti i picchiatelli: l’estate 2026 appartiene alle disavventure ai confini della realtà della strana coppia Lavitola-Ranucci.
Fino a ieri era impossibile sotto l’ombrellone immaginare attentati come “bombe d’amore”, ristoranti come ‘’laboratorio politico’’, sondaggi alle vongole sgusciate, ristoratori pregiudicati e giornalisti spregiudicati, rivelazioni di stagionati arrapamenti e fregnacce da prendere sempre sul serio, magari anche in quel posto.
Su tale fremebonda Via Trucis alle vongole, “la Rai non può limitarsi a dire che ‘’Ranucci è Ranucci’’, scrive Aldo Torchiaro su “il Riformista”, ”perché Ranucci, quando conduce Report, è Rai. Ed è questa la vera bomba: non quella esplosa sotto casa del giornalista, ma quella reputazionale che rischia di esplodere nel servizio pubblico. Viale Mazzini deve disinnescarla”.
Detto, fatto: è attesa per martedì prossimo la fine del primo tempo: a ottobre, quando ritornerà in onda “Report”, Sigfrido Ranucci non sarà più alla conduzione.
In seguito alle verifiche interne (“audit) sul rispetto del codice etico dell’emittente di Stato, e in attesa delle decisioni degli inquirenti e dei magistrati sul garbuglio-Lavitola, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi comunicherà a Ranucci il cambio di conduzione – sostituzione che è nel pieno diritto delle procedure aziendali.
Quindi, a dispetto di quanto più volte scritto, il dipendente Rai Ranucci Sigfrido non verrà assolutamente “sospeso” dal ruolo di vice-direttore di Rai3, il suo stipendio correrà tranquillo come ogni mese, ma verrà spostato dal responsabile dei programmi di approfondimento, Paolo Corsini, ad altri incarichi che non demansioneranno il suo ruolo.
(da agenzie)
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