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COSI LA RUSSIA RECLUTA, CON FALSI ANNUNCI DI LAVORO E TURISMO, I LATINOAMERICANI PER LA GUERRA IN UCRAINA

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

COMPENSI TRA 8.000 E 16.000 DOLLARI E 500.000 IN CASO DI MORTE CON UNA PERCENTUALE DI RITORNO A CASA DEL 5%… CARNE DA MACELLO PER UN REGIME CRIMINALE CHE POI NON PAGA NEANCHE QUANTO PROMESSO

Falsi annunci di lavoro e viaggi turistici. Utilizzati in diversi paesi dell’America Latina per reclutare cittadini da inviare a combattere per la Russia in Ucraina. Con un compenso tra gli 8 e i 16 mila dollari per andare in guerra. E 500 mila per le famiglie in caso di morte. Con una percentuale di ritorno a casa pari al 5%. A parlarne è il portale Infobae, che racconta anche di familiari che hanno denunciato di aver perso i contatti con i propri congiunti.
Il reclutamento in America Latina
A parlare del reclutamento di Mosca in America Latina è l’avvocato Percy Ernesto Salinas Tumbaco, rappresentante legale di oltre 300 famiglie in Perù e figlio di un ex membro delle forze di sicurezza peruviane ora disperso in territorio russo. Secondo il legale il viaggio verso la zona di conflitto segue un percorso meticolosamente studiato per eludere i controlli internazionali sull’immigrazione. Attraverso le agenzie di viaggio come Euro Talent o Latin Travel le vittime lasciano i loro paesi con pacchetti turistici fittizi che includono tappe in località strategiche come Istanbul, in Turchia.
L’arrivo in Russia
Durante queste soste i reclutatori istruiscono i viaggiatori su cosa dire e come comportarsi alla dogana per nascondere il vero scopo del loro viaggio. All’arrivo in Russia un agente bilingue, identificato come l’avvocato russo-spagnolo Signor Andrés, funge da filtro legale e consegna formalmente i cittadini al comando militare. Ai nuovi arrivati vengono aperti conti presso banche locali e viene fornita una carta di debito tramite la quale, in teoria, riceveranno il loro stipendio. Ma i quadri intermedi si appropriano delle carte di credito e dei telefoni cellulari, confiscando gli stipendi e lasciando le famiglie in America Latina senza un solo centesimo di quanto promesso.
Il cittadino peruviano
In un’intervista con Infobae, il figlio di un cittadino peruviano di 61 anni, ufficialmente dato per disperso dal governo russo da luglio, ha raccontato come il padre è finito in Russia. Tra il 2007 e il 2014 il padre aveva lavorato per società di sicurezza private in Iraq. Alla fine del 2023 un reclutatore lo aveva contattato per fare la stessa cosa in Russia. L’uomo ha preso un volo nel 2026 da Lima ad Amsterdam e poi da lì a Istanbul. Quando è arrivato in Russia è stato sottoposto a due settimane di addestramento intensivo all’uso del fucile e al disarmo dei droni, è stato separato dai suoi compatrioti e inviato direttamente al fronte. La sua ultima comunicazione risale al 23 maggio. Adesso è scomparso.
La Repubblica Dominicana
Sarebbero invece 150 i cittadini della Repubblica Dominicana oggi in guerra in Ucraina. L’organizzazione segnala inoltre almeno 50 dominicani partiti tra giugno e agosto per combattere al fianco delle forze russe in Ucraina dopo aver firmato contratti di arruolamento. «Sono partiti firmando un contratto praticamente come mercenari», ha detto il coordinatore del Cddh Carlos Manuel Sánchez Díaz. Secondo l’organizzazione, ai combattenti vengono offerte somme iniziali tra 8 mila e i 16 mila dollari e indennizzi fino a 500 mila dollari alle famiglie in caso di morte.
Il 5%
L’avvocato Salinas avverte che le probabilità che le vittime tornino vive non superano il 5%, descrivendo la pratica dell’uso sistematico di cittadini latinoamericani come carne da cannone. Centinaia di feriti sono trattenuti negli ospedali in attesa di essere trasferiti sulla “Linea Zero”, mentre i corpi dei morti vengono abbandonati nella zona di combattimento.

(da agenzie)

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MARIO ROGGERO RESTA IN CARCERE: RESPINTA LA SECONDA RICHIESTA DI DIFFERIMENTO DELLA PENA DAL TRIBUNAE DI SORVEGLIANZA DI MILANO

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

I LEGALI DEVONO AVERLO CONSIGLIATO DI CAMBIARE STRATEGIA: “AVREI DOVUTO ESSERE MENO IMPULSIVO”, MA NON RIESCE PROPRIO A PENTIRSI E A CHIEDERE SCUSA, QUINDI RESTI DOVE MERITA

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha dichiarato inammissibile l’istanza di differimento pena, legata alla richiesta di grazia, presentata da Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo che avevano assaltato il suo negozio. Il provvedimento, il secondo dopo quello di Torino, è stato depositato questa mattina ed è in linea con la richiesta della procura generale.
L’udienza del tribunale
«Avrei potuto avere un comportamento meno impulsivo e più riflessivo», ha detto al Tribunale di Sorveglianza Roggero durante l’udienza per discutere l’istanza di differimento pena. Il pg Emma Gambardella ha proposto l’inammissibilità dell’istanza, già respinta nei giorni scorsi dal Tribunale di Sorveglianza di Torino, e i giudici si sono riservati.
Dallo scorso 17 luglio, giorno in cui si è costituito, Roggero ha spiegato di aver avuto tempo per pensare e rimeditare in modo critico il suo gesto, come ha riferito al termine della discussione l’avvocato Stefano Marcolini. Non ha affermato di essersi pentito, né si è scusato, ma ha citato la metafora secondo cui «siamo tutti una goccia nel grande oceano» e «tutte le vite meritano rispetto».

(da agenzie)

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IL GOVERNO MELONI E’ FAMELICO: RAI, NUOVO CDA CHE DURI OLTRE IL 2027, MELONI VUOLE GARANTIRSI IL CONTROLLO ANCHE SE PERDE LE POLITICHE

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

E’ SCONTRO SUI NOMI PER LA VIGILANZA

Non è bastato aver occupato tutto l’occupabile in questi quattro anni di governo, piazzandoalla guida dell’azienda — oltre che di talk, tg e programmi vari — famigli, amici o comunque gente di provata fede. La destra ha ora messo a punto un piano ancora più avanzato per controllare la Rai anche qualora dovesse perdere le elezioni in calendario tra la primavera e l’autunno del 2027.
È la mossa del cavallo. Che costringerebbe il centrosinistra, anche in caso di vittoria, a restare in minoranza nel consiglio di amministrazione della tv di Stato. La cui gestione rimarrebbe saldamente in mano ai Fratelli e suoi alleati per quasi tutta la durata della prossima legislatura.
La road map è stata già definita. E prevede una forte stretta sui tempi. La settimana entrante riprenderà in 8° commissione del Senato l’esame della riforma del servizio pubblico proposta dalla maggioranza. L’intenzione è di portarla in aula, per il varo in prima lettura, a metà ottobre o giù di lì. Quindi passerà a Montecitorio, dove si conta di dare il via libera definitivo entro fine anno. Dopodiché, da gennaio in avanti, ogni momento diventa buono per avviare le procedure di nomina del nuovo cda, che avviene mediante elezione nelle Camere di sei componenti su sette (uno spetta ai dipendenti Rai). Con l’approvazione della legge, infatti, l’attuale board decade, pur restando in carica fino all’insediamento di quello successivo.
E qui interviene il dettaglio decisivo. Il testo confezionato dal centrodestra prevede una serie di innovazioni pensate per favorirli anche in caso di rovescio politico. Primo fra tutti, l’allungamento del mandato dei consiglieri: quattro anni anziché tre. Significa che, prendendo servizio a ridosso del voto, rimarranno in sella per quasi tutta la durata del futuro Parlamento. Amministratore delegato, direttori di telegiornali, manager, autori e conduttori: se andranno al governo, i progressisti non potranno spostare nemmeno una foglia che Giorgia Meloni non voglia.
Una partita che finisce per incrociare quella sulla Vigilanza, svuotata prima dell’estate dalle dimissioni in blocco delle opposizioni per protesta contro la paralisi della bicamerale di controllo: per più di un anno, infatti, la maggioranza ha disertato i lavori pur di ottenere il quorum necessario a ratificare la forzista Simona Agnes al vertice Rai. Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha avvertito la minoranza che, se non si sbrigherà a indicare i nuovi commissari, ci penserà lui d’ufficio. Fino a martedì aspetterà i desiderata di Pd, M5S, Avs e Iv. In mancanza, il giorno successivo provvederà motu proprio a «nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Parole accolte con furore dalle forze di centrosinistra, pronte ora alla guerriglia a oltranza, comprese le dimissioni bis: «Siamo di fronte all’ennesima, inaccettabile forzatura», accusano. «Anziché approvare il Media freedom act, la destra dispone a suo piacimento della Vigilanza e decide d’imperio».
E pazienza se si tratta di un gigantesco diversivo studiato per coprire la vera manovra, quella che le consentirà di continuare a comandare in Rai anche con gli avversari a Palazzo Chigi. Tutti sanno, infatti, che il muro contro muro maggioranza-opposizioni, coniugato con una legislatura agli sgoccioli, rende pressoché impossibile insediare Agnes alla presidenza. Lei si sarebbe pure “accontentata” di traslocare sulla poltrona di direttore generale che Roberto Sergio lascerà a fine mese. Il risarcimento promesso da Antonio Tajani. Solo che la Lega si è messa di traverso, ritiene sua la casella e non intende cederla. Risultato? L’ad Giampaolo Rossi prenderà l’interim. In attesa della riforma. Che farà decadere l’attuale cda e nascere quello nuovo. Comunque vada, a trazione meloniana.

(da agenzie)

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UNA RIFORMA PER FACCE DI BRONZO

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

REGOLE FATTE SU MISURA PER MANTENERE I SOVRANISTI AL POTERE

Il coraggio, quello non manca davvero. «La legge elettorale garantirà ai cittadini un governo stabile e la possibilità di scegliere, attraverso le preferenze, chi li rappresenterà. È un risultato a cui Forza Italia ha contribuito e che restituisce forza alla volontà degli elettori». Sono parole di Stefania Craxi, capogruppo al Senato del partito che fu di Silvio Berlusconi ora in mano alla figlia Marina, pronunciate giovedì 10 settembre davanti a una telecamera del Tg1. Un capolavoro di ardimento.
Perché ci vuole coraggio a sostenere che la nuova legge elettorale «garantirà la stabilità», dal pulpito di una maggioranza che grazie alla vecchia legge elettorale ha battuto ogni record di durata dei governi repubblicani. La verità è che l’obiettivo non è la stabilità di qualunque governo, ma solo di questo. Con la destra a palazzo Chigi e il centrosinistra all’opposizione.
Poi la possibilità di «scegliere i rappresentanti» dei cittadini «con le preferenze»: coraggio bis. Il meccanismo con il quale le preferenze sarebbero state resuscitate è pesantemente taroccato. Agli elettori è consentito esprimere solo tre preferenze su sei nomi scelti dal vertice del partito. Per giunta in una lista il cui capo, una volta superata la soglia di sbarramento del 3 per cento, è sicuro di essere eletto.
Quindi l’affermazione secondo cui «è un risultato a cui Forza Italia ha contribuito»: coraggio ter. Per settimane le cronache hanno riferito che nella maggioranza volavano gli stracci, fra il partito di Giorgia Meloni da un lato, che voleva le preferenze, e Forza Italia con la Lega dall’altra, che non ne volevano nemmeno sentire parlare. Al punto da scatenare i franchi tiratori alla Camera contro Fratelli d’Italia. E se si è arrivati al compromesso è stato soltanto per evitare un patatrac, con probabile caduta del governo.
Infine, la chiosa secondo cui la nuova legge elettorale «restituisce forza alla volontà degli elettori»: coraggio quater. E qui ce ne vuole proprio una bella dose. Non se ne abbia a male la senatrice Craxi, ma nella legge non c’è nulla di più alieno della «volontà degli elettori». La faccenda riguarda unicamente i partiti e il loro potere. Gli elettori non c’entrano un fico secco.
Una legge elettorale che facesse gli interessi dei cittadini, garantendo al massimo il diritto di rappresentanza, dovrebbe essere fatta di comune accordo fra le parti. Soprattutto, non pochi mesi prima delle elezioni, a colpi di maggioranza. Invece qui l’obiettivo di chi sta al governo è unicamente quello di avere in mano uno strumento per sbarrare la strada all’opposizione alle prossime elezioni generali. Altro che la «volontà degli elettori». Non è la prima volta che accade, d’accordo. Ma proprio questo dettaglio dice tutto a proposito della qualità della nostra classe dirigente politica, ancora una volta incurante della vera emergenza democratica.
Il calo dell’affluenza alle urne è progressivo e appare inarrestabile. Alle elezioni politiche di quattro anni fa si sono persi quasi 5 milioni di elettori, con un numero di voti validi che non ha superato il 58 per cento del corpo elettorale. Meno che in Germania, meno che in Francia, e perfino meno che nel Regno Unito.
Ma questo preoccupante stato di cose non tocca la maggioranza, impegnata a fondo solo per fregare gli avversari. Quel che è ancora più grave, con mosse incomprensibili agli italiani. Siccome i sondaggi dicono che le coalizioni sono aritmeticamente separate da pochi punti, è decisivo per la destra indebolire l’avversario. Ecco allora spuntare la regola del «miglior perdente». A chi supera il 42 per cento dei voti validi viene attribuita in premio la maggioranza dei seggi, calcolando nella percentuale anche i consensi del partito che pur non avendo superato la soglia di sbarramento per accedere al parlamento (3 per cento) ha comunque raccattato più voti di altre piccole formazioni della stessa coalizione. Che quindi vengono escluse dal conteggio. Il «miglior perdente», appunto.
Motivato con l’esigenza di eliminare la frammentazione, è il classico sgambetto per un’opposizione intorno a cui si stanno radunando alcuni «cespugli», i partiti minori assiepati nelle coalizioni. Per esempio il Psi di Enrico Maraio, oppure il Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, entrambi nell’orbita del centrosinistra. Ma non bastasse questa pillola, eccone un’altra bella fresca, con un emendamento della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda. È l’aumento vertiginoso delle firme necessarie ai partiti non presenti in Parlamento per presentare una lista in ogni collegio: ostacolo che potrebbe rivelarsi insormontabile per quegli stessi «cespugli».
Il bello è che mentre la maggioranza spreca energie per ostacolare l’opposizione, cresce alle sue spalle la destra suprematista dell’europarlamentare ex leghista Roberto Vannacci. A un ritmo tale da far traballare la Lega di Matteo Salvini e da superare Forza Italia. Facendo perdere senso a tutte le alchimie messe in campo per mantenere il potere. Perché con quella roba, che i meno estremisti dell’attuale compagine di governo ritengono indigeribile, Giorgia Meloni dvrà farci i conti. E questo potrà cambiare tutto lo schema di gioco.
Idem nell’opposizione, dove la segretaria del Pd Elly Schlein professa la certezza di una futura vittoria, ma il suo presumibile competitore alle primarie Giuseppe Conte ha già aperto le ostilità. Avviando, per esempio sul sostegno all’Ucraina, un’offensiva che potrebbe prefigurare la dissoluzione del cosiddetto campo largo ancor prima della prova del voto.
Una nuova legge elettorale, allora, non servirà più a nulla. E i fiumi d’inchiostro che ha fatto scorrere saranno ben presto dimenticati. Compreso questo articolo.

Sergio Rizzo
(da lespresso.it)

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BOLLO AUTO “ESENTATO” PER UN SOLO ANNO E NON “ABOLITO”

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

COME PRENDERE PER I FONDELLI I PIRLA… E LE COPERTURE NON CI SONO

Le parole hanno un peso. Anche quando servono a nasconderlo. C’è una differenza enorme, in politica, tra “abolire” e “esentare per un anno”. La prima parola dice: è finita, non pagherai più. La seconda dice: quest’anno no, ma non sappiamo cosa succederà dopo. Chi gestisce la comunicazione istituzionale lo sa benissimo. Ed è proprio per questo che la disinvoltura con cui certi annunci sui social hanno parlato di “abolizione del bollo auto dal 2027” merita una critica netta, non una spallucciata.
Il testo ufficiale, quello scritto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, non lascia spazio a dubbi: il decreto introduce, per il 2027, l’esenzione dal pagamento del bollo per un veicolo, a determinate condizioni di potenza e alimentazione. E aggiunge, questo è il punto decisivo, che si tratta di una misura pensata “nella prospettiva di una successiva abolizione a regime del tributo”, che il governo “intende dare seguito” nella prossima legge di bilancio. Tradotto: non è stato abolito niente. È stata concessa un’esenzione temporanea, per un solo anno, su un solo veicolo, sotto una certa soglia di potenza. L’abolizione vera e propria è, nella migliore delle ipotesi, un’intenzione futura, non una norma già scritta.
Eppure sui social della maggioranza è circolata la narrazione opposta: bollo auto abolito, punto. Non “esentato per un anno”, non “in vista di una possibile abolizione futura da confermare in manovra”. Abolito. Una parola sola, netta, che si stampa nella testa di chi scorre il telefono per pochi secondi e non ha né il tempo né gli strumenti per andare a leggersi un comunicato stampa di più paragrafi. Ed è proprio su queste persone che una comunicazione ambigua produce il danno maggiore: pensionati, famiglie che arrotondano il bilancio mensile, chi si fida di un titolo perché non ha motivo di dubitarne. Il messaggio semplificato diventa il messaggio reale, e la realtà normativa, con le sue condizioni e le sue scadenze, resta relegata a chi ha voglia di controllare.
Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra una promessa mantenuta e una promessa rinviata a data da destinarsi, con tutte le incognite di una legge di bilancio che deve ancora essere scritta, discussa e votata. Nel frattempo, chi ha creduto al messaggio semplificato si organizza, magari rimanda altre spese, magari cambia idea su un acquisto, convinto di un beneficio permanente che sulla carta non esiste ancora.
Proprio perché il tema è quello dei soldi delle persone, la soglia di tolleranza per queste imprecisioni dovrebbe essere zero, non un’attenuante. Chi comunica per conto delle istituzioni ha l’obbligo di essere preciso prima ancora che efficace. Se la differenza tra “esentato per un anno” e “abolito per sempre” diventa un dettaglio trascurabile, il problema non è più la propaganda: è quanto in basso si è disposti a mettere l’asticella della verità pubblica.

(da ilfattoquotidiano.it)

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UNA VECCHIA CABINA TELEFONICA DIVENTA UN CINEMA

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

SI CHIAMA CINEMINO, SI ENTRA UNO ALLA VOLTA, SI SCEGLIE IL FILM CON UN QR CODE E LE PROIEZIONI DURANO A MASSIMO DIECI MINUTI

A Cento per andare al cinema basta entrare in una vecchia cabina telefonica. Niente platea, nessuna fila di poltrone: c’è posto per uno spettatore alla volta. Al posto della cornetta ci sono uno schermo e una vecchia seduta rossa. Si chiama Cinemino ed è la nuova vita di una cabina di via Bologna, trasformata in una minuscola sala dove guardare cortometraggi. Il progetto è stato inaugurato sabato 12 settembre ed è stato realizzato dall’associazione Tararì Tararera Aps.
Come funziona il cinema per una persona
Quando qualcuno entra, la luce all’esterno passa dal verde al rosso, segnalando che il Cinemino è occupato. Una volta seduti, sullo schermo compare un Qr code: basta inquadrarlo con lo smartphone per accedere alla selezione e scegliere il cortometraggio da vedere.
Le proiezioni durano da pochi secondi a una decina di minuti e, alla fine, lo spettatore può lasciare anche un proprio commento. A rendere ancora più particolare la piccola sala è la poltroncina rossa, recuperata dal Cinema Don Zucchini di Cento, la storica sala cittadina gestita da volontari.
La seconda vita delle vecchie cabine telefoniche
Quella del Cinemino non è la prima cabina recuperata dall’associazione. Tararì Tararera, nata a Cento nel 2019 e impegnata nella promozione della lettura e delle arti, da alcuni anni prova infatti a dare nuovi usi a strutture e oggetti che hanno perso la loro funzione originaria. Nell’estate del 2024, vicino a Porta Pieve, un’altra vecchia cabina era diventata ProntoBook, un piccolo punto di scambio di libri. Al posto dell’elenco telefonico oggi ci sono più di 50 libri, tra narrativa, saggistica e fumetti, che chi passa può prendere e scambiare.

(da agenzie)

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IN UN CAFFE’ DEL CENTRO STORICO DI VENEZIA UN TURISTA HA SPESO 72 EURO PER DUE SPRITZ, UN CROISSANT E UN TOAST

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

MA LA VOCE DELLO SCONTRINO CHE HA FATTO INCAZZARE IL FORESTIERO E’ IL PAGAMENTO DI 7 EURO PER IL “SUPPLEMENTO MUSICALE”, CIOE’ UNA STRIMPELLATA NON RICHIESTA DI TRE MUSICISTI ALL’INTERNO DEL LOCALE

Settantadue euro per un aperitivo in un caffè del centro storico di Venezia. A incappare nella “disavventura”, chiamiamola così, è stata una turista di Lucca in vacanza nella città lagunare che si è seduta nel locale insieme a un’altra persona, alzandosi però amareggiata. Lo scontrino, emesso martedì 9 settembre, recita così:
Supplemento musica: 7,00 €
Toast classico: 15,00 €
Croissant pomodoro e mozzarella: 16,00 €
2 Spritz Aperol: 34,00 €
Il tutto per un totale, appunto, di 72 euro. [ A far alzare il classico sopracciglio alla turista è proprio la voce sulla musica. Il costo aggiuntivo per l’orchestrina, in realtà, era chiaramente indicato.
Un dépliant lasciato sul tavolino informava i clienti del supplemento previsto per l’esibizione dal vivo di tre musicisti. Eppure, al momento di leggere lo scontrino, l’amarezza ha preso il sopravvento.

(da agenzie)

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“NAZI” COMUNICANTI. DOPO IL TRIONFO DI AFD ALLE ELEZIONI REGIONALI IN SASSONIA-ANHALT, GLI OCCHI DELLA GERMANIA SONO SUL MECLEMBURGO-POMERANIA, DOVE DOMENICA SI VOTA E I NAZISTELLI SONO DATI AL 38%

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

NEL LAND SI SONO INSEDIATI DA ANNI I “COLONIZZATORI VOLKISCH”, CHE SEGUONO L’IDEOLOGIA OTTOCENTESCA DA CUI NACQUE IL NAZISMO . I “VOLKISCHEN” SI ALLARGANO A MACCHIA D’OLIO, COMPRANDO CASE, FATTORIE E TERRENI PER CREARE COMUNITÀ CHIUSE … IL LORO L’OBIETTIVO? COLONIZZARE IL PAESE CACCIANDO STRANIERI, EBREI, E TUTTI COLORO CONSIDERATI “DIVERSI” – ANDREA RÖPKE, LA PIÙ GRANDE ESPERTA IN GERMANIA DEI “VÖLKISCHEN”: “ALCUNI FANNO PARTE DI AFD”

“Insieme per la democrazia”. I Gnann ci avevano avvertiti: avremmo riconosciuto subito la loro casa da quella scritta. E dalla grande “croce disuncinata” di fianco, un simbolo inventato da un pastore della Bassa Sassonia, Martin Raabe, per distinguersi dai neonazisti. Elisabeth e Dieter Gnann hanno quattro figli, undici nipoti e due bisnipoti che vivono lontano da casa.
Nel loro villaggio di 180 anime si sta allargando il movimento dei “colonizzatori völkisch”. Sono neonazisti in veste contadina o fricchettona, lupi mascherati da agnelli che si rifanno ai movimenti antisemiti e protonazisti della fine dell’800, che si insinuano nelle comunità con l’aria da buon vicino e propagano il loro credo nazionalsocialista.
Fanno tanti figli perché ragionano in generazioni – il loro obiettivo è la ricostituzione del Quarto Reich – e cercano di creare delle comunità sempre più chiuse comprando case, fattorie, terreni e cacciando chi si ribella. Vogliono insegnare ai loro figli senza interferenze a odiare chiunque non sia di sangue tedesco, a essere disciplinati come piccoli soldati e a chiamare la tv “ebreo elettrico” e la pizza “torta di verdure”.
«Stanno comprando casa dopo casa. Ci stanno assediando», sospira Elisabeth. «Siamo stanchi delle loro pressioni, a volte di notte ho tanta paura. Ma non vogliamo cedere».
Mi indica un ingresso adornato da due simboli delle Waffen-SS, i “Wolfsangel”. È la casa di Stefan Richter, per anni consigliere dei Giovani del partito neonazista Npd, frequentatore della Hdj, l’organizzazione erede della Gioventù hitleriana. Richter si definisce nazionalsocialista.
Tuttavia, già anni fa cominciò a dire che bisognava smetterla di usare termini come “camerata” e aveva fondato un’organizzazione apparentemente innocua, “Abitare bene”, ammettendo però in tv che «i contenuti sono gli stessi».
E aveva scritto su una rivista che bisognava occupare le campagne, soprattutto quelle del Meclemburgo-Pomerania, una delle regioni più rurali della Germania, […] dove si vota domenica. L’Afd è in testa con il 38% ed è diventato il collettore di tutti i movimenti bruni che si sono diffusi nella regione. Ma ci arriveremo.
Ragnar Böhm è un altro “colonizzatore völkisch” che si è trasferito a Gross Krams della Germania Ovest per creare villaggi-bastione nazisti: il nonno era un pezzo grosso del Terzo Reich, il padre un terrorista bruno dei “Werwölfe” degli anni ’70.
La rete Nordkreuz del blitz del 2017 cui fa riferimento Dieter, invece, resta una ferita profonda. Era una rete sovversiva neonazi con membri dalla polizia e dalla Bundeswehr, compresi alti ufficiali, che rubò armi all’esercito e pianificò un vero e proprio colpo di Stato. I suoi accoliti si allenavano sempre al poligono di tiro di Güstrow. Ma non ci fu mai un processo per terrorismo, solo per possesso di armi.
«Uno scandalo», commenta la viceleader regionale della Linke, Karin Larisch, che abita da decenni a Güstrow. Quando la chiamiamo, è ancora scossa: qualche giorno fa hanno sparato alla vetrina del suo negozio. In passato le hanno scritto “white power” sul muro di casa, le hanno versato dell’acido davanti alla porta, le hanno fatto esplodere la cassetta della posta. Perché Larisch è impegnata da sempre contro l’Afd e l’estrema destra.
«E le dico molto chiaramente che i völkischen, i Reichsbürger, i no-vax, i neonazisti, tutti questi movimenti estremisti hanno trovato un loro sbocco politico nell’Afd».
Jan-Philipp Tadsen, candidato Afd al voto di domenica, è un ex militante dei neonazisti Identitari, come il collega di partito, Jens-Holger Schneider. E Philip Steinbeck, che da vent’anni compra case per insediarvi estremisti, non solo fa parte dell’Afd, ma è un ex neonazista Npd: un anno fa la polizia gli ha trovato in casa armi, munizioni ed esplosivi. Altri esponenti Afd bollati come estremisti dai servizi segreti sono Enrico Komning, Nikolaus Kramer ma anche lo spitzenkandidat alle elezioni, Leif-Erik Holm.
Uno dei più famosi “colonizzatori völkisch” della regione intorno a Güstrow è Jan Krauter, elettore dell’Afd dichiarato e fabbro. Vive a Klaber, e attraversando il villaggio per arrivare alla sua casa-laboratorio […] scorgiamo simboli tipici: un’aquila che mangia un pesce (ossia i germani che schiacciano il cristianesimo) e rune varie. Anche se lui nega, Krauter viene attribuito al movimento dei Neo-Artamani, una setta völkisch che si rifà agli Artamani degli anni ’20 di cui fecero parte anche pezzi grossi del nazismo come Heinrich Himmler e il comandante di Auschwitz Rudolf Höss.
Con noi non vuole parlare. Ma a livello locale è molto impegnato contro migranti e agricoltura transgenica.
La più grande esperta in Germania dei “völkischen” è la giornalista Andrea Röpke. È lei a spiegarci il legame sempre più forte tra questi movimenti e l’Afd: «Alcuni ne fanno direttamente parte. Altri lo sostengono alle manifestazioni o agli eventi. I giovani völkischen, tra cui i Neo-Artamani, sono attivi anche in organizzazioni affiliate come gli Identitari». Perché «l’obiettivo dell’ideologia völkisch è la creazione di una società omogenea e autoritaria. E la “remigrazione” è la via per raggiungerla».
Röpke è continuamente minacciata, già nel 2006 fu picchiata a sangue da neonazisti. Ma continua a fare ricerche essenziali, ad esempio, sui campi per bambini neonazisti, creati in perfetta continuità con la Gioventù hitleriana. I ragazzi vengono educati militarmente e all’ideologia hitleriana. Le organizzazioni cambiano nome ogni tot, perché vengono vietate. Ma continuano a esistere, anche in Meclemburgo-Pomerania.
«I figli dei völkischen – osserva – frequentano associazioni giovanili come Sturmvogel, Freibund o Jungadler, di orientamento nazionalsocialista». E attenzione: «Sono delle vere e proprie fucine di quadri; questi ragazzi poi militano nella politica di estrema destra – ed è proprio per questo scopo che vengono addestrati. L’influente deputato regionale Afd Thore Stein, vanta ad esempio ottimi contatti in questi ambienti. Ha partecipato a un campo Sturmvogel e la famiglia di sua moglie era attiva nell’Hdj e nel Freibund». Le reti estremiste, conclude, «influenzano in modo determinante il percorso dell’Afd».

(da Repubblica)

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DOPO CHARLOTTE DE WITTE, SILVIA SALIS PORTA A GENOVA UN’ALTRA DJ INTERNAZIONALE, NOVAH

Settembre 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL 2 OTTOBRE AL PORTO ANTICO IL LIVE GRATUITO DELLA STELLA DELLA MUSICA ELETTRONICA MONDIALE, PREVISTI MIGLIAIA DI GIOVANI PER UN EVENTO INTERNAZIONALE IN CONCOMITANZA CON IL SALONE NAUTICO

Dopo il live dei record di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, che ha avuto una risonanza nazionale e internazionale per un allineamento forse irripetibile di pianeti, in cui si sono mischiati musica, politica e meme, a Genova arriva Novah, dj e producer anche lei belga, all’anagrafe Heyse Noa, una delle nuove stelle dell’elettronica mondiale, tra le protagoniste dell’ultima edizione del Tomorrowland.
Sarà l’evento clou del FuoriSalone, nel periodo del Salone Nautico, come ha spiegato la sindaca Silvia Salis a Milano. La dj si esibirà in piazzale Mandraccio al Porto Antico, il 2 ottobre dalle 19. L’accesso sarà gratuito.
Il Comune di Genova, così facendo, consolida il format sperimentato con de Witte e punta ancora sull’elettronica internazionale come elemento di aggregazione sociale e strumento di promozione della città. Cambia lo spazio, ma non mutano le coordinate programmatiche già messe in campo con de Witte che, visto il successo, è diventato un vero “caso scuola” non solo all’ombra della Lanterna: dj donna, bandiera di emancipazione in una scena prettamente maschile, un live gratuito e aperto a tutti, una piazza simbolo, un orario pomeridiano per far vivere a chiunque voglia l’esperienza, tutto esattamente come avviene nelle grandi capitali europee.
La dj NOVAH, all’anagrafe Heyse Noa
Questa volta a fare da teatro naturale non ci sarà Palazzo Ducale, ma il Bigo e un tramonto sul mare: una nuova cartolina da Genova, nella speranza che possa ancora avere un’importante eco comunicativa, facendo in primis divertire cittadini e turisti. Il palco, invece, potrebbe essere una novità: si sta pensando a una struttura circolare, con intorno il pubblico. Un modo per rendere il set più coinvolgente.
Novah è una delle figure più interessanti emerse negli ultimi anni nella scena techno. Nata ad Anversa, in Belgio, ha costruito in pochissimo tempo un percorso che unisce energia e una visione sonora riconoscibile. Fin dagli esordi, ha mostrato un’attenzione particolare per la materia sonora. I suoi primi esperimenti con drum machine e sintetizzatori analogici risalgono agli anni della formazione.
Dopo aver pubblicato i primi mix su SoundCloud nel 2021, la sua energia ha attirato l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori, imponendosi come una nuova voce della scena underground belga. Da lì in avanti, la crescita è stata costante. Tra il 2022 e il 2023, ha iniziato a esibirsi nei principali eventi techno del Nord Europa, imponendosi per la sua presenza scenica e la capacità di costruire set densi.
Proprio questa autenticità l’ha portata a entrare nel radar del collettivo Exhale, fondato da Amelie Lens. La sua carriera da produttrice ha poi messo le ali pubblicando musica per Taapion Records, l’etichetta di Shlømo. In diverse interviste, tra cui quelle rilasciate a Tomorrowland Radio e Mixmag Netherlands, la dj ha spiegato di considerare la techno come un mezzo per trasformare emozioni oscure in energia vitale. L’anno scorso è stata riconosciuta come una delle protagoniste della nuova generazione di dj e producer europee, accanto a figure come Cera Khin, Indira Paganotto e Amelie Lens.

(da il Secolo XIX”)

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