IL NAUFRAGIO IN CUI SONO MORTI TRE BAMBINI RACCONTATO ORA PER ORA DA CHI HA SALVATO I SUPERSTITI
PARLA IL CAPITANO DELLA NAVE AURORA CHE HA TRATTO IN SALVO 28 MIGRANTI: “LE AUTORITA’ ERANO STATE AVVISATE 12 ORE PRIMA”
“Anche un’ora dopo sarebbe stato troppo tardi, perché il gommone era quasi sgonfio”. Nella
notte tra il 28 e il 29 settembre, la nave Aurora di Sea-Watch ha tratto in salvo ventotto persone migranti attraverso una difficile operazione di soccorso nel Mediterraneo centrale, a largo della Tunisia. Nel naufragio hanno perso la vita otto persone. Fanpage.it ha intervistato Stefano, il capitano della nave.
L’Ong ha recuperato due corpi, mentre gli altri sei sono scomparsi tra le onde. Una delle donne che si trovava a bordo ha raccontato di aver perso in mare tutti e tre i figli con cui viaggiava: avevano sette, nove e tredici anni. “Le autorità erano state avvisate ben dodici ore prima”, accusa Sea-Watch, ma “ancora una volta l’Italia e l’Europa sono rimaste a guardare”.
L’allarme dodici ore prima e il volo di Frontex
Un gommone sgonfio e alla deriva. “L’acqua sta entrando nella barca e rischiano di affondare”: la prima segnalazione risale alle 16:42 di lunedì 28 settembre, circa dodici ore prima del contatto tra Aurora e l’imbarcazione. L’ha lanciata Alarm Phone, la rete che gestisce una linea telefonica di emergenza per le persone che attraversano il Mediterraneo e trasmette le richieste di soccorso ad autorità nazionali e Ong operative nell’area.
“Sarebbe dovuto bastare questo perché venissero inviati i soccorsi”, scrive Sea-Watch. L’Ong sostiene che, analizzando le rotte dell’aereo Eagle6, si “possa presumere” che un velivolo di Frontex abbia sorvolato l’area “intorno alle 20:50, e che si sia deciso nuovamente di non intervenire”. Eagle6 è il nominativo di un aereo impiegato nelle attività di sorveglianza aerea di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.
“Se questa informazione dovesse essere confermata”, prosegue il comunicato, “si tratterebbe di un nuovo caso di concorso in naufragio”. Fanpage.it ha chiesto chiarimenti direttamente a Frontex e alla Guardia Costiera italiana, ma non ha ancora ricevuto una risposta.
L’operazione di soccorso raccontata dal capitano di Aurora
Quando arriva la segnalazione Aurora è già in mare, ma l’equipaggio sta lavorando a un altro caso. Nel momento in cui comincia l’operazione, le ultime coordinate fornite da Alarm Phone “erano diventate vecchie di tre ore, forse anche di più”, racconta il capitano a Fanpage.it. I soccorritori provano a calcolare un possibile punto di intercetto, ipotizzando che il gommone sia ancora in movimento; Aurora naviga quel lembo di mare alla ricerca dell’imbarcazione, basandosi sulla direzione del vento e sul movimento delle correnti.
A bordo qualcuno pensa di fare rotta verso la piattaforma petrolifera Hasdrubal, a largo della Tunisia. È notta fonda e, considerando che l’impianto è illuminato, si tratta “dell’unica cosa visibile. Magari poteva averli attratti”. Proprio quando Aurora sta per partire alla volta di Hasdrubal l’equipaggio scorge all’orizzonte una lucina che lampeggia. “È anche un po’ casuale, alla fine. Come sempre, con i mezzi che abbiamo non è facile trovarli”. Alle 4:11 di martedì 29 settembre i soccorritori avvistano il gommone. “Anche un’ora dopo sarebbe stato troppo tardi”, dice Stefano, “perché era quasi sgonfio”
Alarm Phone segnalava circa quaranta persone; l’equipaggio ne trova cinque, a bordo di un gommone sgonfio e pieno d’acqua. Accanto ai superstiti ci sono due corpi senza vita, una delle vittime è un bambino di appena nove anni. “È stato un momento abbastanza devastante”, ricorda il capitano. “Abbiamo pensato che gli altri fossero tutti dispersi in mare”. I cinque sopravvissuti però spiegano ai soccorritori che gli altri migranti sono riusciti effettivamente a trovare riparo sulla piattaforma Hasdrubal: dalle prime ricostruzioni, emerge che l’avrebbero raggiunta a nuoto. Ma Stefano racconta a Fanpage.it, in base alle testimonianze raccolte, che in realtà nella notte il gommone era arrivato nei pressi dell’impianto.
Il mare era agitato, l’imbarcazione ingovernabile: molti si sarebbero arrampicati su una scaletta a pioli, riuscendo a salire fino al piano inferiore della piattaforma. Altri sarebbero caduti in mare nel tentativo, annegando. La corrente avrebbe poi trascinato via il gommone, con cinque persone rimaste a bordo. Sole, alla deriva, nel buio pesto. “Non sapevano come manovrare l’imbarcazione per riavvicinarsi alla piattaforma”.
Aurora arriva alla piattaforma petrolifera
Hasdrubal si trova nel Golfo di Gabès, a circa cento chilometri dalla costa tunisina. Si tratta di una piattaforma “normalmente non presidiata”, cioè senza personale, collegata all’omonimo giacimento di gas e condensati; Stefano conferma a Fanpage.it l’assenza di operatori. La concessione è detenuta per il 50% dalla compagnia petrolifera statale tunisina ETAP e per il restante 50% da Shell, mentre l’operatore indicato da ETAP è Amilcar Petroleum Operations.
Dopo aver fatto salire a bordo i cinque superstiti e recuperato le due salme, Aurora contatta il centro tunisino di coordinamento dei soccorsi marittimi; l’autorizzazione per raggiungere Hasdrubal arriva immediatamente. La piattaforma dista circa venti minuti di navigazione.
La nave dell’Ong sul posto trova ventitré persone. L’equipaggio di Aurora distribuisce i giubbotti di salvataggio e comincia a trasferirli sulla nave; tra loro c’è anche un bambino molto piccolo. L’equipaggio aveva già affrontato situazioni simili: a volte i migranti si rifugiano sulle piattaforme, racconta il capitano, anche se ma mai prima su Hasdrubal.
Le autorità italiane contattano Aurora dopo la notizia dei dispersi
Dopo aver riscontrato che all’appello mancano alcune persone, l’equipaggio comunica alle autorità italiane che ci sono dei dispersi. A quel punto, racconta Stefano, il centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) di Roma contatta direttamente Aurora. “Abbiamo mandato le email e poi loro ci hanno anche chiamato a bordo per avere ulteriori informazioni”. Il capitano ritiene che la richiesta servisse a organizzare una ricerca dei dispersi, ma precisa di non sapere se una successiva operazione SAR (“search and rescue”) sia stata effettivamente avviata.
Dopo aver completato il soccorso, Aurora fa rotta verso Lampedusa. Le autorità italiane assegnano l’isola come “place of safety”, intorno alle 17 la nave entra in porto. “I 28 sopravvissuti al naufragio sono tutti arrivati al sicuro a Lampedusa, e i due corpi senza vita sono stati consegnati alle autorità”, comunica Sea-Watch. “Noi continuiamo con la nostra ricostruzione di questa tragedia, alla ricerca di risposte”. Come detto, una delle donne soccorse ha raccontato di aver perso i suoi tre figli, di sette, nove e tredici anni. Un’altra ha riferito di aver perso due ragazzi di 18 e 14 anni. “Bambini e ragazzi annegati nell’indifferenza”, scrive Sea-Watch.
(da Fanpage)
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