Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
SIAMO IN QUARTO PAESE ESPORTATORE AL MONDO MA NON PARTECIPIAMO AI PROGETTI, LI SUBIAMO
L’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, davanti al Giappone e dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Performance tanto più notevole in quanto disponiamo di scarsissime materie prime, che dobbiamo importare dall’estero lontano, specie da Asia e Africa. L’alta classifica dell’export nostrano è ancora più apprezzabile considerando i limiti della nostra logistica, incomparabile con quella di paesi anche meno industrializzati del nostro. Carenze che diventeranno più gravi in prospettiva perché il clima bellico che ci avvolge sta spingendo buona parte dei paesi europei ad ammodernare le rispettive infrastrutture per contenere la Russia e riorientare le loro priorità industriali.
Esempio di logistica duale, a un tempo militare e civile, con accento pubblico sul lato gentile, riservato su quello strategico. Prevalente. La cifra di questi progetti è la connessione latitudinale. Esemplare la strategia dei Tre Mari, di marca polacca, che
riproduce la visione della Polonia imperiale aggiornata dal maresciallo Piłsudski fra le due guerre mondiali, dedicata a delimitare l’appendice europea dell’Eurasia dalla Russia. Lanciata su impulso americano nel 2017 per connettere Baltico, Adriatico e Nero, in prospettiva anche Egeo e Mediterraneo orientale. Di fatto in allargamento alla Scandinavia per toccare il Mar Glaciale Artico, faglia dove si incrociano russi e nordatlantici a guida americana, con i cinesi in avvicinamento. Resta la centralità della Polonia — “siamo gli scandinavi del Sud”, scherzano ma non troppo a Varsavia — vedremo fino a che punto supportata dagli Stati Uniti in fase di riavvicinamento alla Russia in funzione anti-cinese. L’esito della guerra di Ucraina sarà decisiva per lo sviluppo o meno di questa traiettoria infrastrutturale, fatta di ferrovie, strade, porti, aeroporti e interporti, cavi Internet, connessioni satellitari, data center, condotte energetiche.
Il problema dell’Italia è che non partecipa a questi progetti. Quindi li subisce. La rete delle infrastrutture paneuropee che si sta allestendo o ammodernando attorno a noi sembra non interessarci. Esempio: quando al momento del varo dei Tre Mari si trattò di stabilire quale fosse il pivot dell’Adriatico Washington e Varsavia scelsero la Croazia, con il Baltico appaltato alla Polonia e il Nero alla Romania. D’accordo, l’impero di Venezia è crollato da qualche secolo, ma che Roma non si curi del mare che ci lega ai Balcani — o ce ne separa — è singolare. Tanto più che il perno strategico meridionale dei Tre Mari — e non solo — sarebbe Trieste. Ma noi continuiamo a trattare quel porto, e quella città, da apolide.
Scontiamo poi l’arretratezza dei corridoi europei disegnati allo scadere del secolo scorso. Del tutto superati. Infatti non se n’è completato nemmeno uno. L’ormai mitica tav Torino-Lione è cantiere secondario, quasi in stallo, di scarsissimo interesse per la Francia e noto alle cronache di casa solo per i periodici moti in Val di Susa. Avrebbe avuto gran senso nell’Europa che si immaginava destinata a integrare Est e Ovest, giacché avrebbe attraversato il nostro Nord industriale per collegare Lisbona a Kiev, e forse a Mosca. Sarà per dopodomani? Restano sulla carta gli ambiziosi progetti di connessione fra India ed Europa via Medio Oriente, sponsorizzati dagli Stati Uniti, cui pure abbiamo aderito. Ma finché le guerre di Israele non saranno sedate e la rivalità fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riportata sotto controllo, immaginare un corridoio Mumbai-Dubai-Haifa-Trieste, come originariamente proposto dall’amministrazione Biden, è miraggio.
Non c’è tempo da perdere se vogliamo strutturare il nostro rango di grande nazione esportatrice (e importatrice di materie prime). Le rendite sono scadute. Infuria una competizione mondiale che verte sulle nuove tecnologie e abbisogna di robusti investimenti nazionali e internazionali. Urge riconnettere l’Italia con sé stessa, non solo fra Alpi, Mezzogiorno e isole ma anche fra Tirreno e Adriatico, per prolungarne lo slancio verso l’estero vicino e lontano. La direzione di marcia ce la indica la geografia dei commerci e della sicurezza: dallo Stivale agli oceani, passando per lo stretto atlantico (Gibilterra), verso l’America, e sempre più per i passaggi verso l’Oriente Estremo (Suez, Mar Rosso, Bab al-Mandab). Qui si gioca il futuro dell’Italia.
(da repubblica.it)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
MACRON INVITA ALLA CALMA E AL RISPETTO
Un militante nazionalista 23enne – identificato negli ultimi giorni con il nome Quentin –
è morto dopo le gravi ferite riportate in un violento scontro avvenuto giovedì sera a Lione, dove era stato trovato dai soccorritori con un grave trauma cranico e ricoverato in condizioni disperate.
L’aggressione si è verificata a margine di una conferenza dell’eurodeputata della France Insoumise, Rima Hassan, all’Istituto di studi politici (Iep) di Lione, dedicata alle relazioni tra l’Unione europea e i governi europei nel contesto del conflitto in Medio Oriente.
Il collettivo identitario di estrema destra Nemesis aveva organizzato una protesta davanti all’istituto, con la partecipazione di alcune militanti e di un gruppo di nazionalisti locali incaricati del servizio d’ordine.
Secondo fonti di polizia, intorno alle 18.30 sarebbe scoppiata una prima rissa tra militanti di estrema sinistra e membri del collettivo Nemesis, coinvolgendo circa cinquanta persone.
Successivamente, una corsa all’inseguimento nelle strade vicine avrebbe portato a un secondo scontro tra due gruppi rivali, avvenuto a circa due chilometri di distanza, lungo il quai Fulchiron. È in questa fase che Quentin sarebbe stato colpito violentemente alla testa in circostanze ancora da chiarire. Non è noto chi lo abbia aggredito, se vi fossero più assalitori o dove esattamente si sia verificato il pestaggio.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA MANIFESTAZIONE DEL PROSSIMO 18 APRILE IN PIAZZA DUOMO A MILANO, CON ORBAN E MARINE LE PEN, SPARISCE OGNI RIFERIMENTO ALLA “REMIGRAZIONE”, TEMA CARO A VANNACCI: L’APPUNTAMENTO SARÀ CENTRATO “SULL’ORGOGLIO EUROPEO, L’IDENTITÀ E LA DIFESA DEL TERRITORIO”
Si è concluso il primo consiglio federale della Lega dopo la rottura con il generale Roberto Vannacci. Oltre a Matteo Salvini che ha presieduto la riunione, nella sede di via Bellerio a Milano sono arrivati diversi parlamentari leghisti, compresi i due capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari.
Proprio Molinari a margine del consiglio ha spiegato i temi toccati: oltre la campagna referendaria, si è parlato dell’organizzazione di una manifestazione proprio a Milano il 18 aprile. L’iniziativa sarà incentrata «sull’orgoglio europeo, sull’identità e sulla difesa del territorio». E non sul tema della remigrazione, come si era vociferato: «Noi non ne abbiamo mai parlato. È sempre stata un’iniziativa del gruppo dei Patrioti per la difesa dell’Europa», spiega Molinari.
Sarà l’effetto della devannaccizzazione del partito, ma il primo consiglio federale della Lega senza l’ex vicesegretario riscrive la natura della manifestazione di Milano in piazza Duomo, il 18 aprile. Matteo Salvini alla festa della Lega Lombarda in provincia di Brescia, prima di Natale, aveva parlato di una manifestazione «per la remigrazione»
Invece no, uscendo da via Bellerio il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari aggiusta il tiro: «Noi non abbiamo mai parlato di remigrazione». Segretario federale a parte, bisognava aggiungere. Ci saranno Viktor Orbán e Marine le Pen e sarà un po’ il solito schema: la sicurezza, come l’Europa dovrebbe tornare a difendere i propri confini, contro «l’avanzare dell’islamizzazione». Una Pontida metropolitana.
La ciccia vera è rimandata: ci sono potenzialmente due posti in segreteria, come vice, da riassegnare e Salvini decide di non decidere. Frena ancora su Luca Zaia: «È un grande, ma ogni cosa a suo tempo».
Il ragionamento sulle caselle interne da rivedere sarebbe bello ampio, anche perché il Carroccio sta lavorando per chiudere il dossier sulle suppletive del 22 e 23 marzo: entro lunedì andranno sciolte le ultime riserve sui nomi da indicare per la coalizione. L’addio alla Camera di Alberto Stefani e Massimo Bitonci ha prodotto un effetto a catena, lasciando scoperti due ruoli di peso: il posto di sottosegretario al Mise, che faceva capo a Bitonci, e la presidenza della commissione parlamentare sul federalismo fiscale, che era guidata da Stefani.
Tutti incarichi che insistono su un perimetro politico ben definito, quello veneto, e che ora richiedono una nuova redistribuzione degli equilibri. Una casella potrebbe andare al tesoriere, Alberto Di Rubba, che però è un lumbard. L’altra se la giocano Giuseppe Paolin, ex deputato, Giulio Centenaro, consigliere regionale che rischia di venire bruciato dalla sua eccessiva vicinanza con Vannacci, e Giuseppe Pan. […]
Al federale si è discusso «in modo approfondito», recita la nota del partito, anche il tema autonomia. Il ministro Roberto Calderoli ha fatto il punto della situazione spiegando che oggi il testo d’intesa preliminare su quattro materie è stato inviato alle quattro Regioni, sulla base delle pre-intese già sottoscritte tra Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e lo stesso Calderoli a nome del governo, per proseguire l’iter istituzionale.
Lunedì il ministro incontrerà i quattro presidenti e in caso di esito positivo le proposte verranno portate nel cdm della prossima settimana. «L’autonomia è un tema su cui la Lega intende proseguire con la massima determinazione e compattezza», spiega il ministro.
«Auspico che venga rilanciato il discorso legato ai valori del nostro movimento, i valori del territorio e dell’autonomia», dice intanto Attilio Fontana, il presidente della Lombardia che assieme a Zaia, Massimiliano Fedriga e Massimiliano Romeo incarna l’anima nordista. La quale ha vinto la battaglia per portare Vannacci alla porta. Ma che per ora si limita a questo
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
CHI DOVREBBE ESSERE IL “CONTRADDITTORE”?
La denuncia del sindacato Flc Cgil sulla decisione del preside del Barlacchi: «Era un
momento di riflessione civile, non politica. La scuola ci ripensi»
Una scuola di Crotone ha vietato un’iniziativa per ricordare la strage di Cutro, il naufragio del 26 febbraio 2023 in cui morirono oltre 90 persone migranti, tra cui decine di bambini. La motivazione fornita dalla dirigenza è la «mancanza di
contraddittorio». La decisione riguarda l’Istituto polo tecnico professionale Barlacchi, dove era in programma un incontro dal titolo «Steccato di Cutro, una ferita aperta – il valore dell’umanità», fissato per il 25 febbraio alle 11 del mattino. L’iniziativa, ora annullata, avrebbe coinvolto studenti, docenti ed educatori, con la partecipazione di alcuni rappresentanti sindacali della Flc Cgil. Tra i momenti previsti c’erano anche la testimonianza di Rosa Maria Riente, educatrice dell’associazione Agorà Kroton, la presentazione degli elaborati realizzati dalle classi quarte e quinte e l’assegnazione di una borsa di studio agli studenti per i lavori dedicati al naufragio. Nessun esponente politico, invece, era stato invitato.
Il sindacato: «L’istituto ci ripensi»
A denunciare pubblicamente l’annullamento è proprio il sindacato della scuola Flc Cgil, che contesta apertamente la motivazione fornita dalla dirigenza. «La motivazione del mancato contraddittorio solleva interrogativi che non possono essere elusi. Di fronte a una tragedia umana di tale portata, chi dovrebbe o potrebbe rappresentare il contraddittorio? Chi potrebbe legittimamente porsi in opposizione al ricordo di 94 persone morte in mare, tra cui decine di bambini?», afferma la Flc Cgil. Nel ricostruire il senso dell’iniziativa, il sindacato spiega che l’obiettivo era quello di offrire uno spazio di riflessione civile, non un dibattito politico. «Nasceva con l’intento di offrire alla comunità scolastica un momento di riflessione civile e umana su una delle più dolorose tragedie che hanno colpito il nostro territorio e l’intero Paese: 94 vittime accertate, tra cui 34 minori. Numeri che non sono statistiche, ma vite spezzate, famiglie distrutte, diritti negati», si legge in una nota. «La memoria delle vittime del naufragio di Cutro non può essere oggetto di bilanciamenti formali che ne svuotino il significato». Il confronto auspicato, ribadisce la Cgil, era «sui valori della solidarietà, dell’accoglienza, del rispetto della vita umana», con l’auspicio che l’istituto possa tornare sui propri passi.
La decisione del preside fa discutere
Sul caso, per il momento, il dirigente scolastico Girolamo Arcuri ha scelto di non rilasciare dichiarazioni. Dura anche la reazione di Cosimo Scarinzi, coordinatore nazionale della Cub Scuola Università Ricerca. «Ha creato un notevole stupore, per non dire sconcerto la decisione del preside. Non si capisce infatti che
contraddittorio ci dovrebbe essere di fronte alla morte accertata di 94 persone, a decine di dispersi anch’essi morti con ogni evidenza, al fatto che non è stato garantito un soccorso adeguato alla gravità della situazione», afferma.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA SENTENZA CHE HA DECISO DI RISARCIRE UN 50ENNE CHE VIVEVA IN ITALIA DA 19 ANNI
Il tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire un migrante trasferito illegittimamente da un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiano alla struttura fatta costruire a Gjader, in Albania, dal governo Meloni. È la
prima volta, scrive Repubblica, che il Viminale è costretto a risarcire uno dei migranti trasferiti nel centro per i rimpatri situato fuori dai confini nazionali. La vicenda, inoltre, rischia di riaprire lo scontro fra governo e magistrati, già in piena campagna elettorale per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Il trasferimento in Albania
Il 10 aprile scorso, il migrante in questione – un algerino di 50 anni e in quel momento trattenuto al Cpr di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) – viene trasferito. All’uomo viene comunicato che la sua destinazione è il Cpr di Brindisi, ma in realtà viene portato in Albania. Soltanto 48 ore dopo il suo arrivo, il 50enne scopre dove si trova realmente. L’uomo, che vive in Italia da 19 anni, ha una compagna italiana e due figli minorenni, che però non riesce più a vedere.
Il risarcimento
A quel punto, come molti altri migranti, presenta una richiesta di asilo. Il ricorso presentato dal suo legale, Gennaro Santoro, viene accolto dai giudici, che ne dispongono la liberazione. Per quella vicenda ora il ministero dell’Interno è stato condannato a un risarcimento di 700 euro per il mese trascorso illegittimamente nel cdr di Gjader, in Albania.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON CAMBIA NULLA. AI MIEI COLLEGHI CHIEDO: QUALI VANTAGGI PORTERA’?”
Il principe dei penalisti italiani : “Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice
avrebbe dato ragione a tutti i costi al pm”
“Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero. E non credo che la separazione delle carriere cambierà le cose”.
Franco Coppi, il “principe” dei penalisti italiani, difensore tra gli altri di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, torna a esprimere in pubblico la sua contrarierà alla riforma Nordio. Ospite di un dibattito organizzato dal Movimento 5 stelle in Campidoglio, insieme al leader pentastellato Giuseppe Conte, al direttore del Fatto Marco Travaglio e alla costituzionalista Ines Cioli (moderatrice la giornalista Valentina Petrini), il professore e avvocato chiede di uscire dalla “truffa delle etichette“: “Non parliamo di una riforma della giustizia, ma della magistratura. Così come sarebbe il caso di non parlare più di separazione delle carriere: si vogliono due magistrature, assolutamente indipendenti l’una dall’altra”.
Il provvedimento del governo, dice Coppi, “nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti, i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo, sulla base della mia esperienza, non è”.
Poi spiega col suo stile sardonico: “Io sono un vecchio praticone, quello che mi interessa è se questa riforma garantirà una sentenza più giusta. Quando difendo un innocente avrò maggiori garanzie? Non mi sembra, perché ciò che conta è l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Se abbiamo un ciuccio, non è che con la separazione delle carriere lo facciamo diventare Ribot: rimane un ciuccio separato. Il giudice intellettualmente onesto apprezzerà le tesi del pm e quelle del difensore come deve farlo, il giudice che parte dall’idea che il pm dev’essere privilegiato continuerà a farlo”. E ironizza: “Per orgoglio professionale non mi piace battagliare ad armi pari, voglio farlo in una posizione di inferiorità, perché lo sfizio di fottere il pm, se consentite, è molto più grande”.
Marco Travaglio a sua volta usa l’ironia parlando di Nordio: “È il miglior testimonial per il No, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Ericorda che il “primato della politica“, citato dal ministro e da tanti giornalisti come ispirazione della riforma, “non esiste“: “Nella Costituzione c’è scritto che la legge è uguale per tutti, quindi i politici sono sottoposti alla legge come tutti gli altri cittadini”.
Conte, invece, contrasta la narrazione del governo secondo cui la modifica alla Costituzione è “tecnica” e non politica: “Loro stessi hanno affermato che non ci sarà nessuna accelerazione dei processi, non ci sono investimenti, non c’è alcun rafforzamento degli organici, ma che c’è solo un intento politico. Come fai allora a dire che non è una riforma politica?”. E ricorda tutte le occasioni in cui esponenti del governo hanno ammesso il loro vero obiettivo: “Ricordate il post di Meloni contro la Corte dei Conti? Scrisse che questa riforma e quella della Corte dei Conti sarà la risposta piu adeguata contro l’intollerabile invadenza della magistratura. Nordio ha chiarito anche lui che “l’opposizione se ne avvantaggerà”. E poi Tajani, che segue la tradizione di Berlusconi e chiede di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER AVEVA INVESTITO MOLTO SUL RAPPORTO PERSONALE CON MERZ. POI PERO’ E’ ARRIVATO UN DISCORSO NETTO, DURISSIMO CONTRO I MOVIMENTI MAGA
Due preoccupazioni, entrambe politiche ma di natura diversa, agitano le giornate di Giorgia Meloni. La prima arriva da Berlino. La seconda potrebbe materializzarsi, un giorno.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Due settimane di sorrisi, strette di mano, dichiarazioni amichevoli. Un’intesa coltivata con pazienza, nella convinzione che un asse pragmatico tra Roma e Berlino potesse rafforzare la posizione italiana in Europa e, insieme, tenere aperto un canale privilegiato con Washington. L’idea era chiara: accreditarsi come ponte tra il Partito popolare europeo e l’area conservatrice americana, offrendo a Merz una sponda affidabile anche nel dialogo con l’universo trumpiano.
Poi, però, è arrivato il discorso che ha cambiato il clima. Quello del leader tedesco. Un intervento netto, durissimo, contro i movimenti Maga e contro quella declinazione identitaria del conservatorismo che in questi anni ha trovato sponde anche nel governo italiano. Parole che a Palazzo Chigi sono suonate come una doccia fredda. Non solo per il merito, ma per il tempismo: dopo una fase di avvicinamento che Meloni aveva interpretato come l’inizio di una convergenza strategica.
La sensazione, tra i fedelissimi della premier, è quella di uno scarto improvviso. Di un partner che, dopo aver incassato visibilità e legittimazione europea, ha scelto di marcare la distanza proprio sul terreno più sensibile: il rapporto con Donald Trump e con l’America conservatrice. Un colpo che indebolisce la narrazione di Meloni come interlocutrice privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico e che riapre interrogativi sulla solidità dell’asse con Berlino, al di là delle formule diplomatiche e dei protocolli bilaterali.
La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa. Riguarda Nicola Gratteri e l’ipotesi, ancora tutta teorica ma sempre più evocata, di una sua possibile discesa in politica. Il magistrato antimafia gode di un consenso trasversale, costruito in anni di esposizione pubblica e di battaglie contro la criminalità organizzata. È una figura che parla alla pancia e alla testa del Paese: rassicura chi chiede legalità e intercetta una domanda di rigore che attraversa destra e sinistra.
Proprio qui sta il punto. Gratteri è uno che piace anche a destra. E in una stagione segnata da sfiducia verso i partiti tradizionali, l’eventuale ingresso in campo di una personalità percepita come indipendente e inflessibile potrebbe ridisegnare equilibri consolidati. Non è uno scenario imminente, né scontato. Ma in politica contano anche le ombre, le possibilità, le ipotesi che si insinuano.
Tra un alleato europeo che prende le distanze e la prospettiva di un outsider capace di attrarre consenso trasversale, Meloni si muove su un crinale sottile. È il prezzo della centralità: quando si è al vertice, ogni mossa degli altri diventa un fattore di stabilità o di rischio. E ogni preoccupazione, anche se ancora in potenza, pesa come una variabile da non sottovalutare. Anche per questo il referendum sulla giustizia diventerà fondamentale. Se Gratteri vince. la Meloni rischia il Ko.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“SOLO LO STATO RUSSO AVEVA I MEZZI, IL MOVENTE E L’OPPORTUNITÀ DI UTILIZZARE QUESTA TOSSINA LETALE. LO RITENIAMO RESPONSABILE DELLA SUA MORTE” … I LABORATORI HANNO RINVENUTO TRACCE DELLA TOSSINA IN CAMPIONI DI TESSUTO PRELEVATI DI NASCOSTO DAL CORPO DI NAVALNY E CONTRABBANDATI FUORI DALLA RUSSIA
Due anni dopo che la Conferenza sulla sicurezza di Monaco era rimasta sconvolta dalla notizia
della morte in carcere di Aleksej Navalny, i servizi segreti di cinque Paesi occidentali hanno dichiarato in una nota congiunta che l’oppositore russo fu avvelenato da epibatidina, una neurotossina letale derivata dalle velenose rane freccia ecuadoriane. «Solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e l’opportunità di utilizzare questa tossina letale per colpire Navalny durante la sua prigionia in una colonia penale russa in Siberia, e lo riteniamo responsabile della sua morte», conclude la nota.
Due anni fa le autorità russe avevano attribuito la morte di Navalny in una colonia penale sopra il Circolo Polare Artico a una «combinazione di malattie». Un annuncio che era stato accolto con scetticismo. Ora i dubbi sono stati confermati dai laboratori di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi che hanno rinvenuto tracce della tossina in campioni di tessuto prelevati di nascosto dal corpo di Navalny e contrabbandati fuori dalla Russia.
L’epibatidina è un alcaloide altamente tossico estratto dalla pelle della rana velenosa sudamericana chiamata Epipedobates tricolor, o rana freccia.
Provoca un progressivo intorpidimento di tutto il corpo che può rapidamente evolvere in paralisi totale. La morte sopraggiunge quando la paralisi provoca
insufficienza respiratoria. La sua concentrazione massima nel cervello viene raggiunta circa 30 minuti dopo l’ingestione. A dosi più elevate, la progressione è netta: paralisi, perdita di coscienza, convulsioni, coma e morte.
«Quello che sappiamo delle condizioni di Navalny prima della morte – il collasso improvviso, la perdita di coscienza, l’impossibilità di rianimarlo – è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un agonista del recettore nicotinico ad azione rapida come l’eepibatidina. I sintomi sono quelli da manuale. Il corpo semplicemente si spegn», ha detto un tossicologo al sito investigativo russo indipendente The Insider.
Le cinque nazioni intendono presentare le loro conclusioni all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) accusando la Russia di non aver distrutto le sue scorte di armi chimiche in violazione degli obblighi previsti dal trattato.
Queste nuove scoperte confermano la teoria avanzata dalla vedova dell’oppositore, Julija Navalnaja, che lo scorso settembre aveva dichiarato che suo marito era stato «avvelenato».
«Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato, ma ora ci sono le prove: Putin ha ucciso Aleksej con un’arma chimica. Sono grata agli stati europei per il meticoloso lavoro svolto in due anni e per aver scoperto la verità. Vladimir Putin è un assassino».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DELLA CEI, MONSIGNORE FRANCESCO SAVINO, IL 13 MARZO A ROMA PARTECIPERÀ A UN INCONTRO DAL TITOLO “L’INSOFFERENZA PER LO STATO DI DIRITTO E IL NUOVO VOLTO DEL CAPO” … IL NUMERO UNO DELLA CEI, IL CARDINALE MATTEO ZUPPI, È STATO CHIARO: “C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE I PADRI COSTITUENTI CI HANNO LASCIATO COME PREZIOSA EREDITÀ E CHE È DOVERE PRESERVARE”
Al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo bisogna votare No perché così avrebbero voluto sia Leone XIII sia, soprattutto, san Giovanni XXIII. L’organizzatissima campagna per respingere la riforma varata dal governo lascia da parte le questioni tecniche, il sorteggione per il Csm e altri cavilli annoianti e punta sul timor di Dio, scomodando Papi santi e Papi tornati di moda.
Giuseppe Mastropasqua, socio della sezione di Trani dell’Unione dei giuristi cattolici italiani – che è una specie di Comintern del No – e presidente del tribunale di Sorveglianza di Lecce, da un mese va per chiese e saloni parrocchiali delle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, a spiegare perché nell’urna si debba infilare la scheda con ben sbarrato il niet.
Le motivazioni date all’uditorio – numeroso e motivato assai, con tanto di foglietti per prendere appunti, come si vede da gallerie fotografiche e video appositamente
diffusi su social e siti internet – è che “già nella Rerum novarum si sanciva come giusta la divisione dei poteri dello stato.
Il calendario degli eventi delle tre diocesi pugliesi è solo l’esempio più eclatante di un impegno, neppure troppo timido, di sostegno della Chiesa di base alle ragioni del No. Se non altro, di un impegno ben più organizzato di chi vorrebbe che vincesse il Sì.
Il Polesine veneto è in prima linea: l’Anpi organizzerà l’11 marzo, nell’Aula magna dell’ex Collegio vescovile di Este, un pomeriggio per “analizzare la riforma costituzionale e i possibili riflessi sui processi ambientali”. Relatori: il procuratore di Rovigo, Manuela Fasolato, l’avvocato Matteo Ceruti e Giampaolo Zanni della Cgil Veneto. Ceruti e Fasolato, assieme alla giudice Silvia Ferrari, a metà gennaio hanno partecipato alla prima uscita del Comitato “Giusto dire no!” a Rovigo. Location: la sala tel teatro parrocchiale di San Bortolo
“Alla fine ne è uscito un quadro evidente di giudizio negativo sulla riforma costituzionale”, si legge nelle cronache. Strano, dato i partecipanti. A coordinare il tutto, il presidente della sezione locale di Libera, l’associazione di don Ciotti.
Copione identico al sud. In Sicilia, la chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania ha ospitato un incontro dal titolo neutro che più neutro non si può, da tribuna politica degli anni Sessanta in bianco e nero: “Dialoghi sulla riforma costituzionale Nordio”. Peccato che i due relatori fossero entrambi per il No.
Impegnati nella battaglia campale sono anche i Pontifici oratori romani. Tra qualche giorno, il 19 febbraio, a Roma si terrà “un momento di confronto per un voto consapevole”. Confronto che però prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Dall’oratorio assicurano che non sarà un monologo perché “la platea potrà intervenire” e che comunque è previsto anche un secondo appuntamento, stavolta per il Sì. Si è alla ricerca di un interlocutore all’altezza di Colombo.
Qualche sacerdote, pur chiarendo nella maggioranza dei casi che i dibattiti non avverranno in chiesa ma in oratori o saloni parrocchiali, spiega che dopotutto a favore del No è intervenuta la stessa Cei e quindi non c’è ragione alcuna di scandalo. Come e dove la Cei avrebbe invitato il Popolo fedele a votare No, non si
sa. Forse, avrà visto il programma di quanto accadrà il 13 marzo a Roma al cinema Aquila. Titolo dell’evento: “Preferirei di no!”. Alle 11 il panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” .
Relatori: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la scrittrice Benedetta Tobagi, il costituzionalista Francesco Pallante e l’eccellentissimo monsignore Francesco Savino, rampante e mediaticamente attivissimo vicepresidente della Cei, uno che negli anni ha contrastato tutto ciò che arrivasse da destra (premierato, autonomia differenziata).
Di certo, non ha semplificato il quadro quanto detto dal cardinale Matteo Zuppi nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente, alla fine dei gennaio: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare.
Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione.
Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale presidente c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. Quello che fa ogni volta che si va a votare e che fece anche nel 2016.
Caso chiuso? Neanche per idea. Un sacerdote, don Alberto Carrara, ha scritto sul sito La Barca e il Mare: “Dunque, mi domando. Se io buon cattolico (i preti, di solito, sono buoni cattolici) volessi obbedire ciecamente a quello che i miei vescovi mi dicono di fare, dovrei preferire il no al sì perché tutti mi dicono (oddio, quasi tutti) che il no è meglio del sì per difendere l’autonomia del giudici. Perché torna un problema che annoia perché torna, ma torna perché è importante. Questo.
I vescovi mi danno le indicazioni di massima. Tocca a me elettore trarre le mie personali indicazioni di minima. E cioè decidere cosa votare. Solo che le indicazioni di minima sono strettamente legate alle indicazioni di massima. Anzi: le indicazioni di massima non servono a nulla se non intercettano le indicazioni di minima. Ed è talmente vero, questo, che nel caso del referendum sulla giustizia anche il cardinal Zuppi sembra sbilanciarsi e suggerirmi che è meglio votare no.
Il cardinal Zuppi non me lo dice, ma me lo suggerisce, che è un altro modo di dire. Che dice delicatamente, ma dice”. I vescovi, per lo più, tacciono. E’ finita l’èra della Cei impegnatissima sul campo di battaglia: allo stesso Consiglio permanente nessuno è intervenuto sul tema, eccezion fatta per le perplessità – espresse da un arcivescovo – sul Sì di Camillo Ruini annunciato in un’intervista al Giornale. Viene data mano libera alle diocesi e alle parrocchie, che – loro sì – appaiono assai attive.
Tra le grandi associazioni laicali, a esprimersi nettamente a favore della riforma Nordio è stata la Compagnia delle opere (Cdo): “Cdo – si legge in un manifesto – è consapevole che la riforma Nordio non esaurisce né risolve tutte le problematiche del sistema giudiziario italiano e che molto dipenderà dalle leggi di attuazione che il Parlamento sarà chiamato ad approvare.
Tuttavia, di fronte all’alternativa tra il mantenimento dello status quo e l’avvio di un percorso di riforma, la scelta del Sì appare la più ragionevole e responsabile. Nella convinzione che la ricerca di un modello ideale non debba diventare un alibi per l’immobilismo, Compagnia delle opere invita a cogliere l’occasione del referendum come un primo passo verso una giustizia più equilibrata e più rispettosa dei diritti”.
(da “Il Foglio”)
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