Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” CALA DEL 12,9% A 41MILA COPIE – “IL MESSAGGERO” DI CALTAGIRONE PERDE IL 10,9%, E ARRIVA A 31MILA COPIE, “IL GIORNALE” DI ANGELUCCI-DEL VECCHIO A 22MILA – NELLA DIFFUSIONE TOTALE (CARTACEO + DIGITALE) BENE “IL FATTO QUOTIDIANO” (+6,5, 57.983 COPIE) E “CORRIERE DELLO SPORT” (-13,2%, 34.885 COPIE)
Classifiche e trend dei quotidiani elaborate sugli ultimi dati Ads di diffusione della stampa relativi al mese di novembre e pubblicati qui su Primaonline. Le tabelle per Primaonline.it sono realizzate da Withub.
La classifica su dati ADS della diffusione carta + digitale dicembre 2025 (la prima qui sotto) conferma Corriere della Sera al vertice con 207.963 copie, in lieve calo rispetto a novembre (-0,6%, pari a -1.212 copie). Segue la Repubblica, che registra una flessione più marcata del 5,8% e perde 7.589 copie, scendendo a quota 123.119. In controtendenza, La Gazzetta dello Sport cresce del 5,7% e raggiunge 120.873 copie, superando Il Sole 24 Ore, che si attesta a 116.195 con un incremento dello 0,7%.
Tra i quotidiani con variazioni positive spicca Il Fatto Quotidiano, che guadagna il 6,5% e arriva a 57.983 copie. Ancora più significativa la crescita di Corriere dello Sport – Stadio, che registra un +13,2% e sale a 34.885 copie. Anche il Giornale (+1,4%) e QN – La Nazione (+0,8%) mostrano segnali di ripresa.
Sul fronte delle flessioni, si segnala il calo del Messaggero (-3,6%), del Gazzettino (-3,2%) e soprattutto del Mattino, che perde l’8,2% e scende a 21.078 copie. La Verità registra una contrazione del 4%, mentre la Repubblica e il Messaggero Veneto mostrano rispettivamente cali del 5,8% e dell’1,2%.
Nel segmento dei quotidiani locali, Dolomiten, L’Eco di Bergamo, L’Unione Sarda e Giornale di Brescia mantengono una sostanziale stabilità, con variazioni minime comprese tra -0,2% e -0,7%.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE MELONIANO, IL CUI PIANO E’ STATO BOCCIATO DUE VOLTE DALLA REDAZIONE, TERMINATE LE OLIMPIADI, POTREBBE LASCIARE LA GUIDA DI RAISPORT (AL SUO POSTO MARCO LOLLOBRIGIDA?) PER ANDARE A CAPO DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI DELLA RAI … I GIORNALISTI RAI SONO SUL PIEDE DI GUERRA: DOMANI SCIOPERO DELLE FIRME IN RAI NEI TG, GR, PROGRAMMI DI INFORMAZIONE E TESTATE ONLINE
Davanti alla bufera che ha oltrepassato i confini, la disastrosa telecronaca ora caso
internazionale, cioè quella del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, le giornaliste e i giornalisti Rai guidati dal sindacato Usigrai proclamano per domani lo sciopero delle firme in Tg, Gr, programmi di informazione e testate online.
Lo fanno visto che le dimissioni richieste non sono arrivate e per reagire al «duro colpo all’immagine della Rai e alla dignità di tutte le giornaliste e i giornalisti che quotidianamente si impegnano per offrire un servizio pubblico degno di questo nome», si legge in una nota.
La decisione — dalla quale si smarca Unirai, il sindacato minoritario filo-aziendale benedetto dalla destra — arriva dopo giorni di tensione interna e, spiegano, si è resa inevitabile perché «la mobilitazione di Rai Sport e le prese di posizione dei Cdr delle testate e dei generi, a difesa del nostro lavoro, non hanno indotto i vertici aziendali a una assunzione di responsabilità».
È il risultato figlio della tracotanza del potere meloniano, con Petrecca — sfiduciato a Rai News dalla redazione, mentre allo Sport il suo piano è stato bocciato due volte dalla redazione, rimasto però blindato dal governo — che aveva voluto a tutti i costi condurre una telecronaca per la quale c’è chi lavora una vita intera.
La rassegna stampa globale è impietosa. Dal New York Times al Guardian, passando per Figaro — che parla “di peggiore umiliazione di Rai Sport” — fino alla Bild. Titoli e reportage hanno acceso i riflettori sulle incertezze e sugli svarioni andati in onda in diretta, lasciando in secondo piano lo show firmato da Marco Balich allo stadio di San Siro. Una narrazione che ha finito per trasformare un inciampo televisivo in un caso politico-mediatico. La redazione sportiva ha reagito
ritirando le firme per l’intera durata della manifestazione e confermando tre giorni di sciopero al termine delle Olimpiadi.
Nel suo reportage da Milano, l’inviata del New York Times Motoko Rich ricostruisce passo dopo passo la diretta contestata del direttore di Rai Sport, elencando gli errori più clamorosi. Il servizio del giornale Usa parla del modello di governance della tv pubblica: «La maggior parte dei vertici è nominata dal governo in carica di Meloni. Per anni, l’influenza del governo sull’emittente ha portato a ricorrenti accuse di parzialità». Così la vicenda assume una dimensione politica, intrecciandosi con l’immagine dell’esecutivo fuori dal Paese.
Ora per non sbagliare, la telecronaca di chiusura forse andrà al vicedirettore Marco Lollobrigida, oppure a Stefano Bizzotto, voce della nazionale di calcio. Intanto si parla già del dopo. Terminate le Olimpiadi, alla guida di Rai Sport potrebbe arrivare proprio Lollobrigida, anche lui in quota FdI (non è parente di). Mentre per Petrecca potrebbe esserci un altro ruolo, in sostituzione di Simona Martorelli, a capo delle relazioni internazionali della Rai e a un passo dalla pensione.
(da Repubblica)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
FDI TEME UNA BASSA AFFLUENZA DEI SUOI ELETTORI E HA SPEDITO AGLI ISCRITTI UN SONDAGGIO RISERVATO, PER CAPIRE QUANTI ANDRANNO AI SEGGI IL 22 E 23 MARZO … A PALAZZO CHIGI SONO PRONTI A UN CAMBIO DI STRATEGIA, CON COMIZI DI MELONI IN PRIMA PERSONA. SULLA DUCETTA ALEGGIA L’INCUBO DELLA DISFATTA DI RENZI AL REFERENDUM DEL 2016
Due mosse raccontano bene i dubbi che iniziano a serpeggiare a destra in vista del referendum sulla separazione delle carriere. La prima: martedì notte FdI ha spedito ai suoi iscritti e militanti un sondaggio riservato, per capire quanti siano effettivamente interessati a recarsi ai seggi.
Secondo segnale: dopo mesi passati a parlare di un voto nel merito, a Palazzo Chigi sono pronti a un cambio di strategia, con comizi di Giorgia Meloni in prima persona. Da sola o con gli altri leader della coalizione è presto per dirlo. Anche la location è da fissare: c’è chi suggerisce Milano, altri Napoli, la città di Nicola Gratteri, tra i frontrunner del no.
Il capodelegazione di FdI al governo, Francesco Lollobrigida, parlando con i cronisti nel fumoir di Montecitorio: Meloni «farà più di un’iniziativa», racconta il ministro dell’Agricoltura. A quaranta giorni dal voto, si apre «una fase nuova». Più politica, fa intendere. Si farà passare il messaggio che se la giustizia non cambia stavolta, «non cambierà mai».
Nei sondaggi la distanza tra sì e no si fa sempre più sottile. Decisiva è l’affluenza, come registrava ieri Youtrend: con una partecipazione sotto al 46,5% la riforma sarebbe cassata. Anche per questo FdI ha avviato un’indagine tra i suoi iscritti e simpatizzanti. Ai militanti viene chiesto se andranno a votare sì, no, o se pensano di «non andare a votare».
Era da diversi mesi che FdI non sfornava un sondaggio interno, destinato alla sua base. E con l’occasione vengono scandagliati anche altri argomenti. Il pacchetto sicurezza. Ai militanti viene chiesto se siano «soddisfatti» dell’operato del governo sull’immigrazione e «su quali dei temi dovrebbe maggiormente concentrarsi», dalla sanità ai migranti al fisco.
Dettaglio significativo: in coda viene chiesto ai simpatizzanti della fiamma cosa voterebbero alle prossime Politiche e per la prima volta viene inserito nell’elenco delle opzioni «Futuro nazionale (Vannacci)».
Anche dentro FI c’è fermento per quella che gli azzurri riconoscono come la propria riforma «bandiera». Il 25 si riunirà la segreteria nazionale di Antonio Tajani, ai primi di marzo il consiglio nazionale. I deputati Giorgio Mulè ed Enrico Costa ieri erano al lancio della “maratona oratoria” per il sì, dal 2 all’8 marzo proprio sotto la Cassazione.
E tra i forzisti sta prendendo forma anche quest’idea: un treno per il sì, da Milano a Reggio Calabria (un po’ come fece Renzi nel 2017, ma nessuno lo spiega così).
La disputa referendaria non poteva non coinvolgere la Rai: ieri sia Augusta Montaruli per FdI che Nicolò Zanon, presidente del comitato “Sì riforma”, hanno spedito una segnalazione all’Agcom per violazione della par condicio. Nel mirino un servizio di Report dell’8 febbraio.
(da Repubblica)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
CALA FDI, BENE PD. M5S, AVS E AZIONE..,FUTURO NAZIONALE AL 3,9%
Iniziano a vedersi nei sondaggi politici gli effetti della scissione in casa Lega. L’addio di
Roberto Vannacci e la nascita di Futuro nazionale sembrano aver portato via almeno una parte dell’elettorato leghista: il Carroccio perde un intero punto nella nuova rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, e scivola anche al di sotto di Alleanza Verdi-Sinistra: sarebbe solo la sesta forza politica del Paese, oggi. Perde terreno anche Fratelli d’Italia, anche se in modo meno netto. Nel frattempo crescono quasi tutti i partiti dell’opposizione. Così, il distacco tra i due schieramenti si riduce a un punto e mezzo.
Crollo Lega, giù anche Fratelli d’Italia
Fratelli d’Italia è al 28,9%, in calo di tre decimi. È una discesa che non può fare piacere a Giorgia Meloni, anche se il problema ora non sono i consensi al suo partito. Infatti, FdI resta comunque ampiamente al primo posto tra i partiti politici. Gli avversari sono ben distanti. Ma gli alleati ora sono più in difficoltà che mai.
O meglio, un alleato. Non ci sono particolari problemi in casa di Forza Italia, che con il 9,5% resta vicino alla doppia cifra. Chi è in calo netto è la Lega: 6,2%, il risultato più basso registrato da anni. Il Carroccio perde un punto percentuale nel giro di una settimana. Non è difficile immaginare quale sia il motivo.
Insieme a Noi moderati, stabile all’1% (-0,1%), la coalizione arriva al 45,6% dei voti. Non è un risultato rassicurante, per l’attuale maggioranza.
È circa un punto e mezzo in più rispetto a quanto ottenuto nel 2022, ma allora la vittoria fu dovuta anche al fatto che non c’era un centrosinistra unito. Nel 2027, le cose potrebbero essere diverse.
Futuro nazionale al 3,9%: ma gli elettori non sanno da che parte sta.
L’elefante nella stanza è Futuro nazionale di Roberto Vannacci, o Fnv, il nuovo partito nato dopo l’addio del generale ed eurodeputato al Carroccio che lo aveva candidato a Strasburgo un anno e mezzo fa. Futuro nazionale è al 3,9% secondo il sondaggio. C’è già un calo dello 0,3% rispetto alla rilevazione della scorsa
settimana: potrebbe essere la prima ondata di entusiasmo che scema, o più semplicemente una ‘correzione’ statistica che si avvicina alle altre stime nazionali, che solitamente piazzano Fnv tra un punto e mezzo e quattro punti.
È ancora difficile da inquadrare non solo il consenso elettorale, ma anche il ruolo di Futuro nazionale. Come ha dimostrato il voto sulle armi all’Ucraina alla Camera (no al sostegno a Kiev, ma sì alla fiducia al governo Meloni), il partito di Vannacci non vuole schierarsi del tutto contro l’attuale centrodestra – anche se gli attacchi diretti a Matteo Salvini non sono mancati.
Sarà uno dei dubbi che agiterà il panorama politico da qui alle prossime elezioni: opposizione ‘da destra’ al governo, o nuova gamba della maggioranza (Lega permettendo)?. Un dubbio che, per adesso, divide anche gli elettori.
Infatti, il 38% dei cittadini vede Futuro nazionale più come una forza di maggioranza, mentre solo il 23% lo vede come opposizione. Ben il 39%, però, non sa come collocarlo.
L’equilibrio cambia leggermente in base agli schieramenti. Il 59% degli elettori di centrodestra considera Vannacci un alleato (solo il 13% lo colloca all’opposizione). Più divisi i sostenitori del campo largo: per il 39% Fnv è nella maggioranza, per il 35% è all’opposizione.
Cresce il campo largo, ora la rimonta è a portata
A proposito di opposizione, qui la prima forza politica è il Partito democratico con il 21,2%, in crescita di due decimi percentuali. I risultati più positivi arrivano da altri due schieramenti: il Movimento 5 stelle sale all’11,8% e Alleanza Verdi-Sinistra addirittura al 7%, superando, come detto, la Lega.
Entrambi guadagnano quattro decimi in una settimana. Insieme, i primi tre partiti del campo largo crescono di un punto rispetto a sette giorni fa.
Italia viva di Matteo Renzi scende al 2,2% (-0,3%), mentre +Europa recupera un calo delle scorse settimane e torna all’1,9% (+0,6%).
Ottimo risultato anche per Azione di Carlo Calenda, che al momento si schiera al di fuori delle due coalizioni: è al 4% con un +0,6%.
Il campo largo per come è composto al momento – Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa – raggiungerebbe il 44,1% dei voti. È appena un punto e mezzo in meno rispetto al centrodestra. In questo scenario, potrebbero giocare un ruolo decisivo i voti ottenuti da Calenda e da Vannacci.
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LOTTA A DESTRA TRA CHI E’ PIU’ RAZZISTA E CRUDELE, MANCANO GIUSTO GLI SGHERRI DELL’ICE E SIAMO A POSTO
“When in trouble, go big”, quando sei nei guai, pensa in grande, era il motto di Barack Obama. “Quando sei nei guai, prenditela con gli stranieri”, è invece il motto del governo Meloni e della destra italiana.
I guai sono i sondaggi, ovviamente. Giorgia Meloni e la destra hanno paura di perdere: ecco perché stanno picchiando sempre più duro
Quelli più recenti di Swg e YouTrend, ad esempio che danno il neonato partito del generale Roberto Vannacci oltre il 3%, tutti voti persi da Fratelli d’Italia e Lega. Ancora peggio, persi a destra, dove fino a ieri sembravano in cassaforte.
E quelli sul referendum costituzionale, che anziché un trionfo annunciato del Sì è diventata una battaglia punto a punto, soprattutto in caso di bassa affluenza. Una
rimonta, quella del No, figlia anche di un giudizio negativo verso il governo – la cui popolarità continua a calare, sempre secondo YouTrend – non solo verso la riforma.
Per cercare di arginare questa doppia slavina, Meloni & co, in assenza di crescita economica, hanno deciso di rispolverare grandi classici: sicurezza e migranti.
E infatti, le ultime settimane sono state punteggiate di provvedimenti repressivi, dal decreto sicurezza all’ultimo disegno di legge sull’immigrazione. Una somma di provvedimenti simbolici ed esemplari, di dubbia efficacia e ancor più dubbia realizzazione, il cui senso sembra più quello di voler dire all’elettorato deluso “ehi, siamo ancora noi, duri e incazzati come tu ci vuoi”, che quello di risolvere problemi.
Prendiamo il disegno di legge sull’immigrazione, per dire.
C’è una specie di “braccialetto elettronico”per i richiedenti asilo – decidete voi cosa sia uno strumento elettronico a distanza – che viola ogni possibile norma sulla privacy e che probabilmente rimarrà lettera morta. Ma wow, guardate come siamo cattivi.
C’è il divieto di portarsi cellulari “con fotocamera” (cioè tutti) nei CPR, le cui condizioni, d’ora in poi, non saranno più documentabili da chi ci entra. Un po’ come in prigione.
C’è il sempiterno blocco navale – cui Meloni ha già dedicato un video promozionale stile “missione compiuta” – contro le barche che salvano i migranti, in caso di “minaccia grave all’ordine pubblico” o “sicurezza nazionale” o “pressione migratoria eccezionale”. Cioè, sempre, dal loro punto di vista.
Peccato che questa norma violi l’articolo 19 della Convenzione Sar dell’Onu che l’Italia ha ratificato e che prevede l’obbligo di soccorso in mare e le fattispecie in cui una nave può essere considerata “non inoffensiva” e quindi bloccata.
C’è pure – ovviamente, immancabile – la norma anti-giudici che non convalidano i trattenimenti nei centri per migranti in Albania.
Come arriverà tutto questo pacchettino a diventare legge, è storia dei prossimi mesi. E come passerà dai rilievi del Quirinale, pure. Ma l’importante, per il governo, è averlo messo a terra. Per zittire Vannacci, e per evitare di perdere altri voti.
Sempre e regolarmente, sulla pelle degli ultimi.
(da Fanpage)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN’IMPRESA INIMMAGINABILE. CI SONO CALCIATORI CHE CI METTONO 9-10 MESI PER UN CROCIATO”, MENTRE BRIGNONE HA GAREGGIATO E VINTO CON IN CORPO UNA PLACCA IN METALLO E ALMENO OTTO VITI”
Una caduta quando era sul tetto del mondo, con la rottura del piatto tibiale e della testa del
perone e anche la rottura del crociato della gamba sinistra, un infortunio che poteva decretare la fine della sua carriera. Invece, a dieci mesi di distanza e dopo due operazioni, Federica Brignone ha ottenuto l’oro olimpico nel Super G a Cortina d’Ampezzo. Una impresa impensabile anche secondo i medici.
“Vista la frattura non era immaginabile”, ha ammesso Andrea Panzeri, presidente della Commissione Medica Fisi e chirurgo che ha operato la campionessa lo scorso aprile.
Due operazioni dopo, una a Milano alla clinica la Madonnina e una al J Medical di Torino, invece Brignone ha battuto tutte. “Se fosse una persona normale – ha spiegato Panzeri -, oggi sarebbe ancora in riabilitazione. Lei ci ha messo tanto del suo, tantissimo, ma su questo non avevamo alcun dubbio”, perché “la campionessa fa sempre la differenza”.
Certo ogni caso è diverso ma, ha ricordato Panzeri, ci sono “calciatori che ci mettono 9-10 mesi per un crociato”. Mentre Federica ha gareggiato e vinto con in corpo una placca in metallo e almeno 7 o 8 viti. Ormai finita la riabilitazione ora “si parla di riatletizzazione, controllo del dolore” perché “comunque il ginocchio fa male”.
Quando ha saputo della caduta di Brignone il 3 aprile dello scorso anno, Panzeri, che è responsabile del Trauma Center dell’Istituto clinico San Siro che fa parte del Gruppo San Donato, stava operando a Lione con un altro medico della commissione della Fisi, Gabriele Thiebat, che ha partecipato agli interventi della campionessa.
“Siamo tornati, abbiamo organizzato tutto veramente al volo per andare in sala operatoria in tempi rapidissimi per evitare complicazioni che avrebbero poi
rallentato tutto il percorso chirurgico. Ho avvisato tutti quelli che volevo avere in sala operatoria con me” ha spiegato Panzeri.
Il momento più delicato è stato quello della riabilitazione e della seconda operazione. “Il momento critico era trovare il giusto equilibrio tra quanto caricare, quanto piegare perché bisognava far guarire l’osso, bisognava far guarire i legamenti: hanno dei tempi un po’ diversi, infatti questo ha comportato poi il secondo intervento che avevamo messo in conto perché il ginocchio era rigido, quindi non piegava oltre i 90 gradi. quella è stata un po’ la fase decisiva che poi ha dato la la svolta definitiva”.
La scelta di rioperare è stata presa insieme, un momento clou quando lei ha detto “Ok, adesso vedo che non miglioro più, andiamo in sala operatoria per la seconda volta”. Un lavoro di équipe, ha sottolineato più volte Panzeri, e “devo dire anche Giovanni Bianchi che è il medico responsabile della squadra, le è stato vicino”.
“Abbiamo fatto tutto quello quello che c’era da fare e devo dire che ha funzionato tutto molto molto bene, quindi – ha concluso – è una grande soddisfazione”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
ALMENO TRE SONDAGGI CERTIFICANO COME IL 50% (O POCO MENO) DEI CITTADINI STATUNITENSI REPUTINO L’OPERATO DELL’ATTUALE PRESIDENTE INQUILINO DELLA CASA BIANCA PEGGIORE DI QUELLO DEL SUO PREDECESSORE… DATI HORROR IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MIDTERM DI NOVEMBRE, DOVE TRUMP RISCHIA LA SCOPPOLA
Il presidente Trump è diventato talmente politicamente tossico che oggi gli elettori affermano che Joe Biden — la cui impopolarità lo aveva costretto a un ritiro anticipato — abbia fatto un lavoro migliore come presidente, secondo tre nuovi sondaggi.
Perché è importante: A un anno dall’inizio del mandato, Trump ha dissipato praticamente ogni vantaggio che gli aveva consentito di vincere la presidenza. La
Casa Bianca ha nove mesi per invertire la rotta prima di una possibile disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
Zoom in: Tre rilevazioni nazionali indicano la stessa tendenza allarmante per un presidente che ha fatto di tutto per cancellare l’eredità del suo predecessore.
Harvard CAPS/Harris (28–29 gennaio): L’istituto di Mark Penn ha rilevato che il 51% degli elettori registrati afferma che Trump stia facendo un lavoro peggiore rispetto a Biden, contro il 49% che sostiene stia facendo meglio.
Rasmussen Reports (2–4 febbraio): Il sondaggista considerato vicino a Trump sta respingendo le critiche dell’area MAGA dopo aver rilevato che il 48% dei probabili elettori afferma che Biden abbia fatto un lavoro migliore come presidente, contro il 40% che sceglie Trump. Un altro 8% sostiene che i due presidenti abbiano avuto una performance “più o meno uguale”.
YouGov/Economist (6–9 febbraio): Questa indagine ha rilevato che il 46% degli adulti statunitensi afferma che Trump stia facendo un lavoro peggiore rispetto a Biden, contro il 40% che ritiene stia facendo meglio. Un altro 7% risponde “più o meno uguale”.
Zoom out: Ma anche guardando più a fondo nei sondaggi su Trump, gli aspetti positivi stanno scomparendo.
I suoi temi distintivi stanno diventando un boomerang: il 49% degli adulti “disapprova fortemente” il modo in cui Trump ha gestito la sicurezza del confine e l’immigrazione, secondo un nuovo sondaggio NBC News.
Il suo indice netto di approvazione sull’economia (-18) è di 26 punti inferiore rispetto allo stesso momento del suo primo mandato — e di 53 punti inferiore tra gli indipendenti, secondo l’analista dei sondaggi di CNN Harry Enten.
I giovani elettori sono crollati: il sondaggio YouGov/Economist colloca Trump a -42 di approvazione netta tra i 18–29enni — uno scarto di 51 punti rispetto al +9 registrato all’inizio della sua presidenza.
Cosa dicono: «Se conoscete qualcosa di Donald Trump, sapete che ha costruito le sue due vittorie presidenziali conquistando gli elettori senza una laurea», ha detto Enten. «Ebbene, la base di Donald Trump tra gli elettori senza titolo universitario sta assolutamente crollando.»
Reality check: Non si tratta di nostalgia per Biden.
Almeno nove ex membri dell’amministrazione Biden si candidano al Congresso o a governatore. Pochi menzionano il presidente sotto cui hanno servito nei materiali di campagna.
Un’“onda blu” non è inevitabile: i repubblicani dispongono di un enorme vantaggio finanziario in vista delle elezioni di metà mandato, superando i democratici di 550 milioni di dollari, secondo il New York Times.
La conclusione: Gallup riferisce che l’ottimismo degli americani sul futuro è sceso al livello più basso da quasi due decenni, con solo il 59,2% che si aspetta una vita di alta qualità tra cinque anni.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“PENSAVO RITIRASSE LA QUERELA, INVECE LEI, GIA’ PREMIER, SI È PRESENTATA COME PARTE CIVILE CHIEDENDO UN RISARCIMENTO DI 20.000 EURO” … “QUELLA DI PUCCI SU SCHLEIN NON E’ SATIRA MA PENSIERO DA BAR”
Negli stessi giorni in cui Andrea Pucci si ritira da Sanremo e la presidente del Consiglio
Giorgia Meloni interviene sui social nel giro di pochi minuti, parlando di «deriva illiberale» in risposta alle critiche del pubblico, Daniele Fabbri aspetta la prossima udienza di un processo per diffamazione intentato proprio da Meloni per una sua battuta satirica.
Fabbri, stand-up comedian e autore, è stato querelato nel 2021 per una puntata del podcast Contiene Parolacce, in cui, riflettendo sul linguaggio e sugli insulti sessisti in politica, citava in chiave satirica alcune espressioni riferite alla leader di Fratelli d’Italia, allora all’opposizione. «In questi giorni sto controllando i social molto più del previsto», racconta.
«Normalmente cerco di guardarli il meno possibile, ma continuo a leggere riferimenti al mio caso. Mi fa piacere che se ne parli, perché purtroppo non è un tema che attira molta attenzione. È molto comodo prendersela con un comico che non fa parte del panel degli artisti di prima serata. Paradossalmente, se ne è parlato molto di più in questi giorni di Pucci che quando l’ho annunciato io».
A che punto è la vicenda giudiziaria che la riguarda?
«C’è stata un’udienza lo scorso anno, in primavera, ma era solo quella formale in cui si dichiarano le parti. La prima udienza vera è stata invece a novembre, quando la giudice ha guardato il video incriminato e poi ha chiesto all’avvocato di Meloni se volesse davvero portare avanti la querela. La risposta è stata sì. Ora si dovrebbe
procedere con il dibattimento. La prossima udienza è stata rinviata a maggio 2026. Non so bene cosa succederà, perché il dibattimento significherebbe ascoltare Meloni, cosa che non credo accadrà mai. Non so se potrà bastare una sua dichiarazione scritta, queste sono cose che si chiariscono più avanti».
Che effetto le ha fatto ricevere quella querela?
«Sgomento, perché non me l’aspettavo. Poi ho scoperto che la querela era partita nel 2021, quando lei era in campagna elettorale. Lì mi sono detto: magari in quel periodo uno cerca anche cose che servono a fare un po’ di battage mediatico. Lo sgomento vero è arrivato quando, all’inizio del processo, lei si è presentata come parte civile chiedendo un risarcimento di 20.000 euro, cosa successa quando ormai era Presidente del Consiglio. Un conto è la campagna elettorale, un conto è ora che dovresti avere cose più importanti da fare. Io e la mia avvocata eravamo convinti che avrebbe ritirato la querela. Invece no».
Come si spiega il fatto che non l’abbia ritirata?
«Penso in modo molto pratico che portarla avanti non le costi niente. Se perde, non ha conseguenze. Le leggi in Italia funzionano così: se un giudice mi dà ragione, finisce con una stretta di mano. Non è nemmeno detto che mi rimborsino le spese legali. Se invece dovesse vincere, avrebbe un precedente molto utile. Anche considerando che questo processo potrebbe durare anni e che nel frattempo le regole intorno ai magistrati e alla giustizia, come sappiamo, potrebbero cambiare. È allucinante in un Paese che dovrebbe essere democratico».
Si è mai pentito di quella battuta su Meloni?
«No, per niente. Rivendico il diritto di fare satira e rivendico soprattutto il contesto e il senso del monologo. Spesso viene riportato in maniera erronea: i titoli dicono che io l’ho definita “puzzona”, “caccolona”, ma io ho fatto un discorso sul linguaggio in cui la difendevo dagli insulti sessisti.
Dicevo che quando uno vuole insultare un politico, perché con i politici ci si arrabbia, bisogna poterlo fare in qualche modo, e proponevo parole infantili come espediente: ti sfoghi, ma non sono sessiste o discriminatorie. Oggi come allora rivendico il diritto di fare questo tipo di discorsi senza che le parole vengano estrapolate dal contesto. Se sei una figura politica di rilievo non puoi comportarti come una persona qualsiasi. Dovresti sopportare un livello di critica maggiore rispetto a un cittadino comune, altrimenti non puoi ricoprire quel ruolo».
Cosa pensa del caso Pucci?
«So che Pucci l’anno scorso è stato male. Se si fosse ritirato solo per tutelare la sua salute, gli avrei mandato un abbraccio e sarei stato dalla sua parte. Detto questo, io sono a favore della libertà di espressione dei comici, ma soprattutto della libertà dei cittadini di esprimere dissenso rispetto alle scelte della televisione di Stato. Il problema non è il comico in sé, è il contesto: Sanremo è pagato da tutti e dovrebbe cercare di dare un buon esempio. Pucci ha un umorismo basato su cliché che stiamo cercando di superare. È giusto che i cittadini protestino con la Rai. Questo per me è più importante della libertà dei comici».
Come ha reagito al post di Meloni sulla «deriva illiberale»?
«Non posso dire cosa ho provato, altrimenti rischio altre querele. Però è stata l’ennesima dimostrazione del vittimismo meloniano, fatto apposta per creare screzi tra cittadini. È incredibile che il capo del governo da tre anni si comporti ancora come se fosse all’opposizione. È lei l’élite che comanda. Dare degli illiberali ad altri sperando che nessuno noti le contraddizioni mi sembra un po’ troppo. Se ne sono accorti tutti subito».
Secondo lei oggi si può ridere davvero di tutto?
«Il confine è il contesto. Una storia su Instagram in cui dici a una persona che è brutta, come ha fatto Pucci con Schlein non è satira solo perché è un personaggio politico. Non tutto ciò che pubblichi diventa automaticamente arte. La satira esiste perché alle opinioni viene dato un senso. Altrimenti è solo il pensiero da bar. Una battuta su un palco, una vignetta, uno sketch hanno un valore diverso».
Dopo la querela che ha ricevuto, si autocensura?
«No, ma mi faccio più scrupoli. Non per censurarmi, ma per scegliere meglio le parole. Io credo nell’umorismo controverso e nel parlare dei tabù, ma proprio perché sono tabù bisogna farlo con attenzione».
Se Meloni si presentasse in aula, cosa le direbbe?
«Le direi che mi dispiace se si è sentita offesa a livello personale, perché io parlavo della figura pubblica. Se posso rimediare consigliandole un terapeuta o uno psicologo, sono a disposizione».
Qual è, allora, il vero ruolo di chi fa satira?
«Distruggere le certezze del proprio pubblico. Far capire che siamo dalla stessa parte e poi mettere in dubbio anche noi stessi. La satira vera non dice che gli altri
sono stupidi e cattivi, ma che forse anche noi potremmo esserlo. Altrimenti diventa populismo».
(da Vanity Fair)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
GLI UCRAINI POTREBBERO RIFIUTARE DI PIEGARSI: NEI SONDAGGI SOLO IL 22,6% È FAVOREVOLE A CEDERE L’INTERO DONBASS IN CAMBIO DI UN ACCORDO, MENTRE IL 54,1% È CONTRARIO … LA POSSIBILE ALLEANZA CON L’EX CAPO DEGLI 007 BUDANOV, PIÙ POPOLARE DEL PRESIDENTE, E L’IMPOSSIBILITÀ DI VOTARE SOTTO LE BOMBE
Un mese e mezzo fa il gruppo Sunflower Sociology ha lanciato un sondaggio per il mondo politico di Kiev, i cui risultati non dovevano essere diffusi. L’esito mostra quanto duri e delicati saranno i prossimi mesi per Volodymyr Zelensky.
Gli ucraini, se sarà chiesto il loro parere, potrebbero anche respingere le condizioni per congelare il conflitto dettate da Mosca e fatte proprie dalla Casa Bianca.
Il leader di Kiev è tentato di aggrapparsi a un referendum consultivo per affrontare una scelta che non può compiere, ma non è in condizioni di respingere: l’amministrazione americana gli chiede di abbandonare al controllo russo la parte libera del Donetsk entro la tarda primavera, come pretende Vladimir Putin in cambio di un impegno verbale a fermare l’aggressione
Zelensky non può permettersi di respingere la richiesta, perché si giocherebbe quell’impegno americano e la promessa di un piano di rilancio (in teoria) da 800 miliardi di dollari. Ma non può accettare senza violare la propria Costituzione, mettere fine alla propria carriera politica e a rischio la propria vita.
Il problema di questo ingranaggio è che gli elettori ucraini potrebbero rifiutare di piegarsi. Il sondaggio Sunflower raccolto a fine dicembre mostra solo un 22,8% di favorevoli alla cessione di quel che resta del Donetsk in cambio di un accordo, mentre il 54,1% è contrario (in gran parte «decisamente»).
Il resto sono gli indecisi, ma proprio contro di essi nelle ultime settimane Mosca ha condotto la sua perversa campagna referendaria fatta di migliaia di attacchi aerei su città e infrastrutture: solo in dicembre c’è stato quasi un raddoppio dei civili uccisi (157) e feriti rispetto a un anno prima, con una devastazione mai vista prima degli impianti di energia, riscaldamento e acqua mentre il termometro scendeva a meno 30. Gli ucraini lo chiamano il «genocidio dell’inverno». Putin sta cercando di stroncare la loro volontà, perché cedano i territori nel referendum nella speranza di una tregua.
Ne va del futuro dell’Ucraina e del suo presidente, che potrebbe indire un voto di rielezione in primavera in coincidenza con il referendum. Finora non si è potuto votare per la legge marziale, per i bombardamenti e le decine di milioni di sfollati.
Ma se si aprissero le urne, la strategia di Zelensky è chiara: affrontarle in alleanza con Kyrylo Budanov, 39 anni, l’ex leader del servizio segreto militare nominato a inizio anno capo staff del presidente al posto del controverso Andry Yermak.
Budanov, la cui moglie ha subito un tentativo di avvelenamento, è molto popolare in Ucraina; un suo potenziale partito ha raddoppiato le intenzioni di voto (al 10%) negli ultimi due mesi.
Zelensky non lo vuole contro in una sfida per le presidenziali ma, se si troverà indietro nei sondaggi, semmai può negoziare con lui le proprie garanzie personali in vista di un cambio della guardia.
In gennaio le entrate russe da gas e petrolio sono dimezzate rispetto a un anno fa (ai minimi dal Covid), l’economia è ferma, il deficit da coprire stampando rubli — quindi gonfiando ancora di più l’inflazione — viaggia verso il triplo delle stime. Intanto la Russia perde decine di migliaia di uomini al fronte ogni mese e fatica a rimpiazzarli, mentre le sanzioni sempre nuove mordono.
Ma Trump è arrivato in tempo: per permettere a Putin di dettare ancora le condizioni .
(da Corriere della Sera)
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