Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’OPERA DI PLAUTO SI ADATTA BENE ALL’EX GENERALE
A proposito di antiche maschere, odierne avventure e futuro nazionale: sul finire della Seconda
Guerra Punica, tra il 205 e il 200 a.C., Tito Maccio Plauto, commediografo che non guardava troppo per il sottile, diede vita al suo Miles Gloriosus, il soldato millantatore, con molta probabilità ispirandosi alla figura di Scipione l’Africano.
Con qualche sciaguratissimo aggiornamento pop, dalla tarantolata gestualità della Decima all’esibizione estiva di pescioni fino al presepio tattico da zaino, il tipo umano del militare che si vanta e minaccia, punta il dito sui cattivoni e vuole salvare la patria, si adatta bene al generale Vannacci – e ancora meglio adesso che, stanco di essere “un valore aggiunto” nella Lega, “Make the League Great Again” aveva promesso qualche mese orsono, ha invece scelto di ballare da solo con il suo partitello.
Per inciso: nel 1963 Pier Paolo Pasolini, su richiesta di Vittorio Gassman, tradusse in fretta e furia il Miles in romanesco promuovendo il protagonista a Generale; e neanche a farlo apposta, sull’imperdibile pagina Instagram dell’europarlamentare fa bella mostra di sé un’immagine di Vannacci mascherato da condottiero antico romano con tanto di testa e pelle di lupo sulla corazza istoriata.
Nubi e sole gravano sopra l’eroica figura, la mano sinistra – ahilui! – è posata sull’elsa della spada, l’espressione del volto inclina verso un sorriso di battaglia. A parziale riequilibrio iconografico – nel video susseguente, intervallato da scontatissimi spezzoni de Il Gladiatore, lo si vede concionare in un banchetto di giovani leghisti toscani – va detto che l’allucinata visione conferma comunque
l’intuito di Michele Serra, secondo cui, mese dopo mese, Vannacci assomiglia sempre più ad Alberto Sordi.
Ultimamente, prima e dopo l’ormai consueto tuffo di Capodanno, il Generale è stato in barca sul Tevere con Chiambretti, ha concesso il proprio nome a un sigaro, il “Vannaccio”, si è soffermato sulle gambe pelose di Carola Rackete, ha ricordato che la tomba di Papa Bergoglio è vicina a quella di Junio Valerio Borghese; quindi ha proposto di far imparare a memoria “Il Giuramento di Pontida” ai bambini delle elementari, ha fatto la sua comparsa nel podcast di Maria Rosaria Boccia, si è scagliato contro gli “smidollati” del sito Phica.eu e dopo essersi fatto immortalare in posa di pizzaiolo con la fedelissima Sylvie Lubamba, è entrato lietamente a far parte dei disegni cristianisti di Marione Adinolfi, che con lui e Fabrizio Corona vorrebbe tanto dar vita a un “tridente”.
Nel frattempo, occorre dire, la scena pubblica italiana seguita a offrirne e a ospitarne di tali e di tante che non ci si fa più nemmeno troppo caso; e se tenere il conto e la memoria delle scemenze è ormai quasi impossibile, a maggior ragione varrà invece la pena di ricordare che in Italia la figura archetipico-plautina del Soldato vantone diede origine nel Cinquecentento a una quantità di “Capitani” che allietarono la commedia dell’arte, con i dovuti rimbalzi nella politica vecchia e nuova: Capitan Fracassa, Capitan Spavento, Capitan Rodomonte, questi ultimi personaggi diciamo militari, però anche ibridati dall’immaginario dei ciarlatani che ai tempi attiravano l’attenzione sparandole, come oggi, sempre più grosse.
Forse Salvini, che in tema ha certo le sue competenze, prima di arruolare Vannacci come vicesegretario, avrebbe dovuto essere più prudente. Ora, se perde quei voti, sono guai per lui e pure per Meloni. Sennonché, al di là dei meri calcoli elettorali, così come dell’ennesima ricomparsa del Miles Gloriosus nel format radiofonico del Colonnello Buttiglione e del generale Damigiani, la questione più vera e nascosta è che di riffa o di raffa l’Italia si va riarmando, le spese militari aumentano e il business dei droni, dei missili, della sicurezza e adesso anche delle riserve di volontari senz’altro richiama robusti appetiti e protezioni politiche.
Di solito il complesso militare-industriale diffida delle maschere, ma qui da noi il comparto è assai popolato, e quando si tratta di difendere “la nostra civiltà” quasi inesauribile.
(da La Repubblica)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
SUGLI EPISODI DOCUMENTATI DI VIOLENZA DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE TUTTO TACE
Domiciliari per Francesco Simionato, obbligo di firma per Matteo Campaner e Pietro Desideri: ha deciso così stamattina la giudice Irene Giani al termine dell’udienza di convalida dell’arresto dei tre manifestanti finiti in manette dopo la guerriglia di sabato al termine del corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna, a Torino. In sostanza i tre escono tutti dal carcere Lorusso e Cutugno, dov’erano entrati dopo le quasi due ore di guerriglia in corso Regina Margherita.
Simionato, 22 anni di Grosseto, è accusato di concorso in lesioni e rapina perché faceva parte del gruppo che ha accerchiato e aggredito il poliziotto Alessandro Calista. Campaner, 35enne di Grugliasco, e Desideri, torinese di 31 anni, hanno partecipato al lancio di pietre e bottiglie verso le forze dell’ordine.
Le motivazioni dell’ordinanza del gip: “Guerriglia preordinata e organizzata”
La procura aveva chiesto il carcere per tutti e tre. Nell’ordinanza si legge che quella avvenuta a Torino il 31 gennaio è stata una vera e propria “guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata” da parte di una frangia dei manifestanti pro Askatasuna. La giudice ha anche fatto cenno alla “brutale aggressione” subito da una troupe della Rai.
Un fascicolo contro ignoti per il reato di devastazione
La procura, intanto, ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di devastazione, visto che i 1.500 violenti hanno danneggiato corso Regina con per 164mila euro solo ai beni pubblici, come quantificato dal sindaco Stefano Lo Russo nel Consiglio comunale di lunedì. Gli investigatori della Digos, coordinate dai pm Chiara Molinari ed Emilio Gatti, stanno analizzando ore e ore di filmati, sia le telecamere di videosorveglianza sia le immagini amatoriali caricate sui social. L’obiettivo è dare un volto ai protagonisti degli scontri, anarchici e antagonisti, in arrivo da tutta Italia ma anche dalla Francia.
Difesa Simionato: “Faremo ricorso”
Per quanto riguarda la rapina, riferita al casco e agli altri oggetti sottratti all’agente durante l’aggressione, la giudice ha detto che non ci sono indizi sussistenti per
applicare una misura in riferimento a questo reato. Riferisce l’avvocata del grossetano, Elisabetta Montanari: “La giudice ha ritenuto che ci fossero indizi sufficienti per il reato di lesioni, anche se ha riconosciuto un ruolo marginale del mio assistito. Per questo faremo ricorso al tribunale del riesame perché a nostro parere non ha nessun ruolo neanche nelle lesioni al poliziotto”.
Difesa Campaner: “Contenti ma valutiamo il riesame”
“Siamo contenti della decisione del giudice, anche se riteniamo di essere del tutto estranei agli incidenti. Per questo valuteremo la possibilità di ricorrere al tribunale del riesame”. Lo ha dichiarato l’avvocato Stefano Coppo, difensore di Matteo Campaner, il trentacinquenne di Grugliasco (Torino) che era stato arrestato per gli scontri del 31 gennaio al termine del corteo Pro Askatasuna, e che è stato scarcerato con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. L’uomo resta indagato per resistenza e violenza pubblico ufficiale. All’udienza di convalida, oltre ad avere negato qualsiasi coinvolgimento in azioni contro le forze dell’ordine, si era detto “inorridito” dall’aggressione alle poliziotto Alessandro Calista messa in atto da una mezza dozzina di dimostranti.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL TITOLARE DEL NOME E’ RICCARDO MERCANTE, CONSIGLIERE REGIONALE DELL’ABRUZZO TRAGICAMENTE SCOMPARSO NEL 2020… IL MARCHIO ORA E’ DELLA COMPAGNA E DEI DUE FIGLI
Roberto Vannacci non può chiamare “Futuro Nazionale” il suo nuovo partito, perché il nome è
già stato registrato il 25 febbraio 2011 all’Ufficio brevetto e marchi del ministero delle Imprese della Repubblica italiana. A depositarlo il 3 settembre 2010 fu un promotore finanziario di Giulianova, Riccardo Mercante. Tre anni dopo l’accettazione della registrazione Mercante si candidò con successo nel Movimento 5 stelle al consiglio regionale dell’Abruzzo, e per tutta la legislatura conclusa nel 2019 è stato consigliere regionale diventando anche capogruppo M5s.
Il generale ha dunque un altro ostacolo da superare per la sua avventura politica, dopo la diffida presentata da Francesco Giubilei che ritiene quel marchio grafico copiato da quello del suo “Nazione futura”.
Il titolare del marchio “Futuro nazionale” oggi non c’è più. Ad appena 50 anni ha perso la vita il 16 settembre del 2020 in moto scontrandosi con un’auto lungo la bonifica del Salinello. Dopo la morte il marchio è entrato nella successione ereditaria. Oggi la compagna di Mercante e i suoi due figli sono proprietari del nome.
Il generale Vannacci dovrà quindi chiedere loro il permesso di utilizzare il nome del suo partito politico o fare una proposta economica agli eredi Mercante per acquistare il marchio regolarmente registrato. Il nome del partito del generale è stato depositato il 24 gennaio scorso all’ufficio dei brevetti europei, ma non èancora stato registrato e non potrà esserlo essendoci la titolarità di altri. Il 22 marzo 2025 invece è stato registrato un altro marchio politico depositato da Vannacci, «Il mondo al contrario».
Vannacci è milionario grazie al suo libro. Gli investimenti nel mattone a Viareggio e in Sardegna
Il generale che ha appena divorziato dalla Lega di Matteo Salvini non ha problemi a mettere mano al portafoglio. Grazie al libro sul mondo al contrario Vannacci è infatti diventato milionario. Secondo la sua dichiarazione depositata al Parlamento europeo con «Il mondo al contrario» ha incassato 800 mila euro di diritti di autore nel 2023 e 200 mila euro nel 2024, elencati dall’autore come «libera attività frutto di fantasia e intelletto».
Vannacci ha anche un discreto patrimonio immobiliare, in parte lasciato a lui e ai due fratelli maggiori Marco e Stefano da papà Costanzo e mamma Renata, scomparsa il 4 novembre 2023. Una villetta di tre vani e un appartamento di 4 vani a Costa Rei di Muravera in provincia di Cagliari. A Viareggio con i due fratelli Vannacci ha la nuda proprietà di un appartamento di 6,5 vani. È stato lui con il fratello Marco a intestarsi il mutuo necessario per l’acquisto con l’allora banca britannica Abbey national plc. Il generale ha poi acquistato sempre a Viareggio un suo appartamento di 12,5 vani.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ IL THINK TANK SOVRANISTA PREPARA LO SGAMBETTO ALL’EX GENERALE… MA VANNACCI HA SALDATO IL CONTO DEI PAGAMENTI MAI VERSATI ALLA LEGA COME FANNO GLI “UOMINI D’ONORE”?
Comincia in salita la (possibile) nuova avventura politica di Roberto Vannacci. Nazione Futura – un think tank fondato nel 2017 da Francesco Giubilei, che aggrega esponenti della società civile, dell’area conservatrice e sovranista – ha depositato l’atto di opposizione all’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) nei confronti della domanda di registrazione del marchio «Futuro Nazionale».
La protesta di Nazione Futura contro Vannacci
Già negli scorsi giorni, l’associazione di Giubilei aveva protestato contro il nuovo logo depositato dal generale leghista, lamentando una somiglianza troppo forte con il logo di Nazione Futura. E così, ora il think tank ha deciso di opporsi alla registrazione del nuovo marchio, che secondo molti potrebbe rappresentare il futuro partito di Vannacci, ai ferri corti con i compagni di partito della Lega. «Lo abbiano fatto per l’elevato rischio di confusione e di somiglianza con il nostro simbolo e il nostro nome e per tutelare il diritto anteriore del nome e del simbolo dell’associazione “Nazione Futura”», si legge in un comunicato stampa.
Lo sgambetto all’ex generale
Secondo Giubilei, il logo utilizzato da Vannacci è «sostanzialmente identico al nostro» e rischia di «generare confusione nel pubblico, specie se i segni sono identici o altamente simili e coprono ambiti di attività sovrapponibili». Attualmente, la domanda di registrazione del marchio “Futuro Nazionale” è ancora in fase di esame. E mentre l’ex generale litiga con i compagni di partito, Nazione Futura punta a soffiargli alcuni sostenitori
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
LAVORARE NON BASTA PIÙ: IL 10% DEGLI OCCUPATI (2,4 MILIONI DI PERSONE) FA LA FAME, DATO CHE, TRA IL 2021 AL 2025, I SALARI REALI SONO DIMINUITI DEL 7,5% … NEL 2024, 1,29 MILIONI DI MINORI VIVEVANO IN POVERTA’ ASSOLUTA: SI TRATTA DEL NUMERO PIÙ ALTO DAL 2014
In Italia accanto al 10% delle famiglie che vive in povertà assoluta, secondo i dati Istat, emerge
anche una vasta area di fragilità strutturale: quasi il 20% delle famiglie vive stabilmente attorno alla soglia di povertà, tra chi è “appena povero” (circa il 6%) e chi è “appena sopra” la soglia (8,2%).
Inoltre nel 2024 oltre il 10% degli occupati in Italia è a rischio di povertà, pari a circa 2,3-2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea. Il lavoro non rappresenta più una garanzia di inclusione sociale, anche a causa del forte calo dei salari reali: -7,5% tra il 2021 e il 2025, il dato peggiore tra i principali Paesi Ocse. Allarmante anche la condizione delle famiglie con figli. Nel 2024 oltre 1,29 milioni di minori vivono in povertà assoluta, il livello più alto dal 2014. La nascita di un figlio continua a rappresentare in Italia un fattore di rischio di impoverimento molto più elevato rispetto alla media europea.
È la fotografia scattata e dal nuovo Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media”, promosso dall’Alleanza contro la Povertà in Italia e realizzato da un gruppo di studiosi ed esperti di politiche sociali e da cui emerge che la povertà in Italia non è più un fenomeno marginale o emergenziale, ma una condizione strutturale, stratificata e sempre più normalizzata, che attraversa ampi segmenti della popolazione e si radica nella vita quotidiana.
Questo, secondo i promotori, è dovuto al fatto che le politiche di contrasto non stanno funzionando bene e anche l’informazione gioca (male) la sua parte. Il Rapporto sarà presentato giovedì 5 febbraio 2026, dalle 9.30 alle 13.00, a Roma al Chiostro San Salvatore in Lauro. “Siamo molto contenti e orgogliosi del lavoro fatto che si inserisce nell’ambito dell’impegno di Alleanza contro la povertà nella raccolta, nell’analisi dei dati e nell’approfondimento dei comportamenti socioculturali che si manifestano nel nostro Paese, – afferma il portavoce nazionale Antonio Russo –
Questa pubblicazione ci restituisce la fotografia di un’Italia in cui le povertà crescono e chiamano con urgenza una serie di soggetti a precise responsabilità. Questa è la ragione per la quale periodicamente intendiamo produrre e offrire ai decisori politici, agli operatori pubblici e ai soggetti sociali, studi e proposte che promuovano un serio programma di contrasto e di lotta alla povertà”.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“NON PIACE? NON È UN PROBLEMA MIO””… POI ANNUNCIA LE SUE DIMISSIONI DALLA LEGA, FORSE DEVE ANDARE AL POLIGONO DI TIRO
“La soluzione giusta ed equilibrata è sparare una pallottola cadauno, piantata nel cervello”. A pronunciare la frase shock, commentando l’aggressione subita dai poliziotti a Torino, è Luigi Felicioni, rappresentante della Lega nel comune teramano di Roseto degli Abruzzi. Un’affermazione scritta nera su bianco su Facebook e confermata dal diretto interessato con un lungo video sullo stesso social.
L’esponente politico locale ribadisce la sua posizione e chiarisce di aver commentato a titolo personale e ribadendo di essere “una persona ovviamente pacifica, democratica e che comunque non risponde di nessun porto d’armi nella sua vita”.
Felicioni nel su post aveva affermato che “la soluzione giusta ed equilibrata è sparare una pallottola cadauno, piantata nel cervello ed è soluzione. È pulizia”. “Allora? Orbene. Non piace. Non è un problema mio – ha replicato nel video -: viene ritenuto assolutamente scortese nell’ambito del politicamente corretto. Non mi interessa. Io sono così una persona libera al di là delle parti politiche”.
“Siamo di fronte a un livello di degrado istituzionale e civile che non può essere derubricato a ‘sfogo’ o opinione personale – l’attacco del Pd -. Invocare pallottole e ‘pulizia’ non è libertà di pensiero: è barbarie verbale che legittima la violenza e avvelena il clima democratico”. I deputati dem hanno chiesto un intervento della Lega che, però, a quanto pare non servirà visto che lo stesso Felicioni ha annunciato di aver rimesso l’incarico nelle mani dei dirigenti abruzzesi.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“I CATTIVI MAESTRI NON SONO UN’INVENZIONE, OGGI INDOSSANO IL DOPPIO PETTO E PENSANO DI AVER CANCELLATO LA STORIA”
“Signor ministro Piantedosi, lei oggi si è assunto una responsabilità politica gravissima: ha
parlato da capo partito e non da ministro dell’Interno, trasformando quest’Aula in un comizio e usando le divise delle forze dell’ordine per fare propaganda. È inaccettabile farlo sulla pelle di agenti lasciati senza organici adeguati, senza risposte su stipendi e condizioni di lavoro e con l’età pensionabile aumentata. Rinnoviamo la nostra solidarietà e vicinanza umana alle forze dell’ordine e agli agenti feriti.
Ma condanniamo con la stessa nettezza i teppisti criminali: sono nostri nemici perché Alleanza Verdi e Sinistra è una forza democratica, pacifista e non violenta. Lei invece ha scelto di attaccare una forza politica democratica e non violenta: se ne assuma la responsabilità. È estremamente pericoloso il suo richiamo agli anni di
piombo: quella stagione di terrorismo e leggi speciali è stata una tragedia nazionale e usare oggi quel linguaggio è irresponsabile”.
Così Angelo Bonelli , parlamentare AVS, nell’Aula della Camera, in occasione del dibattito sull’informativa urgente del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi “Quando si parla di “cattivi maestri” occorre guardare alla storia. Il 12 aprile 1973 a Milano si svolse un corteo del MSI e del Fronte della Gioventù, non autorizzato e vietato dalla questura. In testa a quel corteo c’erano Ignazio La Russa e Romano La Russa. Durante quella manifestazione fu lanciata una bomba a mano e venne colpito mortalmente l’agente Antonio Marino. Questa verità storica pesa ancora oggi: i cattivi maestri non sono un’invenzione, oggi indossano il doppio petto e pensano di aver cancellato la storia. Noi no. Lei oggi parla di legalità, ma da ministro dell’Interno doveva tutelare i manifestanti pacifici e fermare preventivamente i violenti, che conoscevate bene.
Non li avete fermati: o perché lei era distratto, oppure perché faceva comodo alla narrazione della destra. E non faccia lezioni mentre si sgomberano spazi sociali legittimi, si abbandonano le periferie e si continua a non rispondere sullo sgombero della sede di CasaPound. Noi non vi consentiremo di riportare indietro il Paese. Difenderemo sempre la democrazia, il diritto a manifestare e la non violenza”, conclude Bonelli.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA CAUSA VA RICERCATA NEI TONI OFFENSIVI USATI PIÙ VOLTE DA TRUMP E DA QUEL BURINO RIPULITO DEL VICEPRESIDENTE AMERICANO NEI SUOI CONFRONTI – LA PARTECIPAZIONE DI MACRON
Emmanuel Macron è atteso in Italia per l’apertura di Milano Cortina, ma a pochi giorni dall’evento la sua presenza resta appesa a una cautela diplomatica.
La presenza alla cena di giovedì non è confermata e rispetto alla cerimonia di inaugurazione di venerdì l’Eliseo ha fatto filtrare l’imbarazzo per l’ipotesi che nella tribuna d’onore dello stadio San Siro il presidente francese finirebbe accanto al vicepresidente americano J.D. Vance. Una vicinanza che Macron vorrebbe evitare dopo le ultime frizioni transatlantiche.
Macron dovrà raccogliere la bandiera olimpica in vista del 2030 quando la Francia ospiterà i prossimi Giochi Le Olimpiadi invernali assegnate alle Alpi francesi nel luglio 2024 devono entrare nella fase operativa subito dopo la chiusura italiana, ma il cantiere d’Oltralpe procede a scatti, tra tensioni territoriali, dimissioni eccellenti e interrogativi finanziari.
L’ultimo scossone è arrivato con l’uscita di scena della manager Anne Murac, già figura chiave di Parigi 2024. Il suo arrivo avrebbe dovuto garantire continuità e metodo. La rottura è diventata invece il simbolo di una governance ancora instabile, attraversata da divergenze sulla nomina dei responsabili territoriali e sulla mappa dei siti, con nodi sensibili come Val d’Isère e Nizza.
La presidenza del comitato organizzatore, affidata a Edgar Grospiron, è arrivata dopo mesi di incertezze, mentre intorno ai Giochi crescevano i contenziosi tra organizzatori e amministrazioni locali.
Il consiglio dipartimentale della Savoia ha annunciato la sospensione “fino a nuovo ordine” della partecipazione alle discussioni e al finanziamento, denunciando mancanza di concertazione e timore di essere ridotto a variabile di aggiustamento di un bilancio che rischia di lievitare. Diversi documenti e analisi citano un budget attorno ai 2,1 miliardi di euro e un rischio di deficit fino a 900 milioni.
(da Repubblica)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LE CRITICHE ALLA CONDOTTA DELLA POLIZIA TRA MANCATO COORDINAMENTO, SCARSO ADDESTRAMENTO ED EPISODI DI VIOLENZA GRATUITA… SULLO SCUDO PENALE AGLI AGENTI: “NEI TRIBUNALI C’E’ SCRITTO CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”
Torino, sabato scorso, non è stata solo il teatro di scontri violenti durante il corteo in solidarietà
con il centro sociale Askatasuna. È stata anche la rappresentazione plastica di una gestione dell’ordine pubblico che, a giudicare dalle immagini e dai video circolati negli ultimi giorni, ha mostrato falle evidenti nella catena di comando e nell’addestramento operativo.
Un agente isolato e circondato, cariche indiscriminate, lacrimogeni ad altezza d’uomo, manifestanti pacifici manganellati senza alcuna ragione: elementi che sollevano interrogativi seri sulle scelte fatte sul campo e che diventano ancora più rilevanti mentre il governo spinge sull’inasprimento normativo del nuovo pacchetto Sicurezza, presentato proprio come risposta a episodi come quelli di Torino. Di questo, e di molto altro, Fanpage.it ha parlato con il generale Umberto Rapetto, ufficiale della Guardia di Finanza con una lunga esperienza come docente nelle Accademie e nelle scuole di qualificazione delle forze armate e di polizia. L’esperto ha condotto un’analisi tecnica, senza sconti, su cosa non ha funzionato a Torino e su cosa sta cambiando – in peggio – nella gestione dell’ordine pubblico in Italia.
Generale Rapetto, partiamo dai fatti di Torino. Sabato scorso la città è stata teatro di scontri durissimi durante il corteo in solidarietà con Askatasuna. Dalle immagini che abbiamo visto, qualcosa nella catena di comando sembra non aver funzionato. Qual è la sua analisi tecnica sulla gestione dell’ordine pubblico?
Guardi, sarò diretto: la gestione di sabato non ha brillato né per efficienza né per efficacia. Quando si parla di ordine pubblico in manifestazioni di questa portata, il coordinamento è tutto. Il fatto stesso che un operatore di polizia si sia ritrovato isolato e in balia della folla è la dimostrazione plastica di un fallimento. È la prova di un mancato coordinamento o, peggio, di un ridotto addestramento.
In scenari del genere, se qualcuno avesse effettivamente preventivato il verificarsi di eventi di quella natura, un isolamento simile non sarebbe mai dovuto accadere. È normale che in un confronto di piazza, nel momento in cui un componente di uno schieramento – sia esso dei “buoni” o dei “cattivi” – si ritrova da solo, diventi un bersaglio vulnerabile. Quello che è successo all’agente Alessandro Calista rappresenta l’epilogo peggiore di un confronto. Non sarebbe mai dovuto accadere. In termini tecnici, non si deve permettere che un singolo si trovi in una situazione di difficoltà tale da non poter essere soccorso immediatamente dai colleghi.
Proprio su questo punto, testimonianze e video mostrano l’agente che si stacca autonomamente dal gruppo per inseguire o affrontare qualcuno, finendo poi per essere circondato e colpito. Tecnicamente, quel movimento individuale è corretto o è un errore del singolo?
Si è trattato di un errore tecnico grossolano. Quell’uscita autonoma è la dimostrazione dell’impreparazione che regna in certi contesti. Qui ci sono due ingredienti che rendono possibile un disastro: l’impreparazione di chi governa lo schieramento e l’impreparazione del singolo operatore. Quando il singolo sbaglia – e può succedere sotto stress – deve intervenire la capacità di guida della compagine. Chi ha la responsabilità del reparto deve avere il controllo totale sui movimenti dei propri uomini. Gli agenti avrebbero dovuto adottare formazioni che sono vecchie come la storia militare. Gli schieramenti a “testuggine” o simili non prevedono che qualcuno vada per conto suo a fare l’eroe o a sfogare la propria tensione. Se verifichiamo la dinamica, l’errore del singolo è evidente, ma la colpa grave è la mancanza di contromisure immediate per recuperare chi si era distaccato senza autorizzazione. Un reparto ben addestrato non lascia un uomo indietro, nemmeno se quell’uomo ha disobbedito agli ordini.
Al di là dell’episodio dell’agente isolato, abbiamo visto cariche della polizia molto pesanti, una violenza gratuita in moltissimi frangenti. Secondo lei, la gestione complessiva del corteo è stata corretta o abbiamo assistito a una prova di forza non necessaria?
Purtroppo, e lo dico con dolore, gli interventi di ordine pubblico in Italia stanno evolvendo verso una sorta di continua esibizione dei muscoli. Si sta dimenticando
che l’obiettivo primario non è “vincere” uno scontro fisico, ma circoscrivere la massa d’urto ed evitare guai per dei cittadini che stanno manifestando legittimamente. Sabato c’erano decine di migliaia di persone in piazza in maniera ordinata, stavano esprimendo un’opinione del tutto lecita. Perché sono state coinvolte in una guerriglia urbana di quelle dimensioni?
Cosa si sarebbe potuto fare?
La prima cosa da fare era individuare la formazione dei nuclei violenti. Soggetti che iniziano a trasfigurarsi, indossando caschi e passamontagna, vanno bloccati all’inizio: non c’è bisogno di aspettare che abbiano assunto l’assetto di guerra. L’intervento doveva isolare questi soggetti, proteggendo la popolazione inerme che costituiva la vera massa dell’evento. Invece si finisce spesso per colpire nel mucchio, alimentando una spirale di odio che non serve a nessuno.
C’è un caso che sta facendo discutere: quello del ragazzo arrivato da Grosseto e poi arrestato, vestito con una giacca rossa accesa, diventato il volto dei “rivoltosi” sui social.
È un caso emblematico. Mi fa quasi sorridere che in mezzo a gente che sa come muoversi, vestita di nero per rendersi indistinguibile nei filmati, l’unico che acchiappano è un ragazzetto che parte da una frazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, e si presenta con una giacca rossa. È la dimostrazione che non stiamo parlando di un professionista del terrore, ma di quello che io definirei un povero imbecille. Piuttosto, andrebbe aperto un capitolo a parte sugli infiltrati.
Prego.
Potrebbero esserci stati e non sono convinto che siano “compagni” di quelli che stavano manifestando. Per esempio, tra i follower di quel ragazzo di Grosseto c’è gente più vicina a Vannacci e alla Lega che all’Askatasuna. Insomma, questo ragazzo è andato lì a rischiare di farsi massacrare perché probabilmente qualcuno gli ha fatto credere che fosse “figo” farsi notare. È uno “Spartaco” improvvisato, che probabilmente non sa nemmeno piantare un chiodo in casa, figuriamoci gestire un martello in una sommossa. Ma questo ci dice che l’attività preventiva è carente: se sai chi sono i soggetti pericolosi, li vai a prendere prima. Se invece ti riduci a inseguire quello vestito di “rosso” tra i “neri”, stai solo facendo scena.
Lei parla di attività preventiva. Oggi il governo punta molto sul fermo preventivo e sull’inasprimento delle pene. È questa la strada giusta?
Si sta fantasticando sulla possibilità di immobilizzare le persone a casa loro, quando non si riesce nemmeno a immobilizzarle quando le hai di fronte in piazza. La prima cosa da ricordare è che non sono pericolose le manifestazioni in sé, ma gli infiltrati.
L’attività preventiva non si limita a fermare qualcuno per 12 ore, come previsto da certe proposte di legge. Serve acquisizione informativa vera. Bisogna calibrare le aliquote destinate alla sicurezza non per fare una generica repressione, ma per bloccare vandalismi e aggressioni prima che partano. E soprattutto, bisogna evitare di picchiare se non ce n’è bisogno. Ormai ci siamo abituati a vedere manganelli e scudi usati per pestare lo studente che manifesta per la Palestina. Ma lo scudo nasce per difendersi, non per offendere. Invece oggi sembra che la legge non sia uguale per tutti, come è scritto nei Tribunali, e lo scudo diventi un’arma di offesa protetta da un altro scudo, quello penale.
Molti analisti leggono negli episodi di Torino il pretesto perfetto per accelerare sul nuovo pacchetto Sicurezza. Lei, da uomo delle istituzioni, come vede questo inasprimento normativo?
Le sanzioni per le condotte illegali esistono già e sono pesanti. Pensare che se aumenti la reclusione di un anno chi ha cattive intenzioni si spaventi è un errore totale. Chi delinque non va a leggersi la Gazzetta Ufficiale prima di scendere in strada. Un black bloc non si preoccupa del decreto sicurezza, non gliene importa niente se aumenti la pena di un anno. La sicurezza non si fa dicendo “saremo più severi”. La sicurezza percepita oggi è bassissima perché la gente sa che lo Stato non arriva dove serve, come a Ostia dove di notte c’è una sola pattuglia dei carabinieri per territori enormi. Usare episodi come quelli di Torino per giustificare giri di vite sui diritti è una vergogna. Serve addestramento, serve testa, non muscoli e scudi penali. Bisogna avere il coraggio di distinguere chi sogna un mondo più giusto, anche se magari si illude, da chi va in piazza solo per distruggere. Bastonare un ragazzo perché si illude che il mondo possa cambiare mi sembra, onestamente, eccessivo. Un tempo le stesse organizzazioni che indicevano le proteste si assicuravano che non si inserissero estranei. I famosi servizi d’ordine del PCI o della Cgil… Oggi, se chi indossa l’uniforme manganella indiscriminatamente, diventa impossibile anche per gli organizzatori mantenere l’ordine interno. C’è una totale mancanza di dialogo e una gestione troppo basata sulla fisicità.
A proposito: c’è un problema di cultura interna alle forze dell’ordine?
È un tema delicatissimo. C’è indiscutibilmente chi ha più il “culto del bilanciere” in palestra che del Codice Penale. Esistono reparti che, per la natura dei compiti di grande fisicità che svolgono, alimentano una sottocultura lontana dai valori costituzionali. Quando l’attività principale diventa “ti faccio vedere io chi sono”, abbiamo perso in partenza. Nel tempo, anche la cultura popolare ha alimentato questo bisogno di dimostrazione di forza. Stamattina ho visto un servizio in Rai che parlava di gente “contro la divisa”. Ma io dico: se qualcuno scrive ACAB sui muri, anziché gridare allo scandalo, non dovremmo chiederci se per caso qualche comportamento “bastardo” non ci sia stato davvero? La stragrande maggioranza delle forze dell’ordine è fatta di gente perbene, che guadagna 1.600 euro al mese e cerca di fare il proprio dovere con dignità. Ma la paura è che qualcuno, protetto dall’uniforme, voglia travalicare e metterci del suo. Un agente che insegue qualcuno in un vicolo da solo non sta obbedendo a un ordine, sta seguendo un istinto pericoloso che mette a rischio sé stesso e la credibilità di tutto il corpo.
(da Fanpage)
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