Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE DI REPORT: “INCOMPETENTI E PRONI ALLA POLITICA,, IL GARANTE USATO COME BRACCIO ARMATO CONTRO I GIORNALISTI”
Sigfrido Ranucci è il primo a non credere alla possibilità che i componenti del Collegio del garante della privacy si dimettano.
«Se non ci sarà un blitz della politica, che non mi aspetto – dice il giornalista Rai e conduttore di Report – non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro all’anno per poi doverti cercare un altro lavoro?».
Lo stipendio, più la carta di credito del Garante, il cui uso sarebbe stato piuttosto allegro, secondo l’accusa di peculato ipotizzata dai magistrati…
«Il presidente Stanzione ha speso seimila euro dal macellaio, per portare la carne a casa sua a Salerno. Quanti sono in famiglia? La vicepresidente Feroni Cerrina, invece, ha pagato il conto dal parrucchiere. Ma, secondo me, non è questo il principale motivo per cui si dovrebbero dimettere».
E quale, allora?
«Per quello che c’è dietro al peculato: Ghiglia ha usato impropriamente l’auto di servizio per fare cosa? Per andare nella sede di Fratelli d’Italia a prendere istruzioni da Arianna Meloni. È la dimostrazione della loro non indipendenza dalla politica, della totale mancanza di imparzialità».
Per questo la maggioranza di governo glissa e non agisce per azzerare il collegio del Garante?
«Capisco l’imbarazzo e il silenzio. Ma chi è silente è complice, ha usato il Garante come braccio armato per colpire i giornalisti e la libertà di stampa. E, forse, è anche ricattabile, visto ci sono alcune decisioni dell’Autorità chiaramente pilotate dalla politica, a cominciare dalla sanzione inflitta alla Rai per l’inchiesta di Report sul caso Sangiuliano».
Quella multa da 150 mila euro è stata una ritorsione perché voi avevate in cantiere inchieste proprio sull’attività del Garante?
«Questo non posso dirlo, ma il sospetto c’è. Mentre lavoravamo all’inchiesta sulle spese irregolari dei componenti del collegio, ci è stata negata una richiesta di accesso agli atti con questa motivazione: “Perché state indagando su di noi”. Comunque, quella multa nasce soprattutto dai rapporti tra il presidente Stanzione e l’avvocato Sica, legale dell’ex ministro Sangiuliano».
Uno dei vari esempi di conflitto di interesse?
«Abbiamo ricostruito vari episodi che mostrano il condizionamento della politica e la non terzietà del Garante. Se ne può uscire solo con una riforma complessiva dell’Autorità, per preservare l’istituzione in quanto tale. Ma serve la volontà politica di azzerare e ripartire».
§Il governo potrebbe imporre le dimissioni ai componenti del collegio?
«Potrebbero tagliare i fondi: dal ministero dell’Economia arrivano ogni anno al Garante 50 milioni di euro: se quel finanziamento viene fermato, l’attività si paralizza e il collegio decade. Tanto più che pare ci sia stato un uso non dignitoso di questi soldi pubblici».
Nessuno controllava le spese di servizio?
«Questo è uno degli aspetti da approfondire, per capire come ha lavorato chi si è occupato della gestione contabile. L’ex segretario generale Angelo Fanizza, l’unico che si è dimesso dimostrando almeno un po’ di senso dello Stato, sta parlando con i magistrati e, da quello che mi risulta, sta raccontando dettagli interessanti».
Lui si è dimesso, i componenti del collegio resistono. Il
presidente Stanzione dice di essere «tranquillissimo».
«Buon per lui, si sentono intoccabili e impuniti. Si sono appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio armato della politica e sperperando denaro pubblico, anche a causa di decisioni rivelatesi errate».
Cioè?
«Provvedimenti e sanzioni, che sono stati poi annullati dalla Cassazione, con tutte le spese legali da pagare. Spese doppie, nel caso in cui la controparte fosse, ad esempio, la Rai, che ha dovuto attivare l’ufficio legale per difendersi fino al terzo grado di giudizio. E la Rai ha le risorse per farlo, ma pensate a piccole emittenti o testate, su cui pende la spada di Damocle di questo Garante fuori controllo».
Quindi non c’è solo subordinazione alla politica, ma anche incompetenza?
«È un mix tra incapacità di valutazione e posizione prona alla politica. Prendiamo il caso di Meta, la multa da 44 milioni, più volte tagliata e rinviata, infine annullata: lo Stato non ha incassato un euro; quindi, si configura il danno erariale. Poi noi abbiamo raccontato dell’incontro tra Ghiglia e un rappresentante di Meta».
State continuando ad occuparvi del Garante?
«Ci sono vari altri aspetti da chiarire, poi abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni. Come all’inizio, anzi voglio sottolineare che tutto nasce dall’interno del Garante: gli stessi dipendenti non ne potevano più di vedere quello scempio davanti ai loro occhi. Stefano Rodotà (primo presidente dell’Autorità trent’anni fa, ndr) si starà rivoltando nella tomba».
(da La Stampa)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
È LA CIFRA CHE COSTEREBBE IL PASSAGGIO LEGALE DA DIPARTIMENTO PER LA DIFESA A DIPARTIMENTO DELLA GUERRA, VOLUTO DA QUEL BELLIMBUSTO DI PETE HEGSETH E DONALD TRUMP…FINORA IL CONGRESSO SI È SEMPRE RIFIUTATO DI APPROVARE UNA LEGGE CHE RENDESSE UFFICIALE IL CAMBIO
Cambiare legalmente il nome del Pentagono da dipartimento per la difesa a dipartimento della
guerra costerebbe ai contribuenti americani 125 milioni di dollari.
E’ quanto emerge da un nuovo rapporto del Congressional Budget Office, citato dal New York Times.
Finora, il Congresso si è rifiutato di sostenere la causa promossa da Donald Trump e dal segretario alla difesa Pete Hegseth. L’organo legislativo dovrebbe infatti redigere e approvare una legge che renda il cambio di nome ufficiale e legalmente vincolante.
Il rapporto rileva che il Pentagono si è rifiutato di rispondere alle richieste del Congressional Budget Office in merito all’ammontare delle spese già sostenute e previste per il futuro per il cambio di nome.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’EXPORT VERSO GLI USA TRACOLLA, MA XI JINPING COMPENSA INONDANDO DI PRODOTTI IL MERCATO UE, LA “DIVERSIFICAZIONE” CINESE: PARTE DELLA PRODUZIONE DELLE FABBRICHE CINESI VIENE DIROTTATA NEL SUD-EST ASIATICO O IN AFRICA (ORMAI UNA SUCCURSALE DI PECHINO). DA LÌ ARRIVA AI CONSUMATORI AMERICANI
Aveva già superato lo scorso novembre il trilione di dollari. Ora Pechino certifica che è cresciuto ancora, stabilendo un nuovo record: la Cina ha concluso il 2025 con un surplus commerciale di 1.189 miliardi. Un aumento del 20% rispetto al 2024.
Ragione principale: le esportazioni, che restano il motore dell’economia cinese, nonostante i mesi di guerra commerciale combattuta con l’America di Donald Trump a colpi di dazi e contro-dazi.
L’export verso gli Usa continua a registrare il segno meno (diminuito del 20% nel 2025), ma a Pechino poco importa: ha compensato continuando a diversificare, spedendo ciò che produce sempre più verso altri mercati. Europa (+8,4%), blocco
Asean dei Paesi del Sud-Est asiatico (+13,4%), Africa (+25,8%).
Contrariamente alle aspettative, le esportazioni hanno registrato un significativo aumento il mese scorso: +6,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A determinare l’aumento del surplus commerciale cinese non c’è solo l’export che inonda i mercati esteri, ma anche la cronica debolezza delle importazioni del Paese, anche se a dicembre sono aumentate del 5,7%.
In una nemmeno troppo velata critica agli Stati Uniti, ieri Wang Jun, vicedirettore dell’Amministrazione generale delle dogane, ha affermato che le importazioni della Cina sono state limitate dai controlli sull’export imposti da altri Paesi «altrimenti, avremmo importato ancora di più»
Il massiccio afflusso di esportazioni e l’enorme surplus suscitano però preoccupazioni, in particolare nel Vecchio Continente. «L’aumento delle eccedenze commerciali cinesi potrebbe aumentare le tensioni con i partner, in particolare quelli che dipendono essi stessi dalle esportazioni manifatturiere», affermano gli esperti di Hsbc.
L’export è sempre stato il motore della crescita cinese, compensando negli ultimi anni una domanda interna fiacca e un mercato immobiliare che non vede la fine della crisi. Un surplus del genere sottolinea comunque lo squilibrio tra la forza manifatturiera della Cina e il consumo interno che rimane debole, anche nel 2026.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONTEMPORANEA PRESENZA DEL CONSOLE GENERALE D’ITALIA A MADRID E DELLA SUA COMPAGNA DIPLOMATICA NELLA STESSE SEDE STA TRAVOLGENDO LA FARNESINA: IN GIOCO LA CREDIBILITA’ DELL’INTERO SISTEMA DELLE ASSEGNAZIONI DIPLOMATICHE
Madrid, una delle sedi diplomatiche più importanti e strategiche d’Italia. È qui che si consuma
un caso che già da mesi fa discutere nei corridoi della Farnesina. Al centro della vicenda: Spartaco Caldararo, console generale dal 1 luglio 2024, e la sua compagna Simona Battiloro, nominata il 26 agosto 2024 vice dell’ambasciatore italiano.
Due incarichi chiave, a poche settimane di distanza, nello stesso organigramma. Una coincidenza che ha subito acceso l’allarme tra i colleghi: chi decide le destinazioni dei diplomatici può favorire se stesso e il partner? Nei corridoi ministeriali si parla già di un precedente pericoloso, che potrebbe minare la trasparenza e l’equità delle nomine future.
Dal cuore della Farnesina al vertice di Madrid
Il nodo centrale della vicenda è la sequenza temporale delle nomine. Fino a pochi mesi prima, Caldararo era a capo dell’Ufficio Movimenti Esteri (DGRI II), la struttura che decide le destinazioni dei diplomatici italiani nel mondo. Chi guida quell’ufficio stabilisce chi va a Parigi, chi a Tokyo, chi resta a Roma, chi parte per sedi ‘difficili’.
Oggi, lo stesso funzionario guida la rete consolare spagnola, mentre la compagna occupa una posizione di vertice nello stesso organigramma. Fonti interne parlano di malumori e di colleghi ‘scavalcati’, con anni di esperienza in sedi complesse o curriculum più robusti. “Chi gestisce le assegnazioni non dovrebbe incidere sulla propria destinazione né su quella del partner”, spiega un diplomatico. Il rischio di conflitto di interessi non è solo teorico: molti temono che la doppia nomina possa compromettere la credibilità della Farnesina nelle sedi estere più delicate.
Madrid non è una sede qualsiasi. È una capitale europea con un
numero altissimo di italiani residenti, un ruolo economico crescente e un budget significativo destinato ad attività culturali e rappresentanza istituzionale, promozione commerciale e rapporti con sponsor privati oltre a eventi ufficiali e relazioni con enti locali.
Secondo fonti ministeriali, il console generale gestisce direttamente una parte rilevante dei fondi, mentre la vice dell’ambasciatore interviene nella gestione della rete consolare in assenza dell’ambasciatore. Una convivenza ai vertici, con ruoli interconnessi e accesso parallelo a fondi pubblici, richiederebbe controlli rigorosi e trasparenza totale.
Economie interne: stipendi e indennità
Le cifre circolano nei corridoi della Farnesina e alimentano discussioni: gli stipendi combinati supererebbero 20.000 euro netti al mese. L’indennità abitativa si aggirerebbe intorno a 4.000 euro mensili. Ai rimborsi per eventi e attività culturali si aggiungono spese ufficiali gestite direttamente dalla sede. Il problema, secondo diversi funzionari, non è il compenso in sé, ma la condivisione del controllo sulle risorse pubbliche da parte di due conviventi nella stessa catena di comando.
Cosa dicono le norme
Il DPR 18/1967 stabilisce che conviventi o familiari non dovrebbero operare nella stessa catena di comando, per evitare interferenze, pressioni e conflitti di interesse. Nel caso di Madrid, la doppia nomina ricade esattamente in quella struttura gerarchica.
Fonti interne sottolineano che non è stata resa pubblica alcuna valutazione sulla situazione, né sono stati chiariti i criteri adottati. Questo alimenta sospetti. “Non è solo un caso personale”, spiegano fonti ministeriali. “Riguarda il futuro delle assegnazioni. Se una cosa del genere passa senza regole chiare, domani potremmo ritrovarci altre coppie in sedi strategiche senza trasparenza”.
Malumori interni e il rischio di precedenti
Nei corridoi della Farnesina cresce il timore che la vicenda diventi un pericoloso precedente. Londra, Parigi, New York o Bruxelles: tutte sedi in cui la gestione del personale e dei fondi pubblici è ancora più delicata. Funzionari con anni di esperienza avvertono che, se la situazione non verrà chiarita, altre coppie potrebbero seguire lo stesso modello, occupando posizioni decisive senza criteri trasparenti. “È un problema istituzionale”, spiega un diplomatico. “La credibilità del ministero e la fiducia dei colleghi sono a rischio”. Finora alla Farnesina nessuna indagine, nessuna contestazione formale. Ma la tensione tra i corridoi è palpabile.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PATRIOTI DISERTORI: IL DISIMPEGNO ITALIANO DALL’ARTICO, SULL’ONDA DI QUELLO IN UCRAINA
Per Giorgia Meloni, che ha scommesso da sempre sulla convinzione che in Groenlandia Donald Trump non andrà mai fino in fondo – fino a rompere l’architettura della Nato – è un dilemma non indifferente.
I soldati francesi, tedeschi, norvegesi e svedesi inviati sull’isola dei ghiacci a segnare una linea rossa che gli Stati Uniti non potranno oltrepassare, pongono l’Italia nella difficile posizione di dover decidere.
La risposta, da quanto è stato possibile ricostruire, è no: il governo Meloni non ha intenzione di integrare con militari italiani il contingente europeo presente in Groenlandia, territorio autonomo che è parte della Danimarca.
Per il momento è così, e la presidente del Consiglio ne spiegherà i motivi da Tokyo dove è atterrata oggi, giorno del suo quarantanovesimo compleanno. Domani incontrerà la premier Sanae Takaichi a Kantei, residenza ufficiale del capo del governo, per un bilaterale che è stato preparato per consolidare e far salire di grado il partnerariato strategico tra Giappone e Italia.
L’esercitazione “Arctic Endurance” è la prima risposta dell’Europa agli atteggiamenti da bullo di Trump: un’operazione aperta ad altri potenziali contributi degli Stati membri. Meloni, come continuamente le sta accadendo da un anno – da quando cioè Trump è tornato alla Casa Bianca – dovrà decidere come esporsi.
E individuare il punto che la fa rimanere in perfetto equilibrio tra Bruxelles e Washington. Come è successo per la missione internazionale in Ucraina da cui Meloni si è sfilata, conterà anche il peso della variabile leghista: il partito di Matteo Salvini è sempre più riluttante a impegnarsi militarmente all’estero. Un duello a destra che la premier vuole evitare di far esplodere nell’anno che porterà alle elezioni.
(da La Stampa)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
BILANCIO DI PREVISIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO LIEVITA DI 32MILA EURO L’ESBORSO PER TENDAGGI E PULIZIE STRAORDINARIE
Il governo di Giorgia Meloni migliora un altro record: quello delle spese per gli uffici dei
consulenti a palazzo Chigi. Nel 2026, secondo il bilancio di previsione, i costi per gli uffici di diretta collaborazione (la schiera di consulenti ed esperti, assunti su base fiduciaria da premier, vicepremier e ministri senza portafoglio) viene sfondato il tetto dei 23 milioni di euro.
Un aumento di 390mila euro rispetto ai 22,6 milioni di euro dello scorso anno destinati agli uffici dei fedelissimi legati al mandato governativo.
Il raffronto con il primo anno di legislatura è ancora più emblematico: la presidenza del Consiglio, sotto la guida di Meloni, aveva messo in conto un esborso di 20,9 milioni di euro
appena si era insediata, peraltro scaricando le responsabilità sui predecessori, un grande classico della propaganda meloniana. «Le previsioni sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture del governo Draghi», si leggeva in quella nota.
Dal 2023 al 2026 palazzo Chigi, a trazione Fratelli d’Italia, si è spinto oltre le colonne d’Ercole: la cifra è cresciuta di poco più di 2 milioni di euro. La spending review non si applica sulle consulenze. Altrettanto lampante è il rapporto con gli esecutivi della precedente legislatura. Proprio in merito a Mario Draghi: con 18,8 milioni di euro, il suo esecutivo aveva messo in programma una spesa di circa 4,2 milioni in meno rispetto a Meloni.
L’incremento di costi in confronto al secondo governo di Giuseppe Conte si aggira sui 6,5 milioni di euro, mentre rispetto alla compagine gialloverde la distanza è di 6,2 milioni di euro. Insomma, l’attenzione ai collaboratori della destra è davvero da record. Nel lungo periodo si nota ancora di più.
In dieci anni i costi per gli staff sono esplosi: i 23 milioni di euro stanziati per il 2026 sono quasi il doppio rispetto al governo presieduto da Matteo Renzi, che era arrivato a spendere 12 milioni di euro. Paolo Gentiloni, invece, aveva previsto una spesa complessiva di 15,9 milioni di euro.
Tagli spaziali
Nel bilancio di previsione, che vale in totale 5,7 miliardi di euro, c’è un diluvio di altri capitoli dedicato alle uscite. Come anticipato dal Fatto quotidiano, ci sono altre voci che saltano all’occhio: lo stanziamento per il noleggio di veicoli (tra cui le
cosiddette auto blu) resta di 100mila euro così come per lo scorso anno, mentre lievita di 32mila euro l’esborso per tendaggi e pulizie straordinarie.
Ci sono organismi che devono rinunciare a cospicui trasferimenti di risorse. Prosegue così la sforbiciata alle politiche aerospaziali, già “colpite” dai tagli dello scorso anno: la riduzione dei finanziamenti, come riporta la nota, «all’Agenzia spaziale italiana (Asi), all’Agenzia spaziale europea, al Fondo complementare Pnrr – Sviluppo delle tecnologie satellitari nonché alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis» ammonta a 29,8 milioni di euro.
Anche il Dipartimento per la disabilità subisce una riduzione dei fondi di oltre 30 milioni di euro, ma la somma più sostanziosa – oltre 28 milioni di euro – riguarda la spesa per la formazione prevista per il 2025. In due anni la riduzione è stata in totale di 400 milioni di euro, andando in controtendenza rispetto alle necessità.
Diminuiscono di 14,7 milioni di euro i finanziamenti anche per il sottosegretario all’Innovazione, il meloniano Alessio Butti. A pesare, tuttavia, è la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza che per l’anno scorso ha garantito fondi per 14,3 milioni di euro
Di sicuro perde 2,4 milioni di euro per l’innovazione tecnologica e digitale, pareggiato in parte dal finanziamento di 2 milioni di euro elargiti per la celebrazione del bicentenario della morte di Alessandro Volta, che è stata affidata al Dipartimento di Butti.
La scure si è abbattuta in parte sulle politiche per gli affari regionali di Roberto Calderoli, che devono rinunciare a poco meno di 2 milioni di euro. Soprattutto diminuiscono di 1,6 milioni di euro gli investimenti per la compensazione degli svantaggi dell’insularità
Nella partita di giro delle deleghe, 2,6 milioni delle politiche per la Coesione vengono trasferiti alle politiche per il Sud, affidate all’ex segretario della Cisl, Luigi Sbarra. A brindare è invece il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che vedrà aumentare di 47 milioni di euro la dotazione a disposizione, in virtù dei 50 milioni di euro destinati al Fondo per la realizzazione dell’Olimpiade invernale di Milano-Cortina.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
EFFICIENZA SOVRANISTA: IL 60ENNE HA RICEVUTO LE PRIME ATTENZIONI DOPO TRE ORE, CON L’INSERIMENTO DI UN CATETERE, E SOLO DOPO CINQUE ORE L’ECOGRAFIA … LA MOGLIE DELL’UOMO: “NON SONO ARRABIATA SOLO PER LUI MA ANCHE PER TUTTE LE PERSONE CHE STAVANO ASPETTANDO LÌ, QUALCUNO ANCHE DAL GIORNO PRIMA. C’È POCO PERSONALE E CHI LAVORA LO FA CORRENDO”
Costretto ad attendere oltre otto ore per una barella in pronto soccorso, nonostante un grave tumore che gli causa un dolore che gli impedisce di stare seduto a lungo. È quanto accaduto a Franco, un 60enne residente a Senigallia (Ancona), che lunedì scorso, dopo ore di attesa nel pronto soccorso della città marchigiana, è stato costretto a stendersi a terra nell’attesa di una barella su cui sdraiarsi.
Ad accompagnarlo in ospedale la moglie, Cecilia, 56 anni, che ha preferito andare autonomamente in pronto soccorso, senza fare ricorso all’ambulanza. “Franco soffre di un grave tumore e io non sono arrabbiata solo per lui, – ha detto all’ANSA la donna – Ma anche per tutte le persone che stavano aspettando lì, qualcuno anche dal giorno prima. C’è poco personale chi lavora lo fa correndo. I dirigenti dovrebbero fare qualcosa per evitare tutto ciò”.
Secondo il racconto della moglie del paziente, dopo l’accettazione avvenuta alle 8.20 in pronto soccorso, nonostante la grave cartella clinica presentata, Franco ha ricevuto le prime attenzioni dopo tre ore, con l’inserimento di un catetere, e solo dopo cinque ore l’ecografia. Costretto a stare seduto su una sedia e a sdraiarsi in terra su una coperta recuperata dalla moglie, con la flebo applicata, in attesa di una barella, consegnata da un’infermiera intorno alle 16.
Il caso è stato portato all’attenzione da Paolo Battisti, ex consigliere comunale di Senigallia dal 2010 al 2015 e capolista del Movimento 5 stelle per le elezioni comunali che si svolgeranno in primavera: “il personale dell’ospedale di Senigallia fa un grande lavoro – sottolinea Battisti – ma è sotto organico, mancano le Tac necessarie e deve essere ancora ù
indetto un concorso per il primario del Pronto soccorso”.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTE LE TAPPE DELLA VICENDA, DALLA VISITA DI GHIGLIA NELLA SEDE DI FDI, FINO ALLE DIMISSIONI DEL SEGRETARIO GENERALE DEL GARANTE, ANGELO FANIZZA
Le perquisizioni di oggi, con la notizia dell’indagine avviata del collegio del Garante della
Privacy, sono l’ultimo sviluppo di uno scontro tra Report e l’Autorità che ha accesso il dibattito negli ultimi mesi.
La miccia si è accesa il 23 ottobre scorso con la notifica di una sanzione di 150 mila euro alla Rai per la diffusione da parte di Report dell’audio tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, in merito alla vicenda con protagonista l’ex ministro e Maria Rosaria Boccia.
“Qualcuno sta armando il Garante della Privacy per punire Report e dare un segnale esemplare a altre trasmissioni”, ha attaccato il conduttore Sigfrido Ranucci, in collegamento con una conferenza stampa organizzata al Parlamento europeo di Strasburgo.
Da lì il livello dello scontro si è alzato. Report ha trasmesso immagini che immortalavano il membro dell’Autorità Garante per la privacy Agostino Ghiglia, indicato da Fratelli d’Italia, nella sede del partito il giorno prima della sanzione inflitta al programma di Rai 3. La trasmissione ha ipotizzato, in sostanza, che potesse aver preso ordini, ma lui ha negato, sostenendo di essersi recato lì per altre ragioni.
Poi Report ha rincarato la dose, sostenendo che nell’ottobre del 2024 “l’ex ministro Sangiuliano ha inoltrato per messaggio ad Agostino Ghiglia i ricorsi presentati da lui e dalla moglie sulla vicenda Boccia.
Ghiglia ha coinvolto d’urgenza un componente della sua segreteria, Cristiana Luciani, moglie di Luca Sbardella, deputato di FdI in commissione di Vigilanza Rai. I due reclami sono stati inseriti tra le attività urgenti da trattare”.
Ghiglia ha ammesso di aver ricevuto il messaggio da Sangiuliano, ma ha negato di aver esercitato pressioni. Quindi ha diffidato il programma dal mandare in onda il servizio e accusato la trasmissione di aver violato la sua corrispondenza.
Report non si è fermata e, in una puntata successiva, ha denunciato che nel 2021, in piena pandemia da Covid, il componente dell’Autorità contattò Giorgia Meloni per avvisarla dell’avvertimento all’esecutivo, allora guidato da Mario Draghi, sull’uso del green pass.
Poi sono arrivati i presunti conflitti di interesse dei componenti dell’Autorità, compreso il presidente Pasquale Stanzione, in particolare per i rapporti con la famiglia Sica dei legali di Sangiuliano, ma anche con la Link Campus University, coinvolta in un ricorso “per il quale votò per il semplice ammonimento: è
la prova – ha accusato Ranucci – che la mano del Garante è ‘dual use’, di piuma con gli amici, di piombo con i nemici degli amici e anche dei partiti di riferimento”.
Poi ancora il caso della sanzione meramente formale, nonostante le irregolarità riscontrate nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati, irrogata alla Ita Airways, nella quale il responsabile della protezione dei dati era un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza, altro componente del Collegio ora indagato, del quale tutt’ora risulta partner la moglie di quest’ultimo.
Nel mirino della trasmissione anche i costi dell’Autorità, gli stipendi, i viaggi in business, le spese, i rimborsi “anche per le spese fitness e lavanderia”. E il caso del sito sessista Phica.net: nonostante le segnalazioni di 17 donne, “il Garante – ha rilevato Ranucci – ha ritardato nel capire che si trattava di un sito sessista: non sono mai intervenuti né per bloccare né per segnalare il sito”. Spazio poi alla vicenda delle irregolarità riscontrate sugli smart glasses di Meta e all’incontro tra Ghiglia e il responsabile istituzionale di Meta in Italia.
“Una multa ipotizzata dagli stessi dipartimenti tecnici che era di 44 milioni – ha spiegato Ranucci -, diventò di 12,5 milioni, poi di 1 milione cadendo pure in prescrizione”. Ghiglia parlò ancora una volta di mistificazioni. Dopo il rifiuto di lasciare l’incarico da parte dei componenti del collegio a seguito delle richieste di dimissioni arrivate da più parti all’indomani dell’inchiesta di Report, a fare un passo indietro è stato poi, quasi due mesi fa, la figura al vertice della macchina amministrativa dell’Autorità, il segretario generale Angelo Fanizza.
E la motivazione risiedeva proprio in un tentativo di violazione della privacy, evidentemente finalizzata alla ricerca della talpa che permesso la diffusione delle informazioni e della corrispondenza interna. La prova in un documento riservato in cui Fanizza chiedeva al dirigente del dipartimento informatico di provvedere urgentemente all’estrazione della posta elettronica dei dipendenti.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
GIAN ANTONIO STELLA: “L’EX IENA, DECISA A DIMOSTRARE COME FUNZIONA LA FAMIGERATA ‘LEGGE MANCIA’ SICULA, COSÌ CHIAMATA PERCHÉ OGNI ANNO DISTRIBUISCE UN MUCCHIO DI SOLDI PER CONTO DEI DEPUTATI ISOLANI, HA SCELTO CON CURA LE PAROLE PIÙ BUROCRATICHE POSSIBILI PER RIUSCIRE A FAR ASSEGNARE SOLDI A MUNICIPI CHE ‘RISULTANO DOTATI DI “AMBITI DI COORDINAMENTO TERRITORIALE INTERSETTORIALE’. MA È SOLO UNA FAKE”
La «legge mancia» siciliana entrata nella leggenda per le decine di milioni di euro gettate a coriandoli sulla plebe clientelare, ha centrato un nuovo traguardo: lo stanziamento in Gazzetta Ufficiale di «1.000 migliaia di euro» (un milione, ma scritto così fa più effetto) a Comuni inesistenti. Che vuol dire inesistenti? Che non ci sono.
Certo, Ismaele La Vardera, l’ex incursore delle Iene oggi deputato all’Ars (nonostante anni fa avesse beffato Meloni, Salvini e Giorgetti facendosi da loro candidare a sindaco di Palermo per fare un film farsa sulla politica) non poteva infilare nella legge finanziaria il paese dei Panotii o Lilliput.
Ma deciso a dimostrare che la famigerata «legge mancia» sicula, così chiamata perché ogni anno distribuisce un mucchio di soldi per conto dei deputati isolani, ha scelto con cura le parole più burocratiche possibili (nella certezza che nessuno dei burocrati
avrebbe controllato) perché fossero assegnati, come spiega «l’Art. 56, comma 8, “Contributi agli enti locali” della “Legge di stabilità regionale per il triennio 2026-2028”» a favore dei municipi che «risultano dotati di “ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”, istituiti nell’ambito dei piani comunali di assetto organizzativo».
Con la specifica che «le risorse sono ripartite per il 40% in parti uguali e per il 60% in proporzione all’estensione territoriale degli ambiti riconosciuti ai sensi del presente comma».
Cioè? Ricerca su Google: «Ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale». Risposta: Nessun risultato. Solo una fake.
Ma valeva bene di prendere per i fondelli, di questi tempi, una cosa seria come la finanziaria siciliana?
Sì, risponde Ismaele La Vardera, questa sera ospite a Piazzapulita di Corrado Formigli: «Dopo aver visto l’ennesimo tradimento della promessa di chiudere con le “leggi mancia” l’unica risposta era una “supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra”. Adesso è chiaro che i soldi vengono distribuiti senza controllo». E meno male che Renato Schifani l’anno scorso aveva detto che d’ora in poi la finanziaria sarebbe stata improntata a «principi di eguaglianza, imparzialità e continenza»
Gian Antonio Stella
per il “Corriere della Sera”
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