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LE DUE LEGHE INDECISE A TUTTO: IL PARTITO DI LOTTA E DI GOVERNO SI SONO FRONTEGGIATI A PONTIDA

Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile

MA TRA LE RICHIESTE DI SECESSIONE DELLA PIAZZA E GLI INTERESSI DI GOVERNO DEI LEADER E’ DIFFICILE TROVARE UNA SINTESI

A Pontida, ieri, si sono affrontate e specchiate le due Leghe che coabitano sotto lo stesso tetto. Dentro lo stesso partito. Spesso, dentro le stesse persone.
Se ne è avuta una rappresentazione esplicita, quasi teatrale, osservando la scena della manifestazione.
Da una parte, la Lega di lotta e di protesta. I militanti ammassati sul prato. A gridare, senza sosta: “Secessione! Secessione!”.
Dall’altra, sul palco, la “Lega di governo”.
I leader. Chiamati, a uno a uno, per nome e cognome. E “per carica”.
Ministri, viceministri, presidenti di Regione e dei gruppi parlamentari. Da ultimo, il Primo. Il Capo. Umberto Bossi.
L’icona che tiene unite le due Leghe.
Movimento e istituzione insieme, per usare le categorie weberiane rilette da Francesco Alberoni. Il “movimento rivoluzionario” indipendentista e il “partito normale”, istituzionalizzato. Sempre più difficili da riassumere. Soprattutto oggi.
Ne ha risentito anche la comunicazione del Capo. Normalmente semplice, fino all’eccesso. Ma chiara e netta. Stavolta meno del solito.
Ha espresso i contenuti cauti, della Lega di governo con il linguaggio esplicito della Lega di lotta. Alla congiunzione fra le due Leghe, l’idea del Sindacato del Nord. Che tutela gli interessi “padani”.
Da ciò l’attenzione, ampia e appassionata, dedicata da Bossi agli allevatori e alla loro lotta. Ma anche ai contadini. Testimoni della “terra”, il mito che ispira la Lega e la sua fede padana.
Da ciò anche la minaccia, più che l’invito, al governo e a “Giulio” (Tremonti). Affinchè abbassino le tasse che colpiscono soprattutto i “ceti produttivi” del popolo padano. Artigiani, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori.
Anche la polemica di Bossi, rilanciata da Maroni, contro l’intervento armato in Libia, viene tradotta in questa chiave.
Più delle ragioni umanitarie preoccupano le ragioni della sicurezza. Del Nord. Minacciato dall’invasione dei poveri cristi in fuga dai bombardamenti.
La Lega di lotta e di governo, tuttavia, faticano a stare insieme, a Pontida. Qualche volta stridono.
Ai militanti di Pontida che gridavano “Secessione! Secessione!”, Bossi ha risposto promettendo – più modestamente – di decentrare alcuni ministeri nel Nord. Più precisamente: a Monza.
I dicasteri guidati da lui stesso e Calderoli, intanto. Invitando Maroni e lo stesso Tremonti ad aggregarsi.
D’altronde, ha aggiunto, il ministero dell’Economia deve stare dove si produce. Non a Roma. Spostare i ministeri a Monza serve, infatti, a marcare il distacco dallo Stato Centrale. E a valorizzare, per contro, la Capitale del Nord. Che gravita intorno a Milano.
D’altronde, dopo le elezioni amministrative, la Padania ha perduto la capitale. E la Lega è stata spinta ulteriormente in provincia.
Anche gli avvertimenti a Berlusconi – fischiato dai militanti ogni volta che ne veniva pronunciato il nome – rispondono al sentimento della “Lega di opposizione”. Berlusconi – ha detto e ripetuto Bossi – non sarà  necessariamente il candidato premier. D’altronde, i militanti, esibendo striscioni da stadio, inneggiavano a “Maroni premier”.
Il messaggio è chiaro. Berlusconi, verrà  sostenuto dalla Lega solo se rispetterà  gli interessi e le rivendicazioni del Sindacato del Nord.
Pensieri, parole – e parolacce – a cui, tuttavia, difficilmente seguiranno i fatti.
Perchè queste rivendicazioni del Sindacato del Nord, per quanto “moderate”, appaiono poco praticabili.
Proporre di decentrare alcuni ministeri a Nord è ben diverso che minacciare la secessione.
Ma si tratta, comunque, di un progetto difficile da realizzare. Significherebbe svuotare l’idea – e la realtà  – di “Roma Capitale”. Divenuta tale con un decreto votato dalla stessa Lega.
Lo stesso discorso vale per la riforma fiscale e le altre iniziative volte ad alleggerire – o almeno controllare – il debito pubblico.
Difficile immaginare che possano avvenire a spese, prevalentemente, dei ceti sociali e delle aree del Mezzogiorno. Roma Capitale e la Regione Lazio sono governate dal Pdl.
Il Centrosud garantisce il bacino elettorale maggiore del Pdl.
La Lega dovrebbe, a questo fine, rompere con Berlusconi e il suo partito, come nella seconda metà  degli anni Novanta. Dovrebbe ascoltare il popolo di Pontida che grida: “Secessione! Secessione!”. Impensabile.
Perchè incombe ancora la sindrome del ’99. Quando la Lega secessionista, da sola, si ridusse a poco più del 3%. Abbandonata dai “forzaleghisti”, come li definì Edmondo Berselli.
Gli elettori che votano ora Lega ora Forza Italia (e ora Pdl) su basi tattiche.
Per questo Bossi lancia parole di lotta, ma poi usa argomenti di governo. Sorretti da ragioni ragionevoli.
Guardate che non basta schiacciare un bottone per cambiare, ripete il Capo. Guardate che non possiamo fare cadere il governo e non possiamo neppure andare al voto. Oggi. Non conviene. Il “ciclo storico (ha detto proprio così) è cambiato. Ci è sfavorevole. Vincerebbe la Sinistra”.
Ma poi, aggiungiamo noi, non sarebbe facile neppure a Bossi convincere il suo partito ad abbandonare il governo – e il sottogoverno. Per ragioni interne.
Costringere alle dimissioni i suoi ministri e i suoi viceministri.
E tutti i suoi uomini inseriti nelle istituzioni, nei centri di potere economico, finanziario, pubblico e radiotelevisivo.
Sarebbe difficile perfino a lui, il Capo. Anche proclamare la secessione. Da Roma. Non solo perchè la stragrande maggioranza degli elettori del Nord, compresi i suoi, non la accetterebbe.
Ma perchè la rottura della maggioranza a livello nazionale avrebbe rilevanti conseguenze locali. Visto che la Lega, nel Nord, governa in due Regioni, molte province e centinaia di comuni. Insieme al Pdl.
Difficile, infine, pensare che una Lega di governo, cresciuta tanto e tanto in fretta nel Nord, non sia attraversata da divisioni interne.
Come avviene in tutti i partiti “normali”. Che la proposta dei ministeri a Monza non abbia suscitato disagio nel Nordest e soprattutto in Veneto.
Che le ovazioni a “Maroni premier” non abbiano messo di cattivo umore Calderoli. E magari anche qualcun altro.
Per questo le parole di Bossi e il rito di Pontida non hanno offerto indicazioni chiare sul futuro.
La Lega di opposizione vorrebbe correre da sola. Contro tutti.
La Lega di governo non ci pensa proprio. Il Sindacato del Nord pone alla maggioranza condizioni che il Pdl non può accettare.
Nessuno è abbastanza forte per imporsi. Nè per rompere.
Così il governo – e il Paese – sono destinati a navigare a vista.
Finchè ci riusciranno.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)

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LA PATACCA DI MARONI: IN CONTRASTO CON L’UE LE NUOVE DECISIONI DEL GOVERNO ITALIANO

Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile

SI ACCENTUA IL CARATTERE PUNITIVO E CARCERARIO…I RESPINGIMENTI SONO VIETATI DA ZONE DI GUERRA….”SEMBRA PIU’ UN EFFETTO ANNUNCIO CHE NON CAMBIA LA SOSTANZA”….CI SONO NORME EUROPEE CHE L’ITALIA AVREBBE DOVUTO RECEPIRE ENTRO IL 24 DICEMBRE 2010      

In contrasto con ogni direttiva europea in materia di immigrazione, il governo ha ripristinato, tra l’altro, la procedura di espulsione coattiva immediata per tutti gli extracomunitari clandestini, prolungando inoltre il periodo di permanenza nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) fino a 18 mesi, accentuando ancor di più l’aspetto punitivo e carcerario del provvedimento.
Maroni aveva scelto questa strada per lanciare un messaggio alla base leghista, alla vigilia dell’appuntamento di Pontida. Ormai si muovono così, alla rinfusa, elargendo proclami ad uso interno.
Il   provvedimento prevede inoltre di coinvolgere i giudici di pace, neanche fossero questioni di condominio, nel trattamento delle controversie legate all’immigrazione, sottraendole ai giudici togati.
“Mi sembra un effetto-annuncio che non cambia la situazione nella sostanza”, ha commentato il direttore del Consiglio Italiano Rifugiati 1 (Cir), Christopher Hein.
Per quanto riguarda le espulsioni coattive dei cittadini comunitari che commettono violazioni, dice Hein “ci sono regole comunitarie su questo, e il rimpatrio è previsto solo in caso di reati di una certa gravità  con condanna definitiva passata in giudicato. L’espulsione immediata non è nuova di per sè, è già  possibile quando ci sono le condizioni di legge. Ma spesso non si può fare perchè le persone non hanno il documento di viaggio. Dunque – ha aggiunto Hein –   prima occorre che ci sia il riconoscimento dai rispettivi consolati”.
Il direttore del Cir ha poi fatto alcune considerazioni sulla decisione di prolungare la permanenza nei Cie fino a 18 mesi.
“Con il pacchetto sicurezza – ha detto – l’Italia aveva già  aumentato questo periodo da due a sei mesi. E dalle statistiche dello stesso Viminale sappiamo che in pochissimi casi chi non può essere espulso in due mesi lo potrà  in sei. Ora portarlo a 18 mesi è solo una punizione che non ha nulla a che vedere con una vera politica di rimpatri – ha affermato Hein –   non cambia l’effettività  dell’allontanamento della persona dal territorio. E’ quindi solo un atto punitivo, viste le condizioni in cui versano questi centri”.
Hein ha anche sottolineato che la direttiva dell’Unione Europea sul ritorno – entrata in vigore dal 1° gennaio 2011 e che l’Italia avrebbe dovuto recepire entro 24 dicembre 2010, ma non è ancora legge nel nostro Paese – in casi estremi già  ammette il trattenimento fino a 18 mesi, ma ci deve essere sempre una verifica che il prolungamento della permanenza nei centri dia un’effettiva possibilità  di eseguire l’espulsione, non può in ogni caso essere una misura di detenzione o di punizione. Anche la Germania prevede la permanenza fino a 18 mesi, ma sono pochissimi i casi effettivi”.
Ma il Consiglio Italiano per i Rifugiati si è espresso anche rispetto al rischio che in Italia venga introdotta una politica indiscriminata di respingimenti verso un paese in guerra.
“Le prospettive di realizzare un blocco navale dalla Libia per impedire la partenza dei profughi e di riportare i profughi da dove sono partiti, ovvero da un’area in guerra, è semplicemente inaccettabile” – ha aggiunto ancora Christopher Hein – “Si violano le più essenziali leggi internazionali e nazionali che si basano tutte su un unico fondamentale principio: non possono essere respinte persone verso aree in cui la loro vita è messa in pericolo”.
Il Cir ricorda inoltre che in nessun modo possono essere realizzati respingimenti di massa.
Deve sempre essere verificata la condizione individuale delle persone e data la protezione a quanti chiedono asilo.
Dobbiamo ricordare che molte delle persone arrivate in questi mesi dalla Libia sono rifugiati che fuggono dalle persecuzioni e dalle violenze dell’Eritrea, Etiopia, Somalia, Costa d’Avorio”.
Il Cir chiede dunque che non vengano introdotte in alcun modo misure di respingimenti di massa, che vengano rispettate scrupolosamente le norme vigenti e realizzate operazioni efficaci e tempestive di soccorso in mare.

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BLUFF PONTIDA: IL SOLITO BOSSI ALZA (SI FA PER DIRE) LA VOCE, MA POI, INVECE DEI FUCILI, IMPUGNA LA PISTOLA AD ACQUA

Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile

LA LEGA GOVERNA DA OTTO ANNI SU DIECI E SE LA PRENDE SEMPRE CON GLI ALTRI: STAVOLTA TOCCA AL PREMIER, AD EQUITALIA, A CHI NON SA CALCOLARE LE QUOTE LATTE, ALLE BOLLETTE DELL’ENEL, A TREMONTI… BOSSI SI DIMENTICA PERSINO DOVE ABITA A ROMA ED E’ FREDDO CON MARONI CHE GLI VOLEVA RUBARE LA SCENA…SE LA LEGA PERDE LE POLTRONE ROMANE SI SFASCIA: TROPPI GLI INTERESSI DI POTERE DEI CAPIMANDAMENTO LOCALI

La leadership di Silvio Berlusconi, così come il sostegno alle politiche di Giulio Tremonti, non sono scontati e qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi se il premier e il ministro dell’Economia non verranno incontro alle richieste della Lega, soprattutto in materia fiscale.
Per il momento però l’ipotesi di una rottura dell’asse Carroccio-Pdl e di conseguenti elezioni anticipate non è all’ordine del giorno perchè   votare oggi significherebbe far vincere la sinistra.
Ma “la leadership di Berlusconi potrebbe finire con le prossime elezioni”.
E’ questo in estrema sintesi il messaggio che l’intervento di Umberto Bossi dal palco di Pontida recapita a Roma.
Davanti a una folla di 20.000 persone che ha più volte interrotto il discorso del leader scandendo l’urlo “secessione-secessione”, Bossi ha parlato per circa tre quarti d’ora.
Più una sequenza di battute che un vero e proprio discorso.
Un comizio tutto sommato deludente per chi dal tradizionale raduno si aspettava una svolta dopo le “sberle ” prese dal Carroccio in occasione di elezioni amministrative e referendum e indicazioni chiare per il futuro del “movimento verde”.
Il primo punto toccato da Bossi sono state le tasse. Ricordando che “la pressione fiscale ha superato ogni limite”,
Il Senatur ha invitato Berlusconi e Tremonti a percorrere tutte le strade possibili per reperire nuove risorse, a cominciare dalla riduzione dei costi della politica (parlano proprio loro che hanno sputtanato 300 milioni per far svolgere i referendum staccati dalle amministrative n.d.r.) e dallo stop alle missioni di pace.
Innanzitutto quella in Libia che “ci è costata un miliardo di euro”.
Poi va cambiato il patto di stabilità .
“Giulio – ha avvisato Bossi – lascia stare i Comuni. Bisogna riscrivere il patto di stabilità . Caro Giulio se vuoi ancora i voti della Lega in Parlamento per i tuoi provvedimenti ricorda che non puoi toccare i Comuni, gli artigiani, le piccole e medie imprese altrimenti metti in ginocchio il Nord”.
Mosse, quelle sul fisco, dalle quali dipende il futuro sostegno del Carroccio al premier.
“Caro Berlusconi – ha spiegato – la tua premiership è in discussione dalle prossime elezioni se non saranno effettuate una serie di cose” (quindi per ora può andare avanti)
Precisando poi che “non c’è nulla di scontato” e “sulla leadership di Berlusconi può darsi che la Lega dica stop”.
L’apertura di una crisi di governo su iniziativa leghista non sembra però all’ordine del giorno perchè, ha avvertito Bossi, “non ci prenderemo la responsabilità  di far andare in malora il paese” in quanto se si andasse alle elezioni subito “questo sarebbe un momento favorevole alla sinistra”.
Al centro del comizio del Senatur anche la rivendicazione del trasferimento dei dicasteri da Roma al Nord.
“Berlusconi aveva già  firmato il documento poi si è cagato sotto” (ha parlato il capitano coraggioso)”, ha affermato Bossi spiegando di aver siglato insieme a Roberto Calderoli “due decreti ministeriali” per il trasferimento in Lombardia:
“Il mio Ministero e quello di Calderoli – ha detto – verranno in Lombardia a Monza, dove il sindaco ci ha messo a disposizione una sede” presso la Villa Reale. “Ci ha già  consegnato la targa del Ministero per Villa Reale”, ha precisato.
Roba da avanspettacolo.
Sul palco di Pontida c’è stato spazio anche per due brevi interventi di Calderoli e Maroni.
Quest’ultimo in particolare è stato acclamato dalla folla che sin dal mattino esponeva striscioni inneggianti a una sua nomina a Palazzo Chigi.
“Il Capo già  ha detto tutto, ha detto cose molto chiare e molto forti: chi ha orecchie per intendere, a Roma, ha già  inteso”, ha sentenziato.
Parlando poi della crisi in Libia, Maroni ha sostenuto che “i missili non sono intelligenti, per fermare i profughi c’è solo un modo fermare la guerra” (insomma, sparagli per ora rimane solo la seconda opzione n.d.r.)
“Abbiamo contro la Nato – ha aggiunto – che ha detto che non può fare un blocco navale per i clandestini in uscita, abbiamo contro l’Europa che non ci aiuta e la magistratura che è a favore dei clandestini”.
Quello che Maroni finge di dimenticare è che esisitono le leggi delle società  civile che impediscono l’approvazione di norme discriminatorie e razziste e a cui lui non si è uniformato.
Un intervento invece, quello di Bossi, senza un concetto espresso in modo lineare, ora contro Equitalia e un governo (il suo) che ha fatto peggio della sinistra disturbando troppo gli evasori fiscali, ora federalista e ora secessionista, ora   critico sulle ganasce fiscali alle auto e ora difensore dei delinquenti delle quote latte.
Un discorso dove pone 12 condizioni a Berlusconi per andare avanti che solo un ricattato potrebbe accettare perchè altrimenti basterebbe rispondere a Bossi: “Hai perso le elezioni quanto noi; vuoi andare da solo? Quella è la porta e poi vediamo quanti poarlamentari resterebbero col culo per terra”.
Una farsa a Pontida, l’ennesima celebrata nel “vecchio teatrino della politica”   in cui Silvio è maestro.

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LA LISTA DELLA SPESA CHE LA LEGA VUOLE PRESENTARE ALLA CASSA DI SILVIOMARKET

Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile

LE 12 RICHIESTE MESSE NELLO SCADENZIARIO DA “BARCOLLO MA NON MOLLO” (LA POLTRONA)…ENTRO 180 GIORNI IL PRODOTTO VA CONSUMATO: MA IL TEMPO PER LA LEGA E’ SCADUTO E LA SUA MERCE ORMAI AVARIATA

Al termine del comizio di Umberto Bossi, sul prato di Pontida è stato distribuito un volantino con le 12 richieste che il Carroccio chiede al governo di realizzare nei prossimi 180 giorni.
Entro due settimane, secondo la Lega, il consiglio dei ministri deve approvare la riforma costituzionale che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari e il senato federale (con relativo suicidio di molti deputati leghisti).
L’approvazione definitiva di questa riforma dovrà  avvenire da parte del Parlamento entro 15 mesi.
La Lega chiede inoltre l’approvazione da parte del consiglio dei ministri del decreto legge sulle missioni militari con riduzione dei contingenti impegnati all’estero.
Entro 30 giorni, invece, per il Carroccio devono essere approvati altri sei punti: l’attivazione delle procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste; approvazione delle misure per la riduzione delle bollette energetiche; riforma del patto di stabilità  interno per i Comuni e per le Province; taglio dei costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale; prime norme per l’abolizione delle ganasce fiscali e delle misure «vessatorie» di Equitalia.
La Lega chiede inoltre che entro 60 giorni venga approvata la metodologia per la definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato.
Entro l’estate del 2011 il Carroccio chiede di approvare la proposta di legge di riforma fiscale e l’approvazione definitiva in Parlamento entro la fine dell’anno. La soluzione definitiva del problema delle quote latte dovrà  essere definita entro l’autunno del 2011, mentre entro il dicembre di quest’anno dovrà  essere definito il codice delle autonomie.

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LEGA, IL TENORE E’ STANCO, LA FARSA STA FINENDO

Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile

CANTERA’ DA SOLO, SENZA IL SOLITO CORO DEI RUFFIANI, IN UN PRATONE DIMEZZATO DIVENTATO PARCHEGGIO… PORRA’ COME CONDIZIONI BALLE SPAZIALI, COME SE NON AVESSE PERSO VOTI PERSINO PEGGIO DEL PREMIER… GLI EREDI STRINGONO I TEMPI: SPERANO CHE IL “CARO ESTINTO” LASCI   POLTRONE E NON DEBITI

Pare proprio che questa volta, e sarebbe la prima volta, il coro non salirà  sul palco.
Niente odi leghiste e niente lodi padane al nostro Segretario Federale, al nostro Umberto, al nostro Condottiero che non sbaglia mai.
Sarà  la sua festa, d’accordo e come sempre.
Ma questa volta canterà  solo lui, Umberto Bossi, il tenore stanco di Pontida.
La politica attende il suo comizio di domenica e già  si sa che sarà  a metà , di quelli brevi, giacchè la malattia non consente troppa fatica.
A metà  come il pratone, che pure questo non è più quello di una volta: quel che c’era se l’è preso da anni un supermercato, quel che resta è un parcheggio.
Ci sarà  il sole, oggi, e se i leghisti saranno pochi la colpa non potrà  essere del brutto tempo.
Già  questa, l’incertezza su quanti saranno, dice abbastanza sul disorientamento dei militanti. Quello degli elettori, il più evidente, il più allarmante, si è già  visto tra amministrative e referendum.
E’ stata una pessima sorpresa, per Bossi, e alla Lega non basta scaricar le colpe sul premier per sentirsi meglio.
Sul palco avrà  pochi minuti di tempo per convincere, per trovare un motivo – il blocco navale per evitare barconi dalla Libia, ad esempio – che costringa Berlusconi a dar ragione alle sue richieste e alle sue proteste.
Il tenore canterà  l’inno della Lega che vuole la libertà , padroni a casa nostra, mai più con Roma ladrona.
Canzoni già  sentite, come quella sui ministeri che si debbono trasferire al Nord, e così la Consob, e così Rai2.
O sulle tasse da ridurre.
O sui Comuni virtuosi che non meritano i vincoli del Patto di Stabilità .
Ma Bossi sa, come ha annotato in questi giorni su un quadernetto d’appunti, che perfino tra dirigenti e militanti la stanchezza e i dubbi sono in fermento.
E che cresce la quota di chi tollera a fatica l’alleanza con il Cavaliere, zavorrata da feste, inchieste, promesse, battute, errori ed elezioni perse.
Ancora una volta, a Pontida, la Lega deve affidarsi a Bossi per conoscere la scaletta della prossima puntata.
Ma il coro che non c’è dice che perfino il Capo ha capito che gli spazi di manovra si vanno stringendo, e i rischi aumentano.
Il coro non parla per evitare che un accenno a Berlusconi possa scatenare fischi, o anche applausi, o comunque caos.
A fine aprile, alla festa dei Giovani Padani milanesi, Bossi era stato interrotto da un ultrà : «Umberto, mandiamo a casa Berlusconi!».
Non aveva risposto mandandolo a quel paese, ma con un cauto «Va pian». Come dire che non era ancora il momento, ma quel momento sarebbe arrivato.
Non sarà  nemmeno oggi, il momento.
O almeno così lasciano intendere da via Bellerio, dove ieri si sono presentati tutti, da Calderoli a Castelli e Maroni, e mancava solo lui, il Capo.
Perchè Bossi potrebbe essere ancora convinto che l’alleanza, nonostante gli sberloni, possa ancora regalare qualche medaglia, possa aumentare il bottino leghista di questi ormai lunghi anni di governo.
Con Berlusconi, nonostante il diverso parere di parecchi leghisti, l’intesa per andare avanti ci sarebbe.
Ma sul suo quadernetto Bossi ha segnato la domanda che in questa settimana si è sentito ripetere più spesso: «Andare avanti per fare che?».
Da Pontida qualsiasi ultimatum avrà  come scadenza settembre, al solito raduno di Venezia.
E per capire se Bossi ha davvero in mente di mandare a casa Berlusconi, anche se non subito, basterà  aspettare un eventuale accenno a una nuova legge elettorale.
E’ lì che si potrebbe nascondere l’inizio dello strappo con il Cavaliere.
Sarebbe l’indicazione per nuove elezioni politiche già  nella primavera prossima, come Maroni ha previsto da mesi.
Con una nuova legge elettorale che vede il Pd già  disponibile alla discussione, pronto ad approfittarne per rompere l’alleanza Lega-Pdl.
E una Lega che potrebbe presentarsi al voto in solitudine.
Prima, però, Bossi dovrà  decidere cosa vuole dalla sua Lega.
Se dev’essere Partito o Movimento, se è di lotta o di governo, se è confessionale o laica, se è nazionale o padana, se sta a destra per convinzione o convenienza.
Nell’ultimo anno il suo comizio più lungo è durato un quarto d’ora, e dunque non c’è da aspettarsi un gran discorso.
E più che la voce dal palco ci sarà  da aspettare la reazione dei militanti, magari gli stessi che chiamano «Radio Padania» per gridare basta con questa alleanza.
«Non ci lasceremo trascinare a fondo», aveva promesso Bossi dopo la sberla delle amministrative.
Oggi li dovrà  convincere.
E non sarà  semplice.

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“TRA NOI SERVE IL RICAMBIO RISCHIA ANCHE L’UMBERTO” : TREVISO SCOPRE IL DISSENSO

Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile

LA BASE LEGHISTA INVOCA IL RITORNO ALLE ORIGINI, MA IL TEMPO E’ SCADUTO…PRIMA INVOCAVANO LA SECESSIONE, ORA TIFANO PER LA SUCCESSIONE (A BOSSI)

Se fosse per i leòn veneti, i lighisti della Razza Piave, altro che staccare la spina al governo:
loro farebbero saltare proprio tutto l`impianto elettrico.
Il fatto è che una volta tifavano solo per la secessione.
Adesso qualcuno è (anche) per la successione.
«Ci vuole ricambio, i totem vanno messi da parte – dice “l`eretico” Bepi Covre, ex sindaco di Oderzo e ex parlamentare del Carroccio, oggi “solo” imprenditore ma ancora molto ascoltato nella galassia della Liga veneta – Anche Bossi, certo. Uno intelligente come lui, uno che per la Lega è un mito, deve capire che è arrivato il mo mento di passare la mano».
Dicono i legologhi veneti che chiamarlo frondismo è fuorviante e prematuro.
Lo considerano «fermento di una base militante inquieta».Sempre più allergica al compromesso governativo forza-leghista «inconcludente».
Sempre più determinata nel chiedere ai vertici del movimento un ritorno alla Lega delle origini.
Anche a costo di infrangere l`ortodossia bossiana.
Anche sbandierando, come stanno facendo molti amministratori locali, la dissociazione in totale autonomia di una bella fetta di classe dirigente leghista (Zaia in primis) sul referendum: mentre Bossi invitava a infischiarsene, sindaci, consiglieri e assessori regionali veneti invitavano la gente a esprimersi sui quattro quesiti.
E a infilare nell`urna una sfilza di “si”.
«Le nostre municipalizzate funzionano benone e quindi abbiamo difeso l`acqua pubblica -ammette il deputato trevigiano Guido Dussin, commissione ambiente e lavori pubblici- Il nucleare non ci interessa e sul legittimo impedimento abbiamo la nostra opinione».
Veneto terra di infedeli?
Forse le cose non stanno proprio così.
Ma che i nervi siano tesi è più che evidente.
Lo riconosce anche il segretario regionale (e sindaco di Treviso) Gianpaolo Gobbo, al quale tocca il ruolo di pompiere.
Prima sottolinea che dal Veneto per Pontida partiranno 51 pullman («più del solito»).
Poi concede che «sì, l`amarezza in giro c`è. L`esposizione mediatica di Berlusconi ha dato fastidio. Bisogna cambiare marcia».
I dissidenti veneti? «Solo qualche rampante. In generale nessuno mette in discussione la leadership di Bossi».
Secchiate di acqua sul fuoco. Ma i tizzoni restano accesi.
Cos`altro avrebbe spinto, altrimenti, Franco Manato, assessore regionale all`Agricoltura, a dettare alle agenzie un comunicato che in altri tempi sarebbe parso superfluo: «La Lega ha un solo leader che si chiama Bossi. Chi non è d`accordo esca e vada nel Terzo polo, nel girone degli incerti o degli eretici»?
Per dire il clima di agitazione.
L`insofferenza verso Berlusconi è uno dei punti. «Se non ci saranno risposte concrete da Berlusconi torneremo alle origini», ancora Dussin.
Ma non è il solo. Riaffiorano le tentazioni “eretiche”.
Quello che Manato chiama «virus frazionista».
Il dissenso in Veneto covava da tempo: a farlo deflagrare- sotto traccia – sono arrivate le due “sberle” elettorali.
«La politica di Bossi non ha pagato, troppi sì e troppi “prego si accomodi” a Berlusconi – ragiona un importante dirigente del Carroccio che rivendica l`anzianità  della Liga Veneta (1980) sulla Lega Lombarda (1984) – Forse oltre che su un cambio di passo bisognerebbe ragionare anche su un cambio di leadership».
Il problema del dopo-Bossi inizia a porsi.
«In politica tutto è possibile, tanto più se soffriamo un berlusconismo che non funziona», ragiona Gianantonio Da Re, sindaco di Vittorio Veneto.
Alla vigilia di Pontida, tra i parlamentari veneti è tutta una corsa a celebrare la guida del Capo, con tanto di minacce ai potenziali frazionisti.
Il mestrino Corrado Callegari: «I personalismi da noi hanno sempre avuto vita breve.
Chi ci ha provato è sempre uscito con le ossa rotte». L`unico che continua a sparare da queste parti è lo sceriffo Gentilini. Ma sa dove mirare.
«Basta con le Ruby, Rubynetti…Se perdiamo Milano, Berlusconi deve lasciare», aveva tuonato il prosindaco trevigiano prima della vittoria di Pisapia.
Pare che non abbia ancora perso la speranza.

Paolo Berizzi
(da “La Repubblica”)

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PER I PARTITI LA CRISI NON ESISTE: I RIMBORSI AUMENTATI DEL 1.110%, I SACRIFICI LI FANNO SOLO GLI ITALIANI

Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile

IL CASO CLAMOROSO DEI RISTORANTI ITALIANI ALL’ESTERO….BOOM NELL’USO DEGLI AEREI DI STATO: OGNI COMPONENTE DEL GOVERNO VOLA 97 ORE L’ANNO

«Un conto è fare un articolo, un altro conto fare un articolato…» , ha osservato pubblicamente, alla festa della Cisl di domenica scorsa a Levico Terme, il ministro dell’Economia.
Giulio Tremonti ha sperimentato direttamente quanto sia difficile entrare con i fatti nella carne viva degli scandalosi costi della politica.
Con la manovra finanziaria dello scorso anno aveva provato a tagliare del 50% i generosissimi «rimborsi elettorali» , come si chiama ipocritamente il finanziamento pubblico, riconosciuti per legge ai partiti politici, cresciuti fra il 1999 e il 2008 del 1.110%, mentre gli stipendi pubblici aumentavano del 42. Ebbene, il taglio è stato prima ridimensionato al 20%, quindi al 10 per cento. Per non parlare della norma che avrebbe riportato le spese di palazzo Chigi, in alcuni casi letteralmente impazzite, sotto il controllo del Tesoro: saltata come un tappo di champagne.
Ciò non toglie che quell’«articolato» prima o poi andrà  fatto.
Perchè qui ci va di mezzo, secondo lo stesso Tremonti, la credibilità  della politica e del governo.
Se la riforma fiscale vuole avere una prospettiva minima di serietà , deve passare prima di qua.
Fermo restando che i soldi tolti ai privilegi della politica non basteranno certo da soli a tappare il buco che l’eventuale taglio delle tasse (considerato dai capi del centrodestra necessario per arginare l’emorragia di consensi) potrebbe aprire nei conti pubblici.
Da dove cominciare?
C’è soltanto l’imbarazzo della scelta.
«Meno voli blu» , ha detto Tremonti. Una sfida mica da ridere, considerando l’andazzo.
Nel 2005 gli aerei di Stato del 31° stormo dell’Aeronautica toccarono il record di 7.723 ore di volo.
Due anni dopo, durante il governo Prodi, grazie a una direttiva draconiana del sottosegretario Enrico Micheli erano scesi a 3.902.
Tornato Berlusconi, quella direttiva è stata prontamente abrogata e nel 2009 le ore di volo per le sole «esigenze di Stato» sono arrivate a 5.931, ma con un governo ridotto a 61 elementi.
Cioè, 97 ore e 15 minuti a testa.
Letteralmente stratosferico l’aumento procapite (cioè per ogni componente del governo) rispetto a due anni prima: +154,2%.
Ma anche il famoso record del 2005 delle 78 ore e 50 minuti a testa è stato letteralmente polverizzato, con una crescita del 23,3%.
Mentre il consumo del cherosene ministeriale, alla faccia della crisi, non si è certamente arrestato.
Nel 2009 gli aerei di Stato viaggiavano al ritmo di 494 ore al mese?
Nel 2010 si è saliti a 507.
Ignoti, ovviamente, i costi.
Non sarà  facile, per Tremonti.
Certo, se si potessero ricondurre i conti di palazzo Chigi sotto il controllo della Ragioneria, com’era prima che nel 1999 il governo di centrosinistra li rendesse completamente autonomi, sarebbe un’altra storia.
Si toglierebbero alla politica molti margini di manovra non soltanto sui 3 o 400 milioni l’anno di spese vive della presidenza del Consiglio, ma, per esempio, anche sul miliardo e mezzo di budget della Protezione civile.
Meno sprechi, più sobrietà .
Peccato che i messaggi arrivati finora siano di segno opposto.
Qualche esempio?
Nel 2010 il budget per pagare gli «staff» politici di palazzo Chigi aveva superato di slancio 27,5 milioni, con un aumento del 26 per cento.
Mistero fitto sul numero delle persone.
Quest’anno le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sarebbero lievitate (sempre secondo le previsioni) da 10 a 13,7 milioni. Recentissima poi la notizia che palazzo Chigi ha deciso di dotarsi non di uno, ma di due capi uffici stampa retribuiti al pari di un «capo delle strutture generali della presidenza del Consiglio dei ministri».
E i nuovi sottosegretari concessi da Berlusconi ai Responsabili come contropartita per il sostegno alla maggioranza?
L’Espresso ha calcolato che costeranno 3 milioni l’anno.
Il problema dei soldi non tocca invece, almeno all’apparenza, l’ex Pd Massimo Calearo, nominato consigliere del premier per l’export (ma di questo non si occupa già  il ministro dello Sviluppo?).
Nè Antonio Razzi, ora consigliere personale del ministro «Responsabile» dell’Agricoltura Francesco Saverio Romano.
Ma siccome il deputato ex dipietrista è stato eletto all’estero ed è fissato con la tutela della cucina italiana, poche ore prima di andarsene per lasciare il posto a Romano l’ex ministro Giancarlo Galan gli ha firmato un decreto che istituisce «l’elenco dei ristoratori italiani all’estero».
Prevede una targa con la scritta «Ottimo — ristorante di qualità » da mettere sulla porta.
Vi domanderete: chi sceglie i locali da insignire?
Un apposito Comitato interministeriale composto dal ministro e da uno stuolo di funzionari oltre, udite udite, da nove esperti nominati anche da altri ministeri.
Un Comitato interministeriale!
Il decreto dice che nessuno prenderà  un euro. E le spese vive, fossero anche solo le targhe e i diplomi, quelle chi le paga?
Noi.
Ma il colmo è un altro. Perchè nemmeno un anno fa lo stesso ministero dell’Agricoltura aveva fatto un accordo con l’Unioncamere per dare un marchio di qualità  ai «Ristoranti italiani nel mondo».
Forse se n’erano dimenticati…
Insomma, se è giusto lamentarsi dei tagli orizzontali e indiscriminati, qui bisognerebbe andarci con il machete.
E il Parlamento?
Lasciamo da parte il capitolo dei numero dei nostri rappresentanti, quasi doppio rispetto alla Spagna.
Ma è chiedere troppo di allineare anche le loro retribuzioni alla media europea, come ha suggerito di fare Tremonti per tutti gli incarichi pubblici?
Da anni le Camere non promettono che tagli, limitandosi però a indolori sforbiciatine.
Guardiamo i bilanci.
Le spese correnti della Camera, che nel solo 2010 ha tirato fuori 54,4 milioni per gli affitti, sono previste passare da un miliardo 59 milioni del 2010 a un miliardo 83 milioni nel 2012: +2,3 per cento.
Quelle del Senato, che negli ultimi 14 anni ha sborsato 81 milioni per gli uffici di 86 senatori, da 576 a circa 594 milioni: +3,6%.
La Camera dispone di 20 auto blu con 28 autisti e i deputati che hanno il diritto a utilizzarle sono soltanto 63.
Il machete potrebbe calare, forse a maggior ragione, anche in periferia.
Dove gli sprechi della politica sono inimmaginabili.
A cominciare dai posti di lavoro clientelari.
È mai possibile che in Lombardia un dipendente regionale costi 21 euro a ogni cittadino contro i 70 della Campania? E i 173 del Molise? O i 353 della Sicilia?
È mai possibile che sia ancora in vigore una regola che consente a chi è stato parlamentare ma anche consigliere regionale di incassare ben due vitalizi, uno del Parlamento e uno della Regione?
In questa meravigliosa condizione ci sono almeno duecento ex onorevoli.
E che vitalizi: si arriva fino a oltre 9 mila euro lordi al mese.
Accade nella Regione Lazio, dove si può ancora andare in pensione giovanissimi, come dimostra il caso dell’ex governatore Piero Marrazzo, il quale percepisce il vitalizio di circa 4 mila euro mensili dal 2010, prima ancora di aver compiuto 52 anni.
È mai possibile che l’unica regione ad abolire l’arcaico e odioso privilegio del vitalizio per gli ex consiglieri sia stata finora, dopo sforzi immani, l’Emilia Romagna (naturalmente, a partire dalla prossima legislatura…)?
È mai possibile che nei consigli regionali non si riesca a porre fine all’indecenza dei gruppi politici costituiti da una sola persona, che dà  il diritto talvolta ad assumere collaboratori, avere l’auto blu e addirittura uno stipendio maggiorato?
Ce ne sono 74 (settantaquattro). Con casi esilaranti.
In Piemonte ci sono ben due gruppi «consiliari» che si richiamano all’ex governatrice Mercedes Bresso, Insieme per Bresso e Uniti per Bresso. Unico componente di quest’ultimo: Mercedes Bresso.
Ma anche nel consiglio provinciale di Bolzano sono presenti due monogruppi gemelli: Il Popolo della libertà  e Il Popolo della libertà  — Berlusconi per l’Alto Adige.
E nelle Marche persino il governatore in carica Gian Mario Spacca si è fatto il proprio gruppo.
Come si chiama? Gian Mario Spacca Presidente, si chiama.
Che domande!

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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NEL FORTINO DEL SENATUR CRESCE LA VOGLIA DEL GRANDE STRAPPO: “E’ ORA DI MOLLARE SILVIO”

Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI GEMONIO: “ANCHE NEL PAESE DOVE VIVE BOSSI E’ STATO TRADITO DAL REFERENDUM: IL 53% E’ ANDATO A VOTARE”…”NELLA LEGA TROPPI POLTRONARI E TROPPA GENTE CON DOPPI INCARICHI”

Il ministro non c’è, è a romaladrona. Però c’è il vicino di casa. Il sindaco.
«È casuale, ci siamo trovati ad abitare uno a fianco all ‘altro». Anche se come larghezza via Verbano potrebbe competere con una pista da biglie (chiedere agli uomini delle scorte), si può supporre che tra Umberto Bossi e Fabio Felli, apprezzato primo cittadino di Gemonio, di beghe per il parcheggio non ne sorgeranno.
Felli, di mestiere imprenditore immobiliare, è un novizio della Lega, nel senso che nonostante sia al suo secondo mandato è iscritto al partito da appena un anno.
Di Bossi dice: «Ognuno è talmente impegnato nel suo che nessuno dei due interferisce».
Però magari succede che il sindaco è andato a votare al referendum-“sì” sull’acqua, “no” sul nucleare – e che l’invito del ministro a disertare le urne gli è «sfuggito», parole sue.
Tira una strana aria a Gemonio.
Di «attesa» e di nervosismo, nemmeno troppo velato.
Sono già  accadute cose, altre possono accadere.
Per esempio, come chiedono molti, e tutti saranno a Pontida con le orecchie bene aperte, che «la Lega torni fare la Lega» e Bossi decida di mollare Berlusconi.
Felli spara una metafora a rilascio immediato: «Un conto è se sei bene in sella al cavallo, con le briglie in mano. Altro conto è se il cavallo sbanda e ti porta dove vuole lui. In questo caso è   meglio scendere dal cavallo».
Inutile specificare chi sia il cavallo.
«Finora siamo stati in sella facendo i contorsionismi, di sbieco, cercando di stare in equilibrio in nome del benedetto federalismo fiscale. Adesso però è arrivato il momento di guardare a noi stessi e di sganciarci».
Saremo pure a casa del Capo, nel tempio dell’ortodossia leghista.
Sarà  anche vero, ed è la prima cosa che ti fanno notare i nonni di Gemonio in piazza Vittoria, che Arcore ha tradito Berlusconi (è stato eletto un sindaco Pd) ma Gemonio non ha tradito Bossi (Felli è stato confermato l’anno scorso con il 47%).
Eppure, distinguo identitari a parte, il coro che si leva da questo borgo di case che lassù in alto abbraccia il castelletto dei Bossi e il vessillo col Sole delle Alpi che sventola in giardino, è netto. «Dobbiamo andare da soli. Berlusconi è bollito e avanti così fa bollire anche noi», ragiona il militante che rientra dal lavoro e trova chiuso il bar.
Chiusa anche la sede della Lega, quella dove l’anno scorso, prima di Capodanno, due petardi hanno fatto saltare la vetrina. «La sezione è aperta a tutti ogni lunedì sera dalle 21», è mestamente scritto su un cartello.
Accanto, il poster «Lega Nord, coerenza e serietà ».
Centro metri più in là , sulla bacheca in piazza denominata “Ur pur-tun, nutiziarii de Gimon”, c’è ancora l’avviso agli elettori del referendum.
Il quorum è stato del 53%, i “sì” oltre il 90%.
Per il Senatur, uno scorno.
Qualche impavido ha attaccato alla parete di legno l’invito al “pranzo in tricolore” (dall’antipasto al dolce) organizzato al centro socio assistenziale: c’è solo da augurarsi che il ministro non passi di qui.
Che cosa sta covando nella roccaforte del Carroccio?
Quali pensieri agitano la provincia varesotta, l’officina che ha sfornato gran parte della sua classe d ir gente? «La nostra gente è stanca di annunci e di balle, vuole risultati concreti, palpabili». Stefano Candiani, sindaco di Tradate e segretario provinciale dei lumbard, è un leghista della prima ora.
«Io sono secessionista, ma se vuole mi contengo e dico: basta stare dietro alla riforma della giustizia, ai bunga bunga e a tutte le puttanate di Berlusconi. Non puoi aspettare che arrivi una goccia d’acqua alla bocca quando sei arso dalla sete».
Da Pontida Candiani dice che si aspetta una presa di consapevolezza «forte» da parte di tutti. «Facciamola finita coi compromessi. Ci vuole un ritorno alle origini. Perchè anche tra di noi di poltronari e di gente che mantiene doppi incarichi ce n’è in giro troppa».
Grande è il disagio dopo la doppia scoppola ammministrativo-referendaria.
Un malessere che si aggiunge a quello provocato dai tagli del “prudente” Tremonti.
Risultato: i sindaci varesini sono fuori dagli stracci.
Matteo Bianchi : «Se non hanno coraggio per le riforme, a partire dal ministro dell’economia, meglio mollarli».
Il capopopolo della lotta ai tagli di Tremonti è Attilio Fontana, confermato borgomastro di Varese, maroniano doc.
«Il disagio dei leghisti? E’ la logica conseguenza della falce che si è abbattuta sugli enti locali lasciando invece intatti gli sprechi nel resto della pubblica amministrazione. La Lega è a un bivio: conviene sceglierebene la strada».
Chequalcosa si sarebbe ingolfato qualcuno lo aveva previsto.
Daniele Marantelli, il pontiere tra il Pd e il Carroccio, amico di Bossi e di Maroni, guarda le acque agitate. «Dicevano che la Lega aveva la golden share del governo. Invece era il contrario: il padrone era Berlusconi. Adesso se ne sono accorti».

Berizzi Paolo
(da “La Repubblica“)

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BOSSI IMMERSO NELLE MOLLEZZE ROMANE

Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile

COI FEDELISSIMI DEL CERCHIO MAGICO ORMAI PASSA LE SERATE IN PIAZZA NAVONA, FREQUENTA FESTE E SI DIVERTE…STA A BRIGARE PER PARAGONE A RAI2 COME UN NICOLAZZI DELLA PRIMA REPUBBLICA

Sempre più spesso Umberto Bossi indugia fino a tardi al caffè Barocco in piazza Navona, a godersi la molle notte di Roma, sempre attorniato dai fedelissimi del “cerchio magico”, e talvolta Berlusconi lo porta pure a qualche festa, come accadde a febbraio per il compleanno dell’antiquaria Annamaria Quattrini, e qui il Senatur si ritrovò in compagnia di Pippo Franco, Gigi Marzullo, Pamela Prati, il finanziere Camillo Bellavista Caltagirone, ed era come stare al Bagaglino.
Silvio diede fondo a tutte le sue barzellette, “ma molto garbate”, come ebbe a precisare una delle invitate, e si poteva ascoltare musica al piano bar: Umberto insomma si divertì moltissimo. Un mese fa uscì poi sull’Espresso un trafiletto che raccontava la fuga delle giovani croniste di Montecitorio all’apparire di Bossi alla Camera: “Il Senatur con il premier ha in comune anche la passione per le belle donne” si precisava nell’articolo la ragione del fuggi fuggi.
“E a noi vanno bene anche quelle che scarta Berlusconi”, come puntualizzò ridendo un ministro della Lega in pieno scandalo Ruby.
Roma, scriveva Giancarlo Fusco, è quel posto dove si discute intere mezz’ore quale ristorante scegliere per andare a cena.
E quindi al Nord si sentono traditi da chi tiene in vita il governo doroteo Berlusconi-Scilipoti.
“Io a Pontida non vado: questa Lega è diventata troppo romana”, spiegava ieri al Tg 3 delle 19 un giovane militante lumbard intervistato in provincia di Padova.
Ma il partito sembra avere la testa altrove e traffica per sistemare come direttore di   Raidue Gianluigi Paragone, come avrebbe fatto un qualunque Nicolazzi ai tempi del pentapartito.
Bossi ormai non sembra avere nè la forza di rovesciare il tavolo del governo, nè di fargli cambiare marcia.
Galleggia.
Un tempo le sue frasi erano brutali sentenze mentre ora nessuno capisce più quel che dice, e disperatamente si tenta di distillare del senso politico mentre fa pollice verso, spernacchia, gorgheggia cose incomprensibili del tipo “oggi c’è il sole, non si va a elezioni” che alla fine diventano comunque titoli di giornale.
Il destino del Paese, domenica a Pontida, è nelle mani di un leader così.

(da Ritagli)

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