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IL GOVERNO TEDESCO ALL’ITALIA DI MARONI: “BASTA LAMENTARSI PER GLI ARRIVI DEI PROFUGHI, SOLIDARIETA’ E’ ANCHE ADEMPIERE AGLI OBBLIGHI”

Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO TEDESCO IN UNA INTERVISTA AL “FIGARO” DENUNCIA IL GOVERNO ITALIANO PIAGNONE: “UN PAESE GRANDE COME L’ITALIA E’ PERFETTAMENTE IN GRADO DI ACCOGLIERE 12.000 RIFUGIATI”…LO SCORSO ANNO LA GERMANIA DA SOLA HA ACCOLTO 40.000 PROFUGHI SENZA LAMENTARSI OGNI GIORNO

Troppe lamentele di fronte a un problema non così grave: arriva dalla Germania, attraverso il giornale francese Le Figaro, il rimprovero del ministro dell’interno tedesco, Hans-Peter Friedrich: “L’Italia non ha alcun motivo di lamentarsi per la mancanza di solidarietà ” da parte dell’Europa sulla vicenda degli immigrati arrivati sulle coste meridionali.
”Il principio della libertà  di circolazione all’interno dell’Ue non può essere in nessun caso rimesso in questione, ma è altrettanto importante che il sistema Schengen venga rafforzato per far fronte a situazioni eccezionali” ha detto Friedrich.
”Dall’inizio del sollevamento democratico (in Nordafrica) sono stati appena 25mila gli immigrati arrivati in Italia e la maggior parte di essi hanno immediatamente proseguito il viaggio verso il nord, in particolare verso Francia e Belgio”, ha sottolineato il ministro.
”Un grande Paese come l’Italia”, ha proseguito Friedrich, ”può accogliere senza grandi difficoltà  i 10mila-12mila rifugiati che hanno deciso di rimanere sul suo territorio. La solidarietà  implica anche che si rispettino i propri obblighi. Lo scorso anno la Germania da sola ha accolto oltre 40mila richieste d’asilo”.
Invece non passa giorno che Maroni si pianga addosso e si lamenti per il mancato aiuto europeo, come se un grande Paese come il nostro non potesse far fronte a questi modesti arrivi in modo autonomo.
Se altri Paesi europei avessero avanzato le stesse richieste, quando è toccato a loro far fronte alle emergenze profughi, ci avrebbero dovuto inviare decine di migliaia di rifiugiati.
Ma non ci risulti che allora l’Italia si sia dichiarata disponibile ad accoglierli, in base a quegli stessi principi che ora pretenderebbe di imporre agli altri Stati.

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IL CIE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE: LA PICCOLA GUANTANAMO CAMPANA

Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DI CHI SOPRAVVIVE AL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE TRA VIOLENZE, REGOLE RIGIDISSIME, DOCUMENTI INCOMPRENSIBILI E IL TERRORE DEL RIMPATRIO

Chiuso in un campetto circondato da una rete. Osservato giorno e notte dagli agenti. Costretto in una tenda con dieci persone.
E alla fine, magari, rispedito in Tunisia.
Per finire nella “piccola Guantanamo”, come viene chiamata dai migranti, Samir ha dato tutti i risparmi agli scafisti e ha rischiato di morire su un relitto fino a Lampedusa.
“Sarai ospitato in un centro di accoglienza”, gli hanno detto portandolo a Santa Maria Capua Vetere.
E invece lo hanno rinchiuso in questo campo di calcio che con un decreto è stato trasformato in Cie (Centro di identificazione ed espulsione).
Una specie di prigione.
Difficile accertare come siano trattati gli “ospiti” del Cie di Santa Maria Capua Vetere. Entrare è impossibile.
Devi salire all’ultimo piano di uno dei condomini che si affacciano sulla vecchia caserma che ospita il campo.
Da lassù capisci: da una parte il carcere militare, dall’altra la caserma.
Nel campo ecco una quarantina di tende blu.
Intorno decine di poliziotti e carabinieri con le camionette. Gli immigrati sono costretti a passare le giornate dentro le tende.
Lo chiamano Cie, ma ricorda un po’ le immagini del Sudamerica negli anni Settanta: “Il 26 aprile quei disperati si sono ribellati: hanno cercato di scavalcare il muro di cinta alto sei metri. C’erano ragazzi che cadevano, che si ferivano con i cocci di bottiglia in cima al muro. Urla, sangue. Decine sono scappati, gli altri sono rimasti al campo”, racconta Luisa, una donna che dal suo appartamento si vede davanti la scena.
Ma che cosa è successo davvero a Santa Maria Capua Vetere?
Gli avvocati Cristian Valle e Antonio Coppola hanno raccolto i racconti di Samir e dei suoi compagni nei verbali della polizia: “Ci hanno portato qui il 18 aprile. Nonostante ci dicessero che avremmo avuto un permesso di soggiorno temporaneo, da quel giorno è come se fossimo in prigione. Addirittura il 21 aprile il governo ha trasformato il campo in un Cie, senza nemmeno che fossimo avvertiti”.
Quando i tunisini apprendono che la struttura che doveva accoglierli, curarli e restituirli alla libertà , si è trasformata in una prigione, scoppia la ribellione che il 26 aprile porta alla maxi-evasione.
Da quel momento le condizioni di detenzione per chi non è riuscito a fuggire diventano durissime. “Dicono che abbiamo firmato un foglio che li autorizzava a trattenerci, ma non è vero”, raccontano gli immigrati nei verbali.
Già , il primo punto è questo: “Le autorità  dicono che i tunisini avrebbero autorizzato la polizia a trattenerli. Ma gli immigrati a noi raccontano di aver firmato per ottenere i vestiti. Alcuni giurano che le firme non sono le loro”, sostiene Mimma D’Amico del centro sociale Ex Canapificio di Caserta.
Mimma è una ragazza con gli occhi azzurri che contrastano con questo ambiente duro.
Con i suoi amici da anni segue gli immigrati, a cominciare dagli africani che a due passi da qui, a Casal di Principe, vivono — e vengono uccisi — come bestie.
I ragazzi dell’Ex Canapificio, insieme con la Caritas, seguono i tunisini del campo: “Abbiamo presentato un esposto. Non si può trasformare l’assistenza in detenzione”.
Ma in mezzo all’ondata di decine di migliaia di immigrati, i 102 ospiti di Santa Maria Capua Vetere sono stati dimenticati.
È Abdul, il nome è di fantasia, a raccontare la loro storia: “Siamo 11 per ogni tenda, senza vestiti. Ci lasciano andare in bagno una volta al giorno… dobbiamo fare i nostri bisogni nelle bottiglie. E non possiamo nemmeno andare in infermeria… siamo trattati come animali. Di notte c’è freddo, ci hanno dato solo una coperta. Siamo costretti a dormire sempre perchè non c’è la luce”.
Abdul adesso potrebbe essere rispedito in Tunisia: “Sarebbe una tragedia. Ben Alì se n’è andato, ma ci sono i suoi amici. La gente come noi che ha partecipato alle manifestazioni rischia grosso”.
Tutto vero? Questo raccontano Abdul e i suoi amici.
Di sicuro i tunisini secondo la legge avrebbero il diritto di essere ascoltati uno per uno.
Dovrebbero essere ospitati in condizioni dignitose, anche se negli ultimi giorni (da quando la Croce Rossa gestisce il campo) le tende sono meno affollate e i controlli più elastici.
Il racconto di Abdul trova comunque conferme nelle parole di Marco Perduca, senatore radicale che ha visitato il campo: “Questo centro è fuori della legge. Non può ospitare persone addirittura per sei mesi. Non si può stare così… nei giorni scorsi ha piovuto, ci sono materassi bagnati, gente che dorme praticamente per terra. E poi mancano controlli sanitari: se ci fossero persone con malattie infettive qui non si saprebbe. Per non dire dei feriti… ho visto persone ingessate, altre con tumefazioni che potrebbero essere provocate da scontri fisici”.
Non basta: “Le persone che richiedono assistenza non dovrebbero stare nel Cie, invece noi abbiamo visto anche famiglie, perfino un minore… gente che vive ignorando che cosa li aspetta”.
Dalla Prefettura di Caserta la raccontano diversamente: “Gli immigrati vivono in condizioni dignitose. Emergenze? C’è stata una fuga di massa. Qualcuno si è ferito scavalcando il muro”. Gli immigrati dicono che non vi hanno mai autorizzato a trattenerli… “Hanno firmato di loro spontanea volontà ”.
Gli agenti del campo, però, sussurrano: “Qui è un casino: da una parte ci sono questi poveracci, dall’altra ci arrivano ordini da Roma. E noi siamo in mezzo”.
La signora Luisa dalla finestra della sua casa sorride amara: “Mi sembra impossibile che quei ragazzi abbiano firmato per essere trattati così. Chissà … parlano arabo, non capiscono una parola di italiano, se un carabiniere gli dice di firmare un foglio che cosa volete che facciano?”.
Poi Luisa guarda lontano, verso la campagna di Casal di Principe, verso l’orizzonte, dove si vede il bagliore del mare, Napoli: “Questa è una terra difficile. Abbiamo un sacco di guai per conto nostro, ma quei ragazzi fanno pena. Chissà  cosa direbbero le loro madri se li vedessero ridotti così”.

Ferruccio Sansa
(fa “Il Fatto Quotidiano“)

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CHI HA LO STATUS DI PROFUGO?

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

COSA DICE LA NORMATIVA VIGENTE, QUANTI MIGRANTI SONO GIA’ ARRIVATI IN ITALIA, COSA PREVEDE L’ACCORDO CON LA TUNISIA, DOVE VERRANNO SISTEMATI I LIBICI, COME STA FUNZIONANDO L’ORGANIZZAZIONE….LE TANTE RISPOSTE ALLE DOMANDE CHE SI PONE IL CITTADINO ITALIANO

Chi ha lo status di profugo?
Negli ultimi giorni sono sbarcati 1500 migranti: il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha dichiarato che sono profughi e non migranti. Perchè?
Quando si parla di profughi si intende chi si è allontanato dal Paese di origine per le persecuzioni o per una guerra, ma è un’indicazione generica.
Dal punto di vista giuridico si usa più propriamente la parola rifugiati: sono coloro che hanno ricevuto dalla legge dello Stato che lo ospita o dalle convenzioni internazionali lo status di rifugiato e la relativa protezione, ovvero l’asilo politico.
Come si fa ad essere sicuri che tra i profughi non si mescolino dei clandestini?
E’ impossibile esserne sicuri. «Save the Children» ricorda che molti profughi provenienti dalla Libia, originari dei Paesi del Corno d’Africa, sono ai confini della Tunisia, nei campi di accoglienza.
Ma è altrettanto vero che molti tunisini possono mescolarsi ai profughi, arrivare sulle stesse imbarcazioni e sfuggire ai controlli per l’identificazione, una volta in Italia.
Da qualche giorno, infatti, sembra essersi rotta definitivamente la tregua degli sbarchi di immigrati a Lampedusa.
Proseguono gli arrivi di tunisini che, invece, vengono considerati migranti economici e, dunque, non rientrano fra coloro che hanno diritto alla protezione prevista dall’Italia e comunque dallo status di rifugiato.
Che cosa prevede l’accordo sottoscritto con la Tunisia il 5 aprile?
Il rimpatrio per i migranti arrivati dopo quella data, ma anche per altri 800, giunti prima che fosse siglata l’intesa, numero raggiunto nei giorni scorsi. Prevede, poi, un’azione preventiva di cui Maroni non ha precisato i dettagli, se non promettendo che si sarebbero «chiusi i rubinetti» degli arrivi e che si sarebbe realizzato un rafforzamento della collaborazione tra forze di polizia.
Qual è il bilancio degli arrivi finora?
I migranti giunti in Italia sono 33 mila dall’inizio dell’anno, secondo i dati forniti dall’agenzia europea Frontex.
Una trentina ha pensato a una soluzione diversa dalle previsioni: il ritorno volontario in patria. L’Oim, l’organizzazione Internazionale per le migrazioni, ha annunciato, che sta sostenendo i primi casi di ritorno volontario di nordafricani già  in possesso di permesso di soggiorno temporaneo.
La procedura, finanziata con fondi europei, è gestita dal ministero dell’Interno e si avvale del programma «Partir» messo a punto dall’Oim, che in due anni ha permesso il ritorno volontario di oltre 400 migranti, che hanno ottenuto un biglietto aereo e 200 euro.
L’Italia chiede da mesi maggiore solidarietà  e aiuto da parte dell’Ue. Che cosa farà  l’Unione?
Al Consiglio d’Europa di giovedì si parlerà  del rafforzamento dei controlli sui confini del Frontex. Sono le richieste italiane, e il governo spera adesso alcune aperture dopo l’irrigidimento iniziale.
Nel frattempo è in corso l’accoglienza dei profughi nelle strutture italiane. Come procede?
Con molte difficoltà . Le regioni dovranno trovare 10mila posti per accogliere gli immigrati e, per questo motivo, verrà  ripartito dal commissario straordinario per l’emergenza, nonchè capo della Protezione civile umanitaria, Franco Gabrielli, un primo stanziamento di 5 milioni di euro.
Nonostante ciò, molte Regioni protestano.
In Lombardia, per esempio, dove il sindaco di Lodi ha denunciato confusione nell’assegnazione dei profughi del Nord Africa ai singoli Comuni. E ha chiesto di attenersi agli accordi Stato-Enti Locali di inizio aprile.
Che cosa prevedono questi accordi?
Piccoli insediamenti di immigrati distribuiti in tutta Italia, no alle tendopoli, coinvolgimento in prima battuta della Protezione Civile, insieme con le Regioni e gli enti locali, concessione dell’articolo 20, ovvero del permesso temporaneo di soggiorno.
E soprattutto si sottolineava che vi sarebbe stata una divisione equa dei profughi sul territorio e un’organizzazione delle risorse.
Ed invece?
C’è stata molta disorganizzazione.
Il sindaco di Lodi racconta di come si pensi di risolvere il problema pagando l’albergo ai profughi per 10 giorni, lasciandoli poi in carico ai Comuni, senza che si assegnino loro risorse adeguate.
A Gallarate 48 rifugiati hanno trascorso la notte sui furgoni della Protezione civile. Sono originari della Libia, tutti richiedenti asilo, ma Gallarate li ha mandati via, sostenendo di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale del loro arrivo.

Flavia Amabile
(da “La Stampa“)

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IL SINDACO PDL: “DOPO L’ALLUVIONE ABBANDONATI DAL PARTITO”

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

ANNA LAZZARIN, PRIMO CITTADINO DI VEGGIANO, IN VENETO: “SIAMO IN TANTI A DOVER GESTIRE L’EMERGENZA DA SOLI”… E ZAIA NON SA NEANCHE DI COSA SI PARLA

“Davanti alle scelte difficili siamo stati lasciati soli dai partiti, dobbiamo studiarci le ordinanze e applicarle seguendo l’istinto e le necessità  del territorio, nessuno ci dice come”.
È la solitudine dei primi cittadini, dei tanti sindaci di piccoli paesi che si sentono lontani dal partito e abbandonati dai politici regionali e nazionali del       loro stesso schieramento.
Accade per esempio ad Anna Lazzarin, sindaco di Veggiano, un concentrato di campi arati e villette lungo la statale che collega Padova a Vicenza , e di asili nido ricavati in austere ville venete in mezzo a parchi potati di fresco.
A Veggiano abitano molti agricoltori, ma anche famiglie giovani con bambini. Persone piene di progetti rimasti impigliati sotto la piena che i primi di novembre ha danneggiato case, campi, ristoranti e negozi, in un filotto di paesi rovesciati dal fango e dall’acqua.
“Prima ero un sindaco come tanti, avevo la mia privacy, poi la mia alluvione ha cambiato tutto”.
Lazzarin la chiama “la mia alluvione”, che le fa suonare il cellulare ogni momento, per cui riceve cittadini ogni minuto della giornata.
“Vengono a suonare a casa mia, mi chiedono aiuto; io capisco, ma non ho più pace”.
Dopo l’alluvione uno staff di psicologi dell’Ulss ha preso postazione in municipio per fronteggiare le ansie di cittadini (e anche del sindaco ).
“Io ho una farmacia: le persone vengono a chiedere tranquillanti per calmare l’ansia, qualcuno cova un esaurimento nervoso”.
Sì perchè Anna Lazzarin, 46 anni e tre figlie da crescere (l’ultima ha 7 anni) è anche la farmacista del paese, un’attività  che gestisce in società  col fratello. Una signora laureata e benestante, con un impegno nella vecchia Dc confluita poi nel Pdl: “Non mi sono mai tesserata, oggi non mi riconosco più in questo partito e in un governo che non mi rappresenta, nè come piccola imprenditrice nè come amministratrice pubblica”.
La sindachessa è stata eletta nel 2007 grazie a una strana alleanza Pdl-Pd contro la Lega, un sodalizio che tuttora dura.
“I leghisti in consiglio comunale mi votano sempre contro, anche se sono direttive dalla Regione e quindi provenienti dai vertici della Lega”.
Dopo l’alluvione la sindachessa manda a memoria le ordinanze del governo sugli aiuti. “Zaia mi prende in giro, dice: allora sindaco so che è un’esperta di ordinanze di Berlusconi è vero?”.
Una dedizione da cui invece Zaia è lontano, almeno secondo Lazzarin, che ha messo in piedi una squadra di sindaci arrabbiati e agguerriti quanto lei, uniti dallo stesso sentimento di abbandono e solitudine.
Sono i primi cittadini dei luoghi più colpiti dall’alluvione, i sindaci di Bovolenta, Casalserugo, Ponte San Nicolò e Saletto.
Il primo aprile dopo molte insistenze sono stati ricevuti da Zaia. “Si è presentato con il super dirigente incaricato dell’alluvione Mariano Carraro, l’assessore alla protezione civile, quello all’ambiente e 12 tecnici. Quando li abbiamo visti ci siamo detti: allora gli abbiamo davvero fatto paura”.
E quindi? “Mi sono chiesta: c’è qualcosa di peggio dell’alluvione? Si, è trovarsi davanti a un presidente di Regione impreparato e confuso, che non sa nulla e non si è informato per niente di quello che noi e tutti gli altri paesi colpiti abbiamo dovuto sopportare”.
La sindachessa ha chiesto 13 milioni di danni, ne sono già  arrivati 3,9.
“Non voglio gli altri soldi subito, vorrei sapere quanti me ne daranno e soprattutto quando”.
Invece dalla riunione non è uscita nessuna certezza, anzi: “Io esponevo i fatti e Zaia continuava a chiedere ai suoi se era vero quello che dicevo perchè non ne sapeva nulla”.
Alla fine Zaia ha pregato i sindaci di non informare dell’incontro la stampa e Carraro di andare a Roma a chiedere altri soldi.
Ha assicurato che sui tempi dei lavori pubblici e sulle erogazioni per quelli privati avrebbe informato i sindaci entro Pasqua.
“Siamo a maggio e ancora non sappiamo nulla”.

Erminia della Frattin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ECCO PER COSA SI DIMETTONO I POLITICI ALL’ESTERO: ANCHE PER AVER PAGATO CON SOLDI PUBBLICI UNA BARRA DI TOBLERONE

Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile

DA NOI NON SE NE VANNO NEANCHE DOPO DUE CONDANNE PER MAFIA… UNA SERIE DI CASI PER CUI I POLITICI STRANIERI SI SONO DIMESSI….LA FORMAZIONE PROTESTANTE INCIDE, MA SOPRATTUTTO IL FATTO CHE ALTROVE ESISTONO REGOLE, DA NOI NO

Cadono per lussuria, gola, superbia, ma anche per molto meno.
Raffiche di sms dal telefono di servizio a una spogliarellista (Ilkka Kanerva,
ministro degli esteri finlandese).
Una partita pantagruelica di sigari rimborsati a pie’ di lista (Christian Blanc, ministro per lo sviluppo francese).
Spiritosaggini con i giornalisti (Minoru Yamagida, ministro della giustizia giapponese).
Se sei un politico, altrove, basta e avanza per dimetterti.
Nell’ultimo mese hanno abbandonato almeno in due.
Il senatore repubblicano del Nevada John Ensign per una tresca con una sua dipendente sulla quale il comitato etico indaga da quasi due anni.
E il deputato indonesiano Arifinto, il cui Partito della prosperosa giustizia islamica aveva ispirato una draconiana legge anti-pornografia, beccato in aula a guardare un film a luci rosse.
A marzo ha lasciato Seiji Maehara, ministro degli esteri giapponese, reo di aver accettato 500 euro da una vecchietta che si è scoperto poi essere cittadina sudcoreana (la legge lo vieta per evitare interferenze straniere nella politica nazionale).
E Karl-Theodor zu   Guttenberg, la cause celèbre.
Nobile, bello, ministro delle difesa tra i preferiti del governo Merkel. Sino a quando la Sà¼ddeutsche Zeitung rivela che ha copiato parte della tesi di dottorato. Lui prima rinuncia al titolo di studio. Poi presenta le dimissioni. Con la faccia del samurai che si avvia al seppuku politico.
A scartabellare gli archivi dei giornali non passa mese senza che casi analoghi si verifichino.
Ingigantendo, per contrasto, l’allegra anomalia italiana di un premier ancora impassibilmente sulla poltrona dopo essere scampato alla giustizia per amnistie, prescrizioni e cambiamenti di legge in extremis.
Esagerano loro o sottovalutiamo noi?
E, soprattutto, a cosa si deve questa differenza culturale?
Intanto c’è un elemento religioso. «Per il cattolicesimo, filtrato dal senso comune, mai nulla è così grave da determinare una seria crisi di coscienza» spiega Sergio Fabbrini, direttore della School of government della Luiss, «basta una confessione per poter ricominciare da capo. Nei paesi protestanti questo azzeramento è molto più difficile. Il rapporto con dio è individuale, ogni persona — politici inclusi — risponde per se stessa. Perciò quelle opinioni pubbliche sono molto meno accomodanti della nostra».
Così, quando al presidente tedesco Horst Koehler in visita a Kabul nel maggio scorso scappa detto che «un Paese concentrato sull’export deve rendersi conto che sviluppi militari sono necessari per proteggere i nostri interessi» i tedeschi, contrari alla guerra in Afghanistan, lo crocifiggono .
Per arrivare all’estremo di Rhodri Glyn Thomas, ministro della cultura gallese, che   ha gettato la spugna per essere entrato fumando un sigaro acceso in un pub dov’era vietato, a poche settimane dalla gaffe di aver svelato il vincitore di un importante premio letterario.
«La grande differenza» dice ancora Fabbrini, autore del recente “Addomesticare il principe”, «sta nell’idea di leader. L’Italia, da sempre allergica alle èlite, ne vuole uno “come noi”, non c’è discontinuità  tra chi comanda e chi è comandato. All’estero no: lo vogliono “diverso da noi”. Obama, Clinton, Kennedy vengono dal circuito Harvard-Yale.
Abituati a parcheggiare in terza fila, passare col giallo e così via, preferiamo qualcuno che replichi i nostri difetti civici. Ma a quel punto chiederne la testa diventa impensabile».
Differenze confessionali, avversione per la classe dirigente: tutto necessario ma ancora non sufficiente a spiegare l’italica «sindrome SuperAttack» al potere.
Perchè nella pur pia Spagna il ministro della giustizia Mariano Fernandez si dimette nel febbraio 2009 sul semplice sospetto che possa aver cercato di interferire nelle indagini del giudice Baltasar Garzà³n sui membri dell’opposizione.
O quello dell’economia portoghese Manuel Pinho fa le valige nel luglio 2009 dopo aver dato ostentatamente del cornuto al capo del partito comunista per una divergenza di opinioni.
«Il dato cultural-antropologico esiste ma per spiegare il nostro eccezionalismo va ricordato» sostiene Alessandro Campi, direttore della Fondazione FareFuturo, «che mentre gli altri sistemi politici hanno regole, scritte e non, oltre le quali è impensabile andare, il nostro è da questo punto di vista un Paese totalmente destrutturato, con i meccanismi di sanzione saltati negli ultimi anni. La dialettica democratica richiede un’opinione pubblica vigorosa che si alimenti di una libera informazione. Ma se questa, e quasi tutto il resto, appartiene o è controllata da una sola persona, come nella deriva berlusconiana, chi dovrebbe innescare la reazione?».
Dai protestanti mutiamo giusto la natura diretta della relazione con la divinità , dirottandola però sul leader.
Il politologo Gianfranco Pasquino data lo spostamento nel 1994.
«Quando il candidato democratico Gary Hart si dimette sulla notizia che ha un’amante lo fa per non danneggiare il suo partito. Idem nei tanti esempi di cui lei parla. La discesa in campo di Berlusconi però cambia il rapporto degli elettori con la politica: non passa più attraverso il partito ma si salda direttamente al capo carismatico. Aggiungete poi il sistema uninominale che li blinda e vi accorgerete che da noi chiedere conto a un politico è impossibile».
La vice-premier svedese Mona Sahlin nel ’95 si fece da parte per aver pagato coi soldi pubblici una barra di Toblerone.
Le sembrava un peccato capitale.
Il senatore Marcello dell’Utri reputa evidentemente veniale una doppia condanna per associazione mafiosa.
Per non parlare delle pinzillacchere di 16 dibattimenti penali da cui è rocambolescamente passato il suo amico di sempre.
Nell’annunciare il suo passo indietro per difendersi in tribunale da varie accuse di corruzione l’allora premier israeliano Ehud Holmert dirà  «Sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese in cui il primo ministro può essere inquisito come tutti».
Chissà  che emozione essere cittadini di un Paese con un presidente del consiglio così.
Inimmaginabile.

(da “PNE Presi dalla rete”)
Riccardo Stagliano

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ETICA LEGHISTA: MAURO GALEAZZI, INDAGATO E CANDIDATO

Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile

L’ASSESSORE DELLA LEGA DI CASTEL MELLA PASSA DIRETTAMENTE DAL CARCERE ALLA CAMPAGNA ELETTORALE…ERA FINITO IN MANETTE CON L’ACCUSA DI PECULATO, INSIEME AD ALTRI, PER TANGENTI…LA LEGA, A PAROLE, LO AVEVA SOSPESO, ORA FA FINTA DI DIMENTICARSI DI AVERLO IN LISTA

Indagato e candidato.
E non è uno scherzo perchè Mauro Galeazzi, una volta scarcerato, ha confermato la sua candidatura alle amministrative nel comune bresciano di Castel Mella.
L’assessore della Lega Nord (e portaborse dell’assessore provinciale Prandelli) accusato di peculato e atto contrario a dovere d’ufficio ha infatti ribadito la sua presenza nella lista elettorale.
Bando alle ciance e pure alla sospensione ricevuta dalla sezione provinciale del partito di Bossi.
Il leghista Galeazzi sarà  in lista a perorare la causa dei tanti “onorevoli politici” che, pur essendo indagati ritengono utile per il Paese la loro candidatura.
Ma torniamo alle vicende di Galeazzi legate alla tangentopoli scoppiata ad aprile nella più leghista delle province padane: Brescia.
In manette oltre a lui erano finiti il collega di partito Marco Rigosa (capoufficio tecnico di Galeazzi e a sua volta assessore in un altro Comune), un geometra e il futuro costruttore del centro che doveva sorgere in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale.
La tangente sarebbe dovuta servire per ammorbidire la Soprintendenza.
Tutti rimangono agli arresti domiciliari ad eccezione di Galeazzi che ricevuta la notizia del provvedimento che annulla la sua custodia cautelare ha ufficialmente aperto la sua campagna elettorale.

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DONNE, MA SIETE MATTE A VOTARE PER IL PDL?

Maggio 8th, 2011 Riccardo Fucile

FLAVIA PERINA (FLI) : “BERLUSCONI HA SDOGANATO LA BATTUTA DA CASERMA E IL NARCISISMO DONGIOVANNESCO DA BAR,   ERIGENDOLI A DATO CULTURALE FONDANTE DEL PDL”…. “NELL’HAREM NON SONO PERMESSI ATTI DI AUTONOMIA”…. TRA CLASSIFICHE DI GAMBE E CULI, UOVA DI PASQUA CON SEXY-VIOLINISTA DENTRO E SLOGAN DEMENZIALI

Se avessi un milione di euro pagherei i più bravi creativi italiani per lanciare una campagna su scala nazionale sul tema: “Donne, ma siete matte a votare ancora il Pdl?”.
L’ossessione sessista del Partito dell’amore era già  molto sgradevole quando Berlusconi ne era il principale e quasi unico interprete.
L’attenuante dell’età  e lo stereotipo comunemente accettato della atipicità  del Caro Leader aiutavano a minimizzare dicendo: “Sì, ha una visione un po’ antiquata delle donne, ma è l’innocuo machismo di una persona anziana”.
Ricordo il fotofinish del congresso di fondazione del Pdl, quando Silvio chiamò sul palco “le nostre dame” facendo rabbrividire tutti con la frase “dov’è la zoccola” captata dai microfoni, o la cena di chiusura della campagna elettorale per le regionali del Lazio dove si intestò lo jus primae noctis sulle eventuali elette facendo sobbalzare il pubblico.
Vabbè, si diceva, “lui” è fatto così. Scherza. In fondo è inoffensivo.
In due anni “lui” è diventato “loro” perchè lo sdoganamento della battuta da caserma, del narcisismo dongiovannesco, della prepotenza da bar sport, è diventato qualcosa di simile a un dato culturale fondante per il Pdl.
Fabrizio Cicchitto è riuscito a fermare in extremis la pubblicazione su “Panorama” della classifica del “lato B” delle parlamentari stilata da un altro parlamentare del centrodestra, Giancarlo Mazzucca .
Nel numero attualmente in edicola, peraltro, è presente la top ten delle gambe delle onorevoli, firmata dallo stesso Mazzucca.
Servirà  per stabilire le future priorità  nelle liste?
A Milano il coordinatore del Pdl Renato Mantovani ha aperto la cena delle groupie berlusconiane dicendo: “Se Pisapia si deve accontentare della Concia e della Bindi noi possiamo dire di essere messi meglio”.
Mantovani è quello installato di recente al posto di Guido Podestà , “reo” di non aver impedito la raccolta di firme di Sara Giudice per le dimissioni della favorita del premier, Nicole Minetti: possiamo solo immaginare i criteri con cui il neo-nominato ha gestito le candidature in città .
Sempre a Milano, Letizia Moratti è stata pubblicamente costretta a passare sotto le forche caudine della riconciliazione con Roberto Lassini, quello dei manifesti sui giudici brigatisti, abbracciandone la moglie davanti a un pubblico plaudente: nell’harem non sono permessi atti di autonomia.
Il rimpasto di governo ieri ha premiato le “compiacenti” Catia Polidori e Daniela Melchiorre, con l’annuncio che il prossimo giro di valzer darà  i resti a Matteo Brigandì, leghista, cui viene comunemente attribuito il “merito” di aver dato una sbirciatina al dossier del Csm sulla donna più odiata dal premier, Ilda Boccassini, finita alla berlina per un “bacio rubato” a un fidanzato (trent’anni fa).
Un sottosegretariato per il “castigatore” della femmina irriducibile: roba da fare impallidire i talebani.
Che idee delle donne hanno, questi?
Ma c’è un altro Paese occidentale in cui si fa propaganda elettorale con il busto nudo di una sesta misura (Movimento Veneto Stato) usato per simboleggiare l’abbondanza del sistema federalista?
Oppure con lo slogan “Scopiamo” (Giangi Marra)?
Oppure con la frase “Per cambiare chi le ha?” associata alla foto di due palle?
E dov’è che una parlamentare (Gabriella Carlucci), per ingraziarsi il Caro Leader, deve dire cose come: per i miei figli adolescenti Berlusconi è un mito “anche perchè è super-potente da un punto di vista sessuale?”.
Gli slogan fallici di Umberto Bossi ormai sono il meno, perchè l’esaltazione degli attributi del Capo è addirittura tollerabile se confrontata al fenomeno emergente della sistematica denigrazione della donna, che deve sottomettersi al gioco della corte: il picco simbolico di questo cambio di passo resterà  la prima cena elettorale di questa campagna, dove a B. venne offerto dalla intera classe dirigente lombarda un uovo di Pasqua da cui spuntò una modella in abito sexy che suonava il violino.
Mi raccontano che alcune dirigenti presenti conservano sui cellulari la foto di quel momento.
Con orgoglio.
Le italiane sono matte a votare persone così?

Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ORA LA BASE LEGHISTA CONTESTA IL SENATUR: “BOSSI? MACCHE’ DURO, STRACCIO LA TESSERA”

Maggio 7th, 2011 Riccardo Fucile

IL FORUM DI “RADIO PADANIA” INVASO DALLE PROTESTE: “NOVE SOTTOSEGRETARI IMMONDI”…”NON DOVEVAMO FAR DIMINUIRE I MINISTRI E I SOTTOSEGRETARI? CHE CI STIAMO A FARE AL GOVERNO, PER MAGNARE ANCHE NOI?…”BASTA, NON VOTO PIU'”

Giusto mercoledì scorso, galvanizzato dalla vittoria sulla Libia, Bossi aveva rispolverato il vecchio slogan “la Lega ce l’ha (ancora) duro”.
E invece no.
Il contrordine arriva direttamente dai suoi fedelissimi, dai militanti del Carroccio. Ci siamo “smosciati”, scrivono in massa nel forum del sito di Radio Padania.
A spegnere gli ardori delle camicie verdi è l’indigesto avvento al governo dei Responsabili e degli altri transfughi.
Senza contare che la maggior parte dei nove nuovi sottosegretari è pure meridionale.
E pensare che anche Bossi e i suoi colonnelli quel rimpasto lo avrebbero volentieri evitato.
Ma la scelta (tutta dettata dalla realpolitik) di impuntarsi sui bombardamenti contro Gheddafi anzichè sull’allargamento dell’esecutivo ora rischiano di pagarla cara.
Con più di un militante che ormai si chiede perchè “il Capo” – nome universalmente usato nella Lega per chiamare Bossi – continui a restare con Berlusconi.
Una domanda, a dire il vero, che si è fatta strada anche tra la pattuglia parlamentare della Lega alla quale da mesi tutti rispondono così: “Con questo Pd non c’è alternativa al Cavaliere”.
Radio Padania, la polveriera.
“Ma che meraviglia altri nove sottosegretari. E con la benedizione di Bossi! Io non ci sto più”, attacca l’utente Docsog stracciando virtualmente la tessera del Carroccio.
In effetti le promesse erano altre. “Ma non dovevano diminuire i quaranta che ghe magnan sora all’uno che laora?”,si chiede il veneto Luigi.
D’altra parte che i   padani non siano ancora riusciti a imporre la famosa cura dimagrante alla casta romana è sotto gli occhi di tutti.
Così Insubriano rincara la dose: “Qui si rischia di superare il record di Prodi”, che al governo di poltrone ne aveva piazzate 102.
C’è chi come Adrenaly dice di essere pronto a passare “al partito del non voto”. Qualcun altro non riesce invece a darsi pace e picchia con l’ardore dell’innamorato deluso: “Bossi si è fumato il cervello – scrive Rickyross – cos’è che ha duro? E pensare che lo seguivo dalla fine degli anni ottanta ma ora è irriconoscibile. Nove sottosegretari immondi e altri dieci in cantiere… incredibile!”. E a diventare sempre più indigesta è la stessa permanenza nel governo Berlusconi: “Ma che ci stiamo a fare in un circo in cui non si produce nulla se non promozioni di peones magna magna? Veneto libero anche senza i venduti al nano innominabile!”.

Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)

argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, elezioni, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

IL GOVERNO HA PAURA DI UN NUOVO VOTO DI FIDUCIA: ACCUSATO DI RIBALTONISMO E ACCATTONAGGIO MOLESTO

Maggio 7th, 2011 Riccardo Fucile

DIVENTA PERICOLOSO LO SCONTENTO DEI “RESPONSABILI” CHE NON SONO STATI PREMIATI DAL RIMPASTO… E OGGI BERLUSCONI CHIEDERA’ UNA COSA NUOVA: LE DIMISSIONI DI FINI, IL SUO INCUBO

Allegria….!!!!!
Non se lo aspettavano, dalle parti del governo, che il capo dello Stato li accusasse, così platealmente, di aver fatto un ribaltone.
Men che meno che chiedesse un nuovo voto di fiducia e lo mettesse dritto nelle mani del nemico, ovvero Gianfranco Fini.
E soprattutto, in un momento come questo, con le elezioni alle porte, i referendum subito dopo e la Lega che non vede l’ora di mettere Tremonti a Palazzo Chigi.
Napolitano ha giocato uno scherzo brutto, bruttissimo a Berlusconi.
Adesso c’è l’incubo di un passaggio parlamentare di fiducia, che dire scivoloso è poco e di veder bloccate le possibilità  di allargare ulteriormente il governo con un progetto di legge di superamento della Bassanini.
Insomma, uno schiaffo.
Nel nome — certo — delle regole che, com’è noto, nel Pdl digeriscono malissimo.
E, infatti, la prima reazione del partito del Cavaliere è stata una risposta diretta, quasi sguaiata, vergata dai capigruppo delle Camere con parole di sfida aperta al Colle: “Numerosi voti di fiducia, a partire da quello della svolta del 14 dicembre — ecco il testo della nota pidiellina — hanno chiarito il quadro politico, con ripetute verifiche nelle sedi parlamentari. Le nomine di governo sono giunte dopo queste diverse votazioni e nel pieno ed assoluto rispetto delle norme costituzionali e delle prerogative del capo dello Stato”.
Come a dire: non c’è alcuna necessità  di una nuova fiducia.
Peccato che non sia affatto così.
Fino ad oggi Iniziativa Responsabile si era limitata a dare il proprio appoggio parlamentare al governo, ma nel momento in cui i suoi componenti entrano a far parte dell’esecutivo , è chiaro che si è davanti a un cambio della maggioranza.
Che necessita di un voto di fiducia; quelle ottenute precedentemente non contano.
Una realtà  urticante per Berlusconi.
Al Cavaliere il fatto che possa essere nuovamente Fini a decidere delle sorti del suo governo lo manda letteralmente fuori dai gangheri.
E probabilmente oggi, al Palasharp di Milano, non mancherà  di attaccare la terza carica dello Stato e la sua partigianeria politica, chiedendone nuovamente le dimissioni.
A questo punto è probabile che Fini e Schifani si sentano nel weekend per concordare una linea comune.
Una partita delicatissima soprattutto sui tempi.
A seconda del momento che verrà  scelto per la verifica (prima o dopo i ballottaggi delle amministrative) il termometro potrebbe essere più o meno a favore della maggioranza.
La Lega sta aspettando di vedere come finirà  a Milano per decidere il da farsi anche se ieri sera Bossi ha lanciato una sponda al Cavaliere: “Non serve un passaggio in Parlamento”. Pare il contrario.
Le prossime ore, dunque, saranno determinanti per capire come andrà  a finire.
Inutile dire che sia il Pd con Bersani (“aspettiamo sereni le valutazioni di Fini e Schifani”) che Fli con Bocchino e l’Idv con Donadi si sono dichiarati pienamente in sintonia con le corde quirinalizie.
Non, ovviamente, i Responsabili: “Un intervento del Colle improprio e intempestivo”, ha sentenziato il capogruppo Luciano Sardelli.
Ma anche Francesco Pionati ieri sera era furibondo dopo aver ‘irritato’ i vertici Pdl per ”l’eccessiva insistenza” di trovare un piazzamento.
All’appello manca anche Maria Grazia Siliquini per la quale si sta pensando a un ”cda” e Antonio Razzi, ma a loro si devono aggiungere esponenti Pdl, come Anna Maria Bernini, e della Lega, come Matteo Brigandì.
Per lui si starebbe pensando a un ‘posto’ a Via Arenula.
E anche nel Pdl malumori non mancano come dimostra la presa di posizione di Mario Baccini e Pino Galati: ”Berlusconi non ha mantenuto gli impegni”.
Il premier, insomma, ha ottimi motivi per temere un nuovo voto di fiducia come la peste.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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