Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO EMG PER LA7: PD 31,7 (+0,1) M5S 26,4% (-0,2%) LEGA 14.6% (-0,3%), FORZA ITALIA 12,6% (+0,1%), FDI 4,4% (-0,4%) SI 4%, NCD 3,2%
Il tradizionale sondaggio a cura Emg per La7 questa settimana, al di là delle percentuali assolute,
rivestiva particolare interesse per le linee di tendenza in seguito sia alla vicenda Bassolino per il Pd che al caos e alle divisioni nel centrodestra per il caso Roma.
Ebbene il Pd, nonostante le polemiche sui presunti brogli a Napoli, cresce di un decimale, aumentando il distacco dal M5S che invece ne perdono due.
Più chiaro ancora il giudizio a destra dove chi paga di più l’atteggiamento ambiguo è il partito della Meloni che perde lo 0,4%, quasi un decimo del suo elettorato.
Non va meglio alla Lega che perde lo 0,3%, mentre un piccolo giovamento ne trae Forza Italia che sale dello 0,1%, ma non riesce certo a compensare le perdite degli altri due. Ora Berlusconi è ad appena un paio di lunghezze dalla Lega.
Il sondaggio non tiene ancora conto degli ultimi sviluppi della vicenda, ma pare chiaro che l’elettorato abbia già espresso un giudizio sui protagonisti dello sfascio del centrodestra romano, mettendo sul banco d’accusa Salvini e la Meloni.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
BERTOLASO AVEVA INVITATO LA MELONI A “FARE LA MAMMA”, LEI REPLICA: “SI POSSONO CONCILIARE TRA MILLE DIFFICOLTA'”… MARCHINI SI INSINUA, MAGARI RACCATTA DUE VOTI A DESTRA
“Giorgia Meloni deve fare la mamma”. Se le gazebarie del centrodestra a Roma che hanno incoronato Guido Bertolaso servivano per calmare gli animi nella (quasi) coalizione, ci ha pensato il diretto interessato a riaprire la polemica a poche ore dal risultato.
A far discutere è stata una delle prime frasi da candidato in pectore sull’ipotesi che la candidata al suo posto fosse la leader di Fratelli d’Italia.
Che ha subito replicato: “Le donne conciliano maternità e lavoro”.
E se già non fosse abbastanza problematica la faccenda nel centrodestra, anche il candidato Alfio Marchini su Twitter ha espresso la sua solidarietà alla Meloni: “Bertolaso altri due attacchi alla mamma Meloni e la voto! Paesi con natalità più alta? Dove c’è maggior occupazione femminile”.
Povero Marchini, cosa deve fare per raccattare due voti a destra…
L’ex capo della Protezione civile ha pronunciato la frase incriminata a “Fuori Onda” su La7, poche ore dopo il risultato del referendum su se stesso a Roma: “La Meloni deve fare la mamma”, ha detto, “mi pare sia la cosa più bella che possa capitare ad una donna”, ha detto. “Deve gestire questa pagina della sua vita. Non vedo perchè qualcuno dovrebbe costringerla a fare una campagna elettorale feroce e, mentre allatta, ad occuparsi di buche, sporcizia…”.
Un intervento polemico che è stato fatto passare per maschilista, anche per la dabbenaggine di Bertolaso.
La Meloni ha colto al volo l’occasione, ma ha sorvolato su un dettaglio.
“Io non voglio polemizzare”, ha detto. “Dico solamente con garbo e orgoglio a Guido Bertolaso che sarò mamma comunque, come lo sono tutte quelle donne che tra mille difficoltà riescono a conciliare impegni professionali e maternità .”
Indubbiamente è facile parlare di “conciliabilità ” quando si guadagnano 10.000 euro al mese e ci si può permettere tre baby sitter.
Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha pensato bene di intervenire: “È una battuta che non si deve adoperare. Perchè se una donna è incinta, ed è effettivamente la cosa più bella che le possa capitare ha diritto a continuare a lavorare e ad allattare mentre fa il sindaco. Questo è elementare. Il ministro Lorenzin, non è un segreto allatta i suoi bambini facendo il ministro”.
Caso strano anche lui parla di una che guadagna 15.000 euro al mese.
In una cosa Bertolaso ha sbagliato: invece che polemizzare sulla gravidanza, faceva prima a dire quello che pensano in molti.
Ovvero che la Meloni, come il suo compagno di merende Salvini, è stata scorretta nei suoi confronti e che è inadeguata al ruolo di sindaco.
Quando le cose si pensano, è meglio dirle chiaramente, senza trincerarsi dietro a battute discutibili.
Inadeguata lei, inadeguato lui, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“UNA DONNA SENZA NESSUNO SOPRA NON PUO’ GOVERNARE ROMA”… “NEANCHE BERTOLASO E’ CAPACE, SERVE UN BUON AMMINISTRATORE”
Non crede alle primarie, donna Assunta Almirante. E non ha fiducia nelle capacità femminili in un
agone politico così complesso come quello della Capitale.
La vedova del fondatore e leader storico del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante, parla a LaPresse, e boccia l’ipotesi di candidatura di Giorgia Meloni alle elezioni per il sindaco di Roma.
No alle primarie
«Non credo alle primarie, ha ragione Berlusconi in pieno», dice la signora Almirante, 90 anni. Che poi aggiunge sulla fondatrice di Fratelli d’Italia: «Penso sia molto difficile che una donna ce la faccia oggi a ricostruire e mantenere una città come Roma. Meloni la stimo, ma dovrebbe avere qualcuno al di sopra, qualcuno superiore per capacità e intelligenza».
Bocciato anche Bertolaso
Questo, tuttavia, non significa che Raffaella Stramandinoli – questo il vero nome della vedova Almirante – tifi per l’unico candidato ufficiale (almeno per ora) del centrodestra, vale a dire Guido Bertolaso: «Non lo conosco e non posso dare pareri positivi o negativi, ma non so se il capo della Protezione civile sia in grado di amministrare una città difficile come Roma».
Secondo la voce storica del Movimento sociale, infatti, la Capitale avrebbe bisogno «di un capo che sia al di sopra di tutto, che sia civile, educato e ottimo amministratore».
«Governare Roma – conclude – è un premio di Dio, perchè Roma è una città del mondo, non è Milano o Firenze».
Massimiliano Del Barba
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 29th, 2016 Riccardo Fucile
TROPPO POCO CORAGGIO? POTEVA FARE DI PIU’? HA PERSO UN’OCCASIONE?
Non si aspettava di finire «nel tritacarne», non pensava che la sua decisione di fare un passo indietro
sull’ipotesi che pure era in discussione di una sua candidatura a sindaco di Roma fosse interpretata come una fuga dalla responsabilità di giocarsi la leadership di un centrodestra alla ricerca di volti credibili per guidarlo.
Giorgia Meloni, che di Fratelli d’Italia è capo indiscusso e della rissosa coalizione di centrodestra una delle tre punte assieme a Berlusconi e Salvini, sta vivendo giorni difficili.
Gli ultimi mesi l’hanno vista protagonista per vicende pubbliche e private che le sono valse gli onori dei riflettori ma anche l’onere del subire critiche: troppo poco coraggio? Poteva e doveva fare di più? ha perso e fatto perdere al centrodestra un’occasione? Ha commesso, come ha scritto ieri Pierluigi Battista sul Corriere, troppi errori?
Lei ci riflette con i suoi e sente di avere ben poco da rimproverarsi. Anzi, la sensazione – non solo sua – è che sia stata lasciata sola e che ora a lei si guardi per salvare il salvabile.
Magari ricorrendo a quella che lei stessa ha sempre considerato l’ipotesi ultima, ma che nel centrodestra ora più d’uno considera l’unica via d’uscita possibile: la sua candidatura a sindaco in extremis, nonostante le difficoltà e il clamore del gesto, per far ritrovare l’unità a una coalizione che su Bertolaso si è spaccata, con Salvini a picconare il candidato dimostrando che non è certo quella di Roma la sua partita elettorale, anzi è forse il terreno dove la competizione a destra si fa più dura.
L’ipotesi che la Meloni corresse a Roma è stata davvero in piedi fino a qualche settimana fa, ma nel centrodestra non tutti l’avevano accolta con entusiasmo.
Storace (col sostegno di Alemanno e Fini) la sfidava; in FI più d’uno – da Tajani a Gasparri – premeva per Marchini, lo stesso Berlusconi lo aveva benedetto, Salvini aveva aperto ma lei si era opposta: uomo troppo legato alla sinistra, troppo a un mondo come quello delle banche e degli interessi imprenditoriali romani che «sono anni luce lontani dal nostro sentire».
Il pressing era tornato forte anche se – si è sfogata più volte lei – «l’atto di coraggio è stato comunque richiesto solo a me, perchè Salvini ha subito detto che lui di correre a Milano non ci pensava proprio…».
Ma a far tramontare quasi definitivamente l’ipotesi era arrivata la bella notizia di una gravidanza, che segnerebbe l’intera campagna elettorale e i primi mesi di mandato, per il peso emotivo, fisico, pratico che un figlio comporta per chi debba svolgere un lavoro 24 ore su 24 come quello del sindaco.
Ha temuto la Meloni che i due impegni fossero inconciliabili, ha proposto alternative – il suo Rampelli –, ha chiesto inutilmente le primarie.
Alla fine Berlusconi le ha assicurato che anche Salvini aveva accettato Bertolaso e lei ha messo da parte i dubbi su una campagna elettorale che sarebbe stata certamente delicata e difficile pensando – dice – che «l’unità della coalizione e la certezza, in caso di vittoria, di avere un ottimo sindaco valessero il rischio».
Ma la guerra aperta all’ex capo della Protezione civile da Salvini, che ha schierato gazebo per frenarne le ambizioni, ha rimescolato le carte. E riaperto a questo punto una partita che sembrava chiusa.
Come finirà è arduo da dire, ma non stupirebbe se alla fine la Meloni con una decisione sofferta cedesse, accettando una corsa pesante, difficile, rischiosa. L’extrema ratio appunto, la candidatura al colle del Campidoglio.
Quello che alla fine, forse, solo l’unica donna della coalizione può cercare di scalare.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL RUOLO SEMPRE PIU’ MARGINALE DELLA LEADER DI FDI…E L’ELETTORATO ROMANO DI DESTRA GUARDA ALLA RAGGI
Ora che Matteo Salvini pianta i suoi gazebo nelle piazze della fu «Roma ladrona», ora che l’operazione Bertolaso vacilla, o comunque scatena la vocazione rissosa delle diverse anime della destra capitolina, ora ci si domanda che cosa resta di un’area politica che negli ultimi tempi ha assunto il volto spigliato e moderno di Giorgia Meloni e che adesso appare sempre più marginale, irrilevante, prigioniera dei suoi stessi errori.
È appena uscito un libro molto documentato di Annalisa Terranova, «L’altro Msi» pubblicato dall’editore Giubilei con la prefazione di Antonio Carioti, in cui si fa la storia dei «leader mancati per una destra differente».
Di questa galleria di «leader mancati» forse Giorgia Meloni è l’ultima in ordine di apparizione.
E pensare che quella per il sindaco di Roma poteva essere la battaglia decisiva che avrebbe potuto consacrare la leadership di Giorgia Meloni.
E invece, tutto al contrario.
Non lo dicono apertamente, ma nella destra romana molti sono convinti che persino il ballottaggio appare a questo punto come un obiettivo impossibile da raggiungere e che è già cominciata la transumanza di una parte consistente dell’elettorato di destra verso le sponde grilline di Virginia Raggi.
E ancora si chiedono perchè. Come sia partita quella sequenza impressionante di errori, gaffe, goffaggini, furberie che hanno portato a questo punto, con Salvini che disconosce un patto siglato appena pochi giorni prima, un candidato che non riesce a trovare toni e accordi giusti per mettersi in «connessione sentimentale» con il popolo della destra romana, con uno schieramento diviso.
Come si può pensare a una ricucitura quando Francesco Storace, in polemica velenosa con le scelte della Meloni, arriva a dire che il disagio di una campagna elettorale con Bertolaso è quello di doversi muovere sempre con un codice penale in mano?
Non è diversità , dissenso, frattura. È una voragine incolmabile.
E pensare che il disastro della gestione di Ignazio Marino aveva persino reso meno aspro il ricordo di quella precedente, bocciata sonoramente dagli elettori, di Gianni Alemanno.
E qualche speranza di rinascita era fiorita, sebbene le vicende legate a «Mafia Capitale» avessero messo in luce un intreccio consociativo in cui tra destra e sinistra si era persa ogni distinzione nel rapporto non proprio brillanto con i centri della criminalità e della corruzione nella Capitale.
Poteva esserci qualche spiraglio, ma poi è partita la giostra di errori di cui ha fornito lo scioccante elenco completo ieri Antonio Macaluso su queste pagine.
Berlusconi aveva preso in parola la certezza che i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni potessero essere la punta della riscossa del centrodestra in una città come Roma.
Poi la presenza mediatica di Giorgia Meloni dava la certezza che il suo messaggio, il suoi linguaggio, la sua maschera politica veicolata da una presenza massiccia e vociante nella totalità dei talkshow potessero toccare strati di elettorato non militante, comunque vulnerabile alla simpatia innata di una figura che ama sottolineare i suoi tratti popolari e finanche popolareschi.
Invece no, la Meloni ha temporeggiato, procrastinato, dilazionato non senza però impedirsi di intralciare con i suoi interdetti la marcia di avvicinamento di Alfio Marchini al centrodestra.
Quindi niente Meloni, niente Marchini e niente Marchini, sembrava, in perfetta sintonia con Salvini.
E allora chi? L’annuncio del figlio che verrà , reso pubblico durante il Family Day, ha scatenato le oscenità sessiste del politicamente corretto che, quando si tratta di colpire esponenti della destra, non esita a diventare scorrettissimo, trivialissimo, sgangheratissimo.
Ma la stessa Meloni si è accorta dell’errore comunicativo, lei non sposata, una gravidanza extra matrimoniale dentro il Family Day.
Poi la corsa al nome d’effetto: Rita Dalla Chiesa, un clamoroso boomerang mediatico. Poi l’improvviso adeguarsi alla scelta berlusconiana di Bertolaso.
La rottura di una parte di Fratelli d’Italia, la rivolta di una parte della destra.
E soprattutto l’occasione per Matteo Salvini di rimettere in discussione.
La Meloni subisce una sconfitta storica.
E la destra, direbbe Annalisa Terranova, ha un nuovo «leader mancato».
Pierluigi Battista
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 17th, 2016 Riccardo Fucile
L’APPOGGIO DEI 21 DIRIGENTI DI FDI A STORACE E’ L’ULTIMO SCONTRO TRA I DUE, UNA LOTTA CHE VA AVANTI DA DECENNI
La scelta di 21 dirigenti di Fratelli d’Italia di disconoscere la candidatura di Guido Bertolaso
dando il loro sostegno a Francesco Storace è solo l’ultimo tassello di una lunga crisi di nervi che da mesi attanaglia il centrodestra romano.
I 21 dirigenti sono stati scomunicati da Giorgia Meloni, che li ha accusati di farsi eterodirigere da Gianni Alemanno, ex di Fdi che ora appoggia Storace.
Intorno alla candidatura dell’ex governatore si sono ritrovati gli ex amici, ma anche gli ex nemici, della destra storica capitolina.
Alemanno, appunto, l’ex sindaco che in passato è stato uno dei protagonisti della “destra sociale”, e Gianfranco Fini, che invece ne è sempre stato lontano.
Storace, altro adepto della “destra sociale”, oltretutto è stato per anni il portavoce e l’addetto stampa proprio dell’ex leader di An.
Storie personali e politiche si intrecciano, si perdono e si ritrovano.
Fini e Alemanno, tra l’altro, hanno preso di recente una bastonata al congresso della Fondazione An: i due volevano utilizzare anche loro le risorse della fondazione per favorire la nascita di un nuovo partito di destra, operazione fatta fallire dall’asse di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa con Maurizio Gasparri.
Ma dietro il duello tra il candidato del centrodestra Guido Bertolaso e l’indipendente Alfio Marchini si cela un altro scontro storico della destra capitolina, quello tra Andrea Augello e Fabio Rampelli, i nemici storici del Msi all’ombra del cupolone.
Il primo nasce politicamente raccogliendo l’eredità del fratello Tony, storico consigliere comunale del Msi, molto amato dai giovani del Fronte della Gioventù, con un bel pacchetto di voti nella Capitale e nel suo quartiere, Monteverde.
Morto prematuramente nell’aprile del 2000, suo fratello minore Andrea ne ha raccolto l’eredità politica facendosi eleggere in consiglio regionale per An.
Proprio negli stessi anni in cui veniva eletto alla Pisana anche Rampelli.
Quella di quest’ultimo è una storia diversa, come diverso è il quartiere da cui proviene: Colle Oppio, uno dei più “neri” della Capitale. Qui Rampelli ha fondato la sua corrente, i “Gabbiani”, una sorta di setta con gli adepti che una volta alla settimana si ritrovavano per il “richiamo del corno”: tutti in circolo, gambe larghe e mani dietro la schiena, a recitare inni e letture.
Anche Augello ha la sua passione mistica: quella per i draghi, su cui ha scritto anche un libro nel 2013, “I draghi d’Italia”.
I due sono agli antipodi e, con le loro correnti, da anni si combattono a suon di incarichi non solo a Roma, ma in tutto il Lazio.
E la guerra, continuata con l’ingresso di An nel Pdl, trova il suo apice con l’elezione di Alemanno in Campidoglio e, poi, Polverini in Regione: in entrambi i casi Augello e Rampelli siglano armistizi per aiutare i candidati del centrodestra, salvo poi spartirsi le poltrone e continuare la guerriglia dopo la vittoria.
Con l’implosione del partito berlusconiano, infine, scelgono squadre diverse: Rampelli entra in Fdi e ne diventa uno dei pilastri, Augello sceglie il Nuovo Centrodestra di Alfano, salvo andarsene un paio di mesi fa accusando il ministro dell’Interno di essersi ormai spostato a sinistra.
Entrato in Gal, Augello è diventato uno dei maggiori sponsor della candidatura Marchini, ritrovandosi con Alfano. Anche per questo motivo, Rampelli non ha mai preso in considerazione l’opzione Marchini, sostenuto dal suo più acerrimo nemico, optando per Bertolaso.
Come ai vecchi tempi del Msi, dunque, dove sta uno non sta l’altro.
“Bertolaso non va neanche al ballottaggio”, il commento tranchant di Augello dopo la scelta di Berlusconi. “Marchini è lontano da noi anni luce, era impossibile sostenerlo”, le parole di Rampelli.
E così, come sempre, i due si ritrovano su fronti opposti. A farsi la guerra, schierando sul terreno le rispettive correnti.
Mentre Storace, che non ha nulla da perdere (e qualcosa da guadagnare) se la ride.
Gianluca Roselli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 16th, 2016 Riccardo Fucile
“BERTOLASO SOTTO PROCESSO DOVEVA AUTOSOSPENDERSI COME ALEMANNO”… A DESTRA SIAMO ALLA GUERRA PER BANDE, LA MELONI INCAPACE DI UNIRE E COMPLETAMENTE INADEGUATA
A un pezzo di Fratelli d’Italia e della destra romana la candidatura di Guido Bertolaso, decisa da Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, non va giù.
«Come dirigenti di Fratelli d’Italia – Alleanza nazionale, componenti dell’Assemblea e della Direzione nazionale, non possiamo non far sentire la nostra voce di fronte all’incredibile procedura con cui sono stati scelti i candidati sindaci del centrodestra in tutte le città e in particolare a Roma. Ancora una volta, invece di utilizzare lo strumento delle primarie, ci si è rassegnati alla logica dei compromessi di vertice tra tre leader chiusi in una stanza. Questa decisione è stata assunta senza nessuna convocazione della Direzione nazionale del nostro partito che, secondo quanto previsto all’art. 13 dello Statuto, ha il potere di scegliere e ratificare i candidati sindaci».
Lo dichiarano in una nota Brian Carelli, Gloria Pasquali, Marco Cerreto, Antonio Triolo e Sabina Bonelli, come portavoci del gruppo di 21 dirigenti firmatari della lettera a Meloni.
«Tutto questo è ancora più grave a Roma dove l’area contrapposta alla sinistra e al Movimento 5 Stelle si prepara ad affrontare le elezioni divisa su tre candidature: Alfio Marchini, Guido Bertolaso e Francesco Storace. Sia Storace che Marchini avevano offerto la loro disponibilità a partecipare ad elezioni primarie indette dal centrodestra, aprendo la strada ad una candidatura unitaria che sarebbe stata sicuramente vincente. Non solo: lo svolgimento delle primarie avrebbe permesso a Fratelli d’Italia, dopo il ritiro di Giorgia Meloni, di esprimere una candidatura politica e identitaria che, grazie alla forza militante del nostro Partito nella Capitale, poteva diventare quella unitaria di tutto il centrodestra».
«Non è credibile prosegue la nota – l’alibi della mancanza di disponibilità da parte di Silvio Berlusconi e forse anche di Matteo Salvini: a Roma FdI è la prima forza del centrodestra e avrebbe potuto imporre le primarie se, per motivazioni incomprensibili, non le avesse vincolate allo svolgimento su tutto il territorio nazionale. Errore politico gravissimo, perchè utilizzare Roma come laboratorio delle primarie del centrodestra avrebbe rappresentato un precedente ineludibile per giungere alle Primarie per la scelta del candidato Premier alle prossime elezioni politiche».
«Di fronte a questa situazione di palese violazione delle regole statutarie di Fratelli d’Italia e di tradimento delle motivazioni costitutive stesse del partito che, come sancito dall’art.2 dello Statuto, vedono il metodo delle primarie come strumento imprescindibile di partecipazione democratica – continua la nota – non ci sentiamo vincolati ad appoggiare la candidatura di Guido Bertolaso come candidato Sindaco nel comune di Roma Capitale. Bertolaso, al pari di Marchini, è una personalità “tecnica”, estranea al mondo politico del centrodestra, oltre che segnata da due procedimenti giudiziari in corso per gravi reati. Non si capisce perchè, mentre Gianni Alemanno si è autosospeso dal Partito, rinunciando a qualsiasi carica politica e a qualsiasi candidatura fino a quando la sua posizione giudiziaria non sarà definitivamente chiarita, analoga regola non dovrebbe valere per Guido Bertolaso che è sotto processo per gli stessi reati».
«In queste condizioni – conclude la nota – l’unica candidatura che può essere sostenuta a Roma da persone di Destra è quella di Francesco Storace che rappresenta un punto di riferimento unitario per tutta la nostra area politica, al di là di ogni etichettatura di partito. Per questo invitiamo dirigenti, iscritti e simpatizzanti di Fratelli d’Italia ad unirsi a noi in questa battaglia per riaffermare la dignità e l’unità della Destra politica italiana, anche utilizzando l’opportunità di un voto disgiunto tra lista e candidato sindaco».
(da “il Messaggero”)
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Febbraio 10th, 2016 Riccardo Fucile
PERCHE’ ALLORA HA PROPOSTO RITA DELLA CHIESA (CHE HA RINUNCIATO) , ANCHE LEI CON LO STESSO PASSATO, E PERCHE’ HA ACCETTATO UN FINANZIAMENTO DI 15.000 EURO DA PARTE DEL NOTO “PALAZZINARO” NAVARRA?
In politica è evidente che ciascuno può fare le scelte che meglio crede, appoggiare o proporre un candidato piuttosto che un altro, perorare la causa di un papabile sindaco o negargli fiducia.
La strada maestra dovrebbe però almeno essere quella della sincerità e della coerenza di fronte al proprio elettorato.
Nel travagliato parto del centrodestra romano per individuare un candidato sindaco unitario per le prossime amministrative, stiamo assistendo ogni giorno a una farsa (poco fa Rita Della Chiesa non ha accettato la candidatura e si riparla di Bertolaso)
Ma qua vogliamo soffermarci sul “profilo identitario” reclamato da Giorgia Meloni come “condicio sine qua non” per garantire l’appoggio di Fratelli d’Italia al futuro papabile.
E veniamo al veto posto su Alfio Marchini da parte della Meloni, quando ormai sia Berlusconi che Salvini erano d’accordo.
Il no della Meloni, accompagnato dalla minaccia di ridiscutere tutte le candidature nelle altre città , è stato motivato dal fatto che Marchini “ha un passato a sinistra” e “rappresenta gli interessi dei palazzinari romani”.
Nulla da obiettare se tale posizione, giusta o sbagliata che sia, fosse coerente con il comportamento della Meloni .
Ma allora spieghi al proprio elettorato due semplici cose:
1) Per quale motivo ha proposto Rita Della Chiesa, con un noto passato di sinistra, come peraltro ricordato dalla stessa conduttrice stamane?
Se la regola vale per Marchini perchè non dovrebbe valere per Rita Della Chiesa?
2) Se non vuoi avere nulla a che fare con i palazzinari romani, perchè per le elezioni 2013 hai accettato un contributo di 15.000 euro dai fratelli Navarra, noti titolari di Italiana Costruzioni, famiglia di “palazzinari” romani, indagati dalla procura di Firenze per l’appalto al Padiglione Italia di Expo ?
Costruttori che hanno elargito contributi bipartisan anche a Zingaretti (25.000 euro) e a Nicola Latorre (30.000 euro)?
Se le regole valgono per Marchini, perchè non dovrebbero valere in primo luogo per te?
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Febbraio 10th, 2016 Riccardo Fucile
C’ERAVAMO TANTO AMATI: LA DELLA CHIESA SANCISCE LA FINE DELL’IDILLIO TRA SALVINI E LA MELONI… E LUI DISERTA IL VERTICE DI OGGI: “NON SI DECIDE COSI”
E’ caos nel centrodestra per la candidatura a sindaco di Roma.
Rita Dalla Chiesa ha preso tempo. “Sono nel panico, raramente nella mia vita lo sono stata” dice in una lunga intervista all’agenzia LaPresse. Dopo che Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia ha lanciato il suo nome per la corsa al Campidoglio, la giornalista e conduttrice tv, 69 anni, figlia del generale ucciso dalla mafia, ci sta pensando seriamente. “Dovrò incontrare la Meloni e Berlusconi, poi vedremo” dice.
E sarebbe previsto per oggi alle 15 un incontro con il numero uno di Forza Italia: a comunicarlo sarebbe stato Berlusconi stesso ieri a cena a palazzo Grazioli con i coordinatori regionali.
Come pure sulla figura di Dalla Chiesa – e di Simonetta Matone, classe ’53, sostituto procuratore in Corte d’Appello, gran frequentatrice di talk – si sarebbe dovuto ragionare anche stasera nel nuovo vertice tra i tre leader del centrodestra per trovare il candidato sindaco di centrodestra per le elezioni di giugno.
Peccato che Salvini si sarebbe profondamente irritato per la gestione delle candidature tanto da decidere di disertare l’incontro.
Quale sia l’opinione del Carroccio sulla Dalla Chiesa è ancora da capire. Era stato Salvini ad annunciare lo stop a Marchini suggerendo: “Abbiamo un altro”. Poi era emerso piano piano un identikit: donna, ex magistrato.
Tutte le attenzioni si erano subito concentrate sulla Matone. Fino alle indiscrezioni di ieri che invece portano dritto alla storica conduttrice di Forum.
E se la Lega non si è mostrata calda, incerta pure la risposta dei forzisti romani, tornati ad invocare l’unità e convinti che la partita su Marchini, che ieri al Tg1 ha comunque confermato “Vado avanti, non mi fermo per i veti”, non sia ancora del tutto chiusa. Maurizio Gasparri ad esempio twitta: “Oggi mercoledì delle Ceneri. Carnevale è finito”..
I contatti sono già in corso. Sia con la Meloni che con Berlusconi la Dalla Chiesa, che rivendica un passato “da progressista, a sinistra” prima del voto a Forza Italia, si è già sentita.
(da agenzie)
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