Febbraio 9th, 2014 Riccardo Fucile
POTREBBERO SOSTENERE UN EVENTUALE GOVERNO GUIDATO DAL SEGRETARIO DEL PD
Una guerra fredda congela il Movimento cinque stelle. 
Da una parte gli ortodossi, ostili a ogni intesa. Dall’altra i dissidenti, aperti al dialogo.
In mezzo lo scenario di un governo Renzi, capace di far riesplodere il conflitto.
Perchè a Palazzo Madama una pattuglia di colombe a cinquestelle è pronta a varcare il Rubicone, in nome di una legislatura costituente.
«Renzi – confida il senatore Luis Alberto Orellana – non è un politico vecchio stampo. La sua spinta, adesso, è forte. La osservo e vivo con inquietudine il fatto che non partecipiamo ».
Il confronto è serrato, i contatti con Pd e Sel quotidiani. E proprio i sette senatori vendoliani sono disponibili a offrire ospitalità a chi deciderà di strappare, dando vita a un nuovo gruppo.
Un ponte l’ha costruito il senatore Peppe De Cristofaro (Sel). Non ha voglia di sbilanciarsi, però ammette: «Con alcuni colleghi del M5S parlo spesso. Ragioniamo di politica e del futuro ».
La lista di chi ha voglia di confrontarsi con i nuovi scenari comprende almeno dodici senatori. Per molti la fiducia a un nuovo esecutivo resta un tabù.
Li unisce però la volontà di rimettere in gioco il Movimento, senza chiusure preconcette. I più “esposti” sono Orellana, Lorenzo Battista, Laura Bignami e Monica Casaletto, in rotta con Gianroberto Casaleggio.
Ma l’elenco dei dialoganti è più lungo. E molti hanno una storia “di sinistra”.
C’è Maria Mussini, ospite questa estate della festa dell’Unità , e ci sono i toscani Maurizio Romani e Alessandra Bencini.
Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella e Francesco Molinari, vicini alla sinistra e al sindacato.
E ancora, l’ex verde Roberto Cotti, Ivana Simeoni e Bartolomeo Pepe.
Mille sfumature, ma convinti della necessità di sedere al tavolo del confronto.
«Renzi vuole discutere? Benissimo, ci ascolti. Rispetto al nulla di Letta – sostiene Serenella Fucksia – qualsiasi mossa che ci tolga da questo immobilismo è positiva. Spero che il Movimento sia propositivo nei contenuti, senza traccheggiare».
Orellana, fin da marzo sponsor di un «governo per il bene del Paese», resta fiducioso: «Renzi è coraggioso, in prima battuta tendo a dargli fiducia».
Campanella, invece, mette in guardia dai rischi: «Non vedo margini nè dal punto di vista politico, nè della convenienza politica».
Li frena soprattutto l’aritmetica, perchè in un esecutivo Renzi difficilmente risulterebbero determinanti.
Ortodossi e dissidenti, comunque, temono la prima mossa. Resta immobile, ad esempio, il guru Casaleggio.
Informato delle manovre, ha valutato nuove espulsioni. Ma poi ha preferito farsi guidare dai sondaggi: «È meglio che siano loro a lasciare», ha spiegato all’ala dura.
Di certo, il clima resta pesante. «Epurazioni? Non so – ammette Orellana non parlo con Casaleggio. Quando viene, riceve chi vuole…».
L’ex capogruppo Nicola Morra, poi, quasi auspica una resa dei conti: «Il Movimento non è una prigione, porte aperte a chi vuole andarsene. I continui distinguo ci logorano». Anche perchè la linea dei falchi non cambia: «Altro che fiducia a Renzi, l’esperienza di questi mesi ci rafforza nella convinzione che chi governa debba essere mandato a casa».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2014 Riccardo Fucile
SI RIFERISCE ALLA LETTERA IN CUI INVITAVA LE FORZE DELL’ORDINE A NON PROTEGGERE LA CLASSE POLITICA
Il leader di Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, è stato indagato dalla procura di Genova per
“Istigazione di militari a disobbedire alle leggi”, articolo 266 Cp.
Il fascicolo è stato aperto dalla procura genovese (aggiunto Nicola Piacente, sostituti Federico Manotti e Silvio Franz) e segue un esposto del parlamentare e coordinatore dei giovani del Pd Fausto Raciti, che stigmatizzava una lettera aperta di Grillo indirizzata ai vertici di Polizia, Esercito e Carabinieri a non schierarsi a protezione della classe politica italiana.
Raciti ravvisò nella lettera del leader di M5S, appunto, un’istigazione alla disobbedienza e quindi un reato.
Lo scritto risale al 10 dicembre scorso e segue le manifestazioni dei Forconi e il clamoroso gesto di alcuni agenti addetti all’ordine pubblico che a Torino, Genova e Milano si sfilarono il casco protettivo.
“Alcuni agenti di Polizia e della Guardia di finanza a Torino si sono tolti il casco – scrisse Grillo – si sono fatti riconoscere, hanno guardato negli occhi i loro fratelli. E’ stato un grande gesto e spero che per loro non vi siano conseguenze disciplinari”.
Quindi, sosteneva: “Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell’ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà . In alto i cuori”.
La lettera era indirizzata a Leonardo Gallittelli, comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Alessandro Pansa, capo della polizia di Stato e Claudio Graziano, capo di stato maggiore dell’Esercito italiano.
Raciti denunciò Grillo ai carabinieri di Roma, l’esposto fu trasferito alla procura di Roma e quindi indirizzato a Genova.
Il reato contestato a Grillo prevede pene da 1 a 3 anni e se commesso in pubblico pene da 2 a 5 anni.
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO AVER IMPEDITO A SPERANZA DI ESERCITARE IL SUO MANDATO, IL CINQUESTELLE DI BATTISTA, FUTURO PREMIER DEL MONDO DI GAIA, RECITA LA PARTE DEL RIVOLUZIONARIO PER L’AUDIENCE: “SANZIONI? ME NE INFISCHIO, NON RICONOSCO QUESTO PSEUDO-TRIBUNALE”
“Pur sforzandomi non riesco a intravedere alcuna autorità in questo pseudo tribunale che ci sta giudicando. Per cui fate quello che volete, francamente me ne infischio”.
Si è conclusa con queste parole l’audizione del deputato grillino Alessando Di Battista davanti all’ufficio di presidenza della Camera chiamato a giudicare la sua “aggressione” (gli impedì di svolgere una conferenza stampa) ai danni del capogruppo del Pd Roberto Speranza.
Questa mattina sono iniziate infatti alla Camera le audizioni dei deputati del M5S che si sono resi protagonisti della bagarre in aula il giorno della ‘ghigliottina’ sul decreto legge Imu-Bankitalia.
Complessivamente l’ufficio di presidenza, capeggiato da Laura Boldrini, ha convocato una quindicina di parlamentari per valutare eventuali sanzioni dopo l’istruttoria dei questori, che hanno censurato anche il collega di Scelta civica Stefano Dambruoso per il colpo dato a Loredana Lupo.
Va ricordato che, in base alla relazione dei questori, i reati commessi rientrano tra quelli per cui gli atti avrebbero dovuto essere trasmessi immediatamente all’autorità giudiziaria e non “giudicati” solo all’interno della Camera.
Trattandosi di fattispecie che prevedono fino a 5 anni di reclusione.
Dibba ha ragione a non riconoscere il tribunale interno, merita quello ordinario.
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
DISATTESO L’ANNUNCIO CHE SAREBBERO STATE RIMOSSE: CHE ASPETTA LA MAGISTRATURA A SIGILLARLO?… SE NON FOSSE IL BLOG DI GRILLO MA DI UN POVERO CRISTO LO AVREBBERO GIA’ CHIUSO
Eppure l’annuncio c’era stato, ed era sembrato definitivo, solenne. 
Un recupero del senso della misura e delle Istituzioni. Uno stop al vaffa a tutti i costi.
Primo febbraio, di sera. Dopo ventiquattro ore di follia collettiva, un giorno intero durante il quale il blog di Beppe Grillo diventa il ricettacolo di ogni tipo di offesa rivolta a Laura Boldrini – rea di aver “ghigliottinato” la discussione sul decreto Imu-Bankitalia – lo staff del MoVimento Cinque Stelle dirama una nota.
Si prendono le distanze dalle “offese sessiste”.
Si avanzano giustificazioni: “i commenti sono stati scritti di notte, quando non c’era controllo”.
E ne viene annunciata la rimozione. Immediata.
Ma a oggi, dopo quasi una settimana, molti di quei commenti sono ancora lì, ben visibili in calce al post #Boldriniacasa.
E si tratta di parole irripetibili. Pure e semplici istigazioni alla violenza, qualcosa che con la politica, con il dibattito pubblico anche acceso e senza sconti reciproci, non ha niente a che fare. Dopo una settimana e nonostante l’impegno ufficiale, sul blog del capo politico del MoVimento Cinque Stelle, si legge ancora che quelle del Presidente della Camera dei Deputati sono “braccia portate via alla prostituzione”, per esempio.
E ci si ferma qui: tenore e contenuto dei commenti non meritano di essere ripresi.
Certo, la giustificazione fornita il primo febbraio dallo staff dei Cinque Stelle vale ancora: “Chi ha scritto le minacce può essere querelato tranquillamente. La Rete e libera e deve rimanere libera ma ognuno si assume le sue responsabilità “.
E chi dice che queste sono “minacce dei grillini dice cose prive di senso”. Sarà .
Ma il punto è che sul blog ufficiale di Grillo, leader di una forza politica che raccoglie il consenso di oltre otto milioni e mezzo di cittadini italiani, si continuano ad ospitare e a dare visibilità a veri e propri professionisti dell’insulto.
C’e’ poi un piccolo dettaglio giuridico su cui si continua a glissare: il titolare del blog è responsabile anche dei commenti qualora costituiscano reato e non vengano rimossi in tempi rapidi.
Se non fosse il blog di Grillo, nsomma qualcosa sarebbe uscito di casa in manette, ma a lui tutto è permesso.
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
ASSUNZIONE DEI COLLABORATORI, E’ BUFERA SUI GRILLINI…I CASI DI FICO, DI MAIO, SORIAL, MORRA E DELLA LOMBARDI
Collaboratori e consulenze: il caso tocca anche il M5s. O almeno la metà dei parlamentari campani. 
Che restituiscono, è vero, parte dello stipendio e dei rimborsi, come evidenziato nel sito “tirendiconto.it”, ma utilizzano qualche escamotage per il pagamento dei contributi Inps ai propri collaboratori parlamentari e ai propri consulenti: alcuni «cittadini» non risultano aver pagato alcun contributo previdenziale, altri hanno inventato il sistema della ditta individuale.
La questione dei collaboratori parlamentari, il cui “status” è in fase di perenne, ma mai definitiva, regolamentazione, tocca trasversalmente molti gruppi politici ma alcuni aspetti dell’attuale vicenda, con la creazione delle ditte individuali, rasenta per qualche esperto il «tentativo di elusione fiscale».
Il più originale è l’uomo del «boia chi molla», Angelo Tofalo. La sua frase è rimasta scolpita nelle recenti cronache parlamentari.
Nel suo rendiconto presentato sul sito M5S è preciso nel documentare quanta parte del proprio stipendio ha restituito.
Per i collaboratori, tuttavia, ha inventato un sistema tutto suo: ha infatti creato la ditta individuale «Tofalo Angelo» con indirizzo in Pellezzano.
Tipo di azienda: «A1 – azienda con una sola posizione, senza unità operative, non autorizzata all’accentramento contributivo», per «attività dei partiti».
Due assunzioni, con contratto “part time” ma a tempo indeterminato in modo da godere delle agevolazioni della legge 407 del 1990 che prevede, per soggetti disoccupati da più di 24 mesi residenti nelle regioni del Mezzogiorno, l’esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali, contributi che vengono coperti dall’Inps, cioè da tutti.
Sistema spinto all’esasperazione, ma non isolato visto che anche il capogruppo alla Camera, Alessio Villarosa, è ricorso allo stesso “escamotage” per ottenere le stesse agevolazioni contributive, assumendo due collaboratori in qualità di operai, sempre a spese dei contribuenti.
Un metodo, evidentemente, non condiviso dagli altri esponenti dei cinquestelle campani se Silvia Giordano, Girolamo Pisano, Carlo Sibilia, Andrea Cioffi, Vilma Moronese, Sergio Puglia e Bartolomeo Pepe hanno scelto la via «normale»: hanno assunto collaboratori parlamentari, full time e a tempo determinato (visto che i M5s possono restare in Parlamento solo per due mandati, anche se Tofalo, con i suoi contratti a tempo indeterminato, sembra volerci rimanere molto di più) versando tutti i contributi nella “gestione separata”, con il modello F24 utilizzando il regolare codice Cxx.
Il modello della ditta individuale ha convinto anche Vega Colonnese e Luigi Gallo (collaboratori full time a tempo determinato) con potenziali vantaggi di tipo fiscale, visto che pagando i contributi per dipendenti si hanno «costi di produzione» che si potrebbe anche dedurre.
Per altri quattro parlamentari campani la situazione è un tantino più complessa.
Dai loro rendiconti agli elettori, infatti, compaiono spese per collaboratori e consulenti senza però che risultino all’Inps i relativi versamenti dei contributi.
È il caso di Roberto Fico: il presidente della commissione di vigilanza Rai segnala 700 euro di spese per collaboratori a settembre, 744 euro a ottobre con 1286 euro per consulenze ma con versamenti, tramite modello F24, di contributi minimi, appena 132 e 208 euro a dicembre.
Salvatore Micillo rendiconta 2674 euro per collaboratori da luglio a ottobre, ma la sua posizione fiscale/Inps segna zero versamenti tramite modelli f24.
Paola Nugnes indica, da giugno a ottobre scorsi, spese per collaboratori per 3200-3600 euro per complessivi 418 euro di contributi versati come «sostegno regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile».
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, ammette di essere ricorso, da giugno a ottobre, a vari consulenti per spese variabili dai 400 ai 1200 euro, ma sempre nessun contributo versato.
E gli altri? Difficile fare una verifica per tutti.
Per i protagonisti delle polemiche di questi giorni, tuttavia, è possibile ricavare qualcosa.
Giorgio Sorial, il deputato del M5s che aveva lanciato il “Napolitano boia” ha optato anche lui per la ditta individuale con contratto a termine e full time per il suo collaboratore.
Anche Nicola Morra, presidente del gruppo al Senato, punta sulla ditta individuale, così come l’ex capogruppo Vito Crimi.
Vincenzo Santangelo, capogruppo al Senato, invece versa interamente i contributi ai suoi collaboratori.
La presidente dei M5s alla Camera, infine, Roberta Lombardi ha rendicontato consulenze per 9420 euro a luglio e da agosto collaboratori che costano 1000-2500 euro al mese, ma come contributi Inps risultano solo quelli relativi all’Irpef, in tutto 370 euro.
Per fare un paragone, basta citare il deputato sempre dei Cinquestelle Sergio Puglia che nel suo rendiconto agli elettori di ottobre indica spese per 1420 euro per collaboratori e 6623 euro per consulenti e a novembre ha normalmente versato 292 euro per i primi e 1523 euro per i secondi.
(da “il Mattino”)
La precisazione del Mattino
«In relazione a quanto sostenuto dal deputato M5S Angelo Tofalo, il Mattino precisa che, come da documenti in nostro possesso, risulta all’Inps di Salerno, nel fascicolo elettronico delle aziende, una posizione aperta in data 2 maggio 2013, intestata a Tofalo Angelo – Ditta la cui attività economica è: attività politica».
Grazie a questa formula, il deputato grillino ha potuto beneficiare, come egli stesso ammette, delle agevolazioni per assunzioni di lavoratori disoccupati da più di 24 mesi previste dalla legge 407/90, che consentono, per il part time al Sud, sgravi contributivi».
«Come abbiamo scritto nell’articolo, questa formula non è peraltro adottata dai suoi stessi colleghi parlamentari citati nell’articolo, e cioè Silvia Giordano, Girolamo Pisano, Carlo Sibilia, Andrea Cioffi, Vilma Moronese, Sergio Puglia, e Bartolomeo Pepe, che hanno utilizzato il contratto a progetto per collaboratori con i versamenti previsti per la gestione separata.
Nessun intento di screditare l’attività politica di Tofalo, ma solo il diritto-dovere di segnalare una curiosa novità nella contrattualistica parlamentare.
Quanto alle accuse di dilettantismo – conclude Il Mattino – ci riserviamo di rispondere nelle sedi opportune».
Fulvio Scarlata
(da “il Mattino“)
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
GRILLO E’ IL NUOVO GRANDE FRATELLO ORWELIANO: LA PRATICA COLLETTIVA DEI “DUE MINUTI DI ODIO” ERA GIA’ CITATA NEL LIBRO “1984” DI GEORGE ORWELL
Parliamo di fatti e dati concreti: fino a pochi giorni fa la media settimanale di “mi piace” sulla
pagina di Grillo stava sui 4.000/5.000, più o meno quella dei suoi avversari.
Già quelli erano guadagnati con la politica dell’insulto ma non gli bastavano.
Come vedete dai dati forniti da Facebook, nel momento in cui Grillo ha alzato il livello degli insulti è subito salito a quasi 24.000.
Come disse Federica Salsi dopo essere stata cacciata da 5 Stelle con con quella volgarissima frase di Grillo sul suo “Punto G”, questa campagna d’odio che ogni poco Grillo lancia contro qualcuno, serve solo per aumentare i contatti sul suo sito e quindi aumentare il suo fatturato attraverso la pubblicità .
I bi-leader Grilloleggio pensano di essere dei geni del marketing politico, ma gli studi dimostrano che a tanti “mi piace” non corrisponde un proporzionale successo politico, al massimo un successo di marketing aziendale.
Ed è forse proprio questa l’unica cosa che ha loro interessa veramente.
Fare spamming virale attraverso gli insulti per portare gente sul loro sito ed incassare i soldi con la pubblicità .
Grillo è il nuovo Grande Fratello orweliano. I “due minuti d’odio” sono una pratica collettiva esercitata dal governo del Grande Fratello nel romanzo “1984” di George Orwell.
Tale pratica collettiva viene attuata sui posti di lavoro, negli incontri di partito, ovunque sia possibile; consiste nel riunirsi “spontaneo” degli astanti, al segnale emesso da altoparlanti, dinanzi ad un teleschermo che proietta immagini del nemico supremo della patria Oceania, Emmanuel Goldstein: scene di guerra e sequenze studiate per coinvolgere psicologicamente gli spettatori, accompagnate da suoni e rumori fastidiosi.
Dopo pochi secondi il pubblico inizia a dare in escandescenze e ad inveire contro Goldstein o contro lo schieramento con cui ci si trova in guerra in quel momento – Eurasia oppure Estasia – e si arriva a lanciare oggetti contro il teleschermo, imprecando colti da implacabile furore, sotto lo stretto controllo di incaricati del partito.
Chiunque manifesti segnali di eterodossia, o perfino micro-espressioni facciali non consone al contesto, viene considerato come un possibile traditore.
Questo meccanismo rappresenta, tra le altre cose, una valvola di sfogo dell’aggressività dei cittadini ed un modo per demonizzazione un capro espiatorio su cui gettare tutte le colpe delle difficoltà della loro vita quotidiana.
I “due minuti d’odio” sono funzionali al mantenere un controllo ancora più stretto e serrato sul popolo e sui membri del partito.
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’AGENZIA PER I BENI CONFISCATI: “USIAMO PIUTTOSTO QUEI SOLDI PER TROVARE I LATITANTI”… IN TOTALE IL PATRIMONIO CONFISCATO ALLA MAFIA AMMONTA A OLTRE 30 MILIARDI
“Mi risulta che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni », dice il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati.
«Come mai non vengono assegnati al ministero dell’Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti? Avevo proposto che i fondi fossero utilizzati per la fiscalità di vantaggio per le aziende confiscate che ogni giorno rischiano di chiudere ma non ho mai avuto risposte».
Equitalia non sa esattamente quanto ha in cassa (i dati sono fermi al 2012), sa solo che in quattro anni, dal 2008 (quando è stato istituito il Fug) al 2012, tra soldi contanti e titoli riscossi confiscati, sono stati riversati alla Ragioneria generale dello Stato 209 milioni e 300 mila euro. Poco più del 10 per cento.
L’affondo di Caruso è solo l’ultima scossa di un terremoto che sta scuotendo il “mondo” dei patrimoni sottratti alle mafie, un tesoro che vale quanto una Finanziaria, difficile da quantificare esattamente ma di sicuro oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania anche se da qualche tempo anche in Lombardia e Lazio i colpi al cuore dell’economia criminale si sono moltiplicati.
Un patrimonio che continua, per l’85 per cento, a rimanere inutilizzato, imbrigliato dai mille lacci della burocrazia e da lacune legislative ma che nasconderebbe anche ben altro
«I beni confiscati dovrebbero essere riutilizzati a fini sociali ed essere restituiti alla collettività e invece, in troppi casi, e per troppi anni, sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio», accusa Caruso.
Parcelle d’oro, amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle stesse persone senza che il bene o le società vengano assegnati o liquidati.
La durissima denuncia lanciata dal prefetto Caruso è finita in Parlamento e sul tavolo del governo e il direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati è stato convocato per oggi dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi e dal viceministro Filippo Bubbico per fornire chiarimenti sulle motivazioni che, negli ultimi mesi, lo hanno indotto a sostituire alcuni dei più noti amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai boss di Cosa nostra e ai loro prestanome.
Cambio alla guida dell’impero immobiliare miliardario già dei costruttori Piazza e Sansone (uomini di fiducia dei Graviano e di Riina), al patrimonio dell’ingegnere Michele Aiello (braccio economico di Provenzano), alla testa dei supermercati del “re della grande distribuzione” Giuseppe Grigoli, fiduciario del superlatitante Matteo Messina Denaro.
E ora questa storia dell’immensa fortuna in contanti dimenticata nei conti di Equitalia. Sì, perchè la legge numero 143 del 2008 ha subappaltato ad Equitalia con la neonata “Equitalia giustizia” la gestione di questo fondo nel quale confluiscono tutti i contanti, i titoli, i rapporti bancari, le polizze sequestrate o confiscate dall’autorità giudiziaria. Ed è ad Equitalia giustizia che è demandata la gestione finanziaria delle risorse sequestrate (che ha finora fruttato solo lo 0,10 per cento del capitale) e soprattutto il versamento allo Stato delle risorse confiscate, in parte al ministero della Giustizia e in parte a quello dell’Interno.
Cosa che, stando alla denuncia del direttore dell’Agenzia, sarebbe rimasto lettera morta.
Nella sua audizione, Caruso è pronto a fornire all’Antimafia tutti i chiarimenti sulle revoche degli incarichi che in Sicilia stanno creando tanto malcontento tra gli amministratori giudiziari e tra alcuni dei giudici che, in virtù di un rapporto fiduciario, hanno assegnato loro la gestione di ingenti patrimoni.
Malumori raccolti ed amplificati anche da un anonimo recapitato alcuni giorni fa a diversi indirizzi, dal Quirinale alla Procura di Palermo, nel quale si sottolineerebbe come alcuni dei professionisti da poco nominati da Caruso sarebbero vicini ad alcuni uomini politici, dunque nomine dettate non da una sorta di “spending review” dei costi delle amministrazioni giudiziarie ma da condizionamenti politici da parte del prefetto.
Che respinge le accuse al mittente e risponde con un esempio per tutti.
«Uno di questi noti amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara, che ha gestito la più grande fetta dei patrimoni confiscati in Sicilia, ha presentato una parcella da sette milioni di euro e contemporaneamente prendeva 150.000 euro all’anno come presidente del consiglio di amministrazione della stessa azienda. Controllore e controllato allo stesso tempo e con duplice compenso. Basta?».
Replica l’amministratore giudiziario Cappellano: «Il prefetto Caruso ha delegittimato l’operato di amministratori giudiziari e dei giudici del tribunale di Palermo che hanno vigilato durante questi 20 anni sul nostro operato approvandone i rendiconti e liquidandoci i compensi».
Francesco Viviano e Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO REMO BODEI: “GRILLINI INSIPIENTI E TELECOMANDATI, CHE DELUSIONE”
“Una provocazione stupida con un effetto degradante su chi l’ha commessa”. 
Così Dario Fo su La Repubblica commenta la contestazione dei grillini in aula ai danni della presidente Boldrini.
“Con il pensiero alle battaglie di Franca (Rame, ndr), mi vengono i brividi a pensare che ancora si faccia uso di certe metafore da sempre utilizzate dal potere maschile”.
Dario Fo, che non ha mai nascosto la sua simpatia per il MoVimento Cinque Stelle, stavolta è deluso e amareggiato. “Non si può arrivare a certe reazioni così grossolane […]. Non è possibile rispondere alla brutalità di una politica che insulta la democrazia con l’imbecillità a briglia sciolte. Non giustifico la violenza e le azioni senza un senso, ma penso che l’opposizione vada fatta con fermezza e, se necessario, facendo ricorso all’ironia. Basta vedere e seguire Papa Francesco”.
Critico – ma meno sorpreso – anche il filosofo Remo Bodei, che a marzo dell’anno scorso (prima delle consultazioni in streaming con Pier Luigi Bersani) scrisse insieme ad altri intellettuali un appello a Beppe Grillo affinchè sedesse con la sinistra storica al tavolo di una maggioranza riformatrice.
In un’intervista al Corriere della Sera, Bodei definisce “insipienti e telecomandati” i parlamentari Cinque Stelle.
“L’insipienza e l’arroganza di molti senatori e deputati grillini ha prevalso sull’impegno e la buona volontà di altri. C’è parecchio analfabetismo politico, questi gruppi sono telecomandati. E per quelli tra loro che vogliono ragionare c’è… il Mastino dei Baskerville”, ossia “Grillo e Casaleggio insieme”.
Bodei riconosce a Grillo il merito di “aver messo insieme una nuova classe politica con alcune persone perbene […], ma l’educazione politica va fatta lasciando autonomia, senza una guida da oracolo nascosto o palese”.
La regola iniziale – “uno vale uno” – “è stata distrutta dagli oracoli e dall’opacità “.
Opacità che il filosofo, docente a Los Angeles presso l’Università della California, sembra attribuire in primo luogo a Casaleggio.
“Pensi che a Ballarò non l’ho neanche mai voluto nominare, Casaleggio. Per non dargli importanza…”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 5th, 2014 Riccardo Fucile
SCRIVE ALLA FONDAZIONE PERTINI E CITA L’ARTICOLO DI UN SETTIMANALE CHE A SUA VOLTA CITA LA PREFAZIONE DI UN LIBRO CHE SI ERA INVENTATO LA FRASE
La polemica sulla presunta frase che il sen. Crimi ha attribuito a Sandro Pertini, rivelatasi poi vergognosamente falsa, si è arricchita oggi di un nuovo capitolo.
In linea con il proverbio “il tappullo è peggiore del buco”, Crimi, invece che prendere il primo Freccia Rossa per Brescia, dopo aver rassegnato le dimissioni dal Senato, per evidente incapacità e falsità , scrive alla Fondazione Pertini il testo che segue:
“Gentile Fondazione
la frase attribuita a Sandro Pertini è citata nella recensione al libro “Tumulti in aula – Il Presidente sospende la seduta” di Sabino Labia edito da Aliberti, pubblicata sul sito internet di Panorama in data 25/09/2009.
Non entro nel merito delle offese personali rivoltemi nell’incipit del vostro messaggio, nel rispetto della figura del Presidente Pertini, che vi onorate di tutelare.”
Da notare che ora scrive la frase diventa ATTRIBUITA a Pertini, non è più una frase CERTAMENTE di Pertini come ha lasciato credere a 30.000 pecoroni.
Come se fosse stato qualcun’altro e non lui a citarla come una frase SICURAMENTE di Pertini.
Quindi Crimi fa lo scarica barile facendoci credere che la colpa non è sua che non ha verificato le fonti ma di chi l’ha scritta.
Poi scrive “è citata nella recensione al libro “Tumulti in aula”, quindi neanche cita una frase presa da un libro che ha letto, ma solo citata nella recensione del libro di cui ha visto un articolo su un settimanale.
Per fargli un favore, così almeno per una volta la legge in originale, pubblichiamo qui accanto la pagina citata della prefazione del libro: peccato che sia un falso e che sia “citata” solo in questo libro e non nei resoconti stenografici della Camera dove invece appare la frase reale di Pertini:
“Con questo animo faccio appello alla sua alta autorità ed ai suoi poteri, signor Presidente. Qui si tratta, infatti, di far rispettare il Regolamento, per cui deve essere respinta senza esame la richiesta di urgenza avanzata. L’articolo 9 a lei, solo a lei affida questo compito. Mi auguro che la mia richiesta venga accolta, me lo auguro, signor Presidente, per l’onore e il prestigio del Senato, e per la sicurezza della democrazia in Italia.”
Che chi sbaglia pure a copiare faccia l’offeso, invece che chiedere scusa e scomparire dalla vergogna, è semplicemente penoso.
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