Settembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile
ATTACCO AL RESPONSABILE DELLA COMUNICAZIONE MESSORA: “E’ UNA FERITA APERTA, NON HA LA MIA FIDUCIA”
Il confronto tra i senatori Cinque Stelle continua, ma al momento pare difficile trovare la
quadra.
La riunione iniziata lunedì prosegue martedì e restano le posizioni di partenza: da una parte chi esclude ogni possibilità di alleanza con il centrosinistra per formare una maggioranza alternativa in caso di crisi del governo di Enrico Letta, dall’altra chi parla di eccessivo “grillismo”, ovvero rigidità e bigottismo dei comportamenti.
Per esempio Luis Orellana (un tempo candidato alla presidenza del Senato dal M5S) è un fiume in piena: “Bisogna essere pronti e non avere tabù — dice — Potremmo avere un fortissimo peso contrattuale. In Sicilia abbiamo una alleanza in corso. A Ragusa abbiamo vinto il ballottaggio perchè siamo stati aiutati. Io sono per il dialogo come eravamo per il dialogo ad aprile quando siamo andati a parlare con Vito Crimi e Roberta Lombardi“.
Poi la polemica sulla piattaforma, già emersa nelle ore scorse: “La piattaforma sono anni che viene promessa. L’ultima promessa era a luglio. Chi ha promesso si dimetta”. Orellana punta il dito contro “questa totale opacità di chi compone lo staff”.
Sotto il profilo politico la replica arriva da Paola Taverna: “Mai con il Pd e mai con il Pdl: questo abbiamo detto in campagna elettorale. Otto milioni di persone mi hanno votato per mandarli tutti a casa”.
Qui dentro, dove già la tensione sembra alzarsi, si inserisce uno scontro diretto tra il senatore di origini venezuelane e il responsabile della comunicazione del gruppo Cinque Stelle a Palazzo Madama, Claudio Messora: “Sono successe cose gravi — dichiara Orellana — Non deve succedere che una persona da noi stipendiata si permetta di farlo. Gliel’ho detto via mail, l’ho comunicato anche al capogruppo Morra ma non ho mai avuto risposta. Voglio dirglielo anche di persona”.
Secondo il senatore Messora “ha creato grandissimi problemi, per me è una ferita aperta. Non ha la mia fiducia”.
Orellana fa riferimento all’articolo “Piccoli onorevoli”, postato ad agosto da Messora e ripreso dal blog di Grillo, che criticava i senatori “aperturisti” per la formazione di un nuovo governo.
Ma esiste un gruppo che fa quadrato intorno al responsabile comunicazione: “Io ancora non capisco chi ha potuto sentirsi offeso. Chi si è sentito offeso è perchè si sente ‘onorevole’” afferma il senatore Bruno Marton.
“A mio avviso Messora ha usato un periodo ipotetico”, che riguarda il futuro, “non contesta quello che abbiamo fatto fin’ora”, ha detto Giovanni Endrizzi.
“Claudio sul suo blog personale ha scritto quel che voleva. Quando sul mio Facebook scrivo quel che voglio faccio la stessa cosa”, ha detto Carlo Martelli distinguendo fra funzione istituzionale e interventi personali.
“Messora ha detto la verità , qualcuno ha avuto la coda di paglia che ha preso fuoco”. Al contrario secondo Martelli la colpa è di chi parla con i giornali: “Ci sono persone — denuncia — che hanno chiamato i giornalisti per dire quel che succedeva. Dobbiamo fare i nomi e i cognomi di chi ha rilasciato interviste e di chi ha chiamato i giornalisti. Abbiamo un portavoce, che parli solo lui. Se ha dubbi ci chiama”.
Anzi, di più. “Facciamo un ‘documentino’ in cui ognuno si impegna a non parlare con la stampa. Così risolviamo anche il problema dei personalismi”.
E infine la Taverna: “Mi sarei incazzata se avesse criticata un ‘piccolo cittadino’, non un ‘piccolo onorevole’. Io non mi sono mai sentita un’onorevole. Chi non si riconosce più in questo — ha aggiunto tra gli applausi — senza rancore, può andare a fare politica da un’altra parte”.
Un gruppo spaccato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SCONTRO TRA I SENATORI: “UN PROBLEMA I POST VIOLENTI DI BEPPE”… L’IRA DI CASALEGGIO
Alla fine tentano di dire che il problema è WhatsApp, con le sue risposte troppo immediate (le conversazioni tra eletti a 5 stelle nelle ultime settimane sono finite in scintille).
E poi i soliti giornalisti, che travisano tutto e, guarda caso, se vedono in diretta streaming i senatori mettere nero su bianco, come uno dei problemi di cui parlare, «il grillismo che con la sua rigidità diventa bigottismo», pensano sia una notizia.
Ci fanno un titolo. Battono le agenzie.
La riunione della resa dei conti era stata organizzata per cercare di placare gli animi, per non dare in pasto all’opinione pubblica l’immagine di uno scontro fratricida tra chi pensa che abbia ragione Grillo (si torni subito a votare, vadano tutti a casa e porcellum sia), e chi dice — come ancora ieri Luis Orellana — che con quella legge alle elezioni non si può tornare, e che di un Letta bis bisogna parlare tutti insieme.
Così, a Vito Crimi ed Elena Bulgarelli — in vacanza dalle stesse parti in Sardegna era venuta in mente un’idea di “problem solving”: «Dividiamoci in gruppi di 6, 6 senatori ciascuno, i dispari tracceranno la cronologia di quel che è successo, i pari tireranno fuori liste di problemi».
Poi bisognerà riunirsi ancora, mettere insieme gli elenchi, ma prima di tutto giù a distribuire cartoncini («che colore di pennarello vuoi?») e scene che perfino gli uomini della comunicazione riuniti in quelle ore alla Casaleggio Associati — saltano sulla sedia.
A Milano si narra di un Gianroberto Casaleggio furioso per la figura da “dilettanti”, di un Grillo altrettanto basito davanti alla diretta streaming che pure era stata caldeggiata — dai falchi — per stanare chi non intende seguire alla lettera “il progetto”, chi si sente già “onorevole” e non “portavoce”.
Alla fine, si cerca consolazione nella reazione della rete («Alcuni parlano di prova di democrazia»), ma si conclude — alla Nanni Moretti — «con questi senatori non vinceremo mai. Le tecniche di selezione, al prossimo giro, dovranno cambiare».
Intanto, a Roma, l’esperimento si trasforma in autogol: invecedi isolare il dissenso, la divisione in gruppi ha il potere di moltiplicarlo.
In tutti i cartoncini che diligentemente i senatori vanno a leggere tra i problemi vengono fuori «I post di Grillo» o — per dirla con Enza Blundo (che poi in finale di riunione se la prenderà con i giornalisti che travisano) — «il grillismo quando si configura con una rigidità paragonabile al bigottismo che impedisce di capirsi ».
E ancora: «L’aggressività , sia verbale che scritta».
E infine, per bocca dell’ultraortodossa PaolaTaverna (autrice della poesia in romanesco antidissidenti): «Un problema con la Comunicazione scelta dallo staff».
È lo stesso Claudio Messora, che sa bene di essere messo sotto accusa, a twittare ironico il link dello streaming aggiungendo: «Non potete perdervelo».
A quel punto il capogruppo Nicola Morra è furioso.
Alla proposta della Bulgarelli di tracciare gli argomenti e rimandare a oggi la discussione dice no, appoggiato da Laura Bottici.
Si comincia a parlare.
Stefano Lucidi pone il «problema non risolto sul ruolo della comunicazione » e parla di «poca trasparenza nella gestione economica del gruppo», concludendo: «Non abbiamo ben capito chi determinerà nei prossimi mesi la linea politica».
Endrizzi torna a chiedere a gran voce il portale per interagire con la base.
Sara Paglini vuole chiarezza su cosa intende fare il gruppo in caso di caduta del governo.
Ma è soprattutto il walzer dei falchi: Morra invita a non parlare con la stampa e dice che «gli errori non possono più essere tollerati». Vito Crimi ribadisce che la linea è solo e soltanto «tutti a casa », Alberto Airola sostiene che qualsiasi ipotesi di governo a 5 stelle si infrangerebbe contro Napolitano e contro il Pd, mentre per Laura Bottici il portale interessa fino a un certo punto, perchè «se la Rete chiede alleanze, allora la Rete non ha capito».
Infine Barbara Lezzi: «Dico ai colleghi che vanno a sfogarsi con i giornalisti: andatevene a casa anche voi, state danneggiando il Movimento. Il linguaggio di Grillo è quello che ci ha portati fino a qui».
Secondo round stamattina.
La parola spetta alle colombe, se non sono ancora volate via.
Annalisa Cuzzocrea
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Agosto 31st, 2013 Riccardo Fucile
L’EURODEPUTATO CONFERMA: “UN NUMERO UTILE PER LA FIDUCIA C’E'”
Sarebbero 15 i senatori del M5S pronti ad appoggiare un governo con il Pd.
Lo ha dichiarato Sonia Alfano, eurodeputato e presidente della Commissione Antimafia al Parlamento Europeo, ospite dell’ultima puntata del programma televisivo “KlausCondicio”, condotto da Klaus Davi e in onda su You Tube.
“Tra i grillini il numero dei cosiddetti dissidenti sta crescendo. Oscilla in base agli umori della politica. Comunque possiamo già parlare di un numero ‘utile’.
Le posso assicurare che un numero utile per la fiducia c’è, c’era già prima.
Siamo a ben oltre 10, direi 15”, ha dichiarato durante l’intervista Alfano, europarlamentare eletta nelle liste dell’Idv e un tempo vicina a Beppe Grillo.
Quando le è stato chiesto se questi esponenti del M5S sarebbero pronti a votare per un Letta bis, ha risposto: “Più che per un governo Letta bis – ha risposto Alfano – parlerei di senatori disposti a discutere alcuni punti imprescindibili sulla base dei quali costruire una intesa col Pd”.
Sono più di dieci?
“Sì, decisamente di più. Le aggiungo che un gruppo autonomo al Senato potrebbe già contare su 20 componenti. Questi 20 da sempre si incontrano con componenti del Pd. Mi auguro che, però, questa scissione non avvenga. Sarebbe un vero peccato. I dissenzienti sono molti, ma sono in difficoltà perchè dal Pd non arrivano i segnali che si aspetterebbero. Non vedono la mano tesa verso obiettivi di condivisione. Ma, sia chiaro, non vorrebbero uscire. Si tratta di senatori e deputati anche spinti dalle pressioni della base grillina costituita anche da artigiani, imprenditori, gente comune che sta male e che non capisce il senso di questo fondamentalismo e ne chiede conto. Parliamo pur sempre di una base elettorale del 25% dei voti. Quindi non solo un voto di protesta. Le aggiungo che almeno il 20% di senatori e deputati non si ricandiderà più, visto il clima”.
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Agosto 29th, 2013 Riccardo Fucile
SUL WEB LA RABBIA DELLA BASE CONTRO IL “PASTORE” GRILLO… RIZZETTO: “IL PORCELLUM VA CAMBIATO”
«Non ricordo un solo caso di proposta dall’alto non approvata plebiscitariamente dalla base. Per farla breve, lunga vita a Grillo finchè il M5S sarà ancora un nano politico».
Le agenzie di stampa attribuiscono a Francesco Campanella – senatore palermitano dalla barba bianca, pacioso e con buon senso dell’umorismo – queste parole durissime.
E altre ancora: «Finchè saremo un gregge avremo bisogno di un pastore e anche di cani da guardia».
Al telefono, Campanella cade dalle nuvole: «Quale gregge? Ah, quelle parole sono di un attivista, che le ha postate sul mio profilo. Noi non siamo certo un gregge e io non siluro il M5S. Al limite mi è scappato un mi piace, ma comunque non le ho scritte io e non le condivido».
Ammessa la rettifica di Campanella, che certo non nasconde le sue opinioni critiche, resta la sostanza di un Movimento in cui «il dissenso viene interpretato come lesa maestà ».
E in cui, per decrittare la metafora del post, c’è «un gregge» di parlamentari, un paio di pastori (Grillo e Casaleggio) e i cani da guardia della comunicazione.
Mai come ora gli eletti sono in ebollizione. E stavolta non c’entrano i soldi. Niente diaria e niente scontrini.
Qui il gioco si fa duro, perchè si parla di politica.
In questi ultimi giorni di vacanza gli «incidenti» sono stati diversi.
Il post del comunicatore Claudio Messora che «invitava» a non «giocare al piccolo onorevole».
Una poesia in romanesco di Paola Taverna, che esponeva plasticamente il rapporto tra ortodossi e dissidenti: «…Proponi accordi strani e vedi prospettive. Mentre io guardo ‘ste merde e genero invettive».
Ciliegina sulla torta, il contrordine di Grillo sul Porcellum, prima feticcio da abbattere ad ogni costo, ora utile strumento per ribaltare il sistema.
Tra i senatori più critici, nei giorni scorsi, oltre a Campanella, Elena Fattori, Alessandra Bencini (minacciata d’espulsione), Luis Orellana, Monica Casaletto, Lorenzo Battista, Maria Mussini e Fabrizio Bocchino.
Otto nomi, ma tra gli irrequieti «silenziosi» la quota sale.
Considerando che fuori dai gruppi ci sono già due espulsi (Adele Gambaro e Marino Mastrangelo) e cinque fuoriusciti (Vincenza Labriola, Alessandro Furnari, Paola De Pin, Fabiola Anitori e Adriano Zaccagnini), non è difficile capire che sono allo studio le manovre per una piccola secessione, con eventuale creazione di un gruppo autonomo, almeno al Senato.
Tutto prematuro, naturalmente, fin quando il governo sta in piedi.
Ieri Giuseppe Vacciano ha pubblicato un brano del «Non Statuto» che rivendica il libero confronto.
Polemico anche il senatore Francesco Molinari (subito definito «venduto»), secondo il quale «andare alle urne con il Porcellum è una pericolosa contraddizione».
E chiude il post (condiviso da Ivan Catalano e Fabrizio Bocchino), con una domanda: «Siamo diventati quelli dello sfascio, del muoia Sansone con tutti i filistei?»
Campanella in un post, stavolta suo, chiede un referendum sul Porcellum.
Con parole accorate: «Amo il Movimento come un figlio, anche se mi fa incazzare. Ma per farlo crescere c’è un solo metodo: quello democratico».
Concorda Walter Rizzetto: «Continuo a pensare che la legge elettorale vada cambiata. Dobbiamo discuterne tra noi. All’assemblea del 2 settembre, dovrà esserci un contradditorio vero, de visu . I problemi non si risolvono con una poesia».
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
I GRILLINI PERDONO LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE: PIZZAROTTI AVEVA PROMESSO LA CHIUSURA DELL’IMPIANTO
A otto anni dalla prima delibera e a quattro dalla prima pietra, con 180 milioni di euro spesi tra valanghe di ricorsi con decine di giudici coinvolti, l’inceneritore di Parma si accende.
«Questione di ore», spiegavano ancora ieri sera i tecnici del gestore Iren.
Un impianto come altri 7 in Emilia e 50 in Italia, ma attorno al quale si è consumata una battaglia politica a giudiziaria senza pari.
Da un lato comitati locali e associazioni ambientaliste, la Procura che invano ne ha chiesto il sequestro per abuso edilizio e appalto irregolare, e soprattutto il Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto il trampolino per il trionfo elettorale dello scorso anno con Federico Pizzarotti, primo e finora unico sindaco di un capoluogo.
Dall’altro Pd e Pdl, che attraverso le giunte locali di Liguria, Piemonte ed Emilia controllano Iren, il colosso quotato in Borsa che gestisce il ciclo dei rifiuti.
Oggi che il camino comincia a fumare, questi ultimi cantano vittoria. E i primi abbozzano.
Dopo anni di contese furibonde, a Parma si respira un’insolita aria minimalista. Cessati i proclami bellicosi, prevale il realismo.
Il fronte del no pare rassegnato. «Abbiamo perso una battaglia, non la guerra» sintetizza Aldo Carfagnini dell’associazione Gestione corretta rifiuti, serbatoio della giunta Pizzarotti.
Il sindaco e i Cinquestelle glissano ostentando un profilo istituzionale.
Niente manifestazioni, polemiche, iniziative plateali. Nessuna chiamata alle armi. Eppure la crociata, annunciata a pagina 9 del programma elettorale («Da sempre diciamo no all’inceneritore»), fu la carta vincente contro il Pd, sponsor dell’impianto, travolto in rimonta al ballottaggio.
Ribadita dopo la vittoria («La nostra volontà è chiuderlo») e declamata tra le «linee programmatiche» nella prima seduta di Consiglio comunale: «Stop alla costruzione dell’inceneritore e sua riconversione in un centro di riciclo e recupero. (…) Concorso d’idee per la riconversione industriale del cantiere dell’inceneritore».
Ma la frase a cui l’opposizione vuole impiccare il sindaco è questa: «L’inceneritore qui non lo faranno mai, e se lo faranno dovranno passare sul cadavere di Pizzarotti». A pronunciarla nientemeno che Beppe Grillo, sceso a Parma meno di un anno fa per arringare la piazza in un’adunata ambiziosamente ribattezzata «Dies Iren – La fine degli inceneritori» in nome della resistenza all’insano connubio partiti-finanza-servizi pubblici e adesso derubricata a «convegno di sensibilizzazione».
Non che Pizzarotti abbia cambiato idea sull’inceneritore.
Semplicemente non ce l’ha fatta, a chiuderlo, perchè non poteva farcela.
«Abbiamo mancato l’obiettivo ma ci abbiamo provato in tutti i modi e quindi non perdiamo noi, ma la città », sostiene l’assessore all’ambiente Gabriele Folli. «Oggettivamente, per noi è una sconfitta», ammette il capogruppo in Consiglio comunale Marco Bosi, «perchè è una delle tre questioni, con l’onestà e il debito comunale, su cui avevamo vinto le elezioni. Ma l’opinione pubblica ci riconosce di aver fatto il possibile».
In effetti Pizzarotti, insediatosi quando i lavori erano già al 70%, si è dapprima aggrappato all’inchiesta della Procura, confidando in un sequestro che però è stato respinto da gip, tribunale del Riesame e Cassazione.
Poi ha ingaggiato Paolo Rabitti, consulente della Procura di Napoli nelle più delicate indagini sull’emergenza rifiuti, con il compito di rovistare nelle carte a caccia di magagne.
Ma l’unico risultato è stato un contenzioso con gli altri Comuni.
Nulla di fatto anche con l’idea di riconversione «green» dell’inceneritore sulla base di un progetto olandese sbandierato in campagna elettorale e con quella di bandire una gara per un impianto alternativo senza combustione.
L’ultimo tentativo, il 3 luglio, è stato il diniego del certificato di agibilità dell’inceneritore, bloccando le prove per quasi due mesi. Ma Iren ancora una volta ha vinto davanti al Tar (e non è detto che non ne nasca un’altra causa per danni, stimati in 18 milioni).
In realtà , già dalla fine dell’anno scorso, sfumato il sequestro, Pizzarotti si era reso conto di avere armi per lo più spuntate.
E ha aperto una fase nuova, all’insegna della riduzione del danno.
Deludendo qualche pasdaran che invocava un blocco d’imperio del cantiere, ha ammorbidito i toni con Iren e aperto la via della collaborazione per spingere la raccolta differenziata (che ha superato il 50%) con il sistema porta a porta da estendere a tutta la città nei prossimi sei mesi.
Quanto all’inceneritore, il Comune s’impegnerà nei controlli ambientali, ma senza un fucile puntato.
«Il tempo sarà galantuomo, e non ce ne vorrà neanche tanto», dice l’assessore Folli. Altrimenti il mito della Stalingrado grillina potrebbe andare in fumo con i rifiuti nell’inceneritore.
Giuseppe Salvaggiulo
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO PER GRILLO IL PORCELLUM ERA “UNA LEGGE ELETTORALE INCOSTITUZIONALE”
Il Movimento Cinque Stelle annuncia una grande mobilitazione in difesa della Costituzione,
perchè (cito testualmente) un “Parlamento illegittimo di nominati” non può modificare la Carta.
Per i grillini il Parlamento è illegittimo perchè eletto attraverso “una legge elettorale incostituzionale” (parola di Beppe Grillo, novembre 2011).
Da ciò si può trarre una prima conclusione: i cinque Stelle vogliono legittimamente conquistare la maggioranza in un Parlamento che però sarebbe ancora (lo dice il capo supremo) un Parlamento illegittimo.
La seconda conclusione — se la logica ha ancora un senso — è che per Grillo la costituzionalità o meno di una legge elettorale dipende da chi vince o perde le elezioni.
Un po’ come Rodotà , che quando si comportava bene era una straordinaria occasione per il Paese e al primo cenno di dissenso è diventato un vecchio bacucco e traditore della causa.
La replica grillina è già prestampata. “Noi abbiamo la nostra proposta ma non la fanno passare, quindi si voti col Porcellum”.
Eppure qualcuno prima o poi spiegherà che in politica non funziona come all’asilo, dove uno batte i piedi e frigna finchè gli altri non gli danno la bambolina.
In politica, quando non si ha la maggioranza assoluta, le proposte si confrontano con quelle degli altri e si cercano seriamente dei compromessi.
Altrimenti si fanno solo chiacchiere.
Ma si sa, l’orrore del compromesso è il mainstream per eccellenza dei Cinque Stelle. Il grande alibi che Grillo e compagni spacciano per strategia, mentre è solo un modo furbetto di lucrare un consenso assai utile alla propaganda e ininfluente per il Paese.
Marco Bracconi
(da “La Repubblica“)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTARE, AVVOCATO CASSAZIONISTA, NON CI STA A PASSARE PER DISSIDENTE
Aperturisti, anime belle, colombe: li si chiami come si vuole, ma un fatto è ormai chiaro: nel Movimento 5 Stelle è ricominciata la caccia al dissidente.
Il post di Beppe Grillo sul ritorno alla urne con l’attuale legge elettorale ha segnato una nuova spaccatura nei pentastellati che, dopo il Restitution day di inizio luglio, le polemiche sulla diaria e le espulsioni (volontarie e non), sembravano aver ritrovato la loro compattezza politica.
Compattezza che in queste ore è andata di nuovo perduta.
Dopo aver definito ‘anime belle’ i parlamentari al lavoro per modificare la legge elettorale prima del ritorno alle urne, il megafono del Movimento ha scagliato una nuova bordata sui suoi onorevoli che si erano dimostrati critici all’idea di rivotare col Porcellum.
Questa volta l’attacco è arrivato attraverso una poesia della senatrice Paola Taverna, ospitata proprio dal blog di Beppe Grillo alla voce ‘commenti’.
Ma il creativo uso della poesia per redarguire i meno fedeli alla linea ha trovato stavolta un eletto disposto a rispondere pubblicamente a Grillo e senza affidarsi ai commenti di retroscena tanto facili da smentire il giorno dopo.
Sul proprio profilo Facebook il senatore 5 Stelle Francesco Molinari ha ribattuto con una dettagliata nota al comico genovese, definendo i suoi ragionamenti “un errore”, un “tatticismo”, un “suicidio politico”
Il senatore in questione, avvocato cassazionista, risulta dai dati di OpenPolis tra i più presenti in Aula con oltre il 90% di votazioni partecipate e appena l’1,84% di voti ribelli rispetto al gruppo pentastellato: non esattamente il profilo tipico del dissidente insomma.
Qui sotto riportiamo integralmente la nota pubblicata da Molinari su Facebook, col titolo ‘Una questione di coerenza’.
Non sono… un’anima bella ma pensare di voler andare a nuove elezioni con il Porcellum, fosse anche una provocazione, è una pericolosa contraddizione per chi non l’ha MAI accettato.
Pensare che questa legge infame – come chi l’ha creata e proposta – possa essere funzionale al nostro MoVimento, da quale sia il punto che la si voglia guardare, è frutto proprio di quella politica che combattiamo, perciò, rappresenta un errore ; o esser stati questi mesi in quelle Aule ha cominciato a modificare geneticamente qualcuno tra NOI che ora usa la TATTICA politica tanto cara a D’Alema, invece che parole di verità ?
L’unico effetto benefico – come detto in altra occasione – di immediate elezioni sarebbe il blocco del losco tentativo di modifica della Costituzione ; ma si tratterebbe di pagare un prezzo assai costoso per la Nazione e per il suo Popolo che vive, anzi, sopravvive alla giornata.
Noi dobbiamo cambiare la politica e non farci cambiare da questi politicanti !
Non esiste un solo motivo – per i nostri principi, almeno – per cui questa legge ignobile possa favorire l’avvento del cambiamento che vogliamo, ciò seguendo un discorso di concreto buon senso.
Mauro Munafò
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
TRA GLI ELETTI A PALAZZO MADAMA MOLTI NON SONO D’ACCORDO CON GRILLO… CRITICHE ANCHE A MESSORA: “CHI E’ LUI PER DIRCI COSA FARE?”
Si rivedranno solo tra una settimana. 
Ma i senatori Cinque Stelle hanno già (ri)cominciato a litigare.
Tutta colpa di un post scritto da Claudio Messora (responsabile della comunicazione a palazzo Madama) sul suo blog, byoblu.
Dalle vacanze, ha lanciato l’accusa agli eletti che giocano a fare il “piccolo onorevole”.
Ovvero, colpevoli di tradire uno dei punti cardine del Movimento, il principio del portavoce: non sei lì per ragionare con la tua testa, pensare strategie o elaborare teoremi.
Uno vale uno, si fa quel che dice la base.
Ad alcuni degli eletti, l’affondo del comunicatore non è piaciuto. Chi è Messora per dirci cosa dobbiamo fare? Così, chi pubblicamente — come Francesco Campanella e Elena Fattori — chi nelle segrete stanze di WhatsApp, hanno cominciato a chiedersi cosa volesse quel blogger che per di più è “pagato da noi”.
Tutto poteva finire lì, nelle beghe che già in passato hanno movimentato i rapporti tra i comunicatori (scelti da Grillo e Casaleggio) e i parlamentari Cinque Stelle.
Se non fosse che le parole di Messora sono state riprese e benedette dal capo del Movimento in persona. E così, la lista dei contestatori di Messora finisce inevitabilmente per trasformarsi in una pattuglia di senatori in rotta con il leader.
Oltre a Campanella e alla Fattori ci sono Maria Mussini, Alessandra Bencini, Monica Casaletto, Luis Orellana, Lorenzo Battista e Fabrizio Bocchino.
Da sempre considerati i più “dialoganti” del gruppo, ora finiscono all’indice come i papabili transfughi nell’ipotesi della fine delle larghe intese.
Loro sono convinti che prima di tornare a votare, si debba a tutti i costi cambiare la legge elettorale.
Anche con un altro governo. Esattamente il contrario di quello che da qualche giorno va sostenendo Grillo: l’odiato porcellum, d’un tratto, è diventato il male minore; servono elezioni subito anche perchè — è la tesi M5S — se la legge elettorale la rifanno Pd e Pdl, noi siamo tagliati fuori per sempre.
“Gradirei un feedback da chi ha creduto in noi”, dice la senatrice Alessandra Bencini. È una di quelli che non ha gradito le parole di Messora e raccontano che il suo messaggio su WhatsApp sia stato tra i più duri (di Grillo ha detto: “Da comico erudito, è diventato ero-udito”, a sottolineare il calo di appeal del leader M5S).
Ora spiega che non sono loro ad aver tradito il principio del portavoce.
Semmai, è il contrario: “Io la voce la porto volentieri — dice la Bencini — però quando ci sono decisioni da prendere sarebbe bello consultare la base…io se c’è più concretezza la porto ancora più volentieri”.
A lei piacerebbe poter avere il riscontro degli 8 milioni e passa di italiani che hanno messo la croce sul simbolo Cinque Stelle, ma si accontenterebbe anche degli iscritti che rappresentano lo “0,5 per cento” degli elettori, magari arricchito dai nuovi attivisti dei meetup, ancora non certificati sul portale.
“Bisogna tracciare una linea politica — insiste capire dove si parte e dove si può arrivare. Io quando facevo l’attivista lo sapevo bene. Ora che sono lì, se avessi il conforto di una consultazione, sarei più tranquilla nelle scelte da fare. Avevamo detto che la legge elettorale andava cambiata per forza, anche solo quella. Invece adesso vedo che non è più così. Ma chi l’ha deciso? E perchè non lo chiediamo a chi ci ha votato?”.
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
QUELLI ALLINEATI CON GRILLO E CASALEGGIO SONO PER LE ELEZIONI SUBITO, GLI ALTRI VOGLIONO PRIMA CAMBIARE IL PORCELLUM
La divisione è quella di sempre: gli ortodossi di qui, i dialoganti di là . Falchi e colombe, insomma. 
Ma con l’estate, la possibile crisi di governo e la possibilità di andare a nuove e elezioni, ora nel Movimento Cinque Stelle le contraddizioni esplodono molto più visibili che in passato.
L’oggetto della disputa, questa volta, è il tema della legge elettorale. Perchè sulla necessità di cambiare il Porcellum tutti i grillini sono pienamente d’accordo: ma sul come arrivarci, lì la spaccatura c’è tutta.
Attraverso il suo blog, Grillo nei giorni scorsi ha impresso la virata: meglio andare a votare con il Porcellum, a cambiarlo ci penseremo dopo (quando avremo vinto le elezioni, of course).
Peccato però che da mesi i gruppi parlamentari del M5S stavano già provando ad andare oltre all’attuale legge elettorale tentando il dialogo con le altre forze politiche e, contemporaneamente, lavorando ad un bozza in senso proporzionale da presentare ai primi di settembre.
Appena emanata la ‘sentenza’, subito i falchi si sono accodati.
I nomi sono quelli di sempre: il capogruppo alla Camera Riccardo Nuti, il vero custode dell’ortodossia; quello al Senato, Nicola Morra.
E via via tutti gli altri più vicini ai due fondatori, da Vito Crimi a Roberta Lombardi. A volte con cambi di versione abbastanza repentini, da un «siamo disposti a molto pur di cambiare il Porcellum» il giorno prima a un «votare con il Porcellum?, Per noi nessun problema» il giorno dopo.
Il nuovo dogma è questo: Pd e Pdl vogliono fregarci con il ‘Superporcellum’, e allora meglio il male minore, la legge elettorale attuale.
Ma allo stesso tempo ci sono deputati e senatori che ancora oggi credono sia possibile evitare di tornare al voto con il Porcellum.
Per due motivi semplici, poi: perchè il M5S e lo stesso Grillo lo hanno sempre avversato dicendone peste e corna e quindi sarebbe poco coerente tenerselo; e perchè con ogni probabilità il giorno dopo il voto con questa legge la situazione rimarrebbe immutata, con tre poli contrapposti e con uno dei tre (il M5S) che di allearsi per un governo non ci pensa nemmeno.
Nelle fila dei ‘possibilisti’ ci sono quelli che – e non è un caso – venivano definiti ‘dissidenti’.
I siciliani Tommaso Currò e Francesco Campanella, il friulano Lorenzo Battista, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti (il quale, tra le altre cose, non ha mai rinnegato la sua amicizia con l’ex delfino di Beppe, Giovanni Favia).
Le voci fuori dal coro a Grillo, si sa, non piacciono molto.
«C’è forse qualche anima bella che crede di poter cambiare la legge elettorale con chi non ha mosso un dito in otto anni e che vorrebbe una Repubblica presidenziale con il Parlamento ridotto a uno stuoino?», chiede ”l’ex’ comico.
Sì, le ‘anime belle’ ci sono anche nel suo movimento, e la domanda retorica ha quasi il sapore di un avvertimento.
Certo è che la nuova strategia della coppia Grillo-Casaleggio consiste nel radicalizzare al massimo lo scontro con i due partiti maggiori, così da ripresentarsi al voto come unica e credibile alternativa alle larghe intese.
E se si vuole realizzare questo disegno, margini per cambiare il Porcellum insieme agli altri non ce ne sono.
In mezzo, nel frattempo, ci sono i pontieri.
Come il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, uno dei grillini più esposti mediaticamente, molto vicino allo ‘staff’ ma allo stesso tempo considerato un animale politico capace di mettere insieme le due spinte.
«Grillo ha ragione, la sua analisi è giusta, ma i gruppi parlamentari continueranno a lavorare per presentare una nostra proposta di legge elettorale», spiega.
Sarà il cremonese Danilo Toninelli a illustrare ai propri colleghi del M5S la bozza. Anche lui incarna la posizione mediana in questa vicenda, quella che cerca di non fare torti a nessuna della parti in causa: «La maggioranza sta studiando una nuova legge con l’obiettivo di marginalizzarci. Per questo siamo pronti ad andare a votare anche con questa schifosissima legge. Però stiamo lavorando ad una proposta di legge innovativa, al solo fine di fare del bene del Paese».
Una proposta di legge che nelle intenzioni di Grillo non dovrebbe arrivare neppure al voto, visto che chiede di sciogliere il Parlamento immediatamente, «è finito il tempo delle mele».
Matteo Pucciarelli
(da “L’Espresso”)
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