Marzo 19th, 2016 Riccardo Fucile
INSANABILE FRATTURA TRA FORZA ITALIA E FDI TRA INSULTI, OFFESE PERSONALI E FAIDE LOCALI
Se nella Capitale la frattura nel centrodestra dopo la discesa in campo di Giorgia Meloni è grave, nell’hinterland romano la rottura tra Forza Italia e l’asse Fratelli d’Italia-Noi con Salvini è irrecuperabile.
Insulti, incomprensioni, faide locali, offese personali.
C’è tutto questo nella frammentazione del centrodestra nei Comuni sopra i 15mila abitanti che andranno alle amministrative in primavera.
Il caso più emblematico è Nettuno, dove rischiano di andare al ballottaggio due candidati di centrodestra, come gi avvenuto nella vicina Anzio tre anni fa quando a sfidarsi furono Luciano Bruschini (poi vincitore) e l’ex sindaco Candido De Angelis.
Il Comune del litorale a sud di Roma, il più grande al voto dopo la Capitale, è il paradigma di una situazione insanabile.
Dopo la prematura caduta della giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Alessio Chiavetta, FI appoggia come candidato sindaco Rodolfo Turano, consigliere comunale uscente scelto dal coordinatore provinciale azzurro Adriano Palozzi e dal senatore Claudio Fazzone.
Il resto del centrodestra però – FdI, Noi con Salvini e alcuni consiglieri civici uscenti tra cui l’ex sindaco forzista Vittorio Marzoli – sostiene Carlo Eufemi, storico (ormai ex) esponente di FI sul litorale, per dieci anni sindaco di Ardea e candidato del centrodestra sconfitto proprio da Chiavetta alle scorse elezioni.
A Nettuno tutti sono convinti che il ballottaggio sarà una contesa tutta interna al centrodestra. Nella città del baseball, feudo storico del centrodestra, al secondo turno dovrebbero andare infatti proprio Turano ed Eufemi.
Del resto, il Pd, dopo la caduta di Chiavetta è dato ai minimi storici. Quanto al M5S il consenso all’ombra del Forte Sangallo sarebbe ben al di sotto della media.
FI e FdI andranno divisi anche negli altri grandi Comuni dell’hinterlan al voto: Marino – dove il partito della Meloni e i salviniani chiedono discontinuità rispetto al passato – Genzano, Ariccia, Mentana, Anguillara e Trevignano.
Le prime avvisaglie del collasso del centrodestra ci sono state con la scelta di FI di Turano a Nettuno.
Poi con l’uscita dal tavolo di trattativa del coordinatore di Salvini, Pierluigi Campomizzi e relativa durissima polemica tra il commissario di NcS Roma e Lazio, il senatore leghista Gian Marco Centinaio e lo stesso Palozzi.
Comunicati al vetriolo tra i due. «Ma io ho sempre cercato il dialogo – spiega il coordinatore di FI – Ho detto che dal mio partito c’era l’indicazione di restare uniti ovunque. Loro hanno detto di non aver ricevuto una linea simile, ma di voler andare insieme solo dove lo avrebbero ritenuto conveniente. Io sono conciliante, ma non fesso. Nessuno dal Nord mi può venire a spiegare come funziona la provincia di Roma».
La frattura tra FI e FdI si consuma invece dopo la decisione della Meloni di candidarsi a sindaco di Roma.
«Dopo il traditore Salvini la traditrice Meloni. La parola e la firma di questi soggetti vale un centesimo. Spero che la città li spazzi via», scrive Palozzi su Facebook.
E FdI interrompe ogni rapporto in provincia. «Ma con Silvestroni ci siamo sentiti ieri, ci siamo chiariti – dice Palozzi – Mentre non capisco l’importanza che si dà a Salvini, soggetto politico irrilevante a Roma, con FdI è diverso: esistono problemi di natura locale, ma c’è la volontà di tenere aperto il dialogo. Andare divisi complicherebbe una campagna elettorale già di per sè difficile. Con intelligenza supereremo i problemi».
Ma da FdI trapela uno scenario molto diverso.
«I rapporti personali possono anche esserci – replica il coordinatore provinciale di FdI Marco Silvestroni – ma è inaccettabile che il rappresentante di FI dica che la parola della nostra leader vale un centesimo”
Daniele Di Mario
(da “il Tempo”)
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Marzo 19th, 2016 Riccardo Fucile
QUELLO CHE NESSUNO DICE APERTAMENTE: MARCHINI SINDACO-BERTOLASO CITY MANAGER
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… chi ha dato, ha dato, ha dato… scordamose er passato. Riveduta e
corretta in gergo romano la tarantella partenopea ben si adatta all’ultima, clamorosa, svolta epocale di un Berlusconi in vena di indulgenze e in cerca di riscatto dopo i tradimenti capitolini ad opera di Bruto Salvini e Cassia Meloni.
La sterzata di Silvio è così brusca e improvvisa da consigliare all’elettore di centrodestra, già confuso dalla giostra dei candidati, venti gocce di Xanax prima di immergersi nelle lettura delle righe a seguire: Berlusconi apre ad Alfano.
Della serie, c’eravamo tanto odiati. Ma ora non più.
L’ex premier porge infatti l’altra guancia al suo ex giovane erede, ripudiato senza quid e a seconda dei momenti etichettato come traditore, irriconoscente, opportunista e voltagabbana.
Il Berlusca 2.0 si dice ora pronto alla clemenza e alla concessione della grazia poichè «in politica vince chi non serba rancore».
E siccome a nuttata è passata, ed entrambi debbono guardare al futuro guardandosi però prima le spalle (chi da Verdini, chi da Giorgia e Matteo) il Cav – senza rancore – ha lanciato un segnale al figliol prodigo per un’alleanza con Ncd in Sicilia sulla scia di quanto già fatto a Milano.
Obiettivo non dichiarato, scimmiottare Sarkozy e riaggregare a livello nazionale l’area moderata di centro per scongiurare una deriva leghista d’ispirazione lepenista.
La mossa del presidente di Forza Italia sorprenderà i fedelissimi ma non gli addetti ai lavori che da giorni s’interrogano sui troppi indizi lasciati da Berlusconi a riprova che qualcosa di nuovo (o di vecchio) si sta muovendo.
Il plateale endorsement delle due opposte anime di Ncd verso Marchini e il segnale lanciato da Lupi poco prima dell’esternazione del Cav («a Roma la figura unificante su cui bisognava costruire era quella di Marchini. Se volesse Berlusconi potrebbe ancora imboccare questa strada, appoggiando la sua candidatura e ripartendo da qui») fanno pensare a quel che tutti nella Capitale sussurrano e nessuno osa dire: Bertolaso retrocesso a city manager e Marchini promosso sindaco.
«Tutto sembra impossibile finchè non viene realizzato» arringava agli scettici un certo Nelson Mandela.
Gian Marco Chiocci
(da “il Tempo”)
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’IMMMUNOLOGO: “QUATTRO CANDIDATI? QUESTI SONO PAZZI”…”MARCHINI E’ L’UNICO EFFICIENTE”
«Adesso diranno che sputo nel piatto in cui ho mangiato…».
Con la diaria da consigliere comunale?
«Appunto, ironizzavo: erano 1.326 euro al mese… Il punto è che il centrodestra a Roma non smette mai di stupire. Quanto è emerso con Mafia Capitale era inimmaginabile: Gramazio era il mio capogruppo, io mi fidavo. Certo, una volta cercò di fregarmi… E adesso? Una follia: quattro candidati, per essere si-cu-ri, ma proprio stra-si-cu-ri di perdere!»
Quel bacio.
Il professor Fernando Aiuti, nella sua lunga carriera, ha avuto due momenti di forte visibilità : il primo quando, negli anni ’90, già immunologo di fama internazionale, si fece fotografare mentre baciava una giovane sieropositiva, per dimostrare che l’Aids non si trasmette con la saliva; l’altro nel 2010, quando si imbavagliò nell’aula Giulio Cesare contro la maggioranza di Alemanno in cui egli stesso militava, per protestare contro la stangata sulle tariffe taxi.
La chiamata in politica di Aiuti, nel 2008, fu uno dei non molti tentativi del centrodestra di aggregare personalità di alto profilo.
Il professore venne eletto in Campidoglio come capolista Pdl ma, nei successivi 5 anni, il suo contributo è stato ignorato.
Adesso, «definitivamente fuori dalla politica, per carità », l’immunologo va a ruota libera. E si toglie parecchi sassolini («fastidiosi, mi creda») dalle scarpe.
Professore, lei è ancora di centrodestra?
«Certo, perchè?»
Ha visto che sconquasso a Roma? Come pensa di regolarsi al momento del voto?
«Sono basito, è una follia. Oppure una scelta deliberata di farsi male, come dice qualcuno, perchè Berlusconi vuol favorire Renzi per avere qualcosa in cambio. In ogni caso è da irresponsabili: presentare quattro candidati non vuol dire affossare il centrodestra solo a Roma, ma su scala nazionale. Così abbiamo la certezza assoluta di non andare neanche al ballottaggio, quando invece sarebbe tanto facile uscire dall’impasse».
Come?
«Basta che tutti e quattro facciano un passo indietro. Si organizzano le primarie, in 15 giorni, e chi vince lo si vota. Ogni problema sarebbe risolto».
Se invece il quadro restasse questo, lei chi sceglierebbe tra Bertolaso, Meloni, Storace e Marchini?
«Essendo fuori dalla politica voterò il programma migliore per la città , un manager, qualcuno capace di far funzionare i servizi. Guardi, ieri ero a Catania, e le assicuro che è molto più pulita di Roma. Ci vorrebbe un tecnico di spessore…».
Ci sta girando attorno per arrivare a Bertolaso?
«Ma no, lui non lo voterei mai! Per due motivi: ha delle pendenze giudiziarie, e francamente votare uno che poi a settembre si ritrova con una condanna di primo grado non mi pare il caso. Qui è diverso dal caso di De Luca, in Campania: un conto è essere indagato per abuso d’ufficio, un altro, ben più grave, per questioni di appalti».
Non le sta simpatico, l’uomo del fare…
«Il problema è che lui è l’uomo del fare tutto, troppo. Anche a costo di non essere all’altezza. Dal terremoto ai rifiuti, dall’Aids alla sicurezza negli aeroporti. Si sente un superman. Lo conosco da molti anni, da quando veniva con la sua aria da tuttologo in commissione, al Consiglio superiore della sanità , e pretendeva di spiegare cosa si doveva fare per combattere l’Aids. Poi è arrivata la Sars, e anche lì sapeva tutto lui. Non funziona cosi. L’uomo del fare va bene, i presuntuosi sono un’altra cosa».
Bene, Aiuti. Ora passiamo a sistemare la Meloni..
«Ma no, è giovane, sveglia. Politicamente a lei mi sentirei anche vicino…»
Però…
«Però, diciamolo, con il suo tira e molla non ha fatto una gran figura. Prima “no, devo fare la mamma”, poi “forse, vedremo”, alla fine sì… Non è autonoma, dipende da qualcuno, nella fattispecie Rampelli, e questo non va bene».
Intende dire, con Berlusconi, che dietro la Meloni sono in agguato i «fascisti»?
«Mmhh… direi i missini vecchio stampo, ecco. Gente che non si è evoluta, non è cresciuta al di fuori della loro ideologia. Rampelli riporta a quel mondo lì, superato, alla gestione pregressa di Alemanno, Fini, eccetera, e la Meloni non ha la forza di sganciarsi».
Il suo ragionamento porta dritti a Storace: uno tosto, muscolare…
«Ma no! Premesso che è una persona onesta, anche lui non si è rinnovato e pratica la vecchia politica, senza dimenticare che ha avuto critiche per la sua gestione da presidente della Regione Lazio. E poi è marginale, isolato».
Stecchito. Resta Marchini, l’imprenditore rosso.
«Esatto. D’altronde io sono uomo di centrodestra anomalo, autonomo. Marchini mi pare un imprenditore efficiente, un manager non legato alla vecchia politica, che ha saputo costruire qualcosa, far lavorare la gente. Se sarà in grado di allestire una squadra di tecnici bravi e onesti, la politica avrà fatto un passo indietro e la capitale non potrà che beneficiarne».
Professore, quel sassolino?
«Riguarda le note vicende. Era verso la fine della consigliatura, una seduta pomeridiana.. Io ero dovuto andare a un convegno in una Asl, per sostituire il vicesindaco, e Gramazio prese il mio badge e votò al posto mio, su una questione edilizia, questo lo ricordo bene. Tornato in Campidoglio mi arrabbiai molto e denunciai la cosa al presidente dell’assemblea Pomarici e al segretario generale. E’ tutto agli atti: sarebbe interessante vedere che delibera fosse».
Tutti da buttare, i suoi maledetti anni 2008-2013 con Alemanno?
«Ma no, c’è stato anche del buono. Sulle epidemie di influenza in città , i vaccini, gli interventi sulla Tbc a favore degli immigrati abbiamo lavorato, e non ho rimpianti. Certo, ero un don Chisciotte, molto isolato. Nella maggioranza salverei soltanto Sveva Belviso, la vicesindaco, persona onesta, che sul sociale ha lavorato con passione, e Ghera, l’assessore ai Lavori pubblici. Quando passavo sulla Salaria lo chiamavo in diretta, dicendogli “Fabrizio, qui c’è una buca pericolosissima, intervieni!”, e il giorno dopo la trovavo rattoppata. Può sembrare un aneddoto, ma questo fa la differenza di un buon amministratore».
Amici nell’opposizione?
«Sì, due persone meravigliose. Gemma Azuni, la consigliera di Rifondazione, seria e onesta, capace di ascoltare anche fuori dal suo recinto, tanto che a sinistra l’hanno fatta fuori. E Monica Cirinnà , una politica sensibile, acuta, che meriterebbe cariche maggiori».
Veramente carriera l’ha fatta, è senatrice e la legge sulle unioni civili porta la sua firma.
«Certo, lo so. E ho apprezzato la sua battaglia».
Un uomo di centrodestra a favore della stepchild adoption?
«Assolutamente sì, sono innanzitutto un uomo di scienza. Dobbiamo guardare avanti…»
Professore, lo sa cosa rischia che le rinfaccino, adesso, gli ex colleghi di partito? Che lei è un po’ anziano e….
«No, rimbambito non me lo possono dire, stia tranquillo. A ottant’anni vado ancora a sciare sul Gran Sasso, in barca a vela, sul catamarano e, quattro volte a settimana, a nuotare».
Ginnastica dolce, immagino.
«Macchè, settanta vasche in un’ora. La saluto: sto entrando proprio ora in piscina»
Fabrizio Peronaci
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
MELONI. STORACE, DI STEFANO E IORIO
C’è la destra «ufficiale», quella che rifiuta l’etichettatura di «fascista», ma che a seconda dei casi si
autodefinisce «sociale», «popolare», «nazionale», «gollista», «lepenista».
Poi c’è l’estrema destra, quella che una volta era «radicale», e che oggi viaggia sotto le insegne di CasaPound, Forza Nuova o del «rinato» Movimento Sociale Italiano.
La «galassia nera»
Ma poi, nella variegata «galassia nera» della Capitale c’è un mondo fatto di sigle, luoghi fisici o virtuali, simbolismi, date cerchiate sul calendario.
Un sottobosco popolato di vecchi camerati e di giovanissimi neppure maggiorenni, che si ritrova nelle trattorie dei Castelli romani o nelle curve degli ultrà di Roma e Lazio, tra leader degli anni di piombo che non hanno ancora passato la mano e nuove leve che vengono soprattutto dalle periferie abbandonate.
Un pacchetto di voti consistente, che trovò una forma di «saldatura» in un momento ben preciso: la vittoria di Gianni Alemanno al Campidoglio, il 28 aprile del 2008. Quel giorno, sulla piazza, c’era di tutto.
Da Alessandra Mussolini che, quasi in lacrime, pensava agli incroci del destino («ti rendi conto, è il 28 aprile…», cioè la data della fucilazione, ad opera dei partigiani, del nonno Benito), alla bandiera della storica sezione di Colle Oppio, una sorta di rudere in una delle aree archeologiche più importanti di Roma (davanti al Colosseo, a fianco della Domus Aurea, la reggia di Nerone), che nel dopoguerra venne occupata da alcuni esuli istriano-dalmati ed è diventata luogo di ritrovo per generazioni di militanti ex Msi, poi ex An, ora in Fratelli d’Italia.
I saluti romani in Campidoglio
Al Campidoglio, i sostenitori di Alemanno festeggiarono esibendo il saluto romano e, in quell’immagine, c’era quasi il senso di una «presa»: «Abbiamo espugnato il palazzo d’inverno», dissero i «camerati».
Otto anni dopo, quella destra è dispersa in mille rivoli, il grande contenitore di Alleanza nazionale non c’è più e il risultato sono le «sette sfumature di destra» in corsa alle comunali 2016.
Di questi candidati, almeno quattro si richiamano – più o meno direttamente – alla storia missina, un tempo si diceva post-fascista, della Capitale.
I quattro candidati di destra
I più a destra sono Simone Di Stefano, leader di CasaPound e dei «fascisti del terzo millennio». Di Stefano ci provò anche tre anni fa, racimolando appena 7 mila voti.
Ma CasaPound, a Roma, non è solo una forza elettorale. È diventata un «marchio», non solo con il richiamo alla simbologia fascista, ma anche con canzoni, serate al pub, osterie (in una, all’Esquilino, lavora uno dei capi, Gianluca Iannone), l’attività nelle scuole affidata al «Blocco studentesco» dove per un periodo ha militato anche il figlio di Alemanno.
A loro, inizialmente, si era appoggiato Matteo Salvini: CasaPound, nella manifestazione leghista di un anno fa a piazza del Popolo, faceva da servizio di sicurezza. Ora, però, le strade si sono divise e Di Stefano corre da solo.
Alle comunali, c’è anche Alfredo Iorio, leader del «Trifoglio», gruppo che si ritrova nella vecchia sezione dell’Msi di via Ottaviano, due passi da San Pietro.
Da qui veniva Daniele De Santis, «Gastone» per gli amici, che il 3 maggio 2015, prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina, uccise con un colpo di pistola l’ultrà partenopeo Ciro Esposito a Tor di Quinto.
Anche via Ottaviano è un luogo simbolo. Perchè qui, nel 1975, venne colpito a morte lo studente greco Mikis Mantakas, uno dei «Cuori neri» narrati nel libro di Luca Telese.
Roma, infatti, è anche la città del «presente», le braccia tese per ricordare i «martiri» degli anni di piombo. Paolo Di Nella, Francesco Cecchin, i poveri fratelli Mattei arsi vivi nel rogo di Primavalle.
E, naturalmente, la strage di Acca Larentia, 7 gennaio 1978, l’unico posto che riesce ancora a riunire (quasi) tutte le anime post-missine o post-fasciste.
Gli ex «avanguardisti»
Da Giorgia Meloni a Francesco Storace, entrambi candidati a sindaco, che ogni anno portano i fiori ai tre militanti missini uccisi (Francesco Ciavatta, Franco Bigonzetti, Stefano Recchioni), fino alle sigle più estreme.
Da due anni, gli unici a disertare sono gli ex di «Avanguardia Nazionale», gruppo degli anni ’70 che si autosciolse un attimo prima di essere dichiarato fuori legge dal governo, ancora capeggiati da Bruno Di Luia, ex stuntman, quello che al funerale di Pino Rauti contestò la visita di Gianfranco Fini.
Gli «avanguardisti», si ritrovano a mezzanotte del 6 gennaio sotto quella che chiamano «la stele di Mussolini», l’obelisco del Foro Italico con la scritta «Dux», che la presidente della Camera Laura Boldrini propose di cancellare.
Risposta? Una serie di foto su Facebook, a braccia tese.
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
QUANDO IL “VEDIAMOCI” NON E’ SUFFICIENTE: GLI INTERESSI CONTRAPPOSTI TRA FDI E AZIONE NAZIONALE E IL FORZIERE DELLA FONDAZIONE AN
“Secondo me, con grande umiltà , dobbiamo tentare di dare una svolta alla campagna elettorale. È vero
che stiamo impegnando ognuno attorno a sè migliaia di elettori e di elettrici, ma di fronte alle lacerazioni nel campo avverso non possiamo riprodurre le nostre. Dunque, vediamoci – se credete – e parliamone.”
Quelle che precedono solo soltanto alcune delle cose scritte da ‪FrancescoStorace‬ in una sorta di “appello a parlarsi” rivolto ai vari candidati del centro-destra per la carica di Sindaco di Roma, e pubblicato su “Il Tempo” di questa mattina.
Giusto per chiarire… ‪Storace‬ incarna un’idea di ‪destra‬ molto diversa dalla mia visione personale. Su tante questioni siamo distanti addirittura “anni luce”.
Ciò non di meno che, tra i vari contendenti del ‪centrodestra‬ “capitolino”, sia il candidato più lucido, sincero e genuino, l’ho sempre pensato.
Ovviamente, l’appello non sortirà nessun effetto: “il giochetto a dama” è iniziato e nessuno vorrà mollare la partita.
La ‪Meloni‬ si è candidata per “non scomparire”, per non perdere “la tenzone” con ‪AzioneNazionale‬ e, in prospettiva, per non diventare minoritaria “agli occhi” della ‪Fondazione‬ di ‪AlleanzaNazionale‬ che ha variamente sostenuto (soprattutto economicamente) il partito del quale è presidente.
La stessa Azione Nazionale, dal canto suo, ha tutto l’interesse alla prova muscolare, sia per provare (nell’ottica anzidetta) a ridimensionare ‪‎FdI‬, sia per proporsi come potenziale punto di riferimento alternativo per l’ex mondo di AlleanzaNazionale.
Lo scenario è parecchio triste, insomma, anche perchè (diciamola tutta) tra Fratelli d’Italia ed Azione Nazionale, dal punto di vista dei contenuti, le differenze manco si percepiscono.
Le due compagini usano (soltanto) modi diversi di dire le cose, ma la sostanza (e la sintesi) è sempre la stessa: la destra liberale, moderata, moderna ed europeista è soltanto un pallido, pallidissimo miraggio.
E “questo” accade ovunque perchè, pure in vista delle amministrative partenopee, il “dramma dell’incapacità di rappresentazione”, è variamente presente e, drammaticamente, insistente…
Il “bene comune” è l’ultimo dei pensieri per certi politici: quello che conta è giusto l’illusione del potere.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
«E’ UNA VICENDA DA CORTILE, SONO TRIBU’ IN LOTTA, LA PAGHERANNO CARISSIMA”
Un candidato a sinistra, Roberto Giachetti, l’hanno trovato. A destra invece…
«La destra è grossier, non ha raffinatezze e ha risolto tutto in vicenda di cortile. La battuta fulminante è di Italo Bocchino: a Berlusconi gli è finita come a Gheddafi. Tolto il rais le tribù hanno iniziato a massacrarsi tra di loro. E questo è successo nella vicenda romana. È un’operazione da manuale».
Di autodistruzione?
«Avevano la possibilità di vincere immediatamente, avevano pure il candidato pronto. Bastava salire sul treno di Marchini».
Marchini, dunque, è il centrodestra?
«No. Fino a ieri era il vaso di coccio tra due di ferro: quello del centrosinistra e quello del centrodestra. Ma l’evoluzione dei fatti, con il centrosinistra che si dilania nelle primarie, con il centrodestra che invece si riduce alle guerre tribali, è andata a finire che il vaso di coccio è diventato d’acciaio e ha frantumato gli uni e gli altri».
A destra è stato tutto un ondeggiare tra proposte, ripensamenti, veti e controveti. In campo, a contendersi la stessa porzione, ad oggi ci sono principalmente quattro destre — Meloni, Bertolaso, Marchini e Storace — più outsider (Tosi) e gli identitari (Msi e CasaPound). Che segnale è?
«Faccio un’obiezione. Marchini non c’entra niente con la destra. Era l’opportunità , come lo fu Berlusconi nel ’93, che la destra non ha saputo cogliere. Del resto, non si può mettere sulle sue spalle la responsabilità della catastrofe del centrodestra. Questa è una vicenda dove, se si mettono in fila i fatti, non si può che ridere a ogni passaggio. Un candidato, schierato contro la sinistra e contro Renzi, insomma c’era. Marchini, ricordiamolo, è quello che ha costretto Ignazio Marino alle dimissioni consentendo ai romani di tornare al voto. E il centrodestra, invece di seguire uno schema “tatarelliano”, si è incarognito in una guerra tribale».
Quali tribù?
«Parenti, cognati, cugini, manca solo di cantare, con “Io, mammeta e tu”, jatevenne tutti quanti!»
Perchè?
«Da un lato Berlusconi perde perchè vuole assicurare al Matteo suo (Renzi, ndr ) la tranquillità , loro invece hanno l’interesse a mantenere i piccoli appezzamenti. Perchè hanno necessità di farsi contare».
Al Pantheon un po’ tutti spiegavano che quella di Meloni era e resta la «scelta naturale» per Roma.
«Se tu sei di destra e vuoi fare una scelta identitaria non puoi che votare Storace. Oppure, il Movimento sociale Italiano con Alfredo Iorio, quindi CasaPound con Simone Di Stefano».
Ma della candidatura Meloni, con la citazione della Lupa che allatta i due gemelli?
«Ecco, la prima cosa che mi viene in mente è che uno dei due gemelli ha ammazzato l’altro».
Non si può non fare un parallelismo con il ’93.
«Un parallelismo, in verità , c’è: hanno perso l’opportunità . Allora si chiamò Berlusconi, oggi Marchini».
La ditta Berlusconi e Pascale non trovato di meglio che definire i leghisti di Roma “fascisti” e “fascista”, per quanto “raffinata” e “moderna”, Giorgia Meloni.
«Berlusconi dovrebbe pensare che l’antifascismo, soprattutto quello suo, gli porta male. Ma male vero. La sua sfiga iniziò a Onna, quando, al culmine del suo successo, indossò il fazzolettone da partigiano: da lì cominciarono Noemi, la D’Addario, i bunga-bunga…»
Le abbiamo ribattezzate sul Tempo “Le liti di Marzo”. Un necessario parricidio?
«I parricidi in politica sono fondamentali, non v’è dubbio. Ma si fanno quando i padri sono al potere».
Si dice, infine, che nella confusione a destra s’avanza la (penta)”stella” di Virginia Raggi.
«La stragrande maggioranza degli elettori che non è di sinistra le ha dato appuntamento al ballottaggio. Fermo restando questo andazzo».
Antonio Rapisarda
(da “il Tempo”)
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA CINQUESTELLE REPLICA: “L’HANNO MANDATA ALEMANNO E LA RUSSA?”
Salvini lo aveva già detto: “Se la destra non arrivasse al ballottaggio voterei M5s”.
Oggi lo ripete anche la
ventriloqua Giorgia Meloni, candidata sindaca di Fratelli d’Italia e Noi con Salvini, nota per avere idee originali e mai al seguito di nessuno: “Se non arrivassi al ballottaggio voterei Raggi anche se trovo deludente la storia di M5s perchè speravo di avere degli alleati in parlamento su alcuni argomenti di rottura. Poi ho capito che per loro l’unica cosa importante è che loro sono puliti e gli altri spazzatura e non ti aiutano mai a portare a casa un risultato”.
E su Giachetti: “Sono molto amica di Roberto ma davvero non riuscirei a sostenere il governo Renzi e i suoi rappresentanti”.
Virginia Raggi replica a stretto giro: “Ogni tanto ritornano, non so chi sia stato ad averle consigliato di scendere in campo, Alemanno o Berlusconi con il quale ha governato, La Russa, con cui ha fondato un partito, sono sempre gli stessi”.
Pochi giorni fa, l’esponente grillina era stata solidale con la Meloni che poteva fare la mamma e il sindaco, oggi la liquida così.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL SUO AUSPICIO: “CI VORREBBE UN MANAGER”
Vincere a Roma fa paura. Parola di uno che conosce la città meglio di ogni altro: Carlo Verdone.
In una intervista al Fatto Quotidiano il regista si sofferma sul caos pre elettorale capitolino.
Alla base, secondo Verdone, non ci sono solo le conseguenze in caso di sconfitta, ma soprattutto le responsabilità in caso di vittoria.
“Non le è venuto il sospetto che a Roma non voglia vincere nessuno?”, chiede il cronista. “Certo che mi è venuto. Roma è da sempre la culla di qualunque ambizione politica. Chi la governa, cade”.
A limitare l’azione della politica, secondo Verdone, c’è la paura di risultare impopolari. “Hanno paura di non essere più votati e quindi da anni danno un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Hanno paura dei piccoli egoismo personali. Di perdere il loro pacchetto di preferenze”.
Per questo, sottolinea Verdone, “forse Roma la può governare soltanto un manager che pensi: ‘Tra 5 anni non devo ricandidarmi'”.
Quanto al pool di candidati in campo, il regista è impietoso: “Ora siamo al Medioevo. Alla totale sfiducia nei confronti delle istituzioni. Alla competizione elettorale si presenta una squadra di calcio. Quattro candidati di centrodestra, tre di centrosinistra, i Cinque stelle, gli indipendenti. non si riescono a individuare facce, nomi e ruoli. Chiunque vinca queste incaciaratissimecarlo elezioni deve però sapere che siamo all’ultima spiaggia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 17th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGI IPR E TECNE’ RIDIMENSIONANO LA MELONI: 15% SIA A LEI CHE A BERTOLASO, E’ TESTA A TESTA… RAGGI E GIACHETTI AL 25%, MARCHINI AL 12%, STORACE AL 6%
Comincia dai numeri la sfida destinata a segnare una svolta nel centrodestra, non solo romano.
I primi sondaggi diffusi ieri sera a Porta a Porta di Ipr e Tecnè indicano un testa a testa tra Guido Bertolaso e Giorgia Meloni, con un 15% ciascuno nel caso della corsa separata, ovvero Bertolaso solo per Forza Italia e la Meloni per Fratelli d’Italia.
Prima sorpresa: non esiste il presunto strapotere della figura della Meloni.
Seconda sorpresa: tra i due è più Bertolaso che fa aumentare i voti iniziali di Forza Italia (che ha un 9-10% di base) che la Meloni (Fdi è accreditata di un 10-11%)
In tutti i casi rilevati dagli istituti di sondaggio si registra un primo turno sostanzialmente «alla pari» con un 25% dato ai due maggiori candidati, ovvero Virginia Raggi per M5S e Roberto Giachetti per il Pd,
Al ballottaggio, invece, il risultato, univoco, di tutte le simulazioni effettuate affida la guida del Campidoglio alla grillina Raggi.
Poi ci sono le incognite: Marchini e’ intorno all’11-12%, Storace al 5-6%.
Nell’esperienza civica di Alfio Marchini sono già confluiti il Nuovo Centrodestra e i fittiani, sulla candidatura di Storace sono confluiti Alemanno e molti finiani in funzione anti Fdi.
Voci ben informate parlano di una mossa a cui Berlusconi sta lavorando per dare scacco matto a Salvini e alla Meloni: un ticket Marchini-Bertolaso che potrebbe proiettare la nuova coalizione al 25% e giocarsi il balottaggio.
A quel punto anche Storace potrebbe farsi coinvolgere: dopo tante polemiche con la Meloni sarebbe autolesionista non schierarsi sul fronte opposto.
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