Novembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
MARCHINI AMMETTE L’INCONTRO CON IL CAVALIERE: “NON HO MAI VOTATO PCI”…”HO GIA’ IN TESTA LA SQUADRA PER IL CAMPIDOGLIO”
Mette in conto che Roma potrebbe diventare la sua tomba politica ora che Berlusconi lo ha
cresimato o forse meglio scresimato: “Piace alle donne e dunque appoggeremo Alfio Marchini ” .
Ma come, il figlio del Pci, l’erede della tradizione ghibellina, a capo dei guelfi?
E Marchini racconta di un bisnonno ghibellino che fu cacciato da Firenze: “A lui dobbiamo il nome Alfio: era un fabbro che amava la cavalleria Rusticana”.
Nell’Italia dove Renzi passa per il figlio politico di Berlusconi, questo figlio della sinistra candidato della destra sarebbe l’ultimo paradosso.
Perciò gli dico che se davvero si presentasse con il Centrodestra non solo non lo voterebbe, come ha già detto, sua cugina Simona Marchini, ma neppure sua madre, la signora Milly.
E Marchini ride: “Amor omnia vincit”. Poi si fa serio: “Nel 2013 quando mi presentai da solo con il cuore come simbolo, tutti dissero: quel giovane signore capriccioso sarà spazzato via e il mondo riderà di lui. Non è andata così e abbiamo sfiorato il 10 per cento”.
Dunque, di una cosa Marchini è sicuro: “Correrò di nuovo con lo stesso simbolo, il cuore, e correrò da solo “.
Berlusconi del resto è stato il primo a dirgli: “Il mio abbraccio potrebbe esserti mortale”. Si sono visti, ma Marchini non è mai andato in via del Plebiscito nè tanto meno ad Arcore: “Se Berlusconi facesse un passo indietro e, come ha detto ieri, desse davvero l’indicazione di votare Marchini, io lo ringrazierei. Ma io non mi sposto di un millimetro, non cambio e non contratto posizioni, non vado in casa di nessuno, non sarò mai ospite nelle liste di destra o di sinistra: hospes e hostis, ospite e nemico, appartengono allo stesso campo semantico”.
Davvero lei pensa che Berlusconi abbia la saggezza di esserci senza starci, la lungimiranza di tenersi a distanza, la generosità di dare senza prendere?
“E’ quello che mi ha detto e non è certo uno stupido. Perchè non dovrei credergli? “.
E se fosse astuzia?
“Si rivelerebbe con le gambe corte, come tutte le bugie”.
Con Renzi, invece, non si sono visti. “Se potessi dargli un consiglio non richiesto lo inviterei a riunire, almeno una volta al mese, tutti gli ex presidenti del Consiglio e gli ex capi dello Stato. Sono loro i veri senatori”.
Anche a sinistra, dove tutto dovrebbe essergli più facile, Marchini sa riconoscere gli abbracci insidiosi.
E infatti mi racconta che ci sono molte personalità che pensano a una lista “Democratici per Marchini”.
Per la prima volta dunque la minaccia a Renzi non verrebbe dalla sinistra ideologica e neppure dal populismo di piazza, ma dalla tradizione più rossa e allo stesso tempo dalla borghesia più rassicurante: “Siamo riusciti a liberare Roma da Marino perchè era inadeguato. Il Pd, che insieme a noi lo ha cacciato, dopo due anni è venuto sulle mie posizioni. Non c’è però alcun dubbio che la sconfitta di Marino è una sconfitta del Pd”.
Marchini di sè dice: “Sono un innovatore e sono un conservatore “.
Pensa davvero che Roma, “l’emergenza della nostra amatissima Roma”, non abbia bisogno dei soliti indipendenti di sinistra o di destra, dei furbi neutrali di una volta “ma di coraggiosi che si sospendano dai luoghi mentali noti, come sono appunto la destra e la sinistra, e si appendano in quelli ignoti, e non per ignavia ma per formare, sul campo della capitale occidentale più bella e degradata del mondo, i nuovi codici della politica”.
Mancano ancora otto mesi alle elezioni “e otto mesi in politica sono un’eternità “, ma Marchini sta già preparando la squadra : “Ci saranno personalità di alto livello, sarà una specie di manifesto per Roma. Sono convinto che l’ottanta per cento dei romani capisce che coprire le buche o pulire le strade non è nè di destra nè di sinistra”.
Gli faccio notare che, senza nomi, la trasversalità delle liste è solo una slogan, campagna elettorale: “Lo capisco, ma io ci credo davvero e so tacere quando devo tacere “.
Di fronte al lago Trasimeno, dove si rifugia tra cani e cavalli, Marchini mi racconta di questa sua strana stirpe, del nonno comunista, quello che costruì Botteghe Oscure, “ma non mi convinse mai a votare Pci. Votavo repubblicano”.
Tutti sanno che nonno Alfio e lo zio Alvaro, che fu a lungo presidente della Roma, erano soprannominati “Calce e martello” oppure “Rosso San Pietro”, a riprova che a Roma perfidia e grandezza sono da sempre la stessa cosa o, se preferite, che non esiste l’univocità e non bastano le chiavi etiche per acchiappare la storia.
In fondo, questo nuovo Alfio, trasversale tra le macerie della destra e quelle della sinistra, si ricongiunge davvero alla Roma dei ponti, quella che dal Vaticano portava a Botteghe Oscure, un ponte pubblico e tuttavia segreto.
Alfio Marchini va a messa ogni mattina e in Argentina ha conosciuto bene questo Papa, anche se non riesco a strappargli nulla sull’argomento, neppure quando gli dico che lo hanno visto entrare nella Domus Santa Marta …
E’ stato amico di Cuccia, di Shimon Peres, di don Giussani “che una volta mi portò a braccetto dentro l’arena del Meeting di Rimini e, io che pure avevo litigato con i ciellini romani, mi presi tutti quegli applausi “.
Con D’Alema e Veltroni è ancora amico. Marchini ha spesso mediato tra i due: “Una volta che non si parlavano, organizzai un incontro a casa mia, e fu una bellissima notte d’amicizia “.
Un giorno nonno Alfio lo nominò capofamiglia e lo mandò in cantiere: “Studiavo e lavoravo “. Poi arrivò la stagione dei sequestri: “Rapirono un mio zio”. E allora cominciarono a spostarsi, a disinvestire dall’Italia: Londra, l’Argentina …:
“Io non sono mai stato mondano, mi piace la solitudine, al rosso fuoco dell’Inferno o al giallo del Paradiso preferisco il pastello, le sfumature tenui la cui forza sta nella durata, amo la sobrietà e la discrezione. Eppure mi chiamano il bel Ridge, dicono che sono bello per dire che sono stupido”.
Anche la lieve balbuzie che in lui viene liquidata come l’imperfezione che turba, una variante dello strabismo di Venere, è in realtà pensiero affollato.
Infatti Marchini balbetta di più in privato, quando perde il controllo.
“Mio nonno mi diceva: Non sottovalutare mai nessuno e sii contento quando ti sottovalutano”.
C’è la foto che lo ritrae mentre gioca a Polo e quella con la regina Elisabetta che lo premia. E però nel retroscena della sua vita non c’è la futilità e neppure il libertinaggio che sospetta Berlusconi.
C’è invece una ferita che si può infettare ma mai si rimarginerà : “Era una serata come oggi, stessa ora, più o meno …”. Marchini era in macchina e squillò il telefono. Gli dissero di accostare. Gli passarono la madre … “e fu un dolore talmente grande da non riuscire neanche a disperarsi “.
Alessandro, il padre, aveva scelto di andarsene dal mondo: era delicato, aveva una sensibilità acuta e soffriva di diabete. “Mio nonno una volta mi disse: sei sopravvissuto a ogni cosa, anche a me, sopravviveresti a tutto. Non era vero”.
Marchini ha cinque figli. Il più grande si chiama Alessandro, come quel fragile nonno. Capitò che, mentre andava in motorino, fu travolto da un’auto e rimase in coma per sette giorni.
“Mi rivolsi a Dio e gli dissi di perdonarmi, ma che non ce l’avrei fatta a sopravvivere a mio figlio”.
Il settimo giorno il ragazzo si svegliò “e io mi risvegliai con lui: decisi di tornare in Italia e di mettermi in gioco”.
Oggi i sondaggi gli attribuiscono il 25 per cento, in competizione con il grillino Di Battista e con Giorgia Meloni. Marchini è una specie di Giano di Roma, quello che dà nome al Gianicolo, il colle dell’epopea risorgimentale, e ha due facce: una per sbrogliare gli ultimi nodi del Novecento, l’altra per imbrogliarne gli ultimi sfilacci.
Francesco Merlo
(da “la Repubblica“)
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Novembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
I PECCATI PASSATI DEL PREFETTO TRONCA, NEO COMMISSARIO DELLA CAPITALE
“Non so se vedrò Ignazio Marino. La prima cosa che farò quando arriverò a Roma sarà incontrare il prefetto Gabrielli. Io terrò una linea di rapporti estremamente istituzionali”.
Francesco Paolo Tronca dice addio alla poltrona di prefetto di Milano chiudendo l’Expo e inaugura la sua esperienza di commissario del Comune di Roma.
Lo fa con una frase che potrebbe essere estremamente istituzionale. O fortemente politica. Comunque pare l’ennesimo schiaffo a Marino.
Di sicuro è un passaggio delicato per i rapporti Milano-Roma.
Prima ci aveva pensato Raffaele Cantone: “Milano si è riappropriata del ruolo di Capitale morale d’Italia”.
E Roma? “Non sta dimostrando di avere gli anticorpi morali di cui ha bisogno”.
Poi era toccato al ministro Maria Elena Boschi:“ Per il Giubileo vogliamo il modello Expo”. Infine, ecco che a guidare il Campidoglio arriva il prefetto di Milano.
Una sfilza di colpi all’autostima dei romani. La Capitale messa sotto tutela dalla Lombardia.
Il volto che rappresenta la svolta è quello di Tronca, 63 anni.
Un palermitano venuto dal freddo, perchè la sua carriera si è svolta al Nord. Nelle roccaforti della Lega.
Ma chi è davvero Tronca? Se chiedi a chi l’ha incrociato raccogli opinioni diverse. A volte opposte.
C’è chi ti descrive un alto funzionario che ha dedicato tutta la sua vita professionale allo Stato.
Altri dipingono un prefetto che ha saputo piacere alla politica (dalla Lega ad Angelino Alfano per arrivare a Matteo Renzi). Ancora: per alcuni è l’uomo che in nome della sobrietà ha abolito i rinfreschi in Prefettura a Milano.
Altri rispolverano le polemiche di quando Tronca era alla guida dei Vigili del Fuoco: quel giorno che suo figlio andò a vedere la partita all’Olimpico con un’auto di servizio.
L’attico dello Stato dove l’allora capo dei Vigili del Fuoco sarebbe vissuto, la casa del Corpo a Cortina dove sarebbe andato in vacanza.
Fino all’aereo P180 dei pompieri che, secondo i sindacati, avrebbe usato senza eccessivi risparmi.
Il curriculum ufficiale di Tronca ricorda il servizio militare nella Finanza, poi l’ingresso in polizia.
Prefetto dal 2003, nel 2008 diventa numero uno dei Vigili del Fuoco.
Il suo nome compare raramente nelle cronache. Fino all’agosto 2013 quando diventa prefetto di Milano.
“In due anni ha cambiato la faccia della Prefettura”, dicono i sostenitori.
Certo, non era difficile cambiare stile rispetto al predecessore, Gian Valerio Lombardi, che riceveva in Prefettura l’olgettina Marysthell Garcia Polanco. Con tanto di posteggio garantito.
Tronca proprio no.Tra cronaca e forse una spruzzatina di “mito”lo si descrive che esplora a piedi i quartieri più sfigati di Milano.
E i rapporti con la politica? Di sicuro ha molti estimatori. A cominciare dalla Lega di Roberto Maroni, ai tempi ministro dei governi Berlusconi.
Secondo i critici, Tronca avrebbe dato pronta attuazione alla circolare del ministro Alfano, cancellando le nozze gay volute da Giuliano Pisapia.
“Una mossa per conquistare l’appoggio del Vaticano”, sostengono i maligni.
Ma chi lavora con Tronca racconta un’altra storia: il prefetto subì quella circolare, tentò di mediare. Scrisse più volte al sindaco.
Poi c’è l’Expo. Per l’iconografia renziana un successo.
Quindi Tronca ha un posto nell’Olimpo. Di sicuro è lui che ha assunto 70 provvedimenti interdittivi antimafia nei confronti di imprese sospette. Lui che ha precettato vigili e dipendenti della società di trasporti che volevano scioperare durante l’Expo.
“Un volto non certo da Rambo, ma un tipo tosto”, giurano i collaboratori.
Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile
LA PASSEGGIATA DELL’EX SINDACO : “LE PERSONE PERBENE STANNO CON LEI”
Sorridente, completo blu, cravatta rossa e l’immancabile zainetto in spalla. 
Ignazio Marino passeggia tra le vie della Capitale di cui non è più sindaco.
Saluta, fa il gesto della vittoria con le mani e si ferma a parlare con alcuni bambini.
“Le persone perbene stanno con lei”, gli dice un signore e lui risponde “Lo so, lo so”.
Una passeggiata a ritmo sostenuto, dal Pantheon a piazza Venezia.
Poi proprio sotto la scalinata che porta in piazza del Campidoglio si ferma per attraversare le strisce pedonali. In tanti lo salutano dalle macchine.
Dai finestrini abbassati escono mani che fanno il segno dell’ok.
C’è anche chi si affaccia per fare un video con il cellulare.
Una volta arrivato sotto il Marco Aurelio diversi cittadini gli gridano “Ignazio non mollare”, “Bravo Marino”.
Uno di loro gli augura in bocca al lupo, “Crepi” la replica dell’ex primo cittadino sempre sorridente.
Prima di salire in Campidoglio Marino si è rivolto a cronisti e fotografi: “Buon lavoro e grazie per la passeggiata insieme”.
Poi è entrato a Palazzo Senatorio.
Da cittadino.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile
MARINO VA, I 101 COLLUSI RESTANO
Se il compito dei giornalisti, come ritengono molti colleghi e qualche lettore-tifoso, fosse quello di trascrivere le verità ufficiali, oggi diremmo che il “caso Marino”è giunto finalmente al suo giusto epilogo: un sindaco tutto sommato onesto, ma incapace e pasticcione, travolto da uno scandalo non gravissimo ma comunque imbarazzante, va a casa per aver perduto la fiducia del partito, della giunta, della maggioranza e di parte degli elettori, rimpiazzato da un commissario prefettizio che governerà Roma con la massima correttezza ed efficienza in attesa delle elezioni.
Ma il nostro compito è guardare dietro le verità ufficiali,vedi mai che nascondano altro.
1) Al Pd, cioè a Renzi che ne è il padrone, degli scontrini e delle eventuali bugie di Marino non è mai fregato nulla, nè prima nè dopo la sua iscrizione sul registro degli indagati (un atto segreto, curiosamente filtrato proprio l’altroieri, mentre il Pd cercava un appiglio per convincere i propri consiglieri renitenti all’ordine di dimettersi). Altrimenti nel 2014 non si sarebbe portato al governo quattro indagati per le note spese regionali e non avrebbe ammesso la candidatura in Campania di De Luca, addirittura condannato in primo grado per abuso d’ufficio e incompatibile con qualunque incarico per la Severino. Inoltre il premier si affretterebbe a far pubblicare dal fedele Nardella i rendiconti delle sue note spese da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze, come chiedono Sel e M5S con istanze d’accesso agli atti regolarmente respinte.
2) Il diktat di Orfini, cioè di Renzi, ai 19 consiglieri comunali del Pd perchè si dimettessero subito, impedendo il confronto nella sede naturale e democratica del Consiglio comunale e giungendo a ignobili trattative sottobanco con Alemanno e i suoi simili per raggiungere la fatidica quota 25, è un atto talmente violento e intimidatorio da non ammettere altre spiegazioni se non questa: l’imbarazzo di un partito che caccia a pedate il proprio sindaco eletto direttamente dal popolo e non ha neppure il coraggio di dirgli in faccia il motivo preciso: non per la sua incapacità (nulla è cambiato rispetto a due mesi fa, quando Orfini e tutto il Pd lo difendevano, dando dei mafiosi a chi lo criticava), ma perchè i poteri che da sempre governano Roma sottobanco vogliono rimetterci le grinfie, specie ora che arrivano i 500 milioni del Giubileo.
Già : avevano detto e ripetuto che non c’era una lira e questo Giubileo si sarebbe svolto senza oneri per lo Stato.
Poi, giusto 12 ore dopo le dimissioni di Marino, Renzi annunciò l’arrivo di mezzo miliardo di euro per Roma. Che strano, vero?
3) Il passaggio democratico in Consiglio comunale avrebbe consentito un’operazione verità su quello che non è il “caso Marino”, ma il “caso Pd & centrodestra”, dove nessuno è innocente tranne chi non ha mai governato.
Anche in questi ultimi due anni e mezzo, Marino non ha mica governato da solo. Se Roma è passata dal malgoverno del centrosinistra e poi di Alemanno (i protagonisti di Mafia Capitale) al non-governo di Marino, non è soltanto colpa sua.
Nella sua giunta sedevano uomini di tutte le correnti del Pd e Sel, compresi ultimamente gli orfiniani, cioè renziani, Causi ed Esposito.
Il Pd ha votato tutte le scelte di Marino fino all’altroieri. E se non è stato spazzato via da Mafia Capitale è proprio perchè Marino — stavolta da solo — non c’entrava.
Ora sarebbe interessante conoscere la relazione della Commissione d’accesso prefettizia su Mafia Capitale consegnata a Gabrielli e Alfano e subito segretata, con i motivi per cui il Comune andava sciolto per mafia e i nomi dei 101 dirigenti e funzionari coinvolti che nessuno ha allontanato: li avrà messi lì Marino o le giunte precedenti?
Sarebbe seccante se, via Marino, quei 101 restassero. Che aspetta il governo a divulgare il documento, e soprattutto a rimuovere le vere mele marce dal Campidoglio?
E, già che ci siamo, a cacciare i sottosegretari indagati De Filippo, Vicari e Castiglione? Come diceva Longanesi, “meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità ”.
4) In questo giochino ipocrita dell’“io non c’ero e, se c’ero, dormivo” spicca la Curia romana, che ha ripreso a impicciarsi come ai bei tempi del Papa Re.
Non tanto per la smentita del Papa sull’invito a Marino a Philadelphia, che appartiene alla spontaneità del personaggio.
Ma per le continue intromissioni della Segreteria di Stato, del vertice della Cei e del Vicariato. Dov’erano questi sepolcri imbiancati quando Roma veniva depredata da Mafia Capitale e dai suoi sindaci di fiducia? Mai sentito un sacro moccolo.
Poi, casualmente da quando Marino registrò qualche unione gay, il vicario di Roma monsignor Vallini ci fa sapere un giorno sì e l’altro pure che a Roma si vive malissimo: le buche, lo smog, il traffico, signora mia.
5) Il Premio Tartufo 2015 va però all’orfiniano, cioè renziano Marco Causi, che ieri accusava sulla prima pagina dell’Unità il sindaco Marino di “una scelta contro la città ” (il ritiro delle dimissioni) e della “rimozione psicanalitica del problema” (l’inchiesta sugli scontrini).
Causi non è un passante: è il vicesindaco di Roma, al fianco di Marino per mesi, fino all’ultima giunta dell’altroieri.
Poi è arrivato l’ordine di Orfini, cioè di Renzi, e ora fa finta di non conoscerlo. Purtroppo un diavolo di refuso in coda all’intemerata di Causi gli fa dire quel che già pensano in molti, in vista dell’arrivo dei 500 dobloni: “E ora rimbocchiamoci tutti le mani ”.
Meglio di una confessione.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile
NAZARENO BIS CON ALFIO MARCHINI IN POLE POSITION
“Marino non è vittima di una congiura di Palazzo. Ha perso il contatto con lacittà ”.Matteo
Renzi, il “mandante” indicato dal sindaco di Roma silurato non ci mette la faccia neanche questa volta.
Poche, gelide, dichiarazioni affidate al libro di Bruno Vespa in uscita il 5 novembre, Donne d’Italia e rilanciate da agenzie di stampa e tv.
“Al Pd interessa Roma, non le ambizioni di un singolo”. Dunque, “Pagina chiusa. Andiamo avanti”.
Avanti, ci stanno le prove generali del partito della Nazione, un Giubileo tutto da organizzare ed elezioni per le quali anche nella cerchia più stretta del premier si prefigura un bagno di sangue.
Erano giorni e giorni che il segretario-premier non faceva altro che monitorare la situazione Marino con messaggi continui ai parlamentari romani (“Come va?”), telefonate plurime sempre più nervose al commissario e presidente, Matteo Orfini (“Allora? Ce la facciamo?”), offerte, minacce e promesse ai consiglieri comunali “pregati” di dimissionarsi, attraverso il suo uomo di fiducia, il sottosegretario Luca Lotti.
Ma ieri si è ben guardato dall’esporsi più del minimo: anzi, non è andato a Torino all’assemblea dell’Anci, dove era atteso.
Roma è stata uno scivolone continuo per lui. A metterci la faccia anche ieri a Otto e mezzo è stato il commissario e presidente del Pd, Matteo Orfini: “Ho fatto di tutto per sostenere Marino. Ma da lui c’è stata un’infinita serie di bugie”, dice. Con Renzi? “I rapporti sono buoni”.
Ieri gli uomini del premier lo difendevano (“ha avuto una mission impossible”), ma più e più volte Renzi si è lamentato di come la situazione è stata gestita.
Adesso, lo copre: per ora gli fa comodo mandarlo avanti, si riserva di mollarlo all’occorrenza.
Orfini ha assicurato che a Roma le primarie si faranno e che ci sarà un candidato di centro sinistra. Ma i nomi che facevano circolare ieri i renziani come possibili candidati, erano quelli di Alfio Marchini e Beatrice Lorenzin.
Per spingere il primo stanno lavorando il consigliere comunale Pd Fabrizio Panecaldo e Fabrizio Cicchitto: si tratterebbe di costruire un’operazione inedita, farlo correre come una sorta di candidato civico, senza simboli di partito .
E allora, davvero potrebbe essere il nome sul quale confluiscono i voti di tutti (tranne quelli dei Cinque Stelle).
Da vedere se lo stesso Marchini accetta o preferisce il sostegno più tradizionale del centrodestra.
L’ipotesi Lorenzin ha un altro significato: sarebbe la candidata per perdere, quella da sacrificare, che però permetterebbe di rinsaldare i rapporti con i centristi.E ancora, a proposito di candidati non certo di sinistra, qualcuno fa il nome di Andrea Riccardi. La minoranza già è partita all’attacco: “Se dobbiamo cambiare natura al Pd io non ci sto: allora facciamo prima il congresso”, dice Nico Stumpo.
Il partito della Nazione è comunque un percorso a ostacoli.
La realtà (lo ammettono anche i fedelissimi del premier) è che il Pd è allo stato brado e non si è neanche all’inizio del lavoro per la tornata elettorale di primavera.
Buio su tutta la linea.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile
“HANNO LASCIATO SPROFONDARE L’URBE NELLA MELMA, ORA VOTARE SUBITO”
È stata Roma? Nelle ombre della Suburra qualcuno ha tramato, ventisei congiurati sono stati
trovati, Ignazio Marino è ora suo malgrado libero e nell’innocenza perduta della sua città , a Claudio Amendola, attore, 52 anni, viene in mente il Senato di tutta un’altra epoca: “Evidentemente in Campidoglio c’era un Bruto dietro la colonna”.
Confessa: “Saturazione per quello che leggo ogni giorno” e “per una volta” è d’accordo con il Vaticano: “Siamo alla farsa”.
La farsa dice.
A prescindere da tutte le responsabilità , dagli scontrini, dalle Coop, da Mafia Capitale, dalle etichette che preferisce dare a questo casino, a emergere è la qualità politica, il livello di chi ha gestito la vicenda.
Vuole definirlo?
Ridicolo.
Parla del Pd?
Parlo della Capitale d’Italia abbandonata a se stessa dalla totale assenza della politica. L’atteggiamento del Pd, del primo partito d’Italia e del governo verso Roma mi terrorizza. Hanno lasciato che la nave madre andasse allo sbando girandosi dall’altra parte. E la nave madre non è una scialuppa. Non la puoi osservare allontanarsi alla deriva.
Alla deriva è Roma.
Il Pd e il governo hanno permesso che Roma restasse senza timone. Con un sindaco sfiduciato, dimessosi e poi riconfermatosi, con il caos quotidiano, con la giunta che lo abbandona e il partito e la coalizione che fanno finta di niente come fossero dei passanti qualunque. Da cittadino romano sono sorpreso di quanto si possa andare oltre ogni giorno. La realtà supera quotidianamente la fantasia. Ma che è? Ma che stiamo vivendo?
Sono domande lecite.
Vent’anni fa l’avrei detta in un altro modo, ora ho i capelli bianchi e mi controllo. Quindi mi ripeto: ma che è ‘sta cosa? Ma che modo di fare è?
Lei sostiene che il governo non si sia occupato di Roma.
Non lo sostengo io, è nei fatti ed è anche in quella notevole battuta di Marino: “Renzi chiama tutti tranne me”.
Aveva ragione Marino?
Non mi risulta che Renzi si sia fatto sentire per dare una mano. Evitare ogni problema e ogni difficoltà d’altronde è un po’ nel suo stile.
Nello stile Renzi?
Non so dove abbia imparato l’arte, ma l’ha imparata. Dove c’è un problema, una gatta da pelare, un casino, Renzi non c’è. È un presidente del Consiglio perfetto per le buone occasioni rassicuranti e per i pranzi istituzionali, ma del tutto assente quando le questioni si fanno spinose. Da Roma, a tutto il resto.
E quando la questione è spinosa che succede?
Che Renzi, quando c’è qualche cazzo serio in questo Paese, manda sempre qualcun altro, il sottosegretario di turno. Possiamo dire mille cose già dette da tutti, ma la verità è che la situazione di Roma rende evidente e mette a nudo l’assoluto disinteresse del governo verso le sorti della città .
Roma è restata sola?
Roma è in parte responsabile, ma — e qui parlo da romano — nell’ottica nazionale sembra sacrificabile. Non è amata da nessuno, Roma. E non è possibile che si auspichi da più parti, con godimento che la merda debordi e Roma ne venga sommersa.
Sta per arrivare il Giubileo.
E vedremo l’inferno. La città non è pronta e questa volta non è un modo di dire: ad accogliere altri milioni di persone non è pronta veramente. Anche lì, nessuno che abbia avuto il cuore di dire al Vaticano: “Guardate che celebrarlo in queste condizioni proprio non si può”.
Avrebbe potuto farlo Marino.
Era un po’ in difficoltà . Forse avrebbe dovuto pensarci qualcuno più in alto. Non è accaduto e adesso sarà il caos. Vivremo cose che non abbiamo mai vissuto.
Cose che voi umani…
Esattamente. Se sopravviveremo, forse tra qualche anno avremo anche le Olimpiadi. Altra scossa di terrore. Sarebbe un’occasione straordinaria, un po’ come quella capitata ai milanesi con l’Expo. Ci sono opere che dureranno per i prossimi vent’anni a Milano. Qui avere qualche dubbio sarebbe lecito.
Non nutre la stessa fiducia verso le Olimpiadi romane?
E come faccio? Noi siamo quelli che hanno visto costruire la stazione di Vigna Clara per i Mondiali di Italia 90. Un simbolo dello spreco perchè poi, solo di questo si tratta in fondo. Di tante occasioni sprecate una dietro l’altra. Una fila di rimpianti.
Politicamente a Roma cosa dovrebbe accadere ora secondo lei? Una reggenza provvisoria o la chiamata alle urne?
Non scherziamo. Si deve votare. Alla prima data utile.
Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 30th, 2015 Riccardo Fucile
“DEMOCRAZIA RIDOTTA A ELETTI CHE RATIFICANO DAL NOTAIO SCELTE ALTRUI, IL PD HA RIINUNCIATO A NOME E DNA”
“Chi mi ha accoltellato ha 26 nomi e cognomi ma un solo mandante”. “Il Pd ha perso il suo
nome e il suo dna”.
E ancora: “Speravo che la crisi si potesse chiudere nell’aula in modo da poter spiegare con un dibattito chiaro e trasparente cosa stesse accadendo. Invece si è preferito andare dal notaio, così gli eletti sono stati ridotti a meri ratificatori di decisioni prese altrove”.
Quello che Ignazio Marino avrebbe voluto dire da sindaco al consiglio comunale di Roma, lo ha detto da ex sindaco in una conferenza stampa che sarà ricordata come la prima dopo la sua decadenza ufficiale.
Teso ma mai dimesso, l’ex primo cittadino ha attaccato “i consiglieri che hanno preferito dimettersi e sottomettersi invece di affrontare un discorso pubblico”, poi ha proseguito, “dicendo ora quello che avrei detto in assise civica”.
Il chirurgo ha raccontato quanto fatto dalla sua giunta negli ultimi due anni, ricordando l’eredità scomoda ricevuta dalla precedente amministrazione e passando in rassegna i provvedimenti più importanti adottati dal suo governo.
“Roma con me è tornata virtuosa” ha detto, facendo cenno alla pedonalizzazione integrale di via dei Fori imperiali, alla fine dell’era dei residence, alla candidatura della capitale per le Olimpiadi del 20124, all’approvazione del progetto per il nuovo stadio della Roma.
“Abbiamo smesso di consumare suolo e riempire di cemento l’agro romano, e forse questo ha disturbato qualcuno” ha sottolineato Marino.
“Ho chiesto all’aula di spiegarmi i motivi di questa crisi, non ho avuto risposte — ha continuato l’ex sindaco — Ho commesso errori? Certo, ma come si dice in chirurgia, il chirurgo che non sbaglia è quello che non entra in sala operatoria. Quali sono gli errori che ho commesso? Quali le delibere sbagliate?” sono state le domande a cui l’esponente politico non ha ricevuto risposta”.
Poi gli attacchi ai vertici del Pd: “Avrei parlato al Partito democratico, il partito che ho fondato e che oggi più mi ha deluso per il comportamento dei suoi dirigenti. Perchè il Pd ha rinunciato ai principi della democrazia rinunciando al suo nome e al suo dna“. Non è mancato una nuova accusa ai consiglieri comunali dem: “Dal notaio si va per vendere o comprare qualcosa, chi si professa democratico non può fare questo”.
Infine i ringraziamenti e il classico in bocca al lupo a chi verrà dopo di lui: “Auguro buon lavoro al commissario che verrà , perchè di lavoro ne avrà tanto da fare. Io finisco qui, ma spero che dalle nostre scelte si riparta. E’ in gioco il futuro di Roma. Si può fermare una squadra, non si possono fermare le idee”.
Dopo l’intervento, l’ex sindaco ha risposto alle domande dei cronisti presenti in sala. E in questo frangente le accuse al Pd sono state fortissime, a partire dai rapporti con il premier Matteo Renzi. “Non ho avuto rapporti turbolenti col presidente del Consiglio perchè nell’ultimo anno non ho avuto rapporti” ha detto Marino.
Che poi, sulla premeditazione delle dimissioni, ha sottolineato che “chi mi ha accoltellato ha 26 nomi e cognomi e un solo mandante. Certo quando un familiare ti accoltella, pensi se è stato un gesto inconsulto o un gesto premeditato? Io questa riflessione non l’ho ancora fatta. Ma non mi fa piacere vedere da democratico — ha detto ancora — che il Pd è andato dal notaio con chi ha militato nel partito di Berlusconi“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 30th, 2015 Riccardo Fucile
DEI 19 CONSIGLIERI “DIMISSIONATI” SOLO 5-6 RIENTRERANNO IN COMUNE… IL GIORNO DELLA COMPRAVENDITA
“Posso entrare per l’ultima volta qui in Campidoglio?”. Sono le 16 in punto quando il consigliere Pd, Orlando Corsetti, chiede ai vigili urbani, che stazionano davanti l’ingresso di palazzo Senatorio, se gli consentono il passaggio.
E loro, bonariamente, in quest’atmosfera da fine impero su Marte, rispondono: “Ultima volta per questa legislatura… alla prossima ci rivediamo”.
Il terrore, ma anche la certezza, di quasi tutti i 19 consiglieri del Pd è proprio quello di non tornare più a sedere nell’aula Giulio Cesare.
Con questo stato d’animo i dem hanno firmato la lettera di dimissioni, con la quale hanno messo fine, insieme ai gruppi di opposizione, all’era Marino. Le firme sono in tutto 26.
I gradi di separazione, dei consiglieri capitolini, dal sindaco ormai decaduto, ma soprattutto dalla propria carriera politica ormai incertissima, sono stati i seguenti in queste ore difficilissime.
Prima il coro del “dimettiamoci tutti”. Poi le litanie del “tengo famiglia”, ossia “mi devo in qualche modo salvare e mi devono dare qualche cosa in cambio del mio sacrificio”. E infine, appunto, il sacrificio.
Che per quasi tutti loro non prevede ricompense e contropartite. I calcoli che hanno fatto dicono, più o meno, che dei 19 posti Pd in consiglio comunale, dopo le prossime elezioni, ne resteranno 5 o 6.
“Ma non è vero”, cerca di rincuorare la truppa allo sbaraglio, la super orfiniana, Giulia Tempesta, che aggiunge: “Il nostro partito avrà tempo per recuperare e qui dentro ci ritroveremo di nuovo tutti insieme appassionatamente”.
Insomma, malumori, psicodramma, dubbi su dubbi, hanno caratterizzato i due giorni più lunghi dei consiglieri, che hanno ormai rinunciato al seggio.
Sono i giorni della detronizzazione del sindaco ma anche quelli della fine, per molti, della propria carriera politica.
Giovedì sono servite sette ore di riunione. Anzi, sette ore di urla prima di capire cosa fare. Dimissioni di massa o sfiducia? “Non possiamo votare con il centrodestra o con Gianni Alemanno. E neanche dimetterci in massa con loro”, andava dicendo, per esempio, Dario Nanni, colui che, con la morte nel cuore, almeno così viene descritto dai colleghi, si è lasciato convincere.
A lui rispondono i duri e puri, i fedelissimi alla linea Orfini: “Non importa con chi, l’importante è che lo mandiamo via”.
Marino chiede, tramite ambasciatori, un incontro ai gruppi di maggioranza. “Ascoltiamolo, diamogli questa possibilità “, dice timidamente qualcuno.
Lo psicodramma va avanti. Si aggiungono altri dubbi. Si susseguono gli interventi di chi vorrebbe dare al sindaco la possibilità di riferire. Ma nulla di fatto.
I più vogliono staccare la spina il prima possibile: “Non esiste. Neanche per idea. Basta”. Il sindaco ritira le dimissioni e formalmente è di nuovo in carica. “E adesso dimettiamoci tutti. Non lo vogliamo più vedere”, è la decisione finale.
Parte così la caccia ai voti grillini. I dem provano a sondare gli umori, ma si scontrano con un muro: “Marino deve riferire in Aula, non ci prestiamo ai vostri giochetti”. Telefonate su telefonate.
Si prova la carta Alfio Marchini. “L’importante è che l’esperienza fallimentare della giunta Marino finisca il prima possibile”, dirà il capogruppo Alessandro Onorato: “Lo facciamo per il bene di Roma”.
Alfio Marchini però è a Milano, quindi bisognerà aspettare le 15 del giorno successivo per poter formalizzare le dimissioni. I vertici del partito speravano di chiudere la partita già giovedì sera.
La notte, prima della fine, sarà lunghissima. Bisogna blindare tutti ed evitare ripensamenti. Nel mezzo c’è anche un incontro tra Matteo Renzi e il commissario del Pd romano.
L’appuntamento per il giorno seguente è alle 13 in via del Tritone, nella sede del gruppo consiliare. Adesso bisogna passare dalle parole ai fatti. E quindi, arriva il notaio per formalizzare e garantire la validità delle firme.
Orfini non può permettersi errori di alcun tipo. I dem si presentano alla spicciolata. Occhi bassi e musi lunghi.
Qualcuno si concede ai cronisti e ostenta serenità . È la presidente dell’assemblea, Valeria Baglio: “Stiamo compiendo un atto, firmeremo le dimissioni, segno di unità di un gruppo. Ognuno di noi ha riflettuto su una situazione complessa e con grande senso di responsabilità abbiamo pensato a Roma. Da oggi siamo pronti a guardare al futuro ed a provare a riconsegnare a Roma l’orgoglio che merita”.
Nella sede dei gruppi arrivano anche i consiglieri Roberto Cantiani dell’Ncd e Daniele Parrucci del Centro Democratico.
Si arriva a quota 26 con i consiglieri della lista Marchini e con le firme di Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato del movimento politico che fa capo a Raffaele Fitto e di Svetlana Celli della Lista Marino.
Il notaio prepara l’atto e lo fa firmare in Campidoglio, dove i consiglieri nel frattempo si sono spostati e sono entrati per l’ultima volta.
Marino è nella stanza accanto, nel bunker espugnato.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 30th, 2015 Riccardo Fucile
PER IMPEDIRE AL SINDACO IL DIBATTITO IN AULA ARRIVA IL SOCCORSO DEL CENTRODESTRA: DUE FITTIANI (EX DI ALEMANNO), DUE DI MARCHINI, UN NCD …. MARINO: “HANNO VOLUTO IMPEDIRE IL CONFRONTO”
E’ stata raggiunta “quota 25”, ovvero il numero minimo di consiglieri capitolini che hanno
scelto di dimettersi per far cadere l’Aula Giulio Cesare e sciogliere, oggi, la giunta Marino.
Dopo la riunione fiume durata sette ore ieri al Nazareno tra i consiglieri dem e il commissario romano del Pd Matteo Orfini, è arrivata dunque la decisione di staccare subito la spina, senza passaggi in Aula, al sindaco di Roma, che ieri ha deciso di ritirare le sue dimissioni.
Intorno alle 13 in via del Tritone, al quinto piano della sede dei gruppi consiliari del Campidoglio, i consiglieri si erano dati appuntamento per depositare le proprie dimissioni contestuali davanti al notaio.
Tra le prime ad arrivare Cecilia Fannunza, Michela De Biase, Fabrizio Panecaldo (Pd): “Il gruppo è compatto” ha detto la presidente d’aula Valeria Baglio confermando: “A breve le firme vengono consegnate in Campidoglio al segretariato comunale”.
E infatti uno dopo l’altro si sono aggiunti tutti da Orlando Corsetti (che entra di corsa, col casco ancora in testa) ad Alfredo Ferrari, da Fabrizio Policastro a Dario Nanni, da Giovani Paris alla stessa Baglio. Sul portone della sede consiliare è spuntato un cartello affisso da alcuni dipendenti di Sel: “Oggi è morta la democrazia”. E’ durato qualche minuto, poi è stato rimosso.
Da soli però i dem non sono bastati.
Ma “i numeri ci sono. È tutto a posto, entro stasera è tutto finito” ha assicurato anche l’ormai ex assessore ai Trasporti Stefano Esposito.
A lasciare infatti “ma solo per silurare Marino” ci sono anche esponenti di altri gruppi sia di maggioranza che d’opposizione come Svetlana Celli (Lista civica Marino), Roberto Cantiani (Ncd), Daniele Parrucci (Centro democratico), Alessandro Onorato (è attesa anche la firma di Alfio Marchini che da Milano sta tornando a Roma per firmare) e i due fittiani (ed ex alemanniani) Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato che però hanno chiesto di depositare le dimissioni direttamente a Palazzo Senatorio per non partecipare alla “raccolta firme” dei dem.
Secondo altre fonti avrebbero garantito la disponibilità alla firma anche Ghera e Mennuni di Fratelli d’Italia e Pomarici di Noi con Salvini.
Ricompattati questa mattina dopo la notizia anticipata da “Repubblica” e confermata dal legale di Marino, Enzo Musco, che il sindaco è indagato dalla procura di Roma sul caso degli scontrini. “Un atto dovuto” dice lui all’Auditorium doveva aveva promesso che avrebbe commentato l’inchiesta.
“Io sono convinto di aver spiegato bene le mie ragioni e la mia trasparenza: sono assolutamente convinto di non aver mai utilizzato denaro pubblico a fini privati semmai ho fatto il contrario” aggiunge
Nei suoi confronti i pm ipotizzano i reati di peculato e concorso in falso in atto pubblico. Una vicenda di cui Marino era a conoscenza già dal 28 ottobre scorso. “La notizia è esatta – ha detto il penalista Musco con cui il sindaco di è visto stamattina – Ha ricevuto un avviso di garanzia ma so che lo avrebbe voluto dire in giunta, pubblicamente, come si fa in tutte le democrazie”.
Nessun confronto in Aula.
Con le dimissioni in blocco dei 25 si evita di arrivare in Aula per un confronto aperto come invece chiesto da Marino nella lettera con cui ieri, con qualche ora d’anticipo rispetto alle sue intenzioni, ha fatto dietrofront.
“Ritengo non sia giusto eludere il dibattito pubblico, con un confronto chiaro per spiegare alla Città cosa sta accadendo e come vorremo andare avanti” aveva scritto.
E oggi all’Auditorium ha ribadito: “Io mi chiedo perchè in questo momento di fronte a un sindaco che ostinatamente e orgogliosamente chiede un confronto in un luogo democratico e deputato in Aula le forze politiche utilizzino ogni strumento possibile, anche le dimissioni di massa, per impedire un confronto?”.
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