Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
AZZERATO IN MOLTE REGIONI IL SERVIZIO PSICHIATRICO D’URGENZA… I MEDICI DEL 118: “CON I PAZIENTI VIOLENTI RISCHIAMO LA VITA”
Sembra la trama di un film dell’orrore la vicenda che nella notte tra il 30 e il 31 dicembre ha visto protagonista una donna di Sarno di 52 anni, affetta da uno stato di psicosi maniacale.
Gli operatori del 118, chiamati dal marito, l’hanno trovata in evidente stato di agitazione che brandiva un coltello di 50 cm.
Medici e familiari sono riusciti a mettersi in salvo per un pelo solo grazie all’intervento delle forze dell’ordine.
Eventi simili si presentano non di rado da quando le aziende sanitarie hanno deciso di fare a meno del medico specialista nella fascia oraria notturna.
“Una riorganizzazione con tagli alla spesa — spiegano gli operatori del servizio di primo intervento — che ci fa rischiare la vita. Si tratta di pazienti già in terapia presso il servizio di Igiene mentale ed è necessario che sul posto, sia per competenze, per mezzi e possibilità di trattamento con farmaci specifici, ci sia uno psichiatra reperibile”
La Campania, e in particolare la provincia di Salerno, era l’ultimo avamposto che aveva resistito al progressivo smantellamento da Nord a Sud dell’assistenza specializzata “h24”.
Un taglio che, a fronte di un modesto risparmio economico, sta producendo spesso l’effetto contrario.
La legge Basaglia del 1978, che ancora regola l’assistenza psichiatrica nel nostro paese, introduceva non a caso anche una filosofia di cura individualizzata e centrata su servizi integrati nei luoghi di vita delle persone.
A distanza di 37 anni la riforma pare però essere destinata a rimanere disattesa, se non addirittura cannibalizzata dai piccoli ma devastanti interventi (o mancati provvedimenti) che hanno generato servizi di salute mentale disomogenei e frastagliati sul territorio.
A fronte di isolati centri di eccellenza, esistono ancora vaste zone in cui il servizio è lacunoso, con situazioni che arrivano fino al degrado e al limite della legalit�
Qualche esempio dei disservizi più clamorosi: l’apertura solo diurna dei Centri di salute mentale (Csm), spesso per fasce orarie ridotte, con conseguenti ricoveri “forzosi” che in alcuni casi somigliano più a deportazioni.
L’esiguità degli interventi territoriali individualizzati e integrati spesso limitati alla sola prescrizione di farmaci.
La sopravvivenza di “comunità ex-art. 26”, luoghi privi di valenza riabilitativa e più connotati come “contenitori sociosanitari”.
E ancora, l’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate, accessibili anche senza il coordinamento dei Csm. Tutti modelli di assistenza al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei piani per la salute mentale post legge 180.
Occorre specificare che non esiste alcuna normativa nazionale che imponga il taglio nella fascia oraria notturna. I progetti obiettivo vanno tutti in direzione contraria ma non sono vincolanti e finiscono per soccombere alle politiche sanitarie regionali che, insieme alle pressioni corporative e sindacali, determinano il quadro attuale.
Dunque che fine hanno fatto le promesse prospettate dalla Legge Basaglia su diritto alla salute e libertà individuali?
Se dobbiamo basarci sugli ultimi provvedimenti e sulle testimonianze di pazienti e operatori, dobbiamo concludere che è in corso una pericolosa marcia indietro.
Secondo Claudio Mencacci, già presidente della Società italiana di Psichiatria, è giusto fare a meno dello psichiatra nelle ore notturne perchè “Un’urgenza psichiatrica è pari a qualsiasi altra urgenza sanitaria. In tal modo si riduce la stigmatizzazione che accompagna i pazienti psichiatrici quali pazienti ‘violenti’ e ‘pericolosi’.
A Milano, dove lavoro, c’è un numero sufficiente di psichiatri. I piccoli centri sono i più colpiti da carenze nell’assistenza”.
Peppe Dell’Acqua, considerato da molti l’erede di Basaglia, è direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste.
Per lui la rivoluzione culturale apportata dalla Legge 180 non è stata inutile: “Oggi siamo l’unico paese in Europa con una legge che ci permette di vedere che la contenzione è una violenza, non un atto medico. Purtroppo però negli ultimi 30 anni i servizi hanno subito una forte dispersione per via di forme organizzative stupide messe in atto dalle Regioni con la scusa della spending review”.
Paola Porciello
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“COL SUO SANGUE SI CREERA’ UNA BANCA DI PLASMA PER CURARE ALTRE PERSONE”
Aveva contratto il virus in Sierra Leone, ma i sanitari dell’ospedale Spallanzani di Roma hanno
annunciato che Fabrizio Pulvirenti, il medico siciliano di Emergency e ‘paziente zero’ di Ebola in Italia, è “completamente guarito”.
Quindi è stato dimesso dalla struttura sanitaria capitolina specializzata nel trattamento delle malattie infettive, dove era stato ricoverato lo scorso 25 novembre.
“Ringrazio i medici — ha detto Pulvirenti -: quello che è stato fatto per me è davvero grande”. E annuncia di volere continuare a operare, anche se non a breve e “per un periodo limitato”, in Sierra Leone .
“Devo prima di tutto ricostruire il mio tono muscolare, successivamente valuterò quando tornare. Sicuramente — ha aggiunto — voglio tornare per completare il lavoro che stavo svolgendo”.
Al suo fianco anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, la presidente di Emergency, Cecilia Strada, il commissario straordinario dell’Inmi Valerio Fabio Alberti e il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito.
Quest’ultimo ha anche annunciato che “con il sangue di Fabrizio”, che sarà inviato anche in Sierra Leone, si procederà a creare una “banca centralizzata” di plasma per curare altre persone colpite da Ebola.
“Poco più di un mese fa, il 25 novembre, ci interrogavamo sulla sorte di questo straordinario medico, che come ha giustamente detto il presidente Napolitano si può annoverare tra le eccellenze italiane“, ha dichiarato Alberti.
“Da allora — ha sottolineato — non vi nascondo che abbiamo passato momenti duri e oggi con soddisfazione e orgoglio possiamo comunicare ufficialmente la sua guarigione”. In conferenza stampa è intervenuto anche Gino Strada che, in collegamento su Skype ha detto: “Sono molto contento, nessuno di noi ha mai dubitato che Fabrizio ce l’avrebbe fatta”.
Il racconto del medico: “Due settimane di buco di coscienza”
“Sono stato curato non soltanto dal punto di vista professionale, ma con i colleghi dello Spallanzani si è creato un rapporto amichevole, di affetto — ha detto Pulvirenti nel giorno delle dimissioni — E li ringrazio uno per uno abbracciandoli perchè quello che è stato fatto per me credo sia davvero grande”.
Il medico ha spiegato di avere sempre seguito le procedure di sicurezza in Sierra Leone e ritiene “impossibile risalire al momento del contagio”.
Poi ha descritto la sua esperienza di paziente. Dopo i primi giorni nella clinica, ha detto, “nei quali cercavo di guardare ogni sintomo con occhio scientifico, per mantenere la mente impegnata la luce della coscienza si è spenta, con un buco di circa due settimane delle quali non ricordo assolutamente nulla: i buoni propositi di mantenere la razionalità sono andati a farsi benedire e il medico è stato scalzato dal paziente, com’è giusto che sia. In questo momento io sono il paziente”.
Nel suo intervento anche un pensiero ai colleghi: “Non sono un eroe. Sono solo stato meno fortunato di loro perchè sono stato contagiato”.
Lorenzin: “Giornata di felicità ”
“Una bella notizia con cui iniziare l’anno — ha detto durante la conferenza stampa il ministro della Salute Beatrice Lorenzin – e la dimostrazione di quello che siamo capaci di fare. Questa vicenda è l’esempio di collaborazione di squadra che ha funzionato. Una giornata di felicità per me e per tutti gli italiani”.
Lorenzin ha inoltre aggiunto che “abbiamo trovato altri 4 milioni di euro per lo Spallanzani nel fondo del ministero della Salute“, e ha annunciato anche che “a Emergency sarà data una medaglia ad alto valore per la sanità italiana.
La diamo a voi — ha proseguito — perchè in questo modo va a tutti i colleghi di Fabrizio, che avrà una onorificenza a parte per il coraggio e per la forza di volontà e l’esempio che ha dato”.
Sulla guarigione del medico è intervenuto anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su Twitter ha scritto: “Grazie a medici e personale dello Spallanzani per la loro straordinaria professionalità . In bocca al lupo a Fabrizio: buon lavoro”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI FABRIZIO, MEDICO DI EMERGENCY, CONTAGIATO IN SIERRA LEONE: “IL VIRUS E’ UN MOSTRO TERRIBILE, MA PUO’ ESSERE SCONFITTO”
L’ultima cosa che ricordo della Sierra Leone è il viaggio fino all’aeroporto assieme ai colleghi e la partenza sull’aereo dell’Aeronautica Militare. Poi l’arrivo in Italia all’interno di un contenitore ermetico e il trasporto all’Istituto Spallanzani.
Ricordo i primi due o tre giorni trascorsi in isolamento, i farmaci sperimentali che ho iniziato, l’estremo malessere, la nausea, il vomito, l’irrequietezza; pensavo in quei momenti ai pazienti che avevo contribuito a curare, stavo provando le stesse cose che loro avevano provato e cercavo di capire qualcosa di più di ciò che mi stava succedendo, cercavo di mantenere la mente lucida e distaccata per un’analisi “scientifica”.
Ma il malessere era troppo e troppo difficile restare concentrato.
Poi la trasfusione di plasma cui credo sia seguita una reazione trasfusionale e la luce della coscienza che grosso modo si spegne.
Mi hanno raccontato di essere stato in rianimazione, di essere stato intubato e sedato; so di avere firmato una serie di consensi per i protocolli sperimentali poi, dopo questo, non ho memoria di nulla, mi mancano due settimane, quelle del mio aggravamento, durante le quali mi sono in qualche modo battuto contro il mio nemico; e pare che sia riuscito a batterlo.
Da qualche giorno sto meglio, lentamente ho ripreso in mano il controllo del mio corpo, riesco a muovermi in autonomia; da qualche giorno ho iniziato a leggere qualcosa di ciò che è stato pubblicato a proposito della mia vicenda; in larga misura parole di conforto, di sostegno e augurali ma anche parole che possono essere giustificate solo dall’ignoranza.
Non credo di essere un “eroe” ma so per certo di non essere un “untore”: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato.
Una delle cose più belle che ho letto in questi giorni è un articolo online che parla di solidarietà , di rispetto, di dignità .
E non posso non pensare ai miei colleghi di Emergency che, anche in questi giorni, sono in Sierra Leone cercando di fare sempre di più e sempre meglio per curare i malati di Ebola.
Ebola è un mostro terribile e temibile ma sono convinto che la sconfitta di questo mostro dipenda in larga misura dal fronte che lo ostacola.
Spero che questo fronte possa allargarsi e opporsi a Ebola in modo sempre più efficace.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
COSTI TAGLIATI RIDUCENDO LE PRESTAZIONI: LA SANITA’ PUBBLICA PER TUTTI E’ ORMAI UN RICORDO, MA RENZI NON LO DICE… CHI HA REDDITI PIU’ BASSI NON PUO’ PERMETTERSELO
I conti della sanità pubblica italiana sono tornati (quasi) in equilibrio.
Ma a prezzo di tagli alle prestazioni e di un forte aumento delle disparità tra cittadini residenti nelle diverse Regioni.
In Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, in particolare, negli ultimi cinque anni il numero dei medici e degli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale è stato ridotto del 15%.
E “in modo casuale”, semplicemente non rimpiazzando il personale che andava in pensione.
Inevitabili, dunque, le ripercussioni sui servizi. Non solo: se da un lato la spesa pubblica per la sanità , per la prima volta da 20 anni, è in calo — lo scorso anno è scesa a 112,6 miliardi, l’1,2% in meno rispetto al 2012 — , dall’altro quella privata non riesce a compensare. Anzi, scende.
Fanno eccezione solo le aree più ricche del Paese, quelle dove ce ne sarebbe meno bisogno perchè le prestazioni pubbliche sono già sufficienti.
La spiegazione? Ormai la salute è un “bene di lusso”, cioè un insieme di servizi di cui, se il reddito è basso, si tende a fare a meno.
A delineare questo scenario è il rapporto Oasi (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano) 2014 sullo stato della sanità italiana, messo a punto dal Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale (Cergas) e dalla Scuola di direzione aziendale dell’università Bocconi.
Le oltre 630 pagine di rapporto evidenziano come lo storico disavanzo del Ssn si sia ridotto a “soli” 1-1,5 miliardi di euro.
Un buco che si azzera, e si trasforma addirittura in un risultato positivo, se si tiene conto dell’aumento degli incassi fiscali ottenuti (forzatamente) dalle Regioni in deficit e sottoposte a un piano di rientro, che sono obbligate ad alzare l’aliquota Irpef al livello massimo consentito.
In parallelo, tra 2012 e 2013 il peso della spesa sanitaria pubblica sul pil è diminuito dal 7,3 al 7,2% del prodotto interno lordo.
Questo, sottolineano i ricercatori, nonostante “l’oggettivo peggioramento del quadro epidemiologico, l’aumento della deprivazione socio-economica e la crescita tecnologica”, tutti fattori che tendono a far lievitare le uscite.
Come è stato raggiunto, allora, questo risultato?
Semplice, aumentando i ticket dagli 1,6 miliardi complessivi del 2007 ai 3 del 2013 e tagliando le uscite.
Cioè congelando le retribuzioni del personale (ferme da cinque anni), contenendo la spesa per i farmaci convenzionati e i dispositivi medici, riducendo le tariffe riconosciute ai privati accreditati.
Peccato che questo si sia tradotto, “almeno in alcuni contesti e ambiti”, in una parallela riduzione “della capacità di soddisfare i bisogni“.
Mentre “in altri casi alla riduzione ha corrisposto semplicemente il peggioramento delle condizioni di lavoro e di reddito” dei dipendenti del Ssn e il “progressivo aumento dell’esternalizzazione dei servizi assistenziali a cooperative sociali“.
Altri interventi hanno puntato invece a “migliorare l’efficienza del sistema mantenendo costanti le risorse”.
Ma non sempre le nozze con i fichi secchi riescono bene: ottenere servizi migliori senza spendere di più è possibile “solo se esistono sacche di inefficienza“, il che non sempre corrisponde al vero.
A incidere di più sui servizi ai cittadini è stato però il terzo tipo di strategia “taglia-costi”: quella che consiste nel ridurre direttamente “i volumi di prestazioni da erogare”.
Per esempio riducendo i budget che il Ssn riconosce ai privati accreditati.
“La riduzione dei volumi di prestazioni nell’area ambulatoriale, farmaceutica e ospedaliera rischia di tradursi in una riduzione del tasso di copertura pubblica dei bisogni sanitari in alcuni ambiti di cura e, in maniera più accentuata, in alcune parti del Paese”, sottolineano i ricercatori.
Il pericolo è che il sistema, già incapace di offrire servizi adeguati per la maggior parte dei problemi odontoiatrici e per la non autosufficienza (la copertura pubblica si ferma rispettivamente al 5 e al 25% delle richieste nelle regioni più ricche) e debole nell’offerta di visite psichiatriche e trattamento delle dipendenze, non riesca più nemmeno a garantire, se non a fronte di un ulteriore aumento dei ticket, la copertura delle prestazioni ambulatoriali, indispensabili per la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento delle patologie croniche, da cui ormai è affetto il 30% della popolazione.
Per non parlare dell’allungamento delle liste di attesa per i ricoveri programmati, in un contesto che ha visto i posti letto ospedalieri contrarsi di quasi un terzo.
Emorragia non ancora finita, visto che secondo il Cergas in futuro servirà un’ulteriore riduzione del 10-15%.
In questo quadro, spiega Francesco Longo, docente della Sda Bocconi, ex direttore del Cergas e tra i curatori del rapporto, “le assicurazioni private e le mutue, che oggi intermediano solo 4 sui 27 miliardi di euro di spesa privata per la salute, spingono per ritagliarsi un ruolo maggiore.
Ma la strada per arrivarci è una revisione dei Livelli essenziali di assistenza, in gergo Lea (cioè l’insieme dei servizi e delle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale eroga a tutti i cittadini gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, ndr).
Tutti lo chiedono ma il ministero della Salute e il governo per ora non si muovono perchè, oltre che complicato dal punto di vista tecnico, dire in modo esplicito che cosa lo Stato non garantisce sarebbe politicamente impopolare.
Eppure è ben noto che in alcuni campi, come l’odontoiatria, l’offerta pubblica è insufficiente e il cittadino deve pagare di tasca propria”.
Insomma: il fatto che il sistema sanitario lasci scoperte diverse aree cliniche, nelle quali solo i benestanti riescono a garantirsi prestazioni private adeguate mentre gli altri devono fare ricorso ai servizi gratuiti del terzo settore, è un segreto di Pulcinella. Ma si preferisce non dirlo ad alta voce.
E la revisione dei Lea, pur prevista dal Patto per la salute siglato la scorsa estate tra governo e Regioni, può aspettare. “Così, però, non è chiaro se si vuole promuovere un modello basato sui fondi integrativi professionali e le mutue o sulle compagnie di assicurazione private. Nel primo caso parliamo di polizze a prezzi accessibili per tutti, nel secondo è la società a decidere se e a che prezzo vendere la polizza al singolo individuo, sulla base della sua età e delle sue condizioni di salute”.
Una linea di pensiero che si sta già diffondendo in altri Paesi europei: è notizia di questi giorni che Generali sta per lanciare in Germania un’assicurazione sanitaria scontata per chi “giura” di fare sport e mangiare sano e accetta di dimostrarlo facendosi monitorare da un’apposita app.
Chiara Brusini
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Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
L’ODORE DELLE MAZZETTE DELLE INDUSTRIE FARMACEUTICHE NEL MONDO DELLE LOBBY DEL FARMACO
La cura è il movente grazie al quale una formidabile rete di interessi si conciliano ed evolvono spesso in cartelli industriali che succhiano soldi oltre il lecito.
La salute è un affare e le corsie degli ospedali purtroppo restano i presidi dove si scambiano carriere, si nutrono clientele, si impegnano quattrini in nome della vita. L’Aifa, Agenzia italiana del farmaco, fu creata proprio per restituire la fiducia degli italiani nella sanità pubblica, ripulire le stanze dall’odore delle mazzette delle industrie farmaceutiche, e voltare pagina dopo l’era di Duilio Poggiolini.
Ieri l’Aifa ha provveduto a ritirare dal mercato due lotti di un vaccino anti influenzale, decisione presa dopo tre morti sospette.
Si apre così il capitolo dei controlli e soprattutto delle connessioni che l’industria del farmaco, lobby aggressiva e dal potere economico enorme, ha con coloro che devono accogliere o respingere un prodotto e soprattutto il costo di una singola confezione.
È di queste settimane l’indagine aperta dall’Antitrust sul costo di un farmaco anti tumorale imposto da un cartello di aziende.
È vero che l’Italia riesce a imporre rispetto a molti altri Paesi europei prezzi in media più bassi, ma è anche vero che il nostro Stato finanzia, attraverso le sue università , la ricerca farmacologica nella sua fase più onerosa.
Ed è certo che le industrie dirigono i loro investimenti verso i target ricchi, lasciando i Paesi poveri, e la vicenda del virus ebola è uno scandalo che grida vendetta, al loro destino.
È bene sapere ogni cosa e convincersi che le industrie del farmaco badano unicamente al fatturato.
Mentre l’Aifa (che incidentalmente ha la sua sede vicina a quella di Farmindustria) deve ricordarsi che è un’Autorità di garanzia con l’unico inderogabile dovere di tutelare la salute dei cittadini.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
UN RISPARMIO POSSIBILE DI 4,3 MILIARDI SENZA TAGLIARE I SERVIZI, MA LA REGIONE NON E’ RIUSCITA AD ACCENTRARE LA GESTIONE DELLA SPESA
Doveva rimettere in sesto i conti della sanità regionale e fare del Lazio un esempio da seguire in Europa. 
E invece l’operazione San.Im, una delle prime cartolarizzazioni della sanità pubblica nel Vecchio continente, si è trasformata in un pesante fardello per i conti dell’ente guidato da Nicola Zingaretti.
Lo evidenziano i numeri del 2012, registrati dall’Osservatorio sul debito della Regione Lazio, che mostrano come, sui 10,7 miliardi di passività dell’ente, 1 miliardo sia legato alla San.Im, società pubblica interamente controllata dall’ente.
Non solo: l’azienda ha anche generato ben 83 milioni di oneri finanziari, somma che corrisponde alla quasi la totalità dell’omonima voce nel bilancio sanitario regionale.
Ma come è possibile, visto l’obiettivo con cui è nata, che San.Im si sia trasformata in un onere così pesante per i conti della Regione?
Semplice: l’operazione era politicamente conveniente perchè rimandava inevitabili tagli, ma non economicamente interessante, perchè metteva un’ipoteca sui futuri bilanci della sanità laziale.
La San.Im è stata infatti creata dalla Regione Lazio a metà del 2002, quando sulla poltrona di presidente sedeva Francesco Storace e il deficit della sanità regionale aveva superato la cifra stratosferica di 1,5 miliardi l’anno.
Per correre ai ripari, evitando dolorosi tagli, Storace aveva pensato di affidarsi alla finanza speculativa.
Attraverso la San.Im, la Regione ha infatti acquistato dalle Asl le mura di 56 ospedali per 1,94 miliardi.
Il denaro necessario all’operazione è stato raccolto attraverso la cessione dei crediti trentennali degli affitti delle Asl a un’altra azienda pubblica, Cartesio, che ha emesso a sua volta obbligazioni garantite dai titoli ricevuti.
Con tanto di derivato al seguito, prodotto da Unicredit, Bnl, JP Morgan e Dexia Crediop.
Un giro del fumo che ha permesso un maquillage dei conti delle Asl, ma che nel contempo ha fatto lievitare fino al 2023 i costi non sanitari della Regione Lazio, con oneri finanziari e commissioni bancarie che sfuggono ancora oggi ai tagli di Zingaretti.
La San.Im non è però l’unico centro di costo a essere fuori dal radar dell’attuale governatore del Lazio, dove operano dodici aziende sanitarie (Asl), sette strutture ospedaliere (San Camillo-Forlanini, San Giovanni-Addolorata, San Filippo Neri, Policlinico Umberto I, S. Andrea, Policlinico Tor Vergata, Ares 118) e due Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Ifo, Inmi-Spallanzani).
Sul fronte della spesa sanitaria l’ente, insieme a Lombardia e Campania, è quello che mette a bilancio i costi più alti d’Italia, con uscite pro-capite 2012 superiori ai 2mila euro. E registra oltre 10 miliardi di ricavi.
Ma non ha ancora fatto il lavoro di trasparenza richiesto alla Gestione sanitaria accentrata, che deve monitorare la spesa per singola Asl e fornire informazioni più dettagliate rispetto a quelle raccolte dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.
Un’analisi inedita e puntuale della situazione del sistema sanitario regionale e delle singole Asl però esiste.
E’ stata condotta in autonomia da due ricercatori Istat, Monica Montella e Franco Mostacci, che hanno rilevato circa 4,3 miliardi di costi che potrebbero essere rimodulati evitando tagli dei servizi ai cittadini.
Tre miliardi di euro, sui 4,3 complessivi, sono per affidamento di servizi sanitari a privati con contratti che cambiano notevolmente a seconda del committente.
Per farsi un’idea delle diverse situazioni che si riscontrano nei conti della sanità laziale basti pensare che la sola Asl Roma E, quella che comprende la zona centro-nord della capitale, ha speso nel 2012 circa 525 milioni per strutture convenzionate. La Asl Roma G, che serve l’area Nord-Est oltre il grande raccordo, ha invece pagato 27 milioni esclusivamente per prestazioni di psichiatria residenziale e semiresidenziale.
Passando in rassegna, invece, la spesa non sanitaria, ci sono 885 milioni di spesa utilizzati per polizze assicurative, pulizia e altri servizi appaltati affidati in conto terzi. E anche qui ogni azienda ospedaliera costituisce un mondo a sè.
Al Sant’Andrea si spendono per premi di assicurazione 5 milioni di euro, mentre al San-Giovanni-Addolorata soltanto 230mila euro perchè, al pari del policlinico Umberto I e dell’Ifo, le strutture fanno a meno delle polizze per responsabilità civile professionale.
Nell’Asl di Rieti gli “altri oneri di gestione”, che includono indennità e rimborsi spese per gli organi direttivi, hanno un’incidenza tre volte superiore alla media regionale con una spesa di 2 milioni di euro.
All’ospedale San Filippo Neri le spese di pulizia sono quasi cinque volte superiori alla media laziale, mentre sui conti dell’Asl Roma B pesano le spese per i servizi non sanitari come vigilanza (2,8 milioni di euro), assistenza tecnico-programmatica (5 milioni), contratti multiservizio (8,8 milioni) e costi per appalti (1,9 milioni).
Uno scenario confuso che la centrale unica di monitoraggio avrebbe permesso di analizzare al meglio.
Dando un dettaglio puntuale di quella spesa sanitaria che Zingaretti vuole far quadrare tagliando 400 primari su 1.123 e accorpando due Asl sulla base della spending review delineata dall’ex ministro Renato Balduzzi.
Senza peraltro rinegoziare gli impegni della San.Im.
Fiorina Capozzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI EMERGENCY A FREETOWN: “IL NOSTRO CENTRO E’ L’UNICO APERTO, ABBIAMO 370 OPERATORI LOCALI E 17 INTERNAZIONALI”… OGNI GIORNO 80 NUOVI CASI
La prima sensazione?
«Paura. Atterri a Freetown e vai in città con un barchino stracolmo, al collo un salvagente dove ci ha sudato chissà chi, sapendo che il sudore è un veicolo di trasmissione. Un brivido. Poi ti passa».
Gino Strada, 66 anni, di Sesto San Giovanni, chirurgo di guerra, fondatore nel 1994 di Emergency, è da qualche giorno in Sierra Leone per l’epidemia Ebola.
Quando passa la paura?
«A casa, cioè in ospedale: vedi la gente che sta male e il problema diventa trovare un letto per una nuova paziente che non sai dove mettere. Qui ci sono almeno 80-90 nuovi casi al giorno».
Come siete messi a capitale umano?
«Emergency è in Sierra Leone dal 2001, il nostro centro chirurgico e pediatrico è l’unico aperto: abbiamo curato 500mila persone, ci lavorano 370 locali e 17 internazionali. Il 18 settembre abbiamo aperto un centro di trattamento per Ebola fuori Freetown: 22 posti letto, 100 operatori locali, 11 italiani, un serbo e un’americana».
Che lavoro è?
«Massacrante: nelle tute protettive arrivi ai 55-60 gradi, dopo mezz’ora hai perso due chili».
Difficile trovare operatori?
«Qui c’è bisogno di infermieri e anche di medici. Una quindicina di persone in Italia sono pronte a partire domattina».
Perchè non partono?
«In Italia il governo può decidere di cambiare la Costituzione o di mandare armi ai curdi ma non di emanare un decreto, un foglietto, un sms in cui si dice: gli operatori che lavorano in strutture pubbliche o convenzionate possono andare in Africa per l’emergenza Ebola senza che questo debba interferire su contributi, assicurazioni, pensioni e tutto il resto. L’abbiamo fatto per lo tsunami e i terremoti. Ebola no perchè è l’epidemia dei poveracci? Se c’è un’emergenza internazionale come dice l’Oms chi deve rispondere se non il personale internazionale?».
Quanto ci vuole?
«Stiamo parlando di mesi. Significa che parti alla prossima epidemia. E qui è questione di giorni. Avremo presto un nuovo ospedale. Lo costruiscono gli ingegneri dell’esercito britannico».
Che progetto è?
«Oggi pomeriggio andiamo a vedere il terreno. I genieri lo tirano su, noi lo gestiamo. Un campo da 90-100 posti. Adesso ci serve personale per farlo funzionare: quindici nostri medici e infermieri sono bloccati dalla burocrazia. Chiediamo al ministro della Salute Lorenzin di dichiarare l’emergenza in modo che chi vuole possa partire».
Per Ebola non c’è cura. È frustrante per un chirurgo?
«Tra una settimana partiamo con uno studio clinico per cercare una terapia. Le prove preliminari sono incoraggianti. Ad alcuni pazienti qui abbiamo somministrato come cura compassionevole un farmaco antiaritmico di uso comune in cardiologia da oltre cinquant’anni: l’amiodarone. In studi di laboratorio si è visto che ha una forte capacità di impedire l’ingresso del virus nelle cellule. Non sono ancora stati fatti studi negli animali e tantomeno negli uomini. Ci siamo rivolti a un comitato etico indipendente che ha validato il protocollo, elaborato in collaborazione con l’Istituto Spallanzani e l’Irccs Asmn di Reggio Emilia: ci sembra giusto tentare uno studio con tutti i criteri di scientificità . Questa potrebbe essere una speranza per curare Ebola».
In Occidente va in scena la grande paura.
«Ok i controlli agli aeroporti e tutto il resto. Ma non dimentichiamoci dell’esperienza Aids. Da un focolaio è diventata una pandemia perchè per 4 anni i governi e i potenti vari hanno discusso su chi fosse lo scopritore del virus perchè in ballo c’erano i diritti su un eventuale vaccino. Dobbiamo agire: ognuno faccia la sua parte».
Se si ammala si fa portare in Italia?
«Le posso dire la mia risposta oggi: se becco Ebola mi faccio curare qua».
Michele Farina
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
“I SOLDI DEVONO ANDARE AD AZIENDE CHE HANNO PRODOTTO PERDITE E NON PAREGGI DI BILANCIO”
Un bilancio quasi sano? Ma per l’amor di Dio! Meglio un buco, una voragine, un abisso. Più profondo possibile. «Tanto paga la Regione».
Era questa, dice un’inchiesta della magistratura, la filosofia dell’Asl di Sassari.
Una storia abnorme e paradossale. Che aiuta a capire perchè la nostra Sanità , come spiegava ieri l’inchiesta di Simona Ravizza, sia sommersa dai debiti.
Dice tutto una e-mail finita nelle tremila pagine del fascicolo giudiziario. Dove Marcello Giannico, messo lì come commissario dall’allora governatore berlusconiano Ugo Cappellacci, scrive al direttore amministrativo dell’Asl Angela Cavazzuti (che denuncerà tutto ai giudici) raccomandandole come priorità «l’approvazione del bilancio 2010 con le rettifiche che le ho suggerito. Le ricordo che in Regione ci sono 120 milioni liquidi disponibili per ripianare le perdite del 2010 di tutte le Asl sarde. Le sottolineo che questi denari vanno alle Aziende che hanno prodotto perdite e non pareggi di bilancio». Traduzione: quel bilancio improntato al virtuoso contenimento dei costi non va bene perchè è troppo poco in rosso.
Ma come: il pareggio nei conti non è forse l’obiettivo di ogni buon amministratore dalla Patagonia alla Kamchatka?
Il bilancio dell’Asl di Sassari, che serve 336.632 cittadini di 66 Comuni sparsi su un territorio grande come tutto il Molise, aveva chiuso quel 2010 con 877 mila euro di passivo su un «fatturato» di oltre mezzo miliardo: esattamente 528 milioni e 567 mila.
Per capirci: uno sforamento dell’1,16%.
Ventisei volte più basso di quello dell’anno prima. Oro colato, per la Sardegna che spende per la Sanità più o meno tre miliardi l’anno, la metà del proprio bilancio, e sfora ogni anno i budget di previsione di tre o quattrocento milioni.
Buchi ripianati dalla Regione, per anni, senza troppe puzze sotto il naso.
Il guaio è che, da qualche tempo, le nuove norme dicono che se i direttori generali ottengono un risultato peggiore rispetto all’anno prima, non possono essere confermati. Un problema serio, per il commissario Giannico arrivato nel gennaio 2011: come poteva far meglio del predecessore, esautorato secondo i più maliziosi perchè politicamente poco «affidabile»?
L’unica soluzione, accusa il sostituto procuratore Gianni Caria, che ha chiuso le indagini preliminari chiedendo il rinvio a giudizio di Marcello Giannico e dei quattro suoi collaboratori principali, era far figurare peggiore il bilancio 2010.
Bilancio che, tra le proteste della direttrice amministrativa, fu riaperto (per legge doveva esser chiuso al massimo entro il 30 giugno 2011) e stravolto per arrivare, aggiungi questo e aggiungi quello (ad esempio 7 milioni di debiti nei confronti dei dipendenti mai reclamati nè da loro nè dai sindacati) a 11 milioni e mezzo di buco.
Era il 3 novembre 2011. Macchè, il «ritocco» non bastava.
Cinque giorni dopo Giannico riceveva da Gian Michele Cappai, il responsabile del Servizio Programmazione preso infischiandosene delle contestazioni interne (un documento-oroscopo sindacale era arrivato a predire in anticipo le generalità dell’assunto: «le sue iniziali saranno G.M.C.»), una e-mail preoccupatissima: «Dal preconsuntivo 2011 emerge “una perdita tendenziale pesante”».
Traduzione: il primo intervento per peggiorare il bilancio 2010 non bastava davanti al resoconto 2011 che si profilava. E che avrebbe visto un buco di 13 milioni.
Che fare? I vertici dell’Asl sassarese decidono un nuovo intervento sul bilancio chiuso e riaperto.
Il baratro nei conti 2010 viene inabissato fino a 18 milioni e mezzo. Ventuno volte più profondo del modesto «rosso» iniziale. In realtà , scriverà La Nuova Sardegna, «gonfiare i debiti» fu per la Procura «un gioco di prestigio contabile per consentire a Giannico di evitare la revoca dell’incarico.
E siccome Angela Cavazzuti si era messa di traverso, ostacolando l’operazione, sempre secondo questa ipotesi accusatoria Marcello Giannico le creò prima il vuoto intorno e nel 2012 la licenziò in tronco».
Di più: il licenziamento della dirigente che rifiutava di sottoscrivere i giochi di prestigio fu corredato dalla diffusione di motivazioni così «ingiuriose» da configurare, dice il magistrato, il reato di diffamazione aggravata.
Col risultato che il commissario pidiellino rimasto al suo posto nonostante la vittoria del centrosinistra alle ultime regionali e nonostante le indagini sul bilancio, si ritrova con la richiesta di una imputazione in più.
Come andrà a finire? Lo dirà , se ci sarà , il processo.
E fino all’eventuale condanna, si capisce, Marcello Giannico e i suoi sodali (che grazie a quel lifting ai conti son riusciti a farsi dare l’anno dopo dalla Regione 40 milioni in più e addirittura 47 nel 2012 fino a far segnare un miracoloso sia pur minimo attivo di bilancio) sono innocentissimi. Auguri.
Vada come vada, resta quella e-mail strabiliante che chiede alla funzionaria ribelle di ritoccare i numeri perchè i soldi della Regione «vanno alle Aziende che hanno prodotto perdite e non pareggi di bilancio».
Per non dire di una email di Gianfranco Manca, responsabile del Bilancio, al commissario che l’aveva scelto: «Come sai le rettifiche non saranno prese bene dalla Cavazzuti che farà di tutto per crearmi problemi. Il fatto di non essere un esperto di bilancio non sarà certamente un vantaggio per l’espletamento dell’incarico».
Confessione ribadita nell’interrogatorio giudiziario: «Non avevo prima esperienza nel settore bilancio…».
L’avevano scelto apposta per gestire mezzo miliardo di euro l’anno…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
CINQUE MESI DI ATTESA PER UNA ECOGRAFIA AL TERZO MESE DI GRAVIDANZA
Mariana V, 29 anni, è alla sua prima gravidanza. Felice di avere un bambino, felice, lei romena, di stare in Italia dove è garantita l’assistenza.
È in regola, ha la tessera sanitaria, il diritto ad essere assistita. Come fosse un’italiana.
Il medico le dice che deve fare un’ecografia feto-placentare alla dodicesima settimana.
Tutto chiaro, sembra facile.
Chiama il centro unico di prenotazione del Lazio.
Le risponde una gentile signorina che quando sente la domanda non si trattiene dal ridere. «Signora ma è impossibile farla prima della fine di febbraio, doveva chiamare prima».
«Chiamare prima quando? – insiste Mariana -. Sono all’ottava settimana di gravidanza, ho appena saputo di aspettare un bambino. E adesso come faccio?».
Dall’altra parte una stentata comprensione: «La capisco, ma che cosa vuole, qui le cose stanno così. Prenoti per la prossima gravidanza».
Eh sì, il calcolo è presto fatto: se l’attesa per una ecografia in gravidanza è mediamente di cinque mesi, questo significa che una donna che ne ha bisogno dovrebbe prenotare due mesi prima di rimanere incinta.
Così Mariana cerca un centro convenzionato ma è una caccia al tesoro.
Nel privato deve spendere 120 euro. «Ma per me è una spesa enorme. Continuerò a cercare. Intanto prenoto l’ultima ecografia, quella precedente al parto, per valutare la crescita. E spero che ci sia posto».
Mariana pensava che in Italia le cose andassero in maniera diversa. Anche il ginecologo pubblico in cui è incappata le ha detto chiaramente che se vuole avere lui in sala parto deve fare le visite privatamente, pagandole.
Altrimenti, si va al pronto soccorso e si partorisce con l’assistenza di chi è di turno.
«Ma non è dappertutto la stessa cosa in Italia, una mia amica che sta a Firenze dice che non ha avuto nessun problema. Se si può, mi conviene cambiare regione per gli accertamenti. Pago il viaggio ma almeno ho la prestazione».
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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