Luglio 17th, 2015 Riccardo Fucile
COSTI DI MANUTENZIONE AUMENTATI, SEI DENUNCIATI: “DANNO ERARIALE DI 2,5 MILIONI”
Sono sei le persone denunciate dalla Guardia di Finanza di Gallarate (Varese) nell’ambito
dell’operazione “Clean Hospital” che ha portato al sequestro di 2,5 milioni di euro.
L’indagine, coordinata dalla procura della repubblica di Busto Arsizio, ha preso il via da un esposto presentato un anno fa dai consiglieri regionali di M5S Lombardia Paola Macchi, Silvana Carcano e Eugenio Casalino sulla base di una segnalazione ricevuta da un sindacalista.
L’attività investigativa ha permesso di fare luce sul sistema degli appalti per la manutenzione delle apparecchiature elettromedicali dell’Azienda ospedaliera di Gallarate.
Dal 2005 l’appalto veniva affidato sempre alla stessa società , la Prima Vera di Domenico Catanese, anche tramite l’interposizione fittizia di un’altra ditta appositamente costituita, la Galileo Technologies, che si è aggiudicata gli appalti a partire dal 2010.
Non solo l’appalto per la manutenzione finiva sempre nelle mani delle stesse società , sostengono gli inquirenti, ma queste avevano messo a punto anche una serie di trucchi contabili tesi a gonfiare il valore degli appalti stessi, con danno economico sia per le casse dell’azienda ospedaliera sia per il sistema sanitario regionale.
Si va dalla maggiorazione del valore delle apparecchiature oggetto della convenzione (che avrebbe consentito proventi ingiustificati rispetto all’effettivo valore del servizio effettuato) fino all’inclusione in convenzione di macchinari dismessi o inesistenti.
I militari hanno passato in rassegna le oltre cinquemila apparecchiature di proprietà dell’Azienda Sant’Antonio Abate di Gallarate confluite nel servizio di manutenzione affidato in convenzione attraverso gara pubblica.
A fronte di un valore reale di 15,5 milioni di euro, secondo gli inquirenti con la complicità di un dipendente dell’ospedale alle attrezzature ospedaliere era stato attribuito un valore fittizio di 36 milioni di euro, una cifra gonfiata di oltre il doppio. Il valore delle apparecchiature veniva utilizzato come base per il calcolo del canone annuo del servizio di manutenzione.
Canone che è raddoppiato di pari passo, generando (per il solo periodo 2010 — 2014) un profitto di 2 miloni e 547 mila euro.
Il tutto a danno delle casse pubbliche, sottolinea la Finanza.
Tra i sei denunciati ci sono due dipendenti pubblici che svolgevano il ruolo di responsabile unico del procedimento negli ospedali di Gallarate e Torino e 4 tra presidenti e dirigenti d’azienda.
Tutti sono accusati a vario titolo di reati che vanno dall’abuso d’ufficio al falso, passando per turbata libertà degli incanti, la truffa aggravata ai danni dello Stato o di altro Ente pubblico e il subappalto non autorizzato di opera pubblica.
Della vicenda è stata informata anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione, nonchè la Corte dei Conti.
Gli uomini della Guardia di Finanza di Gallarate hanno accertato che le stesse procedure relative al convenzionamento delle strutture ospedaliere sono state applicate anche in altre realtà .
Le stesse aziende oggetto dell’inchiesta, nel medesimo periodo, hanno ottenuto un appalto da 3,5 milioni di euro dall’Asl Torino 1.
Motivo per cui gli atti verranno trasmessi al’autorità giudiziaria del capoluogo piemontese.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 16th, 2015 Riccardo Fucile
INDAGATO ZANGRILLO, MEDICO DI BERLUSCONI….E’ QUESTO IL MODELLO CHE TOTI VUOLE IMPORTARE IN LIGURIA?
Durante gli interventi “le equipe” destinate alle sale operatorie sulla carta erano “regolarmente
costituite”, ma in realtà “chirurghi e/o anestesisti” erano “presenti contestualmente in più sale operatorie”.
È la tesi della Procura di Milano che contesta una truffa da 28 milioni di euro al servizio sanitario nazionale a medici, tra cui Alberto Zangrillo, primario della Terapia intensiva e Rianimazione generale e medico di Silvio Berlusconi, e amministratori dell’ospedale San Raffaele.
Secondo gli investigatori delle Fiamme gialle sui registri figuravano che tutti i ‘requisiti’ di presenza per ottenere i rimborsi drg (Diagnosis Related Groups) erano stati rispettati.
Il pm Giovanni Polizzi, nell’avviso di chiusura delle indagini, contesta presunte irregolarità nei rimborsi percepiti su 4mila interventi chirurgici nell’ex regno di don Luigi Verzè travolto dal crac e morto il 31 dicembre del 2011.
L’inchiesta “Pronto rimborso” ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati 9 persone, tra rappresentanti legali, dirigenti, primari e l’amministratore delegato del gruppo Nicola Bedin.
I reati contestati — a vario titolo sono la truffa aggravata a danno del Servizio Sanitario e falso.
Tra gli indagati figurano Mario Valsecchi, in qualità di amministratore dell’ospedale fino al 2012 (che ha patteggiato 2 anni e 10 mesi nell’ambito del processo sul crac del San Raffaele), Roberts Mazzuconi, in qualità di direttore sanitario.
Poi ancora Ottavio Alfieri, primario e direttore dell’unità operativa di Cardiochirurgia, Piero Zannini, primario e direttore dell’unità operativa di Chirurgia Toracica, Roberto Chiesa, primario e direttore dell’unità operativa di Chirurgia Vascolare, Patrizio Rigatti, primario e direttore dell’unità operativa di Urologia fino al 2012, Francesco Montorsi, primario e direttore dell’unità operativa di Urologia dal novembre 2012. Indagati anche per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti la Fondazione Monte Tabor, nella persona del legale rappresentante Claudio Macchi, e l’ospedale San Raffaele, in persona del legale rappresentante Gabriele Pelissero. I fatti contestati vanno dal 2011 al 2013.
Per gli inquirenti sono state violate le norme di accreditamento che impongono una presenza minima di operatori e anestesisti, nonchè di quelle relative all’impiego di medici specializzandi.
La struttura ospedaliera, questa l’ipotesi, ha autocertificato il mantenimento dei requisiti richiesti per l’accesso al rimborso delle prestazioni sanitarie, ottenendo appunto indebiti rimborsi per oltre 28 milioni di euro.
Nei confronti degli enti che hanno gestito nel tempo la struttura ospedaliera è stata contestata la responsabilità amministrativa secondo la legge 231/2001.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
I BAMBINI NON VANNO IN PIAZZA E NESSUNO PENSA AL LORO FUTURO
Fanno un po’ paura e insieme rassicurano. 
I pediatri. Ognuno ricorda il proprio: la voce tonante che all’arrivo ti faceva venire una voglia fisica di scappare.
Poi quel maledetto cucchiaio in gola. L’odore di alcol e magari la puntura. Le manone sulla tua schiena a sentire i polmoni e il timore che trovasse qualcosa, il male, anche se non ne sapevi esattamente il significato. Infine la mamma che ritrovava il sorriso, e il timore che si scioglieva in sollievo.
La febbre che da brivido si trasformava in tepore. Il pediatra che per consolazione con lo stetoscopio ti faceva ascoltare quei battiti misteriosi: il tuo cuore.
Tutti li ricordiamo. Riconosceremmo tra mille la loro calligrafia , quella con cui ci prescrivevano alla fine sciroppo o punture.
I pediatri non sono soltanto i nostri primi medici. Ci aiutano a cercare un senso a parole che dovremo affrontare durante tutta l’esistenza: malattia, speranza, guarigione. Perfino consolazione, ma diversa da quella del padre e della madre. E poi c’è quell’affidare il proprio corpo a un estraneo, la scoperta della fiducia.
Domani i pediatri di famiglia scioperano.
Sostengono che il rinnovo del contratto nazionale mette in discussione proprio quel rapporto fondamentale di fiducia tra il medico e il loro assistito.
Ancora più delicato quando il paziente è un bambino. Sarà più difficile, dicono, scegliere il medico cui affidare i nostri figli. Curarli rischia di diventare una roulette.
Non solo: dal 2020, per colpa delle crisi, rischiano di formarsi ogni anno soltanto duecento specialisti (ne servirebbero il doppio).
Eppure quasi nessuno in Italia parla della protesta, come fosse il capriccio di una categoria che difende i propri privilegi.
Chissà , magari perchè i pediatri di famiglia sono soltanto 7.800 e portano pochi voti.
Questo segnale dovrebbe preoccuparci quanto le conseguenze della riforma: non sappiamo più misurare la dignità e l’importanza delle persone e del ruolo che hanno nella società .
Per valutarle ci affidiamo al reddito, alla fama. Magari al potere. Ma poche professioni sono più delicate del pediatra.
Pensate soltanto alla responsabilità di avere tra le mani una vita così piccola, all’importanza di aggiornarsi, di saper ascoltare e scegliere le terapie giuste. Alla delicatezza di dare risposte ai genitori, al peso di comunicare le diagnosi dolorose.
In due settimane due proteste che riguardano entrambe i bambini. Prima la scuola, domani i pediatri. Forse si pensa poco al futuro.
Forse è più facile fare le riforme sulla pelle di chi non ha voce e non vota.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 19th, 2015 Riccardo Fucile
NOVE MILIONI DI ITALIANI FANNO FATICA A CURARSI
La crisi economica erode il diritto alla salute. 
Tra migranti e italiani poveri cresce, infatti, il numero di persone con difficoltà nell’accesso alle cure mediche.
Per loro è pensato il “Programma Italia” di Emergency che attraverso una serie di poliambulatori opera in diverse aree del Paese, da Mestre a Palermo.
“Le condizioni di vita di tanti migranti nelle campagne del Sud sono di incredibile degrado e — racconta il dottor Mimmo Risica, cardiologo veneziano, per molti anni tra i volontari di Emergency in Africa e ora a capo degli ambulatori sociali in Italia — di fronte a ciò abbiamo deciso di intervenire con un piano di assistenza medica specifico per l’Italia”.
Ai migranti si aggiunge un’ampia fascia di popolazione italiana che, impoverita dalla crisi, ha rinunciato a curarsi.
“Il ticket è diventato una spesa non sostenibile anche per molti italiani, alcune stime parlano di nove milioni di nostri connazionali che fanno fatica a curarsi”, prosegue Risica.
Gli ambulatori di Emergency, attivi anche con strutture mobili, hanno già curato 80mila pazienti, operando “con un prontuario farmaceutico estremamente ridotto ed evitando di chiedere analisi cliniche che non siano davvero utili”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 14th, 2015 Riccardo Fucile
IN 4 ANNI PERSONALE TAGLIATO DI 23.476 UNITA’…. I POSTI LETTO DIMINUITI SONO 71.000, ORMAI SIAMO BEN SOTTO LA MEDIA EUROPEA… IL PESO DEL TICKET PER MOLTI E’ DIVENTATO INSOSTENIBILE E VANNO AL PRONTO SOCCORSO PERCHE’ NON POSSONO PERMETTERSI ANALISI
È il luogo dell’ultimo istante, dove si salvano le vite nel giro di minuti o secondi ma può anche
diventare un girone d’inferno.
Per chi aspetta, una visita o un letto, per chi ci lavora, per chi ci porta un proprio caro malato.
Il pronto soccorso vede un numero sempre più alto di pazienti, in Italia siamo ormai a 24 milioni l’anno.
Queste strutture in molti casi si trovano a tenere in piedi da sole la risposta sanitaria. Finiscono qui i casi gravi e urgenti, ma anche quelli legati al disagio sociale, oppure alle paure infondate delle persone.
E così che in periodi come quello influenzale, nella metà delle regioni italiane i reparti dell’emergenza sono loro stessi in continua emergenza.
Cosa succede? Come mai siamo arrivati a questo punto?
Come spesso avviene in sanità non c’è un’unica causa ma piuttosto una serie di fattori che insieme stanno trasformando gli ospedali italiani in maxi pronto soccorso.
La colpa la portano in molti, chi organizza la sanità , chi ci lavora ma anche, in certi casi, noi cittadini.
Meno personale e meno posti letto
Mentre i pronto soccorso sono presi d’assalto dai malati, cala il personale del Servizio sanitario nazionale (Ssn) causato dal blocco del turnover nelle Regioni che devono rientrare dai miliardi di euro di debiti accumulati negli anni.
Dal 2009 al 2013 gli occupati Ssn sono diminuiti di 23.476 unità .
Passiamo ai posti letto. Ne sono stati chiusi 71mila dal 2000 ad oggi. E altri 3mila spariranno nel 2015.
La riduzione è stata attuata anche in altri Paesi della Comunità Europea, ma non in maniera così pesante come in Italia.
La Francia registra una media di 6,37 posti letto per mille abitanti, la Germania 8,22 mentre in Italia siamo arrivati a 3,6 posti letto, ben al di sotto della media europea.
Quali sono le cause principali per cui si ricorre all’ospedale?
Continua a guidare la classifica il parto con 137mila dimissioni per parto naturale e 74mila in caso di parto cesareo senza complicanze.
Subito dopo le patologie cardiovascolari, quelle respiratorie e gli interventi chirurgici. Torniamo ai pronto soccorso che sono il terminale di tutti i problemi.
“I cittadini sono costretti a recarsi al pronto soccorso perchè mancano altre risposte vere sul territorio – dice Massimo Cozza, segretario nazionale della Cgil medici – e il peso dei ticket è diventato insostenibile per larghe fasce di popolazione e la struttura di emergenza è vista come un posto dove fare diversi esami e tutti assieme, magari senza spendere nulla”.
L’affollamento provoca lunghe attese e la conseguente rabbia dei parenti del malato in barella.
A pagare sono anche i medici, gli infermieri e gli ausiliari che devono affrontare l’emergenza.
Così spesso i turni vengono raddoppiati da 7 a 14 ore perchè manca il personale e tutto viene risolto con gli straordinari.
L’affollamento e il taglio dei posti letto creano un ulteriore problema: spesso le barelle delle ambulanze vengono utilizzate per “ricoverare” i pazienti che non trovano posto nei reparti.
E il mezzo di trasporto d’emergenza rimane fermo fino a quando la barella non viene restituita.
Si calcola che nel Lazio durante lo scorso anno il “fermo” delle ambulanze ha toccato le 130mila ore.
Costretti a trattare 6 milioni di ingressi inutili
I dati sono chiari, almeno un quarto delle persone che si presenta al pronto soccorso ha problemi da poco, che potrebbero essere risolti altrove.
Quando si va alla ricerca dei motivi in base ai quali le stanze dell’emergenza degli ospedali italiani sono sempre strapiene si può criticare l’organizzazione del sistema, la mancanza di mezzi e lo scarso aiuto fornito da alcune categorie dei medici, ma non si può ignorare il ruolo dei cittadini.
In un’epoca di consumismo anche sanitario non va sottovalutata la crescita della domanda di risposte rapide da parte di chi ritiene di essere malato e in realtà non lo è, almeno non gravemente.
E, al di là delle attese che possono arrivare ad alcune ore, va riconosciuto che quando si esce dal pronto soccorso si ha in mano una diagnosi, magari basata su esami strumentali che altrimenti richiederebbero settimane o mesi di lista di attesa per essere prenotati.
E così in molti vanno nei dipartimenti di emergenza magari qualche giorno dopo essersi fatti male, o comunque per cose che potrebbero essere risolte dai medici di famiglia o da una visita con lo specialista.
Quanti sono gli accessi inappropriati ai pronto soccorso? Non è facile dirlo.
Sappiamo che sono circa 24 milioni le presentazioni a queste strutture in un anno (dato che tiene conto anche del fatto che qualcuno in 12 mesi può andarci più volte). Ebbene, secondo le stime della Simeu, la Società italiana di medicina di emergenza e urgenza, i “codici bianchi” sono circa il 15%.
A questi, i problemi più banali, va aggiunto il dato dei cosiddetti “codici verdi”.
In totale sono il 66% ma va riconosciuto che tra questi ci sono varie situazioni che non mettono il paziente in pericolo di vita, ma comunque meritano di essere viste nel pronto soccorso, ad esempio una colica renale.
Anche prendendo solo una piccola frazione di questo magma di codici verdi, il 10%, e sommandola al 15 dei codici bianchi si otterrebbe un accesso su quattro ai pronto soccorso non appropriato.
Si tratta di circa 6 milioni di ingressi inutili.
È come se queste strutture viaggiassero su un doppio binario e l’esempio di quello che accade lo dà bene quanto successo quest’inverno con l’influenza.
Da una parte ci sono gli anziani con varie malattie, abbattuti ulteriormente dal virus e per i quali magari c’è difficoltà di trovare letti nei reparti, affollati o comunque non attrezzati adeguatamente.
Dall’altra ci sono quelli che con un semplice mal di gola, oppure con la febbre a 39 dovuta all’influenza corrono spaventati a farsi vedere.
Certo, i pronto soccorso più moderni, quelli degli ospedali più grandi (cioè quelli dove si assistono circa 100mila pazienti all’anno), sono ormai organizzati piuttosto bene per dare percorsi diversi ai pazienti più seri e a quelli da codici poco gravi, ma in molte strutture questo continuo presentarsi di persone che non stanno male crea problemi e disagi agli operatori.
Michele Bocci e Mario Reggio
(da “La Repubblica”)
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Marzo 30th, 2015 Riccardo Fucile
“RAPPORTO OSSERVASALUTE”: IL PESO DELLE DIFFICOLTA’ ECONOMICHE SULL’ASSISTENZA SANITARIA E I TAGLI ALLE RISORSE… AL SUD VENGONO SOSTITUITI SOLO UN QUARTO DI COLORO CHE VANNO IN PENSIONE
La salute degli italiani è sempre più a rischio a causa della “precarietà economica che, divenuta ormai
una condizione strutturale del Paese, incide sia sull’offerta dei servizi, sempre più sotto l’attacco della spending review, sia sul benessere psicofisico dell’individuo”.
E’ quanto emerge dalla dodicesima edizione del Rapporto Osservasalute (2014), l’analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni italiane, presentata oggi a Roma all’università Cattolica.
La ricerca è stata pubblicata dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, coordinato da Walter Ricciardi, direttore del Dipartimento di Sanità pubblica dell’università Cattolica – Policlinico Gemelli di Roma.
La situazione di difficoltà legata alla crisi ed ai tagli di risorse e servizi sanitari influisce particolarmente nell’aumento dei casi di tumori prevenibili: tra le donne, ad esempio, i nuovi casi di tumore al polmone, tra il 2003 e il 2013, sono aumentati del 17,7%, così come quello alla mammella che registra un incremento del 10,5%.
Tra gli uomini l’incidenza del tumore al colon retto, nello stesso periodo, è aumentata del 6,5%. Mentre gli stili di vita sbagliati fanno aumentare il numero di italiani in sovrappeso, con il 45,8% degli over 18 in eccesso ponderale.
A fare le spese di questo peggioramento del quadro epidemiologico sono soprattutto le regioni del Mezzogiorno.
“Il deficit di risorse destinate alla prevenzione rischia di far vacillare la salute degli italiani – si legge nel Rapporto – già sotto l’attacco della congiuntura economica negativa che sta colpendo ormai da anni anche il nostro paese: la precarietà che sta ormai divenendo una condizione strutturale mette a rischio la tenuta dei servizi sanitari offerti ai cittadini e anche la salute reale e percepita degli individui (sempre più numerosi sono gli studi che dimostrano ad esempio che essere lavoratori precari mina il benessere psicofisico della persona)”.
Per il Rapporto 2014, i punti deboli della salute degli italiani sono sempre gli stessi, a partire dai cattivi stili di vita che restano tali o persino, a causa della crisi, peggiorano. “Un dato esemplificativo tra tutti – si legge -, la sedentarietà che aumenta in maniera significativa per entrambi i generi: da 34,6% a 36,2% negli uomini e da 43,5% a 45,8% nelle donne”
Il servizio sanitario nazionale è alle prese con una rivoluzione a due facce destinata a cambiare presto la sanità pubblica. Da un lato, il percorso di innovazione e digitalizzazione dei servizi; dall’altro, la riduzione generale dei costi e del personale. Guardando al processo di modernizzazione delle Asl, il Rapporto ha preso in considerazione l’utilizzo di internet per la comunicazione e i servizi per il cittadini.
L’altra grande modificazione in corso nel Servizio Sanitario Nazionale è l’emorragia dei dipendenti conseguente alla riduzione delle risorse.
A livello nazionale i dati mostrano come il tasso di compensazione del turnover negli ultimi 4 anni sia sempre stato inferiore a 100.
Analizzando il trend 2009-2012, tale tasso è arrivato a segnare 68,9 punti percentuali nel 2012, circa 10 punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente (78,2% nel 2011). Anche qui, la realtà cambia da regione a regione e solo Val D’Aosta e Trentino-Alto Adige, nel 2012, hanno completamente rimpiazzato i dipendenti usciti per limite d’età .
In generale il divario Nord-Sud ed Isole è meno marcato rispetto agli anni precedenti. “Particolarmente critica – si legge però nel rapporto – è la situazione di Lazio, Puglia, Campania, Molise e Calabria che mostrano tutte valori inferiori al 25%”.
Il sistema, spiegano gli autori del Rapporto, sconta una diminuzione delle risorse: “Nel 2013 – scrivono – la spesa sanitaria pubblica pro capite è di 1.816 euro. Tale valore del 2013 è il risultato di un trend in diminuzione della spesa sanitaria nazionale che si riduce del 2,36% fra il 2010 e il 2013 con un tasso medio annuo composto di -0,79% e con un decremento dell’1,50% solo nell’ultimo anno”.
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
GIUSEPPE NARDI ERA UN DOTTORE D’ECCELLENZA, COME IL REPARTO “SHOCK E TRAUMA”…. SILURATO E SOSTITUITO CON UN CONDANNATO NEGLI ANNI DI PIOMBO
Merito. Legalità . Responsabilità . Interesse pubblico. 
Sono le parole scelte dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso d’insediamento, per indicare a tutti i cittadini un cammino di speranza verso un’Italia migliore. Ma nell’Italia di oggi questa speranza continua ad essere umiliata.
Perfino nei settori dove il riconoscimento del merito e della competenza dovrebbe essere assoluto, perchè ne va della vita delle persone: quei reparti dei nostri ospedali dove si assistono i malati gravissimi.
Un caso esemplare di meritocrazia alla rovescia in un campo così cruciale della sanità pubblica riguarda il San Camillo – Forlanini di Roma, uno dei più importanti ospedali italiani.
Che però, purtroppo, finisce di continuo nelle cronache per vicende di nepotismo, malasanità , disservizi o incidenti pericolosi, come la rottura dei tubi dell’ossigeno nella rianimazione, che si è verificata in gennaio per cause non ancora accertate (guasto, cattiva manutenzione o sabotaggio?) anche perchè non funzionava neppure la video-sorveglianza.
Qui al San Camillo, nel 1999, un medico italiano di fama internazionale , il dottor Giuseppe Nardi, ha fondato una struttura di assoluta eccellenza: il “Centro Shock e Trauma”.
I risultati sanitari sono oggettivi: già nel primo anno dopo l’arrivo di Nardi, il tasso di mortalità dell’intera rianimazione si è quasi dimezzato.
Sotto la sua guida, il San Camillo è diventato il primo centro italiano per la cura degli eventi traumatici, preso a modello dagli ospedali di tutto il paese e anche da molti medici stranieri, che per una volta guardavano a Roma per l’attività di ricerca e sperimentazione di nuovi e più efficaci metodi di cura dei casi disperati.
Nardi infatti è molto conosciuto nella comunità medica internazionale anche come autore di decine di studi di altissimo livello pubblicati sulle riviste scientifiche più prestigiose del mondo, a cominciare da Lancet , per citare la più nota.
In un paese civile, un ospedale pubblico dovrebbe tenersi stretto un super medico di questo livello.
Invece, nel luglio 2014, la dirigenza del San Camillo ha improvvisamente rimosso il dottor Nardi. Il medico, che svolgeva da 15 anni le funzioni di primario, è stato degradato e ha perso la guida della struttura da lui creata.
Il suo “Centro Shock e Trauma” è stato soppresso, l’organizzazione di medici e ricercatori costruita da Nardi è stata smembrata e distrutta.
La cosa più strana è che all’ex primario non è stato mosso alcun addebito.
Nessuno ha messo in dubbio le sue capacità , competenze, risultati. Semplicemente, Nardi si è visto sbattere la porta in faccia.
E per sostituirlo è iniziato un balletto di nomine e sostituzioni di primari, che ha lasciato sbalorditi i più autorevoli medici italiani, scatenando un moto d’indignazione negli ospedali, nelle università e tra centinaia di pazienti.
Che hanno inondato di lettere di protesta la direzione del San Camillo e i vertici politici della Regione Lazio, da cui dipende la nomina degli amministratori degli ospedali pubblici.
Per chiarire l’accaduto, l’Espresso ha chiesto un’intervista al direttore generale dell’ospedale San Camillo, Antonio d’Urso, con domande e risposte scritte.
Ora la pubblichiamo integralmente.
Nelle domande abbiamo inserito le spiegazioni pratiche che possono rendere più comprensibili alcune risposte un po’ burocratiche.
Mentre nella parte finale abbiamo omesso il nome del primario nominato al posto di Nardi, perchè si tratta di un condannato con sentenza definitiva che ha ormai pagato il suo conto con la giustizia.
E che, dopo le prime polemiche, ha volontariamente rinunciato all’incarico.
Dottor D’Urso, la delibera di rimozione del dottor Nardi porta la sua firma di direttore generale del San Camillo: perchè ha deciso di rimuovere uno specialista così stimato a livello internazionale?
«Il dottore Giuseppe Nardi è un medico dirigente, non è inquadrato presso questa Azienda Ospedaliera come primario titolare. Dal 2008 ha assicurato, con incarico provvisorio, la direzione della “Struttura Complessa Shock e Trauma” nell’attesa del relativo Avviso Pubblico che, però, non è mai stato bandito. Nel caso di specie, nel mese di luglio 2014, la direzione della struttura è stata affidata ad uno dei quattro Primari di Anestesia e Rianimazione già in servizio in questa Azienda Ospedaliera»
A noi risulta che il dottor Nardi era stato chiamato al San Camillo nel 1999 proprio per creare quel reparto. E che allora era già direttore di una struttura analoga, in gergo Uosd, nel Nord Italia. Fondato il nuovo reparto al San Camillo, lo ha quindi diretto per i primi 8 anni proprio come direttore di Uosd, ottenendo i risultati che lei non dovrebbe ignorare, almeno per quanto riguarda la riduzione dei tassi di mortalità , tanto che nel 2007 la sua struttura è stata promossa a “Unità Complessa”. Poi però la Regione ha bloccato i concorsi per diventare primario. E a quel punto il San Camillo ha soppresso anche il ruolo di direttore della Uosd, a quanto pare per un errore burocratico. Ha qualcosa da obiettare a questa ricostruzione?
«Conosco il curriculum del dottor Nardi per avermene parlato lui stesso. Aggiungo che nel 2008 gli è stato conferito l’incarico di elevata professionalità chiamato “governo clinico per lo shock ed il trauma”. E’, questo, un incarico professionale, classificato come di altissimo livello all’interno dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini. So che le Direzioni dell’Azienda che si sono succedute nel tempo hanno richiesto alla Regione Lazio l’attivazione delle relative procedure per l’individuazione del Direttore, così come per altre strutture previste nell’Atto Aziendale. In alcuni casi le procedure sono state espletate. Non nel caso della Uoc “Shock e Trauma”»
L’Espresso ha raccolto informazioni anche attraverso i sindacati medici e ospedalieri: quello che lei chiama “incarico di alta professionalità ” viene da loro definito “una medaglia di cartone”, a cui non corrisponde sostanzialmente nulla. Al San Camillo ci sarebbero un paio di centinaia di medici con questa carica. Uscendo dal burocratese: c’è un dottore straordinario che fonda un centro di eccellenza e lo dirige per 15 anni con il grado di generale, mentre ora si ritrova brigadiere con una medaglia di cartone. Davvero era inevitabile rimuovere e degradare un traumatologo del livello di Nardi?
«Posso dire che comprendo le aspirazioni di quel professionista. E’ però necessario che, in questo come in altri casi, le aspirazioni di valorizzazione dei diversi professionisti per un incarico di primario siano coerenti con quanto previsto dalle norme in questi casi: posto disponibile nella dotazione, avviso pubblico, eccetera»
A noi risulta che i sindacati interni, con l’accordo del dottor Nardi, avessero chiesto di ristabilire la situazione precedente: sarebbe bastato ripristinare la vecchia “Uosd” per salvare la struttura e permettere al suo fondatore di continuare a dirigerla. Perchè non avete scelto questa soluzione?
«La positività dell’esperienza di questi anni della Struttura Complessa Shock e Trauma è stata quella di coniugare le cure intensive con i trattamenti anestesiologici di urgenza ed emergenza in un contesto orientato al miglioramento continuo. Ed è per questo che ho confermato la natura complessa alla Struttura Shock e Trauma, sia pure denominandola diversamente. Ritengo, infatti, che questa connotazione consenta di continuare ad assicurare a questo gruppo di professionisti l’autonomia organizzativa e professionale in ragione del compito assicurato, come peraltro avvenuto sin dalla sua istituzione. Non credo che le aspirazioni dei singoli professionisti possano invero costituire un pregiudizio per l’organizzazione, ma semmai sono un ingrediente positivo se estrinsecato all’interno della stessa organizzazione»
Insomma, lei ci spiega che sarebbe stato legalmente impossibile confermare Nardi. Leggendo la delibera con cui è stato rimosso, però, abbiamo scoperto che avete mantenuto nel loro incarico due radiologi che erano nella stessa situazione: anche loro erano direttori “facenti funzione” da anni. E nella vostra azienda ospedaliera c’erano altri radiologi primari di ruolo. Eppure, in quei due casi, la soluzione l’avete trovata: li avete confermati, come scrivete nella delibera, “perchè hanno una expertice”, cioè perchè sono bravi. E avete fatto bene. Infatti ci risulta che al San Camillo, in totale, ci siano almeno 18 “facenti funzione”. Ma allora torniamo a chiederle: perchè avete rimosso solo Nardi? Lei è a conoscenza del numero e del livello scientifico delle sue ricerche e delle sue pubblicazioni internazionali?
«Conosco il dottor Giuseppe Nardi e ne apprezzo le competenze professionali»
Ed è a conoscenza del livello di mobilitazione del mondo medico e scientifico, non solo italiano, documentata da centinaia di email in nostro possesso, in difesa del “Centro Shock e Trauma” e a sostegno del dottor Nardi?
«Sull’importanza della “Struttura Complessa Shock e Trauma” concordo, tant’è che è stata confermata nella proposta di Atto Aziendale. Sono convinto che il valore di questa articolazione dell’azienda è il frutto dell’opera di un gruppo di professionisti. So anche del sostegno al professionista manifestato dalla comunità scientifica. Osservo però che l’Avviso Pubblico per l’individuazione del Primario della Struttura Complessa Shock e Trauma fin dalla sua istituzione non è stato effettuato»
Insomma, lei ci dice che c’era un insuperabile problema burocratico che riguardava solo il ruolo di Nardi. Ma allora perchè avete deciso di sopprimere anche il Centro da lui creato?
«Come ho evidenziato, la “Struttura Complessa Shock e Trauma” invero è stata confermata nella proposta di Atto Aziendale presentata alla Regione Lazio, sia pure con una diversa denominazione – “Struttura Complessa Anestesia e Rianimazione – Centro di rianimazione e Anestesia Urgenza-Emergenza” – che meglio descrive le attività di anestesia e rianimazione effettuate già adesso»
A noi suona strano anche quello che lei ora definisce un semplice cambio di nome: il “Centro Skock e Trauma” era diventato un marchio di prestigio, utilizzato per anni dalla Rai, ad esempio, per le campagne sulla sicurezza stradale, oltre che un simbolo di ricerca di qualità , conosciuto da tutti gli scienziati. Ma in realtà , oltre al nome, a noi risulta che sia cambiata la squadra, insieme al metodo di cura e al lavoro di ricerca. Ed è proprio quella squadra che ha salvato tante vite in questi anni: il Centro fondato da Nardi aveva ridotto di tre volte la mortalità specifica da trauma. Citiamo dati ufficiali, ricavati dalle vostre tabelle ospedaliere: prima dell’arrivo di Nardi, la mortalità nella rianimazione del San Camillo era del 42 per cento; solo 12 mesi dopo, era già scesa al 27 per cento. Eppure i professionisti erano gli stessi. Di fronte a questi dati, come può negare l’importanza del ruolo di Nardi? Chi organizza e dirige una struttura sanitaria che funziona, non conta niente?
«Osservo solo che la buona gestione di casi così complessi è frutto di un lavoro di professionisti (anestesisti, infermieri, etc.) che quotidianamente operano a letto del malato con passione e competenza, come accade negli altri Servizi di Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini e negli altri Ospedali. Per questo li ringrazio»
Stando ai documenti diffusi dal San Camillo, al posto di Nardi è stato nominato il dottor XXX, che però dopo pochissimo ha rinunciato all’incarico, tanto che è già stato sostituito. Abbiamo cercato su Internet quali titoli avesse il dottor XXX, ma non abbiamo trovato alcuna ricerca o pubblicazione scientifica di rilievo internazionale. Abbiamo invece scoperto che un medico con lo stesso nome, cognome, età e residenza è stato condannato con sentenza definitiva come autore di tre gravissimi fatti di criminalità politica. Si tratta della stessa persona o è un caso di omonimia?
«Il dottor XXX è diventato primario più di dieci anni fa, in seguito ad avviso pubblico. In relazione all’episodio da lei citato, riferito a metà degli anni Settanta, ne sono a conoscenza avendomelo riferito lo stesso dottor XXX nel mese di maggio dello scorso anno»
Quell’«episodio» degli anni di piombo consiste in tre ferimenti di nemici politici, che hanno avuto conseguenze molto gravi per le vittime. Insieme al dottor XXX sono stati condannati altri suoi complici che pochi giorni prima, con le stesse modalità , avevano commesso addirittura un omicidio politico. Quella catena di delitti è stata punita con molti anni di ritardo, perchè i colpevoli erano riusciti a imporre un clima di omertà . Molti di loro nel frattempo erano diventati medici affermati. Per nominare un primario lei ritiene necessario, utile o quantomeno opportuno controllare la fedina penale dei candidati? Il dottor XXX aveva comunicato alla vostra azienda ospedaliera i propri precedenti penali?
«Il dottor XXX ne aveva fatto doverosamente menzione a suo tempo, nella domanda di partecipazione al concorso. So anche che il professionista è stato completamente riabilitato»
La riabilitazione non è un’assoluzione, anzi può essere concessa solo a chi ha scontato la condanna definitiva: significa solo che, dopo un certo numero di anni, il colpevole ha potuto far cancellare quel precedente dal suo certificato penale. E’ questo problema giudiziario la ragione che ha spinto il dottor XXX a non esporsi, rinunciando a occupare il posto che gli avevate assegnato dopo la rimozione di Nardi?
«In relazione alla modifica nella Direzione della Struttura Complessa, osservo che la stessa è stata proposta dai quattro Direttori di Anestesia e Rianimazione in servizio nell’Azienda Ospedaliera in considerazione delle linee di attività previste nel nuovo Atto Aziendale” : è l’atto deliberativo numero 729 del primo dicembre 2014»
Questo non spiega la rinuncia. Fatto sta che al posto di XXX, con quella tornata di delibere, è stato nominato il dottor YYY. Anche nel suo caso, non abbiamo trovato un curriculum scientifico o riconoscimenti di professionalità che siano neppure lontanamente paragonabili, a nostro avviso, a quelli del dottor Nardi. In compenso abbiamo scoperto almeno tre cliniche private per cui il dottor YYY risulta prestare lavoro. E’ normale che un primario di un ospedale pubblico lavori contemporaneamente in diverse cliniche private?
«Il dottor YYY è diventato primario in questa azienda ospedaliera dal 1999 a seguito di Avviso Pubblico. Il suo curriculum è visionabile nel sito internet dell’azienda ospedaliera. In relazione all’attività libero professionale, il dottor YYY esercita in forma allargata presso alcune Case di Cura Private convenzionate con il San Camillo Forlanini, così come previsto dalla normativa nazionale sulla libera professione. Molti professionisti della nostra azienda ospedaliera, tra cui anche lo stesso dottor Giuseppe Nardi, effettuano attività libero-professionale con la stessa modalità »
Quest’ultima affermazione impone a l’Espresso due precisazioni.
La prima è che Nardi non ha voluto in alcun modo commentare queste parole del direttore generale del San Camillo.
Molti altri medici che lo conoscono e lo stimano, però, hanno spiegato che «Nardi è universalmente noto per dedicarsi da sempre a tempo pieno alla sanità pubblica: nella sua vita ha fatto pochissime visite private, in casi eccezionali e disperati».
Il nuovo primario YYY, invece, risulta svolgere stabilmente la libera professione in diverse tre cliniche private, in una addirittura come direttore del dipartimento d’emergenza.
La seconda precisazione è che tutte le decisioni prese dai vertici amministrativi e dai primari interessati del San Camillo vanno considerate perfettamente legali, come ha spiegato proprio in questa intervista il direttore generale.
Così come è assolutamente conforme alle norme e a tutte le regole burocratiche rimuovere dall’incarico un medico che ha salvato la vita di migliaia di pazienti.
Dunque, protestare è inutile: nella sanità i risultati non contano, i meriti non vanno premiati. Benvenuti a Roma, Italia.
Lia Quilici
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 17th, 2015 Riccardo Fucile
UNA PROVA DI ATTACCAMENTO ALLE ORIGINI
Colpito da malore durante una vacanza ad Alghero, il dottor Gaetano Marchese ha rifiutato il
ricovero nel vicino ospedale di Sassari e si è fatto dare uno strappo fino a Palermo dall’elicottero del 118 siciliano di cui è direttore.
La notizia, orgogliosamente sbandierata dal 118 come prova di efficienza, è di sicuro una prova di attaccamento alla propria terra di origine.
Tra le lenzuola del nosocomio sardo l’esimio Marchese sarebbe stato accudito meglio di un principe.
Ma è nel momento del bisogno che l’uomo sente risuonare con più prepotenza il richiamo delle radici.
Ed è commovente che la comunità abbia assecondato quel richiamo, mettendo a disposizione del Marchese in ambasce un velivolo del pronto soccorso diretto dal Marchese medesimo.
Qualcuno ipotizza favoritismi e abusi di potere.
Figuriamoci, la regola del Marchese varrà per tutti i cittadini. Ovunque nel mondo ci colga un malore, basterà chiamare il 118 siciliano per vedere stormi di elicotteri levarsi in volo come in una scena di «Apocalypse Now».
Di giorno e di notte, come nel suo caso. *
Dite di no? Dite che l’altra settimana a Catania, quando si è trattato di farne decollare uno per porre in salvo una neonata, a levarsi in volo sono stati solo i consueti ostacoli burocratici?
Temo abbiate ragione.
Invece di vantarsi dell’efficienza che il 118 ha dispiegato soltanto per lui, forse il Marchese (del Grillo?) farebbe meglio a provare un po’ di imbarazzo, perchè nell’aria si sente già uno straordinario giramento di eliche.
Quelle dei contribuenti.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Febbraio 17th, 2015 Riccardo Fucile
I CASI DEL MEDICO SICILIANO E DELLA PICCOLA NICOLE
Lunga vita a Gaetano Marchese, il direttore del 118 palermitano che si è fatto mandare un elicottero di notte da Palermo ad Alghero per farsi operare nel capoluogo siciliano.
Temeva per la sua vita: difficile giudicare.
Resta, sgradevolissima, la sensazione di una disparità insopportabile rispetto alla piccola Nicole morta sull’ambulanza che da Catania la portava a Ragusa.
Per lei no, l’elicottero non c’era.
Sia chiaro: non è detto che la neonata sarebbe sopravvissuta se anche avesse avuto a sua disposizione un elicottero in grado di trasferirla con la massima urgenza a Palermo o addirittura a Napoli, che certo non è più lontana da Catania di quanto Alghero sia lontana dal capoluogo siciliano.
Anzi, via via che l’inchiesta del procuratore etneo Giovanni Salvi cerca di approfondire i dettagli di quella notte, con le telefonate a questo o quel nosocomio in cerca di «un posto in terapia intensiva», emergono sempre più dubbi…
Primo fra tutti: com’è possibile che una clinica convenzionata con il Sistema sanitario nazionale come la Gibiino faccia pubblicità su Internet (mamme col pancione, bimbi sorridenti, orsacchiotti…) declamando gli optional «col comfort di un hotel» offrendo alle donne «il menu personalizzato» con «le cuoche a disposizione» per i piatti scelti «dall’ospite secondo i suoi gusti» e il «frigobar con assortimento di bevande» e il giornale sul comodino la mattina e non sia in grado di gestire un’emergenza?
Se in tutta la provincia di Padova, per fare un solo esempio di una realtà più virtuosa di quella siciliana, si può partorire «solo» nelle strutture pubbliche senza una sola clinica privata che offra il servizio «deluxe» della Gibiino senza reparto di terapia intensiva, come è possibile che questo accada in una terra dove alcune tragedie sono un po’ troppo ricorrenti?
Mario Barresi, su La Sicilia, spara da giorni domande ustionanti.
Perchè, dopo il giro di telefonate, fu deciso «di affrontare il lunghissimo viaggio per Ragusa» (almeno un’ora e mezzo di macchina, in larga parte su strada provinciale) senza neppure chiedere a Messina, a un’oretta di autostrada?
Perchè fu scelta l’ambulanza privata anzichè quelle del 118?
Se la piccola è morta «nei pressi della stazione di servizio di Coffa» a meno di mezz’ora da Ragusa perchè l’autolettiga è arrivata lì «un’ora e 10 minuti dopo»?
E via così…
Col sospetto di fondo, sul quale la magistratura dovrà fare chiarezza, che tutto quel trambusto di un paio di ore possa in qualche modo rendere più fosca la ricostruzione di eventuali errori…
Resta, tra le cose inaccettabili che hanno spinto il sindaco di Catania Enzo Bianco a decidere di costituirsi parte civile nel futuro processo, l’impossibilità per Nicole di usare eventualmente un elicottero «perchè la convenzione prevede che non possano volare dopo le dieci di sera».
Fin qui, niente di troppo scandaloso: anche altri hanno convenzioni simili.
Lo stesso 118 sardo, che si serve di un solo elicottero dei Vigili del Fuoco con base ad Alghero, non prevede voli notturni.
Ciò che dà una vertigine di fastidio è il sospetto che la regola non valga per tutti. Come nel caso accaduto il 15 gennaio scorso e raccontato ieri da Patrizia Canu su L’Unione Sarda: «Poco dopo le 23, al 118 arriva una segnalazione di un paziente, un turista, con un forte dolore al torace. Si teme un infarto. Viene inviata un’ambulanza medicalizzata.
No, non è un infarto, ma c’è bisogno di accertamenti urgenti. Viene accompagnato all’ospedale civile.
Qui si scopre che quel turista si chiama Gaetano Marchese, ha 60 anni ed è il direttore della centrale operativa del 118 di Palermo». Pare aneurisma aortoaddominale.
No, una dissecazione aortica. Una cosa seria. Serissima.
Potrebbero portarlo a Sassari, a venti minuti d’ambulanza, dove la chirurgia vascolare del professor Renzo Boatto, un medico di origine veneziana, è considerata di assoluta eccellenza e opera da tempo con le tecniche più moderne e meno invasive.
Mal che vada, a due ore di macchina c’è comunque Cagliari dove l’èquipe del professor Stefano Chiamparini passa per essere tra le migliori su piazza.
Marchese, però, non si fida. Vorrebbe essere operato a Palermo, all’«Ismett», l’Istituto Mediterraneo Trapianti Terapie ad Alta Specializzazione.
A tre ore e mezzo di volo da Alghero. Ma lasciamolo raccontare a lui: «Ho chiesto l’intervento dell’Ismett perchè nell’ospedale di Alghero dove ero stato trasferito solo dopo tre ore dal mio arrivo mi è stata fatta una Tac. Esame che avevo richiesto sin dal mio arrivo attorno alle 0.30. Avevo compreso che il mio caso era stato sottovalutato dall’èquipe di Alghero. Non avevo un aneurisma, ma una dissecazione aortica. Ogni ora che trascorrevo ad Alghero rischiavo di morire. Avevo compreso i sintomi visto che 20 giorni prima anche mia madre ha avuto la stessa patologia». Ammette che sì, gli avevano proposto di andare a Sassari, «ma visto che si era perso già tempo prezioso e pensando di dovere essere trasferito a Cagliari, con tempi di trasferimento di oltre tre ore in ambulanza, avevo chiesto e ottenuto il trasferimento all’Ismett di Palermo».
Con un elicottero Agusta 139 partito dal capoluogo siciliano portando due èquipe di rianimatori e rientrato all’alba con l’illustre paziente.
Un volo costato, secondo gli esperti, «non meno di 15 mila euro» e sul quale la Procura di Palermo ha deciso di aprire un’inchiesta. «Nessun abuso è stato compiuto», insiste il capo del 118 palermitano: «Ho solo da medico tutelato la mia salute come quella dai tanti pazienti trasportati e salvati dal 118…»
Sarà … Ma, al di là delle comprensibili proteste dei chirurghi sardi che si sono sentiti offesi dalle spiegazioni accampate da Marchese («Facciamo da tempo interventi simili e quindici giorni prima avevamo salvato un giovane che aveva avuto proprio una dissecazione aortica», racconta Renzo Boatto) resta una domanda.
Onestamente: quell’elicottero del 118 siciliano sarebbe decollato nella notte per una neonata figlia di una coppia qualunque?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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