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UNA MAGGIORANZA PIÙ AMPIA PUNTA SU RENZI, MA SEL RISCHIA LA SCISSIONE

Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA FRATTURA TRA MIGLIORE E FRATOIANNI: SEL POTREBBE GARANTIRE UN APPOGGIO ESTERNO

Sempre al Senato si torna. Lì, ormai da anni, conta solo il pallottoliere.
Ed è ancora lì, tra gli scranni di Palazzo Madama, che Matteo Renzi si misurerà  con l’aritmetica.
Sulla carta, una staffetta dem a Palazzo Chigi garantirebbe al segretario numeri solidissimi. Ancora più consistenti di quelli conquistati da Enrico Letta.
In ballo, infatti, c’è un nuovo e prezioso bottino di voti: quelli di Sel — o di una pattuglia consistente del partito di Nichi Vendola — ma anche di alcuni cinquestelle ormai esasperati dalla diarchia Grillo-Casaleggio.
Il miglior risultato di Letta è datato undici dicembre 2013.
Si vota per rinnovare la fiducia all’esecutivo, dopo la scissione del Nuovo centrodestra.
In 173 si pronunciano per il sì all’attuale premier. Conteggiando anche gli assenti giustificati, la maggioranza potenziale tocca quota di 179.
È quella l’asticella che il sindaco di Firenze punta oggi a superare, per mostrare plasticamente la volontà  di rilanciare una legislatura per le riforme.
Numeri alla mano, quindi, l’area di governo di un esecutivo nuovo di zecca targato Renzi potrebbe allargarsi ancora.
Sono pronti a sostenerlo i 107 senatori del Pd (Pietro Grasso non vota), 31 di Ncd, 7 di Scelta civica e 12 che militano in “Per l’Italia”.
E ancora, 10 parlamentari delle Autonomie, 4 ex M5S (Anitori, Mastrangeli, Gambaro e De Pin), 3 senatori di Gal (Scavone e Compagnone, l’ex leghista Davico).
Senza dimenticare i cinque senatori a vita, da Mario Monti a Renzo Piano, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Carlo Azeglio Ciampi. Ma non basta.
Sul fianco sinistro dell’emiciclo di Palazzo Madama si consuma in queste ore un braccio di ferro durissimo.
Coinvolge l’intera classe dirigente di Sinistra e libertà  e permette a Renzi di sognare una maggioranza di 186-188 senatori.
Lo scontro, nel partito di Vendola, è furioso.
Già  all’ultimo congresso la linea filo-Tsipras ha deluso l’ala governista.
In molti chiedevano di confrontarsi con il Pse e, in prospettiva, convergere con il Pd. Una fetta significativa del gruppo della Camera (la conta informale riporta di una ventina deputati su 37) e alcuni dei sette senatori (4 o 5, peserà  molto l’atteggiamento di Dario Stefà no) spinge per il sostegno a un esecutivo guidato dal segretario Pd.
Al Senato, poi, potrebbero essere della partita almeno tre o quattro dissidenti grillini, capitanati da Luis Orellana.
Con lui, anche Laura Bignami ha firmato di recente una lettera di fuoco contro il vertici pentastellati.
Ma è soprattutto a Montecitorio che Sel assomiglia a una polveriera.
La rivalità  tra Gennaro Migliore e Nicola Fratoianni ha superato il livello di guardia.
Il primo guida l’ala filo renziana, il secondo incarna in questa fase la linea vendoliana. Disponibili a ragionare del nuovo scenario governista sono in molti, a partire da Claudio Fava.
L’ex eurodeputato, in rotta con il leader, è pronto a dare battaglia.
Con sfumature, ma convinti dell’opportunità  di ragionare con Renzi sono anche Ciccio Ferrara, Ferdinando Aiello e Nazzareno Pilozzi: «Sono convinto — sostiene quest’ultimo — che Sel prenderà  alla fine una scelta condivisa. Innanzitutto dobbiamo esultare per la caduta di Letta. Ora, però, non dobbiamo restare alla finestra, ma vedere se è possibile costruire qualcosa di innovativo. E ricordiamoci che con il Pd, in Puglia, ci governiamo».
La resa dei conti è prevista per sabato, quando è in agenda un’assemblea dei vendoliani.
E se davvero toccherà  decidere del sostegno a un nuovo governo Renzi, non è escluso che alla fine si possa raggiungere un compresso, magari proponendo un sostegno esterno all’esecutivo con un ministro d’area a rappresentare le istanze di Sel.
Una mediazione capace di tenere assieme il partito e allontanare lo spettro di una scissione.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A VENDOLA: “NON POSSO CHIEDERE A SEL DI GOVERNARE CON GIOVANARDI”

Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile

SINISTRA E LIBERTA’ DIVISA, MA “SE LO SCHEMA RESTA QUELLO DI LETTA RESTIAMO FUORI”

Sinistra Ecologia e Libertà  rischia di esplodere. Rancori e passioni, aspirazioni e linee politiche, si scontrano e accrescono il caos.
Nichi Vendola, però, mantiene la calma. Attraversa il Transatlantico in completo grigio, consulta senza sosta i suoi parlamentari.
Poi si concede uno yogurt alla buvette. E ragiona del “fattore R”.
Presidente, il governo Renzi sembra alle porte. Sel è pronta a sostenere il segretario democratico a Palazzo Chigi?
«Se cambia lo schema, si può ragionare. Ma se lo schema resta quello del governo Letta, non esiste. Io penso che il nostro punto di partenza debba essere l’elemento che abbiamo condiviso in questi mesi, e cioè l’unanime contrarietà  al governo Letta. Una posizione maturata dopo un’impegnativa discussione al nostro interno ».
Lei reclama un cambio di schema, dunque. Significa che nel nuovo governo deve restare fuori il Ncd di Alfano?
«Ma scusi, lei pensa che io possa andare al governo con Giovanardi?».
Ma non può essere Renzi il garante di questa nuova fase?
«Partirei da una premessa. Di Renzi conosciamo solo il “chi”. Sappiamo chi è, ma non conosciamo il “come” e il “cosa”. Cosa propone, come intende proporlo. Ecco, a me interessa come e che cosa intenda fare per affrontare due questioni. Innanzitutto la drammatica situazione sociale che abbiamo di fronte. E poi se intenda procedere con un avanzamento significativo nei diritti civili. Io, su questo, ragiono».
Ecco, appunto: non è possibile rilanciare su queste riforme partecipando a un esecutivo Renzi?
«Con Giovanardi?».
Beh, può escluderlo anche solo in astratto?
«Non si può ragionare in astratto, solo in concreto. Altrimenti diventa un gioco di società , caselle vuote. Una battaglia navale, ecco. Una roba politicista».
Intanto gira voce che Sel rischi la spaccatura, proprio su questo delicato passaggio. Si parla di contatti tra una parte di Sel e dissidenti grillini
«No, non credo. È una voce messa in giro da qualcuno del Pd».
Sinceramente non crede a queste manovre? Nè alla possibilità  di una scissione di una parte di Sel?
«Sinceramente. Non credo proprio, a meno di non pensare a una dinamica autolesionista. Noi abbiamo un grande spazio da occupare, ma così saremmo solo un’ombra. E un’ombra non può occupare uno spazio. E poi c’è un altro punto da analizzare…».
Quale?
«La prospettiva del 2018. Ecco, partire da questa prospettiva sarebbe, come dire… imprudente».
Potenzialmente, i numeri sembrano contraddirla.
«Sa perchè dico che si tratta di una prospettiva imprudente? Perchè Renzi, più di Letta, ha dalla sua questo slancio. Ma di meno ha, rispetto all’attuale premier, il fatto di non conoscere l’apparato dello Stato, la macchina burocratica. E questo non aiuta».
Resta un fatto: sembra l’ultima chiamata per le riforme. Perchè non accettare la sfida?
«No, scusi: non basta appellarsi alla situazione emergenziale. Noi siamo un Paese strutturalmente nella… Diciamo in difficoltà ».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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“GRANDE” ACCOGLIENZA AL VICE-RENZI AL CONGRESSO DI SEL: URLA E FISCHI AL GRIDO DI “BUFFONE, VERGOGNA”

Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI NON RISCHIA E MANDA “BONACCINI CHI?” A RACCOGLIERE PERNACCHIE

Fischi per il renziano Stefano Bonaccini al congresso di Sel a Riccione. Che non sembra aver digerito il cambio di leadership nel Partito democratico.
L’esponente del Pd sale sul palco e si rivolge ai 900 delegati presenti in sala: «Cari compagni e compagne…». Ma immediatamente una scarica di fischi copre le sue parole. Dalla sala si sente anche: «Buffone, vergogna».
TENSIONE
Bonaccini prova a stemperare la tensione con una battuta, rispondendo «non mi dimetto» a chi gli dice «Bonaccini chi?».
Poi il responsabile Dem riprende la parola e raccoglie l’unico appluaso solo quando ricorda le vittime delle alluvioni di questi giorni.
Quindi torna a parlare dell’azione di governo: dalla sala un’altra voce lo contesta: «Buffone, vergogna». I fischi e le contestazioni aumentano.
E quando afferma che nessuno intende più «fare un governo con Berlusconi», i delegati protestano: «Non è vero!!».
A quel punto interviene il leader di Sel Nichi Vendola che invita la sala a lasciar parlare l’esponente del Pd.
Il governatore della Puglia raccoglie gli applausi della sala ma, nonostante il suo invito, poco dopo, fischi e mugugni riprendono.
Bonaccini ha poi detto: “Se nelle prossime ore, nella discussione che si sta facendo, si trovano, tra tutti, a larga maggioranza, possibilità  di correzioni che riguardino anche la soglia di sbarramento, non abbiamo preclusioni”.
Una mano tesa, insomma, alle richieste di Sel e di tutti gli altri partiti minori, alle cui rimostranze il segretario Pd aveva risposto con un laconico “si arrangino“.
Visto il clima della sala Bonaccini ha preferito essere possibilista…

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SVOLTA DI VENDOLA, IL FUTURO DI SEL E’ LA FEDERAZIONE CON I DEMOCRATICI

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

E GIA’ SI PENSA A UN CORRENTONE DI SINISTRA CON FASSINA

«Quando sarà  il momento Sel si scioglierà  in qualcosa d’altro». Nichi Vendola lo dirà  tra quindici giorni nel congresso che solo un anno fa, quando con l’ex segretario democratico Bersani diede vita all’alleanza “Italia bene comune”, mai avrebbe immaginato così “solitario”.
Eppure già  nell’ottobre del 2010 quando “Sinistra ecologia e libertà ” fece il suo primo congresso a Firenze, reduce da scissioni e ricomposizioni, Vendola annunciava un partito di transizione.
Poi è andata come è andata. I vendoliani sono finiti all’opposizione e ora una nuova svolta.
A Riccione si terrà  dal 24 al 26 gennaio l’assise in cui Sel si gioca il tutto per tutto: quale futuro per sopravvivere.
E Vendola sta pensando di instaurare con il Pd di Renzi un rapporto sul “modello Landini”. Dialogo e intese su alcune questioni, come ha inaspettatamente fatto il leader della Fiom, Maurizio Landini.
Un percorso a tappe per i vendoliani. Con l’obiettivo, a fine percorso, di una federazione democratica.
Sarebbe l’unico modo per uscire dall’impasse in cui il governo Letta e la coalizione dei dem con la destra, hanno ricacciato la sinistra storica: nella ridotta cioè di un’opposizione sbiadita e schiacciata dai grillini.
Sel morde il freno. La mozione unica di Vendola dal titolo che è tutto un programma (“La strada giusta”), sarà  vincente.
Se anche il “governatore” della Puglia, sotto botta per la vicenda Ilva, volesse congelare le scelte in attesa di vedere cosa succede al governo sotto la pressione di Renzi, ci sono due bivi in primavera: le europee e le amministrative.
Sono il primo banco di prova. E poi c’è la partita delle elezioni politiche, per la quale non ci si può fare trovare impreparati.
Qui la legge elettorale farà  la differenza: se dovesse passare una riforma alla spagnola, che favorisce il bipartitismo, la strada di un abbraccio stretto fino alla fusione con il Pd sarebbe segnata per Vendola.
Ma Sel è per ora schierata con il Matterellum, che premia le coalizioni e quindi consentirebbe di riscrivere la partitura del centrosinistra
Però prima ci sono le europee. Sel è divisa tra chi non disprezzerebbe di partecipare alle liste di personalità  per Tsipras, il leader della sinistra radicale greca, e chi pensa si potrebbe fare come il Pd, e cioè schierarsi con il Pse e per Martin Schulz.
Scelte che si trascinano una ricaduta sulla politica domestica.
Vendola per ora dice che si potrebbe tentare una terza strada, cioè correre alle europee in proprio e vedere come va.
Per questo nei prossimi giorni i vendoliani presenteranno alla Camera una proposta di legge per abolire la soglia del 4% alle europee, che li vedrebbe del tutto penalizzati in una corsa in solitaria.
Le differenze nel partito ci sono, eccome. Sopite? Gennaro Migliore, il capogruppo alla Camera, dichiara che la discussione è in corso.
«I migliori risultati noi li abbiamo ottenuti quando siamo stati in un campo unitario del centrosinistra – riflette Migliore – Renzi è un’occasione, nel senso che possiamo ritrovarci sul no alla Bossi-Fini, per la legge sulla rappresentanza sindacale e sui diritti civili».
E avvicinarsi fino ad entrare nel Pd per costituire un “correntone”?
Nelle file del Pd si fa largo l’ipotesi che la mossa di Stefano Fassina di lasciare il governo e guidare una opposizione dentro il partito, miri a un “correntone” irrobustito da Sel, tutta o in parte.
Idee che nascono dall’incertezza sul ruolo di Sel. «Ci sono diversità , certo, tra di noi, le perplessità  che però non sono così rilevanti rispetto alla leadership di Nichi», commenta Ciccio Ferrara.
Più a disagio sulla vicenda europee è l’area ecologista guidata da Loredana De Petris. Schierata per il Pse è Titti De Salvo.
E al congresso Sel ha invitato Renzi: attende risposta nella prossima settimana. Inviti stanno per essere recapitati anche ai leader dei partiti progressisti e della sinistra europea, a Schulz come a Tsipras.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)

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SEL IN VISTA DEL CONGRESSO: CHE FARE CON RENZI E LE EUROPEE?

Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile

LO SPAURACCHIO DEL 4%  

Il congresso semi-clandestino vale come uno snodo. Perchè il partito della sinistra ancora rossa deve liberarsi delle scorie di un lunghissimo 2013, capire come parlare al Pd dell’era Renzi e come giocarsela alle Europee in primavera, con quello sbarramento del 4 per cento alto come una montagna.
Sel si avvicina al congresso nazionale, previsto a Riccione tra il 24 e il 26 gennaio, con tanti dubbi da risolvere e il peso dei congressi locali, svolti tra novembre e dicembre.
Non facilissimi, tra polemiche sulle regole e qualche caso.
Il più rilevante a Roma, roccaforte del partito con i quasi 7000 iscritti in città  e provincia, a fronte degli oltre 31 mila a livello nazionale.
Proprio il lievitare dei tesserati (erano 3800 nel 2012) è stato la miccia, con la consigliera comunale Gemma Azuni, parlamentari e dirigenti vari a invocare il rinvio del congresso romano dello scorso dicembre, causa sospetti “sul tesseramento anomalo”, la “scarsa informazione” e la “confusione” su seggi e sedi dove votare.
La commissione nazionale sul congresso però “non ha rilevato irregolarità ” nella Capitale e ha garantito che tutti gli iscritti “avevano fornito un indirizzo fisico” (non erano fantasmi, insomma).
Tensioni diffuse anche nella Puglia di Nichi Vendola, dove l’epopea dell’Ilva ha avuto i suoi ricaschi: ovviamente a Taranto, ma anche a Lecce e cittadine varie.
Ora è tempo di congressi regionali, con cui si completerà  la platea dei 900 delegati per Riccione. Un “esercito” che confermerà  Vendola come presidente. Ma c’è tanto di cui discutere.
Uno dei problemi è di queste settimane: dell’assise nazionale di Sel non parla quasi nessuno. E in diversi si sono lamentati (preoccupati) per il congresso “clandestino”. Intervistato dal Manifesto, Vendola ha replicato: “Clandestino? Perchè è meno attento alla ribalta mediatica?”. Per poi ammettere che per Sel “il 2013 è stato duro, perchè è fallita l’ipotesi di rimettere in pista una sinistra di governo”.
Quindi “c’è l’esigenza di una discussione interna”.
Primo punto, le Europee. Arrivare al 4 per cento per Sel, soglia che vale l’approdo a Bruxelles, è complicato.
Alle scorse Politiche il partito ha preso il 3,2 alla Camera e il 3 in Senato. Ed è sempre il 3 per cento la quota raccontata dagli ultimi sondaggi.
Bisogna migliorare e chiarire la rotta. Va deciso se collegarsi o meno al Partito socialista europeo, sostenendo l’elezione a commissario europeo di Martin Schulz (Spd), attuale presidente del Parlamento Ue. Sul punto le varie anime del partito (dagli ex di Rifondazione agli ambientalisti, fino ai più “movimentisti”) sono piuttosto divise.
Decisamente pro-Schulz è Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera, ex Rifondazione: “Sarebbe il giusto antidoto alle politiche della Merkel”.
Migliore è ottimista sulle urne prossime: “Raggiungeremo il 4 per cento, a patto di definire con chiarezza chi siamo e cosa proponiamo. Nell’Italia dove dilagano le diseguaglianze e imperano queste disastrose larghe intese, ci sono le condizioni per farcela”.
Ma per guadagnare voti pensate a liste con altri partiti? “Per ora non vedo questa possibilità ”.
L’altro tema forte a Riccione sarà  il rapporto con il Pd.
Migliore: “L’impianto di Renzi è utile, finalmente si è tornati a discutere di politica e non di concetti astratti. Con lui si può avviare un buon confronto”.
Un altro ex Rifondazione è Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio: “Dobbiamo cambiare atteggiamento verso il Pd, non può più essere il fratello maggiore. Per ora il partito di Renzi è un oggetto misterioso: dobbiamo sfidarlo sui contenuti”.
E le Europee? “Fare sommatorie per inseguire voti non servirebbe: piuttosto, dobbiamo sfruttare il nostro patrimonio di sindaci e amministratori. E cambiare qualcosa: per esempio, penso a una segreteria più ristretta”.
Paolo Cento, ex Verdi, è uno degli Ecologisti: “Al partito serve una svolta ambientalista, certi temi non sono trattabili. Se qualcuno pensa a un partitino, magari satellite del Pd, sbaglia di grosso. Qualcuno ha la tentazione di andare in questa direzione”.
Cento dice no al matrimonio con il Pse: “Sarebbe contrario alla nostra natura, Sel è una miscela di culture diverse. E poi va ridefinito tutto il concetto di Europa”

Luca De Carolis

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I VELENI DELL’ILVA: PRESSIONI SULL’AGENZIA AMBIENTE, VENDOLA SBUGIARDATO DA DUE TESTIMONI

Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile

I RAPPORTI DIFFICILI CON IL DIRETTORE DELL’AGENZIA AMBIENTE CHE DOVEVA PRESENTARE I DATI SUI VELENI… LE EMAIL CHE L’AZIENDA INVIAVA AL GOVERNATORE

“Non ho mai ricevuto da Vendola nessuna pressione e nessuna intimidazione”.
È la mattina del 28 novembre 2012 quando Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, entra nella caserma della Guardia di finanza di Taranto.
I finanzieri — che indagano da due anni sull’inquinamento dell’Ilva — hanno raccolto una mole d’intercettazioni che li ha ormai persuasi: Nichi Vendola, in concorso con i vertici dell’Ilva, ha fatto pressioni su Assennato per “ammorbidirlo”.
In quelle ore, per il governatore pugliese, è sempre più vicina l’accusa di concussione, ma Assennato nega: nessuna pressione.
Neanche il 15 luglio 2010 quando, secondo l’accusa, fu tenuto fuori dalla porta, mentre Vendola discuteva con i Riva, e fu costretto ad aspettare per ore. Eppure un testimone di quella giornata racconta di aver incontrato Assennato con lo “sguardo rassegnato” e “la testa bassa”. Per ricostruire la vicenda, però, è necessario fare un passo indietro.
La guerra contro Assennato
Nell’estate 2010, l’Arpa rileva i dati del Benzo(a) pirene emessi nel rione Tamburi di Taranto: superano il limite previsto e l’Agenzia scrive una relazione durissima: chiede a Ilva di adeguare la produzione alle condizioni meteorologiche perchè l’inquinamento, quando il rione è sottovento, cresce in maniera preoccupante. I Riva temono di dover diminuire la produzione. La guerra di Ilva contro il direttore generale del-l’Arpa diventa furiosa.
C’è posta per Nichi
Archinà , il braccio destro dei Riva, lavora ai fianchi di Assennato. Si lamenta con Vendola degli scienziati che hanno redatto lo studio, Massimo Blonda e Roberto Giua, iniziando a ottenere qualche risultato.
È lo stesso Assennato a chiamare Archinà , ai primi di giugno, per lamentarsi di essere stato “delegittimato”. La ragnatela di Archinà  diventa di ora in ora più fitta. Il 22 giugno scrive a Fabio Riva. Sostiene che Assennato è stato sconfessato e descrive la posizione di Vendola: “Per nessun impianto Ilva si deve ipotizzare una sia pur minima restrizione”.
E soprattutto: spiega che ha un accordo con il governatore. La lettera, che Ilva sta scrivendo ad Arpa, deve essere inviata, per conoscenza, anche a Vendola che “al ritorno dalla Cina affronterà  direttamente la questione”. Ed effettivamente, tornato dalla Cina, Vendola chiamerà  Archinà  per ricordargli: “Non mi sono defilato”.
Questione d’immagine
Nelle stesse ore Archinà  confida ai suoi: “Vendola è molto arrabbiato perchè gli fanno fare brutta figura con l’opinione pubblica”. E in effetti, per il segretario di Sel, ormai lanciato in una dimensione nazionale, ammettere che l’inquinamento in Puglia sta aumentando, può rappresentare una potente caduta d’immagine. E ora torniamo alle risposte di Assennato agli investigatori
La riunione del 15 luglio
Gli inquirenti mostrano al direttore generale dell’Arpa un’intercettazione: Archinà  racconta come andò, il 15 luglio 2010, la riunione tra Vendola e i Riva. “Tieni presente che già  psicologicamente, ieri, è avvenuto questo: Assennato è stato fatto venire al terzo piano però è stato fatto aspettare fuori… come segnale forte… ”.
Assennato risponde di non ricordare “nulla, salvo che vi fu una riunione, nella quale ci fu un’anomala attesa da parte mia… non credo di aver partecipato… ma posso escludere qualsiasi pressione”.
La lunga serie di “non ricordo” costa ad Assennato l’accusa di favoreggiamento personale nei confronti di Vendola: con le sue risposte, secondo l’accusa, l’ha aiutato a eludere l’imputazione di concussione.
Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare due dettagli che arricchiscono il contesto di quelle ore. Le parole di Archinà , su quella riunione del 15 luglio, raccontano qualcosa in più: “Assennato è stato fatto venire al terzo piano, però è stato fatto aspettare fuori, come segnale forte… cosa che poi lui ha fatto trapelare sul Corriere del Giorno… ”.
Cos’è trapelato sul quotidiano locale? E soprattutto: chi l’ha fatto trapelare?
“Testa bassa — scrive il cronista Michele Tursi — sguardo rassegnato. Quello che le veline non dicono riguarda il professor Giorgio Assennato”.
Quel giorno in Regione si tiene la conferenza stampa per il “monitoraggio diagnostico” dell’Ilva. “Strana conferenza stampa convocata, poi revocata e poi di nuovo convocata”, racconta Tursi. “Strana — continua — l’assenza di Assennato nell’incontro con i giornalisti. Strano che fosse stato avvisato all’ultimo momento con un sms e poi lasciato fuori dalla porta… ”.
Il Fatto ha rintracciato il cronista che racconta: “Quella mattina, effettivamente, parlai con Assennato e non era sereno”.
Agli inquirenti Assennato racconta di essere andato via, dopo la riunione tra Vendola e Riva, alla quale non partecipò, mentre il Corriere del Giorno racconta che era ancora in Regione, “rassegnato” e “con la testa bassa”.
Secondo gli inquirenti, le pressioni di Vendola su Assennato, facevano leva sulla riconferma del suo incarico, che scadeva nel marzo 2011
Clima infuocato
E proprio a ridosso di quella data avviene un altro episodio che il Fatto è in grado di ricostruire. Un episodio che non integra alcuna ipotesi di reato ma spiega il clima di quei mesi. “Arpa — racconta una fonte che preferisce mantenere l’anonimato — aveva ultimato le rilevazioni su diossina e benzo(a) pirene, quelle relative al 2010, e Assennato era pronto a diffondere i dati con un comunicato stampa: le emissioni erano ulteriormente cresciute.
Vendola, quando apprese che Arpa stava per inviare il comunicato stampa, convocò una riunione informale, alla presenza degli assessori Nicastro, Fratoianni, Amati, Pelillo, Capone, più il responsabile della comunicazione, Eugenio Iorio.
Vendola era allarmatissimo: telefonò ad Assennato, davanti a tutti, per ricordargli che non poteva diffondere quei dati senza confrontarsi con la Regione.
Non intendeva manipolare nulla. Sia chiaro. Ma redarguì Assennato, con durezza, per dirgli che quel tipo di comunicazione andava assolutamente concordata”.
Una richiesta legittima, certo, poichè l’Arpa è un ente regionale.
Una richiesta che racconta in quale clima, però, è stato vissuto, da Vendola, il monitoraggio dell’i nquinamento targato Ilva.

Francesco Casula, Lorenzo Galeazzi e Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ILVA, QUEL CHE VENDOLA NON DICE

Novembre 19th, 2013 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DELLA PUGLIA RIVENDICA TUTTO QUELLO CHE HA FATTO CONTRO I RIVA… CON QUALCHE OMISSIONE

Quella telefonata non cancella nè rappresenta quanto accaduto in Puglia”, dice Nichi Vendola a proposito dell’audio dell’intercettazione di una sua telefonata con Girolamo Archinà , l’uomo della famiglia Riva per i rapporti con la stampa e la politica, rivelata dal fatto-  quotidiano.it  . La “confidenza (con Archinà , ndr) è legata al raggiungimento di obiettivi virtuosi, in particolare la salvaguardia dei posti di lavoro”, spiega il governatore della Puglia sul sito di Sel ed elenca gli atti della Regione nei confronti dell’Ilva.
Toni confidenziali abituali, si direbbe a leggere cosa disse Vendola alla rivista Il Ponte edita dall’Ilva nel novembre 2010: “Chiesi a Riva se fosse credente, perchè al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi”.
Queste le nostre risposte alla “sua” “verità  storica”.
Diossina
La Regione approva la legge antidiossina e per la prima volta viene applicata una norma pionieristica che fissa valori limite stringenti all’emissione di diossina.
Quella legge, inutilmente proposta un anno prima da Peacelink e     Legambiente, viene approvata nel dicembre del 2008 dopo che   a Taranto si era svolta una manifestazione di 20mila persone che chiedevano limiti alla diossina.
Ma non è mai stato realizzato il campionamento in continuo per controllare 24 ore su 24 le emissioni.
Il registro
Nel 2008 viene istituito in Puglia il registro Tumori.
Nel 2008 ci fu la delibera regionale che ne prevedeva l’istituzione, ma è divenuto operativo e accreditato secondo le regole scientifiche dell’Airtum (Associazione italiana registro tumori) dopo 5 anni, dopo le inchieste della magistratura e le manifestazioni.
Il registro è aggiornato al 2008. Per il 2009 mancano centinaia di dati.
Il pascolo
Nel 2010 in base ai dati dei monitoraggi la Regione ordina il divieto di pascolo a 20 chilometri dall’Ilva. Il divieto scattò nel 2008 su denuncia di PeaceLink.
Se non ci fosse stata l’apertura di un’inchiesta, l’ordinanza sarebbe arrivata?
E perchè la Regione non ha fatto un’indagine per certificare la provenienza della diossina e non l’ha segnalata all’autorità  giudiziaria?
Benzo(a)pirene
A giugno l’Arpa produce una relazione sul superamento dei valori limite di benzo(a)pirene e il sindaco impone all’azienda di rientrare nei valori limite.
Ma i limiti sul benzo(a)pirene (secondo l’Oms causa di gravi mutazioni genetiche) attivi dal 1999 in Italia, imponevano 1 ng/mc.
Perchè dal 1999 al 2010 la Regione non ha fatto rispettare quel valore previsto dal dm 25 novembre 1994 poi ribadito dal Dlgs 391/1999?
La Regione avrebbe dovuto realizzare sistemi di monitoraggio permanenti per controllare che il benzo(a)pirene non superasse 1 ng/mc.
Vendola accerta la violazione dei limiti ma non attua la legge che prevedeva la riduzione della fonte inquinante, individuata nella cokeria dell’Ilva dalla relazione Arpa del 4 giugno 2010.
La legge regionale sul benzo(a)pirene, presentata come all’avaguardia, prevede che nel caso di sforamento l’impianto debba rientrare sotto il limite “nel più breve tempo possibile”.
Manca un termine perentorio. Fu proprio la relazione Arpa, che individua l’Ilva come fonte inquinante del benzo(a)pirene al 98 per cento con la sua cokeria, a mettere in allarme l’uomo dei Riva, Girolamo Archinà , che si rivolge a Vendola, il quale a sua volta chiama il direttore scientifico dell’Arpa Massimo Blonda.
Il capo dell’Arpa Giorgio Assennato dice ad Archinà  (intercettato): “Girolamo, sono molto incazzato! La dovete smettere di comportarvi così, di andare dal presidente (Vendola, ndr) a dire che siete vittime di una persecuzione dell’Arpa. Vendola questa mattina ha convocato Massimo Blonda e gli ha rimproverato di essere persona senza palle”.
A fine maggio 2010 i cittadini e le associazioni ambientaliste avevano già  chiesto al sindaco un’ordinanza per fermare la cokeria. Il sindaco la scriverà  dopo il 15 luglio, dopo i dati Arpa relativi ai primi 5 mesi del 2010 che denunciano lo sforamento del 300 per cento del benzo(a)pirene.
Ordinanza di cui il sindaco discute con Archinà  al telefono e che verrà  bocciata dal Tar.
Danno sanitario
Approvazione della legge che introduce la valutazione del danno sanitario. Una rivoluzione copernicana: al centro del sistema non più la fabbrica fordista, ma l’uomo e la qualità  della sua esistenza.
La legge sul danno sanitario, approvata per di evitare il sequestro degli impianti responsabili dei danni alla salute, è stata varata solo dopo lo scoppio dell’emergenza.
Vendola non ha mai realizzato l’indagine epidemiologica, fondamentale per evidenziare la relazione tra inquinamento e mortalità  e mettere l’Ilva di fronte alle proprie responsabilità . Nonostante tre lettere di sollecito dei Verdi di Angelo Bonelli e 7mila firme di cittadini nel 2010.
Emissioni
Obbligo per l’azienda di rendere accessibili i sistemi di monitoraggio in continuo delle emissioni in atmosfera.
Le centraline furono installate con grande ritardo, violando i tempi previsti dall’Aia. Ancora oggi i sistemi di monitoraggioDOAS e LIDAR non funzionano e non forniscono i dati in continuo delle sostanze cancerogene.
Mappe
Approvato a ottobre 2013 un progetto per la costruzione di mappe geo-referenziate di contaminazione ambientale e uno studio sul-l’esposizione a metalli in soggetti in età  evolutiva.
à‰ avvenuto solo a seguito dell’iniziativa degli ambientalisti, come le analisi sul piombo nel sangue dei bambini i cui dati sono stati presentati dalla dottoressa Annamaria Moschetti di Medici per l’ambiente.
Aia
La Regione impone che nell’Aia ministeriale ci siano alcune prescrizioni…Vendola non dice che ha firmato l’Aia della Prestigiacomo, luglio 2011.
Aia oggi oggetto dell’inchiesta della magistratura: non prevedeva la copertura dei Parchi Minerali, causa dell’inquinamento da polveri in tutta la città  e in particolare nel quartiere Tamburi. E non vietava il pericoloso Pet-coke.
Veniva perfino aumentata la capacità  produttiva a 15milioni di tonnellate annue (+50%).
La Regione non ha verificato l’assenza nello stabilimento del sistema di raccolta separata e trattamento delle acque di prima pioggia, prerequisito di legge per concedere autorizzazioni alla produzione.

Sandra Amurri

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ILVA, LA TELEFONATA CHOC DI VENDOLA: RISATE AL TELEFONO PER LE DOMANDE SUI TUMORI

Novembre 15th, 2013 Riccardo Fucile

INTERCETTATO NEL 2010 MENTRE PARLA AL TELEFONO CON ARCHINA’, IL PR DELLA FAMIGLIA RIVA… “DICA CHE NON MI SONO DEFILATO”…E DA’ DELLA “FACCIA DA PROVOCATORE” A CHI CHIEDEVA SPIEGAZIONI SUI MORTI

E’ il 19 novembre 2009. La conferenza stampa di presentazione del “Rapporto ambiente e sicurezza” dell’Ilva è appena terminata.
Luigi Abbate, giornalista dell’emittente tarantina Blustar Tv, si avvicina a Emilio Riva, 87enne ex patron dell’acciaio e gli chiede: “La realtà  non è così rosea visti i tanti morti per tumore…”.
Riva non è abituato a domande scomode. Abbozza una risposta bofonchiando: “Ve li siete inventati” e si salva grazie all’intervento del suo addetto alle relazioni istituzionali Girolamo Archinà , che strappa letteralmente il microfono dalle mani del giornalista.
Il video finisce su Youtube e comincia a fare il giro d’Italia.
Diversi mesi più tardi, nel luglio del 2010, appena tornato da un viaggio in Cina anche Nichi Vendola lo vede.
A mostrarglielo sono stati “degli amici di Roma”, in quei giorni interessati al caso Ilva perchè in quei giorni l’azienda era tornata sulle pagine dei giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa sui livelli allarmanti di benzo(a)pirene a Taranto.
Il video della conferenza stampa sarà  al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà , considerato dai pm la “longa manus” dei Riva.
Nell’intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà  di aver apprezzato “lo scatto felino”.
Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto.
Definisce una “scena fantastica” l’immagine di Archinà  che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva.
Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà . Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”.
Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte nè parte”.
E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”.
Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto”.
Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività  investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà  ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perchè ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Concussione.
Girolamo Archinà , invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.
Sono le ipotesi di reato da cui dovrà  difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto.
Archinà , infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico.
Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà .
Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande.
Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto.
E nonostante l’invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato.

Francesco Casula e Lorenzo Galeazzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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VENDOLA, IL COMUNISTA DI MONDO

Novembre 1st, 2013 Riccardo Fucile

LA SUA VALUTAZIONE SBAGLIATA: I RIVA NON ERANO CAPITALISMO ILLUMINATO MA IMPRENDITORI RAPACI… NON SI POSSONO CERCARE COMPROMESSI CON INQUINATORI RECIDIVI

Nichi Vendola definisce l’accusa di concussione mossagli dalla Procura di Taranto per il disastro ambientale dell’Ilva come «la più grande ingiustizia della mia vita». Può darsi. Non sarà  facile alla magistratura dimostrare che il presidente pugliese boicottasse l’operato della sua Agenzia per la protezione ambientale, al fine di favorire i padroni dell’acciaieria; tanto più che a negarlo è lo stesso responsabile dell’Arpa, Giorgio Assennato, cioè il presunto concusso.
Ma il dramma umano di questo dirigente della sinistra impegnato nell’ardua impresa di far coesistere produzione industriale e bonifica del territorio, ben prima dell’indagine giudiziaria si era già  consumato nella sconfitta politica che l’ha preceduta.
Vendola ha sbagliato valutazione sulla natura del suo interlocutore: i Riva non erano capitalismo illuminato, bensì imprenditori rapaci e spregiudicati.
Questo dato di fatto emerge inequivocabile dall’inchiesta tarantina, con i suoi 53 indagati: una ragnatela pervasiva tessuta dai fiduciari di questa famiglia bresciana che dall’Ilva ha tratto profitti miliardari e che con pochi spiccioli addomesticava il consenso dei poteri locali.
Amministratori, sindacalisti, funzionari, parroci indotti a considerare un male minore la violazione delle norme antinquinamento, e a fare pressione per l’ottenimento di sempre nuove deroghe e autorizzazioni benevole.
Cosa c’entra Vendola con tutto questo? Certo non gli si può addebitare il degrado della classe politica tarantina, guidata per anni dal malavitoso Giancarlo Cito e poi da una giunta di destra che ha portato il Comune alla bancarotta.
Ma è stato in quel contesto disastrato che Vendola si è illuso di trovare nella potenza dei Riva, forse nel loro interesse al risanamento degli impianti, una via d’uscita.
Così ai tarantini che cominciavano a ribellarsi, dentro e fuori la grande fabbrica, è parso come se la sua necessità  di mediare con la grande impresa del Nord, e di garantirle la continuità  produttiva, costringesse anche Vendola a tessere relazioni informali col potere aziendale; perfino a dichiararsi infastidito dagli eccessi di severità  della magistratura e dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa).
Nessuno insinua che fosse mosso da convenienze illecite.
Semmai che sovrastimasse le sue capacità  di relazione, mentre a Taranto le condizioni di vita degeneravano fuori controllo.
La spasmodica ricerca di un compromesso, ai margini della legge, fra garanzia di continuità  produttiva e rispetto delle norme sulle emissioni, concedeva ai Riva una rispettabilità  che i tarantini più avvertiti non potevano più riconoscere loro.
Questo è l’errore che ha isolato Vendola dai movimenti di protesta cresciuti in città  a sostegno dell’azione della magistratura.
E siccome in precedenza un errore simile Vendola lo aveva già  compiuto assegnando a don Luigi Verzè, senza gara pubblica d’appalto, l’incarico di costruire un nuovo ospedale a Taranto, tale reiterazione sollecita un interrogativo: non avrà  pesato nelle sue scelte il bisogno di presentarsi come “comunista di mondo”, capace di intrattenere buoni rapporti con la controparte?
So bene che il suo stile di vita è integerrimo, e che in lui la virtù della gentilezza non si è mai tramutata in mondanità  salottiera.
Ma temo che la reciproca incomprensione fra Vendola e la protesta di Taranto scaturisca proprio da questa esibizione velleitaria di impotenza della sinistra di governo.
Non a caso alle elezioni del febbraio scorso nella città  dell’Ilva sia la destra che i grillini hanno sorpassato il centrosinistra.
La situazione è precipitata quando la magistratura tarantina ha sequestrato l’area a caldo dell’acciaieria e ha imposto la chiusura delle lavorazioni fuorilegge, rifiutando, in nome dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, le sollecitazioni a rinviare e a soprassedere che le giungevano dall’alto.
Ricordo il titolo di un giornale di destra, dedicato in quei giorni dell’agosto 2011 alla gip Patrizia Todisco: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai Ilva”.
Sempre allora la direzione aziendale incoraggiò le maestranze a manifestare in difesa degli impianti, esasperando la spaccatura interna ai sindacati così come la lacerazione fra lavoratori impauriti e cittadini ormai consapevoli dell’alto tasso di mortalità  tumorale.
Ma in quel frangente drammatico fu l’intero establishment nazionale a esecrare la Procura di Taranto come un covo di irresponsabili.
Solo perchè applicava la legge.
Tanto che il recente congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato «l’ideologia del mercato quale unica salvezza» con cui si è preteso di calpestare la «effettività  dei diritti».
Sono sicuro che Vendola condivide questa amara constatazione dell’Anm.
Ma allorquando il dilemma si è posto in tutta la sua drammaticità  a Taranto, la sua leadership era già  compromessa.

Gad Lerner

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