DESTRA E SINISTRA CONFUSE E SOVRAPPOSTE
CACCIARI: “LE CULTURE POLITICHE CHE LE SOSTENEVANO E MOTIVAVANO SONO SCOMPARSE DA TEMPO, NE RIMANGONO LE MEMORIE E I FANTASMI
(Gran parlare di coalizioni. Temo che le difficoltà che incontrano, da una parte e dall’altra, nel
formarle non derivino da velleità di primato tra questo o quel leader e neppure dalla difficoltà, che pure sussiste, nello stendere qualche paginetta programmatica.
La vera difficoltà consiste nel definire precise linee di demarcazione rispetto all’avversario intorno ai problemi concreti che assillano l’opinione pubblica. Che paradosso, si dirà! Ma se il linguaggio politico attuale è tutto impostato su una logica amico-nemico, sulla demonizzazione dell’avversario! Appunto – le parole mascherano la realtà, e cioè che destra e sinistra, per non dire centro, centro-destra e centro-sinistra sono diventate flatus vocis. Le culture politiche che le sostenevano e motivavano sono scomparse da tempo e ne rimangono le memorie e i fantasmi.
Questa situazione genera fisiologicamente osmosi e contaminazioni di ogni genere, rendendo sempre più arduo definire linee di azione e di governo coerenti e di portata strategica. Cerchiamo di spiegarlo. Le vecchie faglie della scena politica, parlamentare e non, si disegnavano certo anche attraverso categorie ideologiche e antitetiche visioni della storia, ma soprattutto, nell’agire concreto, attraverso impostazioni chiaramente contrapposte in materia istituzionale e economica. Materie allora strettamente complementari.
Da un lato, una linea che considerava fondamentale il ruolo dello Stato come partecipe sì, ma da protagonista, della strategia complessiva economica e industriale del Paese, anche grazie agli asset industriali formidabili che erano a sua disposizione.
Dall’altro lato, una linea che a questa si opponeva con altrettanta chiarezza: ogni intervento pubblico in materia di sviluppo tecnologico e industriale è destinata al fallimento, frena l’iniziativa imprenditoriale, distorce la logica di mercato. Né i primi volevano soluzioni sovietiche, né i secondi le temevano. La contraddizione era precisa e concreta. E così in materia fiscale: progressività rigorosa, da un lato, flat tax di ogni genere dall’altra. Giustizia fiscale, forse astratta, dei primi contro l’idea che pressione fiscale bassa avrebbe generato più investimenti, più occupazione, più benessere. Era un mondo molto più semplice, che permetteva scelte altrettanto lineari. Quel mondo è finito per sempre.
Il ruolo dello Stato nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nella produzione di ricchezza è stato fatto a pezzi – si riduce, quando funziona, a facilitatore di accordi, al contenimento di disastri annunciati. Ha vinto in tutto Occidente la linea annunciata dai Reagan e dalle Thatcher. Dividersi su questo terreno è oggi pura retorica, poiché la storia a proposito si è pronunciata.
Quale ruolo, allora, dello Stato? Come riformarlo perché possa svolgere un’azione incisiva di fronte alla Tecnica globale? In quale grande spazio lo immaginiamo incluso? Queste sarebbero le vere domande, che destra e sinistra ignorano. Ma anche la “destra” rimane disarmata in questo scenario. Per un verso ha vinto, ma per un altro si trova in mare aperto. Le bandiere della destra di un tempo sono diventate rovine anche per lei; può contrabbandarle un poco soltanto sul terrenofiscale, ma difronte al macigno del debito pubblico con un appeal sempre più basso. La Meloni non ha diminuito di una virgola la pressione fiscale – né lo poteva. Ed ecco che anche la destra si trova costretta a rispolverare certe sue vocazioni “sociali”, che la mettono in competizione sullo stesso terreno con la cosiddetta “sinistra”.
Cosa rimane “di destra”? Rimangono proprio quegli aspetti che erano estranei alla “destra” economico-finanziaria, alla “destra” che ha davvero contato nell’Occidente del dopoguerra, rimane l’appello identitario, nazionalismo e sovranismo. Sembra che i voti possa raccattarli soltanto in questi bacini. Eppure, non può fino in fondo. Pena l’evocare i Vannacci. E emarginarsi dal “giro buono”, quello dell’èlite economico-tecnocratica che detiene le leve di comando dello sviluppo e dell’innovazione e che si è saldamente insediata a Bruxelles, dirigendo ogni azione della Commissione.
Ecco, dunque, che la coalizione di “destra”, da noi e altrove, quando voglia candidarsi a governare, dovrà diventare europeista o travestirsi da “occidentale” tout court, e, tutti lo sanno, Occidente oggi è Occidente americano. E qui l’osmosi con la “sinistra” – con la “sinistra” che non potrebbe più, pena cadere nel patetico-ridicolo, invocare un ruolo programmatore dello Stato, e nutre un “elettorale” terrore per ogni seria proposta di riforma fiscale in senso rigorosamente progressivo (cioè, si mantiene in questa materia così fondamentale su una posizione di “moderazione” rispetto alla “destra”).
La “sinistra” vota la Commissione con cui la “destra” lavora sbandierando di goderne i favori. Sul piano della politica estera – che è da sempre la vera politica! – osmosi, contaminazioni, equivoci la fanno da padroni. Anche qui una volta, negli infelicissimi tempi andati, le cose erano chiare: all’ombra protettiva dei due Titani della guerra fredda la faglia tra destra e sinistra poteva risultare sufficientemente chiara. Ma ora? Di uno non rimane che la deterrenza nucleare e l’immenso patrimonio di materie prime, almeno fino a quando anche la Federazione russa non finisca col disfarsi.
Dell’altro è evidente la crisi, la difficoltà di conservare la propria egemonia su scala globale, difficoltà che può trasformarsi in pessima consigliera. Difronte alla rivoluzione in atto negli equilibri internazionali le posizioni tradizionali di destra e sinistra cessano dall’avere alcun senso. E perciò ecco che i loro vecchi cultori si confondono e sovrappongono.
Da una parte e dall’altra c’è chi invoca la minaccia russa, e così chi invece la trattativa con Putin, chi sposa le vie della seta e chi vorrebbe colpire il nuovo nemico prima che si rafforzi troppo. Nei fatti, ci si barcamena, senza che emerga neppure una seria analisi del mondo nuovo in cui ci agitiamo. Questa è la condizione in cui versano le nostre coalizioni. E per questa ragione sarà molto difficile per loro convincere qualcuno a votarle. Ma dobbiamo disperare di poter disperare.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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