“IL GOVERNO CHE COSA VORREBBE, L’ISTAT DI PUTIN?”. LA RABBIA DEI LAVORATORI DELL’ISTITUTO DI STATISTICA DOPO L’ATTACCO DI GIORGIA MELONI PER LA CERTIFICAZIONE DEL 3,1% DEL DEFICIT (“NON SO SE L’ISTAT SOTTOSTIMA GLI ITALIANI O IL GOVERNO”): “I NUMERI NON SI PIEGANO. SONO COSTRUITI CON PARAMETRI EUROPEI E VERIFICATI DA EUROSTAT. MOLTE INFORMAZIONI ARRIVANO DALLO STESSO MEF”
GIÀ LO SCORSO APRILE LA DUCETTA SE L’ERA PRESA CON L’ISTITUTO E IL PRESIDENTE CHELLI REPLICÒ: “IL PROCESSO DI VALIDAZIONE DEI CONTI PUBBLICI SEGUE MODALITÀ DETTATE DALL’EUROPA”
Sconcertati, arrabbiati, rassegnati. Nell’anno del centenario. Il giorno dopo l’attacco di
Giorgia Meloni sul 3,1% che tiene l’Italia nella procedura Ue per deficit eccessivo: «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo».
«Che cosa vorrebbero, l’Istat di Putin?», sbotta un ricercatore. «I numeri non si piegano. Sono costruiti con parametri europei e verificati da Eurostat. Se avessimo forzato il dato, Bruxelles ci avrebbe corretto. Molte informazioni arrivano dallo stesso Mef». A ferire è l’accusa di parzialità.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non chiude il fronte. Anzi. Alla Camera riconosce le «precise esigenze statistiche» delle revisioni. Che però poi hanno «un impatto rilevante» sul bilancio e «modificano ex post» i parametri europei. Meglio una riforma. «Il Mef ha più volte sollecitato modifiche normative» al sistema di rilevazione dei dati, dice. «Non sempre compatibile con le esigenze dei conti».
Dall’Istat però invitano a guardare un altro palazzo romano. Quello della Ragioneria generale dello Stato guidata da Daria Perrotta. «Hanno sbagliato, e di tanto, le stime sulla spesa del 2025: non solo Superbonus, ma anche altri investimenti per oltre 8,5 miliardi. L’Istat che cosa poteva fare?». Nel mirino finiscono anche Anas e Rfi, vigilate dal ministero di Matteo Salvini.
Eppure non è un Istat ostile al governo. Francesco Maria Chelli, ordinario di Statistica economica all’università Politecnica delle Marche, è stato nominato presidente nel 2024 dal governo Meloni. «Lo consideriamo espressione dell’area di FdI», raccontano all’interno.
Come pure nell’orbita di destra, il dg Michele Camisasca, dirigente della Regione Lombardia, al terzo incarico consecutivo dal 2019. «Un’anomalia. E il segno di una governance debole».
Spiazzati i sindacati dell’Istituto. Dopo ore di confronto, a tratti aspro, ieri decidono di firmare tutti e sei un comunicato molto duro: Flc Cgil, Fsur Cisl, Uil Scuola Rua, Fgu Ricerca, Snals-Confsal Ricerca e Anief Ricerca. Il titolo dice tutto: «L’Istat non si delegittima, il lavoro statistico si rispetta».
Chiedono ai vertici una risposta «chiara e inequivocabile». «Il know how dell’Istituto sono i suoi lavoratori. Criticare così l’Istat significa criticare ricercatori e personale che assicurano la qualità dei dati del Paese», dice Fabrizio Monteleone della Uil. Ma dietro l’orgoglio affiora la paura: «Siamo esposti agli attacchi e i vertici non reagiscono. Così diventiamo una preda facile».
(da agenzie)
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